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            <title>«NECESSITÀ EX HYPOTHESI» E ANALISI INFINITA IN LEIBNIZ</title>
            <author><name>Massimo </name>
               <surname>Mugnai</surname>
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            <authority>ILIESI-CNR</authority>
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               <p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p>
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               <title level="m">«NECESSITÀ EX HYPOTHESI» E ANALISI INFINITA IN LEIBNIZ</title>
               <author>Massimo Mugnai</author>
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               <publisher>Leo S. Olschki Editore</publisher>
               <editor></editor>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope>  pp., (Collana Lessico Intellettuale Europeo, LII)</biblScope>
               <date></date>
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            <docAuthor>Massimo Mugnai</docAuthor>
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               <titlePart>«NECESSITÀ<hi rend="italic"> EX HYPOTHESI</hi>» E ANALISI INFINITA IN LEIBNIZ</titlePart>
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         <pb n="143" facs="INF_143.jpg"/>
         <p>1. Nel capitolo VIII del<hi rend="italic"> Discours de métaphysique</hi>, Leibniz fornisce la<lb/>seguente indicazione, relativa alla natura della sostanza individuale:</p>
         <p>Cela estant, nous pouvons dire que la nature d’une substance individuelle ou<lb/>d’un estre complet, est d’avoir une notion si accomplie qu’elle soit suffisante à<lb/>comprendre et à en faire déduire tous les prédicats du sujet à qui cette notion<lb/>est attribuée<note xml:id="ftn1" place="foot" n="1">GP IV, p. 433.</note>.</p>
         <p>Evocata per spiegare cosa sia una sostanza individuale, l’espressione «no-<lb/>tion accomplie» agisce in questo contesto come una sorta di intermediario che,<lb/>in un certo senso, fa dimenticare e nasconde dietro di sé colui per il quale<lb/>dovrebbe fare la mediazione. Riguardo alla sostanza individuale, apprendiamo<lb/>soltanto che essa si rapporta a una tale «notion accomplie»: ogni altra qualifi-<lb/>cazione rimane nell’ombra e se viene alla luce, non è direttamente, ma sempre<lb/>grazie agli uffici della «notion accomplie». Tuttavia, anche se Leibniz, nel<lb/>testo che stiamo considerando, mette in primo piano la nozione di «concetto<lb/>completo», facendo recedere «dietro le quinte» la sostanza individuale, distin-<lb/>gue nettamente l’una dall’altra. La «notion accomplie» o<hi rend="italic"> concetto completo</hi> di una<lb/>sostanza individuale è una descrizione esaustiva di tutto ciò che accade, è acca-<lb/>duto e accadrà alla sostanza che a tale concetto completo corrisponde<note xml:id="ftn2" place="foot" n="2">Cfr. per es. GP II, p. 41;<hi rend="italic"> Opuscules</hi>, p. 520: «<hi rend="italic">Notio completa seu perfecta substantiae singularis<lb/>involvit omnia eius praedicata praeterita, praesentia ac futura</hi>».</note>.</p>
         <p>Otteniamo così un vero e proprio parallelismo: da un lato il concetto<lb/>completo che rappresenta nei dettagli e secondo un ordine determinato, tutte<lb/>le azioni e le passioni, tutto ciò che avviene alla sostanza; d’altro lato la<lb/>sostanza individuale che agisce e si sviluppa secondo il «programma» indicato<lb/>dal concetto completo. Nell’abbozzo di una lettera destinata ad Arnauld (1686<lb/>circa), Leibniz stabilisce tra il livello logico della nozione completa e il livello<lb/>reale della sostanza una corrispondenza che è il fondamento del parallelismo:</p>
         <p>… la notion de chaque personne ou substance individuelle enferme une fois<lb/><pb n="144" facs="INF_144.jpg"/>pour toutes, tout ce qui lui arrivera à jamais, car cette personne peut estre<lb/>considérée comme le sujet, et l’événement comme le prédicat…<note xml:id="ftn3" place="foot" n="3">Si tratta di un abbozzo di lettera ad Arnauld datato 14 luglio 1686 che inizia come la<lb/>lettera avente la stessa data, pubblicata in GP II, p. 52 (fino a «vostre égard»), ma che poi si<lb/>sviluppa come un vero e proprio compendio di ontologia leibniziana.</note>.</p>
         <p>Al<hi rend="italic"> soggetto reale</hi> o sostanza individuale corrisponde il<hi rend="italic"> soggetto logico</hi>, mentre a<lb/>ciascuna<hi rend="italic"> proprietà</hi> del soggetto reale corrisponde un<hi rend="italic"> predicato</hi> del soggetto logico.<lb/>Sotto il nome di «predicato» – come del resto Leibniz medesimo chiarirà in<lb/>varie occasioni – devono essere compresi sia i predicati che la tradizione scola-<lb/>stica chiamava «assoluti» sia i predicati che implicano relazioni (<hi rend="italic">denominationes<lb/>extrinsecae</hi>)<note xml:id="ftn4" place="foot" n="4">Cfr., per esempio,<hi rend="italic"> Opuscules</hi>, p. 521; GP IV, p. 433.</note>. Pertanto, se avviene che una certa sostanza individuale abbia una<lb/>determinata proprietà, questo fatto può essere espresso al livello del soggetto<lb/>(concetto completo) che corrisponde alla sostanza, affermando che il predicato<lb/>corrispondente alla proprietà in questione<hi rend="italic"> inerisce</hi> al soggetto. Come è noto,<lb/>l’inerenza è richiesta, in tal caso, dalla nozione tipicamente leibniziana di<hi rend="italic"> pro-<lb/>posizione vera</hi>:</p>
         <p>… Tousjours, dans toute proposition affirmative, véritable, nécessaire ou con-<lb/>tingente, universelle ou singulière, la notion du prédicat est comprise en quel-<lb/>que façon, dans celle du sujet,<hi rend="italic"> praedicatum inest subjecto</hi>; ou bien je ne sçay ce que<lb/> c’est que la vérité<note xml:id="ftn5" place="foot" n="5">GP II, p. 56.</note>.</p>
         <p>«Nozione completa», «sostanza individuale», «principio di inerenza» del<lb/>predicato nel soggetto: si può dire che le maggiori difficoltà che travagliano la<lb/>filosofia leibniziana abbiano origine nel tentativo di conciliare questa triade<lb/>concettuale con la duplice convinzione: 1) che vi sono proposizioni contingen-<lb/>ti e 2) che le azioni delle sostanze razionali sono<hi rend="italic"> libere</hi>. In effetti, se si afferma,<lb/>come fa Leibniz, che tutto ciò che accade a una sostanza individuale è compre-<lb/>so nella nozione completa di tale sostanza, in che senso si potrà sostenere che<lb/>questa o quella proprietà della sostanza è contingente? Una volta accettato il<lb/>principio di inerenza, ogni verità diviene analitica e, secondo la tradizione filo-<lb/>sofica, l’analiticità di un giudizio equivale ad ammetterne la necessità (logica).<lb/>Inoltre, si considerino le tre premesse seguenti:</p>
         <list type="unordered">
            <item>la nozione completa di ciascuna sostanza individuale è stata conce-<lb/>pita dall’eternità nell’intelletto divino;</item>
            <item>nella nozione completa di un individuo particolare – per esempio<lb/>nella nozione di Adamo – un dato evento – per esempio, che mangerà il frutto<lb/>proibito – vi è compreso dall’eternità;</item>
            <pb n="145" facs="INF_145.jpg"/><item>Dio ha scelto di creare un Adamo del tutto corrispondente alla<lb/>descrizione fornita dal concetto completo contenente la proprietà di mangiare<lb/>il frutto proibito. Sembra molto difficile, ammessa la verità di tali premesse,<lb/>argomentare a favore del fatto che Adamo – per continuare nell’esempio –<hi rend="italic"> è<lb/>libero</hi> di mangiare o di non mangiare il frutto proibito<note xml:id="ftn6" place="foot" n="6">Si veda su ciò<hi rend="sc"> D. Blumenfeld</hi>,<hi rend="italic"> Leibniz on Contingency and Infinite Analysis</hi>, in «Philosophy<lb/>and Phenomenological Research», XLV, 1985, pp. 483-514: si tratta di un saggio molto pene-<lb/>trante che fa il punto in maniera esemplare su un controverso problema filosofico-storiografi-<lb/>co.</note>.</item>
         </list>
         <p>Ora, è ben noto che Leibniz ha dovuto affrontare tale ordine di problemi<lb/>dal momento in cui ha comunicato ad Arnauld la traccia del proprio sistema<lb/>«ontologico-metafisico». Ed è altresì noto che Leibniz ha prospettato diverse<lb/>soluzioni che non danno luogo a un tutto armonico e coerente. Ancora oggi i<lb/>vari interpreti incontrano notevoli difficoltà nell’analisi delle concezioni leib-<lb/>niziane relative alla «contingenza». Per quello che mi concerne, non pretendo<lb/>di trovare una soluzione a<hi rend="italic"> querelles</hi> che durano da tempo interminabile: mi<lb/>limiterò a mostrare che Leibniz, verso il 1680, è portato ad adottare quella che<lb/>ritiene essere la soluzione definitiva del problema della contingenza (soluzione<lb/>fondata sull’analogia con l’analisi matematica), approfondendo una soluzione<lb/>preesistente, ben nota ai pensatori della scolastica. Come vedremo, il passaggio<lb/>dalla soluzione tradizionale a quella nuova sarà favorito dal ruolo che svolge<lb/>l’<hi rend="italic">infinito</hi> nell’ontologia leibniziana. Per chiarire questo punto, dovrò accennare,<lb/>sia pure brevemente, al concetto di «nozione completa di un individuo».</p>
         <p>2. Per ciò che concerne la «nozione completa» di un individuo, è stato<lb/>suggerito, a buon diritto, di cercarne il fondamento nel principio secondo il<lb/>quale «omne individuum sua tota entitate individuatur»; principio che Leibniz<lb/>enuncia nella giovanile<hi rend="italic"> Dissertatio de principio individui</hi> e che ha sicuramente rica-<lb/>vato dalla tradizione scolastica del partito «concettualista»<note xml:id="ftn7" place="foot" n="7">Cfr. GP IV, p. 18.</note>. Si può tuttavia<lb/>risalire più indietro, fino a Porfirio. In effetti, quest’ultimo sostiene, nell’<hi rend="italic">Isagoge</hi><lb/>che ciascun individuo è determinato da un insieme di proprietà che non può<lb/>essere attribuito – in quanto si tratta di un insieme ben definito – a nessun<lb/>altro soggetto:</p>
         <p>Individuum autem dicitur Socrates, et hoc album et hic veniens Sofronisci<lb/>filius, si solus sit ei Socrates filius. Individua autem dicuntur hujusmodi, quo-<lb/>niam ex proprietatibus consistit unumquodque eorum, quarum collectio num-<lb/><pb n="146" facs="INF_146.jpg"/>quam in alio eadem erit: Socratis enim proprietates numquam in alio particu-<lb/>larium erunt eaedem…<note xml:id="ftn8" place="foot" n="8">Si tratta del testo di Porfirio presente in <hi rend="sc">F. Toletus</hi>,<hi rend="italic"> Commentaria… in universam Aristote-<lb/>lis Logicam</hi>, Lugduni, Apud Marsilium Lucensem, 1579, p. 44.</note>.</p>
         <p>Analogamente, l’identificazione dell’individuo con la «più bassa specie»<lb/>(<hi rend="italic">species infima</hi>) che si potrebbe ritenere un’idea originale di Leibniz, si radica<lb/>nell’ontologia scolastica. È lo stesso Leibniz a informarci indirettamente di<lb/>questo legame con la tradizione, nel momento in cui sottolinea di propria<lb/>mano, in un testo di Andrea Libavius pubblicato verso la fine del secolo XVI,<lb/>le definizioni seguenti:</p>
         <p>… individuum, quod nihil est aliud quam ultima species, quae porro in spe-<lb/>cies alias dividi nequit.</p>
         <p>Individuum non est nisi species porro indivisibilis in species<note xml:id="ftn9" place="foot" n="9"><hi rend="italic"> Dialogus logicus secundus, continens Declarationem Dialecticae P. Rami facilem, et expeditam adhibitis<lb/>una praeceptis et regulis D. Philippi Melanchthonis</hi>… ab Andraea Libavio, Francofurti 1595, p. 131<lb/>(Leibniz Marg. 141, p. 131).</note>.</p>
         <p>Sovrapposta alla sostanza individuale; somma di tutte le proprietà che si<lb/>possono attribuire alla sostanza;<hi rend="italic"> species infima</hi>, la nozione completa leibniziana<lb/>ha la caratteristica peculiare di implicare l’infinito. Vale a dire che, se si consi-<lb/>dera la nozione completa di una sostanza individuale qualunque – per esempio<lb/>quella di Giulio Cesare – e se si cerca di descriverla in maniera esaustiva, si<lb/>mette capo a una descrizione potenzialmente infinita. Se, per esempio, impie-<lb/>ghiamo la proposizione «Giulio Cesare è…» al fine di individuare in maniera<lb/>assoluta e «completa» l’individuo corrispondente al «nostro» Giulio Cesare,<lb/>accade che la lista dei predicati che figureranno alla destra del soggetto «Giu-<lb/>lio Cesare» sia necessariamente<hi rend="italic"> infinita</hi>. Leibniz considera del tutto evidente<lb/>tale conclusione; tuttavia, la si può accettare soltanto se teniamo ben presenti i<lb/>presupposti dai quali essa dipende. Inoltre si tratta di una conclusione che<lb/>implica difficoltà che Leibniz sembra non aver rilevato.</p>
         <p>I due principali presupposti consistono nella convinzione leibniziana<lb/>dell’infinita complessità del mondo<hi rend="italic"> e</hi> nella teoria secondo la quale ciascuna<lb/>sostanza singolare «riflette» o «esprime» l’universo intero. Per quello che con-<lb/>cerne il mondo (o universo), nei brani seguenti, tratti dalla<hi rend="italic"> Teodicea</hi>, Leibniz ne<lb/>dà una definizione chiara ed esplicita:</p>
         <p><hi rend="italic">… monde</hi>, qui est l’assemblage entier des choses<hi rend="italic"> contingentes</hi>…<note xml:id="ftn10" place="foot" n="10"><hi rend="italic">T</hi>, § 7.</note>.</p>
         <p>J’appelle<hi rend="italic"> monde</hi> toute la suite et toute la collection de toutes les choses, afin <lb/>qu’on ne dise point que plusieurs mondes pouvaient exister en différentes<lb/><pb n="147" facs="INF_147.jpg"/>temps et en différents lieux. Car il faudrait les compter tous ensemble pour un<lb/>monde, ou si vous voulez, pour un univers.<note xml:id="ftn11" place="foot" n="11"><hi rend="italic"> T</hi>, § 8.</note>
         </p>
         <p>Un mondo nel senso leibniziano non conosce il vuoto ed è composto da<lb/>un’infinità di creature e di sostanze; in un tale mondo «tutto è legato»:</p>
         <p>… l’univers… se devant étendre par toute l’éternité future, est un infini. De<lb/>plus, il y a une infinité de créatures dans la moindre parcelle de la matière, à<lb/>cause de la division actuelle du<hi rend="italic"> continuum</hi> à l’infini. Et l’infini, c’est-à-dire<lb/>l’amas d’un nombre infini des substances, à proprement parler, n’est pas un<lb/>tout; non plus que le nombre infini lui-même, duquel on ne saurait dire s’il<lb/>est pair ou impair.</p>
         <p>Quel mal y a-t-il qu’une infinité de mouvements, une infinité de figures, nais-<lb/>sent et disparaissent à tout moment dans l’univers, et même dans chaque par-<lb/>tie de l’univers?</p>
         <p>L’on sait qu’il [Dieu] a soin de tout l’univers, dont toutes les parties sont liées…</p>
         <p>Car il faut savoir que tout est lié dans chacun des mondes possibles: l’univers,<lb/>quel qu’il puisse être, est tout d’une pièce, comme un océan…<note xml:id="ftn12" place="foot" n="12"><hi rend="italic">T</hi>, § 195; § 394; (<hi rend="italic">Discours de la conformité de la foi avec la raison</hi>) § 34;<hi rend="italic"> T</hi>, § 9.</note>.</p>
         <p>L’infinità del mondo è dunque determinata dall’esistenza di un «amas<lb/>d’un nombre infini de substances»: in questi brani Leibniz non sembra avere<lb/>alcun problema nell’ammettere l’infinito attuale. «Infinitum actu in natura<lb/>dari non dubito» scriverà in una lettera a Des Bosses del febbraio 1706; e nella<lb/><hi rend="italic">Teodicea</hi>: «et après tout, il est très faux qu’un infini actuel soit impossible»<note xml:id="ftn13" place="foot" n="13">GP II, p. 300;<hi rend="italic"> T </hi>(<hi rend="italic">Discours de la conformité de la foi avec la raison</hi>) § 8.</note>.<lb/>Di conseguenza, proporsi di fornire una descrizione completa di una sostanza<lb/>individuale, equivale, in ultima analisi, ad affrontare un compito infinito. Di<lb/>Alessandro Magno si può dire che fu re dei Macedoni, che vinse Dario e Poro,<lb/>ma se si vuol dare una descrizione completa della sostanza individuale chiama-<lb/>ta «Alessandro Magno», si dovrà spiegare anche cosa significa «Macedone» e<lb/>si dovrà anche dare una descrizione delle sostanze chiamate «Dario» e «Poro».<lb/>Ma in questo modo, le descrizioni si incrociano e il procedimento analitico<lb/>mette capo a una circolarità senza fine. La descrizione di Alessandro conterrà<lb/>un riferimento necessario alla nozione completa di Poro e quest’ultima, a sua<lb/>volta, si riferirà alla nozione di Alessandro, e così di seguito. Se<hi rend="italic"> a </hi>e<hi rend="italic"> b</hi> sono<lb/>nomi di sostanze individuali diverse tra loro, le quali mantengono tuttavia un<lb/>rapporto reciproco di qualche sorta, la definizione completa in senso leibnizia-<lb/>no di<hi rend="italic"> a</hi> sarà data da una lista di predicati P<hi rend="sub">1</hi>…P<hi rend="sub">n</hi> che non fanno riferimento a<lb/><hi rend="italic">b</hi> e da almeno un predicato A riferentesi a<hi rend="italic"> b</hi>:</p>
         <p><hi rend="italic">a</hi> = {P<hi rend="sub">1</hi>…P<hi rend="sub">n</hi>; … A(<hi rend="italic">b</hi>)…}</p>
         <pb n="148" facs="INF_148.jpg"/><p>Poiché<hi rend="italic"> b</hi> è il nome di un concetto completo, nella lista dei predicati che<lb/> individuano<hi rend="italic"> b</hi> ci sarà senz’altro un predicato B(<hi rend="italic">a</hi>) il quale, a sua volta, facendo<lb/> riferimento ad<hi rend="italic"> a</hi> implicherà un riferimento a<hi rend="italic"> b</hi>, e così all’infinito:</p>
         <p><hi rend="italic">a</hi> = {P<hi rend="sub">1</hi> … P<hi rend="sub">n</hi>; … A(<hi rend="italic">b</hi> = Q<hi rend="sub">1</hi>… Q<hi rend="sub">n</hi>; … B(<hi rend="italic">a</hi> = P<hi rend="sub">1</hi> … P<hi rend="sub">n</hi>; … A(<hi rend="italic">b</hi> = ….}</p>
         <p>Non so se Leibniz si sia mai accorto di tale difficoltà oppure se, quand’an-<lb/>che se ne sia accorto, l’ha considerata effettivamente una difficoltà. Per<lb/>quello che mi concerne, mi sembra che, mentre si può ancora considerare<lb/>plausibile una descrizione che risulta dalla congiunzione di un’infinità di pro-<lb/>prietà, è problematico accettare come tale una definizione o una descrizione<lb/>che dà luogo a una circolarità.</p>
         <p>Infine vorrei accennare a un’altra difficoltà, legata alla problematica<lb/>discussa finora, relativa alla descrizione implicita in una nozione completa. È<lb/>noto che la tradizione scolastica – alla quale Leibniz rimane fedele su moltissi-<lb/>mi punti – distingueva due sorte di predicati: predicati assoluti, come per<lb/>esempio «bianco», «rosso», ecc. e predicati del tipo «relazionale», come per<lb/>esempio «più grande di…», «simile a…», ecc. Quando Leibniz afferma che i<lb/>predicati di una sostanza individuale sono<hi rend="italic"> infiniti</hi>, intende forse affermare con<lb/>ciò che i predicati assoluti di una sostanza sono anch’essi<hi rend="italic"> infiniti</hi>? Ovvero questi<lb/>ultimi sono in numero finito e la sostanza possiede un’infinità di attributi uni-<lb/>camente in virtù della sua connessione con tutti gli altri individui del mondo?<lb/>Non sembra che Leibniz si sia posto problemi di questo tipo. In ogni caso,<lb/>sostiene spesso in maniera assai esplicita che il concetto completo di una<lb/>sostanza individuale possiede infiniti attributi,<hi rend="italic"> a causa</hi> della connessione reci-<lb/>proca di tutte le cose.</p>
         <p>3. Torniamo adesso al problema della contingenza. Leibniz definisce<lb/>«contingente» una proposizione vera, se è possibile pensare che tale proposi-<lb/>zione è falsa senza che ciò implichi una contraddizione<note xml:id="ftn14" place="foot" n="14">Cfr. A VI, 1, p. 466. Per una discussione della definizione leibniziana, si vedano gli<lb/>ormai classici: <hi rend="sc">H. Schepers</hi>,<hi rend="italic"> Möglichkeit und Kontingenz. Zur Geschichte der philosophischen Terminologie<lb/>vor Leibniz</hi>, Studi e ricerche di storia della filosofia, 55, Torino 1963;<hi rend="italic"> Zum Problem der Kontingenz<lb/>bei Leibniz. Die beste der möglichen Welten</hi>, in:<hi rend="italic"> Collegium Philosophicum. Studien, Joachim Ritter zum 60.<lb/>Geburtstag</hi>, Basel-Stuttgart 1965, pp. 326-50;<hi rend="sc"> H. Poser</hi>,<hi rend="italic"> Zur Theorie der Modalbegriffe bei G. W. Leib-<lb/>niz</hi>, Studia Leibnitiana Supplementa, Wiesbaden, F. Steiner Verlag 1969.</note>. Dunque, se qualun-<lb/>que verità è analitica, come conciliare questo fatto con la definizione di verità<lb/>contingente che abbiamo appena preso in considerazione? Com’è noto nella<lb/><hi rend="italic">Confessio philosophi</hi> Leibniz cerca di risolvere questo problema appellandosi alla<lb/>distinzione scolastica tra due sorte di necessità: necessità assoluta e necessità<lb/><pb n="149" facs="INF_149.jpg"/>ipotetica<note xml:id="ftn15" place="foot" n="15">Cfr. <hi rend="sc">G. W. Leibniz</hi>,<hi rend="italic"> Confessio philosophi</hi>, hrsg. von Otto Saame, Frankfurt 1967, pp. 65-66<lb/>e p. 166, nota 102.</note>. Si tratta di una distinzione alla quale Leibniz rimarrà fedele duran-<lb/>te tutta la vita e che si trova in quasi tutti i testi nei quali viene discussa la<lb/>questione delle verità contingenti, all’incirca a partire dalla<hi rend="italic"> Confessio</hi> (1673)<lb/>fino alla<hi rend="italic"> Teodicea</hi>.</p>
         <p>Con l’espressione<hi rend="italic"> necessità assoluta</hi>, Leibniz indica una necessità puramente<lb/>logica: una proposizione è «assolutamente» necessaria se il contrario di tale<lb/>proposizione implica una contraddizione. Sinonimi di «necessità assoluta»<lb/>impiegati da Leibniz sono: necessità «cieca», necessità<hi rend="italic"> ex terminis</hi>, necessità<lb/>geometrica. D’altra parte, si ha necessità ipotetica, quando si afferma che –<lb/>poste certe premesse – qualcosa che, in sé, non è necessario, risulta con neces-<lb/>sità da quelle stesse premesse.</p>
         <p>Il<hi rend="italic"> Lexicon theologicum</hi> di Altenstaig e Tytz (1619) ci fornisce una definizione<lb/>molto chiara delle due differenti nozioni di necessità:</p>
         <p>Necessitas absoluta… est quando aliquid est simpliciter necessarium, ita quod<lb/>eius oppositum includit contradictionem… Necessitas ex suppositione vel ex<lb/>conditione est quando aliqua conditionalis est necessaria, quamvis tam antece-<lb/>dens quam consequens sit contingens<note xml:id="ftn16" place="foot" n="16"><hi rend="sc">J. Altenstaig-J. Tytz</hi>,<hi rend="italic"> Lexicon Theologicum</hi>, Coloniae Agrippinae 1619 (Olms, Hildes-<lb/>heim 1974), p. 582.</note>.</p>
         <p>Com’è noto, queste distinzioni risalgono a Boezio e, forse, addirittura ad<lb/>Aristotele; in ogni caso, si tratta di distinzioni che fanno parte del patrimonio<lb/>comune della cultura teologica del secolo XVII. Leibniz, sotto questo riguar-<lb/>do, non si distacca dalla tradizione:</p>
         <p>Necessitas consequentiae est, quum quid ex alio necessaria consequentia sequi-<lb/>tur; necessitas absoluta est cum contrarium rei implicat contradictionem<note xml:id="ftn17" place="foot" n="17"><hi rend="sc">Grua</hi>, p. 297.</note>.</p>
         <p>Espressioni sinonime di «necessità ipotetica» sono, secondo Leibniz: ne-<lb/>cessità condizionale; necessità<hi rend="italic"> per accidens</hi>; necessità della consequenza<hi rend="italic"> </hi>(<hi rend="italic">necessitas<lb/>consequentiae</hi>).</p>
         <p>Gli scolastici facevano ricorso alla necessità ipotetica per conciliare la<lb/>preveggenza divina con la contingenza. In virtù della propria onniscienza, Dio,<lb/>quando considera la nozione completa di Giuda, sa che quest’ultimo tradirà<lb/>Gesù: pertanto il tradimento di Giuda deriva necessariamente dalla premessa<lb/>dell’onniscienza divina. Necessaria è dunque l’implicazione «Se Dio prevede<lb/>che Giuda tradirà, allora Giuda tradirà» e non il «conseguente»: «Giuda tradi-<lb/>rà». Questo tipo di necessità veniva chiamata «ipotetica», poiché il tradimento<lb/><pb n="150" facs="INF_150.jpg"/>di Giuda diviene necessario sotto la condizione o ipotesi della preveggenza<lb/>divina. Fedele alla tradizione anche sotto questo rispetto, Leibniz fa ricorso<lb/>alla necessità ipotetica sia per caratterizzare la necessità degli eventi fisici sia<lb/>per giustificare la contingenza di certe azioni della sostanza individuale. Da un<lb/>punto di vista fisico, per esempio, che un corpo, durante la caduta, acquisti<lb/>una certa velocità è un fatto necessario, non appena siano presupposte le leggi<lb/>del movimento proprie del nostro mondo. Analogamente, presupposta la pre-<lb/>veggenza divina, è necessario che, se Dio sa che Cesare passerà il Rubicone,<lb/>Cesare lo passi.</p>
         <p>Leibniz, tuttavia, allorché fa riferimento alle condizioni che rendono<lb/>«ipotetica» la necessità, non si limita alla semplice preveggenza di Dio. Fra tali<lb/>condizioni menziona anche: 1) la decisione di Dio di creare<hi rend="italic"> questo</hi> mondo (un<lb/>determinato mondo); 2) lo stato del mondo immediatamente precedente<lb/>all’evento che viene considerato; 3) la volontà libera dell’agente che compie<lb/>quella certa azione<note xml:id="ftn18" place="foot" n="18">Cfr. GP IV, p. 438. È piuttosto singolare il fatto che, tra coloro che si sono occupati del<lb/>problema della contingenza, quasi nessuno abbia sottolineato questo aspetto, a mio avviso molto<lb/>importante, delle posizioni di Leibniz.</note>. Talvolta Leibniz si riferisce all’insieme di tali condizioni<lb/>o ipotesi, dicendo che, per esempio, la connessione tra il predicato «passare il<lb/>Rubicone» e il concetto completo di Cesare è fondata sui «decreti liberi di<lb/>Dio» e sulla «suite de l’univers»<note xml:id="ftn19" place="foot" n="19">Cfr.<hi rend="italic"> ivi</hi>, p. 437.</note>. Talvolta si limita a dire che certe azioni di<lb/>una sostanza individuale si verificano sotto la condizione fortemente inclinante<lb/>di una situazione particolare del mondo<note xml:id="ftn20" place="foot" n="20">Cfr., per esempio,<hi rend="italic"> T</hi> § 53 e §§ 325-27; VE, p. 303, dove Leibniz riferisce esplicitamente<lb/>la «necessità <hi rend="italic">per accidens</hi>» a non ben specificate «circostanze esterne».</note>.</p>
         <p>Nel caso di Cesare, Leibniz afferma esplicitamente che, poiché passa il<lb/>Rubicone, il predicato «passare il Rubicone» dev’esser compreso nella nozione<lb/>completa di Cesare, ma non in forza di una connessione necessaria. Presuppo-<lb/>sto un determinato stato del mondo; presupposto un certo «sviluppo» della<lb/>sostanza individuale che si chiama «Cesare», il passaggio del Rubicone conse-<lb/>gue da tali presupposti in forza di una necessità del tutto «ipotetica»<note xml:id="ftn21" place="foot" n="21">Cfr. GP IV, pp. 437-38.</note>.</p>
         <p>4. Quando si fornisce un’esposizione delle concezioni metafisiche leibni-<lb/>ziane, si distingue di solito la soluzione appena riportata del problema della<lb/>contingenza (soluzione «classica», derivata dalla tradizione scolastica), dalla<lb/>soluzione fondata sull’analogia con l’analisi infinita. La strategia adottata da<lb/>Leibniz in quest’ultimo caso è anch’essa ben nota: Leibniz cerca di separare<lb/>analiticità e necessità, in modo che, conservando l’analiticità di qualunque<lb/>verità (contingente e necessaria) vi sia nondimeno un metodo per discernere<lb/><pb n="151" facs="INF_151.jpg"/>le verità contingenti da quelle necessarie<note xml:id="ftn22" place="foot" n="22">Cfr. su ciò le penetranti osservazioni contenute in<hi rend="sc"> D. Blumenfeld</hi>,<hi rend="italic"> Leibniz on Contingency<lb/>and Infinite Analysis</hi>, cit., p. 499.</note>. Il metodo o lo strumento per ope-<lb/>rare tale distinzione è indicato da Leibniz nel concetto di<hi rend="italic"> dimostrazione finita</hi><lb/>ovvero di «dimostrazione»<hi rend="italic"> tout court</hi>. Leibniz ritiene infatti che qualunque<lb/>dimostrazione logica o matematica non possa essere che finita, non possa met-<lb/>ter capo che a un procedimento dimostrativo di lunghezza<hi rend="italic"> finita</hi>. Verità neces-<lb/>sarie saranno pertanto quelle verità per le quali sarà possibile<hi rend="italic"> dimostrare</hi> nel<lb/>senso proprio del termine, che il predicato inerisce al soggetto. Mentre le veri-<lb/>tà contingenti<hi rend="italic"> non</hi> permettono una tale dimostrazione:</p>
         <p>Sed in veritatibus contingentibus, etsi praedicatum insit subiecto, numquam<lb/>tamen de eo potest demonstrari, neque unquam ad aequationem seu identita-<lb/>tem revocari potest propositio, sed resolutio procedit in infinitum…<note xml:id="ftn23" place="foot" n="23"><hi rend="sc">G. W. Leibniz</hi>,<hi rend="italic"> Nouvelles lettres et opuscules inédits</hi>, éd. A. Foucher de Careil, Paris 1857<lb/>(Olms, Hildesheim 1971), p. 182.</note>.</p>
         <p>Nel<hi rend="italic"> De contingentia</hi> (1686 circa), l’analogia con l’analisi infinita è presentata<lb/>in una maniera assai chiara:</p>
         <p>Omnis propositio vera Universalis affirmativa sive necessaria sive contingens,<lb/>hoc habet, ut praedicati et subjecti aliqua sit connexio... Et hoc arcano detegi-<lb/>tur discrimen inter veritates necessarias et contingentes, quod non facile intel-<lb/>ligeret, nisi qui aliquam tincturam Matheseos habet, nempe in propositionibus<lb/>necessariis analysi aliquousque continuata devenitur ad aequationem identi-<lb/>cam; et hoc ipsum est in geometrico rigore demonstrare veritatem; in contin-<lb/>gentibus vero progressus est analyseos in infinitum per rationes rationum, ita<lb/>ut numquam quidem habeatur plena demonstratio, ratio tamen veritatis sem-<lb/>per subsit, et a solo Deo perfecte intelligatur, qui unus seriem infinitam uno<lb/>mentis ictu pervadit<note xml:id="ftn24" place="foot" n="24"><hi rend="sc">Grua</hi>, p. 303.</note>.</p>
         <p>Abbiamo così due differenti soluzioni del medesimo problema : da un lato<lb/>il ricorso alla distinzione tra necessità della conseguenza e necessità del conse-<lb/>quente; dall’altro l’impiego dell’analogia matematica. Ora, la maggior parte<lb/>degli interpreti della metafisica leibniziana considerano queste due soluzioni<lb/>come giustapposte in una maniera estrinseca e incontrano difficoltà nell’armo-<lb/>nizzarle in un’unica spiegazione unificatrice. Per quello che mi concerne,<lb/>ritengo, invece, che non si tratti di due soluzioni, ma piuttosto di due differen-<lb/>ti aspetti di una medesima soluzione; e che il legame profondo che sussiste tra<lb/>questi due aspetti sia dato dalla nozione di<hi rend="italic"> infinito.</hi></p>
         <p>Si è visto che all’incirca a partire dal 1672-73 Leibniz adotta, per risolvere<lb/>il problema della contingenza, la soluzione tradizionale, data dalla distinzione<lb/><pb n="152" facs="INF_152.jpg"/>tra necessità metafisica e necessità<hi rend="italic"> ex hypothesi</hi><note xml:id="ftn25" place="foot" n="25">È la data di composizione della<hi rend="italic"> Confessio philosophi</hi>; è probabile tuttavia che Leibniz aves-<lb/>se già presente da prima tale soluzione.</note>. In questo periodo egli non ha<lb/>elaborato completamente i concetti che saranno caratteristici della sua ontolo-<lb/>gia, ma considera già una verità il fatto che tutto ciò che è individuale implica<lb/>un riferimento all’infinito e che la minima parcella di mondo mantiene una<lb/>connessione con tutto il resto. Nel<hi rend="italic"> De formis simplicibus</hi>, per esempio, composto<lb/>tre anni dopo la<hi rend="italic"> Confessio</hi>, Leibniz esprime la convinzione seguente:</p>
         <p>Dum alius fit me maior, crescendo, utique in me quoque aliqua accidit muta-<lb/>tio, cum mutata sit denominatio de me. Et hoc modo omnia in omnibus quo-<lb/>dammodo continentur<note xml:id="ftn26" place="foot" n="26">A VI, 3, p. 523.</note>.</p>
         <p>In un testo che è stato composto sicuramente dopo il 1706, si può trovare<lb/>– espressa in maniera abbastanza singolare – la medesima osservazione.</p>
         <p>Omnes denominationes extrinsecae meo iudicio fundatae sunt in intrinsecis, et<lb/>res visa realiter differt a non visa, nam radii a re visa reflexi aliquam in ipsa<lb/>mutationem produnt. Imo ob connexionem rerum universalem differt intrin-<lb/>secis qualitatibus Monarcha Sinarum cognitus mihi, a se ipso mihi nondum<lb/>cognito<note xml:id="ftn27" place="foot" n="27">VE, p. 1086.</note>.</p>
         <p>Ciò testimonia in un modo assai evidente che la nozione di<hi rend="italic"> connessione</hi> tra<lb/>le parti dell’universo è un dato costante della filosofia leibniziana. È noto d’al-<lb/>tra parte che si tratta di una nozione già presente negli scritti giovanili di Leib-<lb/>niz, fin dagli esordi (si veda, per esempio, la<hi rend="italic"> Dissertatio de arte combinatoria</hi>)<note xml:id="ftn28" place="foot" n="28">GP IV, pp. 69-70.</note>.<lb/>Analogamente, in un testo datato febbraio 1676, Leibniz afferma che ciascuna<lb/>parte della materia, per quanto piccola possa essere, contiene un’infinità di<lb/>creature<note xml:id="ftn29" place="foot" n="29">Cfr. A VI, 3, p. 473.</note>. Inoltre, vi sono molti testi, composti tra il 1677 e il 1684 nei quali<lb/>l’idea di «nozione completa» emerge, sia pure allo stato embrionale. Tra questi<lb/>basta ricordare la<hi rend="italic"> Conversatio</hi> con Stenone e un breve saggio sulla<hi rend="italic"> Scientia<lb/>media</hi><note xml:id="ftn30" place="foot" n="30">Cfr. VE, pp. 298-307.</note>. In particolare, nella<hi rend="italic"> Conversatio</hi>, si trova non solo una prefigurazione<lb/>assai chiara del concetto di «nozione completa<hi rend="italic"> in mente Dei</hi>», ma anche una<lb/>spiegazione molto dettagliata relativa alla necessità ipotetica:</p>
         <p><hi rend="italic">Necessitas hypothetica</hi> est cum res quidem<hi rend="italic"> aliter</hi> esse intelligi potest per se, sed per<lb/>accidens ob alias res extra ipsam jam praesuppositas,<hi rend="italic"> talis</hi> necessario est, v.g.<lb/>necesse erat Judam esse peccaturum, supponendo quod Deus id praeviderit.<lb/>Vel supponendo quod id Judas putaverit esse optimum<note xml:id="ftn31" place="foot" n="31"><hi rend="italic">Ivi</hi>, p. 300.</note>.</p>
         <pb n="153" facs="INF_153.jpg"/><p>Qui l’ipotesi o<hi rend="italic"> condizione</hi> che rende ipotetica la necessità è definita da<lb/>Leibniz come «esteriore» all’evento che viene considerato necessario. Tale<lb/>condizione può essere, secondo la tradizione scolastica, la preveggenza di Dio<lb/>ovvero la scelta libera operata da Giuda. Ma nel seguito del testo, Leibniz<lb/>afferma anche che, nel caso che qualcuno commetta un peccato, si può anno-<lb/>verare tra le condizioni che determinano la necessità ipotetica sia lo «stato» di<lb/>chi pecca «anteriormente» al peccato sia lo stato<hi rend="italic"> del mondo</hi> anteriore al pecca-<lb/>to.</p>
         <p>Torniamo adesso all’esempio di Cesare che passa il Rubicone. Se conside-<lb/>riamo come condizioni del passaggio del Rubicone sia lo stato della sostanza<lb/>chiamata «Cesare» sia lo stato del mondo che vi corrisponde, ci troviamo di<lb/>fronte all’infinito. Questo passaggio all’infinito è illustrato molto bene in un<lb/>testo sulle verità necessarie e contingenti che è stato pubblicato da Couturat e<lb/>che, verosimilmente è stato composto all’incirca verso il 1684-86. In questo<lb/>testo Leibniz si pone la domanda se sia possibile avere una spiegazione esausti-<lb/>va di una verità «di fatto» del tipo «il sole brilla»; e risponde che non è possi-<lb/>bile:</p>
         <p>etsi enim dicam solem lucere in nostro hemisphaerio hac hora, quia talis hac-<lb/>tenus eius motus fuit, ut posita eius continuatione id certo consequatur,<lb/>tamen… et prius talem eius fuisse motum similiter est veritas contingens,<lb/>cuius iterum quaerenda esset ratio, nec reddi plene posset nisi ex perfecta<lb/>cognitione omnium partium universi, quae tamen omnes vires creatas superat,<lb/>quia nulla est portio materiae, quae non actu in alias non sit subdivisa, unde<lb/>cuiuslibet corporis partes sunt actu infinitae; quare nec sol nec aliud corpus<lb/>perfecte a creatura cognosci potest; multo minus ad finem analyseos perveniri<lb/>potest si moti cuiusque corporis motorem huius rursus motorem quaeramus,<lb/>pervenitur enim semper ad minora corpora sine fine<note xml:id="ftn32" place="foot" n="32"><hi rend="italic">Opuscules</hi>, p. 18.</note>.</p>
         <p>Detto altrimenti:</p>
         <p>… hinc intelligitur, quod infinitae sunt actu creaturae in qualibet parte uni-<lb/>versi, et unaquaeque substantia individualis in notione sua completa totam<lb/>seriem rerum involvit, et cum aliis omnibus consentit, adeoque aliquid infiniti<lb/>continet<note xml:id="ftn33" place="foot" n="33"><hi rend="sc">Grua</hi>, p. 325.</note>.</p>
         <p>Secondo la nozione leibniziana di<hi rend="italic"> verità</hi>, la proposizione «Cesare ha passa-<lb/>to il Rubicone» è vera se il predicato «passare il Rubicone» è compreso nel<lb/>soggetto Cesare. Ma cosa significa, in questo caso, «essere compreso»? Si è<lb/>visto che per Leibniz il soggetto Cesare, in quanto sostanza individuale, rinvia<lb/>al mondo nel quale è situato; e il soggetto Cesare, al momento di passare il<lb/>
         </p>
         <pb n="154" facs="INF_154.jpg"/><p>Rubicone – supponiamo al momento<hi rend="italic"> n</hi> della sua storia individuale – rinvia a<lb/>uno stato particolare del mondo. Il fatto che il «passaggio del Rubicone» è<lb/>compreso nel soggetto Cesare, significa dunque che se analizziamo lo stato del<lb/>mondo<hi rend="italic"> e</hi> lo stato di Cesare che precedono il passaggio del Rubicone, vi si tro-<lb/>veranno le ragioni che hanno determinato il passaggio. Ma la catena delle «ra-<lb/>gioni» non è finita. Anche se alcune di tali ragioni o motivazioni sono assai<lb/>evidenti, non si può spezzare la catena, perché si tratta di ragioni che, per così<lb/>dire, non sono «attive di per sé», bensì agiscono a loro volta sotto la condizio-<lb/>ne (<hi rend="italic">ex hypothesi</hi>, non essendo necessarie) di altre ragioni. Rovesciando la rela-<lb/>zione di inerenza – secondo le indicazioni della logica leibniziana – si può dire<lb/>che se possedessimo una conoscenza analitica completa delle condizioni che<lb/>precedono il passaggio del Rubicone, si potrebbe «dedurre» da tali condizioni<lb/>il passaggio stesso. In un certo senso, potremmo così considerare il passaggio<lb/>del Rubicone come una sorta di conclusione «dedotta» da un insieme infinito<lb/>di premesse.</p>
         <p>Conclusione. Verso il 1680, Leibniz possedeva già da qualche anno il cal-<lb/>colo infinitesimale: ma l’idea di applicare il principio dell’analisi infinita per<lb/>risolvere il problema delle verità contingenti non è concepita che nel momen-<lb/>to in cui ha sviluppato, articolandolo nei dettagli, lo schema della soluzione<lb/>scolastica tradizionale. Molto probabilmente, è ragionando all’interno di tale<lb/>schema che Leibniz scorge la possibilità di ricorrere all’analogia con l’analisi<lb/>infinita. Se questa mia ipotesi è giusta, il punto di contatto fra la soluzione<lb/>scolastica che distingueva la<hi rend="italic"> necessità della conseguenza</hi> dalla<hi rend="italic"> necessità del conseguente</hi> e<lb/>la soluzione prospettata da Leibniz sulla base dell’analogia matematica, do-<lb/>vrebbe essere individuato nella nozione di<hi rend="italic"> infinito</hi> e nel fatto che in un mondo<lb/>leibniziano un evento contingente può esser considerato conseguenza di una<lb/>serie pressoché infinita di premesse o ipotesi:</p>
         <p>Ut si dico Petrus abnegat… tunc nihilominus saltem ex Petri notione res<lb/>demonstranda est, at Petri notio est completa, adeoque infinita involvit, ideo<lb/>numquam perveniri potest ad perfectam demonstrationem, attamen semper<lb/>magis magisque acceditur, ut differentia sit minor quavis data<note xml:id="ftn34" place="foot" n="34"><hi rend="sc">G. W. Leibniz</hi>,<hi rend="italic"> Generales inquisitiones de Analysi Notionum et Veritatum</hi>, ed. F. Schupp, Ham-<lb/>burg 1982, p. 64.</note>.</p>
         <p>Quando Leibniz scrive questo passo, tratto dalle<hi rend="italic"> Generales inquisitiones</hi>, ha<lb/>appena composto il<hi rend="italic"> Discours de métaphysique</hi>. Nel<hi rend="italic"> Discours</hi> tuttavia non fa menzio-<lb/>ne dell’analogia con l’analisi infinita e sembra addirittura ammettere che sia<lb/>possibile, se non per gli uomini, almeno per Dio, risalire la catena delle ragio-<lb/>ni che determinano una certa azione, arrestandosi a una fine. In seguito, Leib-<lb/>niz darà gran credito alla soluzione dell’analisi infinita, ma si mostrerà strana-<lb/><pb n="155" facs="INF_155.jpg"/>mente reticente, nella<hi rend="italic"> Teodicea</hi>, riguardo a tale soluzione. Per contro – nella<lb/><hi rend="italic">Teodicea</hi> – riprendendo quasi alla lettera quanto aveva affermato nella<hi rend="italic"> Confessio<lb/>philosophi</hi> e nel<hi rend="italic"> Discours</hi>, Leibniz si diffonderà a illustrare quasi esclusivamente la<lb/>soluzione basata sulla distinzione dei due tipi di necessità. Quasi che – di fron-<lb/>te al «gran pubblico» – si sentisse più sicuro rifacendosi a una soluzione, per<lb/>così dire, «ben collaudata», radicata nella tradizione scolastica.</p>
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