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            <title>IDEE NEL SISTEMA HEGELIANO</title>
            <author><name> Valerio</name>
               <surname>Verra</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p>Biblioteca digitale Progetto Agorà</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
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            <bibl>
               <title level="m">IDEE NEL SISTEMA HEGELIANO </title>
               <author>Valerio Verra</author>
               <title level="a"/>
               <publisher>Edizioni dell'Ateneo</publisher>
               <editor/>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope> pp. 393-410 (Collana Lessico Intellettuale Europeo, LI)</biblScope>
               <date/>
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         <titlePage>
            <docAuthor>Valerio Verra</docAuthor>
            <docTitle>
               <titlePart>IDEE NEL SISTEMA HEGELIANO </titlePart>
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         <pb n="393" facs="IDEA/IDEA_393.jpg"/>
         <p> «L’idea — in quanto è concreta e si sviluppa — è un sistema organico,<lb/>una totalità
            che contiene in sé <hi rend="italic">una riccheza di gradi e di momenti</hi> …, l’idea è
            il<lb/>centro, che è al tempo stesso la periferia, la fonte luminosa, che in tutte le
            sue<lb/>irradiazioni non esce da sé, ma rimane presente ed immanente in se
            stessa».<lb/>Già queste poche righe tratte dalla <hi rend="italic">Einleitung in die
               Geschichte der Philosophie</hi>
            <note xml:id="ftn0" place="foot" n="1"> G. W. F. HEGEL, <hi
                  rend="italic">Einleitung in die Geschichte der Philosophie,</hi> a cura di J.
               Hoffmeister, Leipzig<lb/>1940, 3 a ed. a cura di F. Nicolin, Hamburg 1959, pp. 32-33.
               La traduzione dei testi hegeliani<lb/>citati è nostra, poiché nelle traduzioni
               italiane correnti si riscontrano notevoli difformità e<lb/>discordanze anche rispetto
               a termini fondamentali che potrebbero creare difficoltà ed equivoci,<lb/>specie in un
               discorso lessicografico (tanto per citare alcuni esempi significativi: <hi
                  rend="italic">Grund, einzeln,<lb/>aufheben</hi> vengono resi da alcuni con «ragion
               d’essere», «individuale», «togliere», da altri con<lb/>«fondamento», «singolare»,
               «superare» e così via). Per quanto riguarda gli scritti hegeliani già<lb/>comparsi
               nella edizione critica in corso (G. W. F. HEGEL, <hi
                  rend="italic">Gesammelte Werke,</hi> ed. critica a cura<lb/>della
               Rheinisch-Westfälische Akademie der Wissenschaften in collegamento con la
               Deutsche<lb/> Forschungsgemeinschaft e con centro operativo nello Hegel-Archiv di
               Bochum, Hamburg 1968<lb/>e sgg.) useremo la sigla GW, seguita dal numero romano per
               il volume, il numero arabo per la<lb/>pagina. Con la sigla JA, e, ugualmente, numero
               romano per il volume e numero arabo per la<lb/>pagina, indicheremo gli scritti citati
               nella <hi rend="italic">Jubiläumsausgabe</hi> curata da H. Glöckner in 20
               voll.,<lb/>Stuttgart 1927 e sgg., più volte ristampata. Per gli scritti a cui è
               opportuno fare riferimento in<lb/>edizioni diverse, daremo via via indicazioni
               specifiche. </note> —<lb/>ma altre analoghe se ne potrebbero ricordare — possono dare
            un’indicazione<lb/>dello spazio occupato dal termine «idea» nel pensiero hegeliano e, al
            tempo<lb/>stesso, della complessità delle sue articolazioni ed implicanze <note
               xml:id="ftn1" place="foot" n="2"> Com’è facile immaginare, i riferimenti al termine
                  «<hi rend="italic">Idee</hi>» e alla sua problematica sono<lb/>molto diffusi negli
               studi sul pensiero di Hegel ed in particolare sulla logica, mentre, per quanto<lb/>ci
               risulta, è piuttosto esiguo il numero di studi specifici. Si può anzitutto ricordare
               la monogra-<lb/>fia, per altro piuttosto esile, di J. ESSLEN, <hi rend="italic">Der Inhalt und die Bedeutung des Begriffs der Idee im
                  System<lb/>Hegels,</hi> Jena 1911, in due parti, l’una concernente l’idea
               assoluta, l’altra la sua realizzazione<lb/>nel conoscere, nella natura, nello spirito
               oggettivo, nell’arte, nella religione e nella storia.<lb/>All’idea assoluta è poi
               esplicitamente dedicata la monografia di E. KAWAMURA,
               <hi rend="italic">Hegels Ontologie der<lb/>absoluten Idee,</hi> Hamburg 1973, dove la
               discussione dell’idea è preceduta da due parti concernenti<lb/>l’una la critica
               hegeliana a Spinoza e l’altra alla dialettica; da notare lo spazio riservato
               dall’auto-<lb/>re alla trattazione della tematica della teleologia per la sua
               importanza rispetto alla concezione<lb/>hegeliana della dialettica. Come uno studio
               sull’idea assoluta può essere considerato il «com-<lb/> mentario» dell’ultimo
               capitolo della <hi rend="italic">Wissenschaft der Logik</hi>di L. DE VOS, <hi
                  rend="italic">Hegels Wissenschaft der<lb/>Logik: Die absolute Idee. Einleitung und
                  Kommentar</hi> , Bonn 1983. Si ha poi un certo numero di saggi<lb/>agli inizi
               degli anni Ottanta: W. JAESCHKE, <hi rend="italic">Absolute Idee —Absolute
                  Subjektivität. Zum Problem der<lb/>Persönlichkeit Gottes in der Logik und in der
                  Religionsphilosophie,</hi> «Zeitschrift für philosophische For-<lb/>schung», vol.
               XXV, n. 3/4, luglio-dicembre 1981, pp. 384-416. Al fine di una corretta
               interpre-<lb/>tazione del problema della «personalità» di Dio occorre, secondo
               Jaeschke, tenere ben distinta la<lb/>«idea assoluta» dalla «soggettività assoluta»
               che indicano rispettivamente il modo in cui Dio è<lb/>colto dal pensiero puro e nella
               filosofia della religione; per questo il nesso tra logica e filosofia<lb/>della
               religione non può essere inteso come se entrambe le discipline giungessero, magari
               per vie<lb/>diverse, al concetto di soggettività assoluta o perfino a due diversi
               soggetti assoluti; il tema della<lb/>soggettività assoluta rientra non nella logica,
               ma nella filosofia dello spirito. — G. WOHLFART,<lb/>
               <hi rend="italic">Die absolute Idee als begreifendes Anschauen. Bemerkungen zu Hegels
                  Begriff der spekulativen Idee,</hi> «Perspekti-<lb/>ven der Philosophie», vol. VII
               (1981), pp. 317-38. La tesi di fondo è che nell’idea assoluta di<lb/>Hegel si ha al
               tempo stesso l’identità e la non identità della idea estetica e dell’idea razionale
               di<lb/>Kant. Nell’idea assoluta l’idea estetica ha trovato il suo concetto e l’idea
               razionale la sua esposi-<lb/>zione nell’intuizione. Più esattamente, l’idea assoluta
               come metodo assoluto è il passaggio<lb/>dall’idea estetica come intuizione non
               esponibile alla idea razionale come concetto non dimo-<lb/>strabile; di qui
               l’importanza del linguaggio come mediazione tra intuizione e concetto. — J.
               SI-<lb/>MON, <hi rend="italic">Philosophie und ihre Zeit. Bemerkungen zur Sprache,
                  zur Zeitlichkeit und zm Hegels Begriff der absoluten<lb/> Idee</hi>, nel vol. <hi
                  rend="italic">Dimensionen der Sprache in der Philosophie des deutschen
               Idealismus,</hi> a cura di B. Scheer e<lb/>G. Wohlfart, Würzburg 1982, pp. 11-39. La
               nozione di idea assoluta viene interpretata alla luce<lb/>della tematica
               giudizio-sillogismo-linguaggio, per fare emergere il carattere intrinsecamente
               tem-<lb/>porale del sapere filosofico in quanto assoluto. L’idea assoluta è tale non
               perché si contrapponga<lb/>come assoluto logico al relativismo delle altre posizioni,
               nel qual caso sarebbe anch’essa soltanto<lb/>una posizione tra le altre; essa è
               piuttosto l’assoluto in tutte le posizioni possibili, come concetto<lb/>del
               temporalmente alogico in tutte le posizioni che si pongono come assolute. — F.
               HOGEMANN,<lb/>
               <hi rend="italic">L’idée absolue dans la Science de la logique de Hegel,</hi> nel
               vol. <hi rend="italic">Hegel. L’esprit absolu,</hi> a cura di T. F.
               Geraets,<lb/>Ottawa 1984. Lo studio si articola in tre parti concernenti
               rispettivamente (1) gli enunciati fon-<lb/>damentali di Hegel a proposito dell’idea,
               (2) il concetto logico dello spirito, (3) l’idea assoluta,<lb/>nell’ottica di una
               problematizzazione di una lettura attuale di Hegel nella sua dimensione
               onto-<lb/>logica. — Per quanto riguarda infine la storia generale della nozione di
               «idea» si ricordino:<lb/> C. HEYDER, <hi rend="italic">Die Lehre von den Ideen. I.
                  Zur Geschichte der Ideenlehre,</hi> Frankfurt a.M. 1874; B. BAUCH,<lb/>
               <hi rend="italic">Die Idee,</hi> Leipzig 1926. </note>. Del resto </p>
         <pb n="394" facs="IDEA/IDEA_394.jpg"/>
         <p> anche un primo e sommario elenco dei suoi sintagmi <note xml:id="ftn2" place="foot"
               n="3"> A titolo puramente indicativo diamo una lista di sintagmi, prescindendo da
               quelli che<lb/>hanno carattere di puro riferimento storico, come ad es. «l’idea di
               Platone», «di Aristotele», o<lb/>quelli genericamente diffusi nel dibattito
               filosofico dell’epoca, come idea estetica, idea innata,<lb/>idea trascendentale ecc.:
                  <hi rend="italic"> die absolute, abstrakte, allgemeine, anschauende,
                  ansichseiende, anundfürsichseiende,<lb/>äußerliche, beisichseiende, bestimmte,
                  bewußtlose, sich selbst denkende, existierende, ewige, freie, fürsichseiende,
                  gei-<lb/>stige, göttliche, innere, konkrete, lebendige, logische, natürliche,
                  objektive, philosophische, praktische, reine, sittliche,<lb/>spekulative,
                  subjektive, substantielle, theoretische, unmittelbare, unendliche, vernünftige,
                  vollendete, wahre, wahrhaft-<lb/> te, wirkliche Idee,</hi> ed inoltre: <hi
                  rend="italic">die Idee der Freiheit, der Wahrheit, der Wissenschaft, des
                  Erkennern, des Guten,<lb/>des Handelns, des Lebens, des Menschen, des Schönen, des
                  Staates, des Wahren, des Wollens, ecc.</hi> Degli scritti<lb/>hegeliani c’è un <hi
                  rend="italic">Hegel-Lexicon</hi> in 4 voll., a cura di H. Glöckner (in <hi
                  rend="italic">Sämtliche Werke. Jubiläumsausgabe,<lb/>
               </hi> voll. XXIII-XXVI, Stuttgart 1927 e sgg., 2 a ed. migliorata, 1957), che si
               riferisce però alla <hi rend="italic">Jubi-<lb/>läumsausgabe,</hi> ossia a una
               raccolta che, con poche eccezioni, riproduce quella ottocentesca e dalla<lb/>quale
               rimangono fuori gli inediti, le lezioni, ecc. pubblicati nel corso del nostro secolo.
               Della<lb/>
               <hi rend="italic">Phänomenologie des Geistes</hi> c’è un <hi rend="italic"
               >Wortindex</hi> elaborato con criteri informatici a cura di J. Gauvin,<lb/>
               «Hegel-Studien», Beiheft XIV, Bonn 1977. Oltre agli indici analitici delle singole
               opere o rac-<lb/>colte di opere si può infine ricordare il <hi rend="italic"
                  >Register,</hi> a cura di H. Reinicke, dell’edizione <hi rend="italic">G. W.
                  F.<lb/>Hegel. Werke in 20 Bänden,</hi> a cura di E. Moldenhauer e Κ. M. Michel,
               Frankfurt a. M. 1971,<lb/>comparso nel 1979. </note> non può che confer-<lb/>mare la
            presenza determinante di questo termine nelle giunture più delicate e<lb/>nelle
            strutture portanti del pensiero hegeliano e, con ciò stesso, la difficoltà di<lb/>darne
            un quadro lessicografico sia pur approssimativo. A tale scopo non sem-<lb/>bra
            conveniente una ricognizione storico-evolutiva che comporterebbe una </p>
         <pb n="395" facs="IDEA/IDEA_395.jpg"/>
         <p> ricostruzione minuziosa ed esauriente della formazione del pensiero hegeliano,<lb/>ed
            anzitutto delle sue prime fasi, testimoniate da scritti editi, in gran
            parte<lb/>polemici, e dove quindi il termine «idea» figura spesso nella accezione
            dell’au-<lb/>tore interpretato o criticato, oppure da inediti ed abbozzi talvolta di
            incerta o<lb/> approssimativa datazione <note xml:id="ftn3" place="foot" n="4"> Per
               questo tipo di problemi interpretativi della storia dei testi e dell’evoluzione del
               pen-<lb/>siero hegeliano sui quali non è possibile intrattenerci più diffusamente, ci
               sia consentito di rin-<lb/>viare alla nostra <hi rend="italic">Introduzione a
               Hegel,</hi> Roma-Bari 1988, 1990. </note> . D’altra parte, sempre in questa sede,
            sembra<lb/>anche poco praticabile un esame analitico delle varie occorrenze e dei
            vari<lb/>sintagmi che, almeno per i casi principali, richiederebbe una vera e
            propria<lb/>serie di saggi, se non addirittura di monografie. È forse più plausibile il
            tenta-<lb/>tivo di disegnare una mappa delle zone del sistema hegeliano dove il termine
            e<lb/>i suoi sintagmi si presentano nel modo più significativo e muovere quindi
            dal-<lb/>la trattazione tematica ed organica che Hegel ne ha dato nella <hi
               rend="italic">Wissenschaft der<lb/>Logik</hi>
            <note xml:id="ftn4" place="foot" n="5"> Com’è noto, Hegel ha pubblicato nel 1812-16 la
                  <hi rend="italic">Wissenschaft der Logik</hi> in due volumi e tre<lb/>tomi, del
               primo dei quali soltanto (la logica dell’essere) ha potuto poi apprestare la
               seconda<lb/>edizione prima della morte; per altro verso però lo stesso tema è stato
               trattato, sia pur in forma<lb/>più succinta, nella prima parte della <hi
                  rend="italic">Enzyklopädie der philosophischen Wissenschafien im Grundrisse,</hi>
               di<lb/>cui Hegel ha pubblicato ben tre edizioni (1817, 1827 e 1830); esiste pertanto
               una notevole<lb/>continuità di testi editi su questo tema che vanno dal periodo di
               Norimberga, attraverso quello<lb/>di Heidelberg sino a quello di Berlino. Per quanto
               riguarda gli inediti, sempre di logica, è già<lb/>comparso in edizione critica
               l’abbozzo del 1804/5 (<hi rend="italic">Logik, Metaphysik, Naturphilosophie,</hi> GW,
               VII),<lb/>mentre si è ancora in attesa di quelli del periodo di Norimberga di
               particolare importanza,<lb/>anche lessicografica, per il tema <hi rend="italic"
               >Idee.</hi> La raccolta più recente è quella curata da E. Moldenhauer<lb/>e Κ. M.
               Michel nell’edizione citata, vol. IV, dove si può vedere la nota editoriale, p. 623 e
               sgg.;<lb/>per i complessi problemi editoriali concernenti questi scritti cfr. F. <hi
                  rend="smallcaps">NICOLIN</hi>, <hi rend="italic">Pädagogik, Propädeu­-<lb/>tik,
                  Enzyklopädie,</hi> nel volume: AA.VV., <hi rend="italic">Hegel. Eine Einfihrung in
                  seine Philosophie,</hi> a cura di O. Pög-<lb/>geler, Freiburg i. Br. 1977, pp.
               91-105. Della sterminata letteratura critica, per la quale rinviamo<lb/>alla <hi
                  rend="italic">Bibliografia</hi> della nostra <hi rend="italic">Introduzione a
                  Hegel,</hi> ricordiamo qui soltanto alcuni lavori più recenti<lb/>che si pongono
               come un commento vero e proprio dei testi, e precisamente per la logica di Jena<lb/>
               <hi rend="italic">Logica e metafisica di Jena (1804-1805),</hi> a cura di F.
               Chiereghin, trad., intr. e commento di F. Bia-<lb/>sutti, L. Bignami, F. Chiereghin,
               A. Gaiarsa, M. Giacin, F. Longato, F. Menegoni, A. Moretto,<lb/>G. Perin Rossi,
               Trento 1972; per la <hi rend="italic">Wissenschaft der Logik </hi>
               <hi rend="smallcaps">J. BIARD, </hi>
               <hi rend="smallcaps">J. BUVAT,</hi>
               <hi rend="smallcaps">F. KERVEGAN, </hi>
               <hi rend="smallcaps">J. F.<lb/> KLING, </hi>
               <hi rend="smallcaps">A. LACROIX, </hi>
               <hi rend="smallcaps">A. LÉCRIVAIN, </hi>
               <hi rend="smallcaps">M. SLUBUCKI</hi>, <hi rend="italic">Introduction à la lecture de
                  la Science de la logique de<lb/>Hegel,</hi> 3 voll., Paris 1981-87; per la logica
                  dell’<hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>
               <hi rend="smallcaps">A. LÉONARD</hi>, <hi rend="italic">Commentaire littéral de
                  la<lb/>Logique de Hegel,</hi> Paris 1974 e <hi rend="smallcaps">B. LAKEBRINK</hi>,
                  <hi rend="italic">Kommentar zu Hegels Logik in seiner «Enzyklopädie»
               von<lb/>1830,</hi> 2 voll., Freiburg i.Br. 1979-85.</note>, ferma restando ovviamente
            l’esigenza di segnalare, la ove sia opportu-</p>
         <pb n="396" facs="IDEA/IDEA_396.jpg"/>
         <p>no, diversità di impostazione o di inquadramento che si verifichino in altre<lb/>parti
            del sistema hegeliano stesso.</p>
         <p>
            A tale scopo è però opportuno ricordare preliminarmente alcune conside-<lb/>razioni
               polemiche con cui si apre la trattazione hegeliana dell’idea nella
            <hi rend="italic">Wis-<lb/>senschaft der Logik,</hi>
          ben presenti anche in altri scritti
            <note xml:id="ftn5" place="foot" n="6">
               Si veda 
               ad es.  
               la discussione della filosofìa di Platone e in particolare dei due
                  «lati»<lb/>secondo cui la dottrina platonica delle idee è stata fraintesa (<hi rend="italic">Vorlesungen über  
               die Geschichte der<lb/>Philosophie,</hi>
                JA, XVIII, 199-201). </note>
            , oltre che, ovviamente,<lb/>nella «logica» della 
            <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>
            <note xml:id="ftn6" place="foot" n="7">
               Per la 
               <hi rend="italic">Enzyklopädie,</hi>
               salvo diversa indicazione, facciamo riferimento al testo della terza<lb/>edizione
                  curato da  
                F. Nicolin e O. 
               Pöggeler 
               (Hamburg 1975) indicando semplicemente il nume-<lb/>ro del paragrafo; per quanto
                  riguarda invece la prima edizione (1817) e gli  
               <hi rend="italic">Zusätze</hi>
               ci riferiamo<lb/>alla  
               JA 
               e precisamente ai volumi VI, per la prima edizione, e VIII, IX e X per gli  
               <hi rend="italic">Zusätze</hi>; 
               della<lb/>seconda edizione (1827) è comparsa ora (1989) l’edizione critica come
                  volume XIX dei  
               <hi rend="italic">Gesam-<lb/>melte Werke.</hi>
            </note>.
                     </p>
         <p>
            L’idea come «concetto adeguato», come il vero oggettivo o il vero come<lb/>tale,
               deve infatti essere distinta accuratamente dalla semplice rappresentazione,<lb/>nel
               senso in cui nel linguaggio comune si dice di «avere un’idea di qualco-<lb/>sa» 
            <note xml:id="ftn7" place="foot" n="8">
            Cfr. 
             anche la 
               <hi rend="italic">Einleitung  
                  in die Geschichte der Philosophie,</hi>
                cit., p. 99,  
               dove  
               Hegel  
               sottolinea<lb/>che è ben possibile dire «il concetto di qualcosa», ma non «l’idea
                  di qualcosa», perché il concet-<lb/>to è ancora astratto, deve compiersi,
                  riempirsi di sé come contenuto, mentre l’idea ha il suo<lb/>contenuto in se
                  stessa: «idea è la realtà effettiva nella sua verità». 
            </note>
             e, ancor più, dalla concezione secondo cui l’idea sarebbe qualcosa di<lb/>irreale e
               di irrealizzabile. Quest’ultima posizione è particolarmente assurda poi-<lb/>ché
               pretende come garanzia della verità e oggettività dell’idea la sua congruen-<lb/>za
               con la cosa sensibile, ossia proprio con quello che costituisce il
               fenomeno,<lb/>l’essere non vero del mondo oggettivo. Che le cose non siano congruenti
               con<lb/>l’idea è infatti la precisa dimostrazione della loro finitezza e non verità;
               in<lb/>quanto una cosa, sia essa naturale come un corpo, ma anche
               storico-sociale<lb/>come uno Stato, non è congruente con l’idea che deve esprimere e
               che in essa<lb/>si manifesta, essa è morta, irreale o, quanto meno, in via di
               dissoluzione e,<lb/>viceversa, se ancora opera ed esiste, è proprio in virtù
               dell’idea che in essa è<lb/>presente  
            (GW,  
            XII, 173-76). Prima di entrare nel merito della trattazione<lb/>hegeliana dell’idea,
               è poi essenziale precisarne ancora la collocazione partico-<lb/>larmente
               significativa nel disegno complessivo della scienza della logica.<lb/>All’idea è
               infatti dedicata la terza ed ultima sezione del terzo ed ultimo libro 
         </p>
         <pb n="397" facs="IDEA/IDEA_397.jpg"/>
         <p>
            della  
            <hi rend="italic">Wissenschaft der Logik,</hi>
            ossia della logica del concetto, ed è pertanto nella<lb/>trattazione dell’«idea
               assoluta» 
            <note xml:id="ftn8" place="foot" n="9">
             Tanto nella  
               <hi rend="italic">Wissenschaft der Logik</hi>
            quanto nella  
               <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>
            tale trattazione è divisa in tre<lb/>capitoli, intitolati il primo e il terzo in
                  entrambe (1) La vita e (3) L’idea assoluta, mentre il<lb/>secondo nella  
               <hi rend="italic">Wissenschaft der Logik</hi>
            è intitolato «L’idea del conoscere» e nella  
               <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>
            «Il<lb/>conoscere». Ricordiamo ancora una volta, per la ricostruzione di queste
                  articolazioni e della<lb/>relativa terminologia, l’importanza degli inediti del
                  periodo di Norimberga. 
            </note>
             che culmina l’intera opera come studio non<lb/>soltanto del pensiero e delle sue
               leggi e categorie, ma della verità assoluta,<lb/>appunto, come idea. Così, va pure
               sottolineato il fatto che la trattazione<lb/>dell’idea segue immediatamente a quella
               della «oggettività» e precisamente<lb/>della «teleologia» come momento ultimo della
               oggettività. Con la teleologia<lb/>infatti la presenza del concetto nell’oggettività,
               ricostruita attraverso le catego-<lb/>rie del meccanismo e del chimismo, tocca il
               punto più alto e conclusivo, pro-<lb/>prio in quanto il concetto di finalità si
               rivela ben più complesso e fecondo<lb/>delle versioni superficiali e, talvolta,
               caricaturali, alle quali era stato spesso<lb/>ridotto nelle polemiche settecentesche.
               Il concetto di fine non può essere<lb/>ridotto a quello di scopi utilitaristici
               commisurati ad esigenze più o meno<lb/>banali dell’uomo, o, tanto meno, di altre
               realtà finite, e neppure di qualcosa di<lb/>estrinseco al mezzo, poiché, al
               contrario, fine e mezzo mostrano attraverso la<lb/>loro dialettica di stringersi in
               una struttura sillogistica che si conclude nel<lb/>superamento della loro reciproca
               estrinsecità con la realizzazione della finalità<lb/>come finalità interna e, quindi
               come vita 
            <note xml:id="ftn9" place="foot" n="10">
                Anche per la collocazione storica di questa problematica è importante
                  l’annotazione<lb/>hegeliana al § 204 della  
               <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>:
               «A proposito del fine non si deve pensare subito alla for-<lb/>ma, o, soltanto
                  alla forma nella quale il fine è nella coscienza come una determinazione
                  data<lb/>nella rappresentazione. Con il concetto di finalità  
               <hi rend="italic">interna</hi>
               Kant ha ridestato l’idea in generale e,<lb/>in particolare, l’idea della vita.
                  La determinazione  
               <hi rend="italic">aristotelica</hi>
                 della vita contiene già la finalità<lb/>interna ed è perciò infinitamente più
                  avanzata del concetto della teleologia moderna, che teneva<lb/>conto soltanto
                  della finalità  
               <hi rend="italic">finita, esterna</hi>
               » (G. W. F. HEGEL, <hi rend="italic">Enciclopedia delle scienze filosofiche in<lb/>
           compendio,</hi>
                trad. 
               it.  
               di V.  
               Verra, 
               vol. I, Torino 1981, p. 430). 
            </note>
             . L’identità dell’oggettività e del<lb/>concetto che costituisce l’idea non è
               affatto una morta quiete, priva di impulso<lb/>e di movimento, ma un processo attivo,
               principio e fine a se stesso, che ha<lb/>nell’oggettività il suo mezzo, ma un mezzo
               che esso pone per realizzarsi e a cui<lb/>è immanente. In questo senso «l’idea ha
               anche la  
            <hi rend="italic">più dura opposizione</hi>
             in sé; la<lb/>sua quiete consiste nella certezza e sicurezza con cui l’idea
               eternamente la<lb/>genera e la supera e in essa si conchiude con se stessa»  
            (GW,  
             XII, 177). Il<lb/>primo momento di tale processo è pertanto la vita come «idea
               immediata». Si<lb/>tratta, com’è facile immaginare, di un capitolo estremamente
               complesso, di cui<lb/>è necessario anzitutto sottolineare un aspetto energicamente
               evidenziato da<lb/>Hegel. Se infatti nella logica si parla di «vita», non si deve
               pensare a un’inde-<lb/>bita commistione di elementi logici e naturalistici, poiché la
               vita qui conside- 
         </p>
         <pb n="398" facs="IDEA/IDEA_398.jpg"/>
         <p>
            rata non è quella dispersa ed estrinseca che caratterizza la natura e
               neppure<lb/>quella che sta rispetto allo spirito come suo mezzo, o come corpo
               organico<lb/>vivente, o come momento dell’ideale e della bellezza. Oggetto specifico
               della<lb/>logica è invece la vita libera tanto dalla oggettività presupposta e
               condizionan-<lb/>te, quanto dalla relazione alla soggettività dello spirito; la vita,
               insomma, che<lb/>ha come suo unico presupposto il concetto, tanto come soggettivo,
               quanto<lb/>come oggettivo 
            (GW, XII, 179-81). Se poi l’idea come vita segna e afferma la<lb/>piena presenza del
               concetto nell’oggettività, tale presenza è però ancora soltan-<lb/>to «immediata»,
               qualcosa di analogo alla diffusione dell’anima nel corpo,<lb/>insomma un momento in
               cui l’idea non è ancora giunta a distinguere sé da sé,<lb/>pur essendo spinta
               internamente dall’impulso a conseguire tale risultato attra-<lb/>verso i tre momenti
               in cui si dispiega, ossia quello dell’individualità vivente,<lb/>del processo vitale
               e del genere (<hi rend="italic">Gattung</hi>).
            Nel genere, infatti, non si ha soltan-<lb/>to la generazione della singolarità, ma
               anche il suo superamento e, proprio in<lb/>quanto nel processo del genere le
               singolarità della vita individuale soccombo-<lb/>no, si ha il divenir per sé
               dell’universalità dell’idea; dalla morte degli individui<lb/>consegue la morte della
               vita come immediatezza e l’avvento di quel rapporto<lb/>dell’idea a se stessa che
               Hegel definisce globalmente come «idea del conosce-<lb/>re»  
            (GW, XII, 192-235). È questo forse il capitolo dove è reperibile la mag-<lb/>gior parte
               di sintagmi, poiché corrisponde al momento del giudizio, nel senso<lb/>specifico di
               questo termine in Hegel, come  
            <hi rend="italic">ur-teilen</hi>
             , partizione, scissione e<lb/>divaricazione in opposti, e non certo semplice atto di
               attribuzione di un predi-<lb/>cato a un soggetto, semplice operazione mentale o
               psichica 
            <note xml:id="ftn10" place="foot" n="11">
                 «La vita è l’idea immediata, ossia l’idea come il suo  
               <hi rend="italic">concetto</hi>
                non ancora realizzato in se<lb/>stesso. Nel suo  
               <hi rend="italic">giudizio</hi>
               l’idea è il conoscere in generale....L’elevazione del concetto sopra la<lb/>vita
                  consiste nel fatto che la sua realtà è forma concettuale liberata a universalità.
                  Mediante<lb/>questo giudizio l’idea è raddoppiata, nel concetto soggettivo, la cui
                  realtà è il concetto stesso, e<lb/>nel concetto oggettivo, che è come vita» (
                <hi rend="italic">Wissenschaft der Logik,</hi>
                 GW, XII, 192).
            </note>
            . Di qui lo sdop-<lb/>piarsi del termine idea in una serie di sintagmi opposti e
               contrapposti, come<lb/>appunto idea soggettiva ed oggettiva, idea teoretica ed idea
               pratica, idea del<lb/>vero e del bene, idea del conoscere e del volere 
            <note xml:id="ftn11" place="foot" n="12">
                La  
               maggior parte di questi sintagmi si ritrova tanto nella  
               <hi rend="italic">Wissenschaft der Logik</hi>
               quanto<lb/>nella  
               <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>:
               si noti poi che nei rispettivi capitoli c’è qualche differenza non solo nel
                  titolo<lb/>generale del capitolo, ma anche dei paragrafi.  
               <hi rend="italic">Wissenschaft der Logik</hi>:
                 Capitolo Secondo. L’idea del<lb/>conoscere. A. L’idea del vero. B. L’idea del
                  bene. 
               <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>:
               Il conoscere,  
               α) Il conoscere, 
               ß)<lb/>
               Il volere.
            </note>
           . Poiché non è e non può<lb/>essere certo nostro compito qui ricostruire il senso
               speculativo delle articola-<lb/>zioni di questo capitolo, ma piuttosto ricordarne i
               parametri essenziali per la<lb/>collocazione dei termini in questione, ci limitiamo a
               precisare che la caratteri-<lb/>stica essenziale dell’idea del conoscere è quella di
               essere ancora condizionata 
         </p>
         <pb n="399" facs="IDEA/IDEA_399.jpg"/>
         <p>
            dalla finitezza; perciò tanto l’aspetto teoretico quanto quello pratico
               mettono<lb/>in mostra contraddizioni che possono essere superate soltanto mediante la
               loro<lb/>integrazione dialettica e mediante la conquista di un concetto di verità
               supe-<lb/>riore a quello della finitezza e, precisamente, del concetto di verità come
               idea<lb/>assoluta o speculativa 
            <note xml:id="ftn12" place="foot" n="13">
                Si veda la formulazione concisa, ma efficace, dell’ 
               <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>
               al termine della trattazio-<lb/>ne de «il volere» § 235: «La  
               <hi rend="italic">verità</hi>
                del bene è quindi  
               <hi rend="italic">posta,</hi>
                quale unità dell’idea teoretica e<lb/>pratica, per cui il bene è raggiunto in sé
                  e per sé — il mondo oggettivo è quindi l’idea in sé e<lb/>per sé, come essa al
                  tempo stesso si pone eternamente come  
               <hi rend="italic">fine</hi>
                e produce attivamente la sua<lb/>realtà effettiva. — Questa vita, ritornata a sé
                  dalla differenza e dalla finitezza del conoscere e<lb/>divenuta identica al
                  concetto mediante l’attività del concetto, è l’ 
               <hi rend="italic">idea speculativa o assoluta</hi>
               » (trad.<lb/>
              it.  
              cit., p. 457). 
            </note>.
              </p>
         <p>
           Nella definizione dell’idea assoluta occupa poi un ruolo essenziale il
               rife-<lb/>rimento a un sintagma di grande importanza, quello di «idea logica»  
            <note xml:id="ftn13" place="foot" n="14">
               Naturalmente «idea logica», proprio per la sua funzione portante, è un sintagma
                  che<lb/>ricorre ampiamente anche in altri scritti hegeliani, tra i quali vogliamo
                  ricordare qui almeno le<lb/>
                 <hi rend="italic">Vorlesungen über die Philosophie der Religion</hi>
              , (ed. a cura di W. Jaeschke, nella serie <hi rend="italic">Vorlesungen. Ausge-<lb/>wählte Nachschriften und Manuskripte,</hi>
                voll. 
               III, 
               IV  
               a,  
               IV  
               e  
               V, Hamburg 1983-5)  
               e la terza parte della<lb/>
               <hi rend="italic">Enzyklopädie.</hi>
               Com’è noto, è stato proprio Hegel ad evidenziare le affinità di questa
                  problematica<lb/>con quella teologica o addirittura creazionistica, tra l’altro in
                  un celebre passo della  
               <hi rend="italic">Wissenschaft<lb/>der Logik</hi>
               dove afferma che la logica va intesa come il sistema della pura ragione, come il
                  regno<lb/>del puro pensiero. Questo regno è la verità quale essa è in sé e per sé,
                  senza involucro. Si può<lb/>perciò, prosegue Hegel, usare l’espressione che questo
                  contenuto «è l’esposizione di Dio come<lb/>egli è nella sua essenza eterna prima
                  della creazione della natura e di un spirito finito» (GW,<lb/>XXI, 34). Ora, nelle
                  pagine introduttive al corso di filosofia della religione del 1824 si legge,
                  ad<lb/>esempio, che quando ci si interroga sul significato della rappresentazione
                  di Dio, si esige l’asso-<lb/>luto, l’essenza colta nel concetto e questo
                  significato «è comune con l’idea logica» o, come è<lb/>detto in alcune varianti,
                  «è comune con la filosofia logica: l’idea logica è Dio, come egli è in<lb/>sé»
               (G. W. F. HEGEL, <hi rend="italic">Vorlesungen,</hi>
              cit.,  
              vol. III, p. 35) —  
              Negli  
               <hi rend="italic">Zusätze</hi>
              alla parte introduttiva del-<lb/>la  
               <hi rend="italic">Philosophie des Geistes,</hi>
              ossia dei §§ 277-87 della 
               <hi rend="italic">Enzyklopädie,</hi>
              viene poi ampiamente dibattuto il<lb/>rapporto tra «idea logica» natura e spirito
                  per definire i compiti della filosofia dello spirito<lb/>stesso; tale filosofia
                  infatti può avere autentico carattere scientifico soltanto se è in grado
                  di<lb/>sviluppare ogni concetto particolare dal concetto universale che produce e
                  realizza se stesso,<lb/>ossia dall’«idea logica»; in questo senso compito della
                  filosofia è comprendere lo spirito come<lb/>«sviluppo necessario dell’idea eterna»
              (JA, X, 15). Per quanto riguarda la complessità del sintag-<lb/>ma 
               <hi rend="italic">ewige Idee</hi>
                specie in rapporto alla filosofia della religione  
               cfr. W. JAESCHKE, <hi rend="italic">Die Vernunft in der<lb/>Religion. Studien zur Grundlegung der Religionsphilosophie Hegels,</hi>
                Stuttgart-Bad Cannstatt 1986, pp. 316 e<lb/>sgg.
            </note>
           , a<lb/>cominciare dalla distinzione tra la scienza della logica e le altre
               discipline filo-<lb/>sofiche, una distinzione su cui dovremo tornare anche più
               avanti. Per il<lb/>momento occorre ricavarne gli elementi che contribuiscono a
               chiarire il senso<lb/>dell’idea logica e, quindi, dell’idea assoluta. Hegel
               sottolinea, infatti, come<lb/>l’idea assoluta sia l’unico contenuto ed oggetto della
               filosofia, la quale ne<lb/>coglie le diverse «configurazioni» nelle diverse scienze
               filosofiche concernenti 
         </p>
         <pb n="400" facs="IDEA/IDEA_400.jpg"/>
         <p>
            la natura, lo spirito finito, l’arte e la religione quali suoi «modi» particolari;
               in<lb/>questo senso anche l’elemento logico della idea assoluta può essere
               chiamato<lb/>un suo «modo» ( 
            <hi rend="italic">Weise</hi>
            ); ma se il termine «modo» indica di solito una specie<lb/>particolare, una
               determinatezza della forma, l’elemento logico è, al contrario, il<lb/>modo
               «universale» in cui tutti i particolari modi dell’idea sono superati. Per-<lb/>tanto
               l’idea logica è l’idea assoluta nella sua pura essenza, quale essa è in
               sem-<lb/>plice identità con se stessa, racchiusa nel suo concetto e non ancora
               entrata<lb/>nell’«apparenza» in una forma determinata; nell’elemento logico l’idea
               assolu-<lb/>ta si muove pertanto nel puro pensiero, in una distinzione che non è
               ancora<lb/>alterità, e rimane quindi completamente trasparente a se stessa. In questo
               sen-<lb/>so, ancora, l’idea logica ha, come proprio contenuto, se stessa come forma
               infi-<lb/>nita e pertanto l’idea assoluta vi è come idea assolutamente «universale»,
               come<lb/>«metodo»  
            (GW,  
            XII, 235-37). Ricordare che la nozione di metodo non deve<lb/>essere intesa qui in
               un qualsiasi senso estrinseco, ma, al contrario, si esplica<lb/>nella completa
               rivalutazione del carattere necessario e speculativo della dialet-<lb/>tica, può
               essere perfino superfluo, trattandosi di motivi hegeliani assai noti.<lb/>Ma è
               importante invece evidenziare alcuni tratti essenziali dell’idea
               assoluta,<lb/>indispensabili per comprendere la complessità del passaggio alla natura
               o, se si<lb/>preferisce, all’estrinsecità dell’idea nella natura. L’idea assoluta,
               come concetto<lb/>razionale che nella sua realtà si conchiude in se stesso, è, da un
               certo punto di<lb/>vista, un ritorno alla vita, alla immediatezza, dalla scissione
               intervenuta con il<lb/>conoscere e nel conoscere. Ma, in effetti, l’idea assoluta ha
               ormai superato la<lb/>forma dell’immediatezza e, quindi, il concetto non è più
               soltanto anima, ma<lb/>libero concetto soggettivo che è per sé ed ha «personalità»;
               non per questo<lb/>però è soggettività «escludente», ma, al contrario, universalità
               ed ha nel suo<lb/>altro come oggetto la propria oggettività. Così Hegel può
               concludere con la<lb/>ben nota affermazione: «Tutto il resto è errore, torbidezza,
               opinione, tensione,<lb/>arbitrio e transitorietà; soltanto l’idea assoluta è   
            <hi rend="italic">essere, vita</hi>
             non transeunte,  
            <hi rend="italic">verità<lb/>che sa stessa,</hi>
             ed è  
            <hi rend="italic">tutta, ogni verità»</hi>
             (<hi rend="italic">Wissenschaft der Logik,</hi>
             GW, XII, 236).
         </p>
         <p>
            Si comprende allora che se, in un certo senso, il passaggio alla natura è
               il<lb/>passaggio a una nuova immediatezza, o, come è detto nell’ 
            <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>
            § 244,<lb/>che «l’idea che è  
            <hi rend="italic">per sé, considerata</hi>
             secondo questa sua  
            <hi rend="italic">unità</hi>
             con sé è  
            <hi rend="italic">intuire,</hi>
             e<lb/>l’idea intuente è  
            <hi rend="italic">natura</hi>
            », non si ha a che fare qui con un semplice «passaggio»<lb/>o con la restaurazione
               dell’immediatezza dell’essere da cui la logica aveva pre-<lb/>so le mosse, bensì con
               una «decisione» scaturita dalla assoluta libertà dell’idea<lb/>di licenziare da sé il
               momento della propria particolarità, l’idea immediata<lb/>come suo riflesso, come
               natura 
            <note xml:id="ftn14" place="foot" n="15">
                Per un primo confronto con questo problema, cfr. il saggio di  
               Κ. H. VOLKMANN-<lb/>SCHLUCK, <hi rend="italic">Die Entäußerung der Idee 
               zur Natur</hi>, «Hegel-Studien», Beiheft  
               I, Bonn 1964, pp. 37-44<lb/>
                 che sottolinea la differenza dell’idea assoluta tornata in sé dalla semplice
                  intuizione e la presenza<lb/>nel passaggio alla natura di una mediazione e
                  negazione diversa da quella peculiare della logica,<lb/>poiché porta a costituire
                  una vera e propria alterità. 
            </note>
         </p>
         <pb n="401" facs="IDEA/IDEA_401.jpg"/>
         <p>
            Come che si debba interpretare questa svolta dalla logica alla filoso-<lb/>fia della
               natura, che ha suscitato e suscita interminabili divergenze e di-<lb/>scussioni, ai
               fini del nostro discorso, e cioè per precisare la presenza e il<lb/>significato
               dell’idea nella natura, è necessario tornare al problema già ac-<lb/>cennato dei
               caratteri specifici delle scienze filosofiche particolari. Ci rife-<lb/>riamo al
               passo già citato della  
            <hi rend="italic">Wissenschaft der Logik</hi>
             (GW, XII, 236)  
            dove<lb/>si ha a che fare con uno schema più complesso di quello più noto
               e<lb/>corrispondente alle tre parti  
            dell’ 
            <hi rend="italic">Enzyklopädie,</hi>
           ossia alla tripartizione delle<lb/>scienze filosofiche in logica, filosofia della
               natura e filosofia dello spirito.<lb/>La distinzione si fonda qui piuttosto sul
               carattere finito o meno della<lb/>presenza dell’idea nei rispettivi ambiti, ed in
               questo senso vengono acco-<lb/>stati da un lato la natura e lo spirito finito e,
               dall’altro, l’arte e la reli-<lb/>gione, di cui la filosofia rappresenta poi
               l’esplicitazione concettuale com-<lb/>plessiva ed unitaria 
            <note xml:id="ftn15" place="foot" n="16">
                Su queste pagine cfr. il commento già citato di L. DE VOS, pp. 
              44-47; a proposito<lb/>dell’intera questione ci sembrano molto rilevanti le
                  indicazioni che emergono dalla  
               <hi rend="italic">Einleitung<lb/>
               </hi>
                alla prima parte delle <hi rend="italic">Vorlesungen über die Ästhetik</hi>
               là dove viene precisato il rapporto dell’arte allo<lb/>spirito assoluto e il
                  carattere scientifico della filosofia dell’arte proprio in quanto riguarda
                  lo<lb/>spirito assoluto e non forme finite dell’idea; l’idea assoluta, infatti,
                  nella sua realtà effettiva è<lb/>spirito, ma non lo spirito inceppato nella
                  finitezza, limitato, bensì lo spirito universale infinito<lb/>ed assoluto; lo
                  spirito assoluto pertanto va rigorosamente distinto dallo spirito quale si
                  configura<lb/>agli occhi della coscienza comune come semplice corrispettivo della
                  natura e, quindi, finito e<lb/>limitato; e in questa sfera rientra la finitezza
                  dello spirito tanto teoretico, quanto pratico, tanto<lb/>del conoscere, quanto del
                  puro dover essere nel realizzare il bene  
                (JA, XII, 136 e sgg.). In questo<lb/>senso la filosofia dell’arte si distingue non
                  soltanto dalla logica che ha come contenuto l’idea<lb/>assoluta come tale, ma
                  anche dalla filosofia della natura e dalla filosofia delle sfere finite
                  dello<lb/>spirito 
               (JA, XII, 139). — Sul problema estremamente complesso delle diverse suddivisioni
                  arti-<lb/>colazioni e strutture del sistema hegeliano nel suo sviluppo e
                  all’interno delle stesse opere siste-<lb/>matiche ha richiamato di recente
                  l’attenzione V. HÖSLE, <hi rend="italic">Hegels System,</hi>
                2 voll., Hamburg 1987,<lb/>
               spec. vol. I,  
               pp.  
                60-154. 
            </note>
            . Analizzando le diverse configurazioni dell’idea asso-<lb/>luta Hegel afferma
               infatti che la natura e lo spirito [finito] sono in gene-<lb/>rale modi di esporne il
             <hi rend="italic">Daseyn,</hi>
             e l’arte e la religione suoi modi diversi di<lb/>cogliersi e darsi un 
            <hi rend="italic">Daseyn</hi>
             adeguato ed hanno come tali — queste ultime<lb/>— il medesimo contenuto e fine
               della filosofia. La distinzione risulta<lb/>però ancora più precisa nelle righe
               successive dove, dopo aver esaltato la<lb/>superiorità della filosofia rispetto alle
               altre scienze filosofiche per la sua<lb/>natura concettuale, Hegel conclude: «la
               filosofia coglie perciò in sé quelle             
         </p>
         <pb n="402" facs="IDEA/IDEA_402.jpg"/>
         <p>
            configurazioni della finitezza reale e ideale ( 
            <hi rend="italic">ideell</hi>) <note xml:id="ftn16" place="foot" n="17">
               Si ricordi che Hegel nella  
               <hi rend="italic">Wissenschaft der Logik,</hi>
                (GW, XXI, 137) 
               distingue con cura  
               <hi rend="italic">das<lb/>
               Ideale</hi>
                (come il bello) da 
               <hi rend="italic">das Ideelle</hi>
               che indica il momento negativo rispetto alla 
               <hi rend="italic">Realität</hi>:
               «l’ideale<lb/> <hi rend="italic">(das Ideelle)</hi>
              è il finito, come esso è nel vero infinito — come una determinazione, un
                  contenuto<lb/>che è distinto, ma non  
               <hi rend="italic">essente in modo indipendente,</hi>
               ma come <hi rend="italic">momento</hi>». 
            </note>
            , come pure della infi-<lb/>nitezza e santità, e concettualmente le comprende e
               comprende se stessa»<lb/>
            GW, XII, 236).
         </p>
         <p>
             Delineato così l’orizzonte complessivo in cui si inserisce la filosofia
               della<lb/>natura, per quanto riguarda il modo specifico in cui vi si configura l’idea
               come<lb/>«esterna» conviene rifarsi ad alcune indicazioni tratte dai paragrafi
               introduttivi<lb/>della seconda parte della  
            <hi rend="italic">Enzyklopädie </hi>
          (<hi rend="italic">Naturphilosophie</hi>
         § 245-51), essenziali an-<lb/>che dal punto di vista terminologico. Dire che l’idea
               nella natura è «esterna»<lb/>non significa soltanto che la natura è esterna rispetto
               all’idea nella sua purezza<lb/>logica da un lato, e alla sua esistenza soggettiva
               come spirito dall’altro, ma,<lb/>soprattutto, che l’estrinsecità costituisce la
               determinazione vera e propria<lb/>dell’idea come natura (§ 247). Proprio questo
               carattere di esteriorità a se stes-<lb/>sa, di interna dispersione e disaggregatezza,
               spiega la «contraddizione» interna<lb/>della natura, dove i suoi costrutti hanno sí
               carattere di necessità ed occupano<lb/>una posizione determinata nella totalità, ma,
               per altro verso, presentano aspetti<lb/>essenziali di casualità e irregolarità (§
               250). Di qui l’articolarsi della natura in<lb/>tre sfere ascendenti (meccanica,
               fisica ed organica) volte, per così dire, a riscat-<lb/>tare questa contraddizione e
               a far sì che, attraverso l’animale, l’idea si innalzi<lb/>alla vita per superarla e
               giungere poi allo spirito. Così nello  
            <hi rend="italic">Zusatz</hi>
            al § 350<lb/>troviamo l’animale definito come  
            <hi rend="italic">«die existirende Idee</hi>
            » e, non a caso, in uno<lb/>
            <hi rend="italic">Zusatz</hi>
            a un paragrafo particolarmente importante per cogliere il carattere
               idea-<lb/>lizzante della «vita» come «soggettività». Nella vita organica, infatti,
               vengono<lb/>superati i rapporti inadeguati e relativamente dispersi dominanti nelle
               sfere<lb/>precedenti a cominciare da quello di gravità. L’animale viene così
               confrontato<lb/>al sistema solare per mettere in luce che, a differenza di questo,
               dove i corpi<lb/>sono indipendenti e connessi da rapporti semplicemente
               spazio-temporali,<lb/>l’animale è un «sole» i cui astri, come membra, sono
               assolutamente soltanto<lb/>come momenti, negano sempre la loro indipendenza e si
               riassumono in<lb/>quell’unità «che è la realtà del concetto e per il concetto». «Se
               si taglia e stacca<lb/>un dito dalla mano, non è più un dito, ma passa nel processo
               chimico di disso-<lb/>luzione. L’unità prodotta, nell’animale, è per l’unità essente
               in sé, e questa<lb/>unità essente in sé è l’anima, il concetto, che si trova nella
               corporeità, in quan-<lb/>to la corporeità è il processo  
           dell’idealizzare 
             » (JA,  
            IX, 576-77); questo è il<lb/>senso della «soggettività» dell’idea nella vita
               animale, una soggettività che non<lb/>
         </p>
         <pb n="403" facs="IDEA/IDEA_403.jpg"/>
         <p>
            è ancora per se stessa, non è ancora soggettività pura ed universale, che
               può<lb/>soltanto sentire ed intuire, ma non ancora pensare 
            <note xml:id="ftn17" place="foot" n="18">
               Per la concezione hegeliana dell'idea come vita nella natura sono pure molto
                  utili le<lb/>pagine delle 
               <hi rend="italic">Vorlesungen über die Ästhetik</hi>
              concernenti il bello naturale  
              (JA,  
              XII, 166-212). 
            </note>.
              </p>
         <p>
            Molto più complesso invece il discorso per quanto riguarda la presenza<lb/>dell’idea
               nello spirito in quanto ancora finito, ossia lo spirito soggettivo e lo<lb/>spirito
               oggettivo. Conviene anzitutto richiamare alcuni aspetti comuni del pro-<lb/>blema
               delineati nel § 386 dell’
            <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>:
           «Le due prime parti della  
            <hi rend="italic">dottrina<lb/>dello spirito</hi>
              concernono lo spirito  
            <hi rend="italic">finito.</hi>
            Lo spirito è l’idea infinita, e la finitezza<lb/>ha qui il suo senso proprio di
               inadeguatezza tra concetto e realtà, con la deter-<lb/>minazione che essa è
               l’apparire all’interno di esso — un apparire che lo spirito<lb/>si pone 
            <hi rend="italic">in sé</hi>
            come una limitazione, per avere 
            <hi rend="italic">per sé</hi>
            e per sapere, attraverso il<lb/>superamento di tale limitazione, la libertà come
              <hi rend="italic">sua</hi>
             essenza, e cioè per essere<lb/>assolutamente 
            <hi rend="italic">manifestato</hi>».
         </p>
         <p>
            Nell’ambito però di questo quadro comune, diversa è la funzione dello<lb/>spirito
               soggettivo da quella dello spirito oggettivo, e quindi diverso il loro rap-<lb/>porto
               all’idea. Per quanto riguarda lo spirito soggettivo Hegel stesso si preoc-<lb/>cupa,
               in apertura della relativa sezione nella  
            <hi rend="italic">Philosophie des Geistes</hi>
             , di distinguer-<lb/>ne e limitarne la trattazione rispetto a quella propria della
               scienza della logica; <lb/> 
         lo spirito soggettivo, lo spirito che si sviluppa nella sua idealità è lo spirito
               in<lb/>quanto «conoscente», ma il conoscere non viene inteso qui
               semplicemente<lb/>quale è in quanto determinatezza dell’idea, ossia in quanto logico,
               bensì nel<lb/>modo in cui lo spirito concreto si determina a conoscere 
            <note xml:id="ftn18" place="foot" n="19">
                Si ricordi anche quanto è detto nello   
               <hi rend="italic">Zusatz</hi>
               al § 381 a proposito della differenza tra il<lb/>conoscere oggetto della logica e
                  lo spirito soggettivo, in quanto quest’ultimo presuppone non<lb/>soltanto l’idea
                  logica ma anche la natura: «il conoscere contenuto nella semplice idea logica
                  è<lb/>soltanto il concetto del conoscere pensato da noi, non il conoscere presente
                  per se stesso, non lo<lb/>spirito reale, ma soltanto la sua possibilità»  
               (JA, X, 20).
            </note>
            . In altri termini,<lb/>oggetto della  
            <hi rend="italic">Philosophie des Geistes</hi>
            sono quelle che Hegel nella  
            <hi rend="italic">Wissenschaft der<lb/>Logik</hi>
            ha chiamato «altre figure» rispetto alla «idea logica dello spirito»,
               ossia<lb/>l’anima, la coscienza e lo spirito come tale e che costituiscono l’oggetto
               delle<lb/>scienze «concrete» dello spirito (antropologia, fenomenologia e
               psicologia).<lb/>Compito di tali scienze, a differenza della logica, è di seguire ed
               esporre il<lb/>cammino attraverso il quale lo spirito finito si libera da questa sua
               determina-<lb/>tezza per giungere a cogliere la sua verità, lo spirito infinito, che
               vedremo esse-<lb/>re pure la realizzazione dell’idea  
            (GW, 
            XII, 197-98).
         </p>
         <p>
            Proprio per tutte queste limitazioni non ci sembra che da questa sezione<lb/>della
               filosofia dello spirito si possano ricavare accezioni o trattazioni
               particolar-<lb/>mente significative del termine idea, mentre assai più cospicui sono
               i risultati<lb/>della filosofia dello spirito oggettivo. Anche in questo caso, però,
               non poche           
         </p>
         <pb n="404" facs="IDEA/IDEA_404.jpg"/>
         <p>
            sono le difficoltà derivanti non solo dalle variazioni di un testo così
               importan-<lb/>te come quello riguardante appunto il passaggio dallo spirito
               soggettivo a quel-<lb/>lo oggettivo nella  
            <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>
            <note xml:id="ftn19" place="foot" n="20">
                È forse opportuno ricordare anzitutto l’intero schema. La filosofia dello
                     spirito, terza ed<lb/>ultima parte della  
                  <hi rend="italic">Enzyklopädie,</hi>
                si divide in filosofia dello spirito soggettivo, filosofia dello
                     spirito<lb/>oggettivo e filosofia dello spirito assoluto. La filosofia dello
                     spirito soggettivo a sua volta si<lb/>divide in antropologia, fenomenologia e
                     psicologia, mentre la filosofia dello spirito oggettivo<lb/>tratta nelle sue
                     tre parti, rispettivamente, il diritto, la moralità e l’eticità. Il punto in
                     questione è<lb/>dunque una giuntura estremamente complessa e delicata che porta
                     dallo spirito, oggetto della<lb/>psicologia, al mondo del diritto o, se si
                     vuole, alla libertà quale si realizza anzitutto nel diritto.<lb/>Ora nella
                     prima e seconda edizione della  
                  <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>
                la trattazione della psicologia era divisa in<lb/>due capitoli concernenti
                     rispettivamente lo spirito teoretico e lo spirito pratico. Nella terza
                     edi-<lb/>zione viene aggiunto un terzo capitolo intitolato «lo spirito libero»
                     dove però figurano come<lb/>§§481 e 482 quelli che nella seconda edizione erano
                     i §§ 482 e 483, facenti già parte dello<lb/>«spirito oggettivo». Che non si
                     tratti di modifiche formali o strutturali di poco conto, specie per <lb/>
            il nosto tema, lo si può vedere soprattutto dal § 482 a cui Hegel ha apposto
                     una lunga annota-<lb/>zione sullo sviluppo storico ed epocale della «idea di
                     libertà». Conviene comunque ricordare il<lb/>testo di tale paragrafo: «lo
                     spirito che si sa come libero e si vuole come questo suo oggetto, e<lb/>cioè ha
                     la sua essenza come determinazione e scopo, è dapprima  
                  <hi rend="italic">in generale</hi>
                   il volere razionale, o<lb/>
                   <hi rend="italic">in sé</hi>
                   l’idea, e perciò è soltanto il 
                  <hi rend="italic">concetto</hi>
                  dello spirito assoluto. Come 
                  <hi rend="italic">astratta</hi>
                   l’idea è, di nuovo,<lb/>esistente soltanto nel volere  
                  <hi rend="italic">immediato,</hi>
                   è il lato del  
                  <hi rend="italic">Dasein</hi>
                 della ragione, il volere 
                  <hi rend="italic">singolo</hi>
                   come<lb/>sapere di quella sua determinazione che costituisce il suo contenuto
                     e il suo fine e di cui esso è<lb/>soltanto attività formale. L’idea si
                     manifesta perciò soltanto nel volere, che è un volere finito,<lb/>ma l'<hi rend="italic">attività</hi>
                  consiste nello svilupparla e nel porre il suo contenuto, che si dispiega,
                     come un<lb/>
                     <hi rend="italic">Dasein</hi>
                  che come <hi rend="italic">Dasein</hi>
                  dell’idea è <hi rend="italic">realtà effettiva</hi>
                    — spirito oggettivo» (§ 482). L’idea di libertà,<lb/>poi, è venuta soltanto
                     molto tardi nel mondo, con il cristianesimo, mentre intere parti del
                     mon-<lb/>do, compresi i Greci e i Romani non l’hanno posseduta. Ma se il sapere
                     dell’idea, ossia il sapere<lb/>che gli uomini hanno del fatto che la loro
                     essenza, il loro fine ed oggetto è la libertà, è un<lb/>sapere speculativo,
                     pure questa idea stessa come tale è la realtà effettiva degli uomini, non
                     qual-<lb/>cosa che essi «hanno», ma quello che essi «sono». 
                  </note>
            , ma soprattutto dalla necessità di considerare<lb/>la presenza dell’idea nello
               spirito oggettivo non solo nelle sue articolazioni<lb/>strutturali costituite dal
               diritto, dalla moralità e dallo Stato, ma diacronicamen-<lb/>te, attraverso l’intero
               sviluppo dell’idea nel campo della storia. Per quanto<lb/>riguarda il primo aspetto,
               ci limiteremo a ricordare la definizione che ricorre<lb/>nella seconda e terza
               edizione dell’ 
            <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>
        e secondo la quale «lo spirito<lb/>oggettivo è l’idea assoluta, ma essente soltanto
           <hi rend="italic">in sé»</hi>;
           in tal modo lo spirito<lb/>permane nel terreno della finitezza e la sua razionalità
               reale conserva il lato<lb/>del manifestarsi esternamente in essa (§ 483). Nello
               spirito oggettivo il volere<lb/>libero ha comunque lo scopo di realizzare il proprio
               concetto, in un mondo<lb/>dove il volere si conchiude con se stesso e il concetto
               giunge a compimento<lb/>come idea (§ 484). Non potremo pertanto soffermarci sulle
          <hi rend="italic">Grundlinien der Phi-<lb/>losophie des Rechts,</hi>
           dove pure la libertà quale idea del diritto e dello Stato viene<lb/>colta nel
               processo di realizzazione dell’idea etica, sembrandoci necessario riser-
         </p>
         <pb n="405" facs="IDEA/IDEA_405.jpg"/>
         <p>
            vare maggior spazio alla presenza dell’idea nella storia: non a caso, del
               resto,<lb/>proprio al termine delle <hi rend="italic">Vorlesungen über 
            die Philosophie der Weltgeschichte</hi>
           si trova la<lb/>ben nota affermazione secondo la quale la storia è la vera teodicea,
               la vera<lb/>giustificazione di Dio, in quanto è nella storia che si realizza l’idea
               di libertà.<lb/>Di questa complessa tematica vorremmo sottolineare soprattutto la
               suggestiva<lb/>tensione dialettica tra idea e passione nel e attraverso il volere
               umano. «Nella<lb/>storia universale abbiamo a che fare con l’idea, come essa si
               manifesta nell’ele-<lb/>mento del volere umano, della libertà umana, in modo che il
               volere diventa la<lb/>base astratta della libertà, ma, il prodotto, l’intera
               esistenza etica di un popolo.<lb/>Il primo principio dell’idea in questa forma è
               l’idea stessa, astratta, l’altro è la<lb/>passione umana; insieme costituiscono la
               trama e il filo dell’arazzo della storia<lb/>universale. L’idea come tale è la realtà
               effettiva; le passioni sono il braccio,<lb/>mediante il quale l’idea si estende.
               Questi due sono gli estremi; il termine<lb/>medio che li collega, in cui entrambi
               convergono, è la libertà etica» 
            <note xml:id="ftn20" place="foot" n="21">
               G. W. F. HEGEL, <hi rend="italic">Vorlesungen über die Philosophie der Weltgeschichte</hi>
               , vol. I, <hi rend="italic">Die Vernunft in der<lb/>Geschichte</hi>,a cura di J. Hoffmeister, Hamburg 1955, p. 83.
            </note>
             . Ma se<lb/>l’idea governa e spiega la storia non vi si immerge né vi si realizza
               per intero;<lb/>questa anzi propriamente è l’«astuzia della ragione», ossia il fatto
               che l’idea<lb/>universale non si getta nella mischia, non ne viene toccata o
               scalfita, ma man-<lb/>da in campo il particolare delle passioni a consumarsi, a
               logorarsi reciproca-<lb/>mente per realizzare così i suoi scopi; l’idea, in altri
               termini, paga nella storia<lb/>il tributo all’esistenza e alla transitorietà non a
               proprie spese, ma attraverso le<lb/>passioni dell’individuo. Del resto è altrettanto
               chiaro che per quanto viva e<lb/>profonda sia la presenza dell’idea nella storia, non
               vi si realizza ancora quale<lb/>sapere, l’unico modo autenticamente adeguato all’idea
               per realizzare la propria<lb/>assolutezza nello spirito e come spirito. 
         </p>
         <p>
            Soltanto quando dallo spirito oggettivo si passa a quello assoluto si
               attinge<lb/>quindi la vera realizzazione dell’idea, sia pur ancora attraverso tre
               diversi<lb/>momenti che sono l’arte, la religione e la filosofia. L’assolutezza dello
               spirito<lb/>non comporta poi in nessun modo una concezione statica dell’idea, ma al
               con-<lb/>trario una precisa consapevolezza della sua funzione ed efficacia storica,
               dina-<lb/>mica e dialettica nelle diverse forme. Così, per quanto riguarda l’arte,
               diventa<lb/>centrale il riferimento alla nozione di «ideale» 
            <note xml:id="ftn21" place="foot" n="22">
               Oltre ai  
               §§ 556-563 dell’ 
               <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>
               si vedano le <hi rend="italic">Vorlesungen über die Ästhetik</hi>
               (JA,  
              XII-<lb/>
              XIV). 
              Si tenga presente anche la prima parte della edizione delle 
               <hi rend="italic">Vorlesungen über die Ästhetik<lb/>
               </hi>
               pubblicata da Georg Lasson con il titolo  
               <hi rend="italic">Die Idee und das Ideal</hi>
              , Leipzig 1931.
            </note>
           , poiché l’intera tensione o,<lb/>meglio, parabola dell’arte si definisce ed
               articola in rapporto alla possibilità<lb/>dell’idea di esprimersi adeguatamente nel
               sensibile. Non possiamo certo richia-<lb/>mare qui il ben noto schema hegeliano
               secondo il quale la forma simbolica e
         </p>
         <pb n="406" facs="IDEA/IDEA_406.jpg"/>
         <p>
            quella romantica dell’arte corrispondono rispettivamente a due fasi diverse
               ed<lb/>opposte di squilibrio ed inadeguatezza tra idea e realtà sensibile rispetto
               alla<lb/>loro perfetta e compiuta armonia nella forma classica; nel primo caso,
               infatti,<lb/>l’elaborazione della realtà sensibile non è ancora adeguata ad esprimere
               com-<lb/>piutamente un’idea che del resto è ancora relativamente indeterminata,
               nel<lb/>secondo non è più possibile trovare configurazioni del sensibile, per
               quanto<lb/>astratte e spiritualizzate, che possano corrispondere alla profondità
               dell’idea<lb/>che si è ormai scoperta come spirito attraverso la rivelazione. È però
               indispen-<lb/>sabile ricordare che l’autentica presenza dell’idea del bello nella
               realtà sensibile<lb/>non può essere riscontrata nel bello naturale, ma propriamente
               nel bello arti-<lb/>stico e che l’idea del bello artistico si specifica rispetto
               all’idea in generale<lb/>proprio mediante il concetto di «ideale». La realtà naturale
               presenta infatti<lb/>sempre e necessariamente limiti e manchevolezze rispetto
               all’adeguatezza tra<lb/>interno ed esterno, mentre soltanto nell’«ideale», come
               individualità vivente<lb/>realizzata dall’arte, si ha una figura che è al tempo
               stesso sensibile, eppure<lb/>staccata dal sensibile e dalle sue manchevolezze e tale
               da esprimere armonica-<lb/>mente e adeguatamente l’interiorità. Ma, come è detto
               anche nell’ 
            <hi rend="italic">Enzyklopädie,<lb/>
            </hi>
            sia pur in forma molto succinta, l’arte bella, come la religione che le
               corri-<lb/>sponde, ha il suo futuro nella «religione vera», nel senso che
               l’intuizione, il<lb/>sapere immediato legato alla sensibilità passa in una forma di
               sapere che media<lb/>sé in se stesso, in una esistenza che è al tempo stesso sapere,
               insomma «nel<lb/>rivelare»; in tal modo il contenuto dell’idea ha la determinatezza
               di intelligen-<lb/>za libera come principio ed è come spirito assoluto per lo spirito
               (§ 563). È<lb/>dunque nella religione rivelata che, come si vede molto bene anche
               dalle  
            <hi rend="italic">Vor-<lb/>lesungen über die Philosophie der Religion,</hi>
        si ha una tappa ulteriore dello sviluppo<lb/>dell’idea rispetto all’arte o, se si
               preferisce, è nella religione rivelata che, a<lb/>differenza di quanto accade nelle
               semplici religioni «determinate», «la religio-<lb/>ne è idea» 
            <note xml:id="ftn22" place="foot" n="23">
               Vorlesungen über  
               die  
               Philosophie der Religion, 
                ed.   
               cit.,  
               vol. 
               V,  
               p. 179. 
            </note>
            ; e non è forse un caso che proprio nella trattazione di questa<lb/>parte ultima e
               conclusiva della religione si riscontri una frequenza tanto eleva-<lb/>ta del
               sintagma «idea divina» 
            <note xml:id="ftn23" place="foot" n="24">
               Cfr. <hi rend="italic">Vorlesungen über die Philosophie der Religion,</hi>
             vol.  
             IV  
               b, Indice  
               analitico,  
               <hi rend="italic">ad  
               vocem.</hi>
            </note>.
               </p>
         <p>
            Come Hegel sia giunto a tale posizione, attraverso un itinerario lungo
               e,<lb/>talvolta, molto intricato 
            <note xml:id="ftn24" place="foot" n="25">
             Per tutti gli aspetti filologici, storico-evolutivi e sistematici della filosofia
                  della religione<lb/>rinviamo agli studi di  
               W.  JAESCHKE, <hi rend="italic">Die Religionsphilosophie Hegels,</hi>
               Darmstadt 1983 e 
               <hi rend="italic">Vernunft in der<lb/>Religion. Studien zur Grundlegung der Religionsphilosophie Hegels,</hi>
                Stuttgart 1986, 
               il primo dei quali con-<lb/>tiene anche indicazioni essenziali sulla storia delle
                  interpretazioni dei diversi periodi e delle<lb/>diverse opere; in particolare per
                  il periodo di Jena si veda nel volume 
               <hi rend="italic">Vernunft in der Religion</hi>
                il<lb/>paragrafo II del capitolo III intitolato <hi rend="italic">Die Religionsphilosophie als Wissenschaft der Idee,</hi>
                 pp. 139-56.
            </note>
             non possiamo qui ricordare, ma è importante sotto- 
         </p>
         <pb n="407" facs="IDEA/IDEA_407.jpg"/>
         <p>
           lineare che l’identificazione della religione rivelata, o compiuta, con il
               cristia-<lb/>nesimo comporta tutta una serie di confronti ed intrecci con motivi
               teologici<lb/>tradizionali che vengono trascritti, trasfigurati e interpretati in
               senso dialettico<lb/>e speculativo. Un ruolo centrale occupa ovviamente in questo
               quadro, rispetto<lb/>alla nozione stessa di «idea» la concezione trinitaria, tanto
               come definizione<lb/>della natura interna, immanente di Dio, quanto del suo rapporto
               con la crea-<lb/>zione e la storia. Sono motivi che hanno trovato espressione in
               formulazioni<lb/>particolarmente tormentate, specie  
           nell’
            <hi rend="italic">Enzyklopädie,</hi>
            con i ben noti tre sillogi-<lb/>smi, il terzo dei quali a sua volta articolato
               sillogisticamente, in un incastro<lb/>che ha impegnato ed impegna tuttora non poco
               gli interpreti
            <note xml:id="ftn25" place="foot" n="26">
              Cfr. 
              M. THEUNISSEN, <hi rend="italic">Hegels Lehre vom absolutem Geist als theologisch-politischer Traktat,</hi>
                Berlin<lb/>1970  
               ed  
               in  
               particolare  
               R. HEEDE, <hi rend="italic"> Die göttliche Idee und ihre Erscheinung in der Religion,</hi>
                Münster<lb/>1972.  
            </note>
           . Ai fini del<lb/>nostro discorso, ed alla luce anche delle  
            <hi rend="italic">Vorlesungen</hi>
             , è forse opportuno ricorda-<lb/>re anzitutto lo sforzo hegeliano di ricondurre lo
               sviluppo dell’idea nella reli-<lb/>gione rivelata a modelli logici, come quelli di
               universalità, particolarità e sin-<lb/>golarità, a cui corrisponderebbero i tre
               momenti trinitari, rispettivamente del<lb/>Padre, del Figlio e dello Spirito come
               comunità 
            <note xml:id="ftn26" place="foot" n="27">
               Cfr. ad es. 
              gli estratti dalle lezioni del 1831 a cura di D.  
              F. Strauss,  
              dove le tre sfere<lb/>dell’idea vengono così definite: 1) l’idea nella libera
                  universalità o la pura essenza di Dio — il<lb/>Regno del Padre; 2) la
                  divaricazione dell’idea in sé, momentaneamente trattenuta nella
                  sua<lb/>distinzione — il Regno del Figlio ; 3) la conciliazione di questo spirito
                  finito con l’essente in sé<lb/>e per sé — il Regno dello Spirito. Più precisamente
                  l’idea è in tutte e tre le sfere autorivelazione<lb/>divina 1) nell’elemento della
                  pura  <hi rend="italic">idealità</hi>
                e 
               <hi rend="italic">universalità</hi>
               ; 2) nell’elemento della 
               <hi rend="italic">particolarità</hi>
                , della<lb/>
                 <hi rend="italic">rappresentazione</hi>;
                3) nell’elemento del Regno dello spirito ossia l’autocoscienza dell’uomo, di
                  essere<lb/>conciliato con Dio e nel compimento di questa coscienza nella Chiesa e
                  nel culto ( 
               <hi rend="italic">Vorlesungen<lb/>über die Philosophie der Religion,</hi>
                ed. cit., vol. V, pp. 280-81).
            </note>
             . Va inoltre sottolineata la<lb/>peculiarità dell’interpretazione della figura del
               Cristo dove molti degli aspetti<lb/>più tradizionali del carattere della Incarnazione
               e della Redenzione come dono<lb/>e come grazia sfumano o, addirittura, si traducono
               nel quadro «della storia<lb/>assoluta dell’idea divina» 
            <note xml:id="ftn27" place="foot" n="28">
               <hi rend="italic">Vorlesungen über die Philosophie der Religion</hi>
               , ed.  
               cit.,  
               vol.  
               V, p. 62. 
            </note>
             di cui sarebbero l’esposizione. Infine, per quanto<lb/>questa «storia assoluta»
               trovi il suo compimento nella vita della comunità in<lb/>quanto religione, non per
               questo si può considerare concluso l’itinerario<lb/>dell’idea verso la sua
               realizzazione come spirito, poiché tale può essere soltanto<lb/>il sapere concettuale
               di essa, quale nella religione anche la più elevata e com-<lb/>piuta non è dato.
         </p>
         <p>
            E questa la tematica degli ultimi paragrafi della 
            <hi rend="italic">Enzyklopädie</hi>
            , articolati<lb/>una volta ancora in un serrato ed intricato tessuto di
            sillogismi
            <note xml:id="ftn28" place="foot" n="29">
                Cfr.  
               tra gli studi più recenti,  
               T. F. GERAETS, <hi rend="italic">Lo spirito assoluto come apertura del sistema<lb/>hegeliano,</hi>
             Napoli 1985. 
            </note>
             volti a espli- 
         </p>
         <pb n="408" facs="IDEA/IDEA_408.jpg"/>
         <p>
            citare ormai l’idea come «idea che pensa se stessa», come «la verità che
               sa»,<lb/>poiché tale è il concetto della filosofia (§ 574). Mentre poi nel primo
               sillogi-<lb/>smo la natura funge da termine medio tra l’elemento logico  
            (<hi rend="italic">das Logische</hi>) e lo<lb/>spirito, e nel secondo tale funzione tocca allo spirito tra la natura e
               l’elemento<lb/>logico, nel terzo è l’«idea della filosofia» che ha come suo termine
               medio la<lb/>ragione che sa se stessa, l’assolutamente universale, donde la scissione
               in spiri-<lb/>to e natura; in tale scissione l’idea fa dello spirito un presupposto,
               come il<lb/>processo della attività soggettiva dell’idea, e della natura l’estremo
               universale,<lb/>come il processo dell’idea essente in sé, oggettivamente.  
             Si giunge così a una<lb/>definizione così densa ed anche terminologicamente
               complessa della vita<lb/>dell’idea che conviene forse riportarla per esteso:  
           «Das <hi rend="italic">Sich-Urteilen</hi>
             der  
            Idee  
            in<lb/>die beiden Erscheinungen (§ 575-76) bestimmt dieselben als  
            <hi rend="italic">ihre</hi>
              [der sich wis-<lb/>senden Vernunft] Manifestationen, und es vereinigt sich in ihr,
               daß die Natur<lb/>der Sache, der Begriff, es ist, die sich fortbewegt und entwickelt,
               und diese<lb/>Bewegung ebensosehr die Tätigkeit des Erkennens ist, die ewige an und
               für<lb/>sich seiende Idee sich ewig als absoluter Geist betätigt, erzeugt und
               genießt»<lb/>
            (§ 577).
         </p>
         <p>
            Aggiungere ulteriori considerazioni rispetto a questa conclusione
               appare<lb/>estremamente problematico a meno di non voler riprendere l’intero arco
               di<lb/>significati che abbiamo visto dispiegarsi dall’idea pura della scienza della
               logi-<lb/>ca, attraverso la filosofia della natura e la filosofia dello spirito. Ma,
               se questo<lb/>per un verso è vero, non può per altro portare a dimenticare o
               trascurare una<lb/>dimensione ermeneutica essenziale che corrisponde precisamente
               allo sviluppo<lb/>storico dell’idea nella storia della filosofia. E un tema a cui
               Hegel, com’è noto,<lb/>ha dedicato vasta e ripetuta attenzione, e pertanto occorre
               forse prendere le<lb/>mosse da parametri molto ampi e generali che investono la vita
               stessa dell’idea<lb/>come passaggio dall’astratto al concreto 
            <note xml:id="ftn29" place="foot" n="30">
               <hi rend="italic">Einleitung  
               in die  
               Geschichte der Philosophie</hi>, 
               cit., pp. 29-32 e 96 e sgg. 
            </note>
            . In questo senso anche nelle forme<lb/>più embrionali di filosofia non può che
               operare già l’idea e pertanto l’intera<lb/>storia della filosofia è sorretta
               internamente da una ossatura logica, per cui si<lb/>può dire che ogni momento di essa
               corrisponde a un grado dello sviluppo<lb/>logico dell’idea 
            <note xml:id="ftn30" place="foot" n="31">
                «Affermo che  
               la  
               successione dei sistemi della filosofia  
               <hi rend="italic">nella sua storia è la stessa</hi>
                della suc-<lb/>cessione nella  
               <hi rend="italic">deduzione logica</hi>
                delle determinazioni concettuali dell’idea. Io affermo che se si spo-<lb/>gliano
                  i <hi rend="italic">concetti fondamentali</hi>
                dei sistemi comparsi nella storia della filosofia di quella che è la
                  loro<lb/>configurazione esteriore, la loro applicazione al particolare e simili,
                  si hanno i diversi gradi della<lb/>determinazione dell’idea stessa nel suo
                  concetto logico» (<hi rend="italic">Einleitung in die Geschichte der Philosophie,<lb/>
               </hi>
               cit., p. 34). 
            </note>
             . Non è forse il caso di ricordare o insistere qui sul fatto che<lb/>questo non
               implica affatto una contrapposizione o separazione della filosofia<lb/>dalla vita
               storica, mentre è piuttosto interessante considerare come il rapporto 
         </p>
         <pb n="409" facs="IDEA/IDEA_409.jpg"/>
         <p>
            all’idea venga utilizzato per la partizione stessa della storia della filosofia.
               Rial-<lb/>lacciandosi a un modello largamente invalso in campo estetico e
               letterario,<lb/>Hegel afferma infatti che tale storia va sostanzialmente divisa in
               due grandi<lb/>epoche, quella antica e quella moderna, dove il periodo antico è
               caratterizzato<lb/>precisamente dalla conquista dell’idea. Come momento fondamentale
               di tale<lb/>conquista Hegel considera ovviamente Platone, ma come vedremo, non
               mino-<lb/>re, almeno quanto a rilevanza, è la funzione attribuita a Aristotele. Per
               quanto<lb/>riguarda Platone dobbiamo limitarci a richiamare qui le linee essenziali
               del<lb/>quadro interpretativo hegeliano 
            <note xml:id="ftn31" place="foot" n="32">
                Oltre ai vari riferimenti e passi nelle opere hegeliane già note ed in
                  particolare le  
               <hi rend="italic">Vor-<lb/>lesungen über die Geschichte der Philosophie,</hi>
            si veda il testo inedito del 1825/26 pubblicato da   
                J.-L.<lb/> VIELLARD-BARON, <hi rend="italic">Hegel. Leçons sur Platon. Texte inédit 1825-26,</hi>
                Paris 1976.
            </note>
              . A Platone spetta, infatti, il merito di aver<lb/>per primo avvertito ed affermato
               l’universalità dell’idea in senso speculativo,<lb/>come sapere e come scienza.
               Platone vede molto bene che le idee sono «gene-<lb/>ri» e che la loro universalità
               non è affatto statica o astratta, bensì principio di<lb/>autodeterminazione. Tuttavia
               Platone non è in grado di esplicitare tale movi-<lb/>mento, proprio perché a lui,
               come del resto a tutta la grecità, manca il princi-<lb/>pio moderno della
               autocoscienza e dello spirito. Questo limite risulta chiara-<lb/>mente anche dalle
               concezioni politiche ed estetiche di Platone. Così proprio<lb/>nella visione
               platonica dello Stato si riscontra quella mancanza di «soggettivi-<lb/>tà» che è la
               mancanza tipica dell’«idea etica» greca (JA, XVIII, 294) che corri-<lb/>sponde a una
               forma astratta dell’idea, dove il principio della singolarità viene<lb/>escluso e non
               dialettizzato all’interno della vita dello Stato. Così pure Platone<lb/>nell’estetica
               ha colto molto bene il fatto che l’idea è l’essenza del bello, la<lb/>verità che vi
               si manifesta  
             (JA, XVIII, 296). Ma, come risulta in particolare<lb/>dalle 
            <hi rend="italic">Vorlesungen über die Ästhetik</hi>
            , la concezione platonica non può più soddisfa-<lb/>re le esigenze filosofiche del
               nostro spirito per la mancanza di contenuto pro-<lb/>pria dell’idea platonica nella
               sua astrattezza  
           (JA,  XII, 45). L’idea platonica non<lb/>è infatti veramente concreta, presume che la sua
               universalità sia il vero, men-<lb/>tre questo è possibile solo se l’idea passa nella
               realtà effettiva  
             (JA,  
             XII, 200-<lb/>201). Non meno interessante però il confronto con la dottrina delle
               idee in<lb/>Aristotele, dove Hegel contesta anzitutto energicamente l’usuale
               pregiudizio<lb/>volto a contrapporre rigidamente Aristotele come realista a Platone
               come<lb/>idealista. Al contrario, Aristotele ha perfino superato Platone quanto a
               profon-<lb/>dità speculativa ed ha conosciuto la speculazione più profonda, ossia
               l’ideali-<lb/>smo. Questo perché in Aristotele emerge la nozione della soggettività
               pura 
            <note xml:id="ftn32" place="foot" n="33"> Cfr. in proposito le pagine di K. DÜSING, <hi rend="italic">Die absolute Idee als Sich-Denken und als Methode<lb/>
               deer Dialektik,</hi> ed in particolare il primo paragrafo <hi
                  rend="italic">Hegels Interpretation von Aristoteles «Noesis Noeseos»,<lb/>
               </hi>nel suo volume <hi rend="italic">Das Problem der Subjektivität in Hegels
               Logik,</hi> «Hegel-Studien», Beiheft XV, Bonn<lb/>1976, pp. 305-13.</note>, 
         </p>
         <pb n="410" facs="IDEA/IDEA_410.jpg"/>
         <p>
            non  
            particolare  
            (JA, XVIII, 320),  
            ossia la consapevolezza che il pensiero non è<lb/>soltanto unità di opposti, ma
               principio interno di distinzione e di unificazione.<lb/>Mentre in Platone prevale il
               principio affermativo, ossia l’idea come uguale a<lb/>se stessa soltanto
               astrattamente, in Aristotele prevale il momento della negati-<lb/>vità, ma non come
               semplice movimento, come nulla, bensì come distinguere e<lb/>determinare: la
               entelechia è  
            χωρίζειν,
            ossia distinguere, separare. Tuttavia<lb/>anche in Aristotele permangono i limiti
               del pensiero antico, ossia la mancanza<lb/>della nozione di soggettività come
               spirito, anche per Aristotele il pensiero è un<lb/>oggetto come gli altri, una sorta
               di «stato». Aristotele, certo, dice che il pensie-<lb/>ro è l’elemento primo, più
               forte, più degno, ma non che il pensiero soltanto è<lb/>la verità, che tutto è
               pensiero; questo, sottolinea Hegel, siamo «noi» a dirlo<lb/>
           (JA, XVIII, 332). In questo senso anche la filosofia neoplatonica, pur
               avendo<lb/>sviluppato la dottrina delle idee nella costruzione di un mondo
               intelligibile<lb/>completamente articolato, non esce dai limiti del pensiero antico e
               non può<lb/>giungere alla conquista dello spirito come autocoscienza. Questo è il
               compito<lb/>che è toccato al pensiero moderno, dove Hegel riconosce a Kant il merito
               di<lb/>aver saputo nuovamente rivendicare il carattere razionale dell’idea, pur
               rima-<lb/>nendo per tanti aspetti ancora in una prospettiva soggettivistica o,
               comunque,<lb/>in una concezione finita della razionalità e, quindi, inadeguata
               dell’idea. Ma<lb/>non è certo possibile qui richiamare l’intera diagnosi e
               valutazione del pensie-<lb/>ro dell’età sua sviluppata da Hegel non solo nelle  
            <hi rend="italic">Vorlesungen über die Geschichte<lb/>der Philosophie</hi>
            <note xml:id="ftn33" place="foot" n="34">G. W. F. HEGEL, <hi rend="italic">
                Vorlesungen. Ausgewählte Nachschriften und Manuskripte </hi>,
               vol. IX, Hamburg<lb/>1986.</note>
            , ma già in scritti come la <hi rend="italic">Differenz</hi>
             e soprattutto <hi rend="italic">Glauben und<lb/>Wissen.</hi>
                    Basti soltanto ricordare i termini della conclusione della <hi rend="italic">Vorlesungen</hi>
            là<lb/>dove è detto che «per ora» la serie delle configurazioni spirituali
               succedutesi<lb/>nella storia della filosofia è conclusa, essendo la storia della
               filosofia approdata<lb/>a riconoscere il sapere dell’idea come spirito assoluto. A
               tale conclusione<lb/>doveva seguire una fioritura e proliferazione di «idealismi»
               quale probabil-<lb/>mente Hegel stesso non avrebbe saputo immaginare; se però tutto
               questo<lb/>abbia segnato una conferma o una realizzazione della peripezia dell’idea
               così<lb/>grandiosamente delineata dal sistema hegeliano è per lo meno dubbio. 
         </p>
      </body>
   </text>
</TEI>
