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            <title>IL LESSICO INTELLETTUALE DI IPPOCRATE σημαίνειν e τεκμαίρεσθαι</title>
            <author><name>Lorenzo </name>
               <surname>Perilli</surname>
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            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability><p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p></availability>
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               <title level="m">IL LESSICO INTELLETTUALE DI IPPOCRATE σημαίνειν e τεκμαίρεσθαι</title>
               <author>Lorenzo Perilli</author>
               <title level="a">Lexicon philosophicum, Quaderni di terminologia filosofica e storia delle idee</title>
               <publisher>Leo S. Olschki Editore</publisher>
               <editor>A. Lamarra, L. Procesi</editor>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
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            <docAuthor>Lorenzo Perilli</docAuthor>
            <docTitle><titlePart> IL LESSICO INTELLETTUALE DI IPPOCRATE<note xml:id="ftn1" place="foot" n="*">Il presente lavoro è stato eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle<lb/>Ricerche.</note>σημαίνειν e τεκμαίρεσθαι
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         <pb n="153" facs="LP5_153.jpg"/>
         <p>Con una precoce intuizione, Omero afferma, all’inizio della<hi rend="it"> Iliade</hi>, la cen-<lb/>tralità per l’uomo della connessione logico-causale dei fatti: della capacità,<lb/>compiutamente «umanistica», di individuare in essi un<hi rend="it"> prius</hi> ed un<hi rend="it"> posterius</hi>,<lb/>correlati consequenzialmente. In un luogo, in cui B. Marzullo<note xml:id="ftn2" place="foot" n="1"><hi rend="it">La nascita dell’intelletto, in Grecia</hi>, «&lt;H&gt;euresis» 1985, 19ss. (di difficile reperibilità):<lb/>ripreso e dettagliatamente integrato in<hi rend="it"> Hippocr. Progn. 1 (Prooem.)</hi>, «Museum Criticum» XXI-<lb/>XXII (1986-87) 199-254, cui si farà in questo scritto costante riferimento.</note> identifica «la<lb/>nascita dell’intelletto, in Grecia», il primo e miracoloso emergere di una con-<lb/>sapevole razionalità, la sua rigorosa formalizzazione. Si tratta di A 343:</p>
         <p>οὐδέ τι οἶδε νοῆσαι ἅμα πρόσσω καὶ ὀπίσσω<note xml:id="ftn3" place="foot" n="2">«Non sa percepire il nesso tra futuro e passato».</note>.</p>
         <p>Achille nega ad Agamennone la capacità, in origine ambigua prerogativa di<lb/>indovini, di stabilire un nesso funzionale tra i dati oggettivi disponibili, così da<lb/>ottenerne un orientamento prospettico verso il futuro. La dimensione tempo-<lb/>rale è ancora primordialmente (e metaforicamente) denotata da due locativi<lb/>(πρόσσω καὶ ὀπίσσω, con la marca del futuro significativamente anticipata), il<lb/>rapporto di implicazione causale viene evidenziato da un arcaico ma efficace<lb/>nesso, ἅμα ... καί (cf. Marzullo, l.c.). L’aoristo νοῆσαι indica, già sul piano<lb/>grammaticale, la fulmineità dell’atto dell’intelletto<note xml:id="ftn4" place="foot" n="3">Cf. B. Marzullo, «MCr» cit., 219s.</note>: di una «percezione<lb/>mentale» (K. von Fritz) di ordine razionale, destinata a consolidarsi progressi-<lb/>vamente in ambiti più specifici, fino alla definitiva canonizzazione. Che coinci-<lb/>derà con la sua assunzione a più severi livelli, quale operata dagli scritti che<lb/>della emergente scienza costituiscono la più limpida ed avvertita testimonian-<lb/>za, quelli tradizionalmente raccolti sotto il nome di Ippocrate. Contestualmen-<lb/>te, si sviluppa un lessico che diverrà specialistico, inteso a delineare con ogni<lb/>precisione quello che sarà uno dei procedimenti cardine della epistemologia<lb/>ippocratica: l’estrapolazione logica del futuro, fondata sulla inferenza e sul suo<lb/><pb n="154" facs="LP5_154.jpg"/>procedere induttivo. L’uso linguistico corrisponde puntualmente alle istanze<lb/>metodologiche, che la cultura, soprattutto filosofico-scientifica, del tempo era<lb/>impegnata a definire: la più significativa testimonianza in proposito è quella di<lb/>«Ippocrate»<note xml:id="ftn5" place="foot" n="4">
               <p>Quello di «Ippocrate» è nome di comodo: al pari di «Omero», «Aristotele», e altri,<lb/>costituisce convenzionale referenza pratica. Con cui si è soliti designare gli<hi rend="it"> Auctores</hi> di quella<lb/>settantina di opere, raccolte sotto l’etichetta di<hi rend="it"> Corpus Hippocraticum</hi>. Tra queste, sostanzialmente<lb/>oltre che cronologicamente assai eterogenee, sono tuttavia identificabili alcuni trattati, che,<lb/>accomunati da una sostanziale convergenza sui princìpi fondamentali della medicina, spiccano<lb/>dal punto di vista metodologico. Punto di partenza della presente analisi, essi si possono ragio-<lb/>nevolmente ricondurre agli anni compresi tra il 440 e il 410 a.C.: si tratta di<hi rend="it"> Prognosticon</hi>,<hi rend="it"> De vetere<lb/>medicina</hi>,<hi rend="it"> De aëribus aquis locis</hi>,<hi rend="it"> Epidemiarum liber I</hi> et<hi rend="it"> III</hi>,<hi rend="it"> De victu acutorum</hi>,<hi rend="it"> De morbo sacro</hi>. A questi si<lb/>affianca, lucida testimonianza estranea all’ambito più propriamente medico, il<hi rend="it"> De arte</hi>, trattato di<lb/>ispirazione filosofico-sofistica (o comunque dovuto ad un Autore che ne risente fortemente l’in-<lb/>flusso), che contribuisce ad illuminare dall’esterno gli assunti delle altre opere, ad esse facendo<lb/>costante riferimento, sostanziale e formale.</p>
            </note>. La cui opera rappresenta un campo di indagine privilegiato,<lb/>per chi tenti di identificare emergenti nuclei concettuali, sulla base degli ele-<lb/>menti formali che li esprimono. Non a caso, del resto, W. H. S. Jones sottoli-<lb/>neava, che in Ippocrate «il linguaggio è usato per esprimere il pensiero, non<lb/>per adornarlo. Non una parola è gettata via.... Il pensiero, e l’espressione del<lb/>pensiero, sono perfettamente bilanciati» (<hi rend="it">Hippocrates</hi>, London/Cambridge<lb/>Mass., I 1923, XV).</p>
         <p>Attraverso l’universo terminologico ippocratico è quindi possibile indivi-<lb/>duare i modelli logici e concettuali, di cui si sostanziano le procedure della<lb/>rinnovata scienza medica. Il loro influsso sulla cultura contemporanea e poste-<lb/>riore, dalla filosofia «presocratica» a Tucidide, da Sofocle (più che dallo stesso<lb/>Euripide) ad Aristofane, a Platone, è di tutt’altro che trascurabile e finora<lb/>accertato rilievo. Meccanismo centrale, s’è detto, è l’estrapolazione. I termini<lb/>atti a denotarla sono numerosi quanto congrui. Particolarmente rilevanti si<lb/>dimostrano, ad esempio, λογίζεσθαι/λογισμός (con vari composti, tra cui spicca<lb/>συλλογισμός), ἐλπίζειν/ἐλπίς, συμβάλλεσθαι. Ma più peculiarmente si riferiscono<lb/>alla inferenza due lessemi, reciprocamente connessi, σημαίνειν e τεκμαίρεσθαι,<lb/>con le relative forme sostantivali. Essi designano rispettivamente l’<hi rend="it">Ausgangs-<lb/>punkt</hi> dell’operazione logica, e l’operazione stessa: a fornirne la più efficace<lb/>formalizzazione prearistotelica è proprio la «nuova» scienza<note xml:id="ftn6" place="foot" n="5">La novità della scienza ippocratica consiste essenzialmente nel vigoroso rifiuto di sche­<lb/>mi arcaici, appannaggio di civiltà teocratiche orientali, e delle connesse pratiche mediche magi-<lb/>co-religiose: significativamente esercitate da sacerdoti, fondate sulla superstizione. Di queste,<lb/>nuovi, inattesi barbagli coincidono con l’epoca del presunto ma verosimile arrivo di Ippocrate<lb/>ad Atene (testimoniato da Plinio XXX 10, e presupposto da Plat.<hi rend="it"> Phaedr.</hi> 270c et<hi rend="it"> Prot.</hi> 311b)<lb/>intorno al 430 a.C., con il primo insorgere della peste, dunque. Tucidide notoriamente registra<lb/>il rifiorire, in quella occasione, della medicina magica, in seguito (420 a.C.) rinfocolato dall’in-<lb/>troduzione del culto di Asclepio nella stessa città. La nuova medicina, laica e razionale, reagisce<lb/>contro tali pratiche mistificatorie con un intero e rilevante trattato, il<hi rend="it"> De morbo sacro</hi>, inteso a<lb/>negare il punto cardine della terapia magica, il supposto intervento divino nelle affezioni<lb/>dell’uomo.</note>, la medicina<lb/><pb n="155" facs="LP5_155.jpg"/>ippocratica. Seguendo la evoluzione semantica dei due lessemi nelle loro coor-<lb/>dinate storico-concettuali, vale a dire nella cultura greca da Omero ad Ari-<lb/>stotele, ma preminentemente nel<hi rend="it"> Corpus Hippocraticum </hi>(<hi rend="it">CH</hi>), emergono prezio-<lb/>se indicazioni a proposito dell’origine e dello sviluppo del procedere logico,<lb/>dopo quella «nascita dell’intelletto» che il primo canto dell’<hi rend="it">Iliade</hi> aveva sor-<lb/>prendentemente anticipato.</p>
         <p><hi rend="smcap">L’uso di</hi> σημεῖον / σημαίνειν</p>
         <p>Il sostantivo costituisce in genere colloquiale variante, più frequente in<lb/>prosa, della forma omerica σῆμα, da cui ha origine l’intero sistema nominale e<lb/>verbale. Esso non è testimoniato prima di Eschilo, equivale a σῆμα in tutti i<lb/>sensi, non però in quello di «segnale» funerario (quindi «tomba»). Con questo<lb/>significato, il termine σῆμα, altrimenti poetico (epico, lirico, tragico), è attesta-<lb/>to in Erodoto, Tucidide, Platone. Significa «tutto ciò che costituisce un segno,<lb/>un segnale, una marcatura, un segno di riconoscimento, un segno inviato dagli<lb/>dei, emblema di uno scudo, ciò che indica la presenza di un morto,<hi rend="it"> tumulus</hi>,<lb/>monumento funerario» (P. Chantraine,<hi rend="it"> Dict. étym. langue grecque</hi>, s.v.): cf. Hom.<lb/>Κ 466 δέελον δ᾽ ἐπὶ σῆμα τ᾽ ἔθηκε<note xml:id="ftn7" place="foot" n="6">	«Vi pose sopra un segnale evidente». Il passo testimonia dell’uso funerario del termi-<lb/>ne: il σῆμα («trofeo») in questione, finalizzato all’identificare il punto esatto al momento del<lb/>ritorno, è infatti segno distintivo delle spoglie di Dolone.</note>, ed in particolare Ψ 326 σῆμα δέ τοι ἐρέω <lb/>μάλ᾽ ἀριφραδές, οὐδέ σε λήσει<note xml:id="ftn8" place="foot" n="7">«Ti dirò un segno affatto chiaro, e non ti sfuggirà». Poco oltre, ipoteticamente si pro-<lb/>pone ἤ τευ σῆμα βροτοῖο πάλαι κατατεθνηῶτος («Forse tomba di un uomo morto da lungo tem-<lb/>po»).</note>. La valenza primaria sembra, tuttavia, quella<lb/>attestata in Ψ 842s. ἔρριψε μέγας ... Αἴας, ... καὶ ὑπέρβαλε σήματα πάντων<lb/><note xml:id="ftn9" place="foot" n="8">«Lanciò il grande Aiace, ed oltrepassò i contrassegni di tutti».</note> (cf. θ 192): ove σῆμα denota il contrassegno della distanza cui si lancia un<lb/>disco di metallo.</p>
         <p>Nelle ulteriori caratterizzazioni, centrale risulta la nozione di «segno»<hi rend="it"> tout<lb/>court</hi>; in σῆμα, peculiare sarà la caratura aulica, la patente arcaicità, mentre lo<lb/>sviluppo semantico ruoterà attorno ai derivati σημεῖον e σημαίνειν. Il verbo (su<lb/>cui cf. n. 61) è già omerico, il sostantivo farà la sua comparsa solo nel V seco-<lb/>lo: di entrambi, la collocazione semasiologica è agevole, analoga a quella evi-<lb/><pb n="156" facs="LP5_156.jpg"/>denziata per σῆμα, ne conferma la ridotta peculiarità in ambito prescientifico.<lb/>Alcune testimonianze possono risultare significative, cf. Aesch.<hi rend="it"> Suppl.</hi> 506 κλά-<lb/>δους μὲν αὐτοῦ λείπε, σημεῖον πόνου<note xml:id="ftn10" place="foot" n="9">«Lascia lì i rami, segno d’affanno».</note>. Ma rilevante è il ν. 218 ὁρῶ τρίαιναν<lb/>τήνδε, σημεῖον qeou'<note xml:id="ftn11" place="foot" n="10">«Ecco, vedo il tridente, simbolo di un dio».</note> (la prima attestazione, sembra, del lessema), nel quale<lb/>primordialmente si intravedono le potenzialità, in seguito poste consapevol-<lb/>mente in atto, di quel procedere indiziario, per cui dal tridente (che qui è non<lb/>solo «segno», ma «simbolo») si risale, con rudimentale induzione, al dio con<lb/>esso in relazione. Si veda ancora<hi rend="it"> Ag.</hi> 1355, nonché Herodot. II 38,2, II 41,4 τὸ<lb/>κέρας τὸ ἕτερον ἢ καὶ ἀμφότερα ὑπερέχοντα σημείου εἵνεκεν<note xml:id="ftn12" place="foot" n="11">«Con uno dei corni, o anche entrambi, che sporgono da terra in funzione di segnale»<lb/>(della presenza dei buoi sepolti).</note>. Più consapevole<lb/>si rivela, non a caso, Sofocle, soprattutto in<hi rend="it"> Edipo Re</hi> ed<hi rend="it"> Elettra</hi>, opere (la prima<lb/>in particolar modo), significativamente connesse al rovello intellettuale, e cul-<lb/>turale in genere, dell’ultimo trentennio del V secolo. Alla struttura (basilare<lb/>per la scienza ippocratica) «dato oggettivo → inferenza logica → verifica» (la<lb/>cui ultima fase è spesso introdotta dal sintagma σημεῖον dev vel simm.<note xml:id="ftn13" place="foot" n="12">L’espressione σημεῖον δέ è ricorrente anche nell’oratoria, per introdurre le prove di<lb/>anticipate conclusioni, cf. e.g. Isocr. IV 86 et 107, Demosth. XXI 149, et al.</note>) va<lb/>ricondotto il φανῶ δέ σοι σημεῖα τῶνδε<note xml:id="ftn14" place="foot" n="13">«Te ne offrirò la prova».</note> di<hi rend="it"> OR</hi> 710. La frase, orgo-<lb/>gliosamente pronunciata da Giocasta, è intesa a dimostrare la precedente affer-<lb/>mazione, secondo cui «non c’è mortale dotato di<hi rend="it"> ars divinandi</hi>» (v. 709). La regi-<lb/>na interessatamente esprimeva il proprio scetticismo per le capacità di Calcan-<lb/>te. Ella otterrà l’effetto opposto, la dimostrazione (ed il correlato σημεῖον) si<lb/>riveleranno fallaci, introducendo la καταστροφή della tragedia, la finale consa-<lb/>pevolezza che Edipo avrà del proprio ed atroce misfatto. Il lessema assurge<lb/>dunque a più specifica funzione, analogamente a quanto avverrà in <hi rend="it">El.</hi> 23s. ᾥς<lb/>μοι σαφῆ σημεῖα φαίνεις, ἐσθλὸς εἰς ἡμᾶς γεγώς<note xml:id="ftn15" place="foot" n="14">«Quali segni evidenti mi mostri della tua innata fedeltà verso di noi!».</note>, e nel rilevante<lb/>(ν. 885s.) ἐγὼ μὲν... σαφῆ σημεῖ᾽ ἰδοῦσα τῷδε πιστεύω λόγῳ <note xml:id="ftn16" place="foot" n="15">«Io ho visto segni evidenti: queste sono le parole in cui ho fiducia».</note>. II σημεῖον<lb/> è divenuto razionale indizio sull’altro da sé, solo talvolta probante; di<lb/>esso è d’obbligo chiarire (σαφῆ) il grado di un’attendibilità, di per sé non<lb/>implicita nel termine<note xml:id="ftn17" place="foot" n="16">Sulla potenziale fall
acia del σημεῖον (contrapposto in ciò al τεκμήριον), cf. infra,<lb/>pp. 7ss., quanto segnalato a proposito di Aristotele.</note>. Di gran lunga più rilevante si rivela, tuttavia, ancora<lb/>nell’<hi rend="it">Edipo Re</hi>, l’edipica fermezza espressa in due versi (1058s.), che sembrereb-<lb/>bero il manifesto di un (ottimistico) illuminismo<hi rend="it"> avant la lettre</hi>:</p>
         <p><pb n="157" facs="LP5_157.jpg"/>οὐκ ἂν γένοιτο τοῦθ᾽, ὅπως ἐγὼ λαβὼν</p>
         <p>σημεῖα τοιαῦτ᾽ οὐ φανῶ τοὐμὸν γένος<note xml:id="ftn18" place="foot" n="17">«Non accada che io, sulla base di tali indizi, non scopra la mia origine».</note>.</p>
         <p>Ciò è detto dell’assillante desiderio di conoscenza di Edipo, rivela nel σημεῖον<lb/> il fondamento di una razionale indagine e della connessa scoperta, quali la<lb/>nuova scienza andava proclamando. La modalità di siffatto processo conosciti-<lb/>vo è indicata dal successivo v. 1065: οὐκ ἂν πιθοίμην μὴ οὐ τάδ᾽ ἐκμαθεῖν<lb/>σαφῶς<note xml:id="ftn19" place="foot" n="18">«Non mi farei convincere a non sviscerarlo con esattezza».</note>, che con ἐκμαθεῖν evidenzia il suo carattere induttivo, significato<lb/>dall’ἐκ- preverbo<note xml:id="ftn20" place="foot" n="19">II preverbo ἐκ- conferisce analoga connotazione induttivo-deduttiva (o più generica-<lb/>mente ablativa) a numerosi verbi dal carattere «intellettuale», principalmente nell’uso ippocrati-<lb/>co: significativi sono ad esempio ἐκλογίζεσθαι, ἐξευρίσκειν, ἐκμανθάνειν, ἐκδιηγεῖσθαι (probabile<lb/>neoformazione ippocratica).</note>. L’uso euripideo raramente si distacca da quello più<lb/>comune (cf.<hi rend="it"> Phoen.</hi> 1332, fr. 382 N.), lo stesso Aristofane non sembra interes-<lb/>sato ad appropriarsi del lessema nella sua nuova «dignità», se non nella inten-<lb/>zionale parodia di<hi rend="it"> Nub.</hi> 369, di cui infra (p. 10). Con la storiografia tucididea,<lb/>il σημεῖον viene assunto a strumento logico (come già nel cit.<hi rend="it"> OR</hi> 1059), rag-<lb/>giunge evidente peculiarità. Né sempre, ché parallelamente continua a coesi-<lb/>stere altra e differente connotazione, secondo cui il lessema, come ancora in<lb/>Erodoto, denota le «insegne» militari (e.g. I 49, III 22, 8) ο navali (VI 31, 3),<lb/>ove primario è il carattere distintivo, a livello elementare. In relazione all’uso<lb/>ippocratico, invece, sintomatico si rivela Thuc. VI 2 σημεῖον δ᾽ ἐστὶ κτλ., in cui<lb/>è ancora, come già in Sofocle (<hi rend="it">OR</hi> 710 cit.) e principalmente in Ippocrate,<lb/>l’uso «argomentativo» del termine: ma soprattutto I 10, di metodologico rilie-<lb/>vo. A principio guida della ἀρχαιολογία Tucidide ha infatti elevato, nel<hi rend="it"> Proemio</hi>,<lb/>il nuovo procedere per mezzo di τεκμήρια, sottolineando (I 2), che seppur<lb/>impossibile una conoscenza certa del passato più remoto, una indagine fondata<lb/>su procedimenti «indiziari» (e quindi induttivi) avrebbe dato risultati soddisfa-<lb/>centi:</p>
         <p>τὰ γὰρ πρὸ αὐτῶν καὶ τὰ ἔτι παλαίτερα σαφῶς μὲν εὐρεῖν διὰ χρό-<lb/>νου πλῆθος ἀδύνατον ἦν, ἐκ δὲ τεκμηρίων ὧν ἐπὶ μακρότατον<lb/>σκοποῦντί μοι πιστεῦσαι ξυμβαίνει, νομίζω κτλ.<note xml:id="ftn21" place="foot" n="20">«I fatti precedenti a questi, e quelli ancora più antichi, era impossibile scoprirli con<lb/>esattezza, a causa del lungo tempo trascorso, ma sulla base degli indizi in cui posso confidare a<lb/>seguito di un’indagine la più estesa possibile, ritengo etc.».</note>.</p>
         <p>Poco oltre (I 10), è l’ἀκριβὲς σημεῖον a svolgere ruolo analogo, a costituirsi<lb/>quale unico fondamento di una corretta conclusione logica:</p>
         <p><pb n="158" facs="LP5_158.jpg"/>καὶ ὅτι μὲν Μυκῆναι μικρὸν ἦν, ἢ ἔι τῶν τότε πόλισμα νῦν μὴ ἀξιόχρεων<lb/>δοκεῖ εἶναι οὐκ ἀκριβεῖ ἄν τις σημείῳ χρώμενος ἀπιστοίη μὴ<lb/>γενέσθαι τὸν στόλον τοσοῦτον ὅσον οἵ τε ποιηταὶ εἰρήκασι καὶ ὁ λόγος<lb/> κατέχει<note xml:id="ftn22" place="foot" n="21">«E il fatto che Micene fosse piccola, o che qualcuna delle città di allora non appaia<lb/>ora degna di considerazione, non sarebbe indizio valido perché si dubiti del fatto che la spedi-<lb/>zione fosse così grande come i poeti narrarono, e l’opinione comune accoglie».</note>.</p>
         <p>Individuare dunque un indizio sicuro, adeguatamente servirsene per ricostru-<lb/>zioni storiche, che abbiano carattere scientifico: a sancire una sdegnosa dicoto-<lb/>mia con altrui e pregresse approssimazioni. Allo stesso tempo Tucidide mette<lb/>in guardia da eventuali abusi di tale metodo, consiglia di non trarre errate<lb/>conclusioni in base alle dimensioni di Micene. In proposito H. Diller (<hi rend="it">ΟΨΙΣ<lb/> ΑΔΗΛΩΝ ΤΑ ΦΑΙΝΟΜΕΝΑ</hi>, «Hermes» 1XVII (1932) 14-42) opportunamente<lb/>segnalava, che «il monito contro l’abuso del metodo mostra quanto saldamen-<lb/>te esso fosse già radicato nel pensiero di Tucidide». Poco oltre, emblematica-<lb/>mente viene ribadita identica concezione. In I 21, infatti, con tono polemico<lb/>quanto esplicito, l’A. enuncia ancora una volta la propria e superiore metodo-<lb/>logia, palesemente mediata dalla nuova scienza: essa contiene,<hi rend="it"> in nuce</hi>, gli ele-<lb/>menti della futura formalizzazione aristotelica. Tucidide argomenta, in proprio<lb/>favore, che:</p>
         <p>ἐκ δὲ τῶν εἰρημένων τεκμηρίων ὅμως τοιαῦτα ἄν τις νομίζων μάλιστα<lb/>ἃ διῆλθον οὐχ ἁμαρτάνοι<note xml:id="ftn23" place="foot" n="22">«Ciononostante, non sbaglierebbe chi giudicasse, sulla base degli indizi suddetti, tali<lb/>fatti all’incirca nel modo in cui io li ho esaminati».</note>.</p>
         <p>Scarsa fiducia, prosegue, si può attribuire agli abbellimenti dei poeti, agli stessi<lb/>logografi, intesi a dilettare l’uditorio piuttosto che a ricercare il vero. Del<lb/>resto, ὄντα ἀνεξέλεγκτα καὶ τὰ πολλὰ ὑπὸ χρόνου αὐτῶν ἀπίστως ἐπὶ τὸ<lb/>μυθῶδες ἐκνενικηκότα, ηὑρέσθαι δὲ ἡγησάμενος ἐκ τῶν ἐπιφανε-<lb/>στάτων σημείων ὡς παλαιὰ εἶναι ἀποχρώντως<note xml:id="ftn24" place="foot" n="23">«Trattandosi di eventi non controllabili e per lo più, dato il tempo passato, non degni<lb/>di fede, in quanto viziati da elementi leggendari (non sbaglierebbe) chi ritenesse che io, sulla<lb/>base di indizi evidentissimi, ho compiuto indagini sufficienti, data l’arcaicità dei fatti».</note>. La polemica va oltre<lb/>poeti e logografi espressamente ricordati, elegantemente investe il μυθῶδες, già<lb/>erodoteo, l’ἀκρόασις. Ad esso associata nel successivo e notorio I 22,4: ἐς μὲν<lb/>ἀκρόασιν ἴσως τὸ μὴ μυθῶδες αὐτῶν ἀτερπέστερον φανεῖται ὅσοι δὲ<lb/>βουλήσονται ... τῶν τε γενομένων τὸ σαφὲς σκοπεῖν<note xml:id="ftn25" place="foot" n="24">«Per l’uditorio, probabilmente, l’assenza di elementi leggendari si rivelerà meno gra-<lb/>devole : ma quanti vorranno indagare con sicurezza riguardo al passato, etc. ».</note>. Lo κτῆμα ἐς αἰεί,<lb/>cui ambisce l’opera tucididea, si fonda sull’εὑρεῖν ἐκ σημείων, su un metodo<lb/><pb n="159" facs="LP5_159.jpg"/>semiotico, che la medicina aveva già elevato a sistema<note xml:id="ftn26" place="foot" n="25">II σημεῖον riveste particolare importanza nelle occasioni in cui è più vicino al<hi rend="it"> terminus<lb/>technicus</hi> τεκμήριον, fondamento (di perfetta attendibilità) della congettura razionale. Lo stesso<lb/>σημαίνειν si rivela, a volte, surrogato del più pregnante τεκμαίρεσθαι: in proposito, cf. B. Marzul-<lb/>lo («MCr» XIX-XX (1985) 281ss., soprattutto p. 284 n. 26), che richiama Hesych. τ 378 τεκμαί-<lb/>ρομαι ... σημειώσομαι riferito tuttavia al peculiare Soph.<hi rend="it"> OR</hi> 916, e lo schol. ad l. τεκμαίρεται·<lb/>ἀντὶ τοῦ σημειοῦται. Di Esichio è da ricordare ancora τ 382 τεκμήριον: σημεῖον ἀληθές, che con-<lb/>ferma il carattere glossematico del lessema.</note>. In ambito filosofico<lb/>(«presocratico»), l’uso non sembra rivestire particolare rilievo. Diogene di<lb/>Apollonia fornisce, tuttavia, significativa testimonianza di un ormai consolida-<lb/>to carattere argomentativo, ἀποδείκτικος si direbbe, dell’emblematico lessema,<lb/>cf. fr. 4 DK ἔτι δὲ πρὸς τούτοις καὶ τάδε μεγάλα σημεῖα<note xml:id="ftn27" place="foot" n="26">«Oltre a ciò vi sono anche queste prove importanti».</note> (cf. Aristoph.<hi rend="it"> Nub.<lb/></hi>369, che ne offre significativa parodia), per introdurre prove ulteriori della<lb/>propria dottrina pneumatica. Anche prima della sistematizzazione aristotelica,<lb/>si registrano tentativi di individuare le specifiche differenze tra due termini<lb/>(σημεῖον e τεκμήριον) a volte concorrenziali, per quanto nella sostanza diversi.<lb/>Spicca la acuta affermazione del retore Antifonte (fr. 72 Bl.), secondo cui τὰ<lb/>μὲν παροιχόμενα σημείοις πιστοῦσθαι, τὰ δὲ μέλλοντα τεκμηρίοις<note xml:id="ftn28" place="foot" n="27">«Riguardo al passato bisogna aver fede nei σημεῖα, riguardo al futuro nei τεκμήρια».</note> (ripresa da<lb/>Ammonio, ρ. 127 Valck.): il tentativo è apparso «sofistico», è stato ricondotto<lb/>all’interesse sinonimico di Prodico, come suggerisce Nestle (<hi rend="it">Vom Mythos zum<lb/>Logos</hi>, Stuttgart 
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0 p. 390). Nonostante la eccessiva genericità dell’enunciato<lb/>(anche il σημεῖον poteva riferirsi al futuro, già in Aesch.<hi rend="it"> Ag.</hi> 1355, nella basica<lb/>tendenza a sovrapporsi semanticamente al τεκμήριον, cf. infra), esso sembra<lb/>cogliere, almeno in parte, nel segno. Il τεκμήριον va oltre il σημεῖον in quanto<lb/>è sì, come questo, indizio sull’altro da sé, ma, orientato rigorosamente verso il<lb/>futuro (τὰ μέλλοντα )<note xml:id="ftn29" place="foot" n="28">II sintagma τὰ μέλλοντα + inf. fut. indica «ciò che razionalmente c’è da aspettarsi»,<lb/>differenziandosi dall’oggettivamente inespressivo τὰ ἐσόμενα. Con esso «si esprime non la ogget-<lb/>tiva struttura del futuro, ma un suo particolare significato, quale scaturisce da una angolazione<lb/>prospettica, soggettiva. [...] La perifrasi [...] esprime l’attendibile frutto di una deduzione»<lb/>(così B. Marzullo, «MCr» XXI-XXII (1986-87) 216).</note>, inaugura la congettura, in ultima istanza quella infe-<lb/>renza, peculiare nella dottrina logica di Aristotele. Egli assumerà il τεκμήριον<lb/> come premessa del sillogismo di prima figura, dotato di un maggior grado di<lb/>probabilità, mentre il σημεῖον resta il «segno» che caratterizza gli entimemi, ed<lb/>ha pertanto valore non più che probabilistico, con conseguenze ipotetiche e<lb/>malsicure. Non era così, tuttavia, in Ippocrate, né altrove nella stessa filosofia<lb/>dello Stagirita, al di fuori di<hi rend="it"> Rhetorica</hi> ed<hi rend="it"> Analitica Priora</hi>: Aristotele canonizza<lb/>ed inserisce in un sistema logico finalmente rigoroso le nozioni espresse dai<lb/>due lessemi, in una trattazione, che meriterebbe separata analisi. Qui non si<lb/><pb n="160" facs="LP5_160.jpg"/>può che ricordarne a grandi linee gli sviluppi fondamentali, sottolineando che<lb/>loro verosimile premessa era anche l’uso che dei termini in questione aveva<lb/>fatto la terminologia medica, ed ippocratica in particolare. Aristotele ne radi-<lb/>calizza, da un punto di vista logico, le conseguenze, ne delinea teoricamente i<lb/>confini, schematizzandoli<note xml:id="ftn30" place="foot" n="29">L’argomentazione aristotelica si sviluppa sia nella<hi rend="it"> Rhetorica</hi> sia negli<hi rend="it"> Analytica Priora</hi>: in<lb/>quest’ultima opera, tuttavia, la trattazione si fa decisamente più specialistica, in definitiva meno<lb/>chiara, riferendosi dettagliatamente alla struttura del sillogismo. Per questa, sarà necessario far<lb/>ricorso ad opere specifiche: ai nostri fini, risulta sufficientemente indicativa un’analisi del I e II<lb/>libro della<hi rend="it"> Rhetorica</hi>, dove l’ambito generale permette all’Autore categorizzazioni più ampie, dun-<lb/>que più facilmente comprensibili e riferibili anche ad altre situazioni. Altrove, tuttavia, l’uso che<lb/>Aristotele fa dei termini σημεῖον e τεκμήριον non è così nettamente definito: le distinzioni tra i<lb/>due sostantivi sono meno percepibili, l’uso è per così dire «fluido», e coinvolge anche l’omologo<lb/>μαρτύριον. Cf. in proposito J. M. Le Blond,<hi rend="it"> Logique et méthode chez Aristote</hi>, Paris 1973 (1939<hi rend="sup">1</hi>), 241:<lb/>va ricordato, da ultimo, G. Manetti,<hi rend="it"> Le teorie del segno nell’antichità classica</hi>, Milano 1987, cap. 5<lb/>passim, in particolare p. 248 n. 13.</note>. Il σημεῖον viene definito come segno non neces-<lb/>sario (μὴ ἀναγκαῖον) e confutabile (λυτόν), mentre il τεκμήριον rivela caratteri-<lb/>stiche opposte di necessità ed inconfutabilità, assurgendo ad elemento sicuro,<lb/>«prova» rigorosa. Emblematica è in proposito<hi rend="it"> Rhet.</hi> 1357b 3:</p>
         <p>τούτων (sc. τῶν σημείων) δὲ τὸ μὲν ἀναγκαῖον τεκμήριον, τὸ δὲ<lb/>μὴ ἀναγκαῖον ἀνώνυμόν ἐστι κατὰ τὴν διαφοράν. ἀναγκαῖα μὲν<lb/>οὖν λέξω ἐξ ὧν γίνεται συλλογισμός διὸ καὶ τεκμήριον τὸ<lb/>τοιούτων τῶν σημείων ἐστίν. ὅταν γὰρ μὴ ἐνδέχεσθαι οἴωνται<lb/>λῦσαι τὸ λεχθέν, τότε φέρειν οἴονται τεκμήριον ὡς δεδειγμένον καὶ<lb/>πεπερασμένον<note xml:id="ftn31" place="foot" n="30">«Di tali segni, quello necessario è il τεκμήριον, quello non necessario non ha un nome<lb/>che ne esprima la differenza. Definirò necessari quelli dai quali deriva un sillogismo. Perciò un<lb/>simile segno è anche un τεκμήριον: infatti, quando si ritiene che non è possibile confutare un<lb/>enunciato, allora si pensa di fornire un τεκμήριον, in quanto elemento dimostrato e compiuto».</note>.</p>
         <p>Qui il τεκμήριον, considerato quale particolare categoria del più generale con-<lb/>cetto di σημεῖον, assume il valore di «segno probante». Più avanti (b 13), e con<lb/>maggior precisione: τοῦτο μὲν οὖν σημεῖον, λυτὸν δὲ κἂν ἀληθὲς ᾖ τὸ<lb/>εἰρημένον· ἀσυλλόγιστον γάρ· ... τεκμήριον μόνον ... ἄλυτόν ἐστιν<note xml:id="ftn32" place="foot" n="31">«Questo dunque è un σημεῖον, ma è confutabile anche quando l’enunciato sia vero,<lb/>poiché è asillogistico; soltanto il τεκμήριον è inconfutabile».</note>.<lb/> Egli insiste in 1403a 2-4 λύεται δὲ καὶ τὰ σημεῖα καὶ τὰ διὰ<lb/> σημείου ἐνθυμήματα ...· ὅτι γὰρ ἀσυλλόγιστόν ἐστιν πᾶν<lb/>σημεῖον δῆλον ἡμῖν ἐκ τῶν ἀναλυτικῶν<note xml:id="ftn33" place="foot" n="32">«Si confutano sia i σημεῖα sia gli entimemi basati sul σημεῖον: che infatti ogni σημεῖον<lb/>è asillogistico, ci è chiaro dagli<hi rend="it"> Analytica</hi>». Cf. inoltre<hi rend="it"> Anal. Pr.</hi> 70a 2-b6, e l’intera analisi aristo-<lb/>telica dei lessemi.</note> II «segno» diventa strumento<lb/><pb n="161" facs="LP5_161.jpg"/>gnoseologico per eccellenza, permette al soggetto della conoscenza di stabilire<lb/>nessi (causali) tra i dati oggettivi, anche a livelli diversi della stratificazione<lb/>cronologica. Ciò anche, e soprattutto, nella «semeiotica» medica, nella quale<lb/>ha, come in Aristotele, valore epistemologico preponderante lo stesso tekmaiv-<lb/>resqai, rispetto all’assai più diffuso (e generico) σημεῖον. Le cui occorrenze,<lb/>nell’intero<hi rend="it"> CH</hi>, sono 260: 49 nelle opere qui prese in considerazione, tra le<lb/>quali spicca il<hi rend="it"> Prognostico</hi> (33x). Nel cui tessuto linguistico il lessema ripetuta-<lb/>mente si innesta, fino a rappresentarne uno degli elementi costitutivi. Né<lb/>casualmente, se il σημεῖον (nonostante la ricordata affermazione antifontea) è<lb/>«segno prognostico» per eccellenza, rispetto all’inconfutabile τεκμήριον, segno<lb/>probante. Nella sua acuta e suggestiva indagine (cit., pp. 22-26), lo stesso Dil-<lb/>ler conclude che nel V secolo τεκμήριον «viene in sostanza utilizzato solo per<lb/>quegli indizi, che confermano una tesi già concepita», mentre σημεῖον<lb/> è inteso a denotare anche quei segni, che «per la prima volta conducono alla<lb/>tesi»: un rapporto oppositivo, dunque. In genere, i segni che conducono alla<lb/>prognosi, si direbbero σημεῖα, quelli che ne forniscono la verifica, conferman-<lb/>dola, τεκμήρια. Anche nel cosiddetto λόγος περὶ τεκμηρίου καὶ σημείου, cui<lb/>Galeno fa riferimento nel commento al<hi rend="it"> De victu acutorum</hi> (XV p. 420 Kühn, che<lb/>Helmreich, diversamente da Diller, considerava opera perduta dello stesso<lb/>Galeno), si accennava ad una analoga distinzione. In proposito si può osserva-<lb/>re (ancora con Diller), come la differenza tra le diverse categorie di indizi in<lb/>questione vada individuata anche nel fatto che gli uni (i τεκμήρια) si riferisco-<lb/>no ai dati oggettivi sulla base della consequenzialità logica, gli altri si fondano<lb/>invece sull’osservazione empirica: parallelamente, il τεκμήριον è ritenuto in<lb/>grado di inferire conclusioni necessarie, il σημεῖον non più che probabili. Ma è<lb/>proprio uno schema probabilistico, a contraddistinguere la logica medica (che<lb/>si dichiara induttiva)<note xml:id="ftn34" place="foot" n="33">
               <p>Cf. in proposito V. Di Benedetto,<hi rend="it"> Tendenza e probabilità nell’antica medicina greca</hi>, «Crit.<lb/>Stor.» 1966, 315-368. Per una rapida analisi della nozione espressa da σημεῖον e τεκμήριον in<lb/>alcune delle opere più «tecniche» del<hi rend="it"> Corpus</hi>, cf. Id.,<hi rend="it"> Il medico e la malattia</hi>, Torino 1986, 97ss.</p>
         </note>. Ciò giustifica l’importanza assunta dal σημεῖον: che<lb/>in Ippocrate esprime sia la nozione di «segno», sia quella di «sintomo»<note xml:id="ftn35" place="foot" n="34">In Ippocrate, comprensibilmente, appare non ancora costante e rigorosa quella distin-<lb/>zione tra le due nozioni di «segno» e di «sintomo», che sarà conquista della medicina moderna.<lb/>Nella quale, il segno esprimerebbe «ogni alterazione<hi rend="it"> obbiettiva</hi> manifestata dal paziente», oggetti-<lb/>vamente rilevabile, dunque, in questo. Il sintomo, invece, indicherebbe «ogni sensazione<hi rend="it"> soggetti-<lb/>va</hi> avvertita dal paziente» (così N. Dioguardi – G. P. Sanna,<hi rend="it"> Moderni aspetti di semeiotica medica</hi>,<lb/>Milano 1976<hi rend="sup">2</hi>, 2). Sarà tuttavia opportuno sottolineare, come, anche per quel che concerne i<lb/>sintomi, il rilievo assunto dall’aspetto «soggettivo» vada comunque ricondotto all’intervento del<lb/>medico: tramite il quale soltanto, i dati, dei quali il paziente può avere ο meno consapevolezza,<lb/>possono divenire significativi sull’altro da sé. Se dunque il «segno» si presenta quale caratteristi-<lb/>ca<hi rend="it"> direttamente</hi> verificabile dell’oggetto, il «sintomo» andrà considerato come ciò che<hi rend="it"> indirettamente</hi><lb/>si configura all’attenzione del medico, il cui intervento consente di elevare segni e sintomi ad<lb/>indizi, in grado di costituire un fondamento per l’inferenza. L’interazione di segni e sintomi<lb/>(dunque di medico e paziente) dà luogo, per i citati Autori, alla «sindrome». Nel<hi rend="it"> CH</hi>, il termine<lb/>σημεῖον sembra implicare entrambe le valenze, a differenza del τεκμήριον che si configura piutto-<lb/>sto come «indizio», oltreché come «prova». Nelle traduzioni proposte, il concetto di «segno» è<lb/>stato considerato più generico e comprensivo, implicante, spesso, anche quello di «sintomo»:<lb/>entrambi vanno ritenuti, per lo più, compresenti.</note>.</p>
         <p><pb n="162" facs="LP5_162.jpg"/>Non sempre, tuttavia, la distinzione tra σημεῖον e τεκμήριον è netta. Tal-<lb/>volta, σημεῖον significa anche mezzo logico, come emblematicamente indica<lb/>Hippocr.<hi rend="it"> Prorrh. II</hi> 1,21:</p>
         <p>ἐγὼ δὲ τοιαῦτα μὲν οὐ μαντεύσομαι, σημεῖα δὲ γράφω οἷσι χρὴ<lb/>τεκμαίρεσθαι τούς τε ὑγιέας ἐσομένους κτλ.<note xml:id="ftn36" place="foot" n="35">«Io non trarrò tali conclusioni per divinazione, ma espongo i fondamenti sulla base<lb/>dei quali si deve inferire chi guarirà etc.».</note>.</p>
         <p>Ove a fondamento della congettura, della inferenza logica, sono assunti pro-<lb/>prio i σημεῖα, per testimoniare una connessione più che implicita. Lo stesso<lb/><hi rend="it">Prognostico</hi>, su cui il passo citato è certo esemplato, ne fornisce, come vedremo,<lb/>sintomatica dimostrazione.</p>
         <p>La consapevolezza dell’importanza epistemologica del σημεῖον, la sua con-<lb/>nessione con il τεκμήριον, è confermata dalla parodia aristofanea di<hi rend="it"> Nub.</hi> 369ss.<lb/>(del 423 a.C.), che già Diller pose in relazione con Hippocr.<hi rend="it"> MSac.</hi> V 16ss., e,<lb/>concettualmente, con<hi rend="it"> Aër</hi> XXII (soprattutto 40ss.). Ippocrate vuol dimostrare<lb/>che il cosiddetto «Morbo Sacro» tale non è (altrimenti colpirebbe tutti, indi-<lb/>stintamente, e non solo alcune categorie di potenziali malati), considera quindi<lb/>siffatto argomentare un μέγα τεκμήριον. Allo stesso modo Aristofane si accinge<lb/>a negare (per bocca di Socrate!) la esistenza di Zeus, sostenendo che se fosse il<lb/>dio a provocare la pioggia, invece delle nuvole (novelle «divinità» del raziona-<lb/>lismo), essa cadrebbe anche a ciel sereno. Ciò non avviene, dunque le nuvole<lb/>se ne dimostrano unica causa: conclusione, questa, introdotta da un emblema-<lb/>tico e tutt’altro che casuale μεγάλοις δὲ σ᾽ ἐγὼ σημείοις αὐτὸ (sc. ὅτι οὐκ ἔστι<lb/> Ζεύς) διδάξω<note xml:id="ftn37" place="foot" n="36">«Te lo spiegherò con argomenti efficaci».</note>. Il ragionamento, in entrambi i casi, si sviluppa secondo la<lb/>logica di quello che da Aristotele sarà formalizzato come<hi rend="it"> modus tollens</hi>, secondo<lb/>cui «se<hi rend="it"> a</hi>, allora<hi rend="it"> b</hi>, dunque se non-<hi rend="it">a</hi>, allora non-<hi rend="it">b</hi>»<note xml:id="ftn38" place="foot" n="37">Cf. al riguardo anche G. Manetti, cit., 64.</note>. Ribadisce il nesso con la<lb/>emergente cultura illuministica la successiva attribuzione, quale causa dei tuo-<lb/>ni, all'αἰθέριος Δῖνος, di anassagorea memoria (riproposto come attuale, sem-<lb/>bra, da Diogene di Apollonia e da Antifonte): ormai ludicramente personifica-<lb/>to, deificato buffonescamente.</p>
         <p><pb n="163" facs="LP5_163.jpg"/>Per siffatto codice gnoseologico, riflesso nell’opera letteraria di Aristofane<lb/>e di Tucidide, oltre che in ambito strettamente filosofico, paradigmatico è<lb/>l’uso ippocratico del lessema. Nella scienza medica, infatti, come sottolinea il<lb/>Vegetti (<hi rend="it">Ippocr.</hi>, Torino 1976<hi rend="sup">2</hi>, 49), momento centrale è l’assurgere del sempli-<lb/>ce ἕκαστον, originariamente irrelato, a σημεῖον, segno, indizio sull’altro da sé,<lb/>significando un nesso di consequenzialità logica, e successivamente a τεκ-<lb/>μήριον, la prova. Con un movimento logico<hi rend="it"> au rebours</hi>, questa chiude il cerchio,<lb/>permettendo la verifica della inferenza stessa, e la applicabilità su nuovi casi<lb/>singoli (ἕκαστα) ed analoghi, delle conclusioni raggiunte per via induttiva, con<lb/>un margine di sicurezza minore rispetto ad un procedere unicamente dedutti-<lb/>vo. Il sistema ippocratico è infatti probabilistico, in esso essendo applicata la<lb/>logica dell’οἱ πλεῖστοι, piuttosto che quella del πάντες<note xml:id="ftn39" place="foot" n="38">
               <p>Oltre a Di Benedetto cit., cf., per questo e per la concezione del segno nella medicina<lb/>greca, il recente, per quanto generico, G. Manetti, cit., 57-79, in particolare p. 75 per la struttura<lb/>probabilistica del<hi rend="it"> Corpus</hi>.</p>
            </note>. Peculiare, ed essen-<lb/>ziale innovazione, è l’inserimento del segno in una compiuta struttura logica di<lb/>riferimento. Esso «costituisce proprio il prodotto del ragionamento inferenzia-<lb/>le applicato alla ricorrenza dei fenomeni, i quali in tanto acquisiscono senso,<lb/>divenendo segni, in quanto sono riconducibili appunto al loghismós»<note xml:id="ftn40" place="foot" n="39">G. Manetti cit., 58.</note>, cioè<lb/>all’inferenza logico-concettuale (Vegetti).</p>
         <p>Si è già indicata nel<hi rend="it"> Prognostico</hi> la sede privilegiata del termine σημεῖον (e<lb/>del verbo σημαίνειν). Il trattato presenta, anche terminológicamente, un fitto<lb/>tessuto «semeiotico», si rivela illuminante, denota lucida quanto consapevole<lb/>familiarità con processi inferenziali, che si confermano premessa costitutiva<lb/>della τέχνη medica, della nuova scienza, non più primordialmente e solo ana-<lb/>logica.</p>
         <p>Tre sono i luoghi del<hi rend="it"> Prognostico</hi>, in cui paradigmaticamente manifesta è la<lb/>consapevolezza metodologica della struttura semiotico-inferenziale del proce-<lb/>dere scientifico: nel secondo e nell’ultimo capitolo, coerentemente con la evi-<lb/>dente<hi rend="it"> Ringstruktur</hi> del trattato. In II 13, a seguito della fondamentale e notoria<lb/>descrizione della<hi rend="it"> facies hippocratica</hi><note xml:id="ftn41" place="foot" n="40">Tale sintomatologia, per Diller (cit., 21), costituiva un esempio della originaria inter-<lb/>dipendenza tra «procedere semiotico ed analogico». Egli sottolineava, come la<hi rend="it"> facies hippocratica</hi><lb/>da un lato «indica la incombente morte del malato,... quindi dovrebbe denotare la morte»<lb/>(essendo dunque esempio del metodo semiotico indiziario), dall’altro «non è più una combina-<lb/>zione di segni, in base ai quali si riconosce la morte imminente, bensì l’immagine della morte<lb/>stessa, il volto che è più simile a quello di un morto». Su analogia e congettura, cf. infra, quanto<lb/>rilevato a proposito di τεκμαίρεσθαι, oltre a Diller, cit. Sembra opportuno, a questo punto, sotto-<lb/>lineare la differenza tra «semiotica» e «semeiotica» (termine quest’ultimo preferito dal Diller).<lb/>L’<hi rend="it">Oxf. Engl. Dict.</hi>, Suppl., s.v.<hi rend="it"> semeiotics</hi>, evidenzia soprattutto che il primo è variante morfologica<lb/>di quest’ultimo, «semiotica» essendo stato introdotto più di recente (ed utilizzato nel<lb/>senso moderno, «comunicazionale», per la prima volta da Ch. Peirce). Ciononostante, la diffe-<lb/>renza semantica, senza dubbio presente, consiste nel fatto che il termine «semeiotica» si pone<lb/>quale specializzazione di «semiotica», costituendo lo studio dei «segni» medici, il primo stadio<lb/>della diagnostica, dunque l’atto del rilevamento dei segni, dei sintomi e di tutti i dati riguardanti<lb/>una malattia, da collegare con le alterazioni che li determinano (cf. Dioguardi – Sanna cit.,<lb/>1s.). Da questa si distingue l’analisi delle varie manifestazioni espressive, dei segni di qualsiasi<lb/>tipo, soprattutto linguistici, sviluppatasi in epoca moderna, di tutti i sistemi comunicativi in<lb/>genere: su tale distinzione semasiologica, si soffermano Cortelazzo – Zolli,<hi rend="it"> Diz. etim. d. lingua<lb/>ital.</hi>, vol. V, 1178s.</note>, si consiglia una rinnovata indagine, qua-<lb/><pb n="164" facs="LP5_164.jpg"/>lora non sia ancora possibile τοῖσι ἄλλοισι σημείοισι συντεκμαίρε-<lb/>σθαι<note xml:id="ftn42" place="foot" n="41">«Fare congetture in connessione con gli ulteriori indizi».</note>, quanto dire formulare, su ulteriori basi indiziarie, conclusioni pro-<lb/>gnostiche raggiunte per via congetturale. Il discorso è più esplicitamente ripre-<lb/>so nella conclusione dell’opera, ove, nell’ambito di più generali enunciati<lb/>metodici, nuovamente si sostiene (XXV lss.): χρὴ δὲ τὸν μέλλοντα ὀρθῶς προ-<lb/>γινώσκειν τούς τε περιεσομένους καὶ τοὺς ἀποθανευμένους ... τὰ σημεῖα<lb/>ἐκμανθάνοντα πάντα δύνασθαι κρίνειν, ἐκλογιζόμενον τὰς δυνάμιας<lb/>κτλ.<note xml:id="ftn43" place="foot" n="42">«È necessario che chi intende fare una esatta prognosi riguardo ai malati che guari-<lb/>ranno e a quelli che periranno, sappia valutare, con un attento esame, tutti i sintomi, traendone<lb/>conclusione sull’efficacia etc.».</note>. II σημεῖον viene esplicitamente connotato, dunque, come segno pro-<lb/>gnostico, l’orientamento verso il futuro è specificamente dichiarato dal προ-<lb/>γινώσκειν (ove il  προ- esprime l’angolazione prospettica, cf. B. Marzullo,<lb/>«MCr» cit., 203 e 213s.) e dai connessi futuri: va sottolineato, inoltre, come i<lb/>composti ἐκ-μανθάνειν ed ἐκ-λογίζεσθαι denotino una proce
            dura razionale di<lb/>tipo logico-inferenziale, fondata induttivamente (cf. n. 19). Immediatamente<lb/>prima, una analoga istanza metodica era stata così formulata (XXIV 71): τοὺς<lb/> δέ περιεσομένους τε καὶ ἀπολλυμένους (v.l. ἀπολουμένους),<hi rend="it"> an recte?</hi>)<note xml:id="ftn44" place="foot" n="43">La<hi rend="it"> lectio</hi> accolta da Jones viene così giustificata in nota: «I take ἀπολλυμένους to be a<lb/>present with future sense». Ma è l’esplicito futuro ad esprimere adeguatamente tale orientamen-<lb/>to prospettico, come confermano il contiguo χρὴ δὲ τὸν μέλλοντα ὀρθῶς προγινώσκειν τούς τε<lb/>περιεσομένους καὶ τοὺς ἀποθανευμένους (XXV 1), ed analoghe espressioni (e.g. I 26<lb/>τοὺς ἀποθανευμένους τε καὶ σωθησομένους προγινώσκων κτλ.).</note>
            ... τεκ-<lb/>μαίρεσθαι τοῖσι σύμπασι σημείοισιν<note xml:id="ftn45" place="foot" n="44">«Chi sopravviverà e chi perirà, bisogna inferirlo dall’insieme dei segni».</note>, fornendo adeguata confer-<lb/>ma<note xml:id="ftn46" place="foot" n="45">Una nuova testimonianza della connessione τεκμαίρεσθαι / σημεῖον è in<hi rend="it"> Ars</hi> XIII 10<lb/>(ἡ ἰητρική) τεκμαίρεται, ὧν τε σημεῖα ταῦτα, ἅ τε πεπονθότων, ἅ τε παθεῖν δυναμένων («La<lb/>scienza medica inferisce, a cosa si riferiscono questi segni, sia ad organi già malati, sia a quelli<lb/>potenzialmente tali»).</note>. Il<hi rend="it"> Prognostico</hi> prosegue (XXV 11): εὖ μέντοι χρὴ εἰδέναι περὶ τῶν<lb/>τεκμηρίων καὶ τῶν ἄλλων σημείων, ὅτι ... τά τε κακὰ κακόν τι<lb/><pb n="165" facs="LP5_165.jpg"/>σημαίνει, καὶ τὰ χρηστὰ ἀγαθόν<note xml:id="ftn47" place="foot" n="46">«Bisogna dunque avere un’adeguata conoscenza riguardo agli indizi sicuri ed agli altri<lb/>segni, in quanto quelli negativi indicano qualcosa di negativo, quelli favorevoli qualcosa di posi-<lb/>tivo».</note>: una rigorosa teoria semiotica, dunque,<hi rend="it"> ante<lb/>litteram</hi>. Ove l’espressione τεκμηρίων ... καὶ ἄλλων σημείων presuppone<lb/>nell’Autore la coscienza del τεκμήριον come specifica articolazione del più<lb/>generale e comprensivo σημεῖον. Ciò che Aristotele (cit.) espressamente ribadi-<lb/>rà (cf. n. 24).</p>
         <p>Il lessema in questione costituisce asse portante di enunciazioni propria-<lb/>mente gnoseologiche, delle quali emblematica è la chiusa della medesima ope-<lb/>ra. Ove si dichiara, che non è da deplorare la assenza nell’opera dei nomi delle<lb/>varie malattie, allegando che πάντα γὰρ ὁκόσα ἐν τοῖσι χρόνοισι τοῖσι προειρημέ-<lb/>νοισι κρίνεται, γνώσῃ τοῖσι αὐτοῖσι σημείοισι<note xml:id="ftn48" place="foot" n="47">«Poiché tutte le affezioni che giungono a crisi nei periodi suddetti, le identificherai<lb/>con i segni medesimi».</note>. Il segno diviene<lb/>fondamento del γνῶναι, rende possibile la conoscenza. In un passo che è pale-<lb/>semente polemico, come non di rado nel<hi rend="it"> Corpus</hi>, nei confronti delle tendenze<lb/>per così dire «onomasiologiche» (si direbbero «nominalistiche») di altre scuole<lb/>mediche, le quali attribuivano uno specioso ruolo alla attribuzione di nomi<lb/>differenti alle malattie, ed alla conoscenza di questi. Non sorprende, che il<lb/>brano, in posizione di rilievo (in conclusione del trattato), sia perfettamente<lb/>analogo, da un punto di vista concettuale, al rifiuto tucidideo del μυθῶδες che<lb/>caratterizzava narrazioni pseudostoriche, orientate al diletto dell’uditorio: la<lb/>sua opera si rivelerà, per questo, meno gradevole (ἀτεπρέστερον, I 22,4 cit.). In<lb/>entrambi i casi, si rivendica una personale e più attendibile metodologia, inno-<lb/>vativamente scientifica: appare verosimile, che la strada maestra fosse stata,<lb/>concretamente, inaugurata da Ippocrate<note xml:id="ftn49" place="foot" n="48">Parallelo orientamento gnoseologico era anticipato in XVII 1 τοὺς δὲ σύμπαντας<lb/> ἐμπύους γινώσκειν χρὴ τοῖσδε τοῖσι σημείοισι («Tutti i malati di empiema si devono rico-<lb/>noscere sulla base di questi segni»), nonché ib. 20, analogo. Rilevante conferma è ancora in<lb/><hi rend="it">Acut.</hi> XLIV 16 γεγράψεται οὖν καὶ περὶ τούτων σημεῖα, οἷσι χρὴ ἕκαστα τούτων διαγι-<lb/>νώσκειν («Anche riguardo a ciò si descriveranno i segni, in base ai quali si deve distinguere<lb/>ciascuno di questi casi»),</note>.</p>
         <p>Di gran lunga più diffuso è tuttavia l’uso del termine σημεῖον con valenza<lb/>«clinica», riferito cioè ad un dato empiricamente determinato, la manifestazio-<lb/>ne nel malato delle conseguenze della affezione: diviene segno propriamente<lb/>clinico e/o sintomo (cf. n. 34). Cf.<hi rend="it"> Progn.</hi> II 20 ἢν δὲ μηδὲν τούτων φῇ μηδὲ ...<lb/>καταστῇ, εἰδέναι τοῦτο τὸ σημεῖον θανατῶδες εόν<note xml:id="ftn50" place="foot" n="49">«Se non dice nulla di simile e non si rimette, bisogna sapere che tale sintomo è mor-<lb/>tale».</note>, ancora riferito alla ricorda-<lb/>ta<hi rend="it"> facies hippocratica</hi>, nonché ib. 36-9 ἢν γάρ τι ὑποφαίνηται συμβαλλομένων τῶν<lb/><pb n="166" facs="LP5_166.jpg"/>βλεφάρων τοῦ λευκοῦ, ... φαῦλον τὸ σημεῖον καὶ  θανατῶδες σφόδρα<note xml:id="ftn51" place="foot" n="50">«Se dalle palpebre socchiuse si scorge una parte del bianco, questo è un segno negati-<lb/>vo e foriero di morte». Si può rinviare, inoltre, a XII 30 συντέξιος γὰρ σημεῖα, («Questi sono<lb/>infatti segni di colliquazione»), et XVII 13 ὁκόσα μὲν οὖν ἐγχρονίζει τῶν ἐμπυημάτων, ἴσχει τὰ<lb/>σημεῖα ταῦτα καὶ πιστεύειν αὐτοῖσι χρὴ κάρτα («Tutti gli empiemi che durano a lungo presentano<lb/>questi segni, e in essi bisogna avere robusta fiducia»).</note>. È com-<lb/>prensibile, che siffatte<hi rend="it"> Erscheinungen</hi> divengano privilegiato oggetto di indagine,<lb/>della osservazione, fisica e mentale assieme. A testimoniarlo, oltre al cit.<hi rend="it"> Progn.<lb/></hi>XXV 3 (τὰ σημεῖα ἐκμανθάνοντα) è<hi rend="it"> Progn.</hi> II 25 ἢν δὲ ... τὸ πρόσωπον τοιοῦτον<lb/>ῇ περὶ τε τούτων ἐπανερέσθαι ... καὶ τὰ ἄλλα σημεῖα σκέπτεσθαι, τὰ τε<lb/>ἐν τῷ σύμπαντι σώματι καὶ τὰ ἐν τοῖσι ὀφθαλμοῖσιν<note xml:id="ftn52" place="foot" n="51">«Se il volto ha queste caratteristiche, bisogna porre domande in proposito, e indagare<lb/>gli altri segni, quelli in tutto quanto il corpo, e quelli negli occhi».</note>, nonché IX 13 καὶ τὰ ἄλλα<lb/> σημεῖα σκέπτεσθαι χρή. Cf. inoltre XIX 4 προσέχειν οὖν δεῖ τὸν<lb/>νόον καὶ τοῖσι ἄλλοισι σημείοισιν<note xml:id="ftn53" place="foot" n="52">«Anche agli altri segni bisogna rivolgere la mente».</note> (identico in XXII 5), cui fa seguito<lb/>ὡς ἤν τι καὶ τῶν ἄλλων σημείων πονηρὸν ἐπιφαίνεται, ἀνέλπιστος ὁ ἂνθρω<lb/>πος<note xml:id="ftn54" place="foot" n="53">«Poiché se qualcuno degli altri segni si rivela negativo, il paziente non può aspettarsi<lb/>di salvarsi».</note>. Ove il sintomatico ἀνέλπιστος (da ἀνελπίζειν/ἐλπίς come razionale atte-<lb/>sa, congetturale, unico significato del termine nel<hi rend="it"> Corpus</hi>, e non «infondata<lb/>speranza») suggerisce una angolazione prospettica, che si è vista essenziale per<lb/>il σημεῖον in quanto «segno prognostico», il rapporto con il futuro conferman-<lb/>dosi costante, e costitutivo (cf. anche il successivo εἰ ... τὰ ἄλλα σημεῖα μὴ<lb/>πονηρὰ ἐπιγίνοιτο, ἔμπυον ἔσεσθαι πολλαὶ ἐλπίδες εἰσίν)<note xml:id="ftn55" place="foot" n="54">«Se altri segni sopraggiunti non sono negativi, ci sono fondati motivi per attendersi<lb/>che ci sarà un empiema».</note>.</p>
         <p>Analoga nozione esprime il lessema in tutte le altre occorrenze del<hi rend="it"> Progno-<lb/>stico</hi>, ed in alcune del<hi rend="it"> De victu acutorum</hi> (per cui cf. n. 55). Così è sempre in<hi rend="it"> Epid.<lb/>
            I</hi><note xml:id="ftn56" place="foot" n="55">Forniamo di seguito l’elenco completo degli altri passi (non presi in considerazione<lb/>dettagliatamente) di<hi rend="it"> Progn.</hi> ed<hi rend="it"> Acut.</hi>, e di quelli di<hi rend="it"> Epid. I</hi>, in cui ricorre il termine σημεῖον:<hi rend="it"> Progn.<lb/></hi>II 42, IX 15, X 10, XII 26 et 38, XVIII 12, XX 4, 7, 34 et 36, XXI 3 et 4, XXII 17, XXIII 2,<lb/>XXIV 2 et 69, XXV 16;<hi rend="it"> Acut.</hi> XLVIII 8, LXVIII 16;<hi rend="it"> Epid. I</hi> 8, 14; 10, 7; 19, 8; 14; 18; 25,<lb/>14.</note> e nell’hapax di<hi rend="it"> MSac.</hi> XII 8, mentre particolari sfumature assume in ulte-<lb/>riori e sporadiche occorrenze (2x<hi rend="it"> Vet. Med.</hi>, 1x<hi rend="it"> Aër.</hi>). In<hi rend="it"> Vet. Med.</hi> XVIII 1,<lb/>all’usuale valore di «segno», «sintomo», si affianca quello di fondamento logi-<lb/>co, probante, di una affermazione clinica. Il testo recita: δῆλα δὲ ταῦτα ὅτι ὧδε<lb/>ἔχει ἐπὶ τῶνδε τῶν σημείων· πρῶτον μὲν κτλ.<note xml:id="ftn57" place="foot" n="56">«Che le cose stiano in questo modo, appare chiaro sulla base di questi elementi pro-<lb/>banti: anzitutto etc.».</note>. Esso ha carattere argomen-<lb/>tativo, poco sopra recava, infatti, (XVII 5) ἐγὼ δέ μοι τοῦτο μέγιστον τεκ-<lb/><pb n="167" facs="LP5_167.jpg"/>μήριον ἡγεῦμαι εἶναι<note xml:id="ftn58" place="foot" n="57">«Io reputo che questa sia una prova assai valida».</note>, con riferimento alla medesima affermazione (secon-<lb/>do la quale, il calore non è causa unica né elemento predominante nella feb-<lb/>bre). L’ulteriore XX 36 offre un uso affatto insolito del lessema: τυρὸς γάρ,<lb/>ἐπειδὴ τοῦτῳ σημείῳ ἐχρησάμεν, οὐ πάντας ἀνθρώπους ὁμοίως λυμαίνε-<lb/>ται <note xml:id="ftn59" place="foot" n="58">«Il formaggio infatti, poiché mi sono servito di questo “esempio”, non danneggia<lb/>allo stesso modo tutti gli uomini».</note>, ove σημεῖον viene per lo più inteso con «esempio». Tale specifica con-<lb/>notazione non sembra ritrovarsi altrove in greco, Vegetti, coerentemente con<lb/>la corrente interpretazione del termine, lo rende con «indizio». In realtà, appa-<lb/>re implicita una sfumatura semantica, ancora una volta, di carattere argomen-<lb/>tativo: 1’«esempio» del formaggio, infatti, svolge il ruolo di dimostrazione con-<lb/>creta di un’affermazione generale, che nella fattispecie verteva sull’opportuni-<lb/>tà, per il medico, di sapere (nell’ambito delle sue conoscenze περὶ φύσιος)<lb/>«cos’è l’uomo in relazione a ciò che mangia e a ciò che beve» (XX 18ss.). Il<lb/>termine in questione ha lo stesso valore che nel sintagma σημεῖον δέ, di cui s’è<lb/>detto, e per cui cf. anche<hi rend="it"> Acut.</hi> VI 4 ἐπεί τοι μέγα σημεῖον τόδε<note xml:id="ftn60" place="foot" n="59">In<hi rend="it"> Acut.</hi> XXXV 1 è un ulteriore esempio di tale uso, insolito in Ippocrate: ἱκανὸν μὲν<lb/>οὖν καὶ τοῦτο σημεῖον, ὅτι κτλ. («Anche questa è prova fondata, del fatto che etc.»), dove il lesse-<lb/>ma ha il valore di «segno probante», «prova».</note>; significa la<lb/>«prova», il «fattore dimostrativo» dell’enunciato di principio. Significativo è<lb/>anche<hi rend="it"> Aër.</hi> X 4 ἢν μὲν γὰρ κατὰ λόγον γένηται τὰ σημεῖα ἐπὶ τοῖς ἄστροισι<lb/>δύνουσί τε καὶ  ἐπιτέλλουσιν, ἐν τε τῷ μετοπώρῳ ὕδατα γένηται, καὶ ὁ χειμὼν<lb/>μέτριος, ... οὕτω τὸ ἔτος ὑγιεινότατον εἰκὸς εἶναι<note xml:id="ftn61" place="foot" n="60">«Se infatti i segni riguardanti il tramontare ed il sorgere degli astri sono secondo la<lb/>norma, se in autunno ci so
no piogge, e l’inverno è temperato, l’anno sarà verosimilmente molto<lb/>salubre».</note>. I fenomeni meteorologici<lb/>divengono segno sull’altro da sé, fondano una conclusione logica, in un passo<lb/>che costituisce perspicuo esempio dell’assurgere degli ἕκαστα a σημεῖα, possibi-<lb/>le, e necessario, in ambito razionale. Vegetti intende il termine non (come<lb/>avviene di norma tra gli interpreti) con «segni», ma con «fenomeni», che, pur<lb/>essendo interpretazione corretta, riduce semanticamente a livello premetafori-<lb/>co il lessema, lo priva così della specifica valenza «semiotica»<note xml:id="ftn62" place="foot" n="61">La griglia esegetica che si è cercato di elaborare per σημεῖον, si adatta anche al verbo<lb/>corrispondente, assai diffuso nel<hi rend="it"> CH</hi>. Con σημαίνειν, infatti, nelle opere più genuinamente ippo-<lb/>cratiche si intende nient’altro che «fornire un σημεῖον», ο «costituire un σημεῖον». Non sarà<lb/>pertanto necessaria un’analisi separata dell’uso del verbo, per cui valga quanto si è osservato a<lb/>proposito del sostantivo. Da segnalare è l’unico ed emblematico Heracl. fr. 93 DK, che illumina<lb/>il rapporto tra i due termini nel modo più efficace. L’oracolo di Delfi, afferma il filosofo, οὔτε<lb/>λέγει οὔτε κρύπτει ἀλλὰ σημαίνει: egli intende il fornire elementi di valutazione<lb/>(σημεῖα appunto) sulla base dei quali trarre le dovute conclusioni, contrapposto a rivelazioni<lb/>esplicite (λέγειν) così come a deliberati occultamenti (κρύπτειν).</note>.</p>
         <p><pb n="168" facs="LP5_168.jpg"/><hi rend="smcap">L’uso di</hi> τεκμήριον / τεκμαίρεσθαι</p>
         <p>A differenza del più tardo deverbale τεκμήριον, attestato solo a partire da<lb/>Eschilo, il verbo τεκμαίρεσθαι è già nell’epos: va ricondotto a τέκμωρ, già ome-<lb/>rico, ceppo di una famiglia terminologica che abbraccia, come nota Chantrai-<lb/>ne, «un campo semantico che contiene il senso di ‘marchio, confine, termine,<lb/>linea’ come quello di ‘marcatura, congettura, prova’. È plausibile che il senso<lb/>originale sia quello di ‘linea demarcata’, da cui ‘indizio’». (Chantraine,<hi rend="it"> Dict.<lb/>étym. langue grecque</hi>, s.v.).</p>
         <p>In Omero, come in Esiodo ed ancora in Pindaro, l’ambito di τεκμαίρεσθαι<lb/> è divino e divinatorio. Gli dei omerici, Zeus in testa, possono «assegnare in<lb/>sorte»<note xml:id="ftn63" place="foot" n="62">Come sottolinea B. Marzullo, «MCr» XXI-XXII (1986-87) 223.</note> il destino: spesso negativo, come in Ζ 349 τάδε γ᾽ ὧδε θεοὶ κακὰ<lb/> τεκμήραντο<note xml:id="ftn64" place="foot" n="63">«Cosi gli dei hanno stabilito queste sventure».</note>, cf. Η 70ss. Il verbo subisce una secolarizzazione in η 317,<lb/>riferito ad Alcinoo che stabilisce la data della partenza di Ulisse per il ritorno,<lb/>dicendo πομπὴν δ᾽ ἐς τόδ᾽ ἐγὼ τεκμαίρομαι ... αὔριον ἐς<note xml:id="ftn65" place="foot" n="64">«La partenza io la stabilisco così, per domani».</note>. Analogamente (cf.<lb/>LSJ s.v.), a proposito di Circe, a[llhn d’ h|min oJdo;n tekmhvrato Kivrkh<note xml:id="ftn66" place="foot" n="65">«Circe ci ha assegnato una via inevitabilmente diversa».</note> (κ 563).<lb/>Ove il significato è quello stesso sopra ricordato, e non, come per molti inter-<lb/>preti<note xml:id="ftn67" place="foot" n="66">Cf. e.g. G. A. Privitera, in<hi rend="it"> Omero. Odissea</hi>, vol. III, Milano 1983 ad l.</note>, il volgare «indicare» (la via verso l’Ade): nel suo discorso, Circe non<lb/>intende «dare un segno, un’indicazione», bensì comunicare una necessità, con-<lb/>seguente ad una decisione sovrana, dichiarando ad Odisseo (v. 490) l’inevitabi-<lb/>lità di un altro viaggio, di giungere «alla casa di Ade»<note xml:id="ftn68" place="foot" n="67">È opinabile convinzione di A. Corcella (<hi rend="it">Erodoto e l’analogia</hi>, Palermo 1984, 42), che in<lb/>Omero il valore di τεκμαίρεσθαι sia soltanto quello di «dare un’indicazione», riferito agli dei in<lb/>esclusiva: ciò non appare confermato dal riscontro testuale, viene suggerito forse proprio dal<lb/>discusso κ 563.</note>. L’ulteriore λ 112 (=<lb/>m 139), detto da Tiresia, εἰ δέ κε σίνηαι, τότε σοι τεκμαίρομ᾽ ὄλεθρον<note xml:id="ftn69" place="foot" n="68">«Ma se fai del male (ai buoi del Sole), allora prevedo rovina per te».</note>, testimo-<lb/>nia dell’avvenuto passaggio del termine alla sfera della divinazione, ed intro-<lb/>duce all’uso pindarico del lessema<note xml:id="ftn70" place="foot" n="69">Esiodo non fornisce elementi nuovi, riferisce il τεκμαίρεσθαι esclusivamente a Zeus,<lb/>cf. gli unici<hi rend="it"> Op.</hi> 229 et 239. Al v. 398 della stessa opera, ricorre il rarissimo διατεκμαίρεσθαι (ἔργα<lb/>ἀνθρώποισι), con senso analogo a quello riscontrabile nel discorso di Circe.</note>. Significativa è in particolar modo <hi rend="it">O.<lb/> </hi>VIII 3 μάντιες ἄνδρες ἐμπύροις τεκμαιρόμενοι<note xml:id="ftn71" place="foot" n="70">«Gli indovini, traendo auspici da sacrifici fatti sul fuoco», etc.</note>, per cui valga quanto<lb/>annota Corcella, cit., secondo cui si resta nell’ambito di una mantica puramen-<lb/>te induttiva: «<hi rend="it">tekmairomai</hi>, a partire – per noi – da Pindaro, esprime appunto<lb/><pb n="169" facs="LP5_169.jpg"/>il procedimento dell’indovino induttivo, che, servendosi di particolari segni e<lb/>riti, cerca dalla divinità un responso sull’<hi rend="it">aphanés</hi>. Si è creato cioè un verbo che<lb/>esprime l’azione induttiva dell’indovino considerata dal punto di vista umano,<lb/>come ‘orientarsi’ usando un segno divino». L’ambito rimane divinatorio, la<lb/>capacità dell’indovino (come nota Marzullo l.c.) è soltanto affine alla congettu-<lb/>ra razionale: è la tragedia a fornire invece isolate, ma sintomatiche testimo-<lb/>nianze dell’emergere di una «intelligenza induttiva» (Marzullo), quale trionferà<lb/>in ambito scientifico. Verso il quale la poesia dello scorcio del V secolo mostra<lb/>un debito non sempre evidente. Non è un caso, che il termine non c
ompaia in<lb/>Eschilo (se non nello spurio<hi rend="it"> Prometeo</hi>, di cui infra), e che la prima attestazione<lb/>tragica sia nell’<hi rend="it">Alcesti</hi> euripidea (438 a.C.).</p>
         <p>Sofocle esibisce il lessema in una emblematica occorrenza, all’interno in<lb/>un’opera, l’<hi rend="it">Edipo Re</hi>, che si dimostra sede privilegiata di stilemi «intellettuali»,<lb/>connessi all’insorgente dibattito epistemologico: al v. 916, infatti, Giocasta<lb/>rimprovera Edipo, in quanto ... οὐδ᾽ ὁποῖ᾽ ὰνὴρ ἔννους τὰ καινὰ τοῖς<lb/>πάλαι τεκμαίρεται<note xml:id="ftn72" place="foot" n="71">«Non è in grado, come un uomo razionale, partendo dai fatti precedenti, di trarre<lb/>conclusioni su quelli recenti».</note>. Verso, questo, che riassume un enunciato metodo-<lb/>logicamente centrale per la scienza contemporanea<note xml:id="ftn73" place="foot" n="72">Sul passo sofocleo, e sul rilevante termine ἔννους, cf. B. Marzullo, «MCr» cit., 224 e<lb/>n. 65.</note>. Sofocle testimonia<lb/>dell’avvenuta laicizzazione di una facoltà, originariamente riservata agli indo-<lb/>vini<note xml:id="ftn74" place="foot" n="73">Proprio il<hi rend="it"> CH</hi> offre una lucida definizione del procedere della mantica: cf.<hi rend="it"> Vict.</hi> XII 3<lb/>μαντικὴ τοιόνδε· τοῖσι μὲν φανεροῖσι τὰ ἀφάνεα γινώσκει, καὶ τοῖσιν ἀφανέσι τὰ<lb/>φανερά, καὶ τοῖσι ἐοῦσι τὰ  μέλλοντα κτλ. («Questa è la mantica: conosce ciò che è<lb/>inaccessibile ai sensi grazie a ciò che è visibile, ciò che è visibile grazie a ciò che è inaccessibile ai<lb/>sensi, ciò che accadrà grazie a ciò che è etc.».</note>: stabilire, ma razionalmente, un nesso consequenziale tra eventi passati<lb/>e presenti, ottenerne una prospettiva rivolta al futuro, quale era negata<lb/>all’omerico Agamennone in Α 343 (οὐδέ τι οἶδε νοῆσαι ἅμα πρόσσω<lb/>καὶ ὀπίσσω). Una capacità «umanisticamente» congetturale, quella che Gioca-<lb/>sta esige da Edipo. Ribadita, sia pur non esplicitamente, dallo stesso Sofocle,<lb/>fr. 330 R. τοῖς μὲν λόγοις τοῖς σοῖσιν οὐ τεκμαίρομαι<note xml:id="ftn75" place="foot" n="74">«Non traggo conclusioni sulla base delle tue parole». In Soph.<hi rend="it"> OR</hi> 795ss. τὴν κοριν<lb/>θίαν ἄστροις τὸ λοιπὸν, ἐκμετρούμενος χθόνα ἔφευγον («Abbandonai per sempre la terra di Corin-<lb/>to, misurandola con l’aiuto delle stelle»). Nauck suggerì τεκμαρούμενος:<hi rend="it"> fortasse recte</hi>, come ritiene<lb/>B. Marzullo, cit., 224, e cf. Id. «MCr» XIX-XX (1985) 284. Di τεκμαρούμενος, il «bassamente<lb/>tecnologico» (Marzullo) ἐκμετρούμενος costituirà un volenteroso glossema: su questo modello<lb/>appare esemplato Eur.<hi rend="it"> Phoen.</hi> 180s. ... ἐκεῖνος προσβάσεις τεκμαίρεται πύργων ἄνω τε καὶ κάτω<lb/>τείχη μετρῶν («Valuta il modo per scalare le torri, misurando su e giù le mura») (segnalato da<lb/>Marzullo).</note>: con il quale va<lb/><pb n="170" facs="LP5_170.jpg"/>posto in relazione [Aesch.]<hi rend="it"> Prom.</hi> 336 ἔργῷ κοὐ λόγῷ τεκμαίρομαι<note xml:id="ftn76" place="foot" n="75">«Traggo conclusioni in base ai fatti, non alle parole».</note>, ove nel<lb/>verbo è implicito il senso di «formarsi un giudizio»<note xml:id="ftn77" place="foot" n="76">Cf. anche l’eccezionale diatesi attiva del v. 605, dove si intende il «fornire», i.e. ele-<lb/>menti di valutazione, eventualmente congetturale. L’attivo è ancora ad es. in Pind. <hi rend="it">O.</hi> VI 73<lb/>(«mettere alla prova») e<hi rend="it"> N.</hi> VI 8, dal senso più vicino a quello evidenziato per<hi rend="it"> Prom.</hi> 605 («for-<lb/>nire segni»),</note>.</p>
         <p>Rilevanza cronologica oltreché semantica, ha l’uso che Euripide fa del<lb/>lessema. Anzitutto in<hi rend="it"> Alc.</hi> 239ss. τοῖς τε πάροιθεν τεκμαιρόμενος καὶ<lb/>τὰσδε τύχας λεύσσων βασιλέως ὅστις ἀρίστης ἀπλακὼν ἀλόχου τῆσδ᾽ ἀβίωτον τὸν<lb/>ἔπειτα χρόνον βιοτεύσει<note xml:id="ftn78" place="foot" n="77">«Giudicando in base al passato e osservando la sorte presente del re, per il quale,<lb/>perduta questa ottima moglie, il tempo a venire sarà intollerabile da vivere».</note>: al riguardo, opportunamente Β. Marzullo<lb/>(cit., 224) annotava, che «il passato (τὰ πάροιθεν) viene connesso col presente<lb/>(τὰσδε τύχας), dalla loro congiunta osservazione (τε … καί) si potrà congettu-<lb/>rare il comportamento futuro (τὸν ἔπειτα χρόνον)». Imprescindibile punto di<lb/>riferimento è ancora l’ormai «classico» Hom. Α 343<note xml:id="ftn79" place="foot" n="78">Per cui cf. B. Marzullo «MCr» cit., soprattutto pp. 219ss., e più in particolare Id.,<hi rend="it"> La<lb/>nascita</hi>, cit.: «umanistico» egli ne definisce il rivoluzionario impatto.</note>. Ma tale concezione si<lb/>inserisce in una ampia, sorprendente costellazione di analoghe formulazioni,<lb/>che confermano in τεκμαίρεσθαι un valore ormai «tecnico», un circoscritto<lb/>campo semantico. Esprimono l’esigenza di una procedura logica, che appare<lb/>liberatoriamente acquisita, continuamente ribadita: ne garantiscono il pieno<lb/>diritto in un lessico (e soprattutto in una concezione), che si vuole «intellet-<lb/>tuale». Cf. lo spurio<hi rend="it"> Rhes.</hi> 705 εἰ τοῖς πάροιθε χρὴ τεκμαίρεσθαι<note xml:id="ftn80" place="foot" n="79">«Se bisogna trarre conclusioni in base agli avvenimenti passati».</note>,<lb/>palesemente riconducibile al cit.<hi rend="it"> Alc.</hi> 239, nonché il rilevante fr. 811 N<hi rend="sup">2</hi>.</p>
         <p>τἀφανῆ τεκμηρίοισιν εἰκότως ἀλίσκεται<note xml:id="ftn81" place="foot" n="80">«Ciò che è inaccessibile ai sensi viene raggiunto congetturalmente mediante indizi».</note>,</p>
         <p>che esprime analoga istanza. Ancora Euripide sembra avere ormai canonizzato<lb/>l’espressione, cf. fr. 574 Ν<hi rend="sup">2</hi>. τεκμαιρόμεσθα τοῖς παροῦσι<lb/>τἀφανῆ<note xml:id="ftn82" place="foot" n="81">«Congetturiamo in base ai dati presenti ciò che non è accessibile ai sensi».</note>, ed inoltre frr. 60 et 898 N<hi rend="sup">2</hi>. Se ne dimostra interessata l’oratoria,<lb/>come è rilevabile ad es. da Andoc. III 2 χρὴ γὰρ τεκμηρίοις χρῆσθαι τοῖς<lb/>πρότερον γενομένοις περὶ τῶν μέλλοντων ἔσεσθαι<note xml:id="ftn83" place="foot" n="82">«Riguardo a ciò che ragionevolmente accadrà, bisogna servirsi di indizi tratti da ciò<lb/>che è accaduto prima».</note>, nonché da<lb/>Isocr. IV 441 τὰ μέλλοντα τοῖς γεγενημένοις τεκμαίρεσθαι<note xml:id="ftn84" place="foot" n="83">«Congetturare ciò che verosimilmente accadrà sulla base di ciò che è già accaduto».</note>.<lb/>Numerose le analoghe testimonianze, ad es. in Hyper. fr. 195 J., Xen.<hi rend="it"> Mem.</hi> IV<lb/><pb n="171" facs="LP5_171.jpg"/>1,2, Din. I 33, et al.<note xml:id="ftn85" place="foot" n="84">Scettico riguardo alla generica secolarizzazione di tale facoltà induttiva si dimostra,<lb/>nel<hi rend="it"> CH</hi>, l’Autore di<hi rend="it"> Vict.</hi> XI 1 οἱ δὲ ἄνθρωποι ἐκ τῶν φανερῶν τὰ ἀφανέα σκέπτεσθαι οὐκ ἐπίστανται<lb/>(«Gli uomini non sanno indagare ciò che è oscuro in base a ciò che è visibile»), rivendicandone<lb/>esclusivamente alla mantica la capacità, cf.<hi rend="it"> Vict.</hi> XII 3 cit., supra n. 71.</note>: ma lucida consapevolezza di siffatti meccanismi razio-<lb/>nalmente induttivi mostrava già, con tutta evidenza, Erodoto. Ribadendo la<lb/>specificità del verbo, egli lo integra con peculiari, reciprocamente glossematici<lb/>lessemi, ed in particolar modo nella più rilevante delle sei occorrenze. In II<lb/>33,2 si legge, infatti:</p>
         <p>ὡς ἐγὼ συμβάλλομαι τοῖς ἐμφανέσι τὰ μὴ γινοσκώμενα<lb/>τεκμαιρόμενος<note xml:id="ftn86" place="foot" n="85">«Per quanto io posso congetturare, inferendo ciò che è ignoto sulla base di quanto è<lb/>manifesto».</note>.</p>
         <p>La dichiarazione è programmatica, denota una modernità di metodo, ritenuta<lb/>insospettabile nello storico di Alicarnasso, sulla base del riduttivo se pur inevi-<lb/>tabile confronto con parallele istanze tucididee. Del verbo in questione si evi-<lb/>denzia la caratura «tecnica», lo si fa quindi precedere dall’esplicativo συμβάλ-<lb/>λομαι. Ma da rilevare è che quella erodotea costituisce la prima formulazione<lb/>di simile enunciato in ambito letterario: è consapevole anticipazione di mecca-<lb/>nismi semiotici e induttivi, cardine attorno al quale ruoterà l’intera costruzione<lb/>epistemologica e filosofica che sta per emergere. Lo stesso Erodoto non manca<lb/>di ribadire questa coscienza procedurale, in I 57 τεκμαιρόμενον ... τοῖσι νῦν ἔτι<lb/>ἐοῦσι Πελασγῶν<note xml:id="ftn87" place="foot" n="86">«Inferendolo dai Pelasgi che ancor oggi vivono».</note>, immediatamente sottolineato dal contiguo εἰ τούτοις τεκ-<lb/>μαιρόμενον δεῖ λέγειν<note xml:id="ftn88" place="foot" n="87">«Se si deve parlare inferendolo da questi».</note>. Cf. ancora VII 16 γ 2 τῇ σῇ ἐσθῆτι τεκμαιρόμενον<note xml:id="ftn89" place="foot" n="88">«Inferendolo dalla tua veste».</note>,<lb/>nonché il significativo VII 234 ove Serse, affermato l’ἀγαθὸς εἶναι di Demara-<lb/>to, fornisce il fondamento della propria convinzione: τεκμαίρομαι δὲ τῇ<lb/>ὰληθείῃ<note xml:id="ftn90" place="foot" n="89">«Traggo questa conclusione in base alla evidenza».</note>, ad evidenziare l’oggettiva validità della procedura espressa dal ver-<lb/>bo, negarne l’opinabilità. D’altro canto, che il τεκμήριον, in opposizione al<lb/>σημεῖον, fosse segno «aristotelicamente» necessario ed inconfutabile, s’è visto a<lb/>proposito di σημεῖον (p. 7s.), cf. Suda τ 245 ... τεκμηριώδης ὰπόδειξις<lb/>λέγεται τὸ ἐκ τοῦ καπνοῦ τὸ πῦρ εὑρεῖν<note xml:id="ftn91" place="foot" n="90">«Dicesi dimostrazione inferenziale, l’arguire il fuoco dal fumo».</note> (segnalato da Marzullo, cit., 224), a<lb/>ribadire il carattere di consequenzialità necessaria implicito nel lessema. Di cui<lb/>Tucidide fa sintomatico uso, e tutt’altro che casualmente, nell’esordio dell’ope-<lb/>ra. Egli sembra riecheggiare Erodoto, sia pur in un contesto di ben altro rilie-<lb/><pb n="172" facs="LP5_172.jpg"/>vo metodologico e scientifico. Dichiara d’acchito, che fondamento logico-<lb/>razionale della propria ricerca è l’aver induttivamente argomentato le propor-<lb/>zioni della futura guerra (I 1):</p>
         <p>ἐλπίσας μέγαν τε ἔσεσθαι καὶ ἀξιολογώτατον τῶν προγεγενημένων,<lb/>τεκμαιρόμενος ὅτι κτλ.<note xml:id="ftn92" place="foot" n="91">«Prospettando che sarebbe stata grande, la più notevole delle precedenti, inferendolo<lb/>dal fatto che etc.».</note>.</p>
         <p>Poco oltre, accosta il procedere ἐκ τεκμηρίων allo auspicabile σαφῶς εὑρεῖν (I<lb/>1,2), in I 20 pone di nuovo in evidenza «il monito contro l’abuso del metodo».<lb/>(Diller), sottolineando che, nello studio del passato, è difficile prestar fede a<lb/>tutti gli indizi (τεκμήρια) nel loro susseguirsi: una cautela che, forse in polemi-<lb/>ca con lo stesso Erodoto, dimostra (con Diller, cit.) quanto profondamente<lb/>fosse ormai radicata tale procedura. Cf. il successivo (I 21) ἐκ δὲ τῶν<lb/>εἰρημένων τεκμηρίων ὅμως τοιαῦτα ἄν τις νομίζων μάλιστα ἃ διῆλθον οὐχ<lb/>ἁμαρτάνοι<note xml:id="ftn93" place="foot" n="92">«Ciononostante non sbaglierebbe, chi giudicasse, sulla base degli indizi suddetti, tali<lb/>fatti nel modo in cui io li ho esaminati».</note>, che è da ricondurre all’explicit del<hi rend="it"> De Aëribus</hi> ippocratico<lb/>(XXIV 65) ἀπὸ δὲ τούτων τεκμαιρόμενος τὰ λοιπὰ ἐνθυμείσθαι<lb/>καὶ οὐχ ἁμαρτήσῃ<note xml:id="ftn94" place="foot" n="93">«Inferendo su questa base bisogna indagare i rimanenti fatti, e non sbaglierai».</note>. Meno esplicite, per quanto anch’esse significative, sono<lb/>le due ulteriori occorrenze in Tucidide (III 53,2 et IV 123,2), che testimonia-<lb/>no dell’applicazione anche pragmatica di tale metodo. L’istanza di una indu-<lb/>zione laica si rivela peculiare anche della riflessione scientifico-filosofica: non<lb/>a caso, proprio un medico introduce la secolarizzazione di siffatta procedura.<lb/>Con sorprendente tempestività: verosimilmente già agli inizi del V secolo,<lb/>infatti, Alcmeone di Crotone poteva affermare (fr. 1 DK):</p>
         <p>περὶ τῶν ἀφανέων, περὶ τῶν θνητῶν σαφήνειαν μὲν θεοὶ<lb/>ἔχοντι, ὡς δὲ ἀνθρώποις τεκμαίρεσθαι<note xml:id="ftn95" place="foot" n="94">«Su ciò che è oscuro, sui mortali gli dei hanno conoscenza certa: mentre degli uomini<lb/>è proprio il congetturare». Questo il testo, problematico, accolto da Diels-Kranz: spesso espunto<lb/>è περὶ τῶν θνητῶν, da Zeller in poi, B. Marzullo propone di salvare tale espressione, di considera-<lb/>re invece περὶ τῶν ἀφανέων tardivo titolo dell’opera, cf. «MCr» cit., 223. Analoga espunzione<lb/>proponeva il Wachtler, che tuttavia sostituiva l’affine (ed improbabile) ἀθηήτων a θνητῶν, reinte-<lb/>grando il valore di ἀφανέων.</note>.</p>
         <p>Sancisce una frattura tra divino ed umano, alle superiori capacità degli dei<lb/>contrappone l’umano (ed «umanistico») congetturare: un autorevole parallelo<lb/>fornisce Senofane, nel notorio fr. 34 DK καὶ τὸ μὲν οὖν σαφὲς οὔτις ἀνὴρ<lb/>ἴδεν οὐδέ τις ἔσται εἰδὼς ἀμφὶ θεῶν τε καὶ ἅσσα λέγω περὶ πάντων. εἰ γὰρ καὶ<lb/><pb n="173" facs="LP5_173.jpg"/>τὰ μάλιστα τύχοι τετελεσμένον εἰπών, αὐτὸς ὥμος οὐκ οἶδε· δόκος δ᾽ ἐπὶ <lb/>πᾶσι τετύκται<note xml:id="ftn96" place="foot" n="95">«La certezza nessun uomo l’ha raggiunta, e nessuno vi sarà che la raggiunga, sia<lb/>riguardo agli dei sia a tutto ciò di cui parlo. Se pure, infatti, a qualcuno capitasse di dire nel<lb/>modo migliore una cosa compiuta, ugualmente anche costui non la conoscerebbe: su tutto<lb/>domina l’“opinione”». Anche H. Fränkel,<hi rend="it"> Dicht. u. Phil.</hi>, 387 sottolinea, che «handgreiflich wird<lb/>der Zusammenhang mit Xenophanes bei Alkmaion», e ricorda il fr. 34. Frammento di discussa<lb/>interpretazione, soprattutto per quanto riguarda il termine δόκος: un riassuntivo panorama delle<lb/>principali posizioni esegetiche (che oscillano tra i due opposti della mera opinabilità e della<lb/>fondata conoscenza congetturale) fornisce N. Marinone,<hi rend="it"> Lessico di Senofane</hi>, Hildesheim 1972<lb/>(Roma 1967), s.v. δόκος.</note>. Alcmeone, in un testo che, a quanto sembra, apriva la<lb/>prima opera greca di medicina (cf. H. Fränkel l.c.), formula un procedere pre-<lb/>cocemente scientifico, nel quale «da dati di fatto percettibili, vengono tratte<lb/>conclusioni su circostanze non accessibili all’osservazione diretta». Ciò assume<lb/>maggiore importanza, se posto in relazione con la elaborazione, da parte dello<lb/>stesso Alcmeone, di una dottrina encefalocentrica, che sarà definitivamente<lb/>riformulata da Ippocrate. L’allievo di Pitagora è convinto del fatto che la real-<lb/>tà oggettiva non si rivela all’uomo, bensì esclusivamente al dio. La «verità»<lb/>non si dà di propria iniziativa, è un ἀφανές: come tale, va raggiunta per via<lb/>logica. Al τῇ μὲν ὄψει ἀφανές si oppone il τῷ δὲ λογισμῷ φανερός (Hippocr.<hi rend="it"> Flat.<lb/></hi>III 10). Alla sapienza concessa dagli dei, si sostituisce l’indagine, alla rivelazio-<lb/>ne (come ricorda Vegetti cit., 33) la congettura. In sostanza, si verifica un pri-<lb/>mo tentativo di superare una metodica puramente analogica. Che Regenbo-<lb/>gen<note xml:id="ftn97" place="foot" n="96"><hi rend="it">Eine Forschungsmethode antiker Naturwissenschaft</hi>, «Quelle u. Stud. zur Gesch. d. Math.»,<lb/>Abt. B, Bd. 1 (1929-30), 131ss. (=<hi rend="it"> Kleine Schriften</hi>, München 1961, 141ss.).</note> dichiara come eminentemente ionica, un «processo inferenziale analo-<lb/>gico» (Diller) individuabile ancora nel cit. Herodot. II 33, 2 ὡς ἐγὼ συμβάλλο-<lb/>μαι τοῖς ἐμφανέσι τὰ μὴ γινοσκωένα τεκμαιρόμενος, τῷ Ἴστρῳ ἐκ τῶν ἴσων<lb/>μέτρων ὁρμᾶται<note xml:id="ftn98" place="foot" n="97">«Per quanto io posso congetturare, inferendo ciò che è ignoto sulla base di quanto è<lb/>manifesto, (il Nilo) nasce dalla stessa posizione geografica rispetto all’Istro».</note>. Ove dalle nozioni conosciute sul corso del Danubio, si<lb/>conclude per analogia sul corso, però ignoto, del Nilo: le due situazioni vengo-<lb/>no ritenute analoghe, se ne traggono le obbligate conseguenze<note xml:id="ftn99" place="foot" n="98">II passo è discusso più dettagliatamente da Diller, cit., 16.</note>. Il<lb/>metodo del τεκμήριον invece (come ancora Diller rileva, in polemica con<lb/>Regenbogen), è sì inteso anch’esso ad illuminare mediante<hi rend="it"> phaenomena</hi> qualcosa<lb/>di non immediatamente percepibile, tu
ttavia «questi fenomeni non costituisco-<lb/>no dei paralleli (analogie), ma segni del processo da riconoscere». Pertanto,<lb/>«non si costruisce una analogia come struttura di una ipotesi, ma si risale<lb/>dall’effetto percepibile alla sua causa, che è invisibile; in una parola, si procede<lb/>non in modo analogico, bensì semeiotico» (Diller, 20). Emblematica espressio-<lb/><pb n="174" facs="LP5_174.jpg"/>ne sembra esserne l’anassagoreo fr. 21 a DK ὄψις τῶν ἀδήλων τὰ φαι-<lb/>νόμενα<note xml:id="ftn100" place="foot" n="99">«Ciò che appare ai sensi è vista sull’invisibile».</note>, testimoniato da Sext. Emp. VII 140. La pregnanza della formula-<lb/>zione (su cui fondamentale è l’omonimo saggio di Diller, cit.) è evidente, per<lb/>quanto si tratti di probabile semplificazione scolastica<note xml:id="ftn101" place="foot" n="100">Così B. Marzullo, cit., 222.</note>, in cui procedere<lb/>analogico e semiotico risultano associati, nel comune tentativo di «vedere»<lb/>l’invisibile nelle «rappresentazioni» sensibili. La congettura sull’ἀφανές diviene<lb/>nozione centrale della riflessione filosofica, e l’uso di τεκμαίρεσθαι ne è, come<lb/>s’è visto, privilegiato strumento espressivo. Non sempre, tuttavia, siffatto «illu-<lb/>minismo» gnoseologico sembra condiviso: proprio all’interno del<hi rend="it"> CH</hi> è rin-<lb/>tracciabile un marcato scetticismo (cf.<hi rend="it"> Vict.</hi> XI cit. supra, n. 82, et n. 71), che<lb/>sembra diventare, come osserva B. Marzullo (cit., 222), sprezzante ripulsa in<lb/>Aristotele (<hi rend="it">Phys.</hi> 193a 4)<note xml:id="ftn102" place="foot" n="101">Per quanto altrove Aristotele non disdegni di accogliere l’istanza canonizzata nella<lb/>formula di Anassagora, cf. ad esempio<hi rend="it"> Eth. Nicom.</hi> 1104a 13.</note>. Su questa scia, si arriverà a posizioni palesemente<lb/>reazionarie, quali espresse da una sentenza attribuita a Menandro, che al para-<lb/>digma anassagoreo oppone una uguale e contraria formulazione, su quella<lb/>polemicamente esemplata, cf.<hi rend="it"> Sent.</hi> 20:</p>
         <p>ἀφεὶς τὰ φανερὰ μὴ δίωκε τἀφανῆ<note xml:id="ftn103" place="foot" n="102">«Non inseguire ciò che è oscuro, abbandonando ciò che è evidente».</note>.</p>
         <p>Con Diller, si può affermare che la concezione espressa dalla sentenza di Anas-<lb/>sagora emerge, nel suo carattere originariamente analogico, già con Anassime-<lb/>ne, consolidandosi successivamente con Empedocle<note xml:id="ftn104" place="foot" n="103">Per l’evolversi di tale concezione nella filosofia presocratica, e soprattutto per il suo<lb/>consolidamento nella «prova indiretta» della geometria euclidea (cf. e.g. Eucl.<hi rend="it"> Elem.</hi> I 19), attra-<lb/>verso perciò una procedura matematica, cf. Diller, cit. (per Euclide, pp. 27s.).</note>: la sua definitiva af-<lb/>fermazione è, tuttavia, «inscindibilmente connessa allo scorcio del V secolo»<lb/>(Diller, 39s.). Ne conferma l’unica occorrenza di τεκμαίρεσθαι reperibile in<lb/>Aristofane,<hi rend="it"> Vesp.</hi> 67ss. (del 422 a.C.): dove il contesto è significativamente (e<lb/>parodicamente) medico, a testimoniare del carattere tecnico del termine, attin-<lb/>to da un lessico specificamente scientifico. Filocleone è malato, tentativi tera-<lb/>peutici risultano inefficaci, la conoscenza stessa del male è negata: infatti,<lb/>νόσον γὰρ ὁ πατὴρ ἀλλόκοτον αὐτοῦ νοσεῖ, ἣν οὐδ᾽ ἂν εἰς γνοίη ποτ᾽ οὐδ᾽ ἂν<lb/>ξυμβάλοι (ν. 71)<note xml:id="ftn105" place="foot" n="104">«Suo padre è affetto da una strana malattia, che nessuno potrebbe mai riconoscere né<lb/>cogliere per congettura».</note>, non si dà né il γιγνώσκειν, né lo ξυμβάλλειν. Con buo-<lb/>na pace delle pratiche proclamate dalla nuova scienza, lo stesso τεκμαίρεσθαι si<lb/>rivela insufficiente, viene ludicamente rappresentato al v. 76 μὰ Δι᾽, ἀλλ᾽ ἀφ᾽<lb/><pb n="175" facs="LP5_175.jpg"/>αὑτοῦ τὴν νόσον τεκμαίρεται<note xml:id="ftn106" place="foot" n="105">«Per Giove, cerca di ipotizzare la malattia in base alla sua!».</note>, ove è parodiata la centralità cui il medi-<lb/>co, secondo Aristofane, volutamente tende (cf. B. Marzullo, 225ss., cui si deve<lb/>la argomentata indicazione della testimonianza aristofanea). Si prosegue, rifiu-<lb/>tando di concedere attendibilità alle soluzioni proposte (v. 85 οὐ γὰρ ἐξευρήσε-<lb/>τε, con termine a sua volta tecnico), comprese quelle della medicina magica<lb/>tradizionale (v. 115, 118, 119s., 122ss.)</p>
         <p>Dei τεκμήρια, come si è visto a proposito di σημεῖον, sarà Aristotele a<lb/>fornire una compiuta formalizzazione, inserendoli in un elaborato sistema logi-<lb/>co, e delineandone i confini semasiologici. Soprattutto nella<hi rend="it"> Rhetorica</hi> e negli<lb/><hi rend="it">Analytica Priora</hi> (cf. supra p. 7s.): la definizione più generale di τεκμήριον è<lb/>quella di segno necessario (ἀναγκαῖον) ed inconfutabile (ἄλυτον), inteso a stabi-<lb/>lire nessi di rigorosa consequenzialità tra i dati, a differenza del σημεῖον, che<lb/>resta connotato in senso non più che probabilistico<note xml:id="ftn107" place="foot" n="106">Cf. in proposito<hi rend="it"> Rhet.</hi> 1357b 3-14, 1403a 1ss.,<hi rend="it"> Anal. Pr.</hi> 70a 1-b 6 citt., e l’intera<lb/>complessa argomentazione aristotelica, su cui cf. n. 29.</note>.</p>
         <p>L’area di sviluppo di τεκμαίρεσθαι / τεκμήριον s’è rivelata scientifica,<lb/>medica in particolare (Alcmeone): Ippocrate lucidamente ne conferma, assu-<lb/>mendo a centralità metodologica quel «paradigma indiziario» (con espressione<lb/>mediata da C. Ginzburg,<hi rend="it"> Spie. Radici di un paradigma indiziario</hi>, in A. Gargani,<lb/><hi rend="it">Crisi della ragione</hi>, Torino 1979, 59, il quale a sua volta rinvia a T.S. Kuhn,<hi rend="it"> La<lb/>struttura delle rivoluzioni scientifiche</hi>, Torino 1969, per l’uso del termine «paradig-<lb/>ma») in tal modo designato. L’uso dei pertinenti lessemi, infrequente quanto<lb/>peculiare, si integra nella costellazione fin qui evidenziata, fornendone i più<lb/>rilevanti riscontri. Le occorrenze sono esplicite, significano un metodo semio-<lb/>tico, costitutivo per la nuova scienza. Cf.<hi rend="it"> Progn.</hi> XVII 46 ἐκ πάντων τῶν τεκ-<lb/>μηρίων τῶν ἐόντων ἐν τούτοισι τεκμαίρεσθαι καὶ τοῖσι ἄλλοισι<lb/>σημείοισι<note xml:id="ftn108" place="foot" n="107">«Bisogna trarre conclusioni dal complesso degli indizi presenti in questi casi, fondan-<lb/>dosi anche sugli altri sintomi».</note>, che testimonia del tentativo di progressiva generalizzazione di<lb/>tale «intelligenza induttiva»<note xml:id="ftn109" place="foot" n="108"><hi rend="it">Varia lectio</hi> è σημαίνεσθαι (codd. MV), termine che risulta spesso glossematico nei<lb/>confronti dello specifico τεκμαίρεσθαι: cf. supra n. 25, e B. Marzullo, ivi citato.</note>. Analogamente, sottolineando l’angolazione<lb/>prospettica implicata dal lessema, in XXIV 71 si ribadisce: τοὺς δὲ περισομέ-<lb/>νους τε καὶ ἀπολλυμένους (v.l. ἀπολουμένους, cf. supra, n. 43) ... τεκμαίρε-<lb/>σθαι τοῖσι σύμπασι σημείοισιν<note xml:id="ftn110" place="foot" n="109">«Chi si salverà e chi perirà, bisogna inferirlo dall’insieme dei segni».</note>. Il passo va ricondotto, nel medesimo<lb/>trattato, sia a I 26 τοὺς ἀποθανευμένους τε καὶ σωθησομένους προγινώσκων τε καὶ<lb/><pb n="176" facs="LP5_176.jpg"/>προλέγων <note xml:id="ftn111" place="foot" n="110">«Riconoscendo in anticipo e dichiarando formalmente chi perirà e chi si salverà<lb/>etc.».</note>, sia a II 13 τοῖσι ἄλλοισι σημείοισι συντεκμαίρεσθαι<note xml:id="ftn112" place="foot" n="111">«Inferire dalla connessione degli altri segni». Cf. ancora<hi rend="it"> Progn.</hi> XXV 11 εὖ μέντοι χρὴ<lb/>εἰδέναι περὶ τῶν τεκμηρίων καὶ τῶν ἄλλων σημείων, di cui supra, p. 13.</note>.<lb/>Rilevante è anche il citato (p. 20) explicit del<hi rend="it"> De aëribus</hi>, ove ricorre il pro-<lb/>grammatico ἀπὸ δὲ τούτων τεκμαιρόμενος τὰ λοιπὰ ἐνθυμεῖσθαι<lb/>καὶ οὐχ ἁμαρτήσῃ, sul quale è verosimilmente esemplato il tucidideo I<lb/>21 ἐκ δὲ τῶν ... τεκμηρίων ... οὐχ ἁμαρτάνοι (cit. supra, p. 20).<lb/>Nel<hi rend="it"> De arte</hi>, il verbo è relegato nel solo cap. XIII, dove ricorre per ben quattro<lb/>volte, cf. l. 10 (ἰητρική) ... τεκμαίρεται ᾧ τε σημεῖα tau'ta, ταῦτα, ἅ τε πεπονθότων, ἅ τε<lb/>παθεῖν δυναμένων<note xml:id="ftn113" place="foot" n="112">Cf. n. 44.</note>, seguito a breve distanza dalla riproposizione del motto<lb/>anassagoreo sopra discusso, che assume valore paremiografico. Con ricercata<lb/>eleganza formale, infatti, l’A. (in stretta relazione con l’ambiente sofistico)<lb/>riformula un principio ormai acquisito, secondo cui la<hi rend="it"> techne </hi>(l. 17)</p>
         <p>τεκμήρεταί τι ὀφθὲν περὶ ἐκείνων ὧν αὐτῇ ἐν ἀμηχάμῳ τὸ ὀφθῆναι ἦν<note xml:id="ftn114" place="foot" n="113">«Essa argomenta su qualcosa di visibile, riguardo a ciò che prima era impossibilitata<lb/>a vedere».</note>.</p>
         <p>L’intero capitolo, d’altronde, rappresenta per Vegetti una «ricostruzione del<lb/>metodo di indagine per sintomi,<hi rend="it"> tekmeria</hi> ed esperimenti, essenziale alla medici-<lb/>na ippocratica» (<hi rend="it">Ippocr.</hi> 472)<note xml:id="ftn115" place="foot" n="114">Cf. ancora 1. 21 ἱδρῶτάς τε ... ἄγουσα ὑδάτων θερμῶν ἀποπνοίῃσι πυρὶ ὅσα τεκμαί-<lb/>ρονται, τεκμαίρεται («Induce sudore, e deduce quelle conclusioni, che si traggono con<lb/>l’evaporazione dell’acqua calda dovuta al fuoco»), nonché<hi rend="it"> Acut.</hi> LXVIII 10 τεκμαίρεσθαι<lb/>δὲ χρὴ τοῖσι προγεγραμμένοισιν, οὕς τε μέλλει λουτρὸν ὠφελεῖν κτλ.<lb/>(«Bisogna inferire, sulla base di quanto s’è detto, chi verosimilmente può trarre vantaggio dal<lb/>bagno etc.»), riferito ad un caso particolare, ed in cui evidente è ancora il riferimento ad una<lb/>razionale estrapolazione.</note>.</p>
         <p>L’uso del deverbale τεκμήριον, oltre ai luoghi citati, in cui esso è la base<lb/>della congettura, riveste il ruolo semantico di «prova» di una affermazione,<lb/>secondo lo schema «dato oggettivo → inferenza logica → verifica»: di<lb/>quest’ultima costituisce lo strumento. Il τεκμήριον assurge così a «prova» della<lb/>validità dell’inferenza tratta su base semiotica: alla costruzione del sistema<lb/>logico fa seguito la verifica della correttezza e della applicabilità dello stes-<lb/>so<note xml:id="ftn116" place="foot" n="115">Cf. anche Vegetti,<hi rend="it"> Ippocr.</hi> 49, e sulla sua scia G. Manetti, cit., 73s.</note>. Di particolare rilievo, già per Diller, era la verifica sperimentale di un<lb/>enunciato di principio, esposta in<hi rend="it"> Aër.</hi> VIII 52-68, ove si sostiene, che l’acqua<lb/>derivante dalla neve e dal ghiaccio è sempre dannosa: γνοίης δ᾽ ἂν ὧδε<note xml:id="ftn117" place="foot" n="116">«Lo puoi riconoscere in questo modo».</note>,<lb/><pb n="177" facs="LP5_177.jpg"/>prosegue l’Α., esponendo l’esperimento che ne costituisce la prova. Tale espe-<lb/>rimento è chiamato τεκμήριον, e l’intero brano è per Diller significativo del<lb/>superamento, epperò della insufficienza, della analogia, nel passaggio dal noto<lb/>all’ἄδηλον. Esso viene reso compiutamente possibile solo da quella che Diller<lb/>definisce «induzione semeiotica». È il senso di «probante», che al termine τεκ-<lb/>μήριον compete nella maggior parte dei casi<note xml:id="ftn118" place="foot" n="117">Cf.<hi rend="it"> Aër.</hi> VIII 15 τεκμήριον δὲ μέγιστον, IX 43 τεκμήριον δὲ, ὅτι κτλ., XVI 33 μέγα δὲ<lb/>τεκμήριον τούτων, XX 1, XXI 18, nonché il rilevante<hi rend="it"> Vet. Med.</hi> VIII 19 ταῦτα δὲ πάντα τεκ-<lb/>μήρια, ὅτι αὕτη ἡ τέχνη πᾶσα ἡ ἰητρικὴ τῇ αὐτῇ ὁδῷ ζητεομένη εὑρίσκοιτ᾽ ἄν. («Tutte<lb/>queste sono prove del fatto che questa<hi rend="it"> ars medica</hi> potrebbe essere disvelata nella sua interezza,<lb/>conducendo l’indagine con lo stesso metodo»). Si può rinviare inoltre a<hi rend="it"> Vet. Med.</hi> XVII 6, non-<lb/>ché<hi rend="it"> MSac.</hi> V 16 et VII 9,<hi rend="it"> Ars</hi> V 9,<hi rend="it"> Acut.</hi> LI 10: in<hi rend="it"> Acut.</hi> XX 12, il termine sembra assumere la<lb/>medesima valenza di σημεῖον.</note>.</p>
         <p>La procedura designata dal τεκμαίρεσθαι doveva rivelarsi di tale impor-<lb/>tanza, da indurre Ippocrate a creare un nuovo termine che la esprimesse pecu-<lb/>liarmente. Eccezionale si rivela infatti l’<hi rend="it">Eigenwort</hi> τέκμαρσις. Formazione certa-<lb/>mente ippocratica, di agevole collocazione semantica, indica l’atto di τεκμαίρε-<lb/>σθαι: essa ricorre esclusivamente in<hi rend="it"> Acut.</hi> (2x), ma è attestata quale hapax in<lb/>Thuc. II 87, palesemente attinto dalla terminologia medica. In<hi rend="it"> Acut.</hi> I 10 si<lb/>legge: ὁπόσα δὲ προσκαταμαθεῖν δεῖ τὸν ἰητρὸν μὴ λέγοντος τοῦ κάμνοντος ... ἄλλ᾽<lb/>ἐν ἄλλοισιν καὶ ἐπίκαιρα ἔνια ἐόντα ἐς τέκμαρσιν<note xml:id="ftn119" place="foot" n="118">«Quanto il medico deve inoltre individuare, quando non lo dice il paziente, pur<lb/>diverso nei diversi casi, si presta talvolta a porre in atto l’inferenza».</note>, cui fa seguito ὁπόταν<lb/>δὲ ἐς τέκμαρσιν λέγηται ὡς χρὴ ἕκαστα ἰητρεύειν, ἐν τούτοισι πολλὰ ἑτε-<lb/>ροίως γινώσκω κτλ.<note xml:id="ftn120" place="foot" n="119">«Quando si tratta di fare inferenze, su come curare ciascun caso, in ciò io la penso<lb/>molto diversamente, etc.».</note> (II 1). Tucidide fa analogo «sfoggio» terminologico: ἡ μὲν<lb/>γενομένη ναυμαχία, ... εἴ τις ἄρα δι᾽ αὐτὴν ὑμῶν φοβεῖται τὴν μέλλουσαν, οὐχὶ<lb/>δικαίαν ἔχει τέκμαρσιν τὸ ἐκφοβῆσαι<note xml:id="ftn121" place="foot" n="120">«La precedente battaglia navale – se qualcuno di voi a causa di questa teme la<lb/>prossima – non dà valido fondamento logico a questo panico».</note>, «non offre alcuna valida<hi rend="it"> base<lb/>all’inferenza</hi> che possa allarmarci» (LSJ s.v. τέκμαρσις). Il termine riapparirà solo<lb/>più tardi, in Dion. Halic. VII 71 et al. (τέκμαρσιν ποιεῖσθαι in luogo di τεκμαί-<lb/>ρεσθαι), ribadendo il livello altamente tecnicistico di questa famiglia verbale.<lb/>In proposito, significativo commento è quello di Foes (<hi rend="it">ThGL</hi> s.v. τέκμαρσις).<lb/>Secondo cui, «τέκμαρσις vox est Hippocr. usurpata initio lib.<hi rend="it"> De rat. in morb. ac.</hi>,<lb/>quae conjecturalem cognitionem et eam quae per signa finita et necessaria fit<lb/>conjecturam signifìcat, qualis est syllogistica, et a philosophis celebratur ac<lb/>medicis usurpatur». Prosegue, puntualmente rilevando che essa comprende<lb/>γνῶσις, διάγνωσις, πρόγνῶσις, e θεραπεία: infatti, «eo nomine tota fere medendi<lb/><pb n="178" facs="LP5_178.jpg"/>artis complexio, quae conjectura artificiali nititur, comprehenditur», con l’im-<lb/>prescindibile rinvio ad Ippocrate. Conclude ricordando, aristotelicamente, che<lb/>suo fondamento sono i «necessaria et perpetua signa, quae syllogistica appel-<lb/>lantur». È in sostanza quella che Galeno, più schematicamente, definisce una<lb/>γνῶσις διὰ τεκμηρίου: intesa come ormai è evidente, ad illuminare, per così<lb/>dire,<hi rend="it"> obscurum per clarius</hi>.</p>
         <p>Il lessico ippocratico, che diciamo «intellettuale», è impegnato a definire i<lb/>principi euristici, ed il metodo della ricerca. Esprime, per la prima volta nella<lb/>storia del pensiero, fondamentali istanze epistemologiche. Appare strumentale<lb/>alle emergenti esigenze di scientificità, quali evidenziate nell’ultimo trentennio<lb/>del quinto secolo, ma costituisce a sua volta imprescindibile elemento ed<lb/>aggressivo stimolo alla ricerca medesima. L’uso linguistico rispecchia fedel-<lb/>mente l’attività intellettuale dello scienziato, volta ad individuare e formulare i<lb/>princìpi e le procedure di una conoscenza, che supera prassi cognitive fondate<lb/>sulla successione puramente seriale dei fatti, rilevati in ordine casuale. Il pro-<lb/>cedere logico, razionale, il meccanismo induzione-deduzione, la capacità estra-<lb/>polatoria di tracciati futuri (quale già formalizzata nell’omerico A 343 citato in<lb/>apertura), governano l’intero edificio della nuova scienza, l’uso linguistico ne<lb/>fornisce puntuale testimonianza: il principio cardine della induzione, significa-<lb/>to da τεκμαίρεσθαι e dal contestuale σημεῖον, è esemplare in proposito. Il pro-<lb/>cedimento, all’apparenza elementare, per cui, movendo dalla correlazione logi-<lb/>ca di oggettive premesse, si getta «un fascio di luce sull’invisibile» (Nestle), è<lb/>inteso ad integrare i dati dell’osservazione mediante una «percezione menta-<lb/>le», che li surroga. Si pone quale elemento costitutivo, principio essenziale del-<lb/>la ricerca, il cui fondamento è razionale, costitutivamente «ipotetico».</p>
         <p>Superiore alla percezione ed a risultati dovuti al caso (cf. rispettivamente<lb/><hi rend="it">Ars</hi> XI 15 et<hi rend="it"> Vet. Med.</hi> XII 14ss.), la procedura inferenziale di cui si sostanzia<lb/>la scienza ippocratica ribadisce la (pragmatica) istanza della anticipazione logi-<lb/>ca del futuro, quale rivendicata già all’omerico Achille. Essa è anteposta, per<lb/>quanto correlata, a processi anamnestici e diagnostici. Nell’integrarsi reciproco<lb/>di τὰ παρεόντα, τὰ προγεγονότα, e τὰ μέλλοντα ἔσεσθαι (Hippocr.<hi rend="it"> Progn.</hi> I 3)<lb/>trionfa l’orientamento prospettico rivolto al futuro<note xml:id="ftn122" place="foot" n="121">Non troppo diversamente (sebbene in ambito diverso), come ricorda B. Marzullo,<hi rend="it"> La<lb/>nascita</hi>, cit., 22, I, Kant attribuirà finalistica organicità al rapporto tra<hi rend="it"> signum rememorativum</hi>,<hi rend="it"> demon-<lb/>strativum</hi>,<hi rend="it"> prognosticon</hi>, in esso riponendo la possibilità di progresso per l’uomo (cf. I. Kant,<hi rend="it"> Der<lb/>Streit der Fakultäten in drei Abschnitten</hi>, ed. K. Volander – E. Frey, VII, Berlin 1917, 83). Di fronte<lb/>alla preminenza del principio della «anticipazione temporale» negli scritti ippocratici, rilevante<lb/>appare il tentativo di M. Grmek, di restituire ruolo non secondario alla diagnosi, essendo «la<lb/>prognosi ippocratica, almeno in parte, una diagnosi camuffata», e svolgendo essa un ruolo ana-<lb/>logo a quello della diagnosi dei medici moderni (<hi rend="it">Le malattie all’alba della civiltà occidentale</hi>, tr. it.<lb/>Bologna 1985 (Paris 1983), 499s.).
            </note>: serialità, casualità,<lb/>analogiche illusioni, cedono alla razionalità della induzione.</p>
         <p><pb n="179" facs="LP5_179.jpg"/>Il consolidarsi del metodo designato da τεκμαίρεσθαι, formulato per la<lb/>prima volta con Alcmeone, esige una partecipazione attiva del soggetto cono-<lb/>scente. Il mondo non si disvela più da sé, offrendosi «miracolosamente» nella<lb/>sua essenza all’osservatore. Va invece responsabilmente interpretato, «costrui-<lb/>to» intellettualmente: la ricerca della verità deve avvenire per via logica, il<lb/>principio-guida è quello dell’inferenza, che proprio in Ippocrate si afferma<lb/>come epistemologicamente centrale.</p>
         <p><pb n="180" facs="LP5_180.jpg"/>APPENDICE*</p>
         <table rend="frame" xml:id="Table1">
            <row>
               <cell/>
               <cell>σημεῖον</cell>
               <cell/>
               <cell>σημαίνειν</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">Hom.</hi>
               </cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell/>
               <cell>15x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Hes.</hi>
               </cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell/>
               <cell>desid.</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Pind.</hi>
               </cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell/>
               <cell>desid.</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Aesch.</hi>
               </cell>
               <cell cols="2">3x (+ 1x<hi rend="it"> Prom.</hi>)</cell>
               <cell cols="2">8x (+ 5x<hi rend="it"> Prom.</hi>)</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Soph.</hi>
               </cell>
               <cell>7x</cell>
               <cell/>
               <cell>21x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Eur.</hi>
               </cell>
               <cell>11x</cell>
               <cell/>
               <cell>59x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Aristoph.</hi>
               </cell>
               <cell>9x</cell>
               <cell/>
               <cell>1x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Herodot.</hi>
               </cell>
               <cell>9x</cell>
               <cell/>
               <cell>70x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Thuc.</hi>
               </cell>
               <cell>19x</cell>
               <cell/>
               <cell>17x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Presocr.</hi>
               </cell>
               <cell>15x</cell>
               <cell/>
               <cell>5x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Xen.</hi>
               </cell>
               <cell>19x</cell>
               <cell/>
               <cell cols="2">Cf. Sturz,<hi rend="it"> Lex. 
                  Xen.
                  </hi>, s.v.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Plat.</hi>
               </cell>
               <cell>45x</cell>
               <cell/>
               <cell cols="2">Cf. Brandwood,<hi rend="it"> Ind. Plat.</hi>, s.v.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Aristot.</hi>
               </cell>
               <cell cols="2">Cf. Bonitz,<hi rend="it"> Ind. Aristot.</hi>,</cell>
               <cell cols="2">s.v. Cf. Bonitz,<hi rend="it"> Ind. 
                  Aristot.</hi>, s.v.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  CH</hi>
               </cell>
               <cell>260x</cell>
               <cell/>
               <cell>223x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>opp. maggiori</cell>
               <cell>49x</cell>
               <cell/>
               <cell>26x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Progn.</hi>
               </cell>
               <cell>33x</cell>
               <cell/>
               <cell>16x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Epid. I</hi>
               </cell>
               <cell>6x</cell>
               <cell/>
               <cell>2x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Acut.</hi>
               </cell>
               <cell>5x</cell>
               <cell/>
               <cell>7x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Vet. 
                  Med.
                  </hi>
               </cell>
               <cell>2x</cell>
               <cell/>
               <cell>/</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Aër.</hi>
               </cell>
               <cell>1x</cell>
               <cell/>
               <cell>/</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  MSac.</hi>
               </cell>
               <cell>1x</cell>
               <cell/>
               <cell>/</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Ars</hi>
               </cell>
               <cell>1x</cell>
               <cell/>
               <cell>/</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Epid. 
                  III
                  </hi>
               </cell>
               <cell>/</cell>
               <cell/>
               <cell>1x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell/>
               <cell>τέκμαρ</cell>
               <cell>τεκμήριον</cell>
               <cell>τεκμαίρεσθαι</cell>
               <cell>τέκμαρσις</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Hom.</hi>
               </cell>
               <cell>8x (xÉKmop)</cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell>6x</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Hes.</hi>
               </cell>
               <cell>1x</cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell>2x</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Pind.</hi>
               </cell>
               <cell>3x</cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell>4x</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Aesch.</hi>
               </cell>
               <cell>6x (+ 1x<hi rend="it"> Prom.</hi>)</cell>
               <cell cols="2">8x (+ 1x<hi rend="it"> Prom</hi>.) desid. (2x<hi rend="it"> Prom.</hi>)</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Soph.</hi>
               </cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell>4x</cell>
               <cell>3x (1x d.l.)</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Eur.</hi>
               </cell>
               <cell>1x</cell>
               <cell>15x</cell>
               <cell>5x</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Aristoph.</hi>
               </cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell>5x</cell>
               <cell>1x</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Herodot.</hi>
               </cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell>7x</cell>
               <cell>5x</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Thuc.</hi>
               </cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell>11x</cell>
               <cell>3x</cell>
               <cell>1x</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Presocr.</hi>
               </cell>
               <cell>1x</cell>
               <cell>1x</cell>
               <cell>2x</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Xen.</hi>
               </cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell>25x</cell>
               <cell>13x</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Plat.</hi>
               </cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell>73x</cell>
               <cell>27x</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  Aristot.</hi>
               </cell>
               <cell>1x</cell>
               <cell>21x</cell>
               <cell>4x</cell>
               <cell>desid.</cell>
            </row>
            <row>
               <cell>
                  <hi rend="it">
                  CH</hi>
               </cell>
               <cell>1x</cell>
               <cell>41x</cell>
               <cell>44x</cell>
               <cell/>
            </row>
            <row>
               <cell>opp. maggiori</cell>
               <cell>desid.</cell>
               <cell>15x</cell>
               <cell>8x</cell>
               <cell>2x<hi rend="it"> </hi>(<hi rend="it">Acut.</hi>)</cell>
            </row>
         </table>
         <p>* I rinvii ai lessici o indici dei singoli AA. indicano una frequenza particolarmente ele­-<lb/>vata delle occorrenze del lessema.</p>
      </body>
   </text>
</TEI>
