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            <title>IMMAGINI DEL CONTINUO</title>
            <author><name>Enrico </name>
               <surname>Giusti</surname>
            </author>
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            <authority>ILIESI-CNR</authority>
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               <p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p>
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               <title level="m">IMMAGINI DEL CONTINUO</title>
               <author>Enrico Giusti</author>
               <title level="a"></title>
               <publisher>Leo S. Olschki Editore</publisher>
               <editor></editor>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope>  pp., (Collana Lessico Intellettuale Europeo, LII)</biblScope>
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            <docAuthor>Enrico Giusti</docAuthor>
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               <titlePart>IMMAGINI DEL CONTINUO<note xml:id="ftn1" place="foot" n="*">Questo lavoro è stato eseguito nell’ambito del programma di ricerca: «Storia delle<lb/>Matematiche» del Ministero della Pubblica Istruzione (40%).<anchor type="bookmark-end" corresp="#id_bookmark0"/></note>
               </titlePart>
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         <epigraph>         <p>l’infinito è per sé solo da noi incomprensibile, come<lb/>anco gl’indivisibili; or pensate quel che saranno congiun-<lb/>ti insieme: e pur se vogliamo compor la linea di punti<lb/>indivisibili, bisogna fargli infiniti; e così conviene ap-<lb/>prender nel medesimo tempo l’infinito e l’indivisibile.</p>
            <p><hi rend="smcap">Galilei</hi></p>
            <p>Cum vero saltu ad ultimum facto ipsum infinitum<lb/>aut infinite parvum dicimus, commoditati expressionis<lb/>seu breviloquio mentali inservimus, sed non nisi toleran-<lb/>ter vera loquimur, quae explicatione rigidantur.</p>
            <p><hi rend="smcap">Leibniz</hi></p></epigraph>
      </front>
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         <pb n="3" facs="INF_3.jpg"/>
         <p>Che l’infinito occupi un posto essenziale, per non dire preponderante,<lb/>nelle scienze matematiche è affermazione pacifica, al punto che si può affer-<lb/>mare che la nascita della matematica coincida con l’ingresso nel pensiero clas-<lb/>sico dei processi e dei metodi infiniti.</p>
         <p>Cionondimeno, lo studio dell’infinito in quanto tale è tutto sommato<lb/>recente, e non si afferma che alla fine del secolo scorso. Nei duemila anni che<lb/>separano la nascita della geometria greca dalle profonde intuizioni di Cantor,<lb/>la trattazione matematica dell’infinitamente grande non fa registrare che pro-<lb/>gressi modesti, quasi che l’immensità dell’oggetto valga a precludere ogni sua<lb/>analisi approfondita. Così chi voglia studiare la storia dell’infinito matematico<lb/>dovrà rivolgersi piuttosto alla sua immagine speculare, ed indagare l’evoluzio-<lb/>ne dei temi e delle teorie legate all’infinitamente piccolo.</p>
         <p><pb n="4" facs="INF_4.jpg"/>Tra esse, un posto particolare spetta alle dottrine del continuo, soprattutto<lb/>a causa del ruolo centrale di quest’ultimo, quasi un ponte gettato tra la geome-<lb/>tria, scienza del continuo per definizione, e la filosofia naturale, che nella com-<lb/>posizione del continuo trova uno dei temi più dibattuti.</p>
         <p>A dispetto della sua importanza, in matematica non meno che nella filo-<lb/>sofia, si cercherebbe invano negli scritti dei geometri dall’antichità al secolo<lb/>XVII una teoria soddisfacente o anche soltanto una definizione precisa del<lb/>continuo, che invece è assunto come un dato immediato le cui proprietà, lungi<lb/>dall’essere enunciate esplicitamente, sono piuttosto evocate e messe all’opera,<lb/>quando è il caso, anche nel corso di una dimostrazione.</p>
         <p>Il rapporto tra teorie geometriche e struttura del continuo va in senso<lb/>contrario alla successione logica: la discussione delle proprietà del continuo<lb/>non precede, come sarebbe logico e lecito attendersi, la formulazione e lo svi-<lb/>luppo delle teorie geometriche delle quali esso costituisce per così dire la<lb/>materia. Al contrario, il continuo è piuttosto un risultato finale, un sottopro-<lb/>dotto, della geometria; un risultato peraltro che non è quasi mai esplicito, e<lb/>che è piuttosto suggerito che enunciato, meno che mai dimostrato.</p>
         <p>In altre parole, quella del continuo non è una scienza, una teoria, sulla<lb/>quale si possa fondare la geometria; ma piuttosto un’immagine che si forma<lb/>nella rpente del geometra alla fine delle sue elucubrazioni; immagine co-<lb/>struita pezzo a pezzo mediante le proprietà che al continuo si sono attribuite<lb/>nel corso delle dimostrazioni, e che vengono via via a modificare immagini<lb/>precedenti.</p>
         <p>La geometria genera immagini del continuo; e così ai cambiamenti di<lb/>punti di vista in geometria corrisponderanno analoghe revisioni della nozione<lb/>di continuità, in modo che i periodi di grande attività creatrice come il XVII<lb/>secolo, sono anche caratterizzati da una forte instabilità fondazionale; periodi<lb/>in cui nuove immagini del continuo sono create, modificate, e infine rimpiaz-<lb/>zate da altre immagini, non più fondate queste ultime, o meno arbitrarie, di<lb/>quelle che le hanno precedute.</p>
         <p>Scopo di questa mia relazione è di portare alla luce alcune di queste teorie<lb/>sommerse, e di ripercorrerne lo sviluppo nel secolo XVII, in particolare in<lb/>relazione all’opera matematica di Leibniz. Senza peraltro dimenticare che se i<lb/>fatti e le scoperte che in questo grande secolo hanno cambiato il volto della<lb/>geometria – la geometria analitica, il calcolo – sono ben noti e sotto gli occhi<lb/>di tutti, le teorie del continuo che ad esse soggiacciono sono riposte e talora<lb/>contraddittorie; di più, esse non trovano che di rado un’enunciazione esplicita,<lb/>ma devono essere estratte non senza pena da scritti non sempre di agevole e<lb/>univoca interpretazione. </p>
         <p>Di un tale stato di cose questo intervento, immagine di immagini, non<lb/>potrà non risentire.</p>
         <p><pb n="5" facs="INF_5.jpg"/>1. <hi rend="smcap">L’eredità classica</hi></p>
         <p>La nozione matematica di continuo che il XVII secolo riceve dall’antichi-<lb/>tà classica è quella risultante dalla teoria eudossiana delle proporzioni, quale è<lb/>codificata nel quinto libro degli<hi rend="it"> Elementi</hi> di Euclide.</p>
         <p>Anche se applicabile ad ogni specie di grandezze, sia cioè a quelle conti-<lb/>nue che a quelle discrete (numeri), la teoria delle proporzioni è con ogni evi-<lb/>denza modellata sulle grandezze continue, ed in particolare su quelle geometri-<lb/>che (segmenti, figure piane e solide) che le aporie pitagoriche dell’incommen-<lb/>surabilità impedivano di trattare numericamente, associando cioè ad ogni<lb/>grandezza la sua misura.</p>
         <p>La teoria eudossiana si fonda sulla nozione di rapporto (λόγος) tra gran-<lb/>dezze omogenee, e più ancora su quella di proporzione (ἀναλογία), o ugua-<lb/>glianza di rapporti, introdotta nella quinta definizione del quinto libro degli<lb/><hi rend="it">Elementi</hi>:</p>
         <p>Si dice che quattro grandezze hanno lo stesso rapporto, la prima alla<lb/>seconda come la terza alla quarta, quando presi equimultipli della prima e del-<lb/>la terza secondo qualsivoglia numero, ed equimultipli della seconda e della<lb/>quarta secondo qualsivoglia numero, se il multiplo della prima è maggiore di<lb/>quello della seconda, anche il multiplo della terza sarà maggiore di quello del-<lb/>la quarta; se uguale, uguale; se minore, minore<note xml:id="ftn2" place="foot" n="1"><hi rend="smcap">Euclide</hi>,<hi rend="it"> Elementi</hi>, Libro V, Definizione 5. Mi sono discostato, qui come altrove, dalla<lb/>traduzione italiana degli<hi rend="it"> Elementi</hi>, a cura di A. Frajese e L. Maccioni, Torino 1980, ed ho preferi-<lb/>to tradurre direttamente dal testo greco.</note>.</p>
         <p>Come si vede, abbiamo una definizione complessa, solo un poco chiarita<lb/>da quella successiva di rapporti disuguali<note xml:id="ftn3" place="foot" n="2">In un certo senso, quest’ultima definizione precede l’altra: la proporzionalità, ovvero<lb/>l’uguaglianza dei rapporti, è una caratteristica per cosi dire negativa, che si dimostrerà solo<lb/>escludendo successivamente che l’uno dei due rapporti sia maggiore dell’altro. Di qui trae origi-<lb/>ne il metodo di esaustione, usato per la determinazione delle aree delle figure piane e dei volu-<lb/>mi delle solide.</note>:</p>
         <p>Se poi, degli equimultipli, il multiplo della prima supererà quello della<lb/>seconda, ma il multiplo della terza non sarà maggiore di quello della quarta,<lb/>allora si dirà che il rapporto della prima alla seconda è maggiore di quello<lb/>della terza alla quarta.</p>
         <p>La teoria delle proporzioni non tratta esplicitamente delle grandezze in<lb/>quanto tali, se non per precisare alcuni termini come multiplo e sottomultiplo.<lb/>Essa, come è stato più volte osservato, è una teorìa dei rapporti e non delle<lb/>grandezze. Quest’ultima teoria è per così dire presupposta, e il lettore che<lb/><pb n="6" facs="INF_6.jpg"/>voglia approfondirne le nozioni fondamentali, in particolare quella di grandez-<lb/>za continua, dovrà cercarle altrove.</p>
         <p>Di opere relative al problema della continuità precedenti la sistemazione<lb/>eudossiana delle proporzioni non ci è pervenuta notizia; e per averne una trat-<lb/>tazione abbastanza esauriente dovremo rivolgerci alle opere di Aristotele. Lo<lb/>stagirita è perfettamente al corrente della teoria delle proporzioni, e probabil-<lb/>mente modella su di essa la sua analisi del continuo. Quanto meno, la teoria<lb/>aristotelica è compatibile con quella eudossiana, della quale costituisce il natu-<lb/>rale prerequisito.</p>
         <p>Aristotele distingue tre tipi di grandezze, a seconda dell’accoppiamento<lb/>tra le loro parti. In primo luogo la grandezza discreta, le cui parti si susseguo-<lb/>no consecutivamente senza che tra di esse vi sia alcunché di simile, pur non<lb/>escludendo la possibilità che tra esse siano intercalati altri oggetti eterogenei.<lb/>Così ad esempio tra due linee consecutive potremo trovare uno spazio, ma non<lb/>una linea; e tra due case consecutive un prato, ma non una casa:</p>
         <p>Il consecutivo… è ciò che non presenta alcun intermedio dello stesso suo<lb/>genere tra sé stesso e quello di cui è consecutivo (dico ad esempio, che non vi<lb/>siano una linea o più linee dopo la linea, una unità o più unità dopo l’unità,<lb/>ovvero una casa dopo una casa; nulla però impedisce che vi sia in mezzo qual-<lb/>cosa di altro genere)<note xml:id="ftn4" place="foot" n="3"><hi rend="it">Phys.</hi> V. 3.227a.</note>.</p>
         <p>Tra le grandezze consecutive saranno contigue quelle le cui estremità (o<lb/>meglio le estremità delle cui parti) sono in contatto; e tra queste saranno con-<lb/>tinue quelle i cui estremi coincidono:</p>
         <p>Contiguo è ciò che, oltre ad essere consecutivo, è anche in contatto.</p>
         <p>Il continuo è una determinazione del contiguo, ed io dico che c’è conti-<lb/>nuità quando i limiti di due cose, mediante i quali l’una e l’altra si toccano,<lb/>diventano uno solo e il medesimo e, come dice la parola stessa, si tengono<lb/>insieme. Questo però non può verificarsi quando gli estremi sono due. Tenen-<lb/>do conto di questa precisazione, risulta chiaro che il continuo è in quelle cose<lb/>da cui per natura vien fuori qualcosa di unico in virtù del contatto<note xml:id="ftn5" place="foot" n="4"><hi rend="it">Phys.</hi> V. 3.227a.</note>.</p>
         <p>In conclusione:</p>
         <p>continue sono le cose le cui estremità sono una sola cosa, sono in contat-<lb/>to quelle le cui estremità sono insieme, e consecutive quelle in mezzo a cui<lb/>non c’è nulla di affine<note xml:id="ftn6" place="foot" n="5"><hi rend="it">Phys.</hi> VI. 1.231a.</note>.</p>
         <p>Una conseguenza di questa definizione di continuità è che una grandezza<lb/>continua è sempre divisibile in parti omogenee, a loro volta ancora divisibili;<lb/><pb n="7" facs="INF_7.jpg"/>in altre parole, un continuo non può essere composto di parti ultime indivisi-<lb/>bili. A sostegno di questa tesi Aristotele porta due argomenti. Il primo è che</p>
         <p>un indivisibile non ha né estremità né qualche altra parte, né le estremità<lb/>sono simultanee, perché non c’è nessuna estremità di ciò che è privo di par-<lb/>ti<note xml:id="ftn7" place="foot" n="6"><hi rend="it">Phys.</hi> VI. 1.213a.</note>.</p>
         <p>Il secondo argomento riguarda il modo in cui gli indivisibili costituenti il<lb/>continuo dovrebbero congiungersi tra loro. Infatti</p>
         <p>poiché l’indivisibile è privo di parti, necessariamente esso dovrebbe essere<lb/>in contatto come intero con un intero: ma un intero che è in contatto con un<lb/>intero non sarà continuo<note xml:id="ftn8" place="foot" n="7"><hi rend="it">Phys.</hi> VI. 1.231b.</note>.</p>
         <p>In sostanza, due indivisibili successivi, dovendo essere in contatto come<lb/>un tutto, dovrebbero necessariamente coincidere e dunque si ridurrebbero ad<lb/>uno solo. Al di là del suo ruolo nella teoria del continuo aristotelico, il ragio-<lb/>namento è interessante perché svela un tratto caratteristico e costante delle<lb/>idee sulla composizione del continuo, e cioè che l’insieme degli indivisibili (sia<lb/>quando questi sono considerati come componenti ultime del continuo, sia<lb/>quando essi sono evocati solo per negarne l’esistenza) sia un insieme ben ordi-<lb/>nato, nel quale ogni indivisibile segue il suo predecessore secondo l’ordine<lb/>naturale<note xml:id="ftn9" place="foot" n="8">Varrà la pena di notare come una tale assunzione soggiaccia alle interminabili discus-<lb/>sioni sul «primo istante del moto»; come ad esempio se un grave cadente dalla quiete debba<lb/>passare o meno per tutti i gradi di velocità.</note>. Un tale presupposto è evidentemente incompatibile, come mostra<lb/>Aristotele, con un continuo di indivisibili. Non resta allora che assumere la<lb/>divisibilità indefinita del continuo; una conclusione che, superando le aporie<lb/>pitagoriche degli irrazionali, rende il continuo aristotelico particolarmente<lb/>adatto a fondare la teoria delle proporzioni. Le due costruzioni risultano così<lb/>complementari l’una dell’altra, di modo che chi voglia opporsi ad una di esse<lb/>si vedrà obbligato a negare anche l’altra, o almeno a recidere i legami tra le<lb/>due. È quanto, per opposte ragioni, tenteranno di fare Galileo e Cavalieri.</p>
         <p>2.<hi rend="smcap"> Tensioni dello schema classico: Galileo e Cavalieri</hi></p>
         <p>Le pagine che, nella prima giornata dei<hi rend="it"> Discorsi</hi>, Galileo dedica al proble-<lb/>ma del continuo mirano soprattutto a dimostrare la composizione atomica del-<lb/>la materia, e dunque si oppongono direttamente alle argomentazioni aristoteli-<lb/><pb n="8" facs="INF_8.jpg"/>che che ne dimostravano l’impossibilità. E dato che quest’ultima seguiva<lb/>immediatamente dalla stessa definizione di grandezza continua, è in primo luo-<lb/>go con questa che Galileo deve confrontarsi.</p>
         <p>Ciò non vuol dire che Galileo proponga una sua propria definizione al<lb/>posto di quella di Aristotele, men che mai che egli sostituisca la teoria aristote-<lb/>lica del continuo con una teoria galileiana; al contrario, egli assume il conti-<lb/>nuo come un dato immediato, identificandolo di fatto con la retta geometrica.<lb/>In altre parole, egli rimpiazza una teoria con un’immagine.</p>
         <p>La linea d’attacco di Galileo si snoda lungo la distinzione aristotelica tra<lb/>atto e potenza. Alla domanda se le parti del continuo siano finite o infinite,<lb/>Simplicio risponde accettando ambedue i corni del dilemma: esse sono finite<lb/>in atto ed infinite in potenza. Galileo rifiuta questa distinzione ed argomenta<lb/>che essendo sempre divisibile, il continuo deve essere costituito di parti infini-<lb/>te. Queste non potranno essere<hi rend="it"> quante</hi>, cioè avere grandezza finita, perché altri-<lb/>menti darebbero luogo ad un’estensione infinita: ne segue che il continuo è<lb/>composto di infinite parti<hi rend="it"> non quante</hi>, dunque indivisibili;</p>
         <p>chiamateli poi in atto o in potenza, come più vi piace, ché io, Sig. Simpli-<lb/>cio, in questo particolare mi rimetto al vostro arbitrio e giudizio<note xml:id="ftn10" place="foot" n="9"><hi rend="it">Discorsi e Dimostrazioni Matematiche intorno a due Nuove Scienze. Opere di</hi><hi rend="smcap"> G. Galilei</hi>, Firenze<lb/>1968, vol. VIII, p. 81.</note>.</p>
         <p>In realtà tutta l’argomentazione si basa su uno slittamento semantico:<lb/>dove Aristotele dice semplicemente parti, Galileo intende parti<hi rend="it"> ultime</hi>. Una<lb/>volta accettata questa interpretazione, è chiaro che le parti galileiane non<lb/>potranno che essere indivisibili (perché altrimenti non sarebbero ultime) ed<lb/>infinite (pena la ricaduta nei paradossi dell’incommensurabilità).</p>
         <p>A questo punto Galileo non può esimersi dall’affrontare un altro proble-<lb/>ma: se il continuo è composto di infiniti indivisibili, come è possibile confron-<lb/>tare due continui tra di loro, ad esempio dire quando una linea è maggiore di<lb/>un’altra? Sarebbe dunque possibile paragonare due infiniti, contro quanto<lb/>afferma esplicitamente la teoria delle proporzioni?</p>
         <p>Come è noto, la risposta di Galileo è negativa: tra gli infiniti non c’è<lb/>relazione d’ordine, non si può affermare che un infinito sia maggiore o minore<lb/>(e nemmeno uguale) di un altro. A sostegno della sua tesi, egli porta il celebre<lb/>esempio dei numeri e dei loro quadrati: da un lato ci sono più numeri che<lb/>quadrati, dato che ci sono infiniti numeri che non sono dei quadrati; dall’altro<lb/>essi sono uguali, poiché a ogni quadrato corrisponde la sua radice. Il paradosso<lb/>che ne consegue si può superare solo con la rinuncia al confronto tra infiniti:</p>
         <p>Io non veggo che ad altra decisione si possa venire, che a dire, infiniti<lb/><pb n="9" facs="INF_9.jpg"/>essere tutti i numeri, infinite le loro radici, né la moltitudine de’ quadrati esser<lb/>minore di quella di tutti i numeri, né questa maggior di quella, ed in ultima<lb/>conclusione, gli attributi di eguale maggiore e minore non aver luogo ne gl’in-<lb/>finiti, ma solo nelle quantità terminate<note xml:id="ftn11" place="foot" n="10"><hi rend="it">Ivi</hi>, p. 79.</note>.</p>
         <p>In conclusione, Galileo afferma da una parte che il continuo si compone<lb/>di indivisibili, una tale composizione essendo una condizione necessaria per la<lb/>divisibilità indefinita; ma per contro nega che ciò possa avere delle conseguen-<lb/>ze sulla teoria matematica dei rapporti, poiché gli indivisibili, essendo infiniti,<lb/>non sono grandezze che hanno rapporto tra loro.</p>
         <p>E però quando il Sig. Simplicio mi propone più linee diseguali, e mi<lb/>domanda come possa essere che nelle maggiori non siano più punti che nelle<lb/>minori, io gli rispondo che non ve ne sono né più né manco né altrettanti, ma<lb/>in ciascheduna infiniti<note xml:id="ftn12" place="foot" n="11"><hi rend="it">Ibidem</hi>.</note>.</p>
         <p>Una conseguenza di questo atteggiamento è la separazione della matema-<lb/>tica dalla fisica: i continui sono sì composti di infinite parti indivisibili, ma ciò<lb/>è irrilevante per quanto riguarda le loro proprietà matematiche (in particolare<lb/>la loro misura) che traggono origine non dalla loro composizione ultima, ma<lb/>solo dall’infinita divisibilità che da questa deriva.</p>
         <p>Una posizione simmetrica, e in un certo senso opposta, è quella di Cava-<lb/>lieri, che pure di Galileo fu uno dei discepoli più dotati, e la cui opera princi-<lb/>pale, la<hi rend="it"> Geometria degli indivisibili</hi><note xml:id="ftn13" place="foot" n="12"><hi rend="it">Geometria Indivisibilium Continuorum Nova quadam ratione promota</hi>, Bologna 1635. Una secon-<lb/>da edizione fu pubblicata a Bologna nel 1653; una traduzione italiana, <hi rend="it">Geometria degli Indivisibili</hi>, a<lb/>cura di L. Lombardo Radice, Torino 1966, contiene anche la traduzione dell’Esercitazione III<lb/>(contro Guldino) e una scelta di lettere. Sull’opera di Cavalieri, oltre al saggio di Lombardo<lb/>Radice preposto alla traduzione sopra menzionata, si veda <hi rend="smcap">E. Giusti</hi>,<hi rend="it"> Bonaventura Cavalieri and the<lb/>Theory of Indivisibles</hi>, Bologna 1980, come anche <hi rend="smcap">K. Andersen</hi>, <hi rend="it">Cavalieri’s Method of Indivisibles</hi>, «Ar-<lb/>chive for History of Exact Sciences», 31 (1985), pp. 291-367.</note>, mostra evidenti correlazioni e dipendenze<lb/>dal pensiero galileiano.</p>
         <p>L’idea centrale dell’opera cavalieriana è che ci si possa servire del rappor-<lb/>to tra gli indivisibili di due figure geometriche per dedurne il rapporto tra le<lb/>figure stesse, evitando in tal modo le lungaggini del metodo classico di esau-<lb/>stione, senza peraltro rinunciare al rigore geometrico della teoria delle propor-<lb/>zioni.</p>
         <p>Cavalieri si trova dunque ad affermare ciò che Galileo aveva negato, e<lb/>cioè la possibilità di paragonare tra loro gli indivisibili di due grandezze. Per<lb/>far ciò egli deve contestare, o quanto meno attenuare, il carattere infinito degli<lb/>indivisibili, cosa che altrimenti li avrebbe<hi rend="it"> ipso facto</hi> esclusi dalla classe delle<lb/><pb n="10" facs="INF_10.jpg"/>grandezze aventi proporzione. A questo scopo Cavalieri distingue due tipi di<lb/>infiniti: quelli assoluti, che non possono essere comparati tra loro, e altri, tra i<lb/>quali egli annovera gli indivisibili, che pur essendo infiniti in numero, sono<lb/>tuttavia finiti per altri versi, e dunque confrontabili tra loro.</p>
         <p>Propter quod innuendum mihi videtur, dum considero omnes lineas, vel<lb/>omnia plana alicuius figurae, me non numerum ipsarum comparare, quem<lb/>ignoramus, sed tantum magnitudinem, quae adaequatur spatio ab eisdem lineis<lb/>occupato, cum illi congruat, &amp; quoniam illud spatium terminis comprehendi-<lb/>tur, ideo &amp; eorum magnitudo est terminis eisdem comprehensa, quapropter illi<lb/>potest fieri additio, vel subtractio, licet numerum eorundem ignoremus; quod<lb/>sufficere dico, ut illa sint ad invicem comparabilia, alioquin neque ipsa spatia<lb/>figurarum essent ad invicem comparabilia<note xml:id="ftn14" place="foot" n="13"><hi rend="it">Geometria</hi>, cit., libro II, p. 111.</note>.</p>
         <p>In altre parole, Cavalieri non si interessa al numero, infinito, degli indivi-<lb/>sibili di una figura, ma alla loro totalità intesa come un oggetto unico, distinto<lb/>dalla figura ma in un certo senso congruente con essa, e da questo punto di<lb/>vista con quella avente in comune una proprietà di finitezza.</p>
         <p>A questa nuova classe di grandezze – tutte le linee delle figure piane, tutti<lb/>i piani di quelle solide – egli potrà allora applicare le regole della teoria delle<lb/>proporzioni, e dedurre il rapporto tra figure da quello tra i loro indivisibili:</p>
         <p>Figurae planae habent inter se eandem rationem, quam eorum omnes<lb/>lineae iuxta quamvis regulam assumptae; Et figurae solidae, quam eorum<lb/>omnia plana iuxta quamvis regulam assumpta<note xml:id="ftn15" place="foot" n="14"><hi rend="it">Ivi</hi>, p. 113.</note>.</p>
         <p>Si potranno allora evitare i laboriosi meccanismi propri del metodo<lb/>d’esaustione, e calcolare direttamente la misura delle figure piane e solide,<lb/>beninteso a prezzo di una certa oscurità della teoria, che esattamente nel pas-<lb/>saggio dal rapporto tra gli indivisibili e quello delle figure relative mostra le<lb/>sue debolezze. Ma non è questo che ci interessa in questa sede, quanto invece<lb/>le conseguenze che la teoria cavalieriana degli indivisibili ha sulle sue idee<lb/>relative alla composizione del continuo, per molti versi opposte a quelle gali-<lb/>leiane.</p>
         <p>Galileo aveva proposto l’immagine di un continuo frantumato, infinita-<lb/>mente divisibile perché infinitamente diviso; un continuo atomico del quale<lb/>non si davano relazioni quantitative. Cavalieri, che esattamente tali relazioni<lb/>vuole stabilire, indietreggia davanti alle implicazioni filosofiche della sua teo-<lb/><pb n="11" facs="INF_11.jpg"/>ria, e rinuncia a vedere nei suoi indivisibili le costituenti ultime delle figure<lb/>che egli voleva misurare<note xml:id="ftn16" place="foot" n="15">Si veda ad esempio la lettera di Cavalieri a Galileo, Bologna 28 giugno 1639 (<hi rend="it">Opere di</hi><lb/><hi rend="smcap">Galilei</hi>, XVIII, p. 67): «Io non ardii di dire che il continuo fosse composto di quelli (indivisi-<lb/>bili), ma mostrai bene che fra continui non vi era altra proportione che della congerie degl’indi-<lb/>visibili».</note>.
         </p>
         <p>Nei due casi il rifiuto (meglio: l’impossibilità) di intraprendere una revi-<lb/>sione globale della teoria del continuo, sia dal punto di vista delle matemati-<lb/>che che da quello della filosofia, ha come conseguenza la separazione dei due<lb/>concetti: il continuo fisico e quello matematico si pongono su piani differenti<lb/>e non comunicanti.</p>
         <p>3.<hi rend="smcap"> Il continuo algebrico: Viète e Descartes</hi></p>
         <p>Le idee di Galileo e di Cavalieri, pur con la loro carica innovativa, si<lb/>situano ancora in un universo classico, ed hanno come referenti naturali le<lb/>teorie del continuo di Eudosso e di Aristotele ed il pensiero geometrico di<lb/>Euclide e di Archimede.</p>
         <p>C’è d’altra parte una diversa corrente del pensiero matematico, che non<lb/>ignora certo la rigorosa lezione della geometria, ma che a questa preferisce la<lb/>generalità dell’algebra.</p>
         <p>Contrariamente alla geometria classica, che aveva relegato il numero in<lb/>una posizione nettamente subordinata ed aveva preferito trattare direttamente<lb/>le grandezze e i loro rapporti, l’algebra è interamente fondata sui numeri.<lb/>All’affermazione del punto di vista algebrico avevano contribuito vari fattori:<lb/>una notazione posizionale che permetteva di calcolare con una velocità e una<lb/>sicurezza impensabili nelle notazioni greche o latine; il legame costante con le<lb/>esigenze della vita pratica e la conseguente necessità di esprimere i risultati in<lb/>termini numerici; e soprattutto il potere creativo di certi segni, come ad esem-<lb/>pio quello per denotare le radici (R<hi rend="sub">x</hi>), che evocavano dei nuovi numeri – i<lb/><hi rend="it">numeri surdi</hi> – là ove la geometria greca aveva letto l’insufficienza del sistema<lb/>numerico e l’impossibilità di rappresentare con numeri le grandezze incom-<lb/>mensurabili. Al problema posto dall’incommensurabilità del lato e della diago-<lb/>nale del quadrato, problema che aveva determinato la crisi della scuola pitago-<lb/>rica o quanto meno di una concezione atomica della natura, l’algebra risponde<lb/>con dei segni, le radici (o se si vuole con la creazione di nuove entità, i <hi rend="it">numeri<lb/>surdi</hi>, peraltro più evocati che definiti) e con la possibilità, derivante in gran<lb/><pb n="12" facs="INF_12.jpg"/>parte dall’agilità del sistema posizionale, di spingere l’approssimazione del cal-<lb/>colo fino a un grado arbitrario.</p>
         <p>La gerarchia classica ne risulta capovolta, ed il numero prende la prece-<lb/>denza sulla grandezza: come quella degli Arabi dalla quale deriva, l’algebra<lb/>dell’Occidente resta fino alla fine del XVI secolo una disciplina totalmente<lb/>numerica. Anche quando il problema in questione rientra tra quelli geometri-<lb/>ci, alle grandezze in gioco si assegna immediatamente un valore numerico,<lb/>come pure numerica è la soluzione che si cerca: un numero nel senso più<lb/>esteso.</p>
         <p>Si deve a Viète l’aver sostituito a questa algebra dei numeri un’algebra<lb/>delle forme; all’<hi rend="it">algebra numerosa </hi>un’<hi rend="it">algebra speciosa</hi>, nella quale gli oggetti da<lb/>manipolare non sono più dati immediatamente in numeri, ma sono denotati<lb/>con delle lettere, le consonanti per le quantità assegnate, le vocali per le inco-<lb/>gnite<note xml:id="ftn17" place="foot" n="16"><hi rend="smcap">Francisci Vietae</hi> <hi rend="it">In Artem Analitycen Isagoge</hi>,Tours 1591. Si veda anche <hi rend="it">Ad Logisticen<lb/>Speciosam Notae Priores</hi>, Paris 1631. Tutte le opere di Viète, o quanto meno quelle rilevanti al<lb/>nostro scopo furono poi riunite da F. van Schooten nel volume, <hi rend="smcap">Francisci Vietae</hi> <hi rend="it">Opera Mathe-<lb/>matica</hi>, Leyden 1646. Su Viète si può vedere: <hi rend="smcap">F. Ritter</hi>, <hi rend="it">François Viète inventeur de l’algèbre moderne.<lb/>1540-1603</hi>, «Révue occidentale philosophique, sociale et politique», 10 (1895), pp. 234-274 e<lb/>354-415.</note>.</p>
         <p>La sostituzione delle lettere ai numeri non sarebbe di per sé un progresso<lb/>decisivo. Infatti se è vero che un risultato espresso in formule mostra chiara-<lb/>mente il ruolo delle grandezze note nella formazione dell’incognita, e talvolta<lb/>indica anche il cammino percorso per giungere alla soluzione, non è meno<lb/>vero che nella maggior parte dei casi la regola generale si può enunciare ver-<lb/>balmente, o meglio ancora si può facilmente estrapolare da un esempio nume-<lb/>rico ben scelto.</p>
         <p>Ben più importante è invece una conseguenza meno appariscente ma più<lb/>profonda delle teorie di Viète, e precisamente la possibilità di una ricomposi-<lb/>zione su nuove basi dell’unità tra algebra e geometria.</p>
         <p>Come abbiamo già osservato, alla base dell’algebra <hi rend="it">numerosa</hi> sta il sistema<lb/>numerico classico, esteso con l’introduzione dei numeri irrazionali. Così nei<lb/>problemi di geometria si cominciava immediatamente con l’associare un nu-<lb/>mero ad ogni grandezza in gioco (normalmente dei segmenti), così come un<lb/>numero era la soluzione, anche se talora essa veniva interpretata come lun-<lb/>ghezza di un segmento incognito. Questa geometria numerica non aveva che<lb/>deboli legami con il rigore della geometria classica, e ciò non solo né princi-<lb/>palmente perché essa era rivolta a questioni eminentemente pratiche; anche<lb/>quando i problemi affrontati avevano un carattere prevalentemente teorico,<lb/>l’universo nel quale essi si muovevano era sempre quello del calcolo numeri-<lb/><pb n="13" facs="INF_13.jpg"/>co. In un certo senso, si può affermare che algebra e geometria pratica (o<lb/>meglio, algebra e geometria numerica) fanno parte di una stessa tradizione,<lb/>che si tratti dei problemi pratici degli abachisti o delle costruzioni evolute e<lb/>sofisticate di un Bombelli.</p>
         <p>Questa tradizione geometrica era completamente separata dall’altra, che<lb/>prendeva origine e metodi dalla geometria classica. L’opera di Viète getta un<lb/>ponte tra queste due anime della matematica, e realizza l’unione dei procedi-<lb/>menti algebrici con i metodi geometrici. Per raggiungere questo scopo, un pas-<lb/>so obbligato è il passaggio dall’algebra numerica alla letterale; e la sostituzione<lb/>dei numeri, troppo immediatamente legati da una parte alle operazioni alge-<lb/>briche e dall’altra alle applicazioni quotidiane, con le lettere, la cui neutralità<lb/>semantica permette, a seconda dei casi, interpretazioni ora algebriche ora geo-<lb/>metriche.</p>
         <p>La nuova geometria si fonda sull’ambiguità di questi segni. Da una parte,<lb/>è evidente, le lettere denotano dei numeri, e dunque si potrà operare su di<lb/>esse con le consuete regole dell’algebra, e con altre che Viète si preoccupa di<lb/>enumerare non senza una qualche pedanteria; in particolare sarà possibile<lb/>sommarle tra loro, sottrarle, estrarne le radici. Da questo punto di vista, comu-<lb/>nemente adottato dalla storiografia sull’argomento, l’algebra letterale non è<lb/>che una trascrizione tachigrafica della vecchia algebra numerica.</p>
         <p>Ma le lettere non si limitano a sostituire ed a rinviare ai numeri; esse<lb/>denotano anche delle grandezze geometriche: linee, piani, solidi, ed oltre. Di<lb/>più, una tale corrispondenza tra lettere e grandezze non passa per l’intermedia-<lb/>rio dei numeri, ma vale piuttosto il contrario: si spezza il legame diretto tra<lb/>numero e grandezza, che aveva determinato la separazione tra geometria<lb/>numerica e geometria classica, ed al suo posto si istaura un legame più com-<lb/>plesso, fondato sul ruolo centrale dei simboli letterali.</p>
         <p>Parallelamente, le formule dell’algebra letterale sono da una parte delle<lb/>tachigrafie di analoghe formule numeriche, ma dall’altra indicano delle proce-<lb/>dure di costruzione geometrica a partire dalle grandezze a cui le lettere si rife-<lb/>riscono<note xml:id="ftn18" place="foot" n="17"><hi rend="smcap">Francisci Vietae</hi> <hi rend="it">Supplementum Geometriae</hi>, Tours 1593.</note>; costruzioni che talora (ma non sempre) sono eseguibili con riga e<lb/>compasso, come ad esempio quella relativa all’estrazione della radice quadrata,<lb/>descritta da Descartes all’inizio della sua<hi rend="it"> Géométrie</hi><note xml:id="ftn19" place="foot" n="18"><hi rend="it">Oeuvres de</hi> <hi rend="smcap">Descartes</hi>, publiées par C. Adam et P. Tannery, Paris 1982, vol. VI, pp. 367-<lb/>485.</note> (fig. 1):</p>
         <p>Ou, s’il faut tirer la racine quarrée de GH, ie lui adiouste en ligne droite<lb/>FG, qui est l’unité, &amp; divisant FH en deux parties esgales au point K, du</p>
         <p><pb n="14" facs="INF_14.jpg"/>
            <figure>
               <graphic url="Pictures/10000000000003160000019BBD16E43B.jpg"/>
               <head/>
               <p>Fig. 1.</p>
            </figure>
         </p>
         <p>centre K ie tire le cercle FIH; puis, en enlevant du point G une ligne droite<lb/>iusques a I a angles droits sur FH, c’est GI, la racine cherchée.<note xml:id="ftn20" place="foot" n="19"><hi rend="it">Ivi</hi>, pp. 370-371.</note>
         </p>
         <p>Si instaura dunque, tramite l’intermediario della simbologia letterale,<lb/>una corrispondenza naturale tra le operazioni dell’algebra, che agiscono sui<lb/>numeri, e le costruzioni della geometria, che si fanno a partire dai segmenti.<lb/>La relazione è tale che alle costruzioni con riga e compasso corrispondono<lb/>delle formule contenenti al più delle radici quadrate, anche ripetute; mentre<lb/>formule più complesse, ad esempio quelle in cui entrano delle radici cubi-<lb/>che, rimandano a costruzioni nuove, o quanto meno al di là della geometria<lb/>degli<hi rend="it"> Elementi</hi>, che Viète riconosce nei procedimenti di inserzione o nella<lb/>trisezione dell’angolo.</p>
         <p>Le teorie di Viète e di Descartes non sono senza conseguenze sulla<lb/>struttura del continuo. A differenza dell’algebra numerica, che non conosce<lb/>altro continuo che i numeri, la nuova geometria algebrizzata accetta il con-<lb/>tinuo classico, rappresentato dalla retta euclidea, ma lo priva totalmente del-<lb/>la costruzione assiomatica rigorosa ma ingombrante della teoria delle pro-<lb/>porzioni, che sostituisce con una struttura algebrica presa a prestito dal con-<lb/>tinuo numerico.</p>
         <p>L’immagine che ne risulta è quella di un continuo anfibio, i cui elementi<lb/>sono allo stesso tempo delle grandezze e dei numeri. Questa sostanziale ambi-<lb/>guità si conserverà per tutto il XVII secolo ed oltre, come testimonia ad esem-<lb/>pio la costante attenzione che in questo periodo è riservata al problema della<lb/><pb n="15" facs="INF_15.jpg"/>costruzione delle equazioni, un problema nel quale la dualità numero-grandez-<lb/>za gioca un ruolo essenziale<note xml:id="ftn21" place="foot" n="20">Sulla costruzione delle equazioni si veda: <hi rend="smcap">H. J. M. Bos</hi>, <hi rend="it">Arguments on Motivation in the Rise<lb/>and Decline of a Mathematical Theory; the «Construction of Equations», 1637- ca. 1750</hi>, «Archive for<lb/>History of Exact Sciences», 30 (1984), pp. 331-380.</note>. È solo al termine di una lunga marcia di più di<lb/>due secoli che i due concetti si confonderanno in quello di numero reale,<lb/>anche se la teminologia sarà ancora presa dalla geometria: si dirà grandezza ma<lb/>si penserà numero.</p>
         <p>La struttura del continuo che emerge dall’opera di Viète non muterà<lb/>sostanzialmente per effetto dell’elaborazione cartesiana, salvo forse per una<lb/>accentuazione dell’aspetto numerico dovuta all’eliminazione della legge<lb/>dell’omogeneità per effetto dell’introduzione di un segmento unitario. Un tale<lb/>spostamento verso il lato numerico è d’altronde un carattere costante dell’evo-<lb/>luzione della teoria algebrica del continuo, durante la quale si vanno perdendo<lb/>i contenuti assiomatici: alle definizioni ed agli assiomi, ingombranti ma preci-<lb/>si, della teoria delle proporzioni, non si sostituiscono altre definizioni ed altri<lb/>assiomi, ma il libero gioco delle operazioni algebriche.</p>
         <p>Nella<hi rend="it"> Géométrie</hi> di Descartes non c’è posto per una sola definizione, né vi<lb/>si trova alcun assioma; al loro posto operazioni e descrizioni. Nel continuo<lb/>deassiomatizzato e fluido che ne risulta troveranno posto le grandezze infinite-<lb/>sime che erano rigorosamente ed esplicitamente bandite nella geometria classi-<lb/>ca.</p>
         <p>4.<hi rend="smcap"> I continui leibniziani</hi></p>
         <p>Con gli infinitamente piccoli siamo entrati nel dominio proprio dell’anali-<lb/>si leibniziana, il tema che qui particolarmente ci interessa.</p>
         <p>Il plurale usato nel titolo di questo paragrafo anticipa una delle conclusio-<lb/>ni che trarremo dall’esame dei passi in cui Leibniz affronta, anche indiretta-<lb/>mente, il problema: egli non ha una teoria univoca, meno che mai una siste-<lb/>mazione formale, del continuo; al contrario, di volta in volta privilegia e sot-<lb/>tolinea questo o quell’aspetto, mettendo in luce proprietà diverse a seconda<lb/>delle proprie esigenze. Ne risulta una posizione se non oscillante almeno varie-<lb/>gata, nella quale diverse immagini del continuo si susseguono senza che l’una<lb/>prenda il sopravvento sulle altre, e senza che esse si fondano in una teoria<lb/>unica, anche se implicita.</p>
         <p>La nostra analisi non si limiterà ai passaggi nei quali Leibniz affronta<lb/>direttamente ed esplicitamente il problema della continuità; accanto a questi<lb/><pb n="16" facs="INF_16.jpg"/>cercheremo di rintracciare e di collegare tra loro quei testi nei quali la natura<lb/>e le proprietà del continuo entrano in maniera più riposta, essendo per così<lb/>dire diluite in argomentazioni di carattere matematico o fisico. In particolare,<lb/>cercheremo di mettere in luce la struttura che soggiace al calcolo differenzia-<lb/>le.</p>
         <p>Da questo esame si vedono emergere con chiarezza non meno di tre<lb/>distinte immagini del continuo, che si intrecciano negli scritti leibniziani senza<lb/>che, almeno per quanto riguarda le ultime due, si possa parlare di una reale<lb/>evoluzione teorica; quasi che Leibniz si riservasse il diritto di usare l’una o<lb/>l’altra di esse a seconda delle circostanze. Vediamole in ordine.</p>
         <p>a)<hi rend="it"> Il continuo con infinitesimi</hi></p>
         <p>Se si eccettuano alcuni passaggi della<hi rend="it"> Theoria motus abstracti</hi>, di cui parlere-<lb/>mo più oltre, il primo scritto in cui Leibniz si trova a dover affrontare sistema-<lb/>ticamente i problemi della struttura del continuo è il dialogo<hi rend="it"> Pacidius Philale-<lb/>thi</hi><note xml:id="ftn22" place="foot" n="21">C, pp. 594-627.</note>, un’opera «scripta in navi qua ex Anglia in Hollandiam trajeci. 1676<lb/>Octob.» e dedicata alla «Prima de Motu Philosophia»; un tema nel quale<lb/>entrano immediatamente considerazioni concernenti la natura del continuo.</p>
         <p>Occorrerà dire subito che Leibniz non è interessato agli aspetti quantitati-<lb/>vi della teoria del moto, ma piuttosto ai problemi filosofici connessi col cam-<lb/>biamento. Il problema è classico: in quale momento di un processo continuo si<lb/>produce una mutazione qualitativa? Leibniz fa una serie di esempi. Il primo<lb/>riguarda il passaggio dalla vita alla morte. L’ultimo istante di vita sarebbe anche<lb/>il primo istante della morte? Ma allora si sarebbe contemporaneamente vivi e<lb/>morti, una conclusione palesemente assurda. E ancora: in che momento da<lb/>lontano un punto diventa vicino a un altro?</p>
         <p>si punctum A ad punctum B accedat, fiet aliquando ex non propinquo<lb/>propinquum<note xml:id="ftn23" place="foot" n="22">
            <hi rend="it">Ivi</hi>, p. 603.</note>.</p>
         <p>Anche qui una discontinuità qualitativa fa riscontro alla continuità quan-<lb/>titativa. Di carattere simile è l’esempio seguente, che ha non poche somiglian-<lb/>ze con il paradosso zenonico della dicotomia:</p>
         <p>quod movetur, nondum est in loco in quo erit: non potest autem ad eum<lb/>venire nisi adhuc moveatur. Ergo quidquid movetur, adhuc movebitur<note xml:id="ftn24" place="foot" n="23">
            <hi rend="it">Ivi</hi>, p. 607.</note>,<lb/><pb n="17" facs="INF_17.jpg"/>Fig. 2.</p>
         <p>da cui l’assurda conclusione dell’eternità di un qualsiasi moto.</p>
         <p>La soluzione leibniziana consiste nell’introdurre di nuovo la distinzione<lb/>aristotelica tra continuo e contiguo, o per meglio dire nel dotare il continuo<lb/>delle proprietà del contiguo aristotelico:</p>
         <p>Memini Aristotelem quoque contiguum a continuo ita discernere, ut <hi rend="it">conti-<lb/>nua</hi> sint, quorum extrema unum sunt, <hi rend="it">contigua</hi> quorum extrema simul sunt.<lb/>Eodem modo dicemus, statum vivi mortuique tantum contigua esse, nec com-<lb/>munia extrema habere<note xml:id="ftn25" place="foot" n="24">
               <hi rend="it">Ivi</hi>, p. 601.</note>.</p>
         <p>L’atto (mentale) della separazione (ad esempio tra il tempo della vita e<lb/>quello della morte o, come altrove, tra i punti vicini e quelli lontani) produce<lb/>uno sdoppiamento dell’istante-punto; le due estremità che ne risultano sono<lb/>una l’ultimo punto lontano, l’altra il primo punto vicino. In questo senso,<lb/>ribaltando la gerarchia aristotelica che faceva procedere il continuo dal conti-<lb/>guo, Leibniz considera quest’ultimo come una determinazione del primo, che<lb/>si produce all’atto della separazione del continuo in due parti cointegranti.</p>
         <p>Gli estremi di queste, C e D nella figura 2, non coincidono anche se sono<lb/>insieme: la considerazione della divisione ha trasformato il continuo in conti-<lb/>guo. In corrispondenza, il cambiamento (il moto) non è qualcosa che avviene<lb/>in un istante, ma invece è uno:</p>
         <p>statum compositum ex ultimo momento existendi in loco aliquo, et primo<lb/>momento non existendi in eodem sed in alio proximo<note xml:id="ftn26" place="foot" n="25">
            <hi rend="it">Ivi</hi>, p. 608.</note>.</p>
         <p>Ma se si possono trovare due punti contigui, come C e D, non si potrebbe<lb/>continuare la divisione e trovare un terzo punto immediatemente successivo a<lb/>D, e poi un quarto, e così via, fino a risolvere la retta in punti, e il continuo in<lb/>indivisibili?</p>
         <p>A questa domanda Leibniz risponde in due modi. In primo luogo egli<lb/>mostra che l’assunzione di un continuo di indivisibili porta a conclusioni<lb/>assurde. Per questo riprende una vecchia obiezione alla teoria cavalieriana, e<lb/>precisamente il paradosso di due linee rette disuguali, i cui punti si possono<lb/>mettere in corrispondenza biunivoca. Tali sono ad esempio l’altezza e la diago-<lb/><pb n="18" facs="INF_18.jpg"/>nale di un rettangolo, i cui punti si corrispondono mediante parallele alla base,<lb/>come si vede nella figura 3.</p>
         <p>Cavalieri, i cui interessi erano rivolti più alle potenzialità geometriche del<lb/>nuovo metodo che alle sue implicazioni filosofiche, aveva evitato questo para-<lb/>dosso facendo distinzione tra retto e obliquo transito ed escludendo quest’ulti-<lb/>mo. Al contrario Leibniz, che ha di mira il problema della composizione del<lb/> continuo, argomenta che da ciò seguirebbe l’uguaglianza del lato e della diago-<lb/>nale, dato che ambedue sono costituiti da uno stesso numero di punti.</p>
         <p>Perché il suo ragionamento sia concludente, Leibniz deve anche smontare<lb/>l’argomento galileiano, che escludeva la possibilità di paragonare due infiniti<lb/>tra loro. A Galileo, che sosteneva che i quadrati non erano né più né meno<lb/>dei numeri, e che in generale</p>
         <p>gli attributi di uguale, maggiore e minore non aver luogo ne gl’infiniti,<lb/>ma solo nelle quantità terminate<note xml:id="ftn27" place="foot" n="26">
            <hi rend="it">Opere di</hi> <hi rend="smcap">Galilei</hi>, cit., vol. VIII, p. 79.</note>,</p>
         <p>Leibniz risponde che l’esempio addotto mostra solo che</p>
         <p>nullum omnino esse numerum omnium numerorum, talemque notionem<lb/>implicare contradictionem<note xml:id="ftn28" place="foot" n="27">C, p. 612.</note>.</p>
         <p>
            <figure>
               <graphic url="Pictures/1000000000000313000001D7629E3645.jpg"/>
               <head/>
               <p>Fig. 3.</p>
            </figure>Una volta stabilito che il continuo non si compone di indivisibili, si potrà<lb/>riesaminare il problema della generazione di punti successivi per divisioni<lb/><pb n="19" facs="INF_19.jpg"/>ripetute. Se la prima divisione aveva creato i punti contigui C e D (fig. 2),<lb/>Leibniz nega che sia possibile un’ulteriore divisione che individui un altro<lb/>punto E successivo a D. Infatti, egli dice, i punti C e D non esistono in una<lb/>linea continua, ma sono un prodotto della divisione. Perché si possa determi-<lb/>nare un punto E immediatamente successivo a D occorrerebbe dividere la ret-<lb/>ta in AD. Ma questo non è possibile, perché</p>
         <p>quia lineae AC et AD aequales similes et congruae sunt, C unius divisio-<lb/>nis et D alterius ne different quidem<note xml:id="ftn29" place="foot" n="28"><hi rend="it">Ivi</hi>, p. 621.</note>,</p>
         <p>in altre parole, gli estremi C e D che vengono prodotti dalla divisione, benché<lb/>tra loro diversi, non danno origine a due segmenti AC ed AD differenti tra<lb/>loro: essi sono distinti ma non distanti. Dai tagli del continuo si generano<lb/>punti infinitamente vicini.</p>
         <p>Il contiguo aristotelico diventa dunque, nell’elaborazione leibniziana del<lb/><hi rend="it">Pacidius Philalethi</hi>, un<hi rend="it"> continuo con infinitesimi</hi>. Questa immagine, sufficiente per eli-<lb/>minare i paradossi del cambiamento qualitativo, si rivelerà ben presto inade-<lb/>guata per affrontare i problemi della geometria: sovrabbondante per quanto<lb/>concerne la geometria classica, troppo povera per le esigenze del calcolo diffe-<lb/>renziale.</p>
         <p>Dal suo abbandono non sorgerà tuttavia una nuova teoria, o anche una<lb/>nuova immagine più elaborata, ed in grado di fornire le basi del calcolo come<lb/>della geometria. Al suo posto, due costruzioni distinte e incomunicanti, come<lb/>incomunicanti resteranno, nonostante le ripetute affermazioni in contrario, la<lb/>geometria sintetica classica e il calcolo infinitesimale, la cui riconciliazione<lb/>completa non avverrà che due secoli più tardi.</p>
         <p>b)<hi rend="it"> Il continuo classico formalizzato</hi></p>
         <p>Nello<hi rend="it"> Specimen Geometriae Luciferae</hi> (c. 1695)<note xml:id="ftn30" place="foot" n="29">GM VII, pp. 260-298. Per la datazione degli scritti leibniziani mi sono stati di grande<lb/>aiuto A. Robinet e H. Breger, che colgo l’occasione per ringraziare. Ringrazio anche M. Mugnai,<lb/>che ha controllato sui manoscritti di Hannover alcuni passi dubbi dell’edizione di Gerhardt.</note>, così come nel testo noto<lb/>sotto il titolo<hi rend="it"> In Euclidis</hi> ΠΡΩΤΑ (c. 1712)<note xml:id="ftn31" place="foot" n="30">GM V, pp. 183-219.</note>, il continuo entra soprattutto nei<lb/>suoi aspetti geometrici, in relazione a due passi delicati del primo libro degli<lb/><hi rend="it">Elementi</hi> di Euclide. Non c’è da meravigliarsi dunque se in queste occasioni<lb/>Leibniz si avvicina moltissimo ad una definizione assiomatica.</p>
         <p>Il passaggio dello<hi rend="it"> Specimen</hi> riguarda la costruzione di un triangolo equilate-<lb/>ro su una base assegnata. Come è noto, Euclide ne trova il vertice mediante<lb/><pb n="20" facs="INF_20.jpg"/>l’intersezione di due circonferenze di raggio uguale alla base e di centri nei<lb/>due estremi di questa (fìg. 4). Nel far ciò, egli assume tacitamente che le due<lb/>circonferenze (ognuna delle quali ha il centro sull’altra) debbano necessaria-<lb/>mente tagliarsi in qualche punto.</p>
         <p>Di natura simile è l’altro passo, dedicato all’esame della definizione eucli-<lb/>dea di diametro. A Euclide che aveva detto:</p>
         <p>Il diametro del cerchio è una linea retta che passa per il centro, e dell’una<lb/>e dall’altra parte è terminata dalla circonferenza<note xml:id="ftn32" place="foot" n="31"><hi rend="it">Elementi</hi>, libro I, definizione 17. </note>
         </p>
         <p>Leibniz obietta che in questa definizione si assume che una retta passante per<lb/>il centro di un cerchio debba necessariamente incontrare la circonferenza. In<lb/>ambedue i casi entra in gioco una proprietà che non deriva da nessun postula-<lb/>to esplicito, e che per la sua natura deve far intervenire i caratteri delle rette e<lb/>delle circonferenze in quanto continui. È appunto a queste proprietà che Leib-<lb/>niz fa riferimento nella sua dimostrazione.</p>
         <p>La definizione leibniziana del continuo è ancora una volta assai vicina a<lb/>quella aristotelica. Dove Aristotele, pensando evidentemente ad un continuo<lb/>unidimensionale, aveva detto:</p>
         <p>continue sono le cose le cui estremità sono una sola cosa<note xml:id="ftn33" place="foot" n="32"><hi rend="it">Phys.</hi> VI. 1.232a.</note>,</p>
         <p>
            <figure>
               <graphic url="Pictures/100000000000019C0000019BCF9D2961.jpg"/>
               <head/>
               <p>Fig. 4.</p>
            </figure><lb/><pb n="21" facs="INF_21.jpg"/>Leibniz precisa nello<hi rend="it"> Specimen</hi>:</p>
         <p>Continuum est totum, cujus partes cointegrantes (seu quae simul sumtae<lb/>toti coincidunt) habent aliquid commune, et quidem si non sint redundantes<lb/>seu nullam partem communem habeant, sive si aggregatum magnitudinis<lb/>eorum aggregato totius aequale est, tunc saltem habeant communem aliquem<lb/>terminum<note xml:id="ftn34" place="foot" n="33">GM VII, p. 284.</note>.</p>
         <p>Come le analogie, sono altresì evidenti le differenze rispetto al testo ari-<lb/>stotelico, in particolare nel significato da attribuire al termine<hi rend="it"> parte</hi>. Per Aristo-<lb/>tele, una parte è il risultato di una divisione; essa può avere un’estremità in<lb/>comune con un’altra parte, ma non sovrapporsi ad essa. Al contrario, Leibniz<lb/>prevede esplicitamente la possibilità di una tale sovrapposizione, ed anzi sem-<lb/>bra insinuare che questo è il caso più usuale. In ogni caso, la nozione leibnizia-<lb/>na di parte sembra molto vicina, pur con tutte le cautele che sono necessarie<lb/>in questo tipo di traduzioni, alla moderna nozione di sottoinsieme.</p>
         <p>Più tradizionale è invece la definizione del continuo che troviamo nei<lb/>ΠΡΩΤΑ, dove si esclude esplicitamente la possibilità di sovrapposizione:</p>
         <p>Porro ad continuum duo requiruntur, unum ut duae quaevis ejus partes<lb/>totum aequantes habeant aliquid commune, quod adeo pars non est; alterum<lb/>ut in continuo sint partes extra partes, ut vulgo loquuntur, id est ut duae ejus<lb/>partes assumi possint (sed non aequantes), quibus nihil insit commune, ne<lb/>minimum quidem<note xml:id="ftn35" place="foot" n="34">GM V, p. 184.</note>.</p>
         <p>In realtà più che a un cambiamento di punto di vista la differenza tra le<lb/>definizioni risponde piuttosto a ragioni di esposizione. Infatti, mentre nello<lb/><hi rend="it">Specimen</hi> Leibniz si interessa precipuamente alla dimostrazione euclidea, nei<lb/>ΠΡΩΤΑ egli si preoccupa di sistemare logicamente le definizioni di Euclide, e<lb/>dunque dà una definizione di continuo che più si presta ad introdurre l’impor-<lb/>tante nozione di sezione, che egli definisce subito dopo come l’intersezione<lb/>delle due parti. Analogamente, la seconda proprietà del continuo (in termini<lb/>moderni che in esso esistano parti disgiunte) gli serve per escludere gli ango-<lb/>li.</p>
         <p>Avendo così definito il continuo, Leibniz può colmare la lacuna nella<lb/>dimostrazione euclidea. Ed infatti egli prosegue (fig. 5):</p>
         <p>Et proinde si ab uno transeundum sit in aliud continue, non vero per<lb/>saltum, necesse est ut transeatur per terminum illud communem, unde de-<lb/>monstratur, quod Euclides tacite sine demonstratione assumsit in prima primi,<lb/>duos circulos ejusdem plani, quorum unus sit partim intra partim extra alte-<lb/>rum, sese alicubi secare, ut si circulus unus describatur radio AC, alter radio<lb/><pb n="22" facs="INF_22.jpg"/>BC, sintque AC et BC aequales inter se et ipsi AB, manifestum est aliquid B<lb/>quod in una circumferentia DCB est, cadere intra circulum alterum ACE, quia<lb/>B est ejus centrum, sed vicissim patet D, ubi recta BA producta circumferen-<lb/>tiae DCB occurrit, cadere extra circulum ACE, itaque circumferentia DCB,<lb/>cum sit continua et partim reperiatur intra circulum ACE partim extra, ejus<lb/>circumferentiam alicubi secabit<note xml:id="ftn36" place="foot" n="35">GM VII, p. 284.</note>.</p>
         <p>Una generalizzazione è immediata:</p>
         <p>Et in genere, si linea aliqua continua sit in aliqua superfìcie, sitque par-<lb/>tim intra partim extra ejus superficiei partem, hujus partis peripheria alicubi<lb/>secabit. Et si superficies aliqua continua sit partim intra solidum aliquod par-<lb/>tim extra, necessario ambitum solidi alicubi secabit. Quodsi sit extra tantum,<lb/>vel intra tantum, et tamen peripheriae vel termino alterius occurrat, tunc eum<lb/>dicitur tangere, hoc est intersectiones inter se coincidunt<note xml:id="ftn37" place="foot" n="36"><hi rend="it">Ibidem</hi>.</note>.</p>
         <p>A questo punto, come è suo solito, Leibniz cerca di trasformare la sua<lb/>definizione in un calcolo (fig. 6):</p>
         <p>Hoc autem aliquo calculi genere etiam exprimere possumus, ut si alicujus<lb/>extensi pars sit Y et unumquodque punctum cadens in hanc partem Y vocetur<lb/><pb n="23" facs="INF_23.jpg"/>uno generali nomine Y, omne autem punctum ejusdem extensi cadens extra<lb/>earn partem vocetur uno generali nomine Z, adeoque totum extensum extra<lb/>illam partem Y sumtum vocetur Z, patet puncta in ambitum partis Ycadentia<lb/>esse communia ipsi Y et ipsi Z seu partim posse appellari Y et Z, hoc est dici<lb/>posse_aliqua Y esse Z et aliqua Z esse Y. Totum autem extensum utique ex<lb/>ipsis Y et Z simul componitur seu est Y ⊕ Z, ut omne ejus punctum sit vel Y<lb/>vel Z, licet aliqua sint Y et Z. Ponamur jam aliud dari extensum novum, verbi<lb/>gratia AXB existens in extenso proposito Y + Z, et extensum hoc novum<lb/>vocemus generaliter X, ita ut quodlibet ejus punctum sit X, patet ante omnia<lb/>omne X esse vel Y vel Z. Si vero ex datis constet aliquod X esse Y (verbi<lb/>gratia A quod cadit intra Y et rursus aliquod X esse Z (verbi gratia B quod<lb/>cadit extra Y adeoque in Z), sequitur aliquod X esse simul et Y et Z.... Ut<lb/>igitur consecutionem in pauca contrahamus: Si sint continua tria X, Y, Z et<lb/>omne X sit vel Y vel Z, et quoddam X sit Y, et quoddam X sit Z, tunc<lb/>quoddam X erit simul Y et Z. Unde etiam colligitur, X ⊕ Y novum aliquod<lb/>continuum componere, quia quoddam Y est Z seu quoddam Z est Y.<note xml:id="ftn38" place="foot" n="37">GM VII, pp. 284-285. Gerhardt ha «quoddam Y sit Z» al posto di «quoddam X sit<lb/>Z»</note></p>
         <p>Lungo le stesse linee si snoda l’argomentazione dei ΠΡΩΤΑ In primo luo-<lb/><pb n="24" facs="INF_24.jpg"/>go Leibniz si preoccupa di completare la definizione euclidea, dimostrando che<lb/>una linea retta passante per il centro incontra la circonferenza:</p>
         <p>sequitur hoc facile ex nostris rectae definitionibus quibuslibet. Hinc cum<lb/>circulus sit finitus, recta autem produci possit ad distantiam quantamvis, uti-<lb/>que partim intra partim extra circulum in plano cadet. Porro sequitur ex natu-<lb/>ra continuitatis, omne continuum, quod est partim intra partim extra figuram,<lb/>cadere in ejus terminum. Nam<hi rend="it"> continui</hi> duae partes quaevis totum aequantes<lb/>habent aliquid commune, etsi partem communem non habeant. Sint ergo duae<lb/>partes rectae, una intra circulum, altera extra circulum. Hae habent punctum<lb/>commune. Id punctum etiam commune est tum circulo, quia est in parte intra<lb/>circulum cadente, tum parti plani rectam continentis extra circulum jacenti,<lb/>quia est in parte extra circulum jacente. Quidquid autem duobus plani hujus<lb/>partibus est commune, id in communi earum sectione est, nempe in Periphe-<lb/>ria<note xml:id="ftn39" place="foot" n="38">GM V, p. 196.</note>.</p>
         <p>Segue quindi la generalizzazione a figure arbitrarie:</p>
         <p>Haec conclusio generalius enuntiari potest de quavis figura plana, in<lb/>quam recta cadit, imo de omni plano vel solido terminato, seu de omni figura<lb/>intus sibi simili, nempe<hi rend="it"> recta, quae est intra planum terminatum vel intra solidum termina-<lb/>tum, utrinque producta, ambitum ejus in duobus punctis secat</hi><note xml:id="ftn40" place="foot" n="39">GM V, pp. 196-197.</note>.</p>
         <p>Infine la riduzione a calcolo (fig. 7):</p>
         <p>Operae autem pretio erit, hanc demonstrationem<hi rend="it"> Calculo situs</hi> nonnihil<lb/>accomodare, ut ei paulatim assuescamus. Planum per peripheriam circuli divi-<lb/>ditur in duas partes X et Y, unam X circulum, alteram Y extra circulum.<lb/>Peripheria autem erit X et Y seu locus omnium punctorum, quae simul sunt<lb/>X et Y. Rectaautem ab uno termino producta sit Z, ejus una pars, quae intra<lb/>circulum, est Z et X, quae extra circulum, est Z et Y. Punctum ergo utrique<lb/>commune (ob natura continuitatis) est Z et X et Y; ergo est X et Y; ergo est<lb/>in X et Y seu in peripheria<note xml:id="ftn41" place="foot" n="40">GM V, p. 197. Qui mi discosto dal testo a stampa che ha «Y intra circulum», invece<lb/>che «Y extra circulum» come sul manoscritto.</note>.</p>
         <p>Alla luce delle dimostrazioni leibniziane possiamo riprendere in esame la<lb/>definizione di continuo, in modo da eliminare quelle che ad un lettore moder-<lb/>no possono sembrare delle evidenti incongruenze.</p>
         <p>Prese alla lettera infatti, ambedue le definizioni di continuo sono ovvia-<lb/>mente prive di senso, almeno se si interpreta il termine leibniziano<hi rend="it"> parte</hi> nel<lb/>senso di sottoinsieme arbitrario. Bisogna invece intendere qui un insieme<hi rend="it"> chiu-<lb/>so</hi>, come ha anche osservato H. Breger in un suo recente scritto:</p>
         <p>in der Terminologie der modernen Mathematik impliziert diese Defini-<lb/><pb n="25" facs="INF_25.jpg"/>tion, daß für Aristoteles und Leibniz… ein Kontinuum stets eine abgeschlosse-<lb/>ne Menge ist<note xml:id="ftn42" place="foot" n="41"><hi rend="smcap">H. Breger</hi>, <hi rend="it">Weyl, Leibniz und das Kontinuum</hi>, IV Internationaler Leibniz-Kongress, Vor-<lb/>träge. Hannover 1983, pp. 77-84. Una versione più estesa è: <hi rend="it">Leibniz, Weyl und das Kontinuum</hi><lb/>,«Studia Leibnitiana Supplementa», 26 (1986), pp. 316-330.</note>.</p>
         <p>In realtà si può e si deve dire di più: non solo il continuo, ma ogni parte<lb/>di esso (e più in generale ogni figura geometrica) si deve considerare come<lb/>comprendente il suo contorno; in termini moderni, la geometria leibniziana è<lb/>una geometria di insiemi chiusi. Peraltro questa non è una peculiarità del pen-<lb/>siero leibniziano: una parte contiene sempre le sue estremità, ed è solo in que-<lb/>sto senso che si possono interpretare le definizioni aristoteliche del continuo e<lb/>del contiguo, come pure le discussioni che a tali definizioni si riallacciano.</p>
         <p>Una volta precisato questo punto, possiamo tradurre la definizione leibni-<lb/>ziana in linguaggio moderno senza pericolo di operare forzature altro che ter-<lb/>minologiche :</p>
         <p><hi rend="it">Un insieme chiuso X è un continuo se, presi comunque due insiemi chiusi Y e Z tali<lb/>che</hi></p>
         <p>X ⊂ Y ⋃ Z ; X ⋂ Y ≠ Ø ; X ⋂ Z ≠ Ø<lb/><pb n="26" facs="INF_26.jpg"/><hi rend="it">risulta</hi></p>
         <p>X ⋂ Y ⋂ Z ≠ Ø</p>
         <p>Non è allora difficile vedere che questa definizione equivale a quella<lb/>moderna di insieme connesso, di modo che il continuo classico leibniziano è<lb/>un insieme chiuso connesso.</p>
         <p>L’identificazione della nozione aristotelica (e leibniziana) di parte con<lb/>quella moderna di insieme chiuso; o meglio: l’aver stabilito che per Leibniz<lb/>come per Aristotele ogni insieme contiene il suo bordo, può servire a far luce<lb/>su molti paradossi del continuo e del moto. Questi possono sorgere solo per-<lb/>ché la continuità del tempo implica che i periodi nei quali l’oggetto che varia<lb/>si trova nei due stati contrapposti (la vita e la morte, la vicinanza e la lonta-<lb/>nanza) abbiano in comune un estremo, un istante nel quale si sarebbe sia vivi<lb/>che morti, sia vicini che lontani.</p>
         <p>A ben vedere, lo stesso meccanismo soggiace alle dimostrazioni geometri-<lb/>che che abbiamo appena riportato. Il punto in cui la retta incontra il cerchio<lb/>appartiene sia a questo che alla regione del piano fuori di esso. In questo caso<lb/>però Leibniz, e noi con lui, non coglie una contraddizione: quando si passa<lb/>dall’incompatibilità dei contrari ontologici vita-morte, vicino-lontano, all’op-<lb/>posizione moderata dei termini geometrici interno-esterno, l’identità degli<lb/>estremi che nel primo caso era fonte di paradosso, diventa nel secondo la solu-<lb/>zione del problema.</p>
         <p>Di conseguenza, non è più necessario introdurre quello sdoppiamento<lb/>dell’istante-punto che aveva permesso il superamento delle aporie del moto:<lb/>nel continuo formalizzato di Leibniz non c’è posto né necessità di punti infini-<lb/>tamente vicini.</p>
         <p>c)<hi rend="it"> Il continuo iperdenso</hi></p>
         <p>Superfluo nella geometria classica, il continuo con infinitesimi non è<lb/>ancora sufficiente per le necessità del calcolo differenziale.</p>
         <p>I punti consecutivi del continuo con infinitesimi non si confondevano in<lb/>uno solo, anche se si trovavano nello stesso luogo. Il segmento CD da essi<lb/>generato (fig. 2) non era di conseguenza nullo, ma più piccolo di ogni grandez-<lb/>za assegnabile; in breve: un infinitesimo, la cui grandezza non aggiungeva nul-<lb/>la a quella delle rette finite AC ed AD, che restano «aequales, similes et con-<lb/>gruae». Questa proprietà degli infinitesimi sarà una caratteristica del calcolo<lb/>leibniziano, e la troveremo enunciata più volte, come ad esempio dal marchese<lb/>de l’Hôpital, nella cui<hi rend="it"> Analyse des Infiniment Petits</hi> diverrà un assioma:</p>
         <p><pb n="27" facs="INF_27.jpg"/>On demande qu’on puisse prendre indifféremment l’une pour l’autre<lb/>deux quantités qui ne diffèrent entr’elles que d’une quantité infiniment petite:<lb/>ou (ce qui est la même chose) qu’une quantité qui n’est augmentée ou dimi-<lb/>nuée que d’une autre quantité infiniment moindre qu’elle, puisse être considé-<lb/>rée comme demeurant la même<note xml:id="ftn43" place="foot" n="42"><hi rend="it">G.-J. l’Hôpital</hi>, <hi rend="it">Analyse des Infiniment Petits</hi> (seconde édition), Paris 1715, pp. 2-3.</note>,</p>
         <p>e dallo stesso Leibniz:</p>
         <p>aequalia esse puto, non tantum quorum differentia est omnino nulla, sed<lb/>et quorum differentia est incomparabiliter parva; et licet ea Nihil omnino dici<lb/>non debeat, non tamen est quantitas comparabilis cum ipsis, quorum est diffe-<lb/>rentia. Quemadmodum si lineae punctum alterius lineae addas, vel superficiei<lb/>lineam, quantitatem non auges. Idem est si lineam quidem lineae addas, sed<lb/>incomparabiliter minorem. Nec ulla constructione tale augmentum exhiberi<lb/>potest. Scilicet eas tantum homogeneas quantitates comparabiles esse, cum<lb/>Euclide lib. 5 defin. 5 censeo, quarum una numero, sed finito, multiplicata,<lb/>alteram superare potest. Et quae tali quantitate non differant, aequalia esse<lb/>statuo, quod etiam Archimedes sumsit, aliique post ipsum omnes<note xml:id="ftn44" place="foot" n="43"><hi rend="it">Responsio ad nonnullas difficultates a dn. Bernardo Nieuwentijt circa methodum differentialem seu infi-<lb/>nitesimalem motas</hi>, «Acta Eruditorum», 1695; GM V, p. 322.</note>.</p>
         <p>Il richiamo ai classici, Euclide ed Archimede, è sostanzialmente retorico:<lb/>in realtà l’introduzione di quantità infinitesime non si compie sul continuo<lb/>classico, ma su quello della geometria algebrica di Viète e Descartes. È in<lb/>questo continuo numerico, che già i geometri francesi avevano ampliato con le<lb/>radici (i<hi rend="it"> numeri surdi</hi>), che si vanno stipando via via le nuove grandezze. Si<lb/>procede così per successivi ampliamenti dagli interi positivi a quelli negativi,<lb/>alle frazioni, ai numeri irrazionali:</p>
         <p>cum subtractio irrita est, numeri prodeunt negativi; cum divisio irrita est,<lb/>numeri fracti; cum extractio irrita est, numeri surdi. Idemque est de quantita-<lb/>tibus, quod de numeris. Haec succedanea vere satisfaciunt et exacte, exhiberi-<lb/>que etiam in natura actu ipso possunt<note xml:id="ftn45" place="foot" n="44"><hi rend="it">Mathesis Universalis</hi>, GM VII, p. 68.</note>.</p>
         <p>A queste grandezze ormai classiche, Leibniz ne aggiunge altre:</p>
         <p>Dantur et quantitates transcendentes, ipsis ut ita dicam surdis surdiores,<lb/>quae tamen in Geometria et natura actu ipso exhibentur.</p>
         <p>Dantur et quantitates inassignabiles, eaeque vel infinitae, vel infinite par-<lb/>vae seu infinitesimae, eaeque rursus varii gradus. Quae etsi per se non prosint,<lb/>prosunt tamen non raro ad quantitates assignabiles per inassignabilium amba-<lb/>ges inveniendas; et omnino in omni transcendentia intervenit aliqua conside-<lb/>ratio infiniti aut infinitesimi<note xml:id="ftn46" place="foot" n="45"><hi rend="it">Ibidem</hi>.</note>.</p>
         <p><pb n="28" facs="INF_28.jpg"/>Il legame tra le nuove grandezze infinitesime e quelle algebriche della<lb/>geometria cartesiana è qui immediato: nel continuo senza fondamenti assioma-<lb/>tici di Viète e di Descartes si insinuano senza traumi le grandezze trascendenti<lb/>e quelle infinitesime. Se le prime lo rendono completo, le ultime ne fanno un<lb/>continuo iperdenso, in cui ogni punto-numero è circondato da innumerevoli<lb/>altri infinitamente vicini.</p>
         <p>Tali sono i due estremi generati dalla sezione del continuo; e da essi pos-<lb/>siamo partire per esaminare l’immagine geometrica del terzo continuo leibni-<lb/>ziano.</p>
         <p>La sezione è alla base dell’idea della retta tangente a una curva. Infatti il<lb/>punto per il quale si vuole tirare la tangente determina una sezione della cur-<lb/>va, e si sdoppia in due punti infinitamente vicini tra loro. La tangente non<lb/>sarà dunque che la retta che congiunge questi due punti, poiché</p>
         <p>tangentem invenire esse rectam ducere, quae duo curvae puncta distan-<lb/>tiam infinite parvam habentia jungat<note xml:id="ftn47" place="foot" n="46"><hi rend="it">Nova Methodus pro Maximis et Minimis</hi>, «Acta Eruditorum», Leipzig 1684. GM V, p. 223.</note>.</p>
         <p>Questo modello non è ancora sufficiente per le esigenze del calcolo, e<lb/>verrà abbandonato quando gli sviluppi di questo richiederanno costruzioni più<lb/>complesse. In effetti, se è vero che la struttura del continuo che ne risulta<lb/>ammette la possibilità di grandezze infinitesime, è anche vero che esse entrano<lb/>in maniera troppo uniforme per essere utilizzabili. Non sono necessarie infatti<lb/>solo delle grandezze infinitamente piccole; occorre anche e soprattutto che<lb/>esse siano paragonabili tra loro in modo che, come dice Leibniz, uno zero sia<lb/>più grande di un altro. Inoltre si deve poter operare su di esse con le regole<lb/>formali delle operazioni aritmetiche: sommarle, sottrarle, moltiplicarle tra loro<lb/>e con altre grandezze finite.</p>
         <p>Di conseguenza, ogni punto ha bisogno non di un solo altro punto che gli<lb/>sia infinitamente vicino, ma di un’infinità di tali oggetti, situati a delle distan-<lb/>ze più o meno grandi, anche se tutte infinitamente piccole: il microcosmo<lb/>deve somigliare al macrocosmo.</p>
         <p>Si viene così a creare una struttura iperdensa del continuo, nella quale<lb/>ogni punto è circondato da una nuvola di altri punti distinti ma infinitamente<lb/>vicini l’un l’altro (una<hi rend="it"> monade</hi>, per usare il termine un po’ fuorviant84e ma certa-<lb/>mente espressivo di Robinson)<note xml:id="ftn48" place="foot" n="47"><hi rend="smcap">A. Robinson</hi>, <hi rend="it">Non-standard Analysis</hi>, Amsterdam 1966, p. 57.</note>, che determina la struttura differenziale della<lb/>retta. In questa nuvola si svolgono tutte le operazioni del nuovo calcolo infini-<lb/>tesimale; è solo alla fine di queste che, eliminati gli infinitesimi, essa si solidi-<lb/><pb n="29" facs="INF_29.jpg"/>fica di nuovo in un punto euclideo, consentendo di esprimere i risultati in<lb/>termini finiti.</p>
         <p>Il punto (o se si preferisce la<hi rend="it"> monade</hi>) del calcolo infinitesimale si rivela in<lb/>tal modo un’entità complessa: ciò che è privo di grandezza non è necessaria-<lb/>mente privo di struttura<note xml:id="ftn49" place="foot" n="48">Mi pare peraltro preferibile, non ultimo per non creare malintesi, evitare l’uso del ter-<lb/>mine <hi rend="it">monade</hi> per denotare l’insieme dei punti infinitamente vicini ad un punto dato. In mancan-<lb/>za di meglio, mi servirò di termini come <hi rend="it">punto strutturato</hi>, e simili, senza con ciò sostenere la tesi<lb/>che le idee giovanili di Leibniz di un punto dotato di parti (vedi i passi riportati qui sotto) si<lb/>conservino inalterate coll’evolversi del pensiero leibniziano. D’altra parte, quello che qui mi<lb/>interessa è il continuo nel suo insieme, e non la nozione di punto; in questo rispetto le due<lb/>alternative sono del tutto equivalenti.</note>.</p>
         <p>Tracce di questo continuo iperdenso sono presenti anche prima dell’in-<lb/>venzione del calcolo; ad esempio nella definizione di punto che Leibniz dà<lb/>nella<hi rend="it"> Theoria motus abstracti</hi> (1673):</p>
         <p>Punctum non est, cujus pars nulla est<note xml:id="ftn50" place="foot" n="49"><hi rend="it">Elementi</hi>, libro I, definizione 1: «Il punto è ciò che non ha parti».</note>, nec cujus partes non consideran-<lb/>tur<note xml:id="ftn51" place="foot" n="50"><hi rend="it">The English Works of</hi> <hi rend="smcap">Th. Hobbes</hi>, edited by W. Molesworth, London 1845, vol. VII,<lb/>p. 201: «A point is that body whose quantity is not considered». Si veda anche <hi rend="smcap">C. Milliet<lb/>Dechales</hi>, <hi rend="it">Cursus, seu Mundus Mathematicus</hi>, Lyon 1674, vol. III, p. 765: «Indivisibile, seu punc-<lb/>tum Mathematicum, illud est cuius pars nulla, nempe quod ita concipitur, ut in eo pars una ab<lb/>alia non distinguatur».</note>; sed cujus extensio nulla est, seu cujus partes sunt indistantes, cujus<lb/>magnitudo est inconsiderabilis, inassignabilis, minor quam quae ratione, nisi<lb/>infinita ad aliam sensibilem exponi possit, minor quam quae dari potest<note xml:id="ftn52" place="foot" n="51">GM VI, p. 68.</note>.</p>
         <p>E più oltre:</p>
         <p>linea qualibet, ducta a centro ad circumferentiam, circulo commensurabi-<lb/>lis, seu circumductione sua circuli genitrix, est sector minimus perpetuo cres-<lb/>cens, sed intra inextensionem<note xml:id="ftn53" place="foot" n="52">GM VI, p. 70.</note>.</p>
         <p>In questo punto strutturato, ma al di qua dell’estensione, si trovano i dif-<lb/>ferenziali del calcolo leibniziano, o meglio i valori successivi delle variabili.</p>
         <p>La nozione di variabile che emerge dal calcolo di Leibniz è stata descritta<lb/>da H. Bos in un suo importante lavoro<note xml:id="ftn54" place="foot" n="53"><hi rend="smcap">H. J. M. Bos</hi>, <hi rend="it">Differentials, Higher-Order Differentials and the Derivatives in the Leibnitian Calcu-<lb/>lus</hi>, «Archive for History of Exact Sciences», 14 (1974).</note>, al quale rimandiamo per i dettagli,<lb/>limitandoci a riassumerne le conclusioni che toccano più da vicino il nostro<lb/>tema. Per Leibniz e per i suoi seguaci («the practitioners of the Leibnitian<lb/>calculus», per usare un’espressione di Bos) una variabile assume una successio-<lb/>ne arbitraria ma assegnata di valori, le differenze tra i quali sono infinitesime:<lb/><pb n="30" facs="INF_30.jpg"/>queste differenze, o differenziali, sono anch’essi una variabile della quale si<lb/>possono prendere le differenze (che così saranno le differenze seconde della<lb/>prima variabile), e così via.</p>
         <p>The sequences of ordinates, abscissas etc. now consist of infinitely many<lb/>terms. Successive terms of these sequences have infinitely small differences…<lb/>In the practice of Leibnitian calculus, the variable is conceived as taking only<lb/>the values of the terms of the sequence. Thus the conception of a variable and<lb/>the conception of a sequence of infinitely close values of that variable, come<lb/>to coincide<note xml:id="ftn55" place="foot" n="54"><hi rend="it">Ivi</hi>, p. 16.</note>.</p>
         <p>A questa analisi aggiungeremo solo una considerazione: gli infiniti valori<lb/>della successione che finisce per coincidere con la variabile, si situano tutti<lb/><hi rend="it">intra inextensionem</hi>. I valori della variabile, le differenze, le differenze delle diffe-<lb/>renze, e via sminuzzando, si muovono sempre all’interno del punto strutturato<lb/>ma inesteso del continuo iperdenso leibniziano. E se il linguaggio e le idee del<lb/>calcolo differenziale possono essere ricavati come un’estrapolazione dalla teo-<lb/>ria delle successioni numeriche, dunque finite, è perché il macrocosmo delle<lb/>grandezze finite e il microcosmo degli infinitesimi sono essenzialmente iso-<lb/>morfi. Ogni punto ha una nuvola di parti distinte ma non distanti, che rispec-<lb/>chiano quelle del continuo macroscopico; è questa struttura locale che contie-<lb/>ne le proprietà differenziali del continuo<note xml:id="ftn56" place="foot" n="55">Si veda <hi rend="smcap">Bos</hi>, <hi rend="it">op. cit.</hi>, p. 13: «The Leibnitian calculus has its origin in the theory of<lb/>number sequences and the difference sequences and sum sequences of such sequences. He<lb/>applied it to the study of curves by considering sequences of ordinates, abscissas etc., and sup-<lb/>posing the differences between the terms of these sequences infinitely small».</note>.</p>
         <p>Ma se il continuo macroscopico si ritrova in quello microscopico, allora<lb/>quest’ultimo deve avere anch’esso una struttura iperdensa, nella quale ogni<lb/>punto ha una nuvola locale di infinitesimi. Si potrebbero così introdurre delle<lb/>strutture differenziali di secondo ordine, poi di terzo e così di seguito, corri-<lb/>spondenti agli ordini di infinitesimo definiti da Leibniz.</p>
         <p>Ma qui l’immaginazione è temperata dalla reticenza della ragione, timoro-<lb/>sa di perdersi in queste regioni ramificate. Abbandonerò dunque questa strada,<lb/>e concluderò questo intervento con alcune considerazioni sull’integrazione.</p>
         <p>Come è noto, l’integrale (o la somma, come la chiamava Leibniz) ha ori-<lb/>gine nelle ricerche di Cavalieri sulla quadratura delle figure geometriche. Per<lb/>Leibniz, tali quadrature non sarebbero che la somma di un’infinità di quantità<lb/>infinitesime, corrispondenti alle aree elementari dei rettangoli di base<hi rend="it"> dx</hi> e di<lb/>altezza<hi rend="it"> y</hi> (fig. 8).</p>
         <p><pb n="31" facs="INF_31.jpg"/>Considerata dal punto di vista del nostro modello di continuo, tale opera-<lb/>zione è priva di senso: sommando delle quantità infinitamente piccole non si<lb/>uscirebbe mai dalla struttura locale del punto, e dunque non si arriverebbe mai<lb/>ad ottenere l’area che si voleva calcolare.</p>
         <p>Il fatto che Leibniz e i suoi seguaci pensino all’area in termini di somma,<lb/>in apparente contraddizione con l’immagine del continuo che abbiamo deli-<lb/>neata, ci dice che non si devono prendere queste immagini per quello che non<lb/>sono e non possono essere, e cioè per delle definizioni o degli assiomi.</p>
         <p>Ciò detto, non bisogna neanche cadere nell’eccesso opposto, e considerar-<lb/>le alla stregua di semplici figure retoriche. Infatti, se è vero che Leibniz consi-<lb/>dera l’integrale come una somma, è altrettanto vero che, contrariamente a<lb/>quanto faceva Fermat<note xml:id="ftn57" place="foot" n="56"><hi rend="smcap">P. Fermat</hi>, <hi rend="it">De Aequationum localium Transmutatione et Emendatione</hi>, in <hi rend="it">Oeuvres de Fermat</hi>,<lb/>publiées par P. Tannery et Ch. Henry, Paris 1891-1922, vol. I, pp. 255-288.</note>, e implicitamente Cavalieri, tali somme non vengono<lb/>mai eseguite. Quando dalla manipolazione e dalla trasformazione degli integra-<lb/>li si passa al loro calcolo effettivo, si procede considerando questa «somma»<lb/>come già fatta e studiandone le proprietà locali. E poiché differenziando si<lb/>ritrova la funzione che si voleva sommare, l’integrale si otterrà non già tramite<lb/>un calcolo diretto sovente impossibile, ma invertendo l’operazione di deriva-<lb/>zione. Poco più avanti, esso sarà addirittura definito come l’inverso dell’opera-<lb/><pb n="32" facs="INF_32.jpg"/>zione di differenziazione, perdendo così anche i legami formali con le somme<lb/>di infiniti termini<note xml:id="ftn58" place="foot" n="57">Si veda ad esempio quanto dice <hi rend="smcap">Joh. Bernoulli</hi> nelle sue <hi rend="it">Lectiones Mathematicae, de metho-<lb/>do Integralium</hi>, in <hi rend="it">Opera Omnia</hi>, Lausanne - Genève 1742, vol. III, p. 387: «Vidimus in praeceden-<lb/>tibus quomodo quantitates <hi rend="it">Differentiales</hi> inveniendae sunt: nunc vice versa quomodo differentia-<lb/>lium <hi rend="it">Integrales</hi>, id est, eae quantitates quarum sunt differentiales, invenitur, monstrabimus».</note>.</p>
         <p>L’integrazione si riduce dunque alla differenziazione; la struttura globale<lb/>alla locale. Come Leibniz aveva detto altrove a proposito delle notazioni,<lb/>anche nella scelta delle immagini la preferenza va a quella che è più aderente<lb/>alla vera natura delle cose. Una natura che queste stesse immagini hanno<lb/>contribuito a creare.</p>
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