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            <title>«AD MAIOREM SEMPER CULTUM»: LIMITI E CALCOLABILITÀ DELLA PERFEZIONE DELL’UNIVERSO E DELL’UOMO NEL PENSIERO DI LEIBNIZ</title>
            <author><name>Giuseppe </name>
               <surname>Tognon</surname>
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            <authority>ILIESI-CNR</authority>
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               <p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p>
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               <title level="m">«AD MAIOREM SEMPER CULTUM»: LIMITI E CALCOLABILITÀ DELLA PERFEZIONE DELL’UNIVERSO E DELL’UOMO NEL PENSIERO DI LEIBNIZ</title>
               <author>Giuseppe Tognon</author>
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               <publisher>Leo S. Olschki Editore</publisher>
               <editor></editor>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope>  pp., (Collana Lessico Intellettuale Europeo, LII)</biblScope>
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            <docAuthor>Giuseppe Tognon</docAuthor>
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               <titlePart>«AD MAIOREM SEMPER CULTUM»: LIMITI E CALCOLABILITÀ<lb/>DELLA PERFEZIONE DELL’UNIVERSO E DELL’UOMO<lb/>NEL PENSIERO DI LEIBNIZ</titlePart>
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         <p>Vitae magnitudo non nisi a multitudine actorum aestima-<lb/>ri potest: «ne comptons pas les ans. Les gestes font la<lb/>vie», dit Ronsard dans le «Poeme sur la mort de Charles<lb/>IX». Tempus magnum apparet non nisi multitudine mu-<lb/>tationum quae in eo contingunt. Itaque diu ut vivamus in<lb/>nostra est potestate, si scilicet minutas etiam temporis<lb/>nostri partes sensibiles reddamus. Posset scribi dissertatio<lb/>de proroganda vita.</p>
         <p><hi rend='sc'>Leibniz</hi>, 1676<note xml:id="ftn1" place="foot" n="1"><hi rend='sc'> Grua</hi> II, p. 572, <hi rend='italic'> Vitae magnitudo</hi>.</note>
         </p>
         <p>I. L’idea contemporanea che il «razionalismo» seicentesco sia risultato<lb/>prigioniero della propria razionalità e che la cultura moderna, per liberarsi da<lb/>un eccessivo rigorismo metodologico ed etico, abbia dovuto attendere l’avven-<lb/>to di una seconda riforma antidogmatica e romantica, a ben vedere era già<lb/>stata contestata dall’uso simbolico che un grande filosofo quale il Leibniz ave-<lb/>va fatto delle idee scientifiche in filosofia.</p>
         <p>Il cambio di matematica intervenuto tra Descartes e Leibniz, il passaggio<lb/>dall’indefinito alla considerazione dell’infinito attuale, è stato determinante nel<lb/>mutare radicalmente la prospettiva filosofica europea, anche se intervenne<lb/>senza alterare vistosamente i caratteri esteriori della impronta metodologica<lb/>cartesiana, al di fuori della quale ogni filosofia del tempo pareva cadere in<lb/>preda alla censura morale ed era costretta a rifugiarsi nel rigorismo o<lb/>nell’estrinsecazione esagerata di tratti scolastici o libertini. Ed anzi, se le mate-<lb/>matiche si dimostrarono nella seconda metà del Seicento il porto più sicuro<lb/>per ogni filosofia che pretendesse di essere innovativa, bisogna riconoscere che<lb/>è dal loro seno che riprendono vigore molte di quelle intuizioni che, espresse<lb/><pb n="158" facs="INF_158.jpg"/>in forma utopica o sperimentale nel tardo Rinascimento, giungeranno a matu-<lb/>razione solo più tardi, dopo un laborioso affinarsi. Ciò risulta vero anche per<lb/>l’interrogativo antico sulla perfettibilità umana e sulla natura maligna o beni-<lb/>gna dell’universo: quando verrà ripreso dal Leibniz il problema più difficile<lb/>sarà quello di tradurre sul piano morale e teologico l’esperienza metodologica<lb/>delle matematiche dell’infinito. Superato lo scoglio della riforma della metafi-<lb/>sica, resterà insuperato quello della grazia e in generale quello dei rapporti tra<lb/>ragione e fede: quindi, se nell’incipit del<hi rend='italic'> De primae philosophiae emendatione</hi> (1694)<lb/>di Leibniz leggiamo una perentoria dichiarazione di intenti che è anche una<lb/>dichiarazione di certezza filosofica – «Video plerosque, qui Mathematicis doc-<lb/>trinis delectantur, a Metaphysicis abhorrere, quod in illis lucem, in his tene-<lb/>bras animadvertant. Cuius rei potissimam causam esse arbitror, quod notiones<lb/>generales, et quae maxime omnibus notae creduntur, humana negligentia<lb/>atque incostantia cogitandi ambiguae atque oscurae sunt factae: et quae vulgo<lb/>afferuntur definitiones, ne nominales sunt quidem, adeo nihil explicant»<note xml:id="ftn2" place="foot" n="2">GP IV, p. 468.</note> –,<lb/>dalla lettura dell’intero volume degli<hi rend='italic'> Essais de Théodicée</hi> (1710) non riusciremo<lb/>invece a trarre alcun argomento decisivo per una riduzione filosofica del<lb/>dramma cristiano dell’imperfezione e del male.</p>
         <p>Inoltre, se ormai molto conosciamo delle ragioni remote dell’‘ars inve-<lb/>niendi’ leibniziana e del valore attribuito in ambito rinascimentale e riformato<lb/>alla teoria dei segni ed alla ‘characteristica harmonica’, non è stato ancora<lb/>sufficientemente analizzato l’effetto generato nella filosofia leibniziana dall’in-<lb/>contro di questa tradizione euristica con un metodo dimostrativo matematico<lb/>di impronta cartesiana<note xml:id="ftn3" place="foot" n="3">Cfr.<hi rend='sc'> E. Knobloch</hi>,<hi rend='italic'> Die mathematischen Studien von G. W. Leibniz zur Kombinatorik</hi>, Studia<lb/>Leibnitiana Suppl. IX, Wiesbaden 1973.</note>. Tutto il percorso intellettuale leibniziano è inscritto<lb/>nello sforzo di individuare la matrice logica comune tra matematica e filosofia<lb/>proprio come successivamente i ‘philosophes’ cercheranno di dimostrare la<lb/>radice logica e terminologica comune tra<hi rend='italic'> perfectibilité</hi> e<hi rend='italic'> civilisation</hi>, negando che la<lb/>storia dell’umanità potesse essere storia di etnie e di aree in conflitto perenne<lb/>ed affermando invece che essa è storia di un popolo unico, nella quale le varie<lb/>civiltà sono viste come fasi successive o complementari di un finalismo uni-<lb/>versale, di uno scopo di perfettibilità, trascendente o immanente che sia<note xml:id="ftn4" place="foot" n="4">Ancora utile per introdursi nel tema il libro di<hi rend='sc'> John Bury</hi>, <hi rend='italic'>The Idea of Progress. An Inquiry<lb/>into its Origins and Growth</hi>, London, Macmillan 1932 (tr. it. Milano 1964); altrettanto <hi rend='sc'>F. Rigotti</hi>,<lb/><hi rend='italic'>L’umana perfezione. Saggio sulla circolazione e diffusione dell’idea di progresso nell’Italia del primo Ottocento</hi>,<lb/>Napoli, Bibliopolis 1980, con ampia bibliografia.</note>.</p>
         <p>Proprio alle origini di questo processo di riforma della filosofia prima, vi<lb/>è il dinamismo introdotto dal Leibniz inventore nel cartesianismo censore del<lb/><pb n="159" facs="INF_159.jpg"/>Cogito: alla certezza del «quasi nulla» di conosciuto del Cogito Leibniz sosti-<lb/>tuisce il «quasi tutto» della monade infinitizzata. In uno dei testi inediti pub-<lb/>blicati dal Grua, sulla doppia infinità in Pascal, per ben tre volte Leibniz si<lb/>sforza di tradurre in parole e in immagini la funzione e la dignità della mona-<lb/>de nell’economia generale dell’universo e nella seconda sua formulazione leg-<lb/>giamo che la monade è l’unico vero essere, le «presque-neant en montant du<lb/>rien aux choses, puisqu’il en est la plus simple, comme il est aussi le dernier<lb/>presque-tout, en descendant de la multitude des choses vers le rien»<note xml:id="ftn5" place="foot" n="5"><hi rend='sc'>Grua</hi> II, pp. 554-555.</note>.</p>
         <p>II. La sostituzione operata da Leibniz tra il Cogito e la Monade si presen-<lb/>ta come una sostanziazione indispensabile per legare la soggettività al progetto<lb/>e al destino della perfezione dell’universo, l’individualità alla totalità e alla<lb/>specie: al dubbio Leibniz contrappone l’esperienza della progressione spirituale<lb/>e il piacere della contemplazione della verità. L’intero processo di sostituzione<lb/>si compie parallelamente alla progressiva chiarificazione delle potenzialità ana-<lb/>logiche insite nella considerazione dell’infinito, cosicché non sarà impossibile<lb/>cogliere nella esperienza filosofica leibniziana un punto di passaggio ben preci-<lb/>so tra una considerazione ingenua e riduttiva dell’idea di infinito in filosofia<lb/>ed una considerazione matura e mediata della stessa<note xml:id="ftn6" place="foot" n="6">Cfr.<hi rend='sc'> Ch. Houzel, J.-L. Ovaert, P. Raymond, J.-J. Sansuc</hi>,<hi rend='italic'> Philosophie et calcul de l’infini</hi>,<lb/>Paris, Maspéro 1976. Il punto in cui la dottrina matematica leibniziana si congiungerà più stret-<lb/>tamente con la sua metafisica è quello in cui il filosofo giustifica la possibilità di parlare di<lb/>«fine» della serie infinita dei caratteri della realtà creata grazie ad una estensione metafisica<lb/>della legge universale di continuità: la fine del mondo non è lo zero assoluto ma solo relativo, e<lb/>di ciò che lo precede conserva i tratti. Dio può benissimo conoscere tutto ciò che è implicato –<lb/>tutti i predicati – nel mondo creato, considerato come soggetto di realtà e insieme oggetto del<lb/>suo calcolo, proprio perché anche quando la sua realtà sensibile si annulla, viene meno o non si<lb/>dà ancora, non si trova in presenza del nulla, ma dell’essenza della realtà del mondo, che è la<lb/>sua considerazione come possibile. La forma della realtà è la sua possibilità: Dio è da Leibniz<lb/>situato nell’infinità delle serie di cause e di effetti e sfugge all’accusa di essere all’origine della<lb/>predeterminazione assoluta e della dipendenza umana proprio perché la considerazione dell’infi-<lb/>nito ribalta i rapporti e fa della necessità logica infinita il luogo in cui può esercitarsi la libertà<lb/>finita dell’uomo. È da tener presente comunque che l’uso dell’infinito in filosofia non esaurisce<lb/>l’intenzione leibniziana di proseguire in un perfezionamento dell’uso dell’infinito nelle matema-<lb/>tiche e nella fisica, anche se il suo trattato<hi rend='italic'> De Scientia infiniti</hi> non sarà mai scritto: vedi <hi rend='sc'>P. Costa-<lb/>bel</hi>,<hi rend='italic'> De scientia infiniti</hi>, in<hi rend='italic'> Leibniz 1646-1716. Aspects de l’homme et de l’œuvre</hi>, «Revue internationale<lb/>de philosophie», XX, 76-77, 1966, pp. 105-117.</note>.</p>
         <p>Lo spartiacque può ben essere rappresentato nel passo su Pascal dove<lb/>Leibniz tenta un uso iperconnotativo del termine infinito e dei suoi derivati,<lb/>che conduce ad un imbroglio linguistico. «Ce que Monsieur Pascal dit de la<lb/>double infinité, qui nous environne en augmentant et en diminuant, lorsque<lb/><pb n="160" facs="INF_160.jpg"/>dans ses<hi rend='italic'> Pensées</hi> [22] il parle de la connoissance generale de l’homme, n’est<lb/>qu’une entrée dans mon systeme. Que n’auroit il pas dit avec cette force d’elo-<lb/>quence qu’il possedoit, s’il estoit venu plus avant, s’il avoit sçu que toute la<lb/>matiere est organique par tout, et que sa portion quelque petite qu’on la presse<lb/>contient representativement, en vertu de la diminution actuelle à l’infini<lb/>qu’elle enferme, l’augmentation actuelle à l’infini qui est hors d’elle dans l’uni-<lb/>vers… Mais il y a bien plus: il y pourroit lire encor tout le passé, et même<lb/>tout l’avenir infinement infini, puisque chaque moment contient une infinité<lb/>de choses dont chacune en enveloppe une infinité et qu’il y a une infinité de<lb/>momens dans chaque partie du temps, et une infinité d’heures, d’années, de<lb/>siecles, d’eônes, dans toute l’eternité future. Quelle infinité d’infinités infini-<lb/>ment repliquée, quel monde, quel univers apperceptible dans quelque corpu-<lb/>scule qu’on pourroit assigner. Mais toutes ces merveilles sont effacées par l’en-<lb/>veloppement de ce qui est infiniment au dessus de toutes les grandeurs, dans<lb/>ce qui est au dessous de toutes les petitesses; c’est à dire notre harmonie pree-<lb/>tablie, qui vient de paroistre aux hommes depuis peu…»<note xml:id="ftn7" place="foot" n="7"><hi rend='sc'>Grua</hi> II, pp. 553-554. L’<hi rend='italic'>infinité d’infinités</hi> anche nella<hi rend='italic'> Réponse</hi> al Bayle, GP IV, p. 554, del<lb/>1702.</note>.</p>
         <p>Considerato il fatto che il riferimento finale è agli articoli del<hi rend='italic'> Système nou-<lb/>veau</hi> e che più avanti nel testo si cita la<hi rend='italic'> monade</hi>, il brano può a buon diritto<lb/>essere datato di poco posteriore al 1695, il che significa che la considerazione<lb/>filosofica dell’infinito è contemporanea alla elaborazione della metafisica e<lb/>interna al lavoro di approfondimento e di applicazione che Leibniz intrapren-<lb/>derà negli anni a cavallo dei due secoli. Questo passo ‘pascaliano’ non ha però<lb/>solo un significato cronologico, perché ci fornisce anche una preziosa indica-<lb/>zione sulla strada che secondo Leibniz dovrà essere seguita nell’uso dell’infini-<lb/>to nella filosofia pratica: non può più essere la strada di una presenza magica e<lb/>immediata dell’infinità; non può più essere quella della mediazione interiore<lb/>di tipo esistenziale o quella della contemplazione della finitudine, né quella<lb/>della considerazione del ‘vacuum’, perché queste strade, tutte parziali, condu-<lb/>cono alla paralisi dello spirito e alla contraddizione interiore. L’unica strada<lb/>percorribile resta quella di una ricostruzione puntuale di quelle precondizioni<lb/>logiche e metafisiche che sole consentono la liberazione critica dell’intelligenza<lb/>nell’intento di dominare gli sviluppi del nuovo calcolo e spiegano l’equazione<lb/>filosofica che intercorre tra ‘perfectio’ e ‘realitas’<note xml:id="ftn8" place="foot" n="8">Cfr. <hi rend='sc'>A. Heinekamp</hi>,<hi rend='italic'> Zu den Begriffen realitas, perfectio und bonum metaphysicum bei Leibniz</hi>, in<lb/><hi rend='italic'>Akten des I Int. Leibniz-Kongress</hi>, Studia Leibnitiana Suppl. I, 1, Wiesbaden 1968,> pp. 207-222. Il<lb/>tema del rapporto tra realtà e perfezione era già alla base della tesi di <hi rend='sc'>L. Mabilleau</hi>,<hi rend='italic'> De perfectio-<lb/>ne apud Leibnitium</hi>, Paris 1881, in gran parte costruita sull’epistolario tra Leibniz e Eckhard (in<lb/>particolare sulla VI lettera (1677) edita dal<hi rend='sc'> Dutens </hi>III, p. 566: «perfectionem esse gradum seu<lb/>quantitatem realitatis positivae») e tra Leibniz e Wolff. Mentre le lettere con Eckhard sono ora<lb/>in GP I, pp. 211 sgg., l’epistolario con Wolff è edito dal medesimo editore a parte,<hi rend='italic'> Briefwechsel<lb/>zwischen Leibniz und Christian Wolff</hi>, Halle 1860, ma incompleto, cosicché soprattutto sul tema della<lb/>perfezione, occorre riferirsi al corpo, in tempi recenti anche incrementato con nuove acquisizio-<lb/>ni, dei manoscritti epistolari conservati presso il Leibniz-Archiv di Hannover (Lbrw. 1010).<lb/>Segnaliamo anche la tesi di <hi rend='sc'>A. Penjon</hi>,<hi rend='italic'> De infinito apud Leibnitium</hi>, Paris 1878, tutta incentrata<lb/>sull’idea di infinito più che sulle matematiche.</note>.</p>
         <p><pb n="161" facs="INF_161.jpg"/>La rivoluzione della considerazione critica dell’infinito in filosofia compor-<lb/>ta i più gravi e nuovi problemi nell’ambito del destino dell’uomo e della legge<lb/>che governa l’universo, perché se in quella sede si vuole ricorrere all’uso dell’in-<lb/>finito bisognerà farlo solo dopo una preliminare rappresentazione sistematica ed<lb/>ordinata dell’universo fondata su di un riconoscimento a priori della raggiunta<lb/>massima perfezione possibile – massima realtà – nel mondo esistente. Ciò par-<lb/>rebbe quasi comportare uno svuotamento di significato ed una caduta di tensio-<lb/>ne nella ricerca di quei nuovi orizzonti scientifici che il calcolo moderno aveva<lb/>lasciato intravedere, perché si passerebbe da un procedere inventivo e aperto ad<lb/>un procedere giustificatorio. Leibniz è perfettamente cosciente della difficoltà e<lb/>vi pone rimedio ricorrendo preliminarmente, in maniera elegantissima, ad uno<lb/>spiazzamento dei termini d’origine e di destinazione del problema attraverso la<lb/>critica ai corrispondenti termini fisici e metafisici d’uso. La considerazione<lb/>razionale della vita e dell’essere è incompatibile con il linguaggio comune di cui<lb/>la vita e l’essere si servono dopo essere stati posti in atto. Ancora prima vige il<lb/>linguaggio della possibilità e i confini topologici, ora ‘sradicati’ per effetto della<lb/>considerazione integrata ed infinita dell’universo creato, li vedremo usati da<lb/>Leibniz quando deve ragionare di quella ‘regione dei possibili’ in cui si decide<lb/>la scelta della creazione. Nella<hi rend='italic'> Causa Dei</hi>, trattato scolastico di metafisica e di<lb/>teologia, troviamo che quando la parola ‘monde’ viene usata nel suo significato<lb/>più comune Leibniz vi associa la precisazione che con essa si deve intendere<lb/>«un seul monde acque… [qui] embrasse l’universalité des créatures, de tout<lb/>temps et de tout lieu»<note xml:id="ftn9" place="foot" n="9">GP VI, p. 440, § 15.</note>, mentre quando essa viene usata in senso traslato e<lb/>metaforico per indicare la dimensione logico-modale infinita dei possibili, Leib-<lb/>niz non si preoccupa minimamente di giustificarne l’uso ed anzi si sofferma a<lb/>precisarne i contorni e la scenografia.</p>
         <p>Una volta resa possibile la considerazione razionale del concetto d’infini-<lb/>tà, vennero a crearsi per Leibniz le condizioni di possibilità di un sistema filo-<lb/>sofico entro il quale la individualità spazio-temporale veniva a perdere ogni<lb/>incomunicabilità ed ogni irriducibilità al pensiero architettonico generale. Solo<lb/>allora, parlando della salvezza dell’uomo, Leibniz può affermare che «le tout<lb/>revient souvent aux circonstances, qui font une partie de l’enchainement des<lb/><pb n="162" facs="INF_162.jpg"/>choses» e «qu’il y a un’infinité d’exemples des petites circonstances qui servent<lb/>à convertir ou à pervertir»<note xml:id="ftn10" place="foot" n="10">GP VI, p. 158,<hi rend='italic'> T</hi> § 100. Sulle ‘circostanze’ che comunque rientrano a pieno titolo nel<lb/>progetto del mondo e nell’armonia prestabilita vedi GP VI, p. 235 e p. 410.</note>. L’analogia instaurata tra il tutto logico e il tutto<lb/>reale e tra le circostanze e le necessità nega la possibilità, in ambito morale, di<lb/>ogni «jeu de devotion», come quello che era stato proposto dal padre Jean<lb/>Davidicus, gesuita, ingegnoso autore di un libro, il<hi rend='italic'> Veridicus christianus</hi>, che era<lb/>come una specie di «bibliomance, où l’on prend le passage à l’aventure, à<lb/>l’exemple du<hi rend='italic'> Tolle, lege</hi> de saint Augustin»<note xml:id="ftn11" place="foot" n="11">GP VI, pp. 158-159,<hi rend='italic'> T</hi> §§ 100-101.</note>.</p>
         <p>La riflessione leibniziana sui limiti e la calcolabilità della perfezione uma-<lb/>na non disgiunge mai l’aspetto dei contenuti da quello del metodo, la perfezio-<lb/>ne reale dalla potenza di calcolo e, in virtù della rinnovata analisi sull’infinito,<lb/>è tesa a superare la vana pretesa di credere che il progresso rappresentato da<lb/>una qualsivoglia decisione di vita, il «quod vitae sectabor iter», possa essere<lb/>esclusivamente frutto del caso, dell’ignoranza o esclusivamente di una decisio-<lb/>ne predeterminata da altri, quasi che Dio potesse esercitare sull’uomo una sor-<lb/>ta di «antigrace, c’est à dire une répugnance au bien ou même une inclination<lb/>au mal»<note xml:id="ftn12" place="foot" n="12">GP VI, p. 158,<hi rend='italic'> T</hi> § 99.</note>. L’inclinazione ad esistere, prevista ed insita in ogni monade leibni-<lb/>ziana, non può essere tradotta sul piano morale in termini automatici e<lb/>disgiuntivi da una considerazione complessiva della realtà<note xml:id="ftn13" place="foot" n="13"><hi rend='sc'>N. Grimaldi</hi>,<hi rend='italic'> Rationalité et temporalité chez Leibniz</hi>, in «Revue de Mét. et de Morale», 85,<lb/>1980, 2, pp. 178-192, mostra sui testi come il rapporto tra perfezione e temporalità sia efficace e<lb/>necessario solo all’interno di una considerazione razionale assoluta e preventiva della realtà:<lb/>allora l’ordine dell’universo tende a dinamicizzarsi in una filosofia del progresso. Ricordiamo<lb/>inoltre che la pretesa all’esistenza di tutti i possibili (GP VI, p. 603) va coniugata con lo scena-<lb/>rio metafisico descritto nel<hi rend='italic'> Système nouveau</hi> («La nature de la substance demande nécessairement<lb/>et enveloppe essentiellement un progrès ou changement», GP IV, p. 485), così da poter dire che<lb/>«tout tend à la perfection non seulement de l’univers en général, mais encore de ces créatures<lb/>en particulier (les âmes raisonnables) qui sont destinées à un tel degré de bonheur, que l’univers<lb/>s’y trouve interessé», GP IV, p. 481. L’intera questione va infine riletta alla luce della nozione<lb/>leibniziana di sostanza e della differenza tra sostanza umana e sostanza non umana, al fine di<lb/>valutare il nesso che lega la rappresentazione dell’universo con la percezione del suo progresso,<lb/>o, meglio, la rappresentabilità razionale dell’universo all’interno di una tensione «imitativa» del-<lb/>la perfezione da parte dell’anima umana.</note>. Caso e necessità<lb/>sono grandezze disomogenee, parole che hanno senso in dimensioni diverse<lb/>della considerazione del mondo e che vanno pensate e mediate analogamente<lb/>a tutte le altre coppie di termini morali e metafisici – bene/male, progres-<lb/>so/regresso, dolore/piacere, luce/ombra – come si è imparato a mediare e a<lb/>pensare il finito con l’infinito. Sempre nella<hi rend='italic'> Causa Dei</hi>, quando Leibniz intro-<lb/>duce il tema paolino del<hi rend='italic'> bathos</hi>, l’abisso in cui naufraga l’intelligenza teologica,<lb/><pb n="163" facs="INF_163.jpg"/>in un primo momento lo identifica con la inesauribile molteplicità del contin-<lb/>gente, «cum sorte nascendi, educationis, conversationis, vitae generis, casuum-<lb/>que fortuitorum», poi, nel rifacimento e nelle aggiunte del secondo prospetto<lb/>grafico riassuntivo, esplicita la vera ragione teorica della difficoltà, che è la<lb/>considerazione dell’infinito: «in ultimis autem rationibus singularium et oeco-<lb/>nomia circumstantiarum agnoscendum<hi rend='italic'> bathos</hi>, quia harmonia rerum involvitur<lb/>consideratio infiniti»<note xml:id="ftn14" place="foot" n="14">GP VI pp. 459 e 462. Armonia dell’universo e tensione interiore razionale e morale<lb/>sono allora simmetricamente congiunte per celebrare, con evidente reminescenza classica e rina-<lb/>scimentale – Agostino e i<hi rend='italic'> recentiores</hi>, il<hi rend='italic'> theatrum mundi</hi> e la<hi rend='italic'> Civitas Dei</hi> – lo «spectaculum» della<lb/>«series Universi»,<hi rend='italic'> Causa Dei</hi>, §§ 141-144. Il dettaglio paleografico del rifacimento della tavola<lb/>sinottica e delle aggiunte posteriori al<hi rend='italic'> brouillon</hi> della<hi rend='italic'> Causa Dei</hi> viene da un nostro esame dei<lb/>manoscritti di Hannover, in particolare dal confronto con una originaria<hi rend='italic'> Synopsis Theodicaeae seu<lb/>Apologetici Divini</hi>, LH Theol. III, 4, Bl. 7-8.</note>.</p>
         <p>III. Leibniz ha organizzato la sua considerazione dell’infinito in uno spa-<lb/>zio entro il quale procedere per sottosistemi concettuali. A partire dagli anni<lb/>Novanta, la considerazione dell’infinito presiede a tutte quelle condizioni<lb/>poste dal filosofo per l’affermazione della soggettività umana della monade<lb/>spirituale e ne risulterà riformata anche la considerazione dei progressi possibi-<lb/>li all’uomo. In termini figurati Leibniz amerà indicare lo spazio concettuale<lb/>dell’infinità con la metafora dell’oceano «qui est continué partout et sans<lb/>interruption ou partage, bien que les hommes y conçoivent des parties»<note xml:id="ftn15" place="foot" n="15">Sull’uso della metafora marina sia nel discorso filosofico che in quello storiografico del<lb/>Leibniz, cfr. GP II, p. 383; GP IV, pp. 132 «Oceanus juris», 183, 186; GP V, pp. 406, 505; GP<lb/>VI, pp. 27, 54, 107, 333, 535, 536; GP VII, p. 567. Più raramente, ma significativamente, essa<lb/>viene usata anche per descrivere il<hi rend='italic'> corpus</hi> delle scienze nel suo stato indistinto e non ordinato,<lb/>come in<hi rend='italic'> Opuscules</hi>, p. 530 o in<hi rend='italic'> NE</hi> IV, § 21 (A VI, 6, p. 523).</note> – e<lb/>avremo un oceano di sostanze, un oceano di percezioni, un oceano di cono-<lb/>scenze e così via –, ma l’avvento della metafora marina non è che il segnale di<lb/>una accresciuta consapevolezza scientifica e di una riorganizzazione gerarchica<lb/>dei problemi filosofici. La precondizione dell’esistente, il pre-darsi della vita<lb/>rispetto al suo concepirsi, il migliore dei mondi possibili che ontologicamente<lb/>viene prima degli infiniti mondi possibili che pure si danno subito e insieme<lb/>alla considerazione divina della scelta, non rappresentano più paradossi dell’in-<lb/>finità, ma sue manifestazioni emblematiche.</p>
         <p>Tutti i testi leibniziani sulla progressione delle conoscenze umane conten-<lb/>gono implicitamente o esplicitamente, a seconda del periodo in cui sono stati<lb/>scritti, una riflessione sull’infinito. Tra i primi e i più celebri vi è<hi rend='italic'> L’Horizon de<lb/>la doctrine humaine</hi> – in prima versione edito dal Couturat e recentemente rico-<lb/><pb n="164" facs="INF_164.jpg"/>struito, datato e studiato dallo Hübener<note xml:id="ftn16" place="foot" n="16"><hi rend='italic'>Opuscules</hi>, pp. 93, 186-187, 530-533, 560; <hi rend='sc'>W. Hübener</hi>,<hi rend='italic'> Die notwendige Grenze des Erkennt-<lb/>nisfortschritts als Konsequenz der Aussagenkombinatorik nach Leibniz’ unveröffentlichtem Traktat «De l’Horizon<lb/>de la doctrine humaine»</hi>, in<hi rend='italic'> Akten des II Int. Leibniz-Kongresses</hi>, Studia Leibnitiana Suppl. XV, Wiesba-<lb/>den 1975, pp. 55-71.</note>: non è stato sufficientemente notato<lb/>che in questo testo il tema tradizionale della calcolabilità del numero delle<lb/>verità di cui sono capaci gli uomini viene affrontato solo alla fine, mentre la<lb/>quasi totalità del testo è dedicata ad una ricostruzione dei progressi ottenuti<lb/>nell’«art des combinaisons ou bien des variations»<note xml:id="ftn17" place="foot" n="17"><hi rend='italic'>Opuscules</hi>, p. 532.</note>. Il grande salto è avvenu-<lb/>to – scrive Leibniz – con l’algebra di Viète e di Descartes e con la sostituzione<lb/>delle lettere ai numeri «tant connus qu’inconnus», cosicché, quando queste<lb/>lettere indicano termini o nozioni come in Aristotele, è possibile trattare diret-<lb/>tamente la logica delle figure e dei modi. Quindi Leibniz ricorda il suo trattato<lb/>giovanile<hi rend='italic'> De arte combinatoria</hi><note xml:id="ftn18" place="foot" n="18"><hi rend='italic'>Opuscules</hi>, p. 531.</note>.</p>
         <p>Fin qui nulla di nuovo se non fosse per il fatto che abbiamo saltato un<lb/>inciso importante: poco prima Leibniz nota che «si ces lettres signifioient des<lb/>points (comme cela se practique effectivement chez les Geometres) on y pour-<lb/>roit former un certain<hi rend='italic'> calcul</hi> ou sorte d’opération, qui serait entierement diffe-<lb/>rent de l’algebre et ne laisseroit pas d’avoir les memes avantages qu’elle a, c’est<lb/>de quoi je parleray une autre fois»<note xml:id="ftn19" place="foot" n="19"><hi rend='italic'>Ibidem</hi>.</note>. È qui perfettamente indicato quello che<lb/>allora era il problema leibniziano dominante e cioè quello del controllo razio-<lb/>nale del calcolo infinitesimale e della sua estensione a modello conoscitivo<lb/>metafisico. Ne l’<hi rend='italic'>Horizon de la doctrine humaine</hi> siamo intorno al 1693 – una ver-<lb/>sione del testo fu inviata a Bignon insieme al trattato sulla dinamica<note xml:id="ftn20" place="foot" n="20">«Je remets l’Astronomie à une autre fois… Maintenant je suis un peu trop distrait et si<lb/>je vous devés envoyer de nouveau une petite recherche que j’avois envoyée autrefois à Monsieur<lb/>le Président touchant un nombre plus grand que le nombre de toutes les verités possibles et<lb/>enonçables par l’esprit humain, j’aurois de la peine à le faire. C’estait un commencement de<lb/>méditation aisée à la vérité, mais dont on pourrait tirer quelques jolies consequences. Aussi<lb/>est-ce sur un objet plus considerable que le grain de sable d’Archimede. Il s’ensuit, entre autre,<lb/>que si le genre humain duroit assez, il y aurait un temps où il seroit vray à la lettre nihil dici<lb/>quod non dictum sit prius…», Leibniz a Fontenelle, 26 février 1701, in <hi rend='sc'>A. Birembaut, P. Co-<lb/>stabel, S. Delorme</hi>, <hi rend='italic'>La correspondence Leibniz-Fontenelle… en 1700-1701</hi>, «Revue d’hist. des scien-<lb/>ces et de leur applications», XIX, 1966, pp. 115-132. Il tema dell’insieme di tutte le verità pos-<lb/>sibili era già discusso al tempo di Mersenne e si legava alle ricerche sulla combinatoria: Leibniz<lb/>può essersi ispirato ad esempio a Schooten, da lui citato (GM VII, p. 242) come una delle fonti<lb/>sul calcolo binario.</note> – e<lb/>Leibniz tenta ancora di far rientrare il nuovo calcolo all’interno della<hi rend='italic'> Speciosa</hi><lb/>generale come caso di una tecnica interpretativa universale, ma già mostra di<lb/><pb n="165" facs="INF_165.jpg"/>non essere del tutto convinto che il passaggio possa realizzarsi senza soluzioni<lb/>di continuità: in un inciso successivo dirà che «la Specieuse generale reçoit<lb/>mille façons et l’Algebre n’en contient qu’une. Sans entrer dans la discussion<lb/>particuliere des loix qui diversifient la Specieuse, on peut la combiner avec<lb/>l’Arithmetique en calculant le nombre des variations possibles que les notes<lb/>generales peuvent recevoir»<note xml:id="ftn21" place="foot" n="21"><hi rend='italic'>Opuscules</hi>, p. 532.</note>.</p>
         <p>Diversificare la Speciosa: questo fu all’inizio il problema di Leibniz, ma<lb/>esso rimase irrisolto finché rimase un problema di calcolabilità oggettiva, un<lb/>problema solo quantitativo. Nella prospettiva di un confronto tra la quantità<lb/>umana e la quantità sostanziale dell’universo non c’era e non ci sarà la possibili-<lb/>tà nemmeno per Leibniz di sfuggire al paradosso e alle tentazioni dello scettici-<lb/>smo. Anche la ricerca del numero delle verità che gli uomini possono conoscere<lb/>non può avere come fine che quello di una constatazione di impotenza: se la<lb/>nuova formulazione leibniziana del paradosso del numero di grani di sabbia è di<lb/>ben altro potere di quella archimedea – si passa dalla considerazione di numeri<lb/>primi a quella della combinatoria – il risultato della ricerca rimane solo quello<lb/>di «mieux concevoir combien peu est l’homme au prix de la substance infinie»,<lb/>perché «son nombre [d’Archimede] n’est rien au prix de celuy des verités»<note xml:id="ftn22" place="foot" n="22"><hi rend='italic'>Opuscules</hi>, pp. 532-533.</note>.<lb/>Ricadiamo così ancora nell’ambito della presenza pascaliana anche se dobbiamo<lb/>notare con attenzione l’altra presenza spinoziana della<hi rend='italic'> sostanza infinita</hi>, espressio-<lb/>ne che data magistralmente il periodo centrale della produzione leibniziana e<lb/>che gli specialisti sanno non essere quasi più usata dal filosofo, per ragioni di<lb/>ordine logico e anche di opportunità, almeno a partire dal<hi rend='italic'> Système nouveau</hi>.</p>
         <p>A noi pare che Leibniz, alla ricerca di un diverso uso analogico dell’infi-<lb/>nito in filosofia, proceda intanto ad un tentativo di massimizzazione della tec-<lb/>nica combinatoria, e che, una volta risolto il problema, si faccia forte dell’in-<lb/>successo nel calcolo per affermare la forza della<hi rend='italic'> ratio</hi> divina. Farà del problema<lb/>del numero delle realtà umane un argomento decisivo della sua apologetica. Il<lb/>tentativo di calcolo sarà ripetuto vent’anni più tardi, alla fine della vita, in<lb/>quella corrispondenza con Overbeck che ci ha fruttato la breve meditazione<lb/>«circa revolutionem seu palingenesiam omnium rerum» che, edita nel 1921 da<lb/>Max Ettlinger, va sotto il nome di<hi rend='italic'> Apokatastasis panton</hi><note xml:id="ftn23" place="foot" n="23"><hi rend='sc'>Max Ettlinger</hi>, <hi rend='italic'>Leibniz als Geschichtsphilosoph</hi>, München 1921, con in appendice il testo<lb/>latino, con traduzione tedesca, <hi rend='italic'>Apokatastasis panton</hi>, pp. 28-34, da confrontare con la lettera del 17<lb/> giugno 1715 a Overbeck in LBr 705, Bl. 39.</note>. Leibniz vi tratta del<lb/>«numerus omnium Librorum possibilium», ma questa volta il calcolo leibnizia-<lb/>no del numero L, superiore alla «moltitudo literarum centies mille Milliones<lb/><pb n="166" facs="INF_166.jpg"/>Millionium», viene svolto con finalità positiva o, se vogliamo, autodistruttiva<lb/>e pedagogica, per giungere ad affermare che «ex solo calculo demonstrari non<lb/>possit reditum praecise Leopoldum I aut Ludovicum XIV aut me vel alium<lb/>privatum [esse]»<note xml:id="ftn24" place="foot" n="24"><hi rend='italic'>Ivi</hi>, p. 30.</note>. Perché? «Quia tamen ex rationibus Metaphysicis constat<lb/>praesens esse gravidum futuro<note xml:id="ftn25" place="foot" n="25"><hi rend='italic'>Ibidem</hi>.</note>» e perché non c’è calcolo che sia capace di<lb/>contenere pienamente l’intera essenza dell’esistente – «historia et continuum»<lb/>– per non parlare dell’intera essenza del possibile che, in definitiva, vista l’at-<lb/>tribuzione leibniziana di realtà ai possibili, rientra a pieno titolo a costituire<lb/>l’essenza dell’intera realtà, metafisicamente considerata. Leibniz ha buon gioco<lb/>nell’elencare tutte le difficoltà sperimentate nel corso di un’intera vita di ricer-<lb/>ca, nel liquidare ogni rappresentazione atomistica dell’universo ed ogni inge-<lb/>nua teoria evoluzionistica: anche «mentes capaciores», menti capaci di defini-<lb/>zioni perfette e sovrabbondanti di che cosa è un circolo, invano tenterebbero<lb/>di definire e di considerare che cosa è veramente «una semplice mosca», per-<lb/>ché anch’essa, grazie all’infinità della sua dimensione rappresentativa dell’uni-<lb/>verso, sfugge ad ogni presa concettuale, ad ogni possesso umano<note xml:id="ftn26" place="foot" n="26"><hi rend='italic'>Ivi</hi>, pp. 31-33.</note>. Certo, vale<lb/>ancora l’adagio che «nihil dictum iri quod non dictum fuisset prius», ma solo<lb/>relativamente al momento e al luogo da cui guardiamo perché «si aliqui alii<lb/>repetantur saepius, non est necesse repeti omnes» e perché «erunt quidem<lb/>semper discrimina aliqua inter vetus et novum, sed imperceptibilia in libris<lb/>exprimi non possunt»<note xml:id="ftn27" place="foot" n="27">LBr 705, Bl. 39v.</note>. L’infinito è ormai sussunto nella teoria leibniziana<lb/>dell’<hi rend='italic'>optimum</hi> e della sapienza divina, ma anziché ridursi a pensiero negativo<lb/>sull’essere, ad insuccesso mistico, per il fatto stesso che esso esce dall’orizzonte<lb/>di ogni possibile calcolabilità umana, assume la valenza di un’apertura fiducia-<lb/>le al futuro: se anche la «mens horizontem praesentis suae circa scientias capa-<lb/>citatis habet, nullum futurae» e se «talia [futura] calculis definiri non possunt»,<lb/>essi «pertinent ad doctrinam de congruentia rerum, seu de eo quod optimum<lb/>est, maximeque conveniens Sapientiae Divinae»<note xml:id="ftn28" place="foot" n="28"><hi rend='italic'>Apokatastasis panton</hi>, ed. cit., pp. 33 e 31.</note>.</p>
         <p>A distanza di vent’anni tra un testo e l’altro possiamo constatare la scom-<lb/>parsa di ogni analisi puramente quantitativa dell’infinito, la scomparsa di ogni<lb/>sostanziazione dell’infinito e il passaggio da ogni supporto fisico della calcola-<lb/>bilità – lettere, parole, segni, libri, biblioteche – ad un orizzonte di pensabilità,<lb/>ma più ancora di vita, che porta in sé, costitutivo, l’algoritmo infinitesimale<lb/>dell’equilibrio tra stabilità e movimento, tra natura e grazia, valido al di fuori<lb/><pb n="167" facs="INF_167.jpg"/>di ogni semplice riduzione sequenziale e lineare di momenti e operante in una<lb/>dimensione di presente-futuro di cui le conoscenze parziali, le sicurezze acqui-<lb/>site, non sono che metamorfosi o tentativi di rappresentazione.</p>
         <p>IV. Il progresso intellettuale di Leibniz in merito all’uso dell’infinito in<lb/>filosofia si compie per gradi e non sempre linearmente ed è quindi indispensa-<lb/>bile esaminarne almeno i punti di passaggio più importanti: limitandosi ai luo-<lb/>ghi più celebri, tra gli estremi de l’<hi rend='italic'>Horizon doctrinae humanae</hi> e della corrispon-<lb/>denza con Overbeck, sono da citare la lettera a Sophie del 3 settembre 1694, i<lb/>due frammenti<hi rend='italic'> De progressu in infinitum</hi> e<hi rend='italic'> An mundus perfectione crescat</hi> (1694-1696),<lb/> il<hi rend='italic'> De rerum originatione radicali</hi> del 1697, la lettera a Sophie del 6 febbraio 1706,<lb/> alcuni passaggi della Teodicea (§§ 13, 202, 215 sgg.), alcune lettere a Bourguet<lb/>del 1715-1716<note xml:id="ftn29" place="foot" n="29">Rispettivamente<hi rend='sc'> Klopp </hi>VII, p. 301;<hi rend='sc'> Grua </hi>I,> pp. 94-95, 95; E I, pp. 147-148 e poi GP<lb/>VII, pp. 302-308; GP VII, p. 568; GP VI, pp. 109, 237, 247 sgg.; GP III, pp. 581-583, 589,<lb/>591, 593.</note>.</p>
         <p>Va detto subito che in tutti questi testi non si discute più di ‘manufatti<lb/>della conoscenza umana’, ma direttamente sulla realtà: si tratta quasi sempre<lb/>di un discorso diretto sul reale e non sulla rappresentazione linguistica o sim-<lb/>bolica. Quando Leibniz esaminava il paradosso della ripetizione all’infinito di<lb/>ciò che era stato già detto, il ragionamento filava perché presupponeva un<lb/>numero finito di elementi del discorso, ricalcato sul numero finito delle lettere<lb/>dell’alfabeto. La storia era storia di parole sul mondo e non di cose del mondo<lb/>e l’andamento ciclico del progresso-regresso era lecito perché operava in ambi-<lb/>to finito. Anche quando Leibniz immagina l’insieme infinito delle proposizioni<lb/>finite combinate tra loro immagina un’infinità ‘finita’, perché per darsi la<lb/>ripetizione occorre che il primo infinito si termini in un suo punto. Là l’infini-<lb/>tà veniva così posta e negata nel medesimo tempo, lasciandoci nell’impossibili-<lb/>tà di decidere mentre in questi testi si va oltre in molte direzioni. Partendo dal<lb/>livello più elementare, quello in cui si pongono la maggior parte delle rappre-<lb/>sentazioni leibniziane del progresso, grazie alla presenza costante e rivelatrice<lb/>di alcune coppie di termini – avancer/reculer, reveil/sommeil, oubli/mémoi-<lb/>re, douleur/joie, ecc. – di alcune raffigurazioni e di alcuni modelli di cui si<lb/>intravede più facilmente il funzionamento, Michel Serres ha individuato quat-<lb/>tro fondamentali figure concettuali che ha rappresentato con le figure di una<lb/>linea dritta, di un cerchio, di una spirale, di linee ovali (la raffigurazione geo-<lb/>metrica di asimmetrie inverse e dirette)<note xml:id="ftn30" place="foot" n="30"><hi rend='sc'>M. Serres</hi>,<hi rend='italic'> Le système de Leibniz et ses modèles mathématiques</hi>, Paris, PUF 1982<hi rend="sup">2</hi>, pp. 214-<lb/>287.</note>. Queste rappresentazioni geometri-<lb/><pb n="168" facs="INF_168.jpg"/>che si costruiscono tutte a partire dalla composizione meccanica di tre elemen-<lb/>ti concettuali semplici: progresso, regresso, stabilità. La spirale risulta ad esem-<lb/>pio dalla combinazione di uno schema lineare monodromo e di un diagramma<lb/>ciclico e rappresenta quel progresso accumulativo e illimitato che si sviluppa<lb/>però in periodi ciclici differenti di progresso e regresso parziali, asimmetrici e<lb/>non perfettamente compensati. In questo caso tra il progresso e il regresso vi è<lb/>si uno scambio di parti, ma ineguale, perché la somma lineare del progresso è<lb/>superiore alla somma generale del regresso<note xml:id="ftn31" place="foot" n="31"><hi rend='sc'>Grua</hi> I, p. 94.</note>. Questo sempre che Serres<lb/>immagini di poter disporre di momenti calcolabili, mentre è difficile applicare<lb/>la stessa modellistica nel caso in cui sia impossibile ‘orientare’ i fatti.</p>
         <p>Più interessante è però cogliere il momento in cui la geometria elementa-<lb/>re si complica nella geometria infinitesimale: Leibniz ammette che «si omnia<lb/>inter ascendendum descendant rursus, nec recta progrediantur, quaeritur qua<lb/>ratione in infinito progressu definiatur, sitne ascensus an descensus an neu-<lb/>trum. Si ascendere rem dicamus, dicet alius rursus descendere post longas<lb/>periodos, etsi aliquando iterum ascendat».<hi rend='italic'> Etsi aliquando iterum ascendat</hi>: viene<lb/>qui spezzata ogni possibilità di trasparenza locale della direzione generale del<lb/>moto e risulta quindi impossibile esplorare degli intervalli ridotti di cammino<lb/>senza applicare le nuove tecniche del calcolo differenziale. Negli intervalli<lb/>possiamo rinvenire movimenti di ogni sorta senza che per ciò stesso risulti<lb/>modificata la curva dei massimi e dei minimi. Sarà questo l’approccio più<lb/>sfruttato da Leibniz che, per altro, non mancherà mai di affermare il «prima-<lb/>to» della<hi rend='italic'> sua</hi> curva del progresso universale, sempre crescente, dove cioè devo-<lb/>no essere presi in considerazione solo quei massimi che possono essere messi<lb/>in successione crescente<note xml:id="ftn32" place="foot" n="32">Cfr. <hi rend='sc'>M. Serres</hi>,<hi rend='italic'> Le système…</hi>, cit., pp. 233-239.</note>.</p>
         <p><hi rend='italic'>Etsi aliquando iterum ascendat</hi>: posto in tutto il suo rilievo il difficile proble-<lb/>ma dell’apparenza, ne andava cercato il modello esplicativo, la sua verità, cioè<lb/>la dimensione in cui anche l’apparenza si illuminava di nuova luce. Leibniz<lb/>situerà allora la ricerca nella dimensione degli scenari cosmici, astronomici o<lb/>antropologici: «Il est bon de considerer que, dans cette vie sensible nous viel-<lb/>lissons après estre meuris, parce que nous approchons de la mort qui n’est<lb/>qu’un changement de Théatre; mais la vie perpetuelle des ames estant exemte<lb/>de mort est aussi exemte de vieillesse. C’est pourquoy elles avancent et meuris-<lb/>sent perpetuellement comme le monde lui mesme dont elles sont les images;<lb/>car rien n’estant dehors de l’univers qui le puisse empescher, il faut bien que<lb/>l’univers avance continuellement et se developpe»<note xml:id="ftn33" place="foot" n="33">Leibniz à Sophie, GP VII, p. 543.</note>.</p>
         <p><pb n="169" facs="INF_169.jpg"/>Ogni<hi rend='italic'> teatro</hi> è retto da una regola e da un ordine propri, come si può con-<lb/>siderare guardando gli astri che sembravano erranti e senza regole fino a quan-<lb/>do «avec Copernic nous nous sommes placés dans le soleil, au moins avec les<lb/>yeux de l’esprit, et nous avons decouvert un ordre merveilleux»<note xml:id="ftn34" place="foot" n="34"><hi rend='italic'>Ibidem</hi>.</note>.</p>
         <p>A questo punto non è difficile cogliere che man mano si avanza in poten-<lb/>za nei modelli esplicativi cresce anche l’ambito delle rappresentazioni che sono<lb/>da Leibniz scelte per dare un contenuto tangibile alla attenzione umana: sfon-<lb/>dati presto i limiti iperurani e quelli della morte fisica si giungerà al teatro<lb/>supremo della repubblica degli spiriti, dove le anime sono perfettibili per virtù<lb/>speciale, in quanto imitatrici della natura divina più che di quella corporea,<lb/>quasi «de sa race [Dio] ou comme enfans de la maison»<note xml:id="ftn35" place="foot" n="35"><hi rend='italic'>Discours de métaphysique</hi>, § XXXVI, GP IV, p. 461.</note>.</p>
         <p>Non basta ancora: finora Leibniz si è avvalso della dilatazione fisico-<lb/>immaginativa degli scenari, confidando su quanto la nuova scienza e il senso<lb/>comune potevano creare congiungendosi. Ha raggiunto un equilibrio tra mo-<lb/>dello infinitesimale di pensiero e infinito reale metafisico: nulla è al di fuori<lb/>dell’universo, non vi è un tempo fuori della vita, in ogni cosa vi è un ordine<lb/>ed<hi rend='italic'> in rebus</hi> possiamo ancora rinvenire gli elementi che avevamo utilizzati<hi rend='italic'> in<lb/>geometricis</hi>. Ora però occorreva affrontare il problema dell’origine ideale dell’or-<lb/>dine, e della sua considerazione come causa formale oltre che come causa effi-<lb/>ciente, cioè valutare quanto e come l’uomo intervenga nella costituzione<lb/>dell’ordine e quanto e come Dio ne abbia assunto la responsabilità prima.<lb/>Come parlare della perfettibilità umana entro un modello compiuto di perfe-<lb/>zione, come dell’infinito entro l’infinito? Ricorrendo ad un approccio seriale<lb/>al modello infinitesimale e adeguando ad esso il contenuto reale preso in esa-<lb/>me. Tale adeguamento si realizzerà nell’intuizione storicistica che informa il<lb/><hi rend='italic'>De rerum originatione radicali</hi> quando il teatro del mondo diventa quello dell’agire<lb/>umano e della storia: si parlerà di «maiorem semper cultum», di «culturam<lb/>terrae nostrae», di «afflictiones interpretates», di «paradisus», fino ad afferma-<lb/>re che «nec proinde unquam ad Terminum progressus perveniri»<note xml:id="ftn36" place="foot" n="36"><hi rend='italic'>De rerum originatione radicali</hi>, GP VII, p. 308. Sulla questione che in questo testo si pone,<lb/>di una possibile teoria generale del progresso, si veda anche il<hi rend='italic'> De Affectibus</hi> del 1679, <hi rend='sc'>Grua</hi> II,<lb/>p. 526: «Causa determinationis est ad unam seriem cogitandi potius quam ad aliam, cum cogita-<lb/>tiones seriei unius plus involvunt realitatis quam cogitationes seriei alterius. Nam regula genera-<lb/>lis est semper id fieri quod plus involvit realitatis, seu quod est perfectius. Omnia semper fiunt<lb/>perfectiora, licet per periodos saepe longas et regressus». Quest’ultimo testo è di fondamentale<lb/>importanza per studiare l’equazione leibniziana tra ‘perfectio’ e ‘realitas’.</note>. Se appa-<lb/>rentemente, passando dall’astronomico all’umano, il campo allegorico sembra<lb/>restringersi, in realtà raggiunge il suo massimo di intensità e si apre su sé stes-<lb/><pb n="170" facs="INF_170.jpg"/>so instaurando la rete delle analogie metafisiche che legano tra loro la teolo-<lb/>gia, la gnoseologia, la psicologia, le fisiche, l’agronomia, la geologia e le altre<lb/>discipline particolari che danno il nome all’agire dell’uomo in quanto rispon-<lb/>dono a suoi bisogni. Eliminati i confini del mondo, che esistono solo in virtù<lb/>del bisogno dell’uomo di superarsi, l’esaltazione del progresso metafisico si<lb/>ottiene anche grazie alla «dislocazione» del<hi rend='italic'> terminus ad quem</hi> nella<hi rend='italic'> ratio plena</hi><lb/>dell’intervento creatore, fino a sondare la legge armonica delle serie infinite<lb/>dei mondi possibili. Un percorso inverso a quello di ogni mistica, che spiega<lb/>anche il perché di un certo ‘monotonismo’ leibniziano nella riduzione del rea-<lb/>le a concetto e a calcolo: da un certo punto in poi si fa chiaro che nella filoso-<lb/>fia leibniziana l’unico vero oggetto di scienza possibile, proprio perché l’unico<lb/>oggetto portatore di senso, diviene l’atto creatore divino in tutta la sua inten-<lb/>sionalità e ben al di là della necessità di precisare preliminarmente il<hi rend='italic'> luogo</hi> di<lb/>Dio. Anche la casa di Dio non è in nessun punto dominante, di cui per altro<lb/>lo spazio della filosofia leibniziana è sprovvisto, ma nell’ordine del conoscere<lb/>che è il medesimo dell’amore e della carità: «Totam amplitudinem regni coe-<lb/>lestis non esse ex nostra cognitione aestimandam… [poiché] in domo Patris<lb/>nostri multas esse mansiones… et in spectabili mundo multas creaturarum<lb/>rationalium habitationes esse verisimile judicari potest»<note xml:id="ftn37" place="foot" n="37">GP VI, 447,<hi rend='italic'> Causa Dei</hi>, §§ 57-58.</note>. Si noti la forza della<lb/>estensione leibniziana della espressione biblica «la casa del Padre» fino a com-<lb/>prendere in essa una molteplicità di «demeures», non solo di individui pecca-<lb/>tori; essa ci fa già intravedere a quale livello di profondità si ponga il legame<lb/>che tiene uniti nell’opera e nel pensiero leibniziani l’idea della concordia con<lb/>il bisogno di una giustificazione, il simile con il diverso, la caduta e la grazia.</p>
         <p>V. Oltre la posizione del problema della teodicea e dell’uso dell’infinito<lb/>nella considerazione della razionalità dell’atto creatore, Leibniz tenta ancora di<lb/>salire un altro gradino, per raggiungere il punto da cui sia possibile fornire una<lb/>spiegazione qualitativa e morale al cambiamento e all’apparente disordine del-<lb/>la molteplicità. Intende dimostrare che il meccanismo metafisico da lui dispie-<lb/>gato nella teoria dell’armonia prestabilita può piegarsi sino a tollerare una<lb/>variazione qualitativa, di specie, nel progresso dell’universo, senza che con ciò<lb/>ne venga mai intaccata la quantità e l’intensità. In un passo della<hi rend='italic'> Teodicea</hi><lb/>(§ 202) Leibniz critica il teologo Diroys che nel suo libro<hi rend='italic'> Preuves et Préjugés pour<lb/>la Religion Chrétienne</hi> aveva osato affermare che «rien ne peut changer qu’en<lb/>passant d’un état moin bon à un meilleur, ou d’un meilleur à un moins bon et<lb/>qu’ainsi, si Dieu fait le meilleur, ce produit ne saurait être changé: que ce<lb/><pb n="171" facs="INF_171.jpg"/>serait une substance eternelle, un Dieu»<note xml:id="ftn38" place="foot" n="38">GP VI, p. 237. Leibniz ragiona sulla recensione che Bayle fa dell’opera del Diroys,<lb/>apparsa a Parigi nel 1683, nella<hi rend='italic'> Réponse au Provincial</hi>, III, § 165, pp. 1058-1063: cfr.<hi rend='italic'> T</hi>, §§ 197-<lb/>201.</note>: dichiara di non comprendere per-<lb/>ché «une chose ne puisse changer d’espece par rapport au bien et au mal, sans<lb/>en changer le degré. En passant du plaisir de la Musique à celui de la Peintu-<lb/>re, ou viceversa du plaisir des yeux à celuy des oreilles, le degré des plaisirs<lb/>pourra être le même, sans que le dernier ait pour luy d’autre avantage que<lb/>celui de la nouveauté»<note xml:id="ftn39" place="foot" n="39"><hi rend='italic'>Ibidem</hi>.</note>. Si tratta di un’affermazione importante perché con-<lb/>tiene lo schema che, come è noto, Leibniz dispiegherà contro ogni ricorso<lb/>dogmatico al valore della tradizione o a quello della innovazione: contro Bos-<lb/>suet che voleva affermare l’unicità della fede cattolica contro tutte le<hi rend='italic'> Variations</hi><lb/>o contro quei filosofi che rifiutavano per partito preso la filosofia delle Scuole.<lb/>La novità non rappresenta una rottura insanabile che in una concezione primi-<lb/>tiva del progresso, dove una visione lineare di esso non tollera scambi pariteti-<lb/>ci tra luoghi diversi del medesimo ambito. Come non basta ad una cosa l’esse-<lb/>re diversa da un’altra solo per numero per essere veramente diversa, e addirit-<lb/>tura non basta nemmeno per ‘essere’ qualcosa – il principio di ragion suffi-<lb/>ciente nella sua visione della indiscernibilità – così non basta che uno stadio<lb/>della realtà ci appaia diverso, in più o in meno rispetto a prima, per poter<lb/>affermare che sia intervenuto un cambiamento complessivo di stato. «Ainsi le<lb/>meilleur peut être changé en un autre qui ne luy cède point et qui ne le sur-<lb/>passe point: mais il y aura tousjours entre eux un ordre et le meilleur ordre qui<lb/>soit possible. Prenant toute la suite des choses le meilleur n’a pas d’égal, mais<lb/>une partie de la suite peut être egalée par une autre partie de la même sui-<lb/>te»<note xml:id="ftn40" place="foot" n="40"><hi rend='italic'>Ibidem</hi>.</note>. Leibniz non ritorna mai esaurientemente sull’idea di un passaggio quali-<lb/>tativo interno al reale, ma ci pare che la causa di questa ‘nonchalance’ stia<lb/>anche nel fatto che il ragionamento gli appariva familiare alla luce dell’idea di<lb/>infinito che si era sforzato per decenni di elaborare ed è certamente interessan-<lb/>te valutare l’ampiezza dell’evoluzione compiuta dal filosofo che trent’anni pri-<lb/>ma, quando iniziava a parlare di ascese o discese temporali nella considerazio-<lb/>ne del progresso alla luce dell’infinito, non diceva cose poi tanto diverse da<lb/>quelle del teologo contro cui ora si rivolge. E un ulteriore grado di generaliz-<lb/>zazione del problema è attestato anche dal ricorrere, in ambito morale, di una<lb/>espressione abbastanza ermetica che molto inquieta lo studioso, là dove leggia-<lb/>mo che gli uomini non sono tutti buoni o cattivi allo stesso modo o, che anche<lb/>se lo sono «equaliter», non lo sono «similiter»<note xml:id="ftn41" place="foot" n="41"><hi rend='italic'>	Causa Dei</hi>, § 143; GP VI, p. 459.</note>.</p>
         <p><pb n="172" facs="INF_172.jpg"/>Come conclusione possiamo limitarci ad osservare che nel trattare del<lb/>progresso della perfezione Leibniz è stato rapidamente condotto dal ragiona-<lb/>mento ad affrontare il problema nella sua dimensione massima, quella metafi-<lb/>sica, e che per risolverlo ha fatto pieno uso di tutte le strutture concettuali<lb/>riguardanti l’infinito che aveva a disposizione nel suo tempo e che concorse a<lb/>rendere perspicue: ripetizione, combinatoria, virtualità, ordini diversi nella<lb/>grandezza o nella esiguità, metamorfosi globali e metamorfosi locali, annichili-<lb/>mento e perpetuità. Non tutte sono state da lui compiutamente tradotte in<lb/>filosofia ed esplicitate, ma certamente tutte sono state trasformate dalla sua<lb/>passione filosofica. Il problema della perfettibilità umana, che sta a monte di<lb/>quello di ogni possibile educazione e si accompagna a quello della grazia, avrà<lb/>come orizzonte e come limite massimo di estensione quegli stessi dati che si<lb/>danno all’Artefice quando deve calcolare i minimi del Male e la economia del<lb/>reale: il problema è qualitativo e consiste in quello del dove<hi rend='italic'> voler</hi> situare i<lb/>massimi e i minimi affinché, tenuto conto di tutto ciò che può accadere ed<lb/>accadrà, la curva sia comunque crescente. Il fatto che in definitiva il mondo<lb/>non possa essere diverso da quello che è e sarà, pareva a Leibniz un piccolo<lb/>sacrificio d’orgoglio rispetto al vantaggio che all’uomo così veniva offerto di<lb/>mantenersi sempre al di qua del nulla, senza mai rinunciare alla ricerca, ma<lb/>evitando di smarrirsi negli abbagli del cuore e dell’intelletto. L’apologia leibni-<lb/>ziana della realtà ha di fatto inaugurato la importante stagione moderna<lb/>dell’uso dell’idea dell’infinito in filosofia e in psicologia.</p>
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