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            <title>IDEE IN SCHELLING</title>
            <author><name> Francesco</name>
               <surname>Moiso</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p>Biblioteca digitale Progetto Agorà</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
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            <bibl>
               <title level="m">IDEE IN SCHELLING</title>
               <author>Francesco Moiso</author>
               <title level="a"/>
               <publisher>Edizioni dell'Ateneo</publisher>
               <editor/>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope> pp. 329-392 (Collana Lessico Intellettuale Europeo, LI)</biblScope>
               <date/>
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            <docAuthor>Francesco Moiso</docAuthor>
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               <titlePart>IDEE IN SCHELLING</titlePart>
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         <list type="unordered">
            <item> 1. <hi rend="italic">Premessa</hi>. </item>
         </list>
         <p> Una ricerca lessicografica sull’opera di Schelling si scontra con l’inesisten-<lb/>za
            attuale di quegli strumenti che permetterebbero di operare uno studio dei<lb/>testi
            fondato su frequenze e collocazioni funzionali rigorosamente determinabi-<lb/>li dei
            termini. La stessa <hi rend="italic">Historisch-kritische Ausgabe</hi> della Bayerische
            Akademie<lb/>der Wissenschaften, che pure sta procedendo all’elaborazione sistematica
            di<lb/>tutta l’opera del pensatore di Leonberg è giunta attualmente solo al
            quarto<lb/>volume (corrispondente all’anno 1798) e vede in preparazione le opere
            della<lb/>prima filosofia della natura, sicché solo di questo settore temporale
            esistono, o<lb/>sono in fase avanzata di elaborazione, indici e apparati attendibili. </p>
         <p> Pur con le limitazioni esposte è tuttavia possibile trarre delle conclusioni<lb/>almeno
            indicative e preliminari da uno spoglio dei testi schellinghiani (per<lb/>quanto
            l’indisponibilità del <hi rend="italic">Nachlaß</hi> mutili in modo significativo il
            materiale).<lb/>Lo «spettro semantico» di <hi rend="italic">Idee</hi> appare a un primo
            sguardo d’insieme caratteriz-<lb/>zato dall’addensarsi delle occorrenze attorno a due
            poli. </p>
         <p> Il primo polo semantico raccoglie attorno a sé occorrenze e sintagmi rife-<lb/>ribili a
               <hi rend="italic">Idee</hi> come sinonimo di <hi rend="italic">Gedanke</hi>, <hi
               rend="italic">Vorstellung</hi>, cioè come pensiero o rappre-<lb/>sentazione in
            accezione generica e senza accentuazioni valutative. Il secondo<lb/>polo semantico,
            all’opposto, concerne quelle occorrenze che mostrano<hi rend="italic"> Idee</hi><lb/>
            nell’accezione di <hi rend="italic">Vernunftbegriff</hi>, concetto razionale
            sopraintellettuale, unità su-<lb/><hi rend="italic">prema</hi> del sapere e <hi
               rend="italic">proprium</hi> di una conoscenza <hi rend="italic">superiore</hi> a
            quella quotidiana e<lb/>banale. Nello spazio semantico compreso fra questi due poli
            intervengono<lb/>inoltre occorrenze e semantemi che — come ad esempio «avere
            un’idea<lb/>migliore, più elevata di...» — costituiscono forme intermedie, in
            diversa<lb/>misura «attratte» dall’uno o dall’altro dei poli, ma contenenti un rinvio
            insito<lb/>anche al polo più «distante». </p>
         <p> Lo spoglio delle occorrenze mostra un’evidentissima differenza di fre-<lb/>quenze in
            funzione della cronologia: mentre nelle prime opere — per alcune<lb/>delle quali,
            ricordo, è già disponibile l’indice analitico — la frequenza di <hi rend="italic"
            >Idee</hi> è<lb/>assai bassa, nelle opere successive al 1801 essa diviene intensissima
            per occor-<lb/>renze e sintagmi rinvianti all’intero campo semantico; gli anni 1800-1801
            rap-<lb/></p>
         <pb n="330" facs="IDEA/IDEA_330.jpg"/>
         <p> presentano una specie di soglia o spartiacque, caratterizzati come sono
            da<lb/>un’iniziale, significativa (ma più per l’aspetto qualitativo e il valore
            sistematico<lb/>delle occorrenze che per quello puramente quantitativo) emergenza di <hi
               rend="italic">Idee</hi> nel<lb/>
            <hi rend="italic">System des transzendentalen Idealismus</hi> quale termine-chiave, e da
            una successiva,<lb/>temporanea eclisse precedente il balzo nettissimo del 1802. È
            agevole notare<lb/>che le differenze in questione possono essere ricondotte a
            modificazioni inter-<lb/>ne al secondo polo semantico, quello di<hi rend="italic">
            Idee</hi> come <hi rend="italic">Vernunfibegriff</hi>; esse influen-<lb/>zano dunque in
            modo determinante lo <hi rend="italic">status</hi> intratestuale dell’intero
            campo<lb/>semantico di <hi rend="italic">Idee</hi>, sicché se ne può trarre
            un’indicazione metodologica di fondo<lb/>per l’esposizione relativa a Schelling. Seguirò
            pertanto lo sviluppo cronologico<lb/>di <hi rend="italic">Idee</hi> = <hi rend="italic"
               >Vernunftbegriff</hi> cercando di identificare attraverso l’interpretazione
            dei<lb/>contesti speculativi le variazioni di <hi rend="italic">status</hi>
            intertestuale e i loro riflessi lessicali;<lb/>in parallelo tratterò le occorrenze di
               <hi rend="italic">Idee </hi>= <hi rend="italic">Gedanke</hi> e quelle collocabili tra
            i due<lb/>poli semantici sottendenti il campo. </p>
         <list type="unordered">
            <item> 2. <hi rend="italic">Idee </hi>nei primi scritti di Schelling </item>
         </list>
         <p> La prima serie significativa di occorrenze riconduce al misurarsi di Schel-<lb/>ling
            con Spinoza e al tentativo di indicare la via di una convergenza tra la<lb/>filosofia
            spinoziana e quella kantiana attraverso l’identificazione in Dio di<lb/><hi
               rend="italic"> Macht </hi>(<hi rend="italic">potentia</hi> ) e<hi rend="italic">
               Freiheit</hi>, natura e Io. Se ne trova una traccia fin dal 1794; nella<lb/>dedica
            all’amico Pfister di un esemplare dell’opera prima filosofica <hi rend="italic">Ueber
               die<lb/> Möglichkeit einer Form der Philosophie überhaupt </hi>leggiamo: </p>
         <p> Quid idea vera clarius et certius dari potest, quod norma sit veritatis!<lb/>Sane sicut
            lux se ipsam et tenebras manifestat, sic veritas norma sui et falsi est.<lb/> Spinoza,
            Eth. p. 80. Was geht über die stille Wonne dieser Worte, das έν και <lb/> παν eines
            besseren Lebens <note xml:id="ftn0" place="foot" n="1"> F. W. <hi rend="smallcaps">J.
                  SCHELLING</hi>, <hi rend="italic">Werke.</hi> Historisch-kritische Ausgabe im
               Auftrag der Bayerischen<lb/>Akademie der Wissenschaften herausgegeben von Hans
               Michael Baumgartner, Wilhelm G. Ja-<lb/>cobs, Hermann Krings und Hermann Zeltner,
               Stuttgart 1976 e sgg. (d’ora in poi <hi rend="italic">HKA</hi>) I 1<lb/>253-254. <hi
                  rend="italic">Aus Schellings Leben. In Briefen</hi> [herausgegeben von Gustav
               Leopold Plitt], Leipzig 1869-<lb/>1870, I, p. 55. </note>. </p>
         <p> I rinvii testuali interni all<hi rend="italic">’Etica</hi> e concernenti questa dedica
            sono rispetti-<lb/>vamente:</p>
         <p>Quod denique ultimum attinet, nempe, undenam homo scire potest se<lb/> habere ideam,
            quae cum suo ideato conveniat, id modo satis superque ostendi<lb/>ex hoc solo oriri,
            quod ideam habet, quae cum suo ideato convenit, sive quod<lb/> veritas sui sit norma
               <note xml:id="ftn1" place="foot" n="2">
               <hi rend="italic"> Ethica,</hi> Pars II, Prop. XLIII, Scholium. </note><lb/> Omnes
            enim ideae, quae in Deo sunt, cum suis ideatis omnino conve-</p>
         <pb n="331" facs="IDEA/IDEA_331.jpg"/>
         <p> niunt <hi rend="italic">(per Coroll. Prop. 7. hujus</hi>), adeoque (<hi rend="italic"
               >per Ax. 6. p. 1.</hi>) omnes verae<lb/>sunt <note xml:id="ftn2" place="foot" n="3">
               <hi rend="italic">Ibid.,</hi> Pars II, Prop. XXXII. </note>. <lb/> Hinc sequitur,
            quod Dei cogitandi potentia aequalis est ipsius actuali<lb/>agendi potentiae. Hoc est,
            quicquid ex infinita Dei natura sequitur formaliter,<lb/> id omne ex Dei idea eodem
            ordine, eademque connexione sequitur in Deo<lb/> objective <note xml:id="ftn3"
               place="foot" n="4">
               <hi rend="italic">Ibid.,</hi> Pars II, Prop. VII, Coroll. </note>. <lb/> Dei potentia
            est ipsa ipsius essentia <note xml:id="ftn4" place="foot" n="5">
               <hi rend="italic">Ibid.,</hi> Pars I, Prop. XXXIV. </note></p>
         <p> Nella sua interezza il contesto speculativo in cui questi rinvii a
            Spinoza<lb/>acquistano il loro pieno significato compare soltanto nel <hi rend="italic"
               >Vom Ich als Princip der<lb/>Philosophie</hi> (1795) e si inserisce — come lo scambio
            epistolare con Hegel ben<lb/>mostra — nella polemica di Schelling e dei suoi colleghi
            dello <hi rend="italic">Stift</hi> tubinghese<lb/>contro il tentativo di ricostruire una
            teologia razionale a partire dai postulati<lb/>della ragion pratica kantiana, dopo che
            la via teoretica era stata resa impratica-<lb/>bile dalla<hi rend="italic"> Critica
               della ragion pura</hi>
            <note xml:id="ftn5" place="foot" n="6"> Si veda in proposito la mia introduzione a J. G.
                  <hi rend="smallcaps">FICHTE</hi> — F. W. J. <hi rend="smallcaps"> SCHELLING</hi>,
                  <hi rend="italic">Carteggio<lb/>e scritti polemici,</hi> Napoli 1986, pp. 13-15.
            </note>. Il cardine del tentativo schellinghiano è<lb/>costituito da un duplice
            movimento di pensiero: occorre negare che Dio agisca<lb/><hi rend="italic">
            saggiamente</hi>, e secondo uno<hi rend="italic"> scopo</hi> scelto per sua <hi
               rend="italic">volontà</hi>, perché altrimenti si ripro-<lb/>porrebbe la concezione di
            un mondo intelligibile oggettivo e assolutamente<lb/><hi rend="italic"> altro</hi> da
            quello dell’uomo, quindi a lui eternamente precluso. Se la filosofia di<lb/>Kant non
            intende abbandonare l’uomo alla pura dimensione fenomenica<lb/>occorre riconoscere che
            la <hi rend="italic">causalità</hi> della legge morale nel mondo non dipenda<lb/>da
            coincidenze introdotte arbitrariamente da un Dio estraneo al mondo e<lb/>sopravvenienti
            alla sfera dell’agire umano come premi o inattesi appoggi e<lb/>facilitazioni, ma sia
            nella sua radice identica con l’agire per propria stessa<lb/>essenza e non in relazione
            ad una realtà esterna che Spinoza riconosce nella<lb/>causalità della sostanza assoluta
               <note xml:id="ftn6" place="foot" n="7">
               <hi rend="italic">HKA</hi> I 2 122-130. </note> . Allora insieme con la filosofia
            pratica anche<lb/>quella teoretica trova la sua soluzione, sbarrando definitivamente le
            porte allo<lb/>scetticismo: la concezione di un oggetto esterno alla conoscenza, ad essa
            con-<lb/>trapposto e in riferimento al quale il conoscere possa dirsi vero o falso cade
            di<lb/>fronte alla convergenza di <hi rend="italic">potentia agendi</hi> e <hi
               rend="italic">potentia cognoscendi</hi> in Dio, per cui l’<hi rend="italic"
            >idea</hi><lb/> conviene sempre con il suo oggetto e la verità è norma di se stessa. </p>
         <p> Col concetto di <hi rend="italic">Macht</hi>, che traduce tanto la <hi rend="italic"
               >potentia essendi</hi> quanto quella<lb/>
            <hi rend="italic">cognoscendi </hi>del Dio spinoziano, Schelling indica la causalità
            dell’unica sostanza in<lb/>quanto in essa l’agire è identico con l’essere: </p>
         <pb n="332" facs="IDEA/IDEA_332.jpg"/>
         <p> sie handelt nach ihrem Wesen, nach der unendlichen Vollkommenheit<lb/>ihres Seyns aus
            unbedingter Macht. Ihr Wesen selbst ist nur diese Macht <note xml:id="ftn7" place="foot"
               n="8">
               <hi rend="italic">HKA</hi> I 2 122. </note>. </p>
         <p> Nella<hi rend="italic"> Macht</hi> divina coincidono in completa identità i due tipi
               di<hi rend="italic"> legge </hi>che<lb/>nell’ambito finito sono distinti, la legge
            naturale e quella morale; riconducen-<lb/>do l’imperatività della legge morale
            all’identità essenziale di legge e natura in<lb/>Dio Schelling spiega la <hi
               rend="italic">Forderung </hi>insita nell’imperatività come
            manifestazione<lb/>dell’essere dell’assoluto nell’agire del finito: il finito, con la
            sua immersione<lb/>nella temporalità, è <hi rend="italic">schema</hi> dell’assoluto;
            l’assoluto, come essere fuori dal diveni-<lb/>re, è <hi rend="italic">fine ultimo</hi>
            dell’azione dell’io finito e rappresenta il raggiungimento della<lb/>suprema identità
            attraverso il compimento della <hi rend="italic">distruzione </hi>del Non-Io e il
            con-<lb/>seguente reimmergersi della legge morale nella legge naturale di cui essa
            è<lb/>schema temporale: </p>
         <p> Das absolute Ich nemlich <hi rend="italic">fordert</hi> schlechthin, daß das endliche
            Ich <hi rend="italic">ihm</hi><lb/> gleich werde, d. h. daß es alle Vielheit und allen
            Wechsel in sich schlechthin<lb/>zernichte. Was für das <hi rend="italic">endliche,</hi>
            durch ein Nicht-Ich beschränkte, Ich, <hi rend="italic">moralisches</hi><lb/> Gesez ist,
            ist für das unendliche <hi rend="italic">Naturgesez,</hi> d. h. es ist zugleich mit und
            in<lb/>seinem <hi rend="italic">blossen Seyn</hi> gegeben <note xml:id="ftn8"
               place="foot" n="9">
               <hi rend="italic">HKA</hi> I 2 125. Per quanto precede vedi pp. 122-127. </note>. </p>
         <p> Schelling chiama<hi rend="italic"> höchste Idee</hi> quella che esprime la causalità
            della sostanza<lb/>assoluta, ossia l’idea della <hi rend="italic">Macht </hi>assoluta;
            idea significa in questo contesto anzi-<lb/>tutto <hi rend="italic">rappresentazione del
               fine ultimo</hi> e sua schematizzazione nel tempo attraverso la<lb/>legge morale;
            poiché questa rappresentazione comporta l’annichilazione del<lb/>Non-Io, essa può avere
            solo la funzione di un <hi rend="italic">principio regolativo pratico</hi>,
            sicché<lb/>l’intero idealismo può sussistere soltanto come una filosofia alla sua radice
            non<lb/>teoretica, ma pratica: </p>
         <p> Dieser Idealismus ist aber nur als Idee (des letzten Endzwecks) in <hi rend="italic"
               >prakti-<lb/>scher</hi> Absicht, (als praktisches Regulativ), denkbar, denn als
            theoretischer Idea-<lb/>lismus hebt er sich selbst auf. Mithin giebt es keinen reinen
            theoretischen<lb/>Idealismus, und da der empirische <hi rend="italic">kein</hi>
            Idealismus ist, <hi rend="italic">überhaupt</hi> keinen Idealis-<lb/>mus in der
            theoretischen Philosophie <note xml:id="ftn9" place="foot" n="10">
               <hi rend="italic">HKA</hi> I 2 140. </note>. </p>
         <p> Nelle opere successive al <hi rend="italic">Vom Ich </hi>si assiste a una precisazione
            e a un<lb/>ampliamento di questa concezione, che si mantiene comunque immutata
            nei<lb/>suoi tratti di fondo. I saggi costituenti la <hi rend="italic">Allgemeine
               Uebersicht der neuesten philoso-<lb/>phischen Litteratur</hi> (1797-1798)
            approfondiscono anzitutto il carattere di punto<lb/>d’incontro e mediazione tra
            filosofia pratica e teoretica riconosciuto a <hi rend="italic">Idee</hi>.<lb/> Nella
            filosofia pratica, all’inverso di quanto accade nella teoretica, il rapporto </p>
         <pb n="333" facs="IDEA/IDEA_333.jpg"/>
         <p> fra con<hi rend="italic">cetto</hi> e<hi rend="italic"> oggetto</hi> è tale che quello
               <hi rend="italic">precede</hi> quest’ultimo; ma essendo l’oggetto<lb/>della libertà
            infinito, la sua realizzazione nell’ambito empirico, che pure è il<lb/>compito stesso
            dell’agire pratico, non può mai essere conclusa esaurendosi in<lb/>
            <hi rend="italic">un</hi> oggetto e deve così sempre riaprirsi nel momento stesso in cui
            giunge ad<lb/>attuarsi; i <hi rend="italic">concetti</hi> che servono alla ragione
            pratica per guidare la sua realizza-<lb/>zione sempre aperta e rinnovantesi di oggetti
               sono<hi rend="italic"> idee</hi>, generate dall’<hi rend="italic">immagina-<lb/>zione
               produttiva</hi> che in questa sua funzione è ragione teoretica, al servizio
            della<lb/>ragione propriamente agente, che <hi rend="italic">è quella pratica</hi>. Le
            idee forniscono quindi<lb/>una limitazione provvisoria all’ambito di per sé infinito del
            sovrasensibile che<lb/>si apre alla sola ragione<hi rend="italic"> in quanto
            pratica</hi>, e rappresentano il primo, e più alto,<lb/>momento del processo di
            tradizione del sovrasensibile e intelligibile nel sensi-<lb/>bile ed empirico che poi
            prosegue attraverso la loro schematizzazione. Questa<lb/>funzione di <hi rend="italic"
               >Idee </hi>come perno per la risistemazione dei rapporti fra pratica e<lb/>teoretica,
            ragione, immaginazione produttiva e intelletto rimarrà, come si<lb/>vedrà
            successivamente, caratteristica del pensiero schellinghiano fino al 1800: </p>
         <p> Die <hi rend="italic">Einbildungskraft </hi>also <hi rend="italic">im Dienste der
               praktischen Vernunft</hi> ist das <hi rend="italic">Vermögen<lb/>der Ideen</hi>, oder
            das, was wir<hi rend="italic"> theoretische</hi> Vernunft nennen. [...]<lb/> Weil
            demnach Freiheit ohne Vernunft eben so wenig als Vernunft ohne<lb/>Freiheit gedacht
            werden kann, so kann die letztere (die Freiheit) auch <hi rend="italic">prakti-<lb/>sche
               Vernunft</hi> heißen: <hi rend="italic">Vernunft,</hi> weil ihr <hi rend="italic"
               >unmittelbares</hi> Objekt <hi rend="italic">Ideen</hi> sind; <hi rend="italic"
               >praktische<lb/></hi> Vernunft, weil diese Ideen nicht Gegenstände des Erkennens,
            sondern des<lb/>
            <hi rend="italic">Handelns</hi> sind. Eben so kann umgekehrt die Vernunft, als Vermögen
            der Ideen,<lb/>obgleich ihre Function dabei lediglich theoretisch ist, dennoch, insofern
            ihre<lb/>Ideen Objecte des Realisierens durch Freiheit sind , <hi rend="italic"
               >practische Vernunft</hi> heißen:<lb/>
            <hi rend="italic">Vernunft,</hi> weil ihre Function in Erzeugung der Ideen lediglich
            theoretisch;<lb/>
            <hi rend="italic">practische</hi> Vernunft, weil diese (nicht Chimären oder eitle
            Speculationen, son-<lb/>dern) Objecte eines nothwendigen Handelns sind <note
               xml:id="ftn10" place="foot" n="11">
               <hi rend="italic">HKA</hi> I 4 158.</note>. </p>
         <p> Nella <hi rend="italic">Allgemeine Uebersicht</hi> compare un altro termine — oltre
               a<hi rend="italic"> Schema</hi>, che<lb/>era però già presente nel Vom Ich —
            rinviante al contesto problematico di <hi rend="italic">Idee</hi><lb/> come momento
            della <hi rend="italic">Versinnlichung </hi>dell’assoluto e espressione propria ed
            emi-<lb/>nente di quella «unione di infinito e finito» che è rivelata dal convergere
            della<lb/>filosofia pratica e teoretica e che Schelling chiama <hi rend="italic"
            >Geist</hi>: il termine <hi rend="italic">Symbol</hi>.<lb/> Come il rapporto <hi
               rend="italic">Idee-Schema</hi>, quello <hi rend="italic">Idee-Symbol</hi> rinvia alle
            riflessioni di Schel-<lb/>ling su alcuni punti fondamentali della <hi rend="italic"
               >Critica del giudizio</hi> e riceverà piena luce<lb/>soltanto nel <hi rend="italic"
               >System des transzendentalen Idealismus</hi>, del 1800. Nel 1797 il
            carattere<lb/>simbolico delle idee è esplicitamente collegato da un lato alla <hi
               rend="italic">cosa in sé </hi>kantia-<lb/>na, e dall’altro all’idea platonica, in
            quanto la corretta interpretazione di ambe-<lb/>due è non già quella di un <hi
               rend="italic">wirkliches Daseyn</hi>, ma di un<hi rend="italic"> Seyn </hi>che si
            pone <hi rend="italic">al di là </hi>di<lb/>ogni esistere empirico. Di questo essere
            delle idee Schelling dice che esso con- </p>
         <pb n="334" facs="IDEA/IDEA_334.jpg"/>
         <p> siste nel fungere da <hi rend="italic">fondamento</hi> (<hi rend="italic">Grund</hi>)
            della determinazione sensibile delle rap-<lb/>presentazioni, pur non essendo questa <hi
               rend="italic">determinazione sensibile stessa</hi>. Il compito di<lb/>rappresentare (
               <hi rend="italic">Darstellen</hi>) l’incondizionato mediante un condizionato
            contiene<lb/>un’irresolubile contraddizione e si attua ogni volta mettendo alla luce una
               <hi rend="italic">scis-<lb/>sione</hi> nell’atto stesso in cui l’unità di sensibile e
            intelligibile è realizzata. Questa<lb/>unità indissolubile dalla scissione è il
            carattere proprio, conflittuale, dell’imma-<lb/>ginazione produttiva ed è il motivo per
            cui le idee si mostrano come <hi rend="italic">espressioni<lb/>simboliche</hi>: </p>
         <p> Diesen übersinnlichen Grund alles Sinnlichen nun <hi rend="italic">symbolisierte</hi>
            Kant durch<lb/>den Ausdruck: <hi rend="italic">Dinge an sich </hi> - ein Ausdruck, der
            wie <hi rend="italic">alle</hi> symbolischen Aus-<lb/>drücke einen Widerspruch in sich
            schließt, weil er das Unbedingte durch ein<lb/>Bedingtes darzustellen, das Unendliche
            endlich zu machen sucht. Solche<lb/>widersprechende (ungereimte) Ausdrücke aber sind die
            einzigen, wodurch wir<lb/>überhaupt <hi rend="italic">Ideen</hi> darzustellen vermögen.
            [...]<lb/> Es ist offenbar, daß die Dinge an sich hier nichts, als die <hi rend="italic"
               >Idee</hi> eines über-<lb/>sinnlichen Grundes der Vorstellungen bezeichnen; sie
            enthalten nur den<lb/>
            <hi rend="italic">Grund,</hi> das Vorstellungs Vermögen <hi rend="italic">sinnlich zu
               bestimmen.</hi> Ohne dieses <hi rend="italic">Bestimmen</hi><lb/> würden wir uns
            selbst dieses übersinnlichen Grundes nicht bewußt werden. <hi rend="italic"
               >In<lb/>dieser Handlung des Bestimmens (unsrer selbst) erst scheiden sich die beiden
               Welten, die<lb/>sinnliche (reale, der Erscheinungen) und die übersinnliche (ideale,
               der Dinge an sich)</hi>
            <note xml:id="ftn11" place="foot" n="12">
               <hi rend="italic">HKA</hi> I 4 133-134. per quanto precede vedi pp. 86-87, 133 e nota
               a p. 346.</note>. </p>
         <p> La funzione di <hi rend="italic">Idee</hi> messa in evidenza dal suo carattere
            simbolico è quella<lb/>di unire all’interno di una ineliminabile scissione: la scissione
               tra<hi rend="italic"> Grund</hi> intelli-<lb/>gibile e <hi rend="italic"
            >Bestimmen</hi> sensibile di se stessa da parte della facoltà rappresentativa<lb/>carica
               la<hi rend="italic"> Versinnlichung </hi>del fondamento di un’ineliminabile
            inadeguatezza che<lb/>ne fa appunto un <hi rend="italic">simbolo</hi>, d’altro canto,
            proprio in questa contraddizione l’in-<lb/>condizionato viene all’apparenza e si mostra
            come punto di convergenza di<lb/>tutte le, altrimenti contraddittorie, visioni del
            reale. <hi rend="italic">Idee </hi>è in questa sua funzio-<lb/>ne <hi rend="italic"
               >principio sistematico</hi> , anzi è nella sua forma più profonda<hi rend="italic">
               idea del sistema</hi>, rappre-<lb/>sentazione del<hi rend="italic"> punto
            prospettico</hi> in cui il caos delle rappresentazioni costituenti il<lb/>mondo e le
            contraddizioni fra le stesse rappresentazioni filosofiche che, con la<lb/>loro pretesa
            sistematica non compiutamente realizzata, cercano di porre ordine<lb/>in quel caos,
            diviene rivelazione di un ordine universale in cui tutte le opinio-<lb/>ni trovano il
            loro posto. <hi rend="italic">Idea del sistema significa</hi> così propriamente <hi
               rend="italic">sistema dei<lb/>sistemi</hi>, e <hi rend="italic">Idee</hi> esprime il
            carattere eminentemente <hi rend="italic">enciclopedico-sistematico</hi>
            della<lb/>conoscenza filosofica in quanto giudice della <hi rend="italic">verità</hi>
            delle opinioni: </p>
         <p> Man muß Leibnitzens <hi rend="italic">«perspektivischen Mittelpunkt»</hi> gefunden
            haben, von<lb/>wo aus das Chaos verschiedener Meinungen, das von jedem andern
            Stand-<lb/>punkt aus ganz verworren erscheint, Regelmäßigkeit und
            Uebereinstimmung<lb/>zeigt. Um zu finden was Leibnitz fand, daß was an den
            widersprechendsten </p>
         <pb n="335" facs="IDEA/IDEA_335.jpg"/>
         <p> Systemen nur wirklich <hi rend="italic">philosophisch</hi> ist, auch <hi rend="italic"
               >wahr</hi> sey, muß man die Idee eines<lb/>allgemeinen Systems vor Augen haben, das
            allen einzelnen Systemen, so ent-<lb/>gegengesetzt sie auch seyn mögen, im System des
            menschlichen Wissens selbst<lb/>Zusammenhang und Nothwendigkeit giebt <note
               xml:id="ftn12" place="foot" n="13">
               <hi rend="italic">HKA</hi> I 4 98.</note>. </p>
         <p> A questa concezione «prospettivistica» si connette l’impianto <hi rend="italic"
               >teleologico</hi> che<lb/>sorregge la filosofia della natura degli anni 1797-1799.
            L’introduzione alla pri-<lb/>ma opera della <hi rend="italic">Naturphilosophie</hi>
            schellinghiana, le <hi rend="italic">Ideen zu einer Philosophie der<lb/>Natur</hi>
            (1797), presenta la natura come <hi rend="italic">sistema</hi>, cioè come rifluire di
            meccanismo<lb/>e finalismo l’uno nell’altro sì da dar luogo a un tutto in sé conchiuso e
            provvi-<lb/>sto come tale di autofinalità. Di questa finalità della natura intesa come
            tutto<lb/>Schelling dice trattarsi di un’<hi rend="italic">idea necessaria</hi>. La
            terminologia scelta spiega il sen-<lb/>so di questa espressione: Schelling parla di una
            «massima necessaria della<lb/>ragione riflettente» come di ciò che deve guidare l’ascesa
            della conoscenza a<lb/>un’integrazione progressiva dell’inferiore nel superiore e
            dell’isolato nel nesso<lb/>universale e intende con ciò un presupposto che riceve la sua
            necessità dal<lb/>venire incontro e coincidere della struttura dell’oggetto, la natura,
            con quella<lb/>del soggetto che la conosce, la ragione. La teleologia soggettiva che
            discende<lb/>dal giudizio riflettente kantiano non è riferita a un ordine <hi
               rend="italic">oggettivo</hi>, come acca-<lb/>drebbe se il garante della conformità
            all’ordine supremo delle nostre rappre-<lb/>sentazioni fosse un «intelletto divino»
            preso come oggetto fuori della ragione,<lb/>ma a un suo «doppio-identico» nella stessa
            natura. L’idea della natura che<lb/>costituisce il<hi rend="italic"> telos</hi> della
            ragione riflettente è a sua volta, prospetticamente, con-<lb/>vergente con l’<hi
               rend="italic">idea</hi> che costituisce il <hi rend="italic">telos</hi> interno della
            natura stessa, e che essa<lb/><hi rend="italic"> realizza</hi> in quanto si genera come
            diveniente unità nell’adunarsi processuale del<lb/>molteplice. La<hi rend="italic">
               necessità</hi> della coincidenza si fonda così sull’<hi rend="italic">identità</hi>
            di un proces-<lb/>so<hi rend="italic"> libero</hi> (<hi rend="italic">freiwillig</hi>)
            da ambo le parti, che a sua volta consta di due processi spe-<lb/>culari in cui
            necessità e libertà rifluiscono l’una nell’altra nel reciproco presup-<lb/>porsi di
            meccanismo e finalismo. Il «punto prospettico» in cui questa conver-<lb/>genza di
            ragione e natura convergono, e in cui l’idea <hi rend="italic">per la ragione</hi> di
            una finali-<lb/>tà della natura converge con la realizzazione nella natura della sua
            finalità,<lb/>ossia con l’<hi rend="italic">idea</hi> che si fa nel processo visibile
            del cosmo, è lo <hi rend="italic">spirito</hi>, come iden-<lb/>tità del processo
            finalistico: </p>
         <p> Diese absolute Zweckmäßigkeit des Ganzen der Natur nun ist eine Idee,<lb/>die wir nicht
            willkürlich, sondern <hi rend="italic">nothwendig</hi> denken. Wir fühlen uns
            gedrun-<lb/>gen, alles einzelne auf eine solche Zweckmäßigkeit des ganzen zu
            beziehen;<lb/>wo wir etwas in der Natur finden, das zwecklos oder gar zweckwidrig zu
            seyn<lb/>scheint, glauben wir den ganzen Zusammenhang der Dinge zerrissen und<lb/>ruhen
            nicht eher, bis auch die scheinbare Zweckwidrigkeit in anderer Rück-<lb/>sicht zur
            Zweckmäßigkeit wird. Es ist also eine nothwendige Maxime der re- </p>
         <pb n="336" facs="IDEA/IDEA_336.jpg"/>
         <p> flektirenden Vernunft, in der Natur überall Verbindung nach Zweck und Mit-<lb/>tel
            vorauszusetzen. Und ob wir gleich diese Maxime nicht in ein constitutives<lb/> Gesetz
            verwandeln, befolgen wir sie doch so standhaft und so unbefangen,<lb/>daß wir offenbar
            voraussetzen, die Natur werde unserm Bestreben, absolute<lb/>Zweckmäßigkeit in ihr zu
            entdecken, freiwillig gleichsam entgegenkommen.<lb/> [...] Denn wir wollen, nicht daß
            die Natur mit den Gesetzen unsers Geistes<lb/>
            <hi rend="italic">zufällig</hi> (etwa durch Vermittelung eines <hi rend="italic"
            >Dritten</hi> ) zusammentreffe, sondern daß<lb/>
            <hi rend="italic">sie selbst</hi> nothwendig und ursprünglich die Gesetze unsers Geistes
            nicht nur <hi rend="italic">aus-<lb/>drücke</hi>, sondern <hi rend="italic">selbst
               realiste,</hi> und daß sie nur insofern Natur sey und Natur<lb/>heiße, als sie dies
            thut.<lb/> Die Natur soll der sichtbare Geist, der Geist die unsichtbare Natur
            seyn.<lb/>
            <hi rend="italic">Hier</hi> also, in der absoluten Identität des Geistes <hi
               rend="italic">in</hi> uns und der Natur <hi rend="italic">außer</hi><lb/> uns, muß
            sich das Problem, wie eine Natur außer uns möglich sey, auflösen.<lb/>Das letzte Ziel
            unserer weiteren Nachforschung ist daher diese Idee der<lb/>Natur <note xml:id="ftn13"
               place="foot" n="14"> F. W. <hi rend="smallcaps">SCHELLING</hi>, <hi rend="italic"
                  >Sämmtliche Werke</hi> [herausgegeben von Karl Friedrich August Schel-<lb/>ling],
               Stuttgart-Augsburg 1856-1861 (d’ora in poi <hi rend="italic">SW)</hi> II 54-56.
            </note></p>
         <p> Questa accezione di <hi rend="italic">Idee</hi> come principio sistematico-teleologico
            tanto del<lb/>sapere quanto della natura getta anche luce sul titolo della stessa opera,
               <hi rend="italic">Ideen zu<lb/> einer Philosophie der Natur</hi>. Il sostantivo
            plurale <hi rend="italic">Ideen</hi> da un lato contiene un rin-<lb/>vio alla celebre
            opera di Herder, <hi rend="italic">Ideen zur Philosophie der Geschichte der
            Menschheit</hi>,<lb/> il cui influsso sull’intera filosofia della natura di Schelling fu
            d’altronde note-<lb/>vole. <hi rend="italic">Ideen</hi> sono allora, come afferma Herder
            nella <hi rend="italic">Vorrede</hi> della sua opera,<lb/>«Gedanken [...], die er, wo
            nicht erfand [...], so doch wenigstens<hi rend="italic"> fand</hi> und<lb/>sich eigen
            machte, ja, in denen er jahrelang wie im Eigentum seines Geistes<lb/>lebte», pensieri
            sentiti e vissuti come parte costitutiva della propria <hi rend="italic">Bildung</hi>
            e<lb/>destinati ad essere partecipati a «wenige, gleichgestimmte Seelen, denen
            im<lb/>Labyrinth ihrer Jahre diese oder ähnliche Ideen wichtig wurden» <note
               xml:id="ftn14" place="foot" n="15"> J. G. <hi rend="smallcaps">HERDER</hi>, <hi
                  rend="italic">Ideen zur Philosophie der Geschichte der Menschheit</hi>,
               Textausgabe, Darmstadt<lb/>1966, p. 40. </note>. <hi rend="italic">Ideen</hi>,
            in<lb/>questa accezione di <hi rend="italic">convincimenti</hi>, risposte a questioni di
            cruciale importanza tan-<lb/>to soggettiva quanto oggettiva,<hi rend="italic"> soluzioni
               </hi>(<hi rend="italic">Auflösungen</hi>) di dubbi, si colloca quindi<lb/>in una zona
            dello spettro semantico di Idee distinta dal polo della pura<hi rend="italic">
               Vorstel-<lb/>lung</hi> o dei <hi rend="italic">Gedanken</hi> senza accentuazione di
            valore. Questa accezione rinvia nel<lb/>testo di Schelling, al programma di una
            filosofia che non si accontenta di <hi rend="italic">rap-<lb/>presentazioni</hi> buone
            per una speculazione astratta, di <hi rend="italic">matte Gedanken</hi>, ma
            esige<lb/>invece la capacità di esibire realtà <hi rend="italic">sentite</hi> (<hi
               rend="italic">gefühlt </hi>), sicché il sapere appare come<lb/>un <hi rend="italic"
               >reale vedere</hi>, un esercizio dell’<hi rend="italic">intuizione</hi> e
            un’esperienza di tutto l’uomo in<lb/>quanto dotato di <hi rend="italic">spirito
            </hi>capace di andar oltre la <hi rend="italic">lettera</hi>. Una tale filosofia,
            quale<lb/>vuol essere la <hi rend="italic">Naturphilosophie</hi>, cogliendo il reale nel
               suo<hi rend="italic"> farsi</hi> accantona il puro<lb/>
            <hi rend="italic">Verstandesbegriff</hi>, che sopraggiunge quando la realtà è già fatta
            e, come pura <hi rend="italic">sil-</hi>
         </p>
         <pb n="337" facs="IDEA/IDEA_337.jpg"/>
         <p><hi rend="italic"> houette</hi> (<hi rend="italic">Schattenriß</hi>) del reale, ne
            compie la trasmutazione in un puro<hi rend="italic"> ideale</hi> senza<lb/>realtà. Così
            nel vivente spirito umano <hi rend="italic">Begrif </hi>e <hi rend="italic"
            >Anschauung</hi>, <hi rend="italic">Gedanke</hi> e <hi rend="italic">Bild</hi>,
            paro-<lb/>la e significato non sono mai separati. Ma da questo contesto si vede
            anche<lb/>che <hi rend="italic">Ideen</hi>, pur alludendo nella sua forma plurale a una
            situazione di preliminare<lb/>non-possesso del sistema — in questo senso il titolo di
            questa opera si contrap-<lb/>pone a quello della terza opera della <hi rend="italic"
               >Naturphilosophie</hi>, <hi rend="italic">Erster Entwurf eines Systems<lb/>der
               Naturphilosophie</hi> (1799), che conclama il raggiungimento, per quanto
            non<lb/>ancora definitivo nell’esecuzione, della compiutezza sistematica —
            comporta<lb/>anche un preciso rinvio a <hi rend="italic">Idee </hi>come il <hi
               rend="italic">telos</hi> del processo e insieme punto di<lb/>raccolta e culminazione
            del <hi rend="italic">Geist</hi>: è solo perché le <hi rend="italic">Ideen</hi> non sono
               b<hi rend="italic">loße Gedan-<lb/>ken</hi>, ma unità di pensiero e immagine, che la
            filosofia può essere persuasa di<lb/>trovarsi all’interno di un processo che per forza
            interna, con necessità «natura-<lb/>le», conduce alla realizzazione dell’<hi
               rend="italic">Idee</hi> come<hi rend="italic"> telos </hi>del sistema <note
               xml:id="ftn15" place="foot" n="16">
               <hi rend="italic">SW </hi> II 215-216, 220 nota 1, 222-223 nota 1. </note>. </p>
         <list type="unordered">
            <item> 3. Idee<hi rend="italic"> nel </hi>System des transzendentalen Idealismus.
            </item>
         </list>
         <p> Il <hi rend="italic">System</hi> (1800) rappresenta per molti versi il compimento e il
            culmine<lb/>della prima speculazione schellinghiana; anche riguardo a <hi rend="italic"
               >Idee</hi> si può constata-<lb/>re il convergere dei molti motivi presenti negli
            scritti precedenti in una visio-<lb/>ne complessiva che, pur preludendo al grande
            sviluppo della riflessione su <hi rend="italic">Idee</hi><lb/> caratteristico del
            periodo dell’<hi rend="italic">Identitätsphilosophie</hi>, se ne distingue per tratti
            carat-<lb/>teristici inconfondibili. </p>
         <p> La tematica di<hi rend="italic"> Idee</hi> si mostra nel <hi rend="italic">System</hi>
            in tutta l’ampiezza del dialogo con<lb/>i problemi posti dalla kantiana <hi
               rend="italic">Critica del giudizio</hi> — come s’è d’altronde visto<lb/>già accadere
            in forma più limitata nelle prime opere di Schelling — e si lega<lb/>alla speculazione
            su termini quali <hi rend="italic">Schema</hi>,<hi rend="italic"> Bild</hi>, <hi
               rend="italic">Symbol</hi>. Il testo kantiano attorno<lb/>a cui si addensano le
            riflessioni di Schelling è il § 59 della <hi rend="italic">Critica del
            giudizio</hi>,<lb/> che reca il titolo <hi rend="italic">Von der Schönheit als Symbol
               der Sittlichkeit</hi>. Il problema affrontato<lb/>da Kant in questo testo è quello
            della possibilità di esporre (<hi rend="italic">darthun</hi>) la realtà<lb/>dei concetti
            attraverso l’ <hi rend="italic">ostensione</hi> ( <hi rend="italic">Darstellung</hi>,
               <hi rend="italic">exhibitio</hi> ) delle intuizioni loro rife-<lb/>ribili. Si tratta
            come si vede di quel problema della <hi rend="italic">Versinnlichung </hi>già da
            sempre<lb/>al centro dell’attenzione di Schelling. Kant precisa che non si tratta qui
            di<lb/>ricercare come ad un concetto possano essere associati segni atti a
            riconoscerlo<lb/>per i fini della semplice comunicazione, cioè segni sensibili usabili
            come carat-<lb/>teri per una marcatura dei concetti stessi ( <hi rend="italic"
               >Charakterismen</hi> ) quali possono essere i<lb/>segni algebrici o anche quelli
            mimici, ma come un concetto possa essere reso<lb/>sensibile in un’intuizione. Molto
            significativamente Kant indica una tale <hi rend="italic">exhi-<lb/>bitio</hi> con il
            termine <hi rend="italic">Hypotypose</hi> (<hi rend="italic">subiectio sub
            adspectum</hi>) ricollegandosi alla tradizio-<lb/></p>
         <pb n="338" facs="IDEA/IDEA_338.jpg"/>
         <p> ne retorica che vedeva in questa specie di metafora la rappresentazione «quasi<lb/>per
            occhi corporali» di un concetto, sicché esso, attraverso un «simbolo» o
            una<lb/>«pittura» riceve «spirito», «vita» e «movimento» <note xml:id="ftn16"
               place="foot" n="17"> I. <hi rend="smallcaps">KANT, </hi>
               <hi rend="italic">Gesammelte Schrifien,</hi> herausgegeben von der Königlich
               Preußischen Akademie<lb/>der Wissenschaften, Berlin 1902 e sgg. (d’ora in poi <hi
                  rend="italic">AA</hi> ) V 351-353. Per la caratterizzazione<lb/> dell’ipotiposi
               qui accennata si veda E. <hi rend="smallcaps">TESAURO, </hi>
               <hi rend="italic">Il cannocchiale aristotelico. O sia, Idea dell’arguta,
                  et<lb/>ingegnosa elocutione, che serve a tutta l’Arte oratoria, lapidaria, et
                  simbolica, esaminata co’ principi del divino<lb/>Aristotele</hi>, Venezia 1696,
               pp. 176, 241. Si veda anche la definizione di ύποτύπωσις come «illu-<lb/>strerem
               orationem, qua res velut ante oculos depingitur» in R. <hi rend="smallcaps"
               >GOGLENIUS</hi>, <hi rend="italic">Lexicon Philosophicum<lb/> Graecum</hi> [...],
               Marburg 1615, p. 255. </note> . L’ostensione possibile<lb/>attraverso l’ipotiposi può
            essere per Kant di due tipi,<hi rend="italic"> schematica</hi> e <hi rend="italic"
               >simbolica</hi>: </p>
         <p> Alle <hi rend="italic">Hypotjpose</hi> (Darstellung, subiectio sub adspectum), als
            Versinnli-<lb/>chung, ist zwiefach: entweder <hi rend="italic">schematisch,</hi> da
            einem Begriffe, den der Verstand<lb/>faßt, die korrespondierende Anschauung a priori
            gegeben wird; oder <hi rend="italic">symbolisch,</hi>
            <lb/> da einem Begriffe, den nur die Vernunft denken, und dem keine
            sinnliche<lb/>Anschauung angemessen sein kann, eine solche untergelegt wird, mit
            welcher<lb/>das Verfahren der Urteilskraft demjenigen, was sie im Schematisieren
            beob-<lb/>achtet, bloß analogisch ist, d. i. mit ihm bloß der Regel dieses
            Verfahrens,<lb/>nicht der Anschauung selbst, mithin bloß der Form der Reflexion, nicht
            dem<lb/>Inhalte nach, übereinkommt <note xml:id="ftn17" place="foot" n="18">
               <hi rend="italic">AA</hi> V 351. </note>. </p>
         <p> L’ipotiposi schematica agisce<hi rend="italic"> dimostrativamente</hi>, vale a dire
            esibisce diretta-<lb/>mente un oggetto dell’intuizione sensibile che dà «corpo» al
            concetto, mentre<lb/>l’ipotiposi simbolica agisce indirettamente, riferendo dapprima il
            concetto a un<lb/>oggetto dell’intuizione sensibile e applicando poi<hi rend="italic">
               analogicamente</hi> la pura e sem-<lb/>plice regola del giudizio (mediante cui
            avviene il dare <hi rend="italic">adspectus</hi> al concetto) ad<lb/>un altro oggetto
            che il primo serve dunque a simboleggiare. Il motivo per cui<lb/>Kant nega ai concetti
            della ragione l’ipotiposi schematica è illustrato in parte<lb/>in questo § 59 e in parte
            nel precedente § 58, <hi rend="italic">Vom Idealismus der Zweckmäßig-<lb/>keit der Natur
               sowohl als Kunst, als dem alleinigen Prinzip der ästhetischen Urteilskraft</hi>.<lb/>
            Un’ipotiposi schematica comporterebbe l’abbassamento dell’idea a rappresenta-<lb/>zione
            di un <hi rend="italic">fine</hi>, che potrebbe essere poi realizzato da una <hi
               rend="italic">mechanisch absichtliche<lb/>Kunst</hi>. Ma questo avrebbe per
            conseguenza che, contemplando la bellezza delle<lb/>conformazioni materiali del mondo
            sensibile, occorrerebbe pensare ad una rap-<lb/>presentazione di un fine come fondamento
            della loro costruzione in modo sif-<lb/>fatto e del nostro conseguente giudizio di
            conformità ad esso della costruzione<lb/>sensibile realizzata, negando alla natura la
            facoltà di poter essere<hi rend="italic"> per propria sola<lb/>virtù</hi>, cioè
            attraverso l’immediata azione dei<hi rend="italic"> propri meccanismi</hi>, capace di
            generare<lb/>forme e strutture. Kant cita in proposito l’esempio della <hi rend="italic"
               >freie Bildung</hi> attraverso<lb/>il passaggio immediato dallo stato fluido a quello
            solido della forma cristallina<lb/></p>
         <pb n="339" facs="IDEA/IDEA_339.jpg"/>
         <p> nel ghiaccio e nelle formazioni saline, dove una struttura (<hi rend="italic"
            >Textur</hi>) compare<lb/>improvvisamente, con un <hi rend="italic">salto</hi>. Ancor
            più l’esigenza di una <hi rend="italic">autonoma capacità di<lb/>legiferare </hi>appare
            nel giudizio relativo al bello d’arte, dove il giudizio cerca in sé<lb/>le direttive cui
            conformarsi. </p>
         <p> Ai fini della lettura di Schelling è in ogni modo estremamente signifi-<lb/>cativo che
            il § 58 della <hi rend="italic">Critica del giudizio</hi> metta rigorosamente in
            parallelo<lb/>la problematica relativa all’idealismo dei fini nella natura e nell’arte;
            in<lb/>quest’ultima ciò comporta infatti l’inadeguatezza dell’intelletto che
            esegue<lb/>meccanicamente operazioni in conscia considerazione di fini e
            l’attribuzione<lb/>al <hi rend="italic">genio</hi> della facoltà di produrre
            esteticamente ricevendo le regole dalle <hi rend="italic">idee<lb/>estetiche</hi> che
            sono completamente differenti da ogni rappresentazione di fini<lb/>espliciti. Ciò che
            lega il procedere della natura con quello del genio è il<lb/>passaggio <hi rend="italic"
               >immediato</hi>, dal meccanismo «cieco» al fine, dalla legge «di
            natura»<lb/>necessaria al «corpo visibile» capace di suscitare approvazione <note
               xml:id="ftn18" place="foot" n="19">
               <hi rend="italic">AA</hi> 350-351. </note> . La questio-<lb/>ne del rapporto tra le
            leggi della natura in quanto essa genera con <hi rend="italic">freie<lb/>Bildung
            </hi>forme che suscitano approvazione perché <hi rend="italic">zweckmäßig</hi> al di là
            di con-<lb/>siderazioni strumentali e l’operare del genio riceve ulteriore luce dal §
               17,<lb/><hi rend="italic"> Vom Ideale der Schönheit</hi>, dove Kant introduce il
            concetto di <hi rend="italic">Normalidee</hi>, come<lb/>
            <hi rend="italic">canone</hi> (nel senso in cui il doriforo di Policleto lo è per la
            forma del corpo<lb/>umano) per la <hi rend="italic">corretta rappresentazione</hi> della
            specie. Ora, una simile rappresen-<lb/>tazione non coincide per Kant con lo <hi
               rend="italic">Urbild der Schönheit in dieser Gattung</hi>, ma<lb/>rappresentando solo
            una medietà tra le possibili accentuazioni di carattere<lb/>rimane soltanto <hi
               rend="italic">schulgerecht</hi>. Opposto a questo «uomo senza mende» è invece<lb/>il
            genio, in cui «die Natur von ihren gewöhnlichen Verhältnissen der Ge-<lb/>müthskräfte
            zum Vortheil einer einzigen abzugehen scheint». La deviazione<lb/>dalla regola
            pedestremente applicata non si confonde qui con la pura accen-<lb/>tuazione di un
            carattere al di là del canone in rottura ( <hi rend="italic">Abbruch </hi>) della
            finalità<lb/>propria della specie, che è la <hi rend="italic">caricatura</hi>, ma è
            piuttosto essa stessa<hi rend="italic"> zweckmä-<lb/>ßig </hi><note xml:id="ftn19"
               place="foot" n="20">
               <hi rend="italic">AA</hi> V 235. </note>. Da questi testi emerge una possibilità di
            lettura poi effettivamente<lb/>utilizzata da Schelling: l’uniformità del <hi
               rend="italic">Gestalten </hi>della natura, in quanto essa<lb/>agisce formando
            liberamente a partire dal suo meccanismo e senza una «tec-<lb/>nica» che preveda regole
            pedestremente applicabili è assimilabile a quella<lb/>deviazione dalla regolarità a sua
               volta<hi rend="italic"> zweckmäßig </hi>che produce novità, sor-<lb/>presa e
            approvazione com’è il genio in sé e per le sue opere. </p>
         <p> Il <hi rend="italic">System</hi> di Schelling prende le mosse dalle riflessioni
            kantiane sull’ipo-<lb/>tiposi per risolvere il problema generale di come sia possibile
            concepire il<lb/>riferimento l’uno all’altro di oggetto e concetto, identificati altresì
            rispettiva-<lb/></p>
         <pb n="340" facs="IDEA/IDEA_340.jpg"/>
         <p> mente con il soggetto e il predicato dei giudizi. Poiché il concetto contiene<lb/>la
               <hi rend="italic">regola</hi> secondo cui l’oggetto è costruito, l’operazione con cui
            i due sono<lb/>posti in relazione sarà tale che in essa la regola stessa sarà oggetto,
            ossia<lb/>l’oggetto risulterà intuito come regola di costruzione, e tale operazione sarà
            <lb/> lo <hi rend="italic">schema</hi>. L’identificazione dello schema con una regola di
            costruzione per-<lb/>mette a Schelling anzitutto di distinguerlo dal<hi rend="italic">
               Bild</hi>, che è l’immagine com-<lb/>pletamente determinata in tutte le sue parti
            dell’oggetto, ma fornisce anche <lb/> il fondamento di una distinzione e insieme di un
            collegamento al<hi rend="italic"> simbolo</hi> e<lb/> all<hi rend="italic">’idea</hi>
            che sviluppano in modo assai innovativo il modello kantiano. Per<lb/><hi rend="italic">
               schema </hi>Schelling intende non già un concetto maggiormente specificato
            e<lb/>arricchito di contenuto empirico, bensì un <hi rend="italic">abbozzo
            operativo</hi> ai fini della co-<lb/>struzione d’un oggetto. L’esempio del<hi
               rend="italic"> mechanischer Künstler</hi> serve a illustrare<lb/>questa tesi: alla
            luce di un concetto non sarà mai possibile a un tale arti-<lb/>giano eseguire il suo
            lavoro, mentre un modello d’insieme di ciò che egli si<lb/>propone, per quanto appena
            sbozzato e non rifinito, permetterà di passare<lb/>successivamente alla rifinitura delle
            singole parti. Schelling utilizza in questo<lb/>sviluppo del concetto di schema un altro
            significato del termine <hi rend="italic">ipotiposi</hi>,<lb/> non ripreso da Kant,
            quello appunto di abbozzo, schizzo, che come tale si<lb/>distingue dall’immagine
            compiuta <note xml:id="ftn20" place="foot" n="21">
               <hi rend="italic">SW </hi> III 508-509. Si veda inoltre R. <hi rend="smallcaps"
                  >GOGLENIUS, </hi>
               <hi rend="italic">op. cit.,</hi> p. 255. </note>. In questo modo lo schema diviene
            uno<lb/>strumento per riconoscere, classificare, e serve, fornendo una regola che
            può<lb/>essere ripetutamente applicata in differenti circostanze, a spiegare il
            funzio-<lb/>namento del <hi rend="italic">linguaggio</hi> che la pura logica del
            concetto non permetterebbe di<lb/>comprendere. E infatti solo la possibilità di
            costruire, attraverso l’ipotiposi,<lb/>un corpo concreto dei concetti passante per
            affinamento successivo dallo<lb/>schema all’immagine che l’altrimenti<hi rend="italic">
               insolubile problema dell’induzione</hi> (dell’uni-<lb/>versale validità e
            applicabilità delle regole nella costruzione di oggetti della<lb/>conoscenza) può essere
            affrontato: proprio come l’artigiano usa il suo abboz-<lb/>zo mentale per progettare e
            costruire il suo prodotto, il parlante si serve di<lb/>schemi per ricondurre gli
            individui da lui via via scoperti nella propria<lb/>esperienza alle specie e alle classi
            generali che gli consentono di<hi rend="italic"> nominare</hi>.<lb/> L’intero processo
            della conoscenza, in quanto legato alla funzione del lin-<lb/>guaggio, si rivela così
            strettamente apparentato al mito, che è l’espressione<lb/>dell’operazione della
            schematizzazione nelle lingue originarie e contiene le<lb/>prime visioni della natura
            prodotte dall’umanità. Ora, ciò che lo schema è<lb/>per il concetto e nell’ambito che ha
            oggetti empirici come termini finali<lb/>delle proprie operazioni, è il <hi
               rend="italic">simbolo</hi> per l’<hi rend="italic">idea</hi>, sicché per l’<hi
               rend="italic">ästhetischer Künstler</hi><lb/> il processo di <hi rend="italic"
               >Versinnlichung</hi> inizierà con l’idea (della bellezza) e passerà attra-<lb/></p>
         <pb n="341" facs="IDEA/IDEA_341.jpg"/>
         <p> verso la sua simbolizzazione per discendere poi attraverso concetto e schema<lb/>
            all’immagine concretamente realizzata nell’opera d’arte <note xml:id="ftn21"
               place="foot" n="22">
               <hi rend="italic">SW </hi> III 509-510. </note>. </p>
         <p> Ridotti ambedue a <hi rend="italic">regole di costruzione</hi> schema e simbolo
            appaiono in Schel-<lb/>ling meno contrapposti che in Kant: la loro distinzione non si
            fonda più infat-<lb/>ti sulla differenza tra una regola riferita a un contenuto proprio
            e una che non<lb/>può esserlo e pertanto le è solo analoga per forma. La differenza tra
            i due<lb/>generi di ipotiposi dipende piuttosto per Schelling dal carattere di <hi
               rend="italic">strumento</hi> che<lb/>egli riconosce all’intelletto e al concetto che
            ne è la struttura funzionale: la<lb/>ragione è ancora infatti per lo Schelling, del <hi
               rend="italic">System</hi> come per Fichte, <hi rend="italic"
            >anzitutto<lb/>pratica</hi>, è <hi rend="italic">libertà</hi> come causalità nel
            fenomeno, <hi rend="italic">formazione</hi>, <hi rend="italic">plasmazione</hi>
            dell’oggetto,<lb/>e questo comporta un suo costitutivo oscillare tra la coscienza della
            libertà e<lb/>dell’infinità da un lato e la coscienza della costrizione che l’attuarsi
            stesso della<lb/>libertà nel fenomeno comporta. Nella sua totalità la ragione è quindi
               questo<lb/><hi rend="italic"> conflitto</hi> in cui la <hi rend="italic">Formung</hi>
            o <hi rend="italic">Bildung </hi>dell’oggetto avviene, <hi rend="italic"
               >Einbildungskraft</hi>, e l’in-<lb/>telletto ne è solo il lato <hi rend="italic"
               >finito</hi>, rivolto alla fissazione dell’«oscillazione» conflit-<lb/>tuale in un
            oggetto determinato. Lo schema avrà quindi, come regola, questo<lb/>stesso carattere di
            unilaterale <hi rend="italic">Bildung</hi>, di fissazione non-contraddittoria,
            mentre<lb/>al simbolo apparterrà la rappresentazione dell’inesauribilità del<hi
               rend="italic"> conflitto </hi>stesso,<lb/>non inteso come una contraddizione
            distruttiva di senso, ma come un <hi rend="italic">movimen-<lb/>to vivente</hi>, <hi
               rend="italic">Idee</hi>: </p>
         <p> Es entsteht also durch das Wollen unmittelbar ein Gegensatz, indem ich<lb/>durch
            dasselbe einerseits der Freiheit, also auch der Unendlichkeit bewußt,<lb/>andererseits
            durch den Zwang vorzustellen beständig in die Endlichkeit zu-<lb/>rückgezogen werde. Es
            muß also mit diesem Widerspruch eine Thätigkeit ent-<lb/>stehen, die zwischen
            Unendlichkeit und Endlichkeit in der Mitte schwebt.<lb/> [...] Jenes Vermögen also, was
            wir indeß Einbildungskraft nennen, wird in<lb/>jenem Schweben auch nothwendig etwas
            produciren, das selbst zwischen<lb/>Unendlichkeit und Endlichkeit schwebt, und was daher
            auch nur als ein sol-<lb/>ches aufgefaßt werden kann. Produkte der Art sind, was man <hi
               rend="italic">Ideen</hi> nennt im<lb/>Gegensatz gegen Begriffe, und die
            Einbildungskraft ist eben deßwegen in<lb/>jenem Schweben nicht Verstand, sondern
            Vernunft, und hinwiederum, was<lb/>insgemein theoretische Vernunft heißt, ist nichts
            anderes als die Einbildungs-<lb/>kraft im Dienste der Freiheit. Daß aber Ideen bloße
            Objekte der Einbildungs-<lb/>kraft seyen, die nur in jenem Schweben zwischen Endlichkeit
            und Unendlich-<lb/>keit Bestand finden, erhellt daraus, daß sie, zum Objekt des
            Verstandes<lb/>gemacht, auf jene unauflöslichen Widersprüche führen, welche Kant
            unter<lb/>den Namen der Antinomien aufgestellt hat, deren Existenz einzig
            darauf<lb/>beruht, daß entweder auf das Objekt reflektirt wird, in welchem Fall es
            noth-<lb/>wendig ein endliches ist, oder daß auf das Reflektiren selbst wieder
            reflektirt<lb/>wird, wodurch das Objekt unmittelber wieder unendlich wird. Da es nun
            aber<lb/>offenbar ist, daß, wenn, ob das Objekt einer Idee endlich oder unendlich sey, </p>
         <pb n="342" facs="IDEA/IDEA_342.jpg"/>
         <p> bloß von der freien Richtung der Reflexion abhängt, das Objekt selbst an sich<lb/>weder
            das eine noch das andere seyn kann, so müssen jene Ideen wohl bloße<lb/>Produkte der
            Einbildungskraft, d. h. einer solchen Thätigkeit seyn, die weder<lb/>Endliches noch
            Unendliches producirt <note xml:id="ftn22" place="foot" n="23">
               <hi rend="italic">SW </hi> III 558-559. </note>. </p>
         <p> Attribuire le idee alla <hi rend="italic">Einbildungskraft</hi>, facendo di questa la
               <hi rend="italic">ragione nella sua<lb/>totalità</hi> significa porre esplicitamente
            il conflitto-integrazione tra libertà e<lb/>necessità, coscienza e inconscio come
            origine della stessa fissazione strumenta-<lb/>le da parte dell’intelletto. Se nel campo
            conoscitivo e in quello pratico la tota-<lb/>lità del processo rimane celata, per il
            prevalere nel primo caso della finitezza,<lb/>che dà luogo ai concetti intellettuali e
            alla loro schematizzazione, e nel secon-<lb/>do caso dell’infinitezza, che si presenta
            come ineliminabile insufficienza<lb/>dell’oggetto realizzato di fronte al suo<hi
               rend="italic"> ideale</hi>, v’è almeno un campo in cui la<lb/>totalità della ragione
            compare, e con essa l’unità di natura e libertà, meccani-<lb/>smo ed eccezione creativa:
            quello dell’arte. La simbolizzazione dell’idea per-<lb/>mette di conservare nel
            particolare, nell’oggetto, lo <hi rend="italic">Schweben </hi>originario, e
            l’ana-<lb/>logia tra simbolo e schema come regole per la produzione di oggetti
            permette<lb/>almeno all’artista estetico di realizzare, come soggetto libero, scendendo
            fino<lb/> all’esecuzione tecnica e non rimanendo al livello del puro
            presentimento,<lb/>quello che la natura produce attraverso una <hi rend="italic"
               >creazione</hi> oscura e necessaria. </p>
         <p> Ricondurre le idee alla<hi rend="italic"> Einbildungskraft</hi>, come avviene nel <hi
               rend="italic">System</hi> del 1800,<lb/>significa allora fare del <hi rend="italic"
               >conflitto fra le direzioni</hi>, centrifuga-infinita e centripeta-<lb/>finita, il
            fondamento di ogni realtà. Si tratta di una visione ancora fortemente<lb/>legata a
            quella di Fichte e riconducibile da ultimo al primato della ragion pra-<lb/>tica
            riconosciuto dalla <hi rend="italic">Wissenschaftslehre</hi>. Non è infatti un caso che
            nonostante le<lb/>sue implicazioni conducano in tutt’altra direzione, il luogo che il
               <hi rend="italic">System</hi> dedica<lb/>a <hi rend="italic">Idee</hi> sia quello
            dell’illustrazione di come il <hi rend="italic">volere</hi> si obiettivi. C’è infatti
            un<lb/>nesso profondo tra la visione dell’originarietà del conflitto, quella della
            ridu-<lb/>zione di ogni operazione a<hi rend="italic"> produzione</hi>, cioè a <hi
               rend="italic">Bildung</hi>, <hi rend="italic">plasmazione</hi> di oggetti
            da<lb/>parte di un soggetto <hi rend="italic">volente</hi>, e il primato della praticità
            dell’Io. </p>
         <p> Il paradosso contenuto nella concezione delle idee del <hi rend="italic">System</hi> è
            che da un<lb/>lato la ragione vi si mostra come totalità del processo di determinazione
               (<hi rend="italic">Ein-<lb/>bildung</hi>), che attraverso la mediazione del simbolo,
            dello schema e — per il<lb/>campo dell’agire — l’ideale perviene a dirigersi su di un
            «oggetto esterno», ma<lb/>dall’altro lato la stessa ragione perviene alla coscienza di
            sé come <hi rend="italic">Schweben</hi> tra<lb/>infinito e finito soltanto nel
            sentimento (<hi rend="italic">Gefühl</hi>) di questo oscillare tra reale e<lb/>ideale
            come d’un’interna contraddizione, che si manifesta come stato di angu-<lb/>stia
            penosamente avvertita e immediato impulso all’azione. Ma <hi rend="italic">Gefühl</hi> e
               <hi rend="italic">Trieb</hi><lb/> sono essi stessi prodotti dall’ineliminabile
            contraddizione tra l’ideale, come </p>
         <pb n="343" facs="IDEA/IDEA_343.jpg"/>
         <p> mediatore del volere in cui si manifesta la libertà dell’io, e l’oggetto, che
            è<lb/>forzatamente limitato dipendendo dalla fissazione operata dall’intelletto;
            alla<lb/>radice dell’autocogliersi della ragione nello scontro tra ideale e sua
            realizza-<lb/>zione v’è allora l’<hi rend="italic">apparire della contraddizione
               fondamentale di tutto il sapere</hi> — quella<lb/>tra libertà e necessità — <hi
               rend="italic">all’interno del volere</hi>. Ora questo comporta appunto
            quel<lb/>rapporto di ineliminabile esteriorità dell’oggetto all’azione che gli dà<hi
               rend="italic"> forma</hi>,<lb/> espresso dalla stessa concezione della ragione come
               <hi rend="italic">Einbildungskraft</hi>, conflitto in<lb/>sé riproducentesi di finito
            e infinito, atto di <hi rend="italic">Formung </hi>o <hi rend="italic">Bildung
            </hi>incessantemente<lb/>ripetuto: </p>
         <p> Es erklärt sich hier schon [.. .], warum das Ich sich schlechterdings
            nicht<lb/>erscheinen kann als ein Objekt der Substanz nach hervorbringend,
            warum<lb/>vielmehr alles Hervorbringen im Wollen nur als ein Formen oder Bilden
            des<lb/>Objekts erscheint <note xml:id="ftn23" place="foot" n="24">
               <hi rend="italic">SW </hi> III <hi rend="italic"> 558.</hi>
            </note>. </p>
         <list type="unordered">
            <item> 4.<hi rend="italic"> La svolta dell'</hi>Identitätsphilosophie. </item>
         </list>
         <p> Il primo testo della <hi rend="italic">Identitätsphilosophie</hi>, la <hi rend="italic"
               >Darstellung meines Systems</hi> (1801)<lb/>non è rilevante per l’elaborazione di <hi
               rend="italic">Idee</hi>, ma contiene le premesse sistematiche<lb/>per gli sviluppi
            che in proposito sono contenuti nel <hi rend="italic">Bruno</hi> (1802). Il motivo
            di<lb/>questa apparente lacuna nello sviluppo di <hi rend="italic">Idee</hi> va
            probabilmente ricercato nelle<lb/>radici della svolta subita dal pensiero di Schelling
            con l’inizio del periodo<lb/>dell’identità: se la filosofia del <hi rend="italic"
            >System</hi> era, conformemente all’esempio fichtia-<lb/>no, una filosofia della<hi
               rend="italic"> Einbildungskraft</hi>, cui la stessa ragione era ricondotta,
            quel-<lb/>la della <hi rend="italic">Darstellung</hi> è una filosofia della ragione in
            quanto distinta e superiore<lb/>all’immaginazione produttiva, intesa come <hi
               rend="italic">Tätigkeit</hi> e <hi rend="italic">Streit</hi>. La ragione
            si<lb/>mostra identica con l’assoluto, che è identità di <hi rend="italic">Wesen</hi> e
               <hi rend="italic">Seyn</hi>. Il problema<lb/>dell’unità di pensiero ed essere,
            soggetto e oggetto, che come si è visto si ritro-<lb/>va lungo tutta la speculazione
            schellinghiana fino dagli esordi secondo modali-<lb/>tà nell’insieme costanti, è risolto
            radicalmente attraverso l’affermazione che<lb/>nell’identità assoluta al pensiero
            appartiene <hi rend="italic">per natura</hi> l’essere e l’essere è<lb/>inscindibile dal
            pensiero. Ma questo comporta l’accantonamento della visione<lb/>per cui la ragione è
               essenzialmente<hi rend="italic"> attività</hi>. Se nel <hi rend="italic">System</hi>
            del 1800 l’oggetto<lb/>poteva solo essere <hi rend="italic">formato </hi>dalla ragione
            nell’attività conflittuale della <hi rend="italic">Einbil-<lb/>dungskraft</hi>, e si
            avvertiva come impossibile un «produrre secondo la sostanza»,<lb/>nel 1801 alla
            produzione si sostituisce l’identità assoluta e sostanziale, in cui<lb/>non c’è
            conflitto di direzioni. Come l’identità assoluta è per propria stessa<lb/>essenza e in
            essa pensiero ed essere coincidono, così la ragione, che è una con<lb/>l’identità
            assoluta, contiene in sé un’assoluta identità di essere e pensiero. </p>
         <pb n="344" facs="IDEA/IDEA_344.jpg"/>
         <p> All’identità assoluta e alla ragione, in quanto sono una cosa sola, si attaglia
            lo<lb/>spinoziano «ad naturam substantiae pertinet existere» </p>
         <p> Die absolute Identität kann nicht gedacht werden als durch den Satz A =<lb/> A, aber
            sie wird durch diesen Satz als <hi rend="italic">sejend</hi> gesetzt. Sie ist also
            dadurch, daß<lb/>sie gedacht wird, und <hi rend="italic">es gehört</hi>
            <hi rend="italic">zum Wesen der absoluten Identität, zu seyn.</hi> [...] Das<lb/>
            <hi rend="italic">Seyn</hi> gehört ebenso zum Wesen der Vernunft als zu dem der
            absoluten Identi-<lb/>tät <note xml:id="ftn24" place="foot" n="25">
               <hi rend="italic">SW </hi> IV 118. La citazione di Spinoza si riferisce a <hi
                  rend="italic">Ethica</hi> I, Prop. VII. </note>. </p>
         <p> Sostituita la <hi rend="italic">Einbildungskraft</hi> dalla ragione e sostituita tutta
            la visione di<lb/><hi rend="italic"> forze contrapposte</hi> che le si connetteva nella
            concezione di un produrre-formare,<lb/>decade necessariamente anche la concezione delle
            idee come prodotti del con-<lb/>flitto tra un’attività infinita e centrifuga e
            un’attività limitante e centripeta. La<lb/>tematica delle idee richiede a questo punto
            una revisione dell’intero problema<lb/>del<hi rend="italic"> Bild</hi> e della <hi
               rend="italic">Einbildung</hi> sottratto all’ipoteca del concetto di<hi rend="italic">
               Kraft</hi> e di quanto<lb/>le si ricollega. Ma affrontare questa revisione significa
            per lo Schelling della<lb/><hi rend="italic"> Identitätsphilosophie</hi> affrontare il
            problema di come l’identità assoluta sia anche<lb/><hi rend="italic"> infinità</hi> non
            solo privativamente, ma <hi rend="italic">positivamente</hi>, come <hi rend="italic"
               >infinita fecondità di conse-<lb/>guenze</hi> e pienezza vivente. E in altri termini
            la riconduzione del problema della<lb/>
            <hi rend="italic">Versinnlichung</hi> nell’ipotiposi alla proposizione spinoziana «Deus,
            sive substantia<lb/>constans infinitis attributis, quorum unumquodque aeternam et
            infinitam es-<lb/>sentiam exprimit, necessario existit» <note xml:id="ftn25"
               place="foot" n="26"> SPINOZA, <hi rend="italic">Ethica,</hi> I, Prop. XI. Il richiamo
               a questi passi di Spinoza per i suddetti luoghi<lb/>della <hi rend="italic"
                  >Darstellung</hi> si trova già nelle note di lettura della medesima da parte di
               Fichte. Si veda<lb/> J. G. FICHTE - F. W. J. SCHELLING, <hi rend="italic"
               >Carteggio</hi>, cit., p. 171. </note>. </p>
         <p> La<hi rend="italic"> Darstellung</hi> stessa non portò a termine questa revisione,
            limitandosi<lb/>(§ 11) ad affermare che l’identità assoluta è assolutamente infinita
               <note xml:id="ftn26" place="foot" n="27">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 118. </note> . Fu<lb/>solo il <hi rend="italic"
            >Bruno</hi> a riprendere con impegno la questione. <hi rend="italic">Idee </hi>compare
            qui anzi-<lb/>tutto in un contesto ancora preliminare (il discorso di Anselmo) in
            stretta<lb/>relazione con la problematica dell’identità-infinità come pienezza
            vivente.<lb/>Le idee sono <hi rend="italic">ewige Urbilder der Dinge, unmittelbare Söhne
               und Kinder Gottes</hi>, sot-<lb/>tratte al divenire temporale. Mentre infatti nel
            mondo ectipo le cose hanno<lb/>bisogno del tempo per avere le loro <hi rend="italic"
               >conseguenze</hi>, e il fondamento non ha in<lb/>sé quanto da esso è fondato, nel
            mondo archetipo le idee hanno <hi rend="italic">organische<lb/>Vollkommenheit</hi>, sono
            organismi perfetti in quanto ciascuna di esse contiene in<lb/>sé eternamente, e non nel
            prosieguo del tempo, le proprie conseguenze<lb/>come altrettante idee viventi.
            Organicità perfetta significa qui identità di<lb/>fondante e fondato, di causa ed
            effetto, non già nel senso di un’esteriorità<lb/>«meccanica» ripiegata ciclicamente su
            di sé, ma di una inseparabilità degli </p>
         <pb n="345" facs="IDEA/IDEA_345.jpg"/>
         <p> effetti dalle cause come gli organi e le formazioni particolari sono insepara-<lb/>bili
            dall’organismo che li contiene: </p>
         <p> Die Erde z. B., welche gemacht worden, ist nicht die wahre Erde, son-<lb/>dern ein
            Abbild der Erde, insofern sie nicht gemacht, und weder entstanden<lb/>ist, noch jemals
            vergehen wird. In der Idee der Erde aber sind auch die Ideen<lb/>aller in ihr
            enthaltenen oder auf ihr zum Daseyn kommenden Dinge begrif-<lb/>fen <note xml:id="ftn27"
               place="foot" n="28">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 224. </note>. </p>
         <p> Alla pienezza vivente o perfezione organica delle idee come espressione<lb/>del
            rapporto tra unità e infinità che caratterizza l’essere nella dimensione divi-<lb/>na
            corrisponde, come s’è visto l’assenza di tempo e di processualità caratteristi-<lb/>che
            della precedente visione schellinghiana fondata sulla <hi rend="italic"
            >Einbildungskraft</hi>. Alla<lb/>perfezione organica corrisponde l’unità senza
            contrasti: tanto più il nostro con-<lb/>cetto dell’individuo si perfeziona guadagnando
            in organicità, tanto più esso<lb/>appare come capace di integrare in sé l’<hi
               rend="italic">altro</hi> che lo circonda ed è con esso in<lb/>relazione scambievole,
            sicché l’alterità cede alla medesimezza e l’individualità<lb/>unilaterale accoglie in sé
            l’alterità. Dio, come supremo organismo, ha in sé<lb/>tutta l’alterità come identica con
            sé, e insieme riconosce ad essa, realizzata dal-<lb/>le idee come sue «figlie» una vita
            indipendente facendone anime, <hi rend="italic">Seelen einzel-<lb/>ner Leiber</hi>. La
            produzione artistica realizza inconsciamente questo intimo nesso<lb/>tra identità e
            alterità generando opere che divengono autonome dall’artefice,<lb/>nuovi individui che
            rivelano a chi sappia intendere il «messaggio nascosto»<lb/>che essi contengono i
            segreti più celati del sapere. Nell’opera d’arte l’idea <hi rend="italic">pos-<lb/>siede
               l’artefice</hi> senza esserne posseduta e rivela alla ragione che la contempla </p>
         <p> die Einheit des göttlichen und natürlichen Wesens und das Innere jener
            aller-<lb/>seligsten Natur, in welcher kein Gegensatz ist <note xml:id="ftn28"
               place="foot" n="29">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 231. Per quanto precede vedi pp. 229-230. </note>. </p>
         <p> Le idee, che nel <hi rend="italic">System</hi> erano rivelazione del conflitto
            originario, sono per<lb/>la filosofia dell’identità, con una completa inversione della
            posizione prece-<lb/>dente, organismi in cui identità e alterità infinita sono uniti <hi
               rend="italic">senza opposizione</hi>.<lb/> Schelling introduce subito dopo un
            discorso sui <hi rend="italic">misteri</hi> e sui <hi rend="italic">simboli</hi> della
            Grecia<lb/>antica che acquista a questo punto un senso molto differente da quello
            possibi-<lb/>le nel <hi rend="italic">System</hi>: il simbolo non rinvia a un contrasto
            ineliminabile tra idea e<lb/>segno in cui essa deve realizzarsi senza poterlo, ma invece
            a un «interno» che<lb/>per la sua stessa natura organica deve essere unità di idea,
            simbolo e segno <note xml:id="ftn29" place="foot" n="30">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 232-234. </note>. </p>
         <p> Questa visione dell’<hi rend="italic">idea-organismo perfetto</hi> è sviluppata poi nei
            discorsi della<lb/>figura principale del dialogo, Bruno. L’identità di finito e infinito
            contenuta </p>
         <pb n="346" facs="IDEA/IDEA_346.jpg"/>
         <p> nell’idea è il fondamento del suo poter essere un <hi rend="italic">universo</hi>: la
            separazione (<hi rend="italic">Ab-<lb/>sonderung</hi>) dei singoli membri, dotati di
            diversa <hi rend="italic">Gestalt</hi> non rompe l’unità; ogni<lb/>singolo rimane <hi
               rend="italic">für sich</hi> pur non cessando di essere nel tutto. Schelling
            ritiene<lb/>che la <hi rend="italic">luce</hi> sia <hi rend="italic">die ewige Idee
               aller körperlichen Dinge</hi>; ma in senso proprio la luce<lb/>fisica non è l’<hi
               rend="italic">idea stessa</hi>, bensì la sua presenza nel mondo sensibile; ogni
            idea<lb/>permane infatti nel mondo divino, ed è dunque parte del perfetto organismo
            o<lb/>universo archetipo, ma<hi rend="italic"> insieme</hi> discende nel mondo ectipo
            facendosi <hi rend="italic">anima</hi>, ossia<lb/>
            <hi rend="italic">concetto della cosa singola</hi>. Se il coincidere di <hi
               rend="italic">identità</hi> e<hi rend="italic"> alterità</hi>, sicché negli
            universi<lb/>ideali il massimo di<hi rend="italic"> perseità </hi>dei membri coincide
            con il massimo di unità fra di<lb/>essi, comporta il coesistere di infiniti sviluppi
            come realtà eternamente com-<lb/>presenti, il coincidere di <hi rend="italic"
            >pensiero</hi> ed <hi rend="italic">essere </hi>proprio dell’idea come<hi rend="italic">
               absolutes Erken-<lb/>nen </hi>comporta l’<hi rend="italic">identità di sostanza e
               forma</hi>. Il formare non è più un <hi rend="italic">plasmare</hi><lb/> dall’esterno
            mediante un’operazione in cui, come nel<hi rend="italic"> System </hi>del 1800, si
            ripro-<lb/>duce continuamente l’opposizione di infinito e finito, di pensiero e di
            essere,<lb/>ma la forma è lo stesso essere in quanto identico al pensiero, sicché <hi
               rend="italic">la forma è<lb/>identica con la sostanza</hi>. Di questa condizione
            propria dell’idea è un riflesso la<lb/>
            <hi rend="italic">generazione degli organismi viventi</hi>, con la sua variabilità che è
            insieme identità e in<lb/>cui ciò che nell’idea è infinità di<hi rend="italic"> reali
            </hi>compresenti nell’unità diviene <hi rend="italic">possibilità</hi><lb/> infinita di
            differenziazione nell’unità, ma anche di degenerazione e di patolo-<lb/>gia: </p>
         <p> Das organische Wesen dagegen, an welchem das Licht und die Form die<lb/>Substanz selbst
            wird, enthält in seinem Begriff die Möglichkeit unendlich vie-<lb/>ler Dinge außer dem
            einzelnen, es sey nun die Möglichkeit seiner selbst in<lb/>unendlichen Zeugungen durch
            die Fortpflanzung, oder die Möglichkeit ande-<lb/>rer Dinge, die von ihm verschieden
            sind und die es mit sich durch Bewegung<lb/>verbindet, oder endlich die Möglichkeit
            anderer Dinge, die von ihm verschie-<lb/>den zugleich, und doch in ihm sind, indem ihm
            selbst die Idee einverleibt ist,<lb/>welche in der Beziehung zwar auf eine Differenz das
            Anschauende ist <note xml:id="ftn30" place="foot" n="31">
               <hi rend="italic">SW </hi> IV 279. Per quanto precede vedi pp. 278-279, 284, 327-328.
            </note>. </p>
         <p> Le idee sono tali perchè <hi rend="italic">partecipano dell’idea</hi>: proprio il loro
            appartenere a<lb/>un organismo perfetto o universo intelligibile fa sì che esse siano<hi
               rend="italic"> individui</hi> solo<lb/>in quanto identiche in quell’unità che
            pertanto Schelling chiama<hi rend="italic"> Idee der Idee</hi> o<lb/><hi rend="italic"
               >Idee aller Ideen</hi>. Questa è anche definita, in quanto unità assoluta </p>
         <p> das Unveränderliche, keiner Dauer Unterworfene, die Substanz schlecht-<lb/>hin
            betrachtet, von der, was insgemein Substanz genannt wird als ein bloßer<lb/>Widerschein
            angesehen werden muß. </p>
         <p> Come <hi rend="italic">sostanza assoluta</hi> l’idea delle idee è <hi rend="italic"
               >Vorbild</hi> di cui ogni altra sostanza<lb/>presente nella <hi rend="italic"
               >gegenbildliche Welt</hi> contrassegnata dalla singolarità e separatezza<lb/>degli
            enti è <hi rend="italic">Abbild</hi>. Ma è proprio l’unità di forma e sostanza nell’idea
            suprema </p>
         <pb n="347" facs="IDEA/IDEA_347.jpg"/>
         <p> ciò che, scindendosi nella <hi rend="italic">gegenbildliche Welt</hi>, dà luogo
            all’operazione del volere<lb/> come<hi rend="italic"> Formen</hi> e <hi rend="italic"
               >Bilden</hi>, ossia come <hi rend="italic">operazione</hi> (<hi rend="italic"
               >Handlung</hi> ) in cui un determinante<lb/>(l’intelletto) determina un determinabile
            (la volontà). La situazione in cui le<lb/>idee apparivano alla considerazione del
            filosofo nel <hi rend="italic">System</hi> del 1800 compare<lb/>nel <hi rend="italic"
               >Bruno</hi> come caratteristica del mondo ectipo: lo <hi rend="italic">Handeln </hi>è
            la copia del <hi rend="italic">Thun</hi>,<lb/> dell’attività originaria che <hi
               rend="italic">non è distinta dalla sostanza</hi> e in cui l’<hi rend="italic"
               >intelletto è identico<lb/>alla volontà</hi>; solo nel mondo ectipo l’operare è un
            determinare la volontà fissan-<lb/>dola mediante l’intelletto in un <hi rend="italic"
               >Bilden</hi> di cui la sostanza è solo indirettamente<lb/>fondamento: </p>
         <p> Was sich aber als Gegenbild verhält, hat immer und nothwendig eine<lb/>bestimmbare
            Natur, das aber, welchem es entspricht, eine bestimmende. Da<lb/>nun in der Idee aller
            Ideen beide schlechthin eines sind, sie selbst aber das<lb/>Leben des Lebens, das Thun
            alles Thuns (denn nur weil sie das Thun selbst<lb/>ist, kann von ihr nicht gesagt
            werden, daß sie handle), so kann jenes zwar an<lb/>ihr als das Wollen, dieses aber als
            das Denken betrachtet werden.<lb/> So daß, indem an jedem Ding einiges bestimmbar,
            anderes bestimmend<lb/>ist, jenes der Ausdruck des göttlichen Wollens, dieses des
            göttlichen Verstan-<lb/>des ist. Wille jedoch und Verstand ist, das eine wie das andere,
            nur sofern es<lb/>sich an den geschaffenen Dingen offenbaret, nicht aber an sich selbst.
            Was<lb/>aber das Bestimmende mit dem Bestimmbaren vereinigt, ist die Nachahmung<lb/>der
            absoluten Substanz selbst oder der Idee <note xml:id="ftn31" place="foot" n="32">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 317-318. Per quanto precede si veda p. 267. Per il
               concetto di <hi rend="italic">idea di idea</hi> si veda<lb/>
               <hi rend="smallcaps">SPINOZA</hi>, <hi rend="italic">Ethica,</hi> Pars II, Prop.
               XLIII, Demonstratio. </note>. </p>
         <p> Nell’idea dell’idea è espressa l’<hi rend="italic">identità del differente e
            dell’uno</hi>, dell’<hi rend="italic">intuizione e<lb/>del pensiero </hi>(i due termini,
            si ricorderà, che costituivano la coppia di distinti<lb/>unita nella <hi rend="italic"
               >Einbildungskraft</hi> e rivelantesi nell’atto della determinazione del vole-<lb/>re
            per il <hi rend="italic">System</hi>), della<hi rend="italic"> specie e
            dell’individuo</hi>. Con quest’ultima determinazione<lb/>Schelling guarda alla
            concezione kantiana della <hi rend="italic">Normalidee</hi>, che, come si e visto,<lb/>è
            parte integrante della costituzione dell’idea estetica; ma altrimenti che in<lb/>Kant,
            in Schelling l’identità di specie e individuo, avviene al livello
            archetipo,<lb/>nell’ambito stesso dell’intelligibile, e non in quello ectipo, come
            conseguenza<lb/>di un processo di sovrapposizione e mediazione fra gli individui per
            ricavarne<lb/>il «tipo» senza pecche, sicché da tale convergenza deriva immediatamente
            l’ar-<lb/>chetipo <hi rend="italic">divino</hi> della bellezza, che è nello stesso atto
            suprema <hi rend="italic">verità</hi>: </p>
         <p> So wird die Idee aller Ideen der einzige Gegenstand aller Philosophie<lb/>seyn, diese
            aber ist keine andere als, welche die Ungetrenntheit des Verschie-<lb/>denen vom Einen,
            des Anschauens vom Denken ausgedrückt enthält. Die<lb/>Natur dieser Einheit ist die der
            Schönheit und der Wahrheit selbst. Denn<lb/>schön ist, worin das Allgemeine und das
            Besondere, die Gattung und das Indi- </p>
         <pb n="348" facs="IDEA/IDEA_348.jpg"/>
         <p> viduum, absolut eins sind, wie in den Gestalten der Götter. Dasselbe ist aber<lb/>auch
            allein wahr [.. .] <note xml:id="ftn32" place="foot" n="33"><hi rend="italic"> SW</hi>
               IV 243 </note>. </p>
         <p> L’idea delle idee, come<hi rend="italic"> verità</hi>, <hi rend="italic">bontà</hi>,
               <hi rend="italic">bellezza</hi> è ciò partecipando a cui il<lb/>conoscere è
            conoscere, la vita è vita, il <hi rend="italic">Grund</hi> della soggetto-oggettività
            che si<lb/>manifesta nell’io ( <hi rend="italic">Erkennen alles Erkennern</hi>), ma
            anche, come <hi rend="italic">Licht alles Lichtes</hi>, il<lb/><hi rend="italic"> Grund
            </hi>dell’unità dell’universo materiale rappresentata in questo dalla luce
            sen-<lb/>sibile: </p>
         <p> Nur sofern die Vorstellungen der Einheiten unvollständig, eingeschränkt,<lb/>verworren
            sind, stellen sie das Universum außer Gott, und zu ihm als zu sei-<lb/>nem Grunde sich
            verhaltend, sofern aber adäquat, in Gott vor. Gott ist also<lb/>die Idee aller Ideen,
            das Erkennen alles Erkennens, das Licht alles Lichtes.<lb/> Aus ihm kommt alles und zu
            ihm geht alles <note xml:id="ftn33" place="foot" n="34">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 320. Per quanto precede vedi pp. 327-328. </note></p>
         <p> Il principio <hi rend="italic">panteistico</hi>, per cui tutto, essendo fondato<hi
               rend="italic"> in</hi> Dio, senza uscire<lb/>da lui quanto al suo essere ne proviene
            e vi ritorna corrisponde al principio<lb/><hi rend="italic"> teleologico</hi>, per cui
            nell’idea convergono, ma perché ne traggono <hi rend="italic">origine</hi>, tutti
            i<lb/>raggi riflessi dalle singole cose; l’idea rimane così in sé pur
            moltiplicando<lb/>all’infinito i suoi effetti. Nella convergenza suprema di conoscere
            del conosce-<lb/>re e di luce della luce in Dio il <hi rend="italic">Bruno</hi>
            ripropone la visione dell’identità di <hi rend="italic">legge </hi>e<lb/>
            <hi rend="italic">natura</hi>, di <hi rend="italic">libertà </hi>e<hi rend="italic">
               necessità </hi>che era stata propria del <hi rend="italic">Vom Ich</hi>. In questo
            senso il<lb/><hi rend="italic"> riflesso dell’idea</hi> nel mondo dell’uomo è il<hi
               rend="italic"> destino</hi>, come<hi rend="italic"> Macht</hi> e insieme
            come<lb/>imporsi della <hi rend="italic">materia</hi>, che non è da intendersi come il
            puro <hi rend="italic">subjectum</hi> delle<lb/>modificazioni subite dalle cose
            materiali, ma come il comune alveo in cui ciò<lb/>che è divino e ciò che è naturale
            nelle cose è unito e rispetto a cui si separa;<lb/>destino e materia esprimono così, da
            inversi punti di vista, la comunanza del<lb/>divino e del naturale che apparentemente il
            mondo sensibile scinde: </p>
         <p> Die höchste Macht also oder der wahre Gott ist der, außer welchem<lb/>nicht die Natur
            ist, so die wahre Natur die, außer der nicht Gott ist. <lb/> Jene heilige Einheit nun,
            worin Gott ungetrennt mit der Natur ist, und<lb/>die im Leben zwar als Schicksal erprobt
            wird, in unmittelbarer, übersinnlichen<lb/>Anschauung zu erkennen, ist die Weihe zur
            höchsten Seligkeit, die allein in<lb/>der Betrachtung des allervollkommensten gefunden
               wird<lb/><note xml:id="ftn34" place="foot" n="35">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 307 </note>. <lb/> Die wahre Idee der Materie [...] ist
            die Einheit des göttlichen und natür-<lb/>liche Princips selbst, schlechthin einfach
            also, unwandelbar, ewig. [...] das<lb/>Eine [...], das über allen Gegensatz erhoben, und
            an welchem erst, was an<lb/>den Dingen natürlich, und was göttlich ist, sich
            unterscheidet und entgegenge-<lb/>setzt wird <note xml:id="ftn35" place="foot" n="36">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 346-348 </note>. </p>
         <pb n="349" facs="IDEA/IDEA_349.jpg"/>
         <p> Un altro testo del 1802, le <hi rend="italic">Fernere Darstellungen aus dem System der
               Philosophie</hi>,<lb/> sviluppa la concezione schellinghiana di <hi rend="italic"
               >Idee</hi> precisandone i rapporti con il tipo<lb/>di conoscenza cui essa appartiene
            e con l’assoluto. Le accezioni di <hi rend="italic">Idee </hi>compa-<lb/>iono in
            significativo parallelo con l’andamento dell’argomentazione che, nei<lb/>§§ I-II, si
            muove nel modo seguente: Schelling delinea anzitutto i caratteri<lb/>
            <hi rend="italic">formali </hi>della <hi rend="italic">conoscenza assoluta</hi> in
            opposizione tanto all’empirismo quanto allo<lb/>stesso idealismo fichtiano, mostra poi
            che questa conoscenza si <hi rend="italic">incontra </hi>in un<lb/>punto unico ove
            coincide con l’assoluto stesso e studia quindi le modalità di<lb/>questo incontro
            cogliendovi l’unità assoluta della conoscenza e del suo ogget-<lb/>to; su questo punto
            d’incontro di conoscenza e assoluto poggia tutta l’<hi rend="italic">evidenza</hi><lb/>
            della filosofia e a partire da esso è possibile sia esporre l’<hi rend="italic">idea
               dell’assoluto</hi> (§ III)<lb/>che procedere alla <hi rend="italic">costruzione
               filosofica</hi> delle cose, cioè alla loro<hi rend="italic"> Darstellung
               im<lb/>Absoluten</hi> a mezzo delle <hi rend="italic">Ideen- Universa </hi>(§ IV). </p>
         <p> La definizione dei caratteri formali della conoscenza assoluta è attuata<lb/>alla luce
            di una<hi rend="italic"> Idee der Philosophie</hi>, alla cui definizione concorrono le
            idee<lb/>della matematica e della geometria. <hi rend="italic">Idee </hi>compare qui
            anzitutto nel senso di<lb/><hi rend="italic"> Vorstellung</hi>, <hi rend="italic"
               >Auffassung</hi>, <hi rend="italic">Begriff</hi>, e risulta caratteristicamente unita
            all’aggettivo<lb/> wahr. Perché l’idea della matematica in generale, e della geometria e
            dell’arit-<lb/>metica in particolare sia vera, occorre che discenda dalla <hi
               rend="italic">vera filosofia</hi>. Ma pur<lb/>nell’insufficienza attuale di
            quest’ultima, rimane nella matematica un indizio<lb/>preciso che permette di scorgere i
            caratteri di una <hi rend="italic">wahre Idee der Philosophie</hi>. Ciò<lb/>che accosta
            la matematica alla vera conoscenza è il trovarsi essa in una<lb/>costante unità di
            pensiero ed essere, cioè il suo carattere di <hi rend="italic">intuizione</hi>. Ma
            se<lb/>ogni <hi rend="italic">costruzione</hi> matematica avviene in tale unità, diversa
            è la condizione della<lb/>geometria da quella dell’aritmetica per quanto riguarda la<hi
               rend="italic"> direzione</hi> del rappor-<lb/>to pensiero-essere (ovvero
            finito-infinito) perché mentre la prima esprime<lb/>l’unità all’interno dell’essere e
            del finito, la seconda la esprime all’interno del<lb/>pensiero e dell’infinito. Ora è
            proprio questa parzialità che indica quale deb-<lb/>ba essere il carattere della <hi
               rend="italic">conoscenza assoluta</hi>, come prototipo del sapere e<lb/>comune pianta
            di cui geometria e aritmetica sono frutti particolari. Se l’uni-<lb/>lateralità del
            rapporto nelle matematiche rende l’intuizione (che è questo rap-<lb/>porto) sempre <hi
               rend="italic">specifica </hi>(<hi rend="italic">eigentümlich</hi>), il superamento di
            questa unilateralità in<lb/>un’unità non contraddistinta dal prevalere dell’un lato
            sull’altro permetterà di<lb/>concepire la <hi rend="italic">forma</hi> della conoscenza
            assoluta. Ma i <hi rend="italic">modi </hi>di questa conoscenza,<lb/>cioè le <hi
               rend="italic">individuali intuizioni</hi>, corrispondenti alle intuizioni-archetipi
            della mate-<lb/>matica (per esempio l’<hi rend="italic">idea</hi> di triangolo come <hi
               rend="italic">Urbild</hi> per la costruzione di qual-<lb/>siasi triangolo) sono le<hi
               rend="italic"> idee</hi>, come<hi rend="italic"> forme</hi> della conoscenza
            assoluta, e questa<lb/>sarà definibile come <hi rend="italic">Idee aller Ideen</hi>, <hi
               rend="italic">Form aller Formen</hi>. L<hi rend="italic">a vera idea</hi>
            (concezione,<lb/>
            <hi rend="italic">Begriff</hi>) della conoscenza è possibile dunque soltanto se la
            conoscenza è fon-<lb/>data nelle<hi rend="italic"> idee</hi>, intese come<hi
               rend="italic"> Urbilder</hi> accessibili solo in una intuizione intellet-<lb/>tuale
            (o assoluta), e solo definendola alla luce della conoscenza assoluta, </p>
         <pb n="350" facs="IDEA/IDEA_350.jpg"/>
         <p> come <hi rend="italic">idea delle idee</hi>, è possibile die Philosophie allgemein zur
            Idee dieser<lb/>Erkenntnißart überhaupt zu erheben». </p>
         <p> La definizione formale (idea) della filosofia come conoscenza assoluta<lb/>conduce
            quindi all’idea come forma assoluta e forma di concetti distinti da<lb/>quelli propri
            della conoscenza usuale e finita. L’idea è però anzitutto, dal pun-<lb/>to di vista
            formale, da distinguersi dall’essenza (<hi rend="italic">Wesen</hi>) dell’assoluto, cui
            peral-<lb/>tro si riferisce. Ma la stessa definizione formale dell’assoluto conduce ad
            affer-<lb/>mare che, essendovi l’universale e il particolare identici, </p>
         <p> So ist [...] <hi rend="italic">auch die Form mit dem Wesen eins,</hi> beides nämlich
            absolut und<lb/>schon in dieser <hi rend="italic">absoluten Einheit oder gleichen
               Absolutheit des Wesens und der Form liegt</hi> [...] <lb/> die Enthüllung der
            Möglichkeit, wie das Absolute selbst und das Wissen<lb/>des Absoluten eins seyn können,
            der Möglichkeit also einer unmittelbaren<lb/>Erkenntniß des Absoluten. [...]<lb/> Nun
            ist aber in der absoluten Erkenntniß eben eine solche absolute Ein-<lb/>heit des Denkens
            und des Seyns [...]; der einzige Gegensatz, der zurückblei-<lb/>ben könnte, wäre, daß
            das Erkennen <hi rend="italic">formell</hi> bestimmt und als solches dem<lb/>
            <hi rend="italic">Absoluten selbst</hi> entgegengesetzt würde, allein die Form ist
            zugleich das Absolute<lb/>selbst, Einheit des Wesens und Form gehört zu seiner Idee: <hi
               rend="italic">und die formell abso-<lb/>lute Erkenntniß ist sonach nothwendig
               zugleich eine Erkenntniß des Absoluten selbst</hi>
            <note xml:id="ftn36" place="foot" n="37">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 368. Per quanto precede si veda p. 367. </note>. </p>
         <p> Il punto di passaggio tra le due accezioni di<hi rend="italic"> Idee</hi> è dunque
            segnato dall’ar-<lb/>gomento ontologico, interpretato però in modo da far coincidere,
            nella cono-<lb/>scenza assoluta, la conoscenza con l’essere stesso dell’assoluto. L’idea
            dell’asso-<lb/>luto, se collocata nella giusta <hi rend="italic">Erkenntnisart</hi>, si
            rivela essere il centro di una<lb/>conoscenza che è immediata perché si identifica con
            la realtà stessa nella sua<lb/>più profonda radice, che è di essere indifferentemente
            ogni realtà e quella <hi rend="italic">par-<lb/>ticolare</hi> forma della realtà che è
            il conoscere <note xml:id="ftn37" place="foot" n="38">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 364-365 </note>. </p>
         <p> La forma particolare assunta dall’argomento ontologico in Schelling —<lb/>una forma
            soggetto-oggettiva, contrapposta a quella oggettiva che Schelling<lb/>stesso ravvisa
            nella precedente tradizione — si riflette sul modo in cui il rap-<lb/>porto <hi
               rend="italic">Wesen-Form</hi> nell’idea si configura. E solo perché tutto quanto è
            contenu-<lb/>to nel <hi rend="italic">Wesen</hi> dell’assoluto si riversa nella forma ad
            esso coeterna, il<hi rend="italic"> sapere</hi> asso-<lb/>luto, che l’assoluto stesso
            può essere condotto a <hi rend="italic">forma afferrabile</hi> e la vita,
            inaf-<lb/>ferrabile nella sua fondamentale indistinzione, riceve una<hi rend="italic">
               Gestalt</hi> definita e<lb/>riconoscibile. Per chi prende come termine di confronto
            le cose finite il <hi rend="italic">Wesen</hi><lb/> dell’assoluto appare come una notte
            in cui tutte le differenze sono state cancel-<lb/>late, come il puro ambito
            dell’indistinto. Ma questa visione non è altro che la<lb/>conseguenza di un restar fermi
            all’illusione propria di una conoscenza finita<lb/>assolutizzata e spacciata per unica
            possibile: solo in una tale conoscenza è </p>
         <pb n="351" facs="IDEA/IDEA_351.jpg"/>
         <p> infatti possibile pretendere che il sapere esprima l’essenza delle cose in
            quanto<lb/>essa ne è distinta, anzi, gli è contrapposta. Collocare la differenza
            nell’essenza<lb/>comporta l’impossibilità di risolvere il problema del sapere; la
            filosofia della<lb/>riflessione, che parte appunto dal presupposto dell’inerenza
            all’essenza delle<lb/>differenze, non può poi spiegare attraverso quale meccanismo
            queste ultime<lb/>trapassino nel pensiero distinto dalla «cosa»; il pregiudizio in
            favore del darsi<lb/>di essenze finite e «differenti» comporta allora il rifiuto
            dell’assoluto come<lb/>notte dell’indistinguibile: </p>
         <p> Denn die meisten sehen in dem Wesen des Absoluten nichts als eitel<lb/>Nacht, und
            vermögen nichts darin zu erkennen; es schwindet vor ihnen in<lb/>eine bloße Verneinung
            der Verschiedenheit zusammen, und ist für sie ein rein<lb/>privatives Wesen, daher sie
            es glücklich zum Ende ihrer Philosophie ma-<lb/>chen <note xml:id="ftn38" place="foot"
               n="39">
               <hi rend="italic">SW </hi>IV 403. Per quanto precede vedi pp. 340-345.</note>. </p>
         <p> Nella conoscenza assoluta è invece l’identità del <hi rend="italic">Wesen</hi> con il
            sapere-for-<lb/>ma ciò che permette di volgere quella notte in «chiaro giorno». La forma
               è<lb/><hi rend="italic"> accesso</hi> all’assoluto in quanto identica al suo<hi
               rend="italic"> Wesen</hi>; su questa <hi rend="italic">particolarità</hi>
            della<lb/>forma rispetto alla totalità dell’assoluto e <hi rend="italic">insieme</hi>
               sull’<hi rend="italic">identità e non-discemibilità di<lb/>forma e assoluto</hi>
            riposa tutta l’argomentazione di Schelling. Inerisce all’essenza<lb/>dell’assoluto
            rivelarsi nel sapere; l’<hi rend="italic">evidenza</hi> è il movimento, l’«onda» stessa
            della<lb/>
            <hi rend="italic">vita</hi> in quanto le inerisce essenzialmente il «prender forma» in
            una <hi rend="italic">Gestalt </hi>che è<lb/>essa stessa vivente. Questa vita rivelata,
            evidente, ordinata, ma non per questo<lb/>irrigidita e «fissata» è <hi rend="italic"
               >Idee</hi>, cui perciò tocca l’aggettivo <hi rend="italic">lebendig</hi>. Definire
               <hi rend="italic">vivente</hi><lb/> l’<hi rend="italic">idea</hi> comporta dunque
            assumere la «particolarità» del sapere rispetto alla tota-<lb/>lità espressa dallo<hi
               rend="italic"> ist</hi> della copula, ma insieme negare che al di fuori del
            sapere<lb/>ci sia un «altro assoluto», e quindi asserire l’indiscernibilità di quel
            «particola-<lb/>re» dal tutto vivente e fare delle forme che stanno sotto la sua forma,
            le idee,<lb/>dei viventi-evidenti. Le idee assumono così una duplice funzione, rispetto
            ai<lb/>concetti dell’intelletto e alla conoscenza empirica chiusa nei propri limiti,
            e<lb/>rispetto all’essenza dell’assoluto. L’onda della vita confonde continuamente
            i<lb/>tentativi dell'intelletto di fissare il continuo divenire del reale, sicché ne
            nasce<lb/>un caos in cui la conoscenza si perderebbe se non vi fosse la possibilità
            di<lb/>«costruire nell’assoluto» i concetti, ciò che appunto avviene attraverso le
            idee.<lb/>Ma se le idee restituiscono ordine al caos dell’esperienza quasi attraverso
            una<lb/>sorta di anamorfosi razionale, esse sono anche le <hi rend="italic"
            >Gestalten</hi> in cui la vita divina,<lb/>il <hi rend="italic">Wesen</hi> dell’assoluto
            in sé chiuso e oscuro,<hi rend="italic"> si rivela</hi>, l’«occhio» del mondo,
            ove<lb/>questo appare come <hi rend="italic">ordine vivente</hi>. Le idee sono allora
               <hi rend="italic">mediatrici</hi> tra il divino farsi<lb/>vivente e l’ordine cui le
            cose particolari sono sottoposte nel cosmo; il sapere<lb/>assoluto, in quanto identico
            con il <hi rend="italic">Wesen</hi>, ha questa funzione mediatrice tra </p>
         <pb n="352" facs="IDEA/IDEA_352.jpg"/>
         <p> l’oscura fonte dell’unità e le forme particolari precariamente fissate al
            proprio<lb/>destino individuale, ma sempre minacciate dal riassorbimento nel caos.
            In<lb/>questa funzione mediatrice della conoscenza assoluta Schelling vede
            trasfigu-<lb/>rarsi la <hi rend="italic">soggettività</hi> , la funzione centrale e
            istanza ultima dell’idealismo fichtiano<lb/>identificata con il sapere. Il sapere, in
            quanto identico all’essenza dell’assoluto,<lb/>non è la conoscenza unilaterale di un
            soggetto, ma <hi rend="italic">luce</hi>, apparire del tutto in un<lb/>particolare che
            resta però indiviso dalla totalità della vita. Alla soggettività tra-<lb/>scendentale,
            propria di un idealismo «prigioniero nel mondo dei fenomeni», <lb/>l'<hi rend="italic"
               >idealismo assoluto </hi>sostituisce «l’occhio del mondo che tutto vede e tutto
            rive-<lb/>la»: </p>
         <p> in diesem wallenden und lebendigen Ganzen eins in das andere, wie Far-<lb/>be in Farbe,
            spielt, die Zeit in die Natur, der Raum in die Geschichte, und<lb/>alles, was der
            Verstand fixirt, ohne Bestand ist, und nichts in seiner Besonder-<lb/>heit zugleich und
            Absolutheit klar erkannt ist, ehe kraft einer bis zur Totalität<lb/>durchgeführten
            Construktion, das Alles in Allem wirklich begriffen, und jenes<lb/>fast göttliche Chaos
            in seiner Einheit zugleich und seiner Verwirrung darge-<lb/>stellt ist. [. . .] <lb/> Es
            gibt nicht ein absolutes Wissen und außer diesem noch ein Absolutes,<lb/>sondern beide
            sind eins, und hierhin besteht das Wesen der Philosophie [...];<lb/> die erste
            Erkenntniß der Philosophie beruht auf der Gleichsetzung beider und<lb/>der Einsicht, daß
            es kein anderes Absolutes gibt als in dieser Form (in der<lb/>absoluten Evidenz selbst)
            und keinen anderen Zugang zum Absoluten als diese<lb/>Form, und daß, was aus dieser Form
            folgt, auch aus dem Absoluten selbst<lb/>folgt, und was in jener ist, auch in diesem
            ist. [.. .] <lb/> Das Wesen des Absoluten an und für sich offenbart uns nichts, es
            erfüllt<lb/>uns mit Vorstellungen einer unendlichen Verschlossenheit, einer
            unerforschli-<lb/>chen Stille und Verborgenheit, wie die ältesten Formen der Philosophie
            den<lb/>Zustand des Universums schildern, ehe der, welcher das Leben ist, durch
            den<lb/>Akt seiner selbstanschauenden Erkenntniß hervorging <hi rend="italic">in eigener
               Gestalt.</hi> Diese<lb/>ewige, dem Absoluten selbst gleiche Form ist der Tag, in
            welchem wir das<lb/>Absolute klar erkennen, der ewige Mittler, das allsehende und alles
            offenba-<lb/>rende Auge der Welt, der Quell aller Weisheit und Erkenntniß. <lb/> Denn in
            dieser Form und durch sie werden die <hi rend="italic">Ideen</hi> erkannt, die
            einzige<lb/>Möglichkeit, in der absoluten Einheit die absolute Fülle, das Besondere
            im<lb/>Absoluten, aber eben damit auch das Absolute im Besonderen zu begreifen
            —<lb/>selige Wesen, welche einige die ersten Geschöpfe nennen <note xml:id="ftn39"
               place="foot" n="40">
               <hi rend="italic">SW </hi> IV 402, 404-405; cfr. 419: «Wir wollen dieß vorläufig
               keineswegs von dem Wesen<lb/>des Absoluten selbst verstanden wissen, über welches wir
               hier nichts behaupten, wir reden ein-<lb/>zig von der Idee derselben». </note>. </p>
         <p> Il riconoscimento della <hi rend="italic">pienezza </hi>assoluta nell’assoluta unità
            richiede il pos-<lb/>sesso di <hi rend="italic">idee</hi>; l’idea dell’unità si
            differenzia infatti dalla rappresentazione<lb/>dell’unità propria dell’intelletto,
            perché in essa l’unità è anche insieme<hi rend="italic"> totalità</hi>
         </p>
         <pb n="353" facs="IDEA/IDEA_353.jpg"/>
         <p> senza passare per la <hi rend="italic">pluralità</hi>. Nelle idee infatti <hi
               rend="italic">Wesen</hi> e <hi rend="italic">Form </hi>sono identici e<lb/>quindi il
            particolare, rappresentato dalla forma, <hi rend="italic">in sé</hi> e <hi rend="italic"
               >realmente</hi> è <hi rend="italic">eguale</hi> per<lb/>essenza a ogni altro
            particolare e può essere distinto dall’eguaglianza in cui si<lb/>trova immerso soltanto
            idealmente, per la pura forma. Ma ciò può accadere<lb/><hi rend="italic"> realmente</hi>
            solo quando la forma sia posta fuori della sua identità con l’essenza,<lb/>cioè nella
            conoscenza unilaterale, opposta all’essere, come accade solo nel<lb/>sapere finito <note
               xml:id="ftn40" place="foot" n="41">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 392-393.</note>. L’<hi rend="italic">eguaglianza</hi>
            nell’essenza non è però in questo caso eguaglian-<lb/>za tra <hi rend="italic"
               >numerabili.</hi> L’operazione del numerare presuppone infatti secondo
            Schel-<lb/>ling a) ciò che numera, ossia l’unità concettuale (<hi rend="italic"
               >Begriffseinheit</hi>), b) ciò che è<lb/>numerato, ossia il particolare, c) il numero
            stesso. Ora la pluralità (<hi rend="italic"> Vielheit </hi>)<lb/>sorge quando l’unità
            (che appartiene al <hi rend="italic">Wesen</hi>) e il particolare che le può
            essere<lb/>riferito (collegato alla forma) sono contrapposti l’uno all’altro; allora
            nasce<lb/>un’inadeguatezza della forma, che diviene forma particolare, all’essenza:
            la<lb/>cosa singola non esprime la totalità dell’essenza e si produce una scissione
            tra<lb/>l’unità, che dev’essere sempre riproposta daccapo, e la totalità, che resta
            irrag-<lb/>giungibile perché passa attraverso la serie, potenzialmente infinita, dei
            singoli<lb/>numerabili. Ma nell’identità ciò non accade, perché l’unità (l’universale) e
            il<lb/>particolare sono identici, sicché l’unità concettuale che numera, ciò che
            è<lb/>numerato e il numero coincidono senza differenziarsi; l’eguaglianza è così
            nel-<lb/>la conoscenza assoluta tra particolari non numerabili, e non passa per la
            plura-<lb/>lità. In ogni idea la forma appartiene in modo <hi rend="italic">eguale</hi>
            e <hi rend="italic">indiviso</hi> allo stesso <hi rend="italic">Wesen</hi>, <lb/> sicché
               l'<hi rend="italic">inseparabilità di unità e totalità</hi> che è predicato
            dell’idea, comporta non<lb/>soltanto il ricadere dell’estensione dei concetti sulla loro
            intensione, ma anche<lb/>il ricadere in un’unità-totalità (<hi rend="italic">Fülle</hi>)
            delle intensioni (come forme particola-<lb/>ri) <note xml:id="ftn41" place="foot" n="42"
               >
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 393-395. </note>. </p>
         <p> Se le <hi rend="italic">singole unità</hi> nella conoscenza assoluta non hanno in sé
            essenzialità<lb/>( Wesenheit), realtà, ma in sé restano soltanto <hi rend="italic"
            >forme</hi> o <hi rend="italic">immagini</hi> (<hi rend="italic">Bilder</hi>) <hi
               rend="italic">ideali</hi>, si può<lb/>anche dire che ciascuna di esse, in quanto è
            nell’assoluto, è anche<hi rend="italic"> in sé</hi> l’<hi rend="italic"
               >intero</hi><lb/><hi rend="italic">mondo</hi>. In quanto <hi rend="italic">ricevono
               l’immagine dell’unità divina</hi> le <hi rend="italic">forme</hi> sono <hi
               rend="italic">reali</hi>, ma <hi rend="italic">cessano</hi><lb/> con ciò di <hi
               rend="italic">essere </hi>particolari e si fanno esse stesse <hi rend="italic"
               >universi</hi>, Idee<hi rend="italic"/>n: </p>
         <p> Das ganze Universum ist im Absoluten als Pflanze, als Thier, als Mensch,<lb/>aber weil
            in jedem das Ganze ist, so ist es nicht als Pflanze, nicht als Thier,<lb/>nicht als
            Mensch oder als die besondere Einheit, sondern als absolute Einheit<lb/>darin; erst in
            der Erscheinung, wo es aufhört das <hi rend="italic">Ganze</hi> zu seyn, die
            Form<lb/>etwas für sich seyn will und aus der Indifferenz mit dem Wesen tritt,
            wird<lb/>jedes das Besondere und eine bestimmte Einheit.<lb/> Mit dem Besonderen also,
            auch der Art nach, ist nichts im Absoluten: es gibt<lb/>keine Pflanze an sich oder Thier
            an sich; was wir Pflanze nennen ist [nicht </p>
         <pb n="354" facs="IDEA/IDEA_354.jpg"/>
         <p> das Wesen, die Substanz, sondern] bloß Begriff, bloß ideelle Bestimmung, und<lb/>alle
            Formen erlangen Realität nur, insofern sie das göttliche Bild der Einheit<lb/>empfangen;
            dadurch aber werden sie selbst Universa und heißen Ideen und<lb/>hören jede auf eine
            besondere zu seyn [...]<lb/> Denn im Absoluten ist keine Form getrennt von ihrem Wesen,
            und alles<lb/>ist ineinander, als Ein Wesen, Eine Masse, und aus diesem Einen gehen
            alle<lb/>Ideen als göttliche Gewächse hervor, denn jede ist aus dem ganzen Wesen
            des<lb/>Absoluten gebildet. Daher kann das <hi rend="italic">Wesen</hi> [das An-sich]
            eines Dinges nicht<lb/>wieder dieses <hi rend="italic">Ding selbst</hi> seyn <note
               xml:id="ftn42" place="foot" n="43">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 394, 409. </note></p>
         <p> Come <hi rend="italic">göttliche Gewächse</hi> le idee della filosofia dell’identità di
            Schelling pre-<lb/>sentano più che una somiglianza puramente esteriore con la visione
            goethiana<lb/>dell’ <hi rend="italic">Urphänomen</hi> e la sua applicazione alla
            metamorfosi delle piante. Come le<lb/>diverse parti della pianta non sono altro, per
            Goethe, che modificazioni dello<lb/>stesso organo originario, e le diverse piante esiti
            della metamorfosi inesauribile<lb/>di un unico<hi rend="italic"> modello</hi>, così è
            anche per le idee rispetto al <hi rend="italic">Wesen</hi> assoluto dalla
            cui<lb/>«massa» esse germinano. <hi rend="italic">Wesen</hi> è in questo senso non già
               l’<hi rend="italic">essentia</hi> della tradi-<lb/>zione filosofica, ma la «natura»,
            il cui attributo essenziale è il <hi rend="italic">Wachsen</hi>. Nelle<lb/>idee, come
            universi, è presente — il riferimento potrebbe essere oltre a Goe-<lb/>the la teoria
            epigenetica di Caspar Friedrich Wolff e la visione herderiana del-<lb/>le forze
            plastiche della natura — l’intera massa dell’universo degli universi con<lb/>tutto il
            suo «<hi rend="italic">ineinander</hi>» vivente e attivo, così come l’intero universo
            vegetale è<lb/>presente per Goethe nella foglia o negli stami della singola pianta. Ma
            ciò che<lb/>è<hi rend="italic"> reale </hi>(<hi rend="italic">wirklich</hi>) per
            Schelling non è la singola forma, l’individuale metamorfosi<lb/>in quanto esclude tutte
            le altre (come avviene nel mondo <hi rend="italic">apparente</hi> dei fenome-<lb/>ni),
            bensì l’appartenenza inseparata di questa forma alla natura matrice di tutte<lb/>le
            forme. La forma particolare nell’assoluto non è <hi rend="italic">per sé</hi>, ma è <hi
               rend="italic">in</hi> sé identica con<lb/>l’unica e indivisa vita divina. Perciò le
            idee sono dette da Schelling le «prime<lb/>creature», <hi rend="italic">selige
            Wesen</hi> che vivono nell’immediata visione divina, anzi, esse stes-<lb/>se <hi
               rend="italic">Götter </hi><note xml:id="ftn43" place="foot" n="44">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 405. </note> . L’attributo della<hi rend="italic">
               beatitudine </hi>(<hi rend="italic">Seligkeit</hi>) conviene alle idee perché
            in<lb/>esse non si può rinvenire quella sottomissione del particolare alla legge
            uni-<lb/>versale che è caratteristica comune di tutte le «creature» finite. Nelle
            idee,<lb/>essendo la forma particolare non differente da quella assoluta, e
            identificandosi<lb/>così la legge con l’estensione della propria applicazione, si ha un
            bilanciamen-<lb/>to completo di quegli impulsi contrapposti alla particolarizzazione
            dell’univer-<lb/>sale e all’universalizzazione del particolare in cui «lebt und webt»
            ogni cosa.<lb/>Le idee, come norme che immediatamente esibiscono il proprio intero
            territo-<lb/>rio d’applicazione, esibiscono in sé il sigillo (<hi rend="italic"
               >Ausprägung</hi>) dell’intero <hi rend="italic">Wesen</hi><lb/> dell’assoluto e,
            comprendendo in sé nella loro particolarità l’universale, e nella </p>
         <pb n="355" facs="IDEA/IDEA_355.jpg"/>
         <p> loro universalità il particolare, sono a se stesse la propria legg<hi rend="italic"/>e.
            Lo stato di <hi rend="italic">Seligkeit</hi><lb/> di queste «creature divine» è come si
            vede riconducibile da un lato al non<lb/>avere la propria legge fuori o <hi
               rend="italic">sopra </hi>di sé, dall’altro lato dal costituire il fonda-<lb/>mento
            «statico» cui tutti i percorsi «dinamici» riconducibili a una «forma»<lb/>possono essere
            ridotti: con ciò non si intende però in Schelling il puro bilan-<lb/>ciamento per
            esclusione del caratteristico e individuale, come nella <hi rend="italic"
            >Normalidee</hi><lb/> kantiana di cui s’è detto sopra, ma l’equilibrio della pienezza,
            dove tutte le<lb/>possibili metamorfosi di una <hi rend="italic">Gestalt</hi> sono poste
            insieme <note xml:id="ftn44" place="foot" n="45">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 396.</note>. </p>
         <p> L’identità di universale e particolare nelle idee risolve e riassume dunque<lb/>in sé
            il problema della struttura e dell’origine del <hi rend="italic">processo dinamico</hi>
            del cosmo<lb/>che nella filosofia anteriore al 1801 era stato affrontato da Schelling
            mediante<lb/>
            <hi rend="italic">sintesi </hi>successive di opposti alla cui radice si rinveniva il
            meccanismo conflit-<lb/>tuale della <hi rend="italic">Einbildungskraft</hi>. Ora il
            «leben und weben» processuale è ricondotto<lb/>alla separazione tra universale e
            particolare che si ha dove le forme particolari<lb/>sono differenti da quella assoluta,
            allo stato dunque di <hi rend="italic">Unseligkeit</hi>, di insito<lb/>squilibrio e
            patologia proprio del mondo fenomenico. Corrispondentemente,<lb/>alla <hi rend="italic"
               >Einbildungskraft</hi>, principio e motore del «conflitto» e matrice delle idee
            nel-<lb/>la filosofia anteriore al 1801, Schelling sostituisce ora la <hi rend="italic"
               >Einbildung </hi>divina, ossia<lb/>la I<hi rend="italic">n-eins-bildung </hi>dalla
            quale l’universale e il particolare sono posti insieme, con<lb/>eguale assolutezza, in
            unità (<hi rend="italic">in eins gebildet</hi>) <note xml:id="ftn45" place="foot" n="46"
               >
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 394. </note>. </p>
         <p> Il rapporto di <hi rend="italic">Ein-bildung</hi> significa un <hi rend="italic"
               >apparire</hi> (<hi rend="italic">scheinen</hi>) reciproco dell’una<lb/>unità
            nell’altra; universale e particolare, infinito e finito, <hi rend="italic">Wesen </hi>e
               <hi rend="italic">Form </hi>perven-<lb/>gono a questo apparire attraverso un atto che
            è insieme un imprimersi (<hi rend="italic">ein-</hi><lb/>
            <hi rend="italic">schlagen</hi> ed un accogliere (<hi rend="italic">aufnehmen</hi>)
            reciproco. L’imprimersi dell’infinito nel<lb/>finito (<hi rend="italic">Einbildung des
               Wesens in die Form</hi>) dà luogo alla <hi rend="italic">natura</hi>, che costituisce
            la<lb/>prima unità, legata al comparire del <hi rend="italic">Wesen</hi> come <hi
               rend="italic">fondamento</hi> (<hi rend="italic">Grund</hi>) della realtà.<lb/>Ma il
            fondamento-natura contiene solo una<hi rend="italic"> Einbildung</hi> unilaterale. La
               <hi rend="italic">Darstel-<lb/>lung meines Systems</hi> aveva già mostrato in
            proposito come l’identità assoluta, in<lb/>quanto il suo <hi rend="italic">Wesen</hi> si
            riversa in un essere, la cui forma è definita dal rapporto<lb/>del fattore ideale con
            quello reale, non è in questo rapporto, ma vi compare<lb/>solo come fondamento della sua
            realtà. Ora, ciò che compare solo come fonda-<lb/>mento, senza essere a sua volta
            rappresentabile allo stesso livello di quanto è<lb/>fondato è, nell’ambito del <hi
               rend="italic">reale</hi> in cui qui ci si trova, la <hi rend="italic">forza</hi>. <hi
               rend="italic">Kraft </hi>si dà perché<lb/>un rapporto tra<hi rend="italic">
               espansione </hi>e <hi rend="italic">contrazione</hi>, tendenza verso l’esterno e
            tendenza verso<lb/>l’interno è posto come reale dall’immediato vigere in esso
            dell’identità: i due<lb/>momenti, le due tendenze sono inscindibili e non
            rappresentabili se non nella<lb/>loro uni-totalità e con il loro esser posti quale
            realtà è posta la materia, che </p>
         <pb n="356" facs="IDEA/IDEA_356.jpg"/>
         <p> proprio per questo non è però un’assoluta posizione <hi rend="italic">come
            materia</hi>, ma è <hi rend="italic">forza</hi><lb/><hi rend="italic"
            >gravitazionale</hi>, ossia posizione reale dell’identità, <hi rend="italic"
            >fondamento</hi>. Come realtà dinami-<lb/>ca, riducibile a forze che costituiscono il<hi
               rend="italic"> primum existens</hi>, la materia altro non è<lb/>che il manifestarsi
            del Grund: è l’identità che appare nei singoli fenomeni gra-<lb/>vitazionali come
            realtà, ma insieme <hi rend="italic">si sottrae </hi>quanto al suo <hi rend="italic"
               >essere attuale</hi> (<hi rend="italic">aktuales<lb/>Seyn</hi>); l’identità infatti,
            come s’è visto, non <hi rend="italic">è</hi> (come identità di <hi rend="italic"
            >Wesen</hi> e <hi rend="italic">Seyn</hi>) nei<lb/>fenomeni gravitazionali, ma è solo
            come fondamento immediato del <hi rend="italic">primum<lb/>existens</hi> nella posizione
            reale dei singoli rapporti di forza; tutto il «processo<lb/>dinamico» della natura si
            mostra allora come uno <hi rend="italic">Ergründen</hi> , cioè come il dipa-<lb/>narsi
            di fondati da fondamenti reali in una serie in cui costantemente e
            costi-<lb/>tutivamente il <hi rend="italic">Grund</hi> si sottrae: nello <hi
               rend="italic">Ergründen</hi> abbiamo infatti da un lato la<lb/>riferibilità di ogni
            rapporto reale a un altro rapporto rappresentabile nella real-<lb/>tà, dall’altro la non
            rappresentabilità della forza gravitazionale stessa in quanto<lb/>
            <hi rend="italic">Grund</hi>, perché questo implicherebbe poter rappresentare l’identità
            in quanto<lb/>attualmente è e non in quanto<hi rend="italic"> va all’essere e
            fonda</hi>. Il processo di fondazione è<lb/>manifestazione della gravitazione come
            «forza costruente» della natura, e in<lb/>esso appare «l’identità assoluta in quanto
            contiene il fondamento del suo pro-<lb/>prio essere» <note xml:id="ftn46" place="foot"
               n="47">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 417.</note>. </p>
         <p> L’unilateralità della <hi rend="italic">Einbildung</hi> nella natura comporta allora
            per Schelling<lb/>il darsi di una seconda, inversa, <hi rend="italic">Einbildung </hi>in
            cui la forma sia accolta nel <hi rend="italic">Wesen</hi>,<lb/> si depositi in esso. Si
            noterà che solo con il compimento della seconda <hi rend="italic">Einbil-<lb/>dung</hi>
            (ma in realtà i due processi -sono inscindibili, ed è solo la filosofia a
            sepa-<lb/>rarli ai fini della riflessione) l’identità potrà essere esibita ( <hi
               rend="italic">dargestellt</hi> ) ostensiva-<lb/>mente nel suo essere attuale,
            superando la condizione di inesibibilità propria<lb/>del <hi rend="italic">Grund</hi>.
            Quella che nella natura appariva come una inostensibile <hi rend="italic"
               >construirende<lb/> Kraft </hi>— Schelling prendeva qui di mira ad un tempo le
            versioni oggettivanti<lb/>della gravitazione newtoniana e le teorie, ad esse per vari
            versi apparentate<lb/>della <hi rend="italic">Lebenskraft</hi> come analogo vivente
            della gravitazione, caratteristiche del<lb/>vitalismo contemporaneo — appare come
            un’ostensibile immagine dell’identi-<lb/>tà essente nella <hi rend="italic"
            >Einbildung</hi> inversa del finito nell’infinito, della forma nel <hi rend="italic"
               >Wesen</hi>. <lb/> I <hi rend="italic">Bilder</hi> attraverso cui questa ostensione
            risulta effettuabile sono le <hi rend="italic">idee</hi>; l’identi-<lb/>tà essente che
            ricompone e chiarifica l’oscurità inostensibile del <hi rend="italic">Grund</hi> è <hi
               rend="italic">Dio</hi>, di<lb/>cui le idee sono <hi rend="italic">Abbilder </hi>che
            permettono di «vedere» nella notte dell’assoluto;<lb/>il <hi rend="italic">procedimento
               dimostrativo</hi> attraverso cui la filosofia perviene ad esibire le idee è<lb/>la
               <hi rend="italic">costruzione</hi>, che costituisce così, come si può notare, il
            parallelo lungo la via<lb/>«ascendente», ideale, del ritorno all’identità, al <hi
               rend="italic">costruire</hi> fondante-infondabile<lb/>della natura. Al «divino
            diffuso» nella natura attraverso il sempre sfuggente<lb/>
            <hi rend="italic">Grund</hi> si contrappone così la «causa positiva» della realtà come
            attività assoluta</p>
         <pb n="357" facs="IDEA/IDEA_357.jpg"/>
         <p> e il cosmo ideale delle <hi rend="italic">Gestalten</hi> corrispondenti alle
            insondabili costruzioni della<lb/>natura : </p>
         <p> Das Wesen scheinet in die Form, hinwiederum aber scheinet auch die<lb/>Form in das
            Wesen zurück, und dieses ist die andere Einheit. <lb/> Diese wird dadurch gesetzt, daß
            das Endliche in das Unendliche aufge-<lb/>nommen wird. Hiermit schlägt die Form, als das
            Besondere, in das Wesen ein,<lb/>und wird selbst absolut. Die Form, die in das Wesen
            eingebildet wird, stellt<lb/>sich im Gegensatz gegen das Wesen, das in die Form, und
            welches nur als<lb/>Grund erscheint, als absolute Tätigkeit und positive Ursache von
            Realität dar.<lb/>— Die Ein-Bildung der absoluten Form [<hi rend="italic">correzione a
               margine</hi>: die absolute Ein-<lb/>bildung der Form] in das Wesen ist, was wir als
               <hi rend="italic">Gott</hi> denken, und von dieser<lb/>Ein-Bildung sind die Abbilder
            in der <hi rend="italic">ideellen</hi> Welt, welche daher in ihrem An-<lb/>sich die
            andere Einheit ist. [...] Im Absoluten [...] stehen die beiden Einhei-<lb/>ten, die,
            welche durch die Ein-Bildung des Wesens in die Form, und jene,<lb/>welche durch die der
            Form in das Wesen gesetzt, jene als Absolutheit der<lb/>Form, diese als Absolutheit des
            Wesens, Natur und Gott, in gleicher ewigen<lb/>Durchdringung <note xml:id="ftn47"
               place="foot" n="48">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 417.</note>. </p>
         <p> La costruzione filosofica comporta che il particolare, l’unità determinata,<lb/>sia
            esibita come assoluta, cioè come unità assoluta di ideale e di reale, infinito<lb/>e
            finito, ciò che costituisce il <hi rend="italic">Wesen</hi> dell’assoluto. Questa
            riconduzione della<lb/>forma particolare alla forma assoluta, identica con il <hi
               rend="italic">Wesen</hi>, comporta l’abban-<lb/>dono della realtà effettuale ( <hi
               rend="italic">Wirklichkeit</hi> ) in cui tutti i fenomeni o unità deter-<lb/>minate
            differiscono tra di loro per esclusione di tutto il restante universo,
            e<lb/>l’esibizione delle unità assolute come <hi rend="italic">nulla più che il
               possibile</hi>. Nelle<hi rend="italic"> idee</hi>, in quan-<lb/>to contengono solo il
               <hi rend="italic">possibile</hi> e non l’<hi rend="italic">effettuale</hi>, il
            determinato appare come <hi rend="italic">forma<lb/>dell’universo</hi>, inseparato
               dall’unico<hi rend="italic"> Wesen </hi>e in questo connesso con tutte le
            altre<lb/>possibili unità determinate. Come <hi rend="italic">Lehre der Ideen</hi> l’<hi
               rend="italic">idealismo</hi> è dunque annulla-<lb/>mento (<hi rend="italic"
            >Aufhebung</hi>) della realtà effettuale, ma questo solo perché si propone<lb/>come
            conoscenza assoluta, cioè costruttiva e dimostrativa, in cui le unità con-<lb/>cettuali
            non sono unite tra di loro dal «legame esteriore del concetto», ma dal<lb/>vincolo
            sostanziale della loro <hi rend="italic">Wesenheit</hi>. Le singole unità, come forme
            dell’uni-<lb/>verso, appaiono cosi<hi rend="italic"> similitudini</hi> ed <hi
               rend="italic">emblemi </hi>(<hi rend="italic">Gleichnisse und Sinnbilder</hi> ) l’una
            dell’al-<lb/>tra sicché totalità fenomenicamente differenti in modo radicale come la
            natura<lb/>e la storia non sono <hi rend="italic">idealmente</hi> distinte, né sono
            connesse soltanto per immagine<lb/>e analogia esteriore (<hi rend="italic"
            >bildlich</hi>), ma sono in realtà e veramente identiche come<lb/>forme d’universo
            esprimenti l’essenza dello stesso universo ideale <note xml:id="ftn48" place="foot"
               n="49">
               <hi rend="italic">SW</hi> IV 407-411. </note>. </p>
         <p> Le <hi rend="italic">Fernere Darstellungen</hi> contenevano già l’asserzione che le
            idee, come uni-<lb/>tà dell’ideale e del reale, dell’infìnito e del finito, non sono da
            intendersi come </p>
         <pb n="358" facs="IDEA/IDEA_358.jpg"/>
         <p> sintesi, «composti di tali opposti» <note xml:id="ftn49" place="foot" n="50">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 131. Per quanto precede vedi pp. 128-131.</note> . A
            precisare i rapporti tra<hi rend="italic"> Idee</hi> nell’accezio-<lb/>ne della
            filosofia dell’identità e la conoscenza sintetica kantiana è dedicato un<lb/>breve, ma
            importante scritto del 1803,<hi rend="italic"> Ueber die Construktion in der
            Philosophie</hi>.</p>
         <p> Schelling polemizza qui contro la tesi kantiana secondo cui una costruzio-<lb/>ne è
            possibile soltanto nelle matematiche, ma non in filosofia. A Kant è rico-<lb/>nosciuta
               un’<hi rend="italic">idea</hi> giusta, ma incompleta della costruzione, una <hi
               rend="italic">rappresentazione dei<lb/>mezzi e dei fini</hi> di quest’ultima, che,
            comportando una concezione <hi rend="italic">unilaterale</hi> e<lb/>limitata dell’unità
            di universale e particolare, si arresta di fronte a una visione<lb/>della sintesi che
            non procede oltre il <hi rend="italic">concetto discorsivo</hi> e non ascende fino
               all’<hi rend="italic">idea</hi>,<lb/> al concetto razionale. Corretta è infatti per
            Schelling la descrizione kantiana<lb/>della costruzione come «Gleichsetzung des Begriffs
            und der Anschauung», e<lb/>anche la pretesa che l’intuizione in questione sia
            non-empirica tanto dal lato<lb/>della sua individualità e concretezza che dal lato della
            sua validità universale.<lb/>Ma quando Kant nega su questa base alla filosofia la
            possibilità di una costru-<lb/>zione attribuendole puri concetti discorsivi senza
            intuizione e la concede inve-<lb/>ce alla matematica entra in contraddizione con i suoi
            stessi presupposti, perché<lb/>finisce di intendere l’intuizione matematica come
            particolare in quanto oppo-<lb/>sta all’universale, e di farne così un’intuizione
            empirica contro le proprie stesse<lb/>intenzioni e contro la stessa evidenza, che non
            permette di ritenere che ogget-<lb/>to di una dimostrazione sia per esempio la figura
            geometrica sensibile tracciata<lb/>sulla carta. Ma se per intuizione non si intende
            unilateralmente il particolare,<lb/>bensì ogni vera identità di particolare e universale
            non ha alcun senso con-<lb/>trapporre, come fa Kant, una unità tale che in essa
            l’universale sia rappresen-<lb/>tato nel particolare, come avverrebbe nella matematica,
            a una in cui il partico-<lb/>lare sia rappresentato nell’universale, come avverrebbe
            nella filosofia. Da un<lb/>lato si può infatti osservare, secondo Schelling, che se la
            geometria può a buon<lb/>diritto essere definita come una rappresentazione
            dell’universale (il concetto<lb/>d’una figura) nel particolare, l’aritmetica può
            inversamente essere detta rappre-<lb/>sentazione di un particolare (il rapporto di
            singole grandezze) nell’universale,<lb/>sicché alla filosofia toccherebbe piuttosto
            occupare il punto d’indifferenza asso-<lb/>luta tra le due direzioni, ossia «la
            rappresentazione delle unità nell’indifferenza<lb/>assoluta». Ma la definizione kantiana
            della filosofia come <hi rend="italic">Darstellung des Besonde-<lb/>ren im
            Allgemeinen</hi> può essere mantenuta se la si prende in un senso più origina-<lb/>rio,
            che è per Schelling il solo conforme all’<hi rend="italic">idea di universale</hi> che
            le conviene, e<lb/>che pure Kant rifiuta per tener ferma la sua unilaterale accezione di
               <hi rend="italic">conoscenza<lb/>discorsiva</hi>; secondo questa concezione o idea </p>
         <p>Das Allgemeine ist [... ] das wesentlich und absolut Allgemeine, nicht<lb/>der Begriff,
            sondern die Idee, welche, wenn wir Allgemeines und Besonderes </p>
         <pb n="359" facs="IDEA/IDEA_359.jpg"/>
         <p> als Reflexionsgegensätze im Kantischen Sinn denken, diese selbst wieder eben-<lb/>so
            begreift, wie seinerseits das Besondere, in dem Sinn wie es in der Geome-<lb/>trie
            vorkommt, außer dem Besonderen als formellen Faktor auch wieder das<lb/>Allgemeine in
            sich faßt. In diesem Sinn ist aber das Allgemeine als Einheit<lb/>des Allgemeinen und
            Besonderen für sich schon Gegenstand von Anschau-<lb/>ung, versteht sich rein
            intellektueller, als Idee <note xml:id="ftn50" place="foot" n="51">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 131. Per quanto precede vedi pp. 128-131.</note>. </p>
         <p> In realtà, ritiene Schelling, ogni costruzione, anche quella occorrente nel-<lb/>la
            matematica, è «absolute und <hi rend="italic">reale</hi> Gleichsetzung des Allgemeinen
            und des<lb/>Besonderen», sicché ad esempio anche il triangolo costruito dalla
            geometria,<lb/>in quanto particolare, è il particolare rappresentato nell’universale, e
            quindi<lb/>
            <hi rend="italic">idea</hi>. La contrapposizione kantiana tra matematica e filosofia
            quanto alla<lb/>costruibilità delle loro rappresentazioni viene dunque a cadere
            completamente.<lb/>Ma ciò comporta che i concetti di cui la filosofia si occupa non
            siano quelli,<lb/>unilateralmente discorsivi e contrapposti alle intuizioni, che operano
            una <hi rend="italic">sintesi</hi><lb/> in senso kantiano, ma quelli che, posta la loro
            identità essenziale con l’intui-<lb/>zione, sono <hi rend="italic">costruiti nelle
            idee</hi>. E bensì vero per Schelling che non si costruisce<lb/><hi rend="italic">
            con</hi> i concetti sintetici kantiani, ma è d’altra parte vero che sono i
            concetti<lb/>stessi ad essere costruiti nelle idee: </p>
         <p> Non si costruisce, e anche questi concetti non sono costruiti altro che<lb/>nelle idee,
            per esempio il concetto di causa ed effetto nell’idea dell’unità asso-<lb/>luta di
            possibilità e realtà, quello medesimo della possibilità e realtà
            nell’idea<lb/>dell’unità assoluta del soggettivo e dell’oggettivo e così via <note
               xml:id="ftn51" place="foot" n="52">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 133. Per quanto precede vedi pp. 132-133. </note>. </p>
         <p> Ciò che è costruito è sempre e comunque, tanto per il matematico quanto<lb/>per il
            filosofo, l’<hi rend="italic">idea</hi>; muterà per i due solo l’ambito di
               assolutezza<hi rend="italic"> in cui </hi>avvie-<lb/>ne la costruzione, che per la
            geometria, ad esempio sarà lo spazio assoluto, e<lb/>per la filosofia l’assoluto stesso
            prima e al di là dello spazio e del tempo. Il<lb/>concetto di costruzione della<hi
               rend="italic"> Identitätsphilosophie</hi> si mostra a questo punto nella<lb/>piena
            luce delle sue implicazioni rispetto alle tesi della fase anteriore al 1801. <lb/> Si
            ricorderà che nel <hi rend="italic">System</hi> le idee erano viste come il cuore stesso
            del <hi rend="italic">conflitto</hi><lb/>(<hi rend="italic">Streit</hi>) tra universale
            e particolare di cui consta la<hi rend="italic"> Einbildungskraft</hi>. Ora
            invece<lb/>la costruzione è vista come la <hi rend="italic">soluzione</hi> del conflitto
            tra universale e particolare<lb/>mediante la <hi rend="italic">produktive </hi><hi
               rend="italic">Einbildung</hi>, dove a <hi rend="italic">Einbildung</hi> deve essere
            naturalmente<lb/>attribuito il nuovo significato di <hi rend="italic">absolute und reale
               Gleichsetzung</hi> ( <hi rend="italic">Ein-bildung</hi>), più<lb/>originaria del
            conflitto tra opposti in cui non appare l’identità che costituiva<lb/>l’oscillare (<hi
               rend="italic">Schweben</hi>) dell’immaginazione come <hi rend="italic">forza</hi>.
            Ciò accade perché tanto<lb/>per il matematico quanto per il filosofo non è necessario
               <hi rend="italic">andar fuori dell’assoluto</hi><lb/> per raggiungere il particolare,
            ma particolare e universale sono uniti all’inter- </p>
         <pb n="360" facs="IDEA/IDEA_360.jpg"/>
         <p> no della medesima assolutezza che li abbraccia identicamente. Le idee sono<lb/>dunque
            l’originaria <hi rend="italic">soluzione del conflitto</hi>, che appare tale solo come
            premessa e<lb/>punto di partenza della costruzione (perché tanto il filosofo quanto il
            matema-<lb/>tico prendono le mosse da una situazione empiricamente determinata nel
            seno<lb/>del mondo effettuale). Intesa fuori dall’unilateralità della conoscenza
            discorsi-<lb/>va, la <hi rend="italic">sinteticità</hi>, invece di restare impigliata
            nelle antinomie, si riconduce<lb/> all’<hi rend="italic">identità </hi>:<note
               xml:id="ftn52" place="foot" n="53">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 134-135, 138-139. </note></p>
         <p> Um die Eigenschaften der angegebenen Figuren zu beweisen, bedarf der<lb/>Geometer
            nichts weiter, als die allgemeine und absolute Form des reinen<lb/>Raums als solchen,
               <hi rend="italic">er geht nicht aus seinem Absoluten heraus</hi> um zum
            Besonderen<lb/>zu gelangen, und eben darauf, daß er zur Demonstration der besonderen
            Ein-<lb/>heit nichts anderes als die absolute bedarf, beruht die Evidenz. [...] <lb/>
            Das Construirte ist doch immer nur Anschauung des Individuum, und<lb/>insofern durch
            empirische Bedingungen bestimmt. Die Vernunft sieht aber in<lb/>dem empirischen
            Gegenbild doch nur die Idee oder die reine Synthesis des<lb/>Allgemeinen und Besonderen
            selbst; wo dieß nicht ist, handelt im Philoso-<lb/>phen nicht die Vernunft sondern das
            Individuum <note xml:id="ftn53" place="foot" n="54">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 139-140. </note>. </p>
         <list>
            <item> 5. Idee<hi rend="italic"> nei cicli di lezioni del 1802-1803</hi>. </item>
         </list>
         <p> L’essere riuscito a ricondurre ad unità la matematica e la filosofia mo-<lb/>strando
            l’analogia sostanziale del loro<hi rend="italic"> costruire nelle idee</hi> comportò per
            Schelling<lb/>la persuasione di aver compiuto un passo avanti di grandissima importanza
            ai<lb/>fini della visione di un <hi rend="italic">sapere unitario su basi
            filosofiche</hi>. La costruzione nell’idea<lb/>come percorso dall’universale al
            particolare (e viceversa) <hi rend="italic">nell’assoluto</hi> comporta-<lb/>va una
            riconsiderazione tanto dell’<hi rend="italic">immagine</hi> geometrica quanto del<hi
               rend="italic"> segno</hi> algebri-<lb/>co: ambedue potevano ora essere colti su un
            piano di parità (e non a livelli<lb/>differenti di concretezza intuitiva ovvero di
            convenzione strumentale) come<lb/>casi speciali di una più generale <hi rend="italic"
               >simbolica</hi> o <hi rend="italic">caratteristica</hi>. Riappare così, ma
            que-<lb/>sta volta con esplicito richiamo al programma leibniziano di una
            caratteristica<lb/>universale e al servizio di un disegno enciclopedico, la connessione
            tra <hi rend="italic">idea</hi> e<lb/>
            <hi rend="italic">simbolo</hi> che Schelling, variando la concezione kantiana
            dell’ipotiposi, aveva già<lb/>delineato nel<hi rend="italic"> System </hi>del 1800, ma è
            proprio la concezione ora raggiunta di un<lb/><hi rend="italic"> particolare
               nell’assoluto</hi>, distinto dall’Individuale-accidentale, che spinge a
            rivedere<lb/>tutta la questione del «corpo vivente» simbolico del concetto. Caduto il
            pro-<lb/>blema di una «mediazione» dell’universale con un particolare-sensibile,
            e<lb/>quindi il modello dello schematismo kantiano, insieme con la concezione
            uni-<lb/>lateralmente discorsiva della conoscenza sintetica, schema, simbolo, immagine </p>
         <pb n="361" facs="IDEA/IDEA_361.jpg"/>
         <p> e segno (quest’ultimo sottratto alla funzione di «caratterisma», strumentalmen-<lb/>te
            disponibile ai fini della comunicazione e del controllo delle procedure<lb/>dimostrative
            cui Kant l’aveva ristretto), si apre a Schelling una prospettiva del<lb/>tutto
            rinnovata: </p>
         <p> Andererseits ist zu erwarten, ob nicht außer der speciellen symbolischen<lb/>und
            charakteristischen Darstellung der Mathematik die universelle Symbolik<lb/>oder
            Charakteristik erfunden, und so die Idee, welche Leibniz schon hegte,<lb/>realisirt
            werde; daß einige Schritte schon geschehen sind, welche die Möglich-<lb/>keit einer
            solchen Erfindung beweisen, ließe sich leicht zeigen <note xml:id="ftn54" place="foot"
               n="55">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 130. </note>. </p>
         <p> Il rinvio contenuto in questo passo si riferisce con ogni probabilità anzi-<lb/>tutto
            al primo tentativo di delineazione dei tratti fondamentali di un program-<lb/>ma
            enciclopedico di studi sotto l’egida della filosofia (dell’<hi rend="italic"
            >idealismo</hi> come<lb/>
            <hi rend="italic">Ideenlehre</hi>) contenuto nelle <hi rend="italic">Vorlesungen über
               die Methode des akademischen Studiums</hi>,<lb/> tenute a Jena nell’estate del 1802
            (e cui lo scritto sulla costruzione già altrove<lb/>occasionalmente rinvia) e a quella
            che si può considerare la loro continuazio-<lb/>ne, la <hi rend="italic">Philosophie der
               Kunst</hi>, il ciclo di lezioni jenesi del semestre invernale 1802-<lb/>1803,
            l’inizio della cui introduzione è costituito dalla XIV e ultima lezione del<lb/>ciclo
            precedente, «<hi rend="italic">Ueber Wissenschaft der Kunst</hi>». </p>
         <p> Il punto di partenza delle<hi rend="italic"> Vorlesungen über die Methode des
               akademischen Stu-<lb/>diums</hi> è la definizione dell’<hi rend="italic">idea
               dell’assoluto</hi> come presupposto primo di tutte le<lb/>scienze, «daß die<hi
               rend="italic"> Idee </hi>in Ansehung seiner auch das <hi rend="italic">Seyn</hi>
            ist», sicché l’assoluto si<lb/>mostra ad un tempo come presupposto di tutto il sapere e
            sapere primo esso<lb/>stesso <note xml:id="ftn55" place="foot" n="56">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 216. </note> . Il significato di questa definizione è
            subito illustrato da Schelling, che<lb/>fa rilevare come da essa discendano tutte le
            norme di formazione e di appren-<lb/>dimento della scienza: che l’idea sia anche
            l’essere e che l’assoluto stesso sia il<lb/>sapere comporta l’impossibilità di concepire
            quest’ultimo, per quanto <hi rend="italic">ideale</hi> e<lb/><hi rend="italic"> libero
            </hi>esso sia, come soggetto ad arbitrio e volto a realizzare quindi fini
            estranei<lb/>ad esso stesso. La libertà del sapere costituisce da questo punto di vista
            il com-<lb/>plemento e il riscontro della necessità della natura; la natura, con la sua
            neces-<lb/>sità, non manifesta nulla più che il suo <hi rend="italic">essere fine a se
               stessa</hi> in quanto produttrice<lb/>di cose reali e finite, proprio come il sapere
            con la sua libertà manifesta il suo<lb/><hi rend="italic"> essere fine a se stesso
            </hi>in una produzione ideale e infinita. L’<hi rend="italic">idea di tutte le
            idee</hi>, Dio,<lb/>contiene in sé in completa identità <hi rend="italic">Weisheit
            </hi>e <hi rend="italic">Macht</hi>, il che comporta — con un<lb/>richiamo alla visione
            di una radicale coincidenza della legge della libertà con<lb/>quella di natura che
            costituiva, come s’è visto, il nucleo dello «spinozismo»<lb/>schellinghiano fino dal<hi
               rend="italic"> Vom Ich</hi> — che l’<hi rend="italic">idea non possa essere concepita
               come scopo</hi>,<lb/> fondamento di determinazione esterno (<hi rend="italic"
               >Absicht, wodurch das Handeln bestimmt</hi><lb/></p>
         <pb n="362" facs="IDEA/IDEA_362.jpg"/>
         <p>
            <hi rend="italic">wäre</hi>). Il coincidere di saggezza e potenza nell’idea di tutte le
            idee comporta che<lb/>il sapere originario (<hi rend="italic">Urwissen</hi>) sia ad un
            tempo <hi rend="italic">sapere</hi> e<hi rend="italic"> agire</hi>, sicché solo
            fuori<lb/>dell’idea, nella visione puramente finita, l’agire secondo uno scopo
            esterno<lb/>può essere contrapposto al sapere reale come la libertà alla necessità <note
               xml:id="ftn56" place="foot" n="57">
               <hi rend="italic">SW </hi> V 219-220. </note> . Un’al-<lb/>tra conseguenza
            dell’autofinaliltà del sapere come carattere impressogli dal suo<lb/>rivolgersi ad idee
            e della coincidenza di libertà e necessità che vi si manifesta è<lb/>il rifiuto di
            Schelling a considerare qualsiasi sapere specifico, «specialistico»<lb/>come puro <hi
               rend="italic">mezzo</hi> ai fini della totalità della scienza. Sacrificare il sapere
            speciali-<lb/>stico a un preteso «spirito della totalità» significa rinunciare all’<hi
               rend="italic">interesse</hi> per la<lb/>scienza. Solo chi fa del suo campo di ricerca
            il centro del suo interesse incon-<lb/>dizionato può aspirare ad esprimervi
            l’universale, le idee: </p>
         <p> Je mehr ein Gelehrter seinen besonderen Kreis als Zweck an sich selbst<lb/>begreift, ja
            ihn für sich wieder zum Mittelpunkt alles Wissens macht, den er<lb/>zur allbefassenden
            Totalität erweitern möchte [in dem er das ganze Universum<lb/>reflektiren möchte], desto
            mehr bestrebt er sich, Allgemeines und Ideen in<lb/>ihm auszudrücken <note
               xml:id="ftn57" place="foot" n="58">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 232. </note>. </p>
         <p> Questa visione della scienza come altamente specialistica, ma allo stesso<lb/>tempo non
            asservita ad altri scopi che quelli che si danno insieme con il pro-<lb/>prio oggetto è
            da un lato intesa polemicamente contro l’uso puramente stru-<lb/>mentale del sapere
            nella <hi rend="italic">bürgerliche Gesellschaft</hi>, «nella quale i mezzi hanno
            acqui-<lb/>sito uno strapotere tale da occultare lo stesso scopo per cui sono stati
            escogita-<lb/>ti». Ma ciò non significa per Schelling, come si è visto, una svalutazione
            del<lb/>«sapere di qualcosa» a vantaggio di una totalità «spirituale», che anzi è
            proprio<lb/>la via attraverso cui passa ogni altro strumentalismo. L’altro lato
            dell’argomen-<lb/>to in questione è infatti diretto a mettere in evidenza il carattere
            «monadologi-<lb/>co» di ogni sapere specialistico esprimente in sé l’universale perché
            pervenuto<lb/>alle idee. E la stessa legge della <hi rend="italic">Einbildung</hi> che
            procede dall’assolutezza divina,<lb/>dall’essere <hi rend="italic">oggetto a se
            stesso</hi> dell’assoluto, ciò che fa del produrre divino un pla-<lb/>smare l’intera
            universalità, l’intera essenza, in forme particolari, sicché queste </p>
         <p> als besondere, doch zugleich Universa und das sind, was die Philosophen<lb/>Monaden
            oder Ideen genannt haben <note xml:id="ftn58" place="foot" n="59">
               <hi rend="italic">SW </hi>V 317. Per quanto precede si veda p. 235. </note>. </p>
         <p> Come si noterà, il senso dell’identificazione delle<hi rend="italic"> idee</hi> con le
               <hi rend="italic">monad</hi>i risiede<lb/>anzitutto nel tipo di nesso che la
            concezione della <hi rend="italic">Einbildung</hi> istituisce tra i
            saperi<lb/>specialistici, ciascuno dei quali, nella specificità irriducibile del proprio
            interes-<lb/>se, esprime un rapporto interno, non strumentale, con l’universo ideale
            nella sua </p>
         <pb n="363" facs="IDEA/IDEA_363.jpg"/>
         <p> totalità, ed è <hi rend="italic">tutta la scienza</hi> in quanto è<hi rend="italic">
               una singola scienza</hi> perseguita spingendo a<lb/>coerenza estrema l’adeguatezza
            interna di strumenti e oggetto. È a questo punto<lb/>che la questione dell’autofinalità
            e dell’autonomia di significato delle scienze <hi rend="italic">in<lb/>quanto
            empiriche</hi> si ricongiunge a quella della loro capacità di riflettere in sé
            la<lb/>scienza nella sua globalità e riemerge in primo piano il <hi rend="italic"
               >rapporto tra idee e simboli</hi>. </p>
         <p> Poiché ogni cosa singola, in quanto è in Dio mediante un’idea, è un uni-<lb/>verso
            ovvero una monade, ma per l’eguaglianza di <hi rend="italic">Wesen </hi>tra le idee in
            ciascuna<lb/>di esse vi è un unico universo, ogni idea partecipa dell’unica vita divina
            che<lb/>costituisce la natura dell’universo ideale e la esprime inseparatamente in sé.
            Le<lb/>idee sono così <hi rend="italic">die ersten Organismen der göttlichen
               Selbstanschauung</hi>, individui tali solo<lb/>all’interno di un tutto, quindi
            viventi — vita è questa inseparatezza di parte e<lb/>tutto che si manifesta nella natura
            come organismo universale, negli organismi<lb/>individualmente viventi e nella ragione,
            come universo delle idee — e, perché<lb/>in essi è presente in modo imminuito l’intera
            natura divina, <hi rend="italic">produttivi</hi>. Produtti-<lb/>vità significa
            partecipazione alla <hi rend="italic">Ein-bildung</hi>, capacità di dar forma e figura
               (<hi rend="italic">bil-<lb/>den</hi> ) al particolare imprimendovi e rendendovi
            conoscibile la proprietà della<lb/>loro natura ( <hi rend="italic">Wesenheit </hi>), che
            è quella di possedere <hi rend="italic">vita propria</hi>. Le idee agiscono<lb/>così
            nell’ambito dell’essere finito come le <hi rend="italic">anime </hi>nei confronti dei
            loro <hi rend="italic">corpi</hi>, che<lb/>sono le cose finite stesse. Dove l’essere
            finito può ricevere in sé l’impronta<lb/>dell’intero infinito e renderla come tale
            conoscibile, come accade nella ragio-<lb/>ne, in cui è manifestata appunto l’eguaglianza
            di infinito e finito, è lo stesso<lb/> Wesen delle idee, la produttività e la vita
            divine ad apparire direttamente nel<lb/>fenomeno; ma dove invece l’essere finito non può
            come tale mostrare l’imma-<lb/>gine della sua natura profonda, il manifestarsi dell’idea
            è possibile solo indiret-<lb/>tamente, attraverso l<hi rend="italic">’essere</hi>. Il
            finito è nella ragione immediatamente abitato<lb/>dalla sua anima-idea, e la sua
            immagine fenomenica reca in modo riconoscibi-<lb/>le i tratti di questa; ma nelle cose
            singole non aventi in sé come tali i tratti<lb/>della ragione l’essere assume tratti
            propri, che solo attraverso il riferimento<lb/>operabile dalla ragione alle idee che ne
            sono alla radice possono essere rivelati.<lb/>Della natura materiale è quindi possibile
            avere una duplice conoscenza, o una<lb/>conoscenza razionale, per cui la natura appare
               come<hi rend="italic"> das Werkzeug der Ideen</hi>, la<lb/>parte reale dell’assoluto,
            oppure una conoscenza puramente empirica, dove la<lb/>natura è separata dall’ideale e
            considerata nella sua pura e semplice realtà.<lb/>Ora, come si è visto le idee producono
            trasmettendo vita propria al corpo che<lb/>ne riceve l’immagine. Questa concezione si
            riallaccia al dibattito fisiologico<lb/>dell’epoca e riecheggia la vita propria
            riconosciuta a <hi rend="italic">singole parti </hi>del corpo, distin-<lb/>ta dalle
            funzioni vitali che competono all’organismo nel suo insieme, di cui era<lb/>sostenitore,
            tra gli altri J. F. Blumenbach <note xml:id="ftn59" place="foot" n="60"> J. F. <hi
                  rend="smallcaps">BLUMENBACH</hi>, <hi rend="italic">Institutiones
               phjsiologicae,</hi> Göttingen 1787, §. 47, p. 34. </note>. La vita propria del
            «corpo» della </p>
         <pb n="364" facs="IDEA/IDEA_364.jpg"/>
         <p> cosa singola, inteso come organo dell’idea nella sua separazione da questa è il<lb/>suo
            essere <hi rend="italic">simbolo</hi>: </p>
         <p> Die Ideen symbolisiren sich in den Dingen, und da sie an sich Formen<lb/>des absoluten
            Erkennens sind, erscheinen sie in diesen als Formen des Seyns,<lb/>wie auch die
            plastische Kunst ihre Ideen tödtet, um ihnen die Objektivität zu<lb/>geben. Der
            Empirismus nimmt das Seyn ganz unabhängig von seiner Bedeu-<lb/>tung, da es die Natur
            des Symbols ist, ein eignes Leben in sich selbst zu haben.<lb/>In dieser Trennung kann
            es nur als rein Endliches mit gänzlicher Negation<lb/>des Unendlichen erscheinen <note
               xml:id="ftn60" place="foot" n="61">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 319. </note>. </p>
         <p> Se il simbolo è strettamente legato al carattere vitale e organico del reale,<lb/>esso
            costituisce anche un nesso profondo tra il regno della necessità, la <hi rend="italic"
               >natura</hi>,<lb/> e quello della libertà e della coscienza, la <hi rend="italic"
               >storia</hi>. La scienza empirica della natu-<lb/>ra ha così la sua autonomia perché
            lavora su di un lato del «corpo» delle idee<lb/>che permette questa considerazione non
            completa e non rinvia necessariamen-<lb/>te alla totalità del senso, offerta dalle idee
            a causa della «vita propria» di cui è<lb/>fornito; ma d’altra parte il senso profondo e
            «interno» dei fenomeni della<lb/>natura non per questo va perduto, e nella storia esso
            depone il velo che lo<lb/>celava e si rende esplicito. Nella funzione simbolica
            attribuita dalla <hi rend="italic">Einbildung</hi><lb/> al «corpo» delle idee converge
            così, come in un punto centrale, l’edificio siste-<lb/>matico del sapere e si manifesta
            la continuità tra le scienze «essoteriche» della<lb/>natura e quelle «esoteriche» legate
            alla storia: </p>
         <p> Die Natur ist allgemein die Sphäre des in-sich-selbst-Seyns der Dinge, in<lb/>der
            diese, kraft der Einbildung des Unendlichen in ihr Endliches, als Symbole<lb/>der Ideen
            zugleich ein von ihrer Bedeutung unabhängiges Leben haben. Gott<lb/>wird daher in der
            Natur gleichsam exoterisch, das Ideale erscheint durch ein<lb/>Anderes als es selbst,
            durch ein Seyn; aber nur inwiefern dieses Seyn fur das<lb/>Wesen, das Symbol unabhängig
            von der Idee genommen wird, ist das Göttli-<lb/>che wahrhaft exoterisch, der Idee nach
            aber esoterisch. In der idealen Welt,<lb/>also vornehmlich in der Geschichte, legt das
            Göttliche die Hülle ab, sie ist das<lb/>laut gewordene Mysterium des göttlichen Reiches
               <note xml:id="ftn61" place="foot" n="62">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 289. </note>. </p>
         <p> Il carattere essoterico, della scienza della natura impegna questa a non<lb/>spingersi
            verso quella dimensione «connettiva» tra le diverse discipline e di<lb/>ciascuna con il
            tutto che è possibile soltanto a una disciplina il cui compito<lb/>è l’interpretazione e
            la decifrazione dei simboli, cioè alla filosofia. Le scien-<lb/>ze naturali debbono
            limitarsi a considerare essotericamente il «corpo» delle<lb/>idee dal suo lato reale, il
            che comporta per esse confidare esclusivamente<lb/>nell’<hi rend="italic"
            >esperimento</hi> e nella <hi rend="italic">teoria</hi> come sistemazione generale dei
            dati sperimentali;<lb/>ogni teorizzare che voglia fornire <hi rend="italic">spiegazioni
               causali ultime</hi>,rivolgendosi a «re-<lb/></p>
         <pb n="365" facs="IDEA/IDEA_365.jpg"/>
         <p> altà» non accessibili all’esperienza, ma ipotizzate come suo fondamento, è<lb/>una mera
            fantasticheria. Come si è visto precedentemente, ciò è una conse-<lb/>guenza del
            carattere di <hi rend="italic">Grund </hi>riconosciuto alla natura, che fa sì che,
            rima-<lb/>nendo nell’ambito del fenomeno naturale, del reale in quanto
            contrapposto<lb/>all’ideale, il <hi rend="italic">Grund</hi> stesso non possa essere a
            sua volta <hi rend="italic">fondato</hi> ed esibito come<lb/>causa positiva dei
            fenomeni. L’idea come tale, l’identità espressa dalla <hi rend="italic"
            >Ein-<lb/>bildung</hi> dell’infinito in un finito, non <hi rend="italic">è</hi> infatti
            nei fenomeni, ma è solo<hi rend="italic"> a loro<lb/>fondamento</hi>: </p>
         <p> Die absolute Wissenschaft ist nicht Theorie, und der Begriff der letzteren<lb/>gehört
            selbst der trüben Mischung von Allgemeinem und Besonderem an,<lb/>worin das gemeine
            Wissen befangen ist. Theorie kann sich von der Erfahrung<lb/>nur dadurch unterscheiden,
            daß sie diese abstrakter, gesonderter von zufälli-<lb/>gen Bedingungen und in ihrer
            ursprünglichsten Form ausspricht. Aber eben<lb/>diese herauszuheben und in jeder
            Erscheinung das Handeln der Natur rein<lb/>darzustellen, ist auch die Sache des
            Experiments: beide stehen also auf glei-<lb/>cher Stufe. [...] Beide, wenn sie ihrem
            Begriff treu bleiben, unterscheiden sich<lb/>von dem falschen Theoretisiren, welches auf
            Erklärungen der Naturerschei-<lb/>nungen geht und zu diesem Behuf die Ursachen
            erdichtet. [...] <lb/> Nur dann wird die Empirie der Wissenschaft sich als Leib
            anschließen,<lb/>wenn sie in ihrer Art dasselbe zu seyn sich bestrebt, was jene in der
            ihrigen ist,<lb/>nämlich empirische Construktion: dann wird sie im Geiste des
            Ganzen<lb/>sowohl gelehrt als betrieben, wenn sie, mit Enthaltung von Erklärungen
            und<lb/>Hypothesen, reine objektive Darstellung der Erscheinung selbst ist und
            keine<lb/>Idee anders als durch diese auszusprechen sucht <note xml:id="ftn62"
               place="foot" n="63">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 322-323</note>. </p>
         <p> La scienza della natura può <hi rend="italic">esprimere le idee</hi> soltanto rimanendo
            fedele alla<lb/>sua <hi rend="italic">empiricità</hi> perché essa è da un lato un
            rappresentare-esibire come la costru-<lb/>zione filosofica, con cui dunque concorda
            nella sua struttura di fondo, ma per<lb/>differenziarsene dall’altro lato quanto alla
            direzione del suo procedere: la<lb/>costruzione empirica come processo di
            generalizzazione dei dati sperimentali<lb/>attraverso teorie e correzione di teorie
            attraverso l’esperimento muove infatti<lb/>dalla <hi rend="italic">periferia</hi> del
            particolare verso il centro, e il suo intero corso per riunire i<lb/>suoi vari rami di
            ricerca in questo punto di convergenza è <hi rend="italic">infinito</hi>. La
            costruzio-<lb/>ne filosofica invece, nella concezione dell’<hi rend="italic"
               >Identitätsphilosophie</hi>, si colloca nel cen-<lb/>tro, cioè nella dimensione delle
            idee, e non lo abbandona. Essa risulta così<lb/>non una <hi rend="italic"
            >cancellazione</hi> della scienza della natura, ma un complemento indispensa-<lb/>bile,
            che è chiamato non già a sostituire la spiegazione empirica dei fenomeni<lb/>e a
            formulare controteorie, bensì a fornire le chiavi di lettura unificanti del<lb/>campo
            dei fenomeni collegando il <hi rend="italic">Leib</hi> cui la scienza si è attenuta alla
            propria<lb/>
            <hi rend="italic">Seele</hi>. Esplicitazione dei simboli e unificazione del sapere sono
            così le prestazio- </p>
         <pb n="366" facs="IDEA/IDEA_366.jpg"/>
         <p> ni da richiedere alla filosofia o <hi rend="italic">Wissenschaft</hi> in senso
            assoluto, che si rapporta<lb/>dunque alle scienze particolari come l’idea o anima si
            rapporta al corpo delle<lb/>cose finite. </p>
         <p> La scienza naturale ha solo una <hi rend="italic">dunkle Vorstellung</hi> dell’unità,
            della natura<lb/>come totalità in cui ogni fenomeno è dipendente da tutti gli altri e in
            rela-<lb/>zione scambievole con essi, ma è solo nella filosofia che questa unità
               diviene<lb/><hi rend="italic"> conoscenza</hi>. La filosofia della natura, come prima
            parte della filosofia, costitui-<lb/>sce un punto d’incontro tra la visione dell’eterno
            trapassare della soggettività<lb/>in oggettività come <hi rend="italic">interno</hi>
            della natura e sua genesi nella <hi rend="italic">Einbildung</hi> divina,<lb/>fornita
            dalla filosofìa, e il confinamento nel fenomeno della scienza. È infatti<lb/>nella
            filosofia della natura che l’oscura visione di un’unità della natura si<lb/>chiarisce
            nella rappresentazione dell’unità essenziale <hi rend="italic">anche nel fenomeno</hi> e
            non<lb/>solo nell’in sé interno. Tra i fenomeni compare una <hi rend="italic">Legirung
               durch die Ideen</hi><lb/> che la scienza non poteva fornire, alla molteplicità delle
            cose finite si sovrap-<lb/>pone la visione di un’unica vita e un unico potere (<hi
               rend="italic">Macht</hi>). Alla visione del<lb/>puro «corpo» propria delle scienze
            empiriche la <hi rend="italic">Naturphilosophie</hi> sostituisce il<lb/>proprio cogliere
            «überall Seele in Leib symbolisch umgewandelt». L’emergere<lb/>della simbolicità del
            «corpo» attraverso la rivelazione del suo rapporto con la<lb/>propria «anima» è
            strettamente legato all’appalesamento, che avviene appun-<lb/>to nella <hi rend="italic"
               >Naturphilosophie</hi>, di quello che Schelling chiama<hi rend="italic"> der innere
               Typus aller<lb/>Dinge</hi>, in cui si mostra il discendere genetico di tutti i
            fenomeni da un unica<lb/>origine <hi rend="italic">per metamorfosi</hi>. La <hi
               rend="italic">Naturphilosophie</hi> mostra in altri termini che alla <hi
               rend="italic">diffe-<lb/>renza oggettiva</hi> nel <hi rend="italic">Leib</hi> dei
            fenomeni corrisponde un’<hi rend="italic">identità</hi> e <hi rend="italic"
               >invariabilità</hi> del<lb/>soggetto cui essi sono riferibili, sicché l’intero reale
            è rappresentabile come<lb/>un<hi rend="italic"> sistema a somma costante</hi>, dove
               la<hi rend="italic"> liberazione</hi> e l’apparire di un carattere
            è<lb/>necessariamente collegata all’<hi rend="italic">inibizione</hi> di un altro.
            Questo comune derivare da<lb/>uno <hi rend="italic">Urtyp</hi> dei fenomeni è la chiave
            di quella rivelazione della simbolicità del<lb/>reale che permette alla <hi
               rend="italic">Naturphilosophie</hi> di procedere su di un terreno che
            alle<lb/>scienze naturali è precluso: quello della <hi rend="italic">considerazione
               scientifica del qualitativo</hi> nel-<lb/>la natura. Le scienze sono infatti tenute a
            limitarsi a prendere atto delle dif-<lb/>ferenze qualitative — per esempio
            dell’esistenza di diversi elementi e compo-<lb/>sti chimici, di diverse sostanze
            minerali e così via — e a procedere quindi a<lb/>una loro catalogazione sistematica che
            costituisce ciò che si chiama «storia<lb/>naturale». Ma il procedimento delle scienze è
            qui «storico» solo nel senso<lb/>della<hi rend="italic"> raccolta</hi> e della <hi
               rend="italic">giustapposizione</hi>, e non può spingersi a un collegamento<lb/><hi
               rend="italic"> genetico</hi> che fornisca una <hi rend="italic">concatenazione</hi>.
               La<hi rend="italic"> Naturphilosophie</hi>, ricollegando il reale<lb/>fenomenico
            all’ideale e «legando» le differenze qualitative mediante le idee,<lb/>coglie nella <hi
               rend="italic">metamorfosi </hi>l’aspetto propriamente <hi rend="italic">storico</hi>
            della natura. La metamor-<lb/>fosi di un unico<hi rend="italic"> Urtyp </hi>come
            processo genetico della natura addita così, anco-<lb/>ra sul piano dei fenomeni
            dell’universo reale, il rispecchiarsi della natura<lb/>nella <hi rend="italic"
            >storia</hi> propriamente detta, cioè nell’ordine dei fenomeni del mondo ide- </p>
         <pb n="367" facs="IDEA/IDEA_367.jpg"/>
         <p> ale <note xml:id="ftn63" place="foot" n="64">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 324-325, 338. </note> . Da questo punto di vista la <hi
               rend="italic">Naturphilosophie</hi>, pur muovendosi su di un<lb/>piano, quello del
            simbolo ovvero dell’esplicitarsi dello «spirito» nel «corpo»<lb/>della natura, che non
            deve essere confuso con quello proprio della scienza,<lb/>fornisce delle indicazioni
            alla scienza stessa sotto forma di massime o principi<lb/>
            <hi rend="italic">regolativi</hi>, <hi rend="italic">idee</hi> che servono di
            orientamento per la ricerca e di orizzonte per la<lb/>formulazione di teorie. Così
            all’anatomista la filosofia fornisce un quadro<lb/>regolativo per procedere nella
            costruzione dell’anatomia comparata, dove la<lb/>ricaduta sulla ricerca scientifica del
            «simbolico» è costituita dalla massima di<lb/>ricercare sempre nella differenza
            esteriore l’unità per metamorfosi da un tipo<lb/>originario: </p>
         <p> Er begreife das Symbolische aller Gestalten, und daß auch in dem Beson-<lb/>deren immer
            eine allgemeine Form, wie in dem Aeußern ein innerer Typus<lb/>ausgedrückt ist. [...]
            Beständig sey in ihm die Idee von der Einheit und inne-<lb/>ren Verwandtschaft aller
            Organisationen, der Abstammung von Einem Ur-<lb/>bild, dessen Objektives allein
            veränderlich, das Subjektive aber unveränderlich<lb/>ist [...]: er wird erkennen, daß,
            weil das Urbild an sich immer dasselbe bleibt,<lb/>auch das, wodurch es ausgedrückt
            wird, nur der Form nach veränderlich seyn<lb/>könne, daß also eine gleiche Summe von
            Realität in allen Organisationen ver-<lb/>wendet und nur verschiedentlich genutzt wird;
            daß eine Ersetzung des Zu-<lb/>rückstehens der einen Form durch das Hervortreten der
            anderen und des<lb/>Uebergewichts von dieser durch das Zurückdrängen von jener
            statthabe. Er<lb/>wird sich aus Vernunft und Erfahrung einen Schematismus aller inneren
            und<lb/>äußeren Dimensionen entwerfen, in welche sich der produktive Trieb
            werfen<lb/>kann, wodurch er für die Einbildungskraft ein Prototyp aller
            Organisationen<lb/>gewinnt, das in seinen äußersten Grenzen unbeweglich, innerhalb
            derselben<lb/>aber der größten Freiheit der Bewegung fähig ist.<lb/> Die historische
            Construktion der organischen Natur würde, in sich voll-<lb/>endet, die reale und
            objektive Seite der allgemeinen Wissenschaft derselben<lb/>zum vollkommenen Ausdruck der
            Ideen in dieser, und dadurch mit ihr selbst<lb/>wahrhaft eins machen <note
               xml:id="ftn64" place="foot" n="65">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 343. </note>. </p>
         <p> Il rapporto tra filosofia e scienze si configura per Schelling insieme come<lb/>di
            identità essenziale e di convergenza soltanto all’infinito quanto alla forma:<lb/>da ciò
            la circostanza di cui ora s’è detto, cioè che l’<hi rend="italic">idea</hi>, presenza
            attuale e<lb/>luogo della costruzione filosofica, si fa per la scienza<hi rend="italic">
               idea regolativa</hi>, punto di<lb/>riferimento per la formazione delle teorie e
            massima euristica per dirigere<lb/>l’esperimento e l’osservazione. Questa
            convergenza-divergenza di scienza e<lb/>filosofia reca con sé la conseguenza del
            carattere ineliminabilmente <hi rend="italic">storico</hi> del<lb/>
            <hi rend="italic">divenire reale dell’idea</hi>; la filosofia esprime il sapere
            originario immediatamente,<lb/>ma solo idealmente e per simboli; un sistema totalizzante
            del sapere colto con </p>
         <pb n="368" facs="IDEA/IDEA_368.jpg"/>
         <p> un unico atto, come avviene per la filosofia nell’intuizione intellettuale,
            can-<lb/>cellerebbe ogni determinazione e si ridurrebbe al puro indistinto. Lo
            svolgi-<lb/>mento totale del sapere originario nella realtà è quindi possibile solo al
               <hi rend="italic">genere<lb/>umano</hi> come soggetto operante nel tempo e in un
            costante progredire, sicché il<lb/><hi rend="italic"> corpus</hi> delle scienze nel suo
            progresso temporale rappresenta il farsi nella storia<lb/> dell’<hi rend="italic"
               >organismo esterno delle idee</hi>: </p>
         <p> Das <hi rend="italic">wirkliche</hi> Wissen, da es successive Offenbarung des Urwissens
            ist, hat<lb/>demnach nothwendig eine historische Seite, und inwiefern alle Geschichte
            auf<lb/>die Realisirung eines äußern Organismus als Ausdruck von Ideen geht, hat
            die<lb/>Wissenschaft auch das nothwendige Streben, sich eine objektive
            Erscheinung<lb/>und äußere Existenz [einen äußern Organismus] zu geben <note
               xml:id="ftn65" place="foot" n="66">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 280.</note>. </p>
         <p> Se nella storia l’idea acquista un organismo esterno passo dopo passo, e il<lb/>sapere
            originario appare per accumulo di esperienza nel susseguirsi del tempo,<lb/>la filosofia
            ha bisogno di una dimensione insieme <hi rend="italic">artistica</hi> e <hi
               rend="italic">istintuale</hi> per potere<lb/>raggiungere in un atto unico e con un
            colpo d’occhio il centro verso cui il<lb/>processo temporale della conoscenza reale
            tende, ma solo per l’intera storia<lb/>umana. Il filosofo, come individuo che anticipa
            questo processo, per quanto<lb/>solo in modo ideale e simbolico, ha bisogno di un <hi
               rend="italic">Sinn für Ideen</hi>, che però non<lb/>può essere prodotto con lo studio
            e l’apprendimento, ma può solo essere svi-<lb/>luppato dove <hi rend="italic">già
            esiste</hi>. Il senso per le idee si presenta dunque con i caratteri<lb/>che la cultura
            settecentesca attribuiva al <hi rend="italic">genio</hi> in opposizione alla scienza
            capace<lb/>di progresso cumulativo e, rousseauianamente, è passibile solo di una <hi
               rend="italic">educazione<lb/>negativa</hi>: il filosofo-educatore deve solo prestare
            attenzione a che questo senso,<lb/>che si manifesta come impulso o desiderio (<hi
               rend="italic">Trieb</hi>, <hi rend="italic">Begierde</hi>), non sia soffocato
            o<lb/>volto in direzioni sbagliate. L’educazione alla filosofia comporta quindi
            per<lb/>Schelling, come già per Fichte, l’acquisizione di un'<hi rend="italic">abilità
               artigianale</hi> (<hi rend="italic">Fertigkeit</hi>),<lb/> fondata sull’esercizio e
            l’autocontrollo, che deve condurre a possedere un orga-<lb/>no capace di fornire giudizi
            sicuri e immutabili per cogliere tutto «wie es in<lb/>der Idee sich darstellt» <note
               xml:id="ftn66" place="foot" n="67">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 268, 256. </note>. </p>
         <p> Se la filosofia richiede in chi la pratica un abito che è frutto di un’educa-<lb/>zione
            per molti versi simile a quella dell’artista, l’arte richiede per converso<lb/>secondo
            Schelling l’intervento della filosofia. Ciò è per un verso dovuto alla<lb/>situazione
            culturale propria del mondo moderno, che, diversamente dall’età<lb/>classica e dal
            rinascimento, vede sia la prassi artistica che il giudizio sull’arte<lb/>muovere non più
            dal centro verso la periferia, ma in direzione opposta. In<lb/>questa condizione, cui si
            accompagna peraltro un altissimo valore sociale<lb/>dell’arte, la frequentazione della
            quale è divenuta parte irrinunciabile della </p>
         <pb n="369" facs="IDEA/IDEA_369.jpg"/>
         <p> cultura generale, è demandato alla filosofia fornire <hi rend="italic">die Idee, oder
               das Ganze</hi><lb/> dell’arte. Ciò è possibile perché, come s’è visto, la filosofia
            si colloca nel cen-<lb/>tro, e avvia, con il procedimento che le è proprio, la <hi
               rend="italic">costruzione dell’idea </hi>di arte e<lb/>opera d’arte. La <hi
               rend="italic">Philosophie der Kunst</hi>, come d’altronde la filosofia della natura
            e<lb/>quella della storia, ha al suo centro la costruzione di un’idea (quella del
            bello)<lb/>che, per la proprietà delle idee di essere universi che contengono
            l’universo<lb/>degli universi in forma particolare, non comporta una costruzione
            dell’arte<lb/>come un particolare, ma una <hi rend="italic">costruzione dell’universo
               nella forma dell’arte </hi><note xml:id="ftn67" place="foot" n="68">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 359-360, 368-369.</note>. </p>
         <p> Ma come nell’idea del bello è presente l’intera <hi rend="italic">Einbildung</hi>
            dell’assoluto in<lb/>una forma o potenza particolare, l’idea del bello si partecipa ad
            altre forme o<lb/>idee particolari. Da questo processo di successiva <hi rend="italic"
               >Einbildung</hi> nascono le<hi rend="italic"> idee par-<lb/>ticolari dell’arte</hi>,
            che sono reali e viventi e si identificano con gli <hi rend="italic">dei</hi> della <hi
               rend="italic">mitolo-<lb/>gia</hi>; la mitologia stessa è <hi rend="italic">simbolica
               generale</hi>: </p>
         <p> Das Absolute ist schlechthin Eines, aber dieses Eine absolut angeschaut<lb/>in den
            besonderen Formen, so daß das Absolute dadurch nicht aufgehoben<lb/>wird, ist = Idee.
            Ebenso die Kunst. Auch die Kunst schaut das Urschöne nur<lb/>in Ideen als besonderen
            Formen an, deren jede aber für sich göttlich und abso-<lb/>lut ist, und anstatt daß die
            Philosophie die Ideen wie sie <hi rend="italic">an sich</hi> sind, anschaut,<lb/>schaut
            sie die Kunst <hi rend="italic">real</hi> an. Die <hi rend="italic">Ideen</hi> also,
            sofern sie als real angeschaut wer-<lb/>den, sind der Stoff und gleichsam die allgemeine
            und absolute Materie der<lb/>Kunst, aus welcher alle besonderen Kunstwerke als
            vollendete Gewächse erst<lb/>hervorgehen. Diese <hi rend="italic">realen</hi> ,
            lebendigen und existirenden Ideen sind die Götter;<lb/>die allgemeine Symbolik oder die
            allgemeine <hi rend="italic">Darstellung der Ideen</hi> als realer ist<lb/>in der
            Mythologie gegeben [...] In der That sind die Götter jeder Mythologie<lb/>nichts anderes
            als die Ideen der Philosophie nur objektiv oder real ange-<lb/>schaut <note
               xml:id="ftn68" place="foot" n="69">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 378-386. </note>. </p>
         <p> Questo testo contiene in compendio il profilo dell’<hi rend="italic">Ideenlehre</hi>
            della <hi rend="italic">Philoso-<lb/>phie der Kunst</hi>. Dio, come il <hi rend="italic"
               >Gemeinsames</hi> delle idee si libra (<hi rend="italic">schwebt</hi>) al di
            sopra<lb/>delle tre idee supreme, quelle di verità, bontà e bellezza che
            corrispondono<lb/>alle tre <hi rend="italic">potenze</hi> del mondo ideale e alle tre
            del mondo reale; le idee stesse, in<lb/>quanto<hi rend="italic"> divine</hi>, come Dio,
            non appartengono specificamente né all’un mondo né<lb/>all’altro. L’idea del bello si
            presenta come la perfetta compenetrazione recipro-<lb/>ca di ideale e reale, universale
            e particolare (<hi rend="italic">Ineinsbildung</hi> d’ambedue), laddove<lb/>l’idea del
            vero presenta il prevalere dell’ideale e universale e quella del buono<lb/>il prevalere
            del reale e particolare. Grazie a questa posizione corrispondente<lb/>all’indifferenza
            dei fattori dell’identità, l’idea del bello si presenta come l’appa-<lb/>rire <hi
               rend="italic">in concreto</hi> dell’universale in un particolare che gli è
            assolutamente adegua-<lb/>to: il concetto è <hi rend="italic">come tale
            </hi>concretamente riversato nel fenomeno, diviene <hi rend="italic">intui- </hi></p>
         <pb n="370" facs="IDEA/IDEA_370.jpg"/>
         <p><hi rend="italic"> bile</hi>, anzi, appare come un che di<hi rend="italic">
            sensibile</hi>. La collocazione della bellezza nel<lb/>punto di indifferenza tra
            universale e particolare comporta, data l’appartenenza<lb/>delle idee tanto al mondo
            ideale quanto a quello reale, la comparsa di corri-<lb/>spondenze nei due mondi che
            definiscono collocazione e struttura dell’arte: se<lb/>la filosofia, nella sua essenza
            profonda non si rivolge specificamente all’idea di<lb/>vero, ma, come Dio, <hi
               rend="italic">schwebt </hi>al di sopra delle tre unità supreme ed esprime <lb/> l’<hi
               rend="italic">identità </hi>di universale e particolare <hi rend="italic">dal lato
               dell’ideale</hi>, e la ragione esprime questa<lb/>stessa identità <hi rend="italic"
               >dal lato del reale</hi>, il punto d’indifferenza tra universale e particola-<lb/>re
            vedrà corrispondersi dal lato ideale l’<hi rend="italic">arte</hi>, e dal lato reale
               l’<hi rend="italic">organismo</hi>. La cor-<lb/>rispondenza sistematica ha un senso
            preciso: l’organismo e l’arte contengono<lb/>come radice l’idea di bello, cioè il farsi
            sensibile del concetto, il prender corpo<lb/>di un’anima, ma l’adeguatezza trasparente
            dei due termini espressa dall’indiffe-<lb/>renza compare nell’organismo in modo ancora
            involuto, «come in boccio»; la<lb/>coppia necessità-libertà, attributi del vero e del
            buono, del momento universa-<lb/>le-ideale e di quello particolare-reale deve svolgere
            la contraddizione che è<lb/>frenata sotto l’involucro dell’organismo e produrre una <hi
               rend="italic">separazione</hi>, per poi rag-<lb/>giungere nuovamente l’indifferenza.
            L’arte esprime così il<hi rend="italic"> ritorno </hi>all’indifferen-<lb/>za dopo la
            scissione, la ricomparsa nell’ambito ideale della <hi rend="italic">trasparenza</hi> del
            «cor-<lb/>po» all’idea. Rispetto alla coppia filosofia-ragione che rappresenta nel
            mondo<lb/>dei fenomeni sia ideale che reale l’identità che nel mondo archetipo (<hi
               rend="italic">urbildliche</hi><lb/>
            <hi rend="italic">Welt</hi>) è rappresentata da Dio, la coppia arte-organismo in quanto
            rappresenta<lb/>
            <hi rend="italic">soltanto</hi> l’indifferenza, corrisponde al <hi rend="italic"
               >Gegenbild</hi>, il cui<hi rend="italic"> Urbild </hi>nella <hi rend="italic"
               >erscheinende Welt</hi><lb/> è il rivelarsi, farsi fenomeno di Dio nella filosofia e
            nella ragione; tra la filoso-<lb/>fia e l’arte si riproduce così, a un livello
            inferiore, il rapporto <hi rend="italic">Urbild-Gegenbild</hi><lb/> che regna tra Dio e
            la filosofia-ragione. Il permanere delle singole forme sia<lb/>nell’arte che
            nell’organismo segna però il distacco tra l’indifferenza e l’identi-<lb/>tà: solo la
            ragione e la filosofia, in quanto in esse le singole forme si<hi rend="italic">
               dissolvono</hi><lb/> (<hi rend="italic">auftösen</hi>) nell’identità sono completa
            rivelazione di Dio. Si ha così una serie<lb/>successiva e discendente di rapporti:
            l’identità divina costituisce la <hi rend="italic">bellezza</hi><lb/><hi rend="italic"
               >archetipa</hi>, cui corrisponde nel livello dell’immagine riprodotta (<hi
               rend="italic">Gegenbild</hi>) la bel-<lb/>lezza come indifferenza; similmente, le
            idee della ragione, intuite nella loro<lb/>immagine riflessa divengono bellezza
            rappresentata oggettivamente. Il rappor-<lb/>to Dio-idee si riproduce tra le idee e la
            bellezza oggettivamente intuita e in<lb/>questo rispecchiamento si manifesta ai suoi
            diversi livelli l’unica<hi rend="italic"> attività creatrice</hi><lb/> o <hi
               rend="italic">Einbildungskraft</hi>, che è propriamente<hi rend="italic"> Kraft der
               Individuation</hi>, capacità di dare<lb/>all’anima un corpo. </p>
         <p> Le idee, come si è detto, sono insieme <hi rend="italic">nell’assoluto</hi> e come <hi
               rend="italic">cose particolari</hi>.<lb/> Ciò è possibile perché ad esse deve
            attribuirsi una <hi rend="italic">duplice unità</hi>, che è costitutiva<lb/>della
               loro<hi rend="italic"> Ineinsbildung</hi>: </p>
         <p> Jede Idee hat zwei Einheiten, die eine, wodurch das Absolute in ihr </p>
         <pb n="371" facs="IDEA/IDEA_371.jpg"/>
         <p> Besonderes gebildet ist, und die, wodurch sie als Besonderes in das Absolute<lb/>als
            ihr Centrum aufgenommen wird <note xml:id="ftn69" place="foot" n="70">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 390. </note>. </p>
         <p> L'<hi rend="italic">accoglimento del particolare</hi> nell’assoluto, che è il modo in
            cui <hi rend="italic">vita</hi> e<hi rend="italic"> indivi-<lb/>duazione</hi> possono
            fare il loro ingresso in quest’ultimo è opera della seconda del-<lb/>le unità
            costituenti la <hi rend="italic">Ineinsbildung</hi>; per mezzo suo le idee, che
            considerate in sé<lb/>sono pure<hi rend="italic"> immagini del divino</hi>, il cui reale
            è costituito dall’unico universo divino<lb/>dal cui terreno esse germinano come <hi
               rend="italic">göttliche Gewächse</hi>, possono essere<hi rend="italic">
               intuite<lb/>come reali nella loro particolarità</hi>. Il processo di <hi
               rend="italic">individuazione</hi> guidato dalla <hi rend="italic"
               >Einbil-<lb/>dungskraft</hi> «crea» quindi immagini di Dio in forma particolare,
            ciascuna delle<lb/>quali è un dio<hi rend="italic"> particolare</hi>: </p>
         <p>
            <hi rend="italic">Dieselben Ineinsbildungen des Allgemeinen und Besonderen, die an sich
               selbst betrachtet<lb/>Ideen, d. h. Bilder des Göttlichen sind, sind real betrachtet,
               Götter </hi> Denn das Wesen, das<lb/>An-sich von ihnen = Gott. Ideen sind sie nur,
            inwiefern sie Gott in besonde-<lb/>rer Form. Jede Idee ist also = Gott, aber ein
            besonderer Gott <note xml:id="ftn70" place="foot" n="71">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 390. </note>. </p>
         <p> La dottrina delle idee-dei e della mitologia come «materia dell’arte»<lb/>discende da
            un nucleo concettuale apparentato a quello che, nella <hi rend="italic"
               >Naturphilo-<lb/>sophie</hi>, dà luogo alla visione della <hi rend="italic"
               >metamorfosi </hi>come traccia nel fenomeno e nel<lb/>regno della differenza
            dell’unità essenziale propria dell’<hi rend="italic">universo</hi> ideale. La
            mol-<lb/>teplicità organica del vivente si presenta come variazione dello stesso <hi
               rend="italic">Urtyp</hi> per<lb/>una complementare esaltazione di certi caratteri e
            inibizione di altri in un<lb/>sistema chiuso a «somma costante di realtà». La mitologia
            è dunque un «mon-<lb/>do» in sé completo e popolato di individualità l’una differente
            dall’altra, i cui<lb/>tratti caratteristici singolari sono però determinati <hi
               rend="italic">per limitazione</hi> (<hi rend="italic">Begrenzung</hi>)<lb/> rispetto
            a quelli di tutte le altre individualità, sicché ogni carattere, in quanto è<lb/>in sé,
            contiene l’intero universo divino in forma particolare. Simili individuali-<lb/>tà
            conciliano le esigenze della <hi rend="italic">vita</hi>, che è sempre solo <hi
               rend="italic">particolarità e molteplicità</hi>,<lb/> con quelle della <hi
               rend="italic">ragione</hi>, che è <hi rend="italic">liberazione da ogni
            ristrettezza</hi>, assenza di contrasti e<lb/>di impedimenti: gli dei sono figure
            individuali che appartengono ad un unico<lb/>universo «ohne sich zu drängen und zu
            reiben», conciliano la «più alta vita»,<lb/>con la «somma libertà» <note xml:id="ftn71"
               place="foot" n="72">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 391-393.</note>. </p>
         <p> Idee e dei si corrispondono, ma sono reciprocamente indipendenti;
            essi<lb/>rappresentano due <hi rend="italic">sintesi</hi> (nel senso possibile nell’<hi
               rend="italic">Identitätsphilosophie</hi>, cioè come<lb/><hi rend="italic">
               Einbildungen</hi>) parallele, per quanto rappresentanti la medesima unità: </p>
         <p> Darstellung des Absoluten mit absoluter Indifferenz des Allgemeinen und<lb/>des
            Besonderen im <hi rend="italic">Allgemeinen</hi> = Philosophie — Idee — Darstellung des
            Abso-<lb/> luten mit absoluter Indifferenz des Allgemeinen und Besonderen im <hi
               rend="italic">Besonderen</hi>
         </p>
         <pb n="372" facs="IDEA/IDEA_372.jpg"/>
         <p> = Kunst. Der allgemeine Stoff dieser Darstellung = Mythologie. In dieser also<lb/>ist
            schon die zweite Synthese, die der Indifferenz des Allgemeinen und des<lb/>Besonderen
            mit dem <hi rend="italic">Besonderen</hi> gemacht <note xml:id="ftn72" place="foot"
               n="73">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 406.</note>. </p>
         <p> Una conseguenza diretta del collocarsi le figure della mitologia sul piano<lb/>di una
            sintesi parallela a quella delle idee è che in esse il concetto, l’universa-<lb/>le,
            traspare immediatamente attraverso il<hi rend="italic"> Leib</hi> particolare, la forma,
            figura o<lb/>immagine creata della fantasia (cioè dalla facoltà che nell’arte
            corrisponde alla<lb/><hi rend="italic"> Einbildungskraft</hi> originaria). Non è quindi
            necessario passare attraverso le <hi rend="italic">idee</hi> in<lb/>quanto
            rappresentazioni proprie della filosofia: le figure della mitologia non<lb/><hi
               rend="italic"> significano</hi>, ma <hi rend="italic">sono</hi>. Questa presenza
            immediata del <hi rend="italic">concetto</hi> nell’ <hi rend="italic">immagine</hi>
            costitui-<lb/>sce il carattere <hi rend="italic">simbolico</hi> proprio della
            rappresentazione artistica <note xml:id="ftn73" place="foot" n="74">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 401, 406. </note> . Si noterà che<lb/>la comparsa nella
            filosofia dell’arte del <hi rend="italic">simbolico</hi> corrisponde alla sua
            rivelazione<lb/>da parte della filosofia della natura quando quest’ultima, riconducendo
            i nessi<lb/>meccanici e strumentali che l’empirismo istituisce tra i fenomeni
            all’universale<lb/>organicità e alla metamorfosi, restituisce al mondo fenomenico quel
            trasparire<lb/>immediato dell’anima attraverso il corpo, del fine attraverso la semplice
               <hi rend="italic">esisten-<lb/>za</hi>, che forma la bellezza e la pienezza di senso
            della natura. La <hi rend="italic">Philosophie der<lb/>Kunst</hi> riprende altresì in
            parte con coincidenze quasi letterali la trattazione del<lb/>simbolo del <hi
               rend="italic">System des transcendentalen Idealismus</hi> ma con trasformazioni
            significa-<lb/>tive che dipendono tutte dalla diversa concezione della <hi rend="italic"
               >particolarizzazione</hi><lb/> dell’universale e della sintesi, intesa ora come
            fondata nell’identità. Anzitutto,<lb/>la dottrina della doppia unità delle idee permette
            di non rinviare l’universale a<lb/>un particolare inteso come <hi rend="italic"
               >Empirisch-Sinnliches</hi>; il <hi rend="italic">sensibile</hi> che è presente nel
            rea-<lb/>le in quanto «fondato nel centro», nell’idea, è un sensibile non
            separato<lb/>dall’universale. Il simbolo, come lo schema, non costituisce quindi più un
               <hi rend="italic">ter-<lb/>mine medio</hi> capace di garantire la sussunzione, ma,
            lasciando cadere fuori di sé il<lb/>puro sensibile-empirico, si fa immagine che porta in
            sé immediatamente il<lb/>proprio senso, <hi rend="italic">Sinn-Bild</hi>
            <note xml:id="ftn74" place="foot" n="75">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 412. </note>. </p>
         <p> Inoltre, il simbolo non si accompagna più, come nel <hi rend="italic">System</hi>, allo
            schema e<lb/>all’ideale come suoi corrispondenti nella funzione mediatrice (rispetto ai
            con-<lb/>cetti dell’intelletto e alle operazioni pratiche), ma acquista un primato,
            come<lb/>
            <hi rend="italic">forma assoluta dell’esibizione dell’universale nel particolare</hi>.
            Questo primato è del tutto<lb/>giustificato dall’impostazione dell’<hi rend="italic"
               >Identitätsphilosophie</hi>, il cui problema centrale è<lb/>l’esibizione delle idee,
            il dar loro «corpo vivente» ma senza che ciò cada ormai<lb/>sotto le limitazioni
            kantiane che giustificavano i diversi esiti dello schemati-<lb/>smo e della
            simbolizzazione. </p>
         <pb n="373" facs="IDEA/IDEA_373.jpg"/>
         <p> Le due maniere di esibizione (<hi rend="italic">Darstellungsarten</hi>) di cui il
            simbolo rappresen-<lb/>ta la sintesi, ovvero la forma assoluta dalla quale le altre
            possono essere tratte<lb/>per astrazione, sono lo<hi rend="italic"> schema</hi> e l’<hi
               rend="italic">allegoria</hi>. Qui Schelling si affida alla guida delle<lb/>partizioni
            sistematiche e definisce lo schema come quella maniera di esibizione<lb/>in cui l’<hi
               rend="italic">universale significa il particolare</hi>, ossia il particolare è
            intuito mediante l’uni-<lb/>versale, e inversamente l’allegoria come quella maniera di
            esibizione in cui il<lb/>
            <hi rend="italic">particolare significa l’universale</hi>, ossia in cui l’universale è
            intuito mediante il parti-<lb/>colare. Il discorso dedicato allo schema è nelle sue
            linee generali una ripetizio-<lb/>ne di quello del <hi rend="italic">System</hi>: lo
            schema è distinto dal <hi rend="italic">Bild</hi> perché contiene la<hi rend="italic">
               regola</hi><lb/> per la produzione di un particolare e non è invece una
            rappresentazione con-<lb/>creta totalmente determinata. Ciò che muta rispetto al <hi
               rend="italic">System </hi>è il rapporto tra<lb/>schema e simbolo che non vede più una
            serie analogica discendente idea-sim-<lb/>bolo, concetto-schema descrivente l’operazione
            dell’artista estetico che discen-<lb/>de poi in quella del semplice «artista tecnico»
            per la realizzazione concreta di<lb/>un’opera d’arte. Lo schematismo è infatti ora <hi
               rend="italic">riducibile </hi>al simbolo come una<lb/>forma particolare lo è alla
            propria essenza, alla <hi rend="italic">vita </hi>che ne costituisce la «natu-<lb/>ra»
            originaria o anche come l’astratto al concreto. Lo stesso discorso vale dal<lb/>versante
            opposto per l’allegoria: in ambo i casi abbiamo un rapporto di <hi rend="italic"
               >signifi-<lb/>cazione </hi>(del partiticolare da parte dell’universale o
            dell’universale da parte del<lb/>particolare), ma nel simbolo il <hi rend="italic"
               >significare</hi>, come rapporto esteriore in cui l’un<lb/>fattore, rimanendo tale,
            sta per l’altro, si riduce <hi rend="italic">all’essere</hi>, all’identità
            assoluta-<lb/>mente essente <note xml:id="ftn75" place="foot" n="76">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 407-411. </note> . Non appena si cerca di<hi
               rend="italic"> far significare il simbolo</hi>, esso <hi rend="italic">non
            è<lb/>più</hi>: </p>
         <p> Denn die Forderung der absoluten Kunstdarstellung ist: Darstellung mit<lb/><hi
               rend="italic">völliger Indifferenz</hi>, so nämlich, daß das Allgemeine ganz das
            Besondere, das<lb/>Besondere zugleich das ganze Allgemeine <hi rend="italic">ist</hi>,
            nicht es bedeutet. Diese Forde-<lb/>rung ist poetisch gelöst in der Mythologie. Denn
            jede Gestalt ist in ihr zu<lb/>nehmen als das, was sie ist, denn eben dadurch wird sie
            auch genommen als<lb/>das, was sie bedeutet. Die Bedeutung ist hier zugleich das Seyn
            selbst, überge-<lb/>gangen in den Gegenstand, mit ihm eins. Sobald wir diese Wesen etwas
               <hi rend="italic">bedeu-<lb/>ten</hi> lassen, sind sie selbst <hi rend="italic"
               >nichts mehr.</hi> Allein die Realität ist bei ihnen mit der<lb/>Idealität eins
            [...], d. h. auch ihre <hi rend="italic">Idee,</hi> ihr Begriff, wird zerstört, wofern
            sie<lb/>nicht als wirklich gedacht werden <note xml:id="ftn76" place="foot" n="77">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 411. </note>. </p>
         <p> Uno degli aspetti più rilevanti di questa concezione della mitologia come<lb/>
            <hi rend="italic">allgemeine Symbolik </hi>è che la produzione estetica grazie ad essa
            non rimane più<lb/>confinata, quanto al suo significato, nell’ambito di un puro
            godimento settoria-<lb/>le dell’arte. L’<hi rend="italic">attrattiva</hi> (<hi
               rend="italic">Reiz</hi>) dell’oggetto estetico è infatti data
            dall’immediata<lb/>trasparenza dell’<hi rend="italic">idea</hi> e si identifica con il
            rivelarsi in un caso particolare e con-</p>
         <pb n="374" facs="IDEA/IDEA_374.jpg"/>
         <p> creto del processo di<hi rend="italic"> individuazione </hi>che sostanzia tutta la
            creazione del mondo.<lb/>Schelling sviluppa indubbiamente qui un pensiero del <hi
               rend="italic">System</hi>, secondo cui<lb/>l’opera d’arte fornisce la «prova
            oggettiva» dell’idealismo, ma in una direzione<lb/>che, pur riducendo la portata e il
            rango «filosofici» dell’arte (il <hi rend="italic">System </hi>culmina<lb/>nella
            filosofia dell’arte, mentre questa è nella <hi rend="italic">Philosophie der Kunst
            </hi>ricondotta al<lb/>più basso rango del <hi rend="italic">Gegenbild</hi>) ne amplia
            le capacità rivelative nei confronti<lb/>della natura e più in generale della <hi
               rend="italic">Einbildung </hi>delle idee. La mitologia come<lb/><hi rend="italic">
               allgemeine Symbolik</hi> è infatti la dottrina che mostra come il «senso delle cose»
            sia<lb/>originariamente loro<hi rend="italic"> inerente</hi> e non abbia bisogno di
            essere introdotto dall’ester-<lb/>no mediante un’attribuzione estrinseca di fini. Questo
            è il motivo per cui il<lb/>
            <hi rend="italic">simbolo </hi>con la sua tautegoricità occupa ora una posizione
            centrale: solo se l’at-<lb/>tribuzione esteriore di significato può essere ricondotta a
            un punto in cui signi-<lb/>ficato e essere, <hi rend="italic">Sinn</hi> e <hi
               rend="italic">Bild</hi>, <hi rend="italic">Idee</hi> e <hi rend="italic"
            >Wirklichkeit</hi> non presentano differenze tra di<lb/>loro è possibile sottrarre
            l’essenza delle cose alla riduzione a finalità estrinse-<lb/>che cui tende la teoria
            della conoscenza dell’empirismo unilaterale. Per questo<lb/>empirismo infatti
            comprendere è attribuire significato a qualcosa scoprendo<lb/>quale sia il suo valore
            strumentale, chiedendosi «a che serve». Ma questo<lb/>atteggiamento distrugge
            l’assolutezza della natura, in cui <hi rend="italic">Zweck</hi> e <hi rend="italic"
               >Gestalt</hi> non<lb/>sono separabili. Le<hi rend="italic"> Vorlesungen über die
               Methode des akademischen Studiums</hi> propo-<lb/>nendo come si è detto all’anatomia
            l’idea regolativa della metamorfosi invita-<lb/>vano lo studioso di anatomia comparata a
            «ricercare il simbolico» in questi<lb/>termini : </p>
         <p> Er begreife das Symbolische aller Gestalten, und daß auch in dem Beson-<lb/>dern immer
            eine allgemeine Form, wie in dem Aeußern ein innerer Typus,<lb/>ausgedrückt ist. Er
            frage nicht: wozu dient dieses oder jenes Organ? sondern:<lb/>wie ist es entstanden? und
            zeige die reine Nothwendigkeit seiner Forma-<lb/>tion <note xml:id="ftn77" place="foot"
               n="78">
               <hi rend="italic">SW </hi>V 343.</note>. </p>
         <p> Il carattere simbolico delle <hi rend="italic">Gestalten</hi> della mitologia è omologo
            alla <hi rend="italic">Naive-<lb/> tät der Natur</hi> di cui parla questo testo ed è a
            sua volta un riflesso del modo di<lb/>esistere «senza scopo» della realtà in quanto
            «corpo» delle idee. Parallelamen-<lb/>te la <hi rend="italic">Philosophie der
            Kunst</hi>, continuando il discorso relativo alle <hi rend="italic">Gestalten</hi>
            della<lb/>mitologia, affronta il tema della «bellezza naturale» degli organismi
            sottoline-<lb/>ando ad un tempo il loro carattere non strumentale, di autofinalità, e
            insieme<lb/>di simbolo grazie alla loro <hi rend="italic">Gestalt</hi>, dalla quale non
            accidentalmente possono<lb/>essere tratte, per astrazione, <hi rend="italic">allegorie
               morali</hi>: </p>
         <p> Selbst an den Naturwesen, z. B. der Pflanze ist die Allegorie nicht zu<lb/>verkennen,
            sie ist gleichsam die anticipirte sittliche Schönheit, sie würde aber<lb/>keinen Reiz
            für die Phantasie, keine Befriedigung für die Anschauung enthal- </p>
         <pb n="375" facs="IDEA/IDEA_375.jpg"/>
         <p> ten, wenn sie um dieser Bedeutung willen und nicht zuerst um ihrer selbst<lb/>willen
            wäre. Eben in diesem unabsichtlichen, unbefangenen, nach außen<lb/>unzweckmäßigen Seyn
            doch zugleich das Bedeutende, Sinnvolle zu erkennen,<lb/>entzückt uns. Es als Absicht
            darin zu erblicken, hebt den Gegenstand selbst<lb/>für uns auf, der, da er seiner Natur
            nach absolut seyn soll, um keines Zwecks<lb/>willen, der außer ihm liegt, daseyn darf
               <note xml:id="ftn78" place="foot" n="79">
               <hi rend="italic">SW </hi>V 412.</note>. </p>
         <p> La problematica di origine kantiana dei <hi rend="italic">fini naturali</hi> e quella,
            parimenti<lb/>kantiana, del «corpo vivente» dell’idea come ipotiposi simbolica si
            riconnetto-<lb/>no qui in modo del tutto palese con due temi derivati dalla
            trattatistica d’arte<lb/>e dall’estetica prekantiana, quello del rapporto tra <hi
               rend="italic">simbolo</hi> e <hi rend="italic">allegoria </hi>e quello
            —<lb/>appartenente tanto alla letteratura quanto alla pittura e scultura — del
            rappor-<lb/>to tra <hi rend="italic">significato</hi> e <hi rend="italic">immagine
               </hi>nelle<hi rend="italic"> imprese</hi> e negli <hi rend="italic">emblemi</hi>. Il
            richiamo a quest’ulti-<lb/>mo tema è d’altronde esplicito perché, nel contesto ora
            discusso, Schelling<lb/>definisce le <hi rend="italic">Gestalten</hi> mitologiche, ed
            estende poi come si è ora visto nell’ultimo<lb/>testo riportato questa definizione a
            quelle naturali, come<hi rend="italic"> Sinnbilder</hi>: </p>
         <p> Ihr höchster Reiz beruht eben darauf, daß sie, indem sie bloß <hi rend="italic"
            >sind</hi> ohne<lb/>alle Beziehung — in sich selbst absolut —, doch zugleich immer die
            Bedeu-<lb/>tung durchschimmern lassen. Wir begnügen uns allerdings nicht mit dem
            blo-<lb/>ßen <hi rend="italic">bedeutungslosen Seyn,</hi> dergleichen z. B. das bloße
            Bild gibt, aber ebensowenig<lb/>mit der bloßen Bedeutung, sondern wir wollen, was
            Gegenstand der absoluten<lb/>Kunstdarstellung seyn soll, so concret, nur sich selbst
            gleich wie das Bild, und<lb/>noch so allgemein und sinnvoll wie der Begriff; daher die
            deutsche Sprache<lb/>Symbol vortrefflich als Sinnbild wiedergibt <note xml:id="ftn79"
               place="foot" n="80">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 411-412. </note>. </p>
         <p> Ora, il termine tedesco <hi rend="italic">Sinnbild</hi> deriva con ogni probabilità
            dalla letteratu-<lb/>ra neerlandese che a sua volta si era servita di moduli tratti
            dalla propria tradi-<lb/>zione per tradurre il termine italiano<hi rend="italic">
               impresa</hi> e quello greco-latino <hi rend="italic">emblema</hi>. In<lb/>Germania
            Sinnbild compare infatti nel 1626 nel titolo di un libro di emblemi di<lb/>Heinrich
            Hudemanns, <hi rend="italic">Himschleiffer. Das ist: Ausserlesene teutsche Emblemata,
               oder<lb/>Sinnebilder </hi>e ritorna come termine traducente l’italiano <hi
               rend="italic">impresa</hi> negli <hi rend="italic">Apophtheg-<lb/>mata</hi> di J. W.
            Zincgref, parimenti usciti nel 1626. Secondo la ricostruzione di<lb/>K. Porteman le
            premesse immediate di questo uso di <hi rend="italic">Sinnbild </hi>vanno
            ricercate<lb/>nel <hi rend="italic">Silenus Alcibiadis sive Proteus</hi> del
            popolarissimo scrittore olandese Jacob Cats<lb/> (1618), che nell’introduzione
            raccomanda <hi rend="italic">Sinnebeelden </hi>come traduzione di <hi rend="italic"
               >Em-<lb/>blemata</hi>. Il termine pare ricalcato su un precedente <hi rend="italic"
               >Sinnepoppen</hi>, utilizzato da<lb/>Roemer Visscher come titolo di un’opera di
            contenuto emblematico del 1614<lb/>che egli, nell’introduzione, descrive come constante
            «half in een Poppe ofte<lb/>
            <hi rend="italic">Beeldt </hi>en de ander helft bey een sententie» <note xml:id="ftn80"
               place="foot" n="81">K. PORTEMAN<hi rend="italic">, </hi>
               <hi rend="italic">Miscellanea emblematica,</hi> «Spiegel der letteren», 17 (1975),
               pp. 161-162.</note> . Si può in questa sede trascurare<lb/></p>
         <pb n="376" facs="IDEA/IDEA_376.jpg"/>
         <p> la pur fondamentale differenza tra emblema e impresa: l’impresa è di origine<lb/>più
            antica e consta di un motto o divisa cui si aggiunge un’immagine, mentre<lb/>l’emblema
            aggiunge un terzo elemento, un «epigramma» esplicativo, o anche<lb/>un testo in prosa,
            sicché la sua forma completa consta di una <hi rend="italic">inscriptio</hi>
            (anche<lb/>detta <hi rend="italic">motto</hi>, <hi rend="italic">lemma</hi>), di una <hi
               rend="italic">subscriptio</hi> che spiega e interpreta, fornendo spesso<lb/>una
            verità morale o una regola di comportamento e, inserita tra le due, una<lb/>
            <hi rend="italic">pictura</hi> (<hi rend="italic">icon</hi>, <hi rend="italic"
               >imago</hi>,<hi rend="italic"> symbolon</hi>) contenente immagini di piante, animali,
            utensili,<lb/>attività o professioni umane, figure o avvenimenti tratti dalla mitologia
            classi-<lb/>ca o dalla bibbia <note xml:id="ftn81" place="foot" n="82"> Si veda la
               trattazione del problema in A. HENKEL-A. SCHÖNE, <hi rend="italic">Emblemata.
                  Handbuch zur<lb/>Sinnbildkunst des XVI. und XVII. Jahrhunderts</hi>, Stuttgart
               1967, XII. </note> . L’essenziale è ai nostri fini il nesso tra un testo
            letterario<lb/>che fornisce un significato e un’immagine chiamata ad esprimerlo. La
            tratta-<lb/>zione teorica più antica e di maggior rilievo è, come noto, quella di
            Paolo<lb/>Giovio nel <hi rend="italic">Dialogo dell’imprese militari et amorose</hi>
            (1555), che assegna all’impresa<lb/>cinque condizioni: </p>
         <p> Prima giusta proportione d’anima et di corpo; Seconda, ch’ella non sia<lb/>oscura di
            sorte, c’habbia mistero della Sibilla per interprete a uolerla intende-<lb/>re; ne tanto
            chiara, ch’ogni plebeo l’intenda; Terza, che sopra Tutto habbia<lb/>bella uista, laqual
            si fa riuscire molto allegra, entrandoui stelle, soli, Lune, fuo-<lb/>co, acqua, arbori
            uerdeggianti, instrumenti mecanici, animali bizzarri et uccelli<lb/>fantastichi. Quarta,
            non ricerca alcuna forma humana. Quinta richiede il mot-<lb/>to, che è l’anima del corpo
            [...] Diremo, che la sopradetta anima et corpo<lb/>s’intende per il motto, ò per il
            soggetto; et si stima, che mancando ò il sogget-<lb/>to all’anima, ò l’anima al
            soggetto, l’impresa non riesca perfetta <note xml:id="ftn82" place="foot" n="83"><hi
                  rend="italic"> Dialogo dell’lmprese Militari et Amorose di Monsignor Paolo Giovio
                  Vescovo di Nocera </hi>[...], Roma<lb/> 1555, citato dall’edizione di Venezia
               1555, p. 6. </note>. </p>
         <p> L’identificazione di testo letterario o significato con anima e immagine<lb/>con corpo
            si trasmise da Giovio all’ambiente tedesco attraverso l’opera di G.<lb/>Ph. Harsdörffer,
               <hi rend="italic">Frauenzmmer Gesprechspiele</hi> (1641-1649), che descrive il
            rappor-<lb/>to tra <hi rend="italic">res significans </hi>e <hi rend="italic"
               >significatio </hi>nell’emblema come rapporto tra corpo e anima,<lb/>fissazione di un
            contenuto significante inconfondibile <note xml:id="ftn83" place="foot" n="84"> A.
               HENKEL-A. SCHÖNE, <hi rend="italic">Emblemata</hi>, cit., XIII. </note> . Un altro
            testo tardo-<lb/>rinascimentale italiano, il <hi rend="italic">Delle imprese</hi> di
            Giulio Cesare Capaccio (1592) asse-<lb/>gna all’impresa più il compito di esprimere
            un’idea della mente, il cui spirito è<lb/>chiaro solo al suo autore, e all’emblema per
            converso il carattere di un’infor-<lb/>mazione anzitutto <hi rend="italic">visiva</hi>,
            in cui il testo appare come l’anima dell’immagine.<lb/> Tale differenza è però subito
            resa relativa perché Capaccio tosto soggiunge che<lb/>si può agevolmente trasformare un
            emblema in un’impresa eliminando il testo </p>
         <pb n="377" facs="IDEA/IDEA_377.jpg"/>
         <p> esplicativo della <hi rend="italic">subscriptio</hi> e lasciando solo motto e immagine
               <note xml:id="ftn84" place="foot" n="85"> G. C. <hi rend="smallcaps">CAPACCIO, </hi>
               <hi rend="italic">Delle Imprese</hi> [...], Napoli 1592, 2 v°-3. Si veda in proposito
               M. <hi rend="smallcaps">PRAZ</hi>,<lb/>
               <hi rend="italic">Studies in Seventeenth-Century Imagery,</hi> Roma 1962 2 > , p. 80;
               E. K. <hi rend="smallcaps">HILL, </hi>
               <hi rend="italic">What Is an Emblem?,</hi> «The<lb/> Journal of Aesthetics and
               Criticism», XXIX, 2, Winter 1970, pp. 261-262. </note> . La
            fissazione<lb/>dell’emblema a un’<hi rend="italic">immagine naturale</hi>, di cosa
            realmente esistente o tenuta per<lb/>tale che esprime in modo <hi rend="italic">non
               ambiguo</hi>, anche se <hi rend="italic">enigmatico</hi>, come «corpo»
            un<lb/>«anima»-significato incontra nel XVIII secolo, in ispecie nell’ambiente
            tede-<lb/>sco, la distinzione tra<hi rend="italic"> simbolo</hi> e<hi rend="italic">
               allegoria</hi>. Nel 1703 J. Fr. Reinmann, predicatore<lb/>della cattedrale di
            Magdeburgo distingue il segno concreto o l’immagine della<lb/>rappresentazione
            allegorica, il cui scopo è soltanto <hi rend="italic">rendere sensibile</hi> un<hi
               rend="italic"> concetto<lb/>astratto</hi>, e in questo somiglia a un’effigie di
            fantasia che non riproduce nessun<lb/>individuo vivente determinato, dalla res picta
            dell’emblema, che preesiste a<lb/>ogni scoperta di un suo possibile significato ed
            esiste anche senza una simile<lb/>
            <hi rend="italic">interpretazione</hi>, che a sua volta somiglia a un ritratto in cui
            ogni linea deve corri-<lb/>spondere all’individuo riprodotto. Tra emblema e allegoria
            sussiste dunque<lb/>una differenza </p>
         <p> als zwischen einem Conterfai und einem Bilde / das der Mahler nur bloß<lb/>nach seiner
            Phantasie gekünstelt hat. Gestalt denn in jenem nicht das gering-<lb/>ste Pünctgen und
            Strichelgen umsonst darff gezogen seyn / wenn hie gantze<lb/>Bilder und Landschafften
            aus Utopia geduldet werden [...] In einem Emble-<lb/>mate muß man mit keinem Gemählde
            aufgezogen kommen / daß nicht ex<lb/>historia naturali vel artificiali genommen sey.
            Denn ein Emblema ist ein<lb/>Gemählde / darinnen ein Orator seinen Zuhörern zu erkennen
            giebet / wie<lb/>die Moralia auch in der Natur und Kunst gegründet sind <note
               xml:id="ftn85" place="foot" n="86"> J. F. REINMANN, <hi rend="italic">Poesis
                  Germanorum Canonica et Apocrypha</hi> , 1703, pp. 85 sgg. Si veda in<lb/>
               proposito A. HENKEL-A. SCHÖNE, <hi rend="italic">Emblemata,</hi> cit., XIV. </note>. </p>
         <p> L’emblema è dunque il testimone che «significati morali» sussistono<lb/>anche nella
            natura, e nell’arte in quanto la riproduce. Ciò che Reinmann dice<lb/>dell’emblema è
            ripreso alla fine del XVIII secolo da Sulzer per il <hi rend="italic">simbolo</hi>
            in<lb/>quanto contrapposto all’allegoria; <hi rend="italic">Sinnbild-Symbol</hi>, come
            eredi della funzione, se<lb/>non della forma artistica vera e propria dell’emblema, che
            in quel periodo ini-<lb/>zia la sua fase di declino definitivo, rinviano perciò
            tematicamente già in Sul-<lb/>zer — una fonte sicura di Schelling — alla questione della
            presenza del signifi-<lb/>cato nella natura e nell’arte in quanto si attiene alla natura
            come l’<hi rend="italic">anima</hi> è<lb/>principio <hi rend="italic">informatore</hi>
               del<hi rend="italic">corpo</hi>: </p>
         <p> Viele Sinnbilder sind allegorisch; aber sie sind es nicht nothwendig, und<lb/>deswegen
            muß das Sinnbild überhaupt nicht mit dem allegorischen Bilde ver-<lb/>wechselt werden.
            [...]<lb/> Sehen wir auf den Unterschied in der Materie der Allegorie, so ist
            sie<lb/>auch von zwey Arten. Die eine nimmt ihre Bilder ganz aus der Natur, indem </p>
         <pb n="378" facs="IDEA/IDEA_378.jpg"/>
         <p> sie z. B. die Arbeitsamkeit durch eine Biene vorstellt; die andere erdichtet
            die<lb/>Bilder ganz oder zum Theil. Jener sollte man den Namen des Sinnbildes<lb/>geben,
            dieser aber den Namen der eigentlichen Allegorie <note xml:id="ftn86" place="foot"
               n="87"> J. G. SULZER, <hi rend="italic">Allgemeine Theorie der Schönen Künste,</hi>
               Leipzig 1771-1774, <hi rend="italic">sub voce Sinnbild </hi>,<lb/> p. 668, <hi
                  rend="italic">Allegorie,</hi> p. 47. Si veda in proposito A. HENKEL-A. SCHÖNE, <hi
                  rend="italic">Emblemata,</hi> cit., > XIII-XIV. </note></p>
         <p> A questo punto è possibile comprendere il senso del ragionamento di<lb/>Schelling a
            proposito del <hi rend="italic">simbolico</hi> e le linee direttrici della sua evidente
            utilizza-<lb/>zione della tradizione di cui ora si è fornito un compendio. È noto che
            il<lb/>Romanticismo segnò la crisi definitiva, già annunciata dal Neoclassicismo
            set-<lb/>tecentesco, della letteratura emblematica minandone i presupposti retorici.
            A.<lb/> Henkel e A. Schöne descrivono efficacemente la questione nella <hi rend="italic"
               >Vorbemerkung</hi><lb/> del loro grande manuale <hi rend="italic">Emblemata</hi>: </p>
         <p> Während nach der Auffassung der Klassik und der Romantik im Symbol<lb/>das Zeichen und
            ein von ihm Bezeichnetes zusammenfallen, die Idee, der<lb/>Sinn, die Bedeutung des
            Bildes dort von der Hand der Wahrheit durch den<lb/>Schleier der Poesie verhüllt
            scheint, wirksam und unfaßlich zugleich, wahrhaft<lb/>unaussprechlich, wird im Emblem
            eine außerhalb des Dargestellten liegende<lb/>Bedeutung fixiert und aufs jeweils
            Eindeutige beschränkt <note xml:id="ftn87" place="foot" n="88">
               <hi rend="smallcaps"> A. HENKEL-A. SCHÖNE, </hi>
               <hi rend="italic">Emblemata,</hi> cit., XIII. Si veda anche la trattazione di <hi
                  rend="smallcaps">H. G.<lb/>GADAMER, </hi> in <hi rend="italic">Wahrheit und
                  Methode. Grundlage einer philosophischen Hermeneutik,</hi> in <hi rend="italic"
                  >Gesammelte Werke</hi> I,<lb/>pp. 78-87. Gadamer sottolinea in particolare
               l’importanza della dottrina del genio e dell’esigen-<lb/>za, tratta dall’opera del
               giovane Goethe, di una <hi rend="italic">Erlebtheit</hi> come carattere distintivo di
               ogni auten-<lb/>tica creazione poetica, ai fini della spiegazione della svalutazione
               dell’allegoria di fronte al sim-<lb/>bolo, ma non sembra cogliere (ad eccezione di un
               accenno in forma dubitativa nella nota 143,<lb/> pp. 79-80) l’importanza della
               tradizione della letteratura emblematica. In particolare la trattazio-<lb/>ne
               schellinghiana del rapporto simbolo-allegoria non pare potersi spiegare solo a
               partire da K.<lb/>Ph. Moritz e Goethe, ma presenta aspetti autonomi che derivano da
               una lettura dei materiali<lb/>offerti dalla tradizione a proposito del termine <hi
                  rend="italic">Sinnbild</hi> in funzione del problema del rapporto tra<lb/>la
               modernità e la simbolicità pienamente realizzabile solo nel mondo classico. </note>. </p>
         <p> La dissoluzione della letteratura emblematica finisce così di apparire<lb/>come il
            riflesso della crisi del procedimento allegorico — insieme con quella<lb/>della
            tradizione retorica in generale —, che avrebbe avuto come conseguenza<lb/>la
            trasformazione del simbolo in qualcosa di molto meno definibile nel suo<lb/>significato
            sulla base di regole oggettive e riproducibili rispetto ai tempi in cui<lb/>l’elemento
            allegorico — basta pensare all’<hi rend="italic">Iconologia</hi> di Cesare Ripa — non
            era<lb/>troppo rigidamente escluso dall’emblematica (nonostante la proibizione di
            far<lb/>uso per emblemi e imprese della figura umana intera). La fine
            dell’emblemati-<lb/>ca avrebbe significato allora l’esaurirsi definitivo dell’ultimo
            tentativo, com-<lb/>piuto all’inizio dell’età moderna dopo il crollo della visione
            patristica e<lb/>medioevale di una presenza pervasiva di significati, direttive morali,
            segni del-<lb/>la volontà divina nel cosmo, di conservare almeno il ricordo della
            precedente </p>
         <pb n="379" facs="IDEA/IDEA_379.jpg"/>
         <p> credenza in un <hi rend="italic">mundus symbolicus</hi>. Il <hi rend="italic">sensus
               tropologicus</hi> dell’esegesi medioevale, per<lb/>cui le cose reali conterrebbero
            indicazioni gravide di significato ai fini del<lb/>destino e del comportamento degli
            uomini proseguirebbe così nell’emblemati-<lb/>ca, ma </p>
         <p> Diese emblematische Verweisungs-, Entsprechungs- und Lebenslehre ist<lb/>wohl nicht
            mehr Zeugnis eines unangefochtenen Vertrauens in die kosmische<lb/>Ordnung, sondern eher
            ein Ausdruck des menschlichen Versuchs am Beginn<lb/>der Neuzeit, sich zu behaupten
            gegen eine undurchschaubar werdende, chaoti-<lb/>sche Welt <note xml:id="ftn88"
               place="foot" n="89"> A. HENKEL-A. SCHÖNE, <hi rend="italic">Emblemata,</hi> cit.,
               XVI. </note></p>
         <p> La <hi rend="italic">Philosophie der Kunst </hi>e le <hi rend="italic">Vorlesungen über
               die Methode des akademischen Stu-<lb/>diums</hi> mostrano che almeno per Schelling,
            occorre correggere questa interpreta-<lb/>zione. Schelling si inserisce chiaramente
            nella tradizione «realistica» dell’em-<lb/>blematica e utilizza il termine <hi
               rend="italic">Sinnbild- Symbol</hi> non per indicare qualcosa di inef-<lb/>fabile e
            non univoco, ma la «naturalità» e «necessità» del significato di un’im-<lb/>magine.
               L’<hi rend="italic">idea</hi> è infatti la natura della natura (il <hi rend="italic"
               >Wesen der Natur</hi>) in quanto<lb/>esibita come universale, è quindi un <hi
               rend="italic">senso esplicito</hi>, che non ha però bisogno di<lb/>mediazione da
            parte di posizioni di finalità tratte per esempio dalla morale o<lb/>dalla religione per
            apparire nella sua necessità. Questo senso, esplicito ed evi-<lb/>dente per sé è
            individuale e concreto come lo è ciascuna <hi rend="italic">Gestalt</hi>, ma
            contiene<lb/>anche come sua interna<hi rend="italic"> possibilità</hi> l’isolamento
            dell’universale, quindi di una<lb/>propria<hi rend="italic"> allegorizzazione</hi>. E
            però proprio questo passaggio all’allegoria che com-<lb/>porta l’intervento di una
            scelta arbitraria: il senso, che nel simbolo è tanto<lb/>definito e concreto quanto
            infinito, si fa nell’allegoria, che è la realizzazione di<lb/>una possibilità insita,
            non univoco, ma <hi rend="italic">unilaterale</hi>. Occorre però distinguere qui<lb/>tra
            un’allegorizzazione esteriore, come quella che Schelling rimprovera alla let-<lb/>tura
            omerica di Heyne, dall’allegoricità non unilaterale, ma assorbita nell’ele-<lb/>mento
            simbolico come sua accentuazione e forma storica, come accade nella<lb/>poesia moderna
            in contrapposizione con quella antica, il cui carattere è pura-<lb/>mente simbolico (o
            «ingenuo») <note xml:id="ftn89" place="foot" n="90">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 409-410. </note> . In realtà la polemica di Schelling non
            è<lb/>diretta contro la <hi rend="italic">fissazione </hi>retorica di significati
            simbolici, ma contro la loro<lb/>riduzione a strumenti per l’<hi rend="italic">utilità
               morale</hi>, e in questo la dottrina del simbolo<lb/>poetico ha come riscontro la
            rivendicazione della <hi rend="italic">simbolicità</hi> della forma
            come<lb/>comprensione della necessità della sua genesi nella conoscenza della
            natura,<lb/>dove il termine polemico è la concezione strumentale dei rapporti tra le
            forme<lb/>funzionali dell’organismo come riflesso della visione utilitaristica della <hi
               rend="italic">bürgerli-<lb/>che Gesellschaft. </hi></p>
         <p> La dottrina schellinghiana del simbolo trae il suo significato dall’orizzonte </p>
         <pb n="380" facs="IDEA/IDEA_380.jpg"/>
         <p> sistematico e enciclopedico della <hi rend="italic">Ideenlehre</hi>, di cui è un
            elemento essenziale.<lb/>Essa serve al tentativo di restaurare il <hi rend="italic"
               >Sinneszusammenhang</hi> tra il mondo della<lb/>natura e quello della storia, tra le
            leggi che presiedono alla forma del reale e le<lb/>norme che regolano l’azione morale,
            ma dando ormai per scontato il tramonto<lb/>nell’età moderna della possibilità di
            cogliere <hi rend="italic">realmente </hi>e <hi rend="italic">direttamente</hi> il senso
            delle<lb/>cose sensibili. Ciò può sembrare in contraddizione con la centralità del
            simbo-<lb/>lo rispetto allo schema e all’allegoria, ma non lo è se solo si riflette che
            questi<lb/>ultimi sono in realtà unità interne alla<hi rend="italic"> Ineinsbildung</hi>
            dell’idea nel reale. Se la<lb/>simbolicità rimane così la sintesi di fondo, l’assoluto
            delle esibizioni delle idee,<lb/>risultano possibili una simbolicità relativa e una
            allegoricità relativa rette dalla<lb/>comune simbolicità assoluta ed esprimenti l’una la
            direzione dall’universale al<lb/>particolare, l’altra quella dal particolare
            all’universale: è questo per Schelling<lb/>ciò che distingue la visione del mondo degli
            antichi da quella dei moderni, e<lb/>che si esprime nel contrasto tra la mitologia
            classica e il culto cristiano. Se<lb/>infatti la mitologia classica traspone l’infinito
            nel finito, sicché in essa palese è<lb/>la natura e celato è il mondo ideale, nel
            cristianesimo, che parte dal finito e<lb/>anela all’infinito, palese diviene il mondo
            ideale e misteriosa la natura. Le idee<lb/>
            <hi rend="italic">divenivano obiettive nell’essere</hi> per il mondo classico, e <hi
               rend="italic">divengono obiettive nell’agire</hi> per il<lb/>mondo moderno: il <hi
               rend="italic">significato</hi>, l’<hi rend="italic">anima </hi>appaiono così
            rispettivamente <hi rend="italic">espliciti</hi> là<lb/>negli enti naturali, qui
            nell’agire morale e nella storia <note xml:id="ftn90" place="foot" n="91">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 454-455. </note> . Il mondo moderno<lb/>annienta quindi
            la possibilità di una <hi rend="italic">symbolische Anschauung</hi> credibile <hi
               rend="italic">da tutti</hi>, e<lb/>ciò ha un effetto radicale sulla possibilità di
            rendere credibile quel nesso tra<lb/>filosofia, arte, scienza, morale e religione che
            per gli antichi (e per quanto di<lb/>antico era rimasto nella cultura del medioevo e del
            rinascimento) era <hi rend="italic">intuitivo</hi> e<lb/>appariva immediatamente come
               <hi rend="italic">idea obiettivata</hi> in ciascuna <hi rend="italic">Gestalt
            </hi>simbolica. Il<lb/>tentativo di ricreare una mitologia a partire dalla «fisica
            superiore» della filo-<lb/>sofia della natura, di cui pure Schelling aveva parlato,
            resta affidato al corso<lb/>della storia, e non può essere compiuto con successo da
            singoli; Schelling cita<lb/>infatti Erasmus Darwin, il naturalista autore del poema <hi
               rend="italic">The Botanic Garden</hi><lb/> come esempio di un necessario fallimento,
            in confronto con mitologia greca,<lb/>che invece contiene già tutta la filosofia della
            natura: </p>
         <p> Aber dieß wäre doch wieder nur <hi rend="italic">Gebrauch</hi> (wie bei Darwin). Die
            Forde-<lb/>rung einer Mythologie ist ja aber gerade, <hi rend="italic">nicht</hi> daß
            ihre Symbole bloß Ideen<lb/>bedeuten, sondern daß sie für sich selbst bedeutend,
            unabhängige Wesen sey-<lb/>en <note xml:id="ftn91" place="foot" n="92">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 447. </note>. </p>
         <p> Nelle mani di un moderno la mitologia si trasforma necessariamente in<lb/>allegoria, e
            per giunta in allegoria puramente strumentale, in <hi rend="italic">uso poetico </hi>a
            fini </p>
         <pb n="381" facs="IDEA/IDEA_381.jpg"/>
         <p> solo esteriori, perché palese è come si è visto soltanto l’ideale, la<hi rend="italic">
               Handlung</hi>, non<lb/>il reale, l’essere. Se però la restaurazione della simbolicità
            nella sua capacità di<lb/>
            <hi rend="italic">persuadere</hi> appartiene all’ambito delle speranze nel futuro
            sviluppo della storia e<lb/>può essere solo preconizzata dal filosofo sul fondamento
            dell’intuizione intel-<lb/>lettuale <hi rend="italic">idealmente</hi>, e restaurare la
               <hi rend="italic">Sinnbildlichkeit</hi> piena, al di fuori della
            esplicita<lb/>allegoresi moderna, non è compito da proporre a nessuno, Schelling nota
            che<lb/>l’età a lui contemporanea, <hi rend="italic">grazie allo stesso sviluppo delle
               scienze</hi> ha in qualche modo<lb/>riacceso l’esigenza di cogliere l’infinito nel
            finito. Questa esigenza, insoddisfa-<lb/>cibile dal cristianesimo, nel cui ambito
            riesce, solo a sfociare in una forma di<lb/>misticismo, è invece soddisfatta dalla <hi
               rend="italic">Naturphilosophie</hi>, ma non in una forma<lb/>
            <hi rend="italic">concreta </hi>e <hi rend="italic">poetica</hi>, bensì in forma <hi
               rend="italic">universale</hi> e <hi rend="italic">scientifica </hi><note
               xml:id="ftn92" place="foot" n="93">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 447-448. </note> . Le<hi rend="italic"> idee</hi> della
               <hi rend="italic">idealistische<lb/>Bildung</hi> di cui la filosofia della natura è
            parte caratteristica e che ha al suo<lb/>centro la <hi rend="italic">filosofia
               speculativa</hi>, intesa come direzione opposta al cristianesimo e<lb/>destinata a
            fondersi in futuro con esso in un tutto superiore si traducono in<lb/><hi rend="italic">
               simboli </hi>restando al loro posto di <hi rend="italic">rappresentazioni
            filosofiche</hi>, intuizioni dell’infinito<lb/>nel finito, ma «auf eine allgemeingültige
            und wissenschaftlich objektive Art».<lb/>Per questo il <hi rend="italic"
               >Sinneszusammenhang</hi> del cosmo può apparire solo <hi rend="italic"
            >idealmente</hi>, non <hi rend="italic">real-<lb/>mente</hi>, al filosofo che conosce
            «den allgemeinen Typus, nach dem alles geord-<lb/>net ist und geschieht», non
            all’artista, e i tentativi di produrre simboli <hi rend="italic">reali</hi>,<lb/> cioè
            nuove figure divine, sono destinati ad essere velleitari: </p>
         <p> Nicht <hi rend="italic">wir</hi> wollen der idealistischen Bildung ihre Götter durch
            die <hi rend="italic">Physik</hi>
            <lb/>geben. Wir erwarten vielmehr ihre Götter, für die wir, vielleicht noch ehe
            sie<lb/>in <hi rend="italic">jener</hi> ganz unabhängig von dieser sich gebildet haben,
            die Symbole schon in<lb/>Bereitschaft haben <note xml:id="ftn93" place="foot" n="94">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 449.</note>. </p>
         <p> La filosofia speculativa prende così la materia-fenomeno del mondo in<lb/>uno stato di
            rigidità e di «morte», come le opere della scultura e la restaura<lb/>nel suo valore di
            simbolo che la scienza puramente empirica non può vedere;<lb/>così facendo restituisce
            alla materia il valore di<hi rend="italic"> Leib</hi> di una<hi rend="italic">
            Seele</hi> che è l’idea<lb/>simboleggiata da essa. L’identità del processo attraverso
            cui l’idea si fa fenome-<lb/>no mediante le cose finite tanto nella natura quanto
            nell’arte, resa palese dal<lb/><hi rend="italic"> tipo universale</hi> della <hi
               rend="italic">Einbildung</hi> delle idee, fornisce il fondamento su cui, anche
            se<lb/>solo <hi rend="italic">idealmente</hi>, per la riflessione, e non ancora <hi
               rend="italic">realmente</hi>, per l’arte, l’unità di<lb/>significato del cosmo può
            essere riaffermata <note xml:id="ftn94" place="foot" n="95">
               <hi rend="italic">SW</hi> V 480-481. </note>. </p>
         <pb n="382" facs="IDEA/IDEA_382.jpg"/>
         <p>
            <list>
               <item> 6. Idee <hi rend="italic">negli scritti del 1804</hi>. </item>
            </list>
         </p>
         <p> Il primo capitolo di <hi rend="italic">Philosophie und Religion</hi> reca il titolo <hi
               rend="italic">Idee des Absoluten</hi>. Il<lb/>termine <hi rend="italic">Idee</hi> ha
            qui ancora una volta un significato inizialmente ambiguo, ed è<lb/>appunto la soluzione
            di questa ambiguità il compito che si propone l’argomen-<lb/>tazione di Schelling. Punto
            di partenza è l’argomento di Eschenmayer, occasio-<lb/>ne dello scritto schellinghiano,
            secondo cui l’idea di assoluto fornita dalla filo-<lb/>sofia non sarebbe ancora il
            supremo, ma lascerebbe uno spazio al di là e al di<lb/>sopra di sé, dove la fede e la
            pietà religiosa collocherebbero Dio, come potenza<lb/>superiore dell’assoluto. Il
            problema è allora per Schelling mostrare che l’<hi rend="italic">idea
            </hi>di<lb/>assoluto (come<hi rend="italic"> rappresentazione</hi> dell’oggetto che é
            l’assoluto) che una simile con-<lb/>cezione comporta non è l’<hi rend="italic">idea
               dell'assoluto</hi>, l’unica possibile conoscenza adeguata<lb/>ad esso. Il punto di
            vista da cui si pone Eschenmayer è infatti quello, comune<lb/>nella filosofia che
            intende se stessa come argomentare discorsivo (intellettuale)<lb/>da un condizionato
            alla sua condizione, secondo cui le<hi rend="italic"> idee </hi>sono <hi rend="italic"
               >descrizioni</hi> (<hi rend="italic">Be-<lb/>schreibungen</hi>) di oggetti. Se
            infatti per oggetti che fanno parte della catena dei<lb/>condizionati è possibile
            trovare una descrizione adeguata e tale da collocare<lb/>l’oggetto nei confini che gli
            competono, per l’assoluto, cioè l'<hi rend="italic">incondizionato</hi>,<lb/> l’unica
            descrizione possibile è quella che lo colloca fuori da tutto ciò che può<lb/>essere
            descritto e da ogni legame argomentativo, sicché di esso non si ha per<lb/>questa via
               un’<hi rend="italic">idea-descrizione</hi>, ma solo una determinazione <hi
               rend="italic">negativa</hi>, che non porta<lb/>«davanti all’anima» l’assoluto stesso
            nella sua <hi rend="italic">Wesenheit</hi>. </p>
         <p> Il problema è allora così definito: <hi rend="italic">Idee</hi> è una conoscenza che
            deve portare<lb/>nella sua vera natura davanti all’anima (cioè al <hi rend="italic"
               >soggetto vivente</hi>, non al <hi rend="italic">Subjekt-</hi><lb/> funzione della
            filosofia trascendentale) ciò cui si riferisce <note xml:id="ftn95" place="foot" n="96">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 21-22.</note>. </p>
         <p> L’insufficienza della conoscenza discorsiva a dare una descrizione accetta-<lb/>bile
            dell’idea dell’assoluto emerge ancora più chiaramente quando si cerca di<lb/>giungervi
            attraverso il consueto procedimento <hi rend="italic">sintetico</hi>, partendo cioè
            dalle dif-<lb/>ferenze per giungere alla loro unificazione o, nella terminologia usuale
            di<lb/>Schelling, all’<hi rend="italic">indifferenziazione</hi>. Così avviene se si
            cerca (Schelling ha qui con<lb/>ogni probabilità in mente critiche fichtiane) di
            cogliere l’idea dell’assoluto<lb/>come <hi rend="italic">indifferenziazione</hi> del
            soggettivo e dell’oggettivo, o meglio <hi rend="italic">identità</hi> nel senso<lb/>di
            sintesi delle differenze: ciò conduce infatti solo a una <hi rend="italic"
            >composizione</hi> (<hi rend="italic">Zusammen-<lb/>setzung</hi>). Ma di nuovo ci si
            trova in contraddizione con quella <hi rend="italic">conoscenza prelimi-<lb/>nare</hi>
            che fa parte di ogni <hi rend="italic">Idee</hi> in quanto contiene una descrizione che
            anticipa e<lb/>nel caso della filosofia esige la fondazione delle proprie pretese di
            significato:<lb/>l’assoluto, come incondizionato, non può essere un composto o una
            sintesi, e<lb/> uindi la sua determinazione negativa — dire che non è né soggetto né
            ogget- </p>
         <pb n="383" facs="IDEA/IDEA_383.jpg"/>
         <p> to significa solo dire che non è nessuna delle determinazioni possibili
            nell’am-<lb/>bito della conoscenza — non può essere intesa nel senso che<hi
               rend="italic"> si parta</hi> dall’accet-<lb/>tazione di determinazioni positive come
            punti di partenza non discussi. Il para-<lb/>dosso che deriva dall’impossibilità di
            esibire l’idea di assoluto mediante una<lb/>descrizione nasce dal fatto — non
            esplicitato da Schelling, ma costituente il<lb/>nerbo della sua argomentazione — che la
            definizione dell’assoluto come sintesi<lb/>suprema si risolve in pura negatività, mentre
            in ogni altra sintesi, ciascuna<lb/>delle quali è ricompresa sotto quella suprema, la
            negatività si converte in posi-<lb/>zione: ogni indifferenza di differenze dà una
            sintesi, una unità positiva, ma<lb/>non l’indifferenza suprema, che dice solo che
            l’assoluto non è né il soggettivo<lb/>né l’oggettivo <note xml:id="ftn96" place="foot"
               n="97">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 22-23.</note>. </p>
         <p> Il motivo per cui si produce un simile paradosso è, per Schelling, che<lb/>l’origine
            della conoscenza non sta affatto nell’intelletto e nelle sue rappresen-<lb/>tazioni
            discorsive, ma nella «presenza all’anima» di un’idea, in un rapporto<lb/>cioè naturale e
            vivente. L’<hi rend="italic">idea</hi> dell’assoluto si propone come <hi rend="italic"
               >explicandum</hi>, e non<lb/>può essere cancellata dall’impossibilità di darne una
            descrizione perchè costi-<lb/>tuisce il <hi rend="italic">Wesen der Seele</hi>, la
            natura stessa e la vita del conoscere. Conoscere non<lb/>è rappresentare, ma è presenza
            vivente (<hi rend="italic">wesentlich</hi>) all’anima, e la presenza<lb/>all’anima
            dell’assoluto è la sua stessa vita. Così<hi rend="italic"> Idee des Absoluten</hi> non
            può essere<lb/>pura rappresentazione, come all’inizio dell’argomentazione, ma vita, che
            appa-<lb/>re ed è come tale conoscibile. Solo partendo di qui le altre
            argomentazioni<lb/>sono possibili e qualcosa come la descrizione da cui si era partiti
            si può dare. Si<lb/>comprende così agevolmente che il passaggio dall’una all’altra
            accezione di Idee<lb/> non sia altro che un modo di porre l’<hi rend="italic">argomento
               ontologico</hi>, cui effettivamente con-<lb/>ducono le pagine seguenti; avere l’<hi
               rend="italic">idea</hi> dell’assoluto comporta avere l’assoluto<lb/>in sé; ma nessuna
            idea è in noi possibile se non per e mediante l’idea di asso-<lb/>luto, che è il punto
            in cui pensiero e essere si incontrano, ma non nella rap-<lb/>presentazione, bensì nella
            presenza vivente anzitutto dell’anima a se stessa e<lb/>quindi di ogni altra cosa
            all’anima. L’idea di assoluto è il principio di ogni<lb/>filosofare perché la filosofia
            è la vita stessa che si fa autotrasparente, e come la<lb/>vita dell’anima è il punto
            d’unione dell’ideale con il reale, coincidenza vivente<lb/>dello stesso e dell’altro,
            quindi unione positiva di identità e differenza, così la<lb/>sua autochiarificazione
            nella filosofia inizia necessariamente con l’idea dell’as-<lb/>soluto, nella quale
            ideale e reale non sono<hi rend="italic"> congiunti </hi>(<hi rend="italic"
            >verknüpft</hi>), ma<hi rend="italic"> identici</hi> prima<lb/>di ogni differenza. L<hi
               rend="italic">’identità</hi> viene così nell’idea prima della<hi rend="italic">
               differenza</hi>, ed è il<lb/>principio della stessa indifferenza. L’immediatezza
               dell’<hi rend="italic">intuizione intellettuale</hi><lb/> esprime questa «presenza
            vivente» dell’<hi rend="italic">idea</hi> che è insieme realtà e conoscenza.<lb/>Per
            questo l’idea dell’assoluto è <hi rend="italic">luce</hi> e <hi rend="italic"
            >occhio</hi>, <hi rend="italic">elemento</hi> e<hi rend="italic"> individuo</hi> che
            vive, e per </p>
         <pb n="384" facs="IDEA/IDEA_384.jpg"/>
         <p>questo l’idea dell’assoluto non è sintesi-indifferenza di ideale e reale, ma in<lb/>essa
            ciascuna delle due unità è anche l’altra:</p>
         <p> Diese nicht vermittelte, sondern ganz unmittelbare, nicht äußere, sondern<lb/>innere
            Identität des Idealen und Realen hat nothwendig von jeher allen ver-<lb/>borgen bleiben
            müssen, denen überhaupt die höhere Wissenschaftlichkeit un-<lb/>zugänglich ist, zu
            welcher der erste Schritt die Erkenntniß ist, daß das absolut-<lb/>ideale, <hi
               rend="italic">ohne mit dem Realen integrirt zu werden, an sich selbst</hi>, auch
            absolut-real ist.<lb/> [...]<lb/> Inwiefern diese Anschauung nicht gleich der irgend
            einer geometrischen<lb/>Figur auf allgemeingeltende Art <hi rend="italic">gegeben</hi>
            werden kann, sondern jeder Seele, wie<lb/>die Anschauung des Lichts jedem Auge,
            insbesondere eigenthümlich ist, so ist<lb/>hier allerdings eine bloß individuelle, aber
            in dieser Individualität doch eben<lb/>so <hi rend="italic">allgemeingültige</hi>
            Offenbarung, als es für den empirischen Sinn das Licht ist<lb/>[...].<lb/> Der
            Voraussetzung einer bloß vermittelten Erkenntniß des Absoluten<lb/>(gleichviel wodurch
            die Vermittelung geschehe) kann das Absolute des Philo-<lb/>sophen nur als etwas
            erscheinen, das angenommen wird, um philosophiren zu<lb/>können: da vielmehr das
            Gegentheil stattfindet, und alles Philosophiren be-<lb/>ginnt und begonnen hat erst mit
            der lebendig gewordenen Idee des Absolu-<lb/>ten. Das Wahre kann nur an der Wahrheit,
            das Evidente an der Evidenz<lb/>erkannt werden; die Wahrheit und Evidenz selbst aber
            sind von sich selbst<lb/>klar, und müssen daher absolut und das Wesen Gottes selbst seyn
               <note xml:id="ftn97" place="foot" n="98">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 25-27.</note>. </p>
         <p> La forma assunta in questo scritto schellinghiano dall’argomento ontologi-<lb/>co è
            tale, da ribaltare evidenza e validità dei concetti sulla coincidenza di
            una<lb/>validità universale del sapere con l’individualità dell’esperienza in cui essa
            si<lb/>appalesa. Perciò l’idea dell’assoluto si riconduce alla fine alla presenza di
            Dio<lb/>nell’anima, e la filosofia si mostra, nel suo punto originario, l’idea, come
            coinci-<lb/>dente con la religione. Validità ed evidenza dell’argomentare filosofico
            dipendo-<lb/>no dalla vita dell’anima, e questa è il <hi rend="italic">Wesen</hi> di Dio
            in quanto vi abita e si rivela. </p>
         <p> Se però tutta l’evidenza della filosofia è ricondotta
            all’autotrasparenza<lb/>dell’unità dell’anima con il <hi rend="italic">Wesen </hi>divino
            il problema da cui il testo di <hi rend="italic">Philoso-<lb/>phie und Religion</hi> era
            partito, quello di <hi rend="italic">rappresentare</hi> l’assoluto come se fosse
            una<lb/>cosa finita e condizionata si capovolge nel suo opposto: come è possibile
            con-<lb/>cepire che le cose possano discendere dall’<hi rend="italic">idea</hi> in cui
            tutte hanno la loro evi-<lb/>denza, e con cui non coincidono, sicché è possibile averne
            una rappresentazio-<lb/>ne come quella, puramente descrittiva, che prende le sue mosse
            dalle differen-<lb/>ze come tali. La notissima spiegazione di Schelling è condotta alla
            luce dell’im-<lb/>magine mitica della <hi rend="italic">caduta</hi> (<hi rend="italic"
               >Abfall</hi>) delle cose dalla comunanza vitale con Dio.<lb/>Dio, come <hi
               rend="italic">Wesen</hi> assoluto e assolutamente semplice è puramente ideale, ma
            la<lb/>forma in cui si rivela la sua realtà gli è coeterna ed è che l’ideale, senza
            uscire </p>
         <pb n="385" facs="IDEA/IDEA_385.jpg"/>
         <p> da sé, sia anche reale, ciò che esprime l’identità originaria e non
            sintetica<lb/>dell’ideale e del reale che costituisce l’idea dell’assoluto. La forma è
            concepibi-<lb/>le come un autoconoscersi dell’assoluto, e corrisponde all’in sé
            dell’anima in<lb/>quanto identico con il <hi rend="italic">Wesen</hi> divino; è un
            sapere, che però in quanto prodotto<lb/>dell’assoluto e da esso indiviso, è<hi
               rend="italic"> autonomo e di per sé sussistente</hi> (<hi rend="italic"
            >selbständig</hi>). Pren-<lb/>dendo forma l’assoluto si <hi rend="italic">differenza
            </hi>in sé, ma poiché la forma stessa è nell’asso-<lb/>luto, il particolare-differente
            non vi risulta separato dall’universale. Le unità in<lb/>cui l’assoluto conosce sé, le
               <hi rend="italic">idee</hi>, che sono nella loro pluralità non molteplice il<lb/>lato
            reale dell’idea di Dio, non possono pertanto contenere differenze come<lb/><hi
               rend="italic"> reali</hi>, altrimenti uscirebbero dall’identità con l’assoluto, ma
            contengono queste<lb/>differenze solo come <hi rend="italic">possibili </hi><note
               xml:id="ftn98" place="foot" n="99">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 29-34.</note>. </p>
         <p> Il produrre dell’assoluto è uno <hi rend="italic">Hineinbilden</hi> o <hi rend="italic"
               >Hineinschauen seiner selbst in das<lb/> Reale</hi>, che consta, come già gli scritti
            precedenti avevano chiarito, di una <hi rend="italic">duplice<lb/>unità </hi>della <hi
               rend="italic">Einbildung</hi>, quella per cui l’infinito è formato nel finito e
            quella per<lb/>cui il finito è in sé solo in quanto è nell’assoluto. Il permanere<hi
               rend="italic"> in</hi> Dio comporta<lb/>che l’autonomia e la differenza rimangano
            solo ideali, come possibilità non rea-<lb/>lizzate. Dal <hi rend="italic">Wesen</hi> la
            realtà discende come <hi rend="italic">libertà</hi>, che però nelle idee rimane
            sol-<lb/>tanto potenziale, confusa con la necessità e l’essere. La realizzazione della
            libertà<lb/>muta la differenza da ideale in reale e provoca la caduta dall’unità
            dell’assoluto.<lb/>Mentre le idee, finché rimangono nell’unità dell’assoluto<hi
               rend="italic"> producono solo altre idee</hi> in<lb/>una condizione di <hi
               rend="italic">continuità</hi> che caratterizza la non attuazione della libertà
            poten-<lb/>ziale, una volta «cadute» nella realtà per la realizzazione della loro
            autonomia<lb/>producono solo <hi rend="italic">cose reali</hi>. Ciò che qui avviene è la
            separazione delle due unità<lb/>della <hi rend="italic">Einbildung</hi> l’una
            dall’altra: l’unità per cui il finito è in sé si separa dall’altra<lb/>per la
            realizzazione della libertà. Ma poiché tutto l’essere è nell’unità dell’assolu-<lb/>to,
            il finito «caduto» da essa è un puro <hi rend="italic">nulla</hi>, è soltanto<hi
               rend="italic"> per se stesso</hi>. Questo nulla<lb/>in cui le idee precipitano quando
            escono dai limiti che l’autonomia ha nell’asso-<lb/>luto, di essere cioè pura <hi
               rend="italic">Selbstbeschauung</hi> di Dio, non è una <hi rend="italic">cosa</hi>,
            perché tutto ciò<lb/>che è, anche l’essere cosale, proviene dall’assoluto, ma è una pura
               <hi rend="italic">azione</hi>, quella<lb/>appunto di separarsi e di porsi <hi
               rend="italic">per sé</hi> e, nella sua forma più alta, che si realizza<lb/>soltanto
               nella<hi rend="italic"> egoità</hi>. L’egoità, il principio fichtiano è dunque il
            principio del<lb/>mondo finito, e si mostra come il farsi da sé che si riduce a puro
            farsi, un <hi rend="italic">per-sé</hi><lb/> privo di<hi rend="italic"> in-sé.</hi>
            L’egoità è da un lato <hi rend="italic">ragione</hi>, in quanto originariamente
            identica<lb/>con la<hi rend="italic"> Urform</hi> dell’assoluto, ma dall’altro <hi
               rend="italic">intelletto</hi>, in quanto è per sé nella separa-<lb/>zione dal proprio
            in sé. È così nella e per la egoità che le unità originarie della<lb/> forma, le idee,
               diventano<hi rend="italic"> cose finite</hi>. Queste sono i diversi livelli della
            pura azione<lb/>del porsi per sé e culminano nella conoscenza intellettuale come punto
            di massi-<lb/>mo allontanamento dalla <hi rend="italic">Urform</hi> e insieme inizio del
            ritorno all’unità con essa, </p>
         <pb n="386" facs="IDEA/IDEA_386.jpg"/>
         <p> reso possibile dal permanere dell’egoità nell’in-sé anche quando conduce
            un’esi-<lb/>stenza separata e apparente nel nulla del per-sé <note xml:id="ftn99"
               place="foot" n="100">
               <hi rend="italic">SW </hi> VI 34-35, 42-43, 44-45. </note> . L’intera <hi
               rend="italic">natura naturata</hi> è il<lb/>tentativo dell’egoità, in quanto essa è
               l’<hi rend="italic">anima vivente caduta nel nulla della
            propria<lb/>realizzazione</hi>, di proseguire nella produttività che ha ricevuto
            dall’assoluto in<lb/>quanto in lei <hi rend="italic">è </hi>l’idea; la genesi delle cose
            finite appare così come la prosecuzio-<lb/>ne, nel nulla dell’autorealizzazione, del
            contemplarsi di Dio nelle idee, un pro-<lb/>cesso teogonico <hi rend="italic"
            >pervertito</hi>, che sta alla genesi delle idee l’una dall’altra come il<lb/>decorso di
            una malattia al fluire della vita sana: </p>
         <p> Die Seele, ihren Abfall erkennend, strebt gleichwohl in diesem ein ande-<lb/>res
            Absolutes zu seyn, und demnach Absolutes zu produciren. Ihr Verhängniß<lb/>ist aber,
            das, was in ihr, als <hi rend="italic">Idee, ideal</hi> war, <hi rend="italic"
            >real,</hi> demnach als Negation des Idea-<lb/>len zu produciren. Sie ist also produktiv
            von besondern und endlichen Din-<lb/>gen. Nun strebt sie zwar, in jedem dieser
            Scheinbilder so viel wie möglich die<lb/>ganze Idee nach ihren beiden Einheiten und an
            dem vollkommensten Bild<lb/>von ihr selbst sogar alle Abstufungen der Ideen
            auszudrücken, so, daß sie, die-<lb/>se Bestimmung des Producirten von dieser, jene von
            jener Idee nehmend, das<lb/>Ganze zu einem vollkommenen Abdruck des wahren Universum zu
            machen<lb/>strebt. [...] Nur durch die Ablegung der Selbstheit und die Rückkehr in
            ihre<lb/>ideale Einheit gelangt sie wieder dazu, Göttliches anzuschauen und
            Absolutes<lb/>zu produciren <note xml:id="ftn100" place="foot" n="101">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 44. Per quanto precede si veda p. 68.</note>. </p>
         <p> Ciò che l’anima produce non è più<hi rend="italic"> Idee</hi>, ma un <hi rend="italic"
               >Mittelwesen </hi>tra unità e<lb/>duplicità,<hi rend="italic"> sintesi </hi>di ideale
            e reale, dove, al contrario che nell’identità originaria<lb/>le due unità si <hi
               rend="italic">intorbidano</hi> reciprocamente. Il <hi rend="italic">Bilden</hi>
            dell’anima, diversamente da<lb/>quello che avviene nell’idea e per l’idea, non è l’<hi
               rend="italic">evidenza</hi> (la vita dell’infinito<lb/>nel finito), ma la negazione
            di questa, non <hi rend="italic">Bild</hi>, ma <hi rend="italic">simulacrum</hi>, <hi
               rend="italic">Idol</hi>, e compare,<lb/>come realtà apparente, reale solo <hi
               rend="italic">per</hi> l’anima, quale <hi rend="italic">materia</hi>. La
            realizzazione<lb/>della libertà conduce così l’anima in una situazione di <hi
               rend="italic">costrizione</hi> (<hi rend="italic">Zwang</hi>) e pri-<lb/>gionia; la
            sua stessa produttività, in quanto solo <hi rend="italic">per sé</hi>, è una
            sottomissione alla<lb/>
            <hi rend="italic">necessità</hi>, che appare come tale nelle leggi della natura
            materiale. Nasce di qui il<lb/>carattere <hi rend="italic">strumentale</hi>, meccanico
            del mondo finito: il rapporto con le idee, fon-<lb/>dato sulla libertà, perché la
            condizione in cui si trova l’anima caduta ne è la<lb/>realizzazione, diviene esso stesso
               <hi rend="italic">costrizione</hi>. La necessità naturale, empirica, è<lb/>solo «die
            gefallene Seite der Freiheit» e in questa situazione: </p>
         <p> Die Seele ist auch in ihrem endlichen Produciren nur Werkzeug der ewi-<lb/>gen
            Nothwendigkeit, ebenso auch die producirten Dinge sind nur Werkzeuge<lb/>der Ideen <note
               xml:id="ftn101" place="foot" n="102">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 52 . Per quanto precede si veda p. 46. </note>. </p>
         <p>Le leggi di natura sono così solo la manifestazione della condizione di</p>
         <pb n="387" facs="IDEA/IDEA_387.jpg"/>
         <p> caduta delle anime, sicché la gerarchia degli enti materiali sarà data dalla
            loro<lb/>maggiore o minore distanza dalla <hi rend="italic">Urform</hi> del mondo
            ideale. Le stelle avranno<lb/>così la posizione di centri di gravitazione rispetto agli
            altri corpi oscuri per<lb/>semplice riflesso della gerarchia delle rispettive anime; i
            corpi celesti sono così<lb/>null’altro che <hi rend="italic">Abbilder der ersten
            Ideen</hi> e la luce stellare è un riflesso di queste<lb/>nell’oscurità del mondo <note
               xml:id="ftn102" place="foot" n="103">
               <hi rend="italic">SW </hi> V 48. </note>. </p>
         <p> Preso nel suo insieme, l’ordine gerarchico della natura, <hi rend="italic">Scheinbild
               gefallener<lb/>Geister</hi>, ha però anche un significato positivo, e anche colpa,
            caduta e condanna<lb/>alla produzione strumentale nel nulla del mondo materiale
            presentano un lato<lb/>luminoso. La libertà delle idee nella <hi rend="italic"
            >Urform</hi>, la loro <hi rend="italic">Selbstheit</hi> era soltanto ema-<lb/>nazione
            della causalità divina, rispecchiarsi di Dio nella propria realtà. Con la<lb/>caduta
            sono invece poste le premesse per un ritorno all’unità divina, una <hi rend="italic"
               >conci-<lb/>liazione</hi>, per cui l’autonomia, passata attraverso la realizzazione
            della libertà e<lb/>deposto il nulla in cui questa si era gettata, diviene alfine <hi
               rend="italic">selbstgegebene Selbstheit</hi>.<lb/> La restaurazione dell’idealità
            delle idee cadute come anime e costrette a gene-<lb/>rarsi nella materia appare allora
            come il fine della creazione, e la caduta sol-<lb/>tanto come il mezzo per consentire
            l’intera rivelazione di Dio: </p>
         <p> Was ist daher die Natur, dieß verworrene Scheinbild gefallener Geister,<lb/>anders als
            ein Durchgeborenwerden der Ideen durch alle Stufen der Endlich-<lb/>keit, bis die
            Selbstheit an ihnen, nach Ablegung aller Differenz, zur Identität<lb/>mit dem
            Unendlichen sich läutert, und alle <hi rend="italic">als</hi> reale zugleich in ihre
            höchste<lb/>Idealität eingehen? [...]<lb/> Indem Gott, kraft der ewigen Nothwendigkeit
            seiner Natur, dem Ange-<lb/>schauten die Selbstheit verleiht, gibt er es selbst dahin in
            die Endlichkeit, und<lb/>opfert es gleichsam, damit die Ideen, welche in ihm ohne
            selbstgegebenes<lb/>Leben waren, ins Leben gerufen, eben dadurch aber fähig werden, als
            unab-<lb/>hängig existirende, wieder <hi rend="italic">in</hi> der Absolutheit zu seyn,
            welches durch die voll-<lb/>kommene Sittlichkeit geschieht <note xml:id="ftn103"
               place="foot" n="104">
               <hi rend="italic">SW </hi> VI 62-63. </note>. </p>
         <p> L’eticità appare allora come una vita superiore, perché ottenuta attraverso<lb/>la
            libertà e la reale autonomia, una vita di cui la prima, quella delle idee<lb/>nell’in-sé
            dell’assoluto, rappresenta come il bocciolo non ancora aperto. L'<hi rend="italic"
               >in-<lb/>differenza</hi> divina acquista qui un ulteriore significato: è il lasciar
            andare senza<lb/>invidia (<hi rend="italic">Neidlosigkeit</hi>) le idee nella lontananza
            da sé (<hi rend="italic">dahin</hi>) riacquisendo <hi rend="italic">Seelen</hi>.<lb/>
            L’indifferenza appare allora come rinuncia o sacrificio (<hi rend="italic">Opfer</hi>) e
            come articola-<lb/>zione reale dell’identità. L’amore intellettuale di Dio per sé di
            Spinoza esprime<lb/>questa ultima articolazione della <hi rend="italic"
               >soggetto-oggettivazione</hi>, il separarsi di Dio dalla <lb/> propria immagine e
            l’attesa del ritorno <note xml:id="ftn104" place="foot" n="105">
               <hi rend="italic">SW </hi>VI 63.</note> . L’assolutezza di Dio appariva all’in- </p>
         <pb n="388" facs="IDEA/IDEA_388.jpg"/>
         <p> telletto che cercava di spiegarne l’idea, come pura negazione o assoluta
            alterità<lb/>rispetto alle cose; essa appare per la ragione principio della creazione
            come<lb/>«chiamata alla vita». L’<hi rend="italic">Ideenlehre</hi>, divenuta anzitutto
               una<hi rend="italic"> Seelenlehre</hi>, trova il suo<lb/>centro nel percorso del <hi
               rend="italic">ritorno</hi>, della riconciliazione, in cui arti e scienze,
            grazie<lb/>alla reidentificazione dell’egoità con la ragione, sono parte essenziale del
            rea-<lb/>lizzarsi della <hi rend="italic">Sittlichkeit</hi>. </p>
         <p> L’ultima opera che, per motivi di limitazione temporale, prenderemo in<lb/>esame è il
               <hi rend="italic">System der gesammten Philosophie und der Naturphilosophie
               insbesondere</hi><lb/> (1804), un testo proveniente dal <hi rend="italic"
            >Nachlaß</hi> e a proposito del quale è dunque<lb/>d’obbligo qualche cautela. Il <hi
               rend="italic">System</hi> del 1804 sviluppa l’esposizione dell’<hi rend="italic">Idee
               des<lb/>Absoluten</hi> come unica conoscenza immediata, rispetto alla quale ogni
            altra<lb/>conoscenza è mediata, in una direzione parzialmente diversa da quella di <hi
               rend="italic">Philo-<lb/>sophie und Religion</hi>. Se in questo scritto l’idea
            dell’assoluto era anzitutto vista<lb/>come<hi rend="italic"> luce, vita, essenza
               dell’anima</hi> il <hi rend="italic">System</hi> parte da una<hi rend="italic">
               allgemeine Idee</hi> dalla rappre-<lb/>sentazione comune e tradizionale dell’assoluto
            come ciò che è «von sich selbst<lb/>und durch sich selbst» e sviluppa analiticamente
            questa definizione attraverso<lb/>quella che si mostra esserne una forma più originaria: </p>
         <p> Aber von sich und durch sich selbst seyn, heißt: <hi rend="italic">seyn durch seine
               eigene Affir-<lb/>mation,</hi> heißt also: von sich selbst das Affirmirende und das
            Affirmirte<lb/>seyn <note xml:id="ftn105" place="foot" n="106">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 148. Per quanto precede si veda p. 151. </note>. </p>
         <p>Se «Dio è affermazione assoluta di se stesso» costituisce «l’unica vera idea<lb/>di
            Dio», da questa, che è la forma fondamentale in cui tale idea può essere<lb/>espressa,
            sono derivabili numerose altre formulazioni equipollenti:</p>
         <p> So kann, wenn das Affirmirende dem Subjektiven, das Affirmirte dem<lb/>Objektiven, und
            dann ferner das Subjektive der Idee oder dem Begriff, das<lb/>Objektive dem Seyn
            entspricht, diese Einheit auch so ausgedrückt werden.<lb/>Das Absolute ist dasjenige,
            welches unmittelbar durch seine Idee auch <hi rend="italic">ist,</hi> oder<lb/>es ist
            dasjenige, zu dessen Idee es gehört zu <hi rend="italic">seyn,</hi> dessen Idee also die
            unmittel-<lb/>bare Affirmation von Seyn ist (weder Idee noch Seyn insbesondere).
            Dasselbe<lb/>ist auch so ausgedrückt worden: In Ansehung des Absoluten ist das
            Ideale<lb/>unmittelbar auch das Reale <note xml:id="ftn106" place="foot" n="107">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 149.</note>. </p>
         <p> Queste diverse formulazioni dell’idea dell’assoluto, tutte legate alle
            for-<lb/>mulazioni tradizionali dell’argomento ontologico, servono anzitutto a
            distin-<lb/>guere il sapere condizionato — dove affermante e affermato non sono
            identici<lb/>ed è quindi necessario <hi rend="italic">uscire </hi>da un concetto per
            porne la realtà, come nel sape-<lb/>re sintetico kantiano — dal sapere incondizionato,
            al cui centro sta appunto<lb/>l’idea di assoluto che ne contiene la forma propria. Il
            sapere assoluto o <hi rend="italic">razionale </hi></p>
         <pb n="389" facs="IDEA/IDEA_389.jpg"/>
         <p> trova nel <hi rend="italic">sapere analitico</hi> kantiano qualcosa di simile che però,
            a causa del punto<lb/>di vista di Kant, che è quello dell'intelletto e non della
            ragione, rimane limita-<lb/>to al puro aspetto formale. La conoscenza razionale
            corrisponde invece per<lb/>Schelling all’autoaffermazione di Dio, della quale
            costituisce una <hi rend="italic">ripetizione</hi>.<lb/> Come sapere, la ragione è l’<hi
               rend="italic">idea </hi>che, senza andare al di là di se stessa, senza<lb/>uscire
            cioè dalla propria identità, determina anche immediatamente il proprio<lb/>oggetto. Ma
            questo comporta che l’unico possibile oggetto della ragione sia<lb/>quello in cui l’idea
            determina immediatamente l’essere, ovvero quello che si<lb/>afferma mediante la propria
            idea, ovvero l’assoluto stesso. La ragione appare,<lb/>in quanto contiene null’altro che
            l’idea dell’assoluto, come l’universale che<lb/>abbatte ogni particolare e soggettivo,
            ma anche come quell’universale cui il<lb/>particolare e soggettivo deve potersi
               adeguare<hi rend="italic"> purificandosi</hi> e <hi rend="italic"
            >coniugandovisi.</hi> Il luo-<lb/>go in cui questo coniugio dell’idea con
            l’individualità avviene è il <hi rend="italic">Gemüth</hi>, in<lb/>cui è quindi
            possibile un <hi rend="italic">godimento</hi> (<hi rend="italic">Genuß</hi>) di Dio.
            Fede e ragione risultano<lb/>dunque unite in un <hi rend="italic">wohl geordnetem Gemüth
            </hi>e la misura della loro unione corri-<lb/>sponde alla misura dell’identificazione
            del soggetto particolare con l’idea<lb/>dell’assoluto che è in lui <note xml:id="ftn107"
               place="foot" n="108">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 150-153.</note>. </p>
         <p> L’esposizione delle proprietà di Dio avviene partendo dalla considerazio-<lb/>ne che
            Dio è <hi rend="italic">kraft seiner Idee</hi>; il fondamento di ogni predicazione è che
            essa<lb/>abbia fondamento <hi rend="italic">in seiner Natur oder Idee</hi>. Così la
            temporalità deve essere esclu-<lb/>sa dalla possibilità d’essere applicata all’assoluto
            perché incompatibile con la<lb/>sua idea o natura, comportante che tutto quanto l’essere
            di Dio sia determinato,<lb/>per autoaffermazione, dall’idea, sicché la durata, che
            comporta incompletezza,<lb/>ne deve essere esclusa. L’ordine di priorità nell’ambito
            delle Idee, e quindi<lb/>nell’assoluto non è quello secondo il tempo, ma<hi
               rend="italic"> der Natur oder der Idee nach</hi>.<lb/> Sinonimi di <hi rend="italic"
               >kraft seiner Idee </hi>sono<hi rend="italic"> kraft seiner Definition </hi>o
               anche<hi rend="italic"> unmittelbare Folge<lb/>seiner Idee</hi>. Questo essere in
            forza dell’idea dell’assoluto è una pura e indivisa<lb/> posizione, e tutte le
            rappresentazioni che non colgono questa positività, se<lb/>appartengono alla <hi
               rend="italic">gewöhnliche Vorstellung</hi> che ci si fa di questa idea, sono<hi
               rend="italic"> malintesi</hi><lb/> (<hi rend="italic">Mißverständnisse</hi>),
            peraltro divenuti ormai quasi universali tra i filosofi. L’affer-<lb/>mazione che di sé
            fa l’assoluto non è una <hi rend="italic">Handlung </hi>e non dà luogo a un <hi
               rend="italic">divenire</hi><lb/>(<hi rend="italic">Werden</hi>), ma l’affermato è<hi
               rend="italic"> unmittelbare Folge seiner Idee</hi>, ciò che esclude il rappor-<lb/>to
            tra un'<hi rend="italic">azione producente</hi> e un <hi rend="italic">prodotto</hi>,
            come anche ogni differenza tra la posi-<lb/>zione e la conseguenza, l’affermante e
            l’affermato. Un’altra conseguenza<lb/>dell’indivisibilità della posizione in Dio è che
            la totalità reale che ne segue<lb/> (<hi rend="italic">folgt</hi>), il tutto (<hi
               rend="italic">das All</hi>), si presenta come un <hi rend="italic">intero senza parti
               </hi>(<hi rend="italic">theilloses Ganzes</hi>) che<lb/> precede le singole parti
            come lo spazio — kantianamente — precede i singoli-<lb/>spazi. Dall’idea di Dio <hi
               rend="italic">seguono infinite cose in maniera infinita</hi>, ma ciò non è una </p>
         <pb n="390" facs="IDEA/IDEA_390.jpg"/>
         <p> pluralità, bensì una <hi rend="italic">untheilbare Position der unendlichen Realität
               Gottes</hi>; Dio è inoltre<lb/>mediante questa posizione indivisibile esso stesso <hi
               rend="italic">das All</hi>, non la causa di que-<lb/>sto e conseguentemente, in
               quanto<hi rend="italic"> unmittelbare Folge der absoluten Position der
               Idee<lb/>Gottes</hi>, nulla di ciò che è può essere negato o annichilato <note
               xml:id="ftn108" place="foot" n="109">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 158-161, 166-169, 162-163, 170-171, 175-177, 179.
            </note> . Queste circostanze<lb/>spiegano come il <hi rend="italic">particolare</hi>
            possa discendere da una <hi rend="italic">posizione indivisa</hi>. Dall’idea di<lb/>Dio
            tutto discende infatti conformemente alla legge dell’identità e il tutto,<lb/>cioè le
               <hi rend="italic">conseguenze</hi> dell’idea di Dio, appare nell’ambito della
            medesima afferma-<lb/>zione, <hi rend="italic">gleichsam ein Schlag</hi>. Così solo
            l’idea può dirsi reale, e l’idea appare come il<lb/><hi rend="italic"> finito dissolto
               nell'infinito</hi>: </p>
         <p> Ich behaupte nun, das wahrhaft Reale in allen Dingen sey nur die <hi rend="italic"
            >Idee</hi><lb/>oder die vollkommene Idealität des Allgemeinen und Besonderen, und
            hier-<lb/>über berufe ich mich auf die Erläuterungen [...], wo gezeigt wurde, daß
            das<lb/>Besondere oder das Endliche im <hi rend="italic">All</hi> nur seyn kann, sofern
            es ganz aufgelöst ist<lb/>in das Allgemeine; aber eben dieß ins Allgemeine, in’s
            Unendliche aufgelöste<lb/>Endliche ist die Idee, und nur seine Idee ist das von ihm, was
            im unmittelba-<lb/>ren Verhältniß zu Gott steht, also auch <hi rend="italic">real</hi>
            ist. — Wir behaupten, die <hi rend="italic">Idee</hi> sey<lb/>die vollkommene Identität
            des Besonderen mit seinem <hi rend="italic">Allgemeinen.</hi> Nun ist<lb/>aber das
            Allgemeine eines jeden Dings Eins, nämlich das All selbst; es müsste<lb/>sich also
            zeigen, daß jedes Besondere, inwiefern es mit seinem Allgemeinen<lb/>absolut eins und in
            ihm aufgelöst ist, eben dadurch auch mit dem All eins und<lb/>in diesem aufgelöst ist.
            Aber so ist es auch <note xml:id="ftn109" place="foot" n="110">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 183-184. Per quanto precede si veda pp. 180-182.</note>. </p>
         <p> Come tale, l’idea è <hi rend="italic">concetto infinito</hi> o <hi rend="italic"
               >concetto del tutto</hi>, e il concetto di un ente<lb/>particolare, per esempio una
            pianta, è pura <hi rend="italic">negazione dell’idea</hi>. Cogliere la <hi rend="italic"
               >Wesen-<lb/>heit</hi> o la natura delle cose significa così rivolgersi non al
            concetto particolare,<lb/>ma alle idee, e la filosofia è così come tale <hi
               rend="italic">Wissenschaft der Ideen</hi>. La <hi rend="italic">Wesenheit
               der<lb/>Dinge</hi>, di cui la filosofia si interessa è la<hi rend="italic"> vita nel
               tutto</hi> (<hi rend="italic">Leben im All</hi>), vita nell’as-<lb/>soluto e non
            separata da esso, che è<hi rend="italic"> Leben der Idee</hi>, <hi rend="italic">Seyn
               der Idee nach</hi>. Schelling<lb/>chiama il non-essere relativo del particolare
            rispetto al tutto <hi rend="italic">Erscheinung</hi>. Il<lb/>fenomeno non ha pari
            dignità con il suo in-sé, l’idea, ma è posto in modo<lb/>parimenti eterno: posta l’idea,
            è posto anche il suo fenomeno, ma solo come<lb/>fenomeno, che è solo in quanto è l’idea.
               <hi rend="italic">Erscheinung der Idee</hi> è la cosa reale parti-<lb/>colare, ed è
            ciò che relativamente all’idea o al tutto non è vero, <hi rend="italic">relatives<lb/>
               Nichtseyn</hi>, <hi rend="italic">negirte Form</hi>, non-uno. Le cose reali
            particolari, in quanto non-unità,<lb/> sono solo nell’idea, come <hi rend="italic"
               >untheilbare Position</hi>, e tutta la pluralità del concreto non<lb/>è nulla di
            positivo, ma è solo <hi rend="italic">Ausdruck seines Nichtseyns relativ auf das All der
               Idee</hi>. <lb/>Il rapporto tra l’infinita affermazione di Dio, che pone in modo
            indiviso il<lb/>tutto, e il fenomeno è quello di una posizione che non resta, ed è
            insieme un<lb/><hi rend="italic"> riprendere indietro</hi>,<hi rend="italic">
               dissolvendo </hi>nuovamente il particolare nel tutto. Come la posi- </p>
         <pb n="391" facs="IDEA/IDEA_391.jpg"/>
         <p> zione indivisibile era ein <hi rend="italic">Schlag</hi>, così questa sua conseguenza è
            altrettanto istan-<lb/>tanea, come una fulgurazione, un lampo che incendia e lascia alle
            proprie spal-<lb/>le — come gli esperimenti di scariche elettriche di Martin van Marum
            da<lb/>Schelling studiati nella <hi rend="italic">Weltseele</hi> — solo l’ombra, il puro
            nulla del particolare: </p>
         <p> Die Unendliche Affirmation, indem sie alles Besondere, das aus der Idee<lb/>Gottes
            folgt, zurücknimmt und wieder auflöst in sich selbst, läßt, dem Blitz<lb/>ähnlich, nur
            die entseelte Gestalt, den Schatten, das reine Nichts des Besonde-<lb/>ren zurück, aber
            eben in diesem Nichts des Besonderen spricht sich <hi rend="italic">am meisten</hi><lb/>
            das All aus als die allmächtige die eingeborne, die <hi rend="italic">ewige</hi>
            Substanz <note xml:id="ftn110" place="foot" n="111">
               <hi rend="italic">SW </hi> VI 197. Per quanto precede vedi pp. 184-185, 187-191.
            </note></p>
         <p> La cosa singola, strappata alla vita del tutto che circola in essa, è<hi rend="italic">
               nicht<lb/>wahre Gestalt</hi> dell’idea, non la forma dell’idea, ma «spoglia» morta.
            La <hi rend="italic">Gestalt</hi><lb/> vuota delle cose particolari si distingue così
               dalle<hi rend="italic"> Formen</hi> (come l’affermare,<lb/>l’essere affermato
            ricompresi nell’unità della posizione divina) che appartengo-<lb/>no alle conseguenze
            immediate dell’identità divina. Dio infatti, come afferma-<lb/>to è insieme anche
            affermante in infinite maniere, in unità indivisa, cioè <hi rend="italic"
               >natura<lb/>naturans</hi> considerata come reale, in-sé della natura-fenomeno o <hi
               rend="italic">natura naturata</hi>,<lb/> radice di quell’eterna nascita di realtà che
            si manifesta nel mondo fenomenico<lb/>e non dipende dalla sua <hi rend="italic"
               >entseelte Gestalt</hi>, dal fenomeno preso per sé. L’infinita<lb/>generazione della
            natura consta di una<hi rend="italic"> Unendlichkeit von Folgen</hi>, che è a sua
               volta<lb/><hi rend="italic"> Folge der Ideengesetze</hi>: dalla semplicità dell’idea
            divina discende un’infinita <hi rend="italic">ramifi-<lb/>cazione</hi> (<hi
               rend="italic">Verzweigung</hi>, <hi rend="italic">Verästelungen</hi>) la cui legge è
            la prosecuzione all’infinito, in<lb/>un’infinità non temporale, della medesima <hi
               rend="italic">Art der Folge</hi>. Se però in questa pri-<lb/>ma forma Dio è il<hi
               rend="italic"> tutto reale</hi>, nella forma avente esponente opposto, che
            costi-<lb/>tuisce una <hi rend="italic">gleich ewige Folge der Idee Cottes</hi>, e
            secondo cui Dio, come affermante, è<lb/>affermato in infinite maniere è il<hi
               rend="italic"> tutto ideale</hi>, e la confluenza di entrambe le<lb/>forme, del tutto
            reale con quello ideale è la <hi rend="italic">ragione</hi>, come <hi rend="italic"
               >affermazione assoluta<lb/>dell’idea di Dio</hi>, che come tale non è reale più di
            quanto sia ideale. La ragione,<lb/>come <hi rend="italic">das auf dem All ruhende
               Antlitz Gottes</hi>, è </p>
         <p> Im All das All selbst, oder die Vernunft ist dasjenige im All, worin Gott<lb/>
            <hi rend="italic">selbst sich</hi> in der All- und Einheit aller Folgen seiner Ideen
            erkennt <note xml:id="ftn111" place="foot" n="112">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 207. Per quanto precede vedi pp. 191, 201-203. </note>. </p>
         <p> La ragione non è quindi anzitutto <hi rend="italic">ragione umana</hi>, né è il
            raggiungimento<lb/>dell’autocoscienza o della conoscenza di sé, ma è sostanza di tutte
            le cose, <hi rend="italic">uni-<lb/>versalmente diffusa</hi>, abitatrice dell’universo,
            è una conseguenza mediata dell’idea<lb/>di Dio, perché è essa stessa conseguenza dello
               <hi rend="italic">Zusammenfließen</hi> del tutto reale e<lb/>di quello ideale, che
            sono le conseguenze immediate di tale idea <note xml:id="ftn112" place="foot" n="113">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 208.</note>. </p>
         <pb n="392" facs="IDEA/IDEA_392.jpg"/>
         <p> Con questa concezione di una ragione diffusa nell’universo e <hi rend="italic"
            >riflesso</hi> della<lb/>divinità in quanto essa è presente nel <hi rend="italic"
               >Gegenbild</hi>, nel mondo reale-ideale come<lb/>tutto, non separata dalla posizione
            divina, Schelling riteneva di avere risolto il<lb/>problema della <hi rend="italic"
               >realtà delle idee</hi>. Le idee non sono infatti <hi rend="italic">della
            ragione</hi>, intendendo<lb/>questa come una facoltà conoscitiva, ma è piuttusto vero
            che la ragione è una<lb/>conseguenza, mediata dal tutto dell’universo, «delle idee, che
            sono quindi esse<lb/>stesse la realtà assoluta. Questa concezione è evidentemente in
            polemica espli-<lb/>cita con quella kantiana. Tuttavia il <hi rend="italic">System
            </hi>del 1804 contiene uno dei più espli-<lb/>citi riconoscimenti dell’importanza di
            Kant per la nuova concezione di <hi rend="italic">Idee</hi> che<lb/>la<hi rend="italic">
               Identitätsphilosophie </hi>aveva realizzato, un riconoscimento tanto più
            significativo<lb/>data la rarità nell’opera del primo Schelling di attestazioni di
            approvazione per<lb/>la filosofia kantiana. </p>
         <p> Kant hat das Verdienst, der <hi rend="italic">Sprache</hi> das Wort Ideen wieder
            vindicirt zu<lb/>haben zur Bezeichnung von etwas höherem, als was durch das Wort
            Begriff<lb/>oder gar Vorstellung hinlänglich bezeichnet wird. Er erinnerte zuerst
            wieder<lb/>daran, daß <hi rend="italic">Ideen</hi> etwas bedeuten, das nicht nur nicht
            von den Sinnen entlehnt<lb/>ist, sondern welches sogar die Begriffe des Verstandes oder
            die Kategorien<lb/>weit übersteigt, indem es Begriffe nicht einer möglichen Erfahrung,
            sondern<lb/>Begriffe sind, die über alle Erfahrung hinausgehen <note xml:id="ftn113"
               place="foot" n="114">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 186. </note>. </p>
         <p> Kant si era però trovato presto in contraddizione con se stesso, perché<lb/>aveva
            negato alle idee teoretiche quella<hi rend="italic"> realtà </hi>che era però stato
            costretto subi-<lb/>to dopo a riconoscere alle idee<hi rend="italic"> morali</hi>,
            perché il loro stesso apparire fenomeni-<lb/>co, nell’anima, si mostrava connesso con un
            obbligo (<hi rend="italic">Nöthigung</hi>) assoluto. Ma la<lb/>contraddizione
            ingiustificabile tra i due generi di idee quanto alla loro realtà è<lb/>soltanto, per
            Schelling, il risultato del permanere Kant nel punto di vista<lb/>dell’intelletto. Ciò
            ha però un significato ancora più profondo: la realtà delle<lb/>idee deve essere negata
            se si assolutizza, come unica realtà, quella della <hi rend="italic"
            >Selbst-<lb/>heit</hi>. E infatti uno <hi rend="italic">eitler Trieb der Selbstheit</hi>
            il voler trasformare tutto in proprio<lb/> prodotto, ed è il punto di vista della <hi
               rend="italic">produzione</hi> — quello che Schelling, come ci<lb/>si ricorderà,
            accettava ancora nel <hi rend="italic">System</hi> del 1800 e si esprimeva con la
            colloca-<lb/>zione delle <hi rend="italic">idee</hi> all’interno del processo di <hi
               rend="italic">Bildung </hi>di qualcosa d’esterno, cioè<lb/>della <hi rend="italic"
               >praticità</hi> della ragione — il fondamento della riduzione delle idee a puri<lb/>
            <hi rend="italic">Gedankendinge</hi>. Cogliere la <hi rend="italic">realtà </hi>delle
            idee comporta dunque abbandonare ogni<lb/>assolutizzazione della<hi rend="italic">
               Selbstheit </hi>e riformare la dottrina della ragione facendone<lb/>da<hi
               rend="italic"> Selbsterkenntniß</hi> il <hi rend="italic">Reflex der Gottheit,
               inwiefern sie in der abgebildeten Welt liegt </hi><note xml:id="ftn114" place="foot"
               n="115">
               <hi rend="italic">SW</hi> VI 186-187, 207-208. </note>. </p>
      </body>
   </text>
</TEI>
