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            <title>IDEA NELLE OPERE DI BERKELEY</title>
            <author><name>Paolo F.</name>
               <surname>Mugnai</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p>Biblioteca digitale Progetto Agorà</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
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            <bibl>
               <title level="m">IDEA NELLE OPERE DI BERKELEY</title>
               <author>Paolo F. Mugnai</author>
               <title level="a"/>
               <publisher>Edizioni dell'Ateneo</publisher>
               <editor/>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope> pp. 265-277 (Collana Lessico Intellettuale Europeo, LI)</biblScope>
               <date/>
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            <docAuthor>Paolo F. Mugnai</docAuthor>
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               <titlePart>IDEA NELLE OPERE DI BERKELEY</titlePart>
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         <pb n="265" facs="IDEA/IDEA_265.jpg"/>
         <p> Berkeley partecipò in modo piuttosto originale all’ampio dibattito solleva-<lb/>to
            dalle nuove prospettive aperte dalle soluzioni gnoseologiche ed epistemolo-<lb/>giche
            avanzate da Locke nello <hi rend="italic">Essay concerning Human Understanding.</hi> In
            particola-<lb/>re egli, nel collocarsi a pieno titolo su quella che il prof. Yolton ha
            chiamato<lb/>
            <hi rend="italic">the way of ideas,</hi> si unisce alle preoccupazioni di coloro che
            vedono nella linea<lb/>Locke-Collins aprirsi un cammino che tramite il deismo conduce
            con nefasta<lb/>sicurezza all’ateismo <note xml:id="ftn0" place="foot" n="1"> Cfr. J. W.
                  <hi rend="smallcaps">YOLTON, </hi>
               <hi rend="italic">John Locke and the way of ideas,</hi> London, 1956, ma dello stesso
               vedi<lb/>anche il più recente <hi rend="italic">Perceptual acquaintance from
                  Descartes to Reid </hi>, Minneapolis, 1984, nonché la<lb/>relazione a questo
               congresso. </note> . Non v’è dunque da meravigliarsi se la sua
            riflessione<lb/>giovanile, rintracciabile nei <hi rend="italic">Philosophical
               Commentaries</hi> e nelle sue prime opere a<lb/>stampa, si soffermi a lungo sul
            termine <hi rend="italic">idea</hi> e trovi nei concetti ad esso sottesi<lb/>il cardine
            di un discorso nuovo che pur prendendo le mosse dall’impostazione<lb/>lockeana se ne
            distacchi con decisione e anzi tragga da una critica diretta a<lb/>Locke gli strumenti
            che pur mantenendo i presupposti antiinnatisti della cono-<lb/>scenza, costituisca un
            bastione di difesa per le verità della religione cristiana<lb/>espresse in una forma
            che, pur essendo compatibile con l’ortodossia anglicana,<lb/>abbia modalità di
            procedimenti, caratteri di linguaggio tali che possano non<lb/>essere immediatamente
            respinti dai nuovi filosofi, dagli esponenti della nuova<lb/>scienza e quindi dai liberi
            pensatori, ma anzi li conducano con stringente con-<lb/>sequenzialità ad abbandonare i
            percorsi tortuosi consueti alla filosofia per<lb/>giungere per vie ad essi familiari
            alle verità della religione <note xml:id="ftn1" place="foot" n="2"> Una prova
               collaterale ma significativa dell’importanza del termine <hi rend="italic">idea</hi>
               nei <hi rend="italic">Philosophical<lb/>Commentaries</hi> è che persino la sua grafia
               e cioè il suo impiego con la minuscola o la maiuscola è<lb/>divenuto argomento di
               discussione ed interpretazione. Mi riferisco all’impiego fattone da Luce<lb/>da una
               parte per avvalorare la nuova impaginazione dei <hi rend="italic">Notebooks</hi> (con
               B a precedere A) dall’al-<lb/>tra a sostenere il progressivo tributo a Malebranche.
               Per le questioni circa <hi rend="italic">the orthography of «idea»</hi><lb/>
               confronta A. A. <hi rend="smallcaps">LUCE, </hi>
               <hi rend="italic">Berkeley’s</hi> Commonplace Book — <hi rend="italic">Its date,
                  purpose, structure, and marginals<lb/>signs,</hi> «Hermathena», n. XL VII (1932),
               pp. 117-122, e dello stesso <hi rend="italic">Another look at Berkeley’s
                  Note-<lb/>books,</hi> «Hermathena», n. CX (1970), pp. 5-23; ma anche il contributo
               recente di Bertil Belfrage<lb/>che, mostrando con lodevole acribia la complessa
               stratificazione del <hi rend="italic">Commonplace Book,</hi> svuota<lb/>anche ogni
               velleità di una ricostruzione di sviluppo progressivo e della teoria e della
               grafia:<lb/> B. BELFRAGE, <hi rend="italic">The order and dating of Berkeley’s
                  Note-books,</hi> «Revue Internationale de Philosophie»,<lb/>n. 154 (numero
               interamente dedicato a Berkeley), XXXIX (1985), pp. 196-214. Per il rapporto<lb/>con
               Malebranche, che è <hi rend="italic">vexata quaestio</hi> fin dalle prime letture dei
               contemporanei, rinvierò a CH.<lb/> J. McCRACKEN, <hi rend="italic">Malebranche and
                  British Philosophy,</hi> Oxford, 1983, che pur riconoscendo che «What<lb/>
               Berkeley meant by ‘idea’ was something very different from what Malebranche meant by
               it»<lb/> afferma che «None the less, how Berkeley conceived ideas was not without its
               debt to Male-<lb/>branche» (p. 236), proponendo l’idea berkeleyana come sintesi fra
               le idee e le sensazioni di<lb/>Malebranche (ivi pp. 236-242). </note>. </p>
         <pb n="266" facs="IDEA/IDEA_266.jpg"/>
         <p> Il termine <hi rend="italic">idea,</hi> e ciò che esso è chiamato a significare da
            Berkeley, è inti-<lb/>mamente legato alle sue più note dottrine: antiastrattismo,
            immaterialismo,<lb/>
            <hi rend="italic">l’esse est percipi,</hi> la dottrina del linguaggio divino, trovano in
            questo termine<lb/>proprio il denominatore comune che le riconnette in un disegno
            unitario. Par-<lb/>lare esaurientemente di tale termine significherebbe, perciò, rendere
            ragione di<lb/>queste dottrine, esaminarne la connessione e la presenza in tutta la
            filosofia<lb/>berkeleyana, e considerare dunque le interpretazioni che di essa dettero i
            suoi<lb/>contemporanei e quelle che hanno diviso i moderni interpreti, impresa che
            più<lb/>che ardua si rivela impossibile nei limiti della presente circostanza. Mi
            limite-<lb/>rò, dunque, a ricordare gli usi principali del termine, a riassumere le
            dottrine<lb/>che ad essi sono sottese, ad indicare alcuni dei vari nodi problematici
               <note xml:id="ftn2" place="foot" n="3"> Praticamente ogni interpretazione complessiva
               del pensiero berkeleyano non può non<lb/>dedicare una trattazione e
               all’antiastrattismo e al tema delle idee, rimandare a questi temi
               signi-<lb/>ficherebbe dunque affrontare tutta la bibliografia berkeleyana. Da questo
               punto di vista è esem-<lb/>plare la ricostruzione del pensiero berkeleyano e del
               dibattito interpretativo attorno ad esso pro-<lb/>posta da Geneviève Brykman in <hi
                  rend="italic">Berkeley, Philosophie et Apologétique,</hi> 2 voll., Lille-Paris,
               1984. In<lb/> questo ampio e articolato studio il ruolo del termine idea e dei
               concetti ad esso sottesi è fonda-<lb/>mentale per la ricostruzione. Esso si basa
               sulla distinzione di un uso duplice contraddittorio e<lb/>incompatibile del termine:
               di un senso lato «cartesiano» e di un senso stretto
               caratteristico<lb/>dell’immaterialismo. Il senso di questa interpretazione è
               icasticamente illustrato dalla stessa<lb/>Brykman nella <hi rend="italic"
                  >Présentation</hi> al già citato numero speciale della «Revue Internationale de
               Philoso-<lb/>phie»: «La faille de l’immatérialisme est ainsi, fondamentalement, dans
               ce va et vient entre un<lb/>sens étroit (et berkeleyen) et un sens large (et
               cartésien) du mot <hi rend="italic">idée.</hi> Dès la constitution de
               sa<lb/>philosophie, Berkeley avait été pris au piège de sa prope audace: vouloir
               défendre la tradition<lb/>chrétienne en se servant de la <hi rend="italic">nouvelle
                  méthode des idées</hi> et, à l’interieur de cette nouvelle<lb/>méthode, introduire
               une nouvelle extravagance, en réduisant les choses à des idées entendues<lb/>comme
               qualités perçues» (p. 195). Berkeley resosi conto del proprio errato oscillare
               tornerebbe<lb/>dopo il 1734 ai motivi del <hi rend="italic">First Draft</hi> dell’
                  <hi rend="italic">Introduction to Principles.</hi>
            </note>. </p>
         <p> Per chiarezza devo però premettere i dati essenziali della mia interpreta-<lb/>zione
            del pensiero berkeleyano. Ritengo che la filosofia di Berkeley, anche se<lb/>si dipana
            in un indubbio travaglio, possa essere considerata fondamentalmente<lb/>unitaria, che
            tale unità si mantenga nonostante una diversità di accenti e di<lb/>presentazione, che
            trovano sufficiente spiegazione nel proposito dichiarato del-<lb/>le prime opere di
            condurre una battaglia sul terreno dell’avversario, pur<lb/>nell’apparente distanza tra
            le modalità moderne del ragionare stringente dei</p>
         <pb n="267" facs="IDEA/IDEA_267.jpg"/>
         <p>
            <hi rend="italic">Principles of Human Knowledge</hi> e gli oscuri sentieri della <hi
               rend="italic">Siris</hi> in cui si è condotti<lb/>mediante il ricorso ad un ampio
            spettro di <hi rend="italic">Auctoritates.</hi> Il momento unitario va<lb/>ricercato
            nell’intento apologetico, nella convinzione della necessità di ripro-<lb/>porre
            l’onnipresenza e l’azione continua di una divinità onnisciente, onnipo-<lb/>tente e
            buona, di ripresentare questa semplice verità, a tutti disponibile, a<lb/>coloro che per
            sete di conoscenza se ne vanno allontanando, con i linguaggi e<lb/>le modalità ad essi
            più familiari. In questo quadro, a parte la determinante<lb/>presenza della gnoseologia
            lockeana e del dibattito da essa sollevato, costituisce<lb/>certamente esperienza
            rilevante la meditazione sugli scritti di Cartesio, di Spi-<lb/>noza, di Malebranche, da
            cui Berkeley mutua certa terminologia e suggestioni,<lb/>ma più che altro occasioni di
            polemica e differenziazione. Il radicalismo sensi-<lb/>sta del pensiero berkeleyano
            cerca lo stretto cammino che possa coniugare<lb/>l’antiscetticismo, la certezza della
            percezione sensibile ad un ridimensionamen-<lb/>to della realtà mondana, ad una
            svalutazione dell’autonomia dei sensi di con-<lb/>tro ad una realtà spirituale che
            sembra trovare più consone le suggestioni della<lb/>tradizione platonico-neoplatonica
            che si vanno esplicitando nella tarda <hi rend="italic">Siris.</hi>
         </p>
         <p> Per quanto riguarda più direttamente il termine <hi rend="italic">idea,</hi> la prima
            identifica-<lb/>zione che Berkeley opera è quella fra <hi rend="italic">idea</hi> e <hi
               rend="italic">sensation,</hi> che è certamente la più<lb/>costante e più
            incontrovertibile. Questa identificazione è, del resto, il vero<lb/>punto di contatto
            con l’impostazione lockeana, ma su di essa Berkeley lavora<lb/>spingendola agli esiti
            più estremi, differenziandosi da Locke e individuando<lb/>una strada che lo conduce alla
            propria filosofia, all’immaterialismo e al lin-<lb/>guaggio visivo. Il carattere di
            questa identificazione è la sua esclusività e totali-<lb/>tà: le <hi rend="italic"
            >ideas</hi> sono solo <hi rend="italic">sensations</hi> e in esse si sostanziano. Il
            primo risultato di<lb/>questa identificazione radicale, come si presenta nella <hi
               rend="italic">New Theory of Vision,</hi> è<lb/>l’apparente dissoluzione dell’oggetto
            stesso proprio mentre lo si presenta inte-<lb/>ramente disponibile all’attività
            percettiva dell’uomo. <hi rend="italic">Idea</hi> come esclusivamente<lb/>
            <hi rend="italic">sensation</hi> significa anche analisi delle idee in <hi rend="italic"
               >ideas of touch</hi> e <hi rend="italic">ideas of sight,</hi> ma anche<lb/>idee degli
            altri sensi; l’oggetto sembra perciò dissolversi in cinque oggetti<lb/>distinti,
            profondamente differenti fra loro, anzi per natura eterogenei e senza<lb/>alcuna <hi
               rend="italic">necessary connection</hi> che ne giustifichi <hi rend="italic">a
            priori</hi> il riconoscimento e l’identifi-<lb/>cazione. Anzi, l’intero mondo sembra
            dissolversi in cinque serie di <hi rend="italic">ideas or sen-<lb/>sations</hi>
            parcellizzate, cangianti e fluttuanti. Anche questa dottrina fa la sua com-<lb/>parsa in
            tutte le opere berkeleyane. Essa viene approfondita e rinsaldata dalla<lb/>critica della
            possibilità della formazione delle <hi rend="italic">abstract general ideas</hi> che,
            infatti,<lb/>trova nella <hi rend="italic">New Theory of Vision</hi> la sua prima
            formulazione, proponendo una<lb/>differenziazione profonda con la gnoseologia lockeana.
            Un sensismo così estre-<lb/>mo è perfettamente compatibile con l’immaterialismo che se
            nella <hi rend="italic">New Theory<lb/></hi> non viene proposto esplicitamente, trova in
            essa il suo terreno di coltura. Ciò<lb/>che caratterizza qui, infatti, le idee o
            sensazioni è la sottolineatura positiva del-<lb/> la loro immediatezza. Dice Berkeley:
            «I take the word idea for any the imme- </p>
         <pb n="268" facs="IDEA/IDEA_268.jpg"/>
         <p> diate object of sense or understanding, in which large signification it is
            com-<lb/>monly used by the moderns» <note xml:id="ftn3" place="foot" n="4">
               <hi rend="italic">N.T.V.,</hi> § 45, <hi rend="italic">Works,</hi> I, p. 188.
            </note>. Qui, a parte il significativo rivendicare l’ap-<lb/>partenenza del proprio uso
            ad una modalità diffusa fra i moderni, è importante<lb/>rilevare che immediatezza non
            significa l’impossibilità delle idee di essere<lb/>mediate da altre idee, ché, anzi, ciò
            è costantemente affermato nella <hi rend="italic">New Theo-<lb/>ry,</hi> bensì il loro
            non potersi riferire a qualcosa di esterno alla sfera della perce-<lb/>zione, sia esso
            perciò un archetipo materiale o un modello astratto. La <hi rend="italic">New<lb/>
               Theory</hi> sembra, a prima vista, dissolvere la possibilità di una salda
            conoscenza,<lb/>la distanza, la dimensione, la situazione degli oggetti sembrano
            sfuggire alla<lb/>scienza; l’oggetto stesso si dissolve nell’immediatezza sensibile,
            sembrando pre-<lb/>ludere allo scetticismo, proprio quello scetticismo di cui non a caso
            Berkeley<lb/>fu accusato e che invece riteneva di poter combattere e debellare alla
            radice.<lb/>In realtà la <hi rend="italic">New Theory,</hi> mentre si batte contro la
            pretesa dell’ottica geometrica<lb/>di conoscere e costituire la realtà con lo strumento
            aprioristico fornito dalla<lb/>geometria e dalla matematica, tende a ricostituire la
            possibilità di una cono-<lb/>scenza basata sull’esperienza. Le serie fluttuanti delle
            idee sono mostrate rico-<lb/>struire una possibilità dell’oggetto sensibile consacrata
            dall’attribuzione, del<lb/>resto, ambigua e ingannevole, dei nomi, ma saldamente fondata
            dal riconosci-<lb/>mento di una connessione arbitraria fra le idee rivelata dalla
            abitudine e, in<lb/>ultima analisi, garantita dal corso ordinario della natura. Berkeley
            procede,<lb/>cioè, ad una doppia reidentificazione delle idee compatibile con il loro
            essere<lb/>sensazione: le idee si rivelano da una parte segni, <hi rend="italic"
            >signs,</hi> dall’altra cose, <hi rend="italic">things.</hi> È<lb/>questa nuova
            connotazione che permette a Berkeley di caratterizzare il suo<lb/>sensismo, il suo
            empirismo radicale a tal punto da rovesciarne gli esiti, non più<lb/>una strada verso
            una conoscenza probabile o peggio uno scetticismo basato<lb/>sulla soggettività e la
            mutevolezza dell’esperienza sensibile, ma un cammino<lb/>sicuro che riconcilii
            l’esperienza filosoficamente fondata con l’esperienza im-<lb/>mediata e aproblematica
            dei semplici, nonché con le verità rivelate dalle Sacre<lb/>Scritture e oggetto del
            culto e della religione cristiana. L’identificazione fra<lb/>
            <hi rend="italic">ideas,</hi> e in particolare <hi rend="italic">ideas of sight,</hi> e
               <hi rend="italic">signs</hi> avviene nella <hi rend="italic">New Theory</hi> con un
            proce-<lb/>dimento insensibile che applica alle idee la terminologia della
            significazione,<lb/>del linguaggio, ma in modo più fondante mostrando come il rapporto
            che<lb/>intercorre fra <hi rend="italic">ideas of sight</hi> e <hi rend="italic">ideas
               of touch</hi> è della stessa natura di quello che<lb/>intercorre fra i segni e
            significati: la loro connessione, che pure esiste ed è<lb/>riscontrabile per esperienza,
            viene mostrata come non necessaria ma <hi rend="italic">costumary</hi>,<lb/> è fondata e
            appresa per abitudine, come un insieme di segni arbitrari viene<lb/>appreso per
            significare e comprendere un insieme di significati. La <hi rend="italic">New
               Theory<lb/></hi> accenna soltanto agli esiti di questa dottrina che pure è presente
            nei <hi rend="italic">Principles</hi> e </p>
         <pb n="269" facs="IDEA/IDEA_269.jpg"/>
         <p> nei <hi rend="italic">Dialogues</hi> e troverà piena esplicitazione nel quarto dialogo
            dell’ <hi rend="italic">Alciphron,</hi> ma<lb/>essi sono evidenti: l’identificazione fra
            idee e segni, il loro costituire un lin-<lb/>guaggio rimanda al corso ordinario della
            natura, alla sua provvidenziale regola-<lb/>rità che è spia del parlante, di un Autore
            buono e provvidente che ci parla,<lb/>permettendo di portare a buon fine la nostra vita. </p>
         <p> E proprio in questo quadro, in cui le idee si presentano come segni rego-<lb/>lari e
            ricorrenti nel contesto del corso ordinario della natura, che si fa
            strada<lb/>l’identificazione fra <hi rend="italic">ideas</hi> e <hi rend="italic"
               >things,</hi> fra idee e cose, ma naturalmente cose sensibili<lb/>poiché il termine
            cosa, <hi rend="italic">thing,</hi> conserverà la possibilità di indicare, carico
            dei<lb/>valori di <hi rend="italic">res,</hi> le <hi rend="italic">thinking things,</hi>
            sicché la contrapposizione fra <hi rend="italic">spirits</hi> e <hi rend="italic"
            >ideas</hi> espres-<lb/>sa nel <hi rend="italic">Trattato</hi> sarà contrapposizione fra
               <hi rend="italic">sensible things</hi> e <hi rend="italic">thinking things.</hi>
            L’identifi-<lb/>cazione fra <hi rend="italic">ideas</hi> e <hi rend="italic">things</hi>
            è già presente nei <hi rend="italic">Philosophical Commentaries,</hi> anche
            se<lb/>Berkeley ancora esita <note xml:id="ftn4" place="foot" n="5"> I brani più
               interessanti nei <hi rend="italic">Philosophical Commentaries (Works,</hi> I) sono:
               «By thing I either<lb/>mean Ideas or that wch has ideas» (ivi, p. 44, <hi
                  rend="italic">entry</hi> 369); «Thing and Idea are much wt words of<lb/>the same
               extent and meaning, why therefore do I not use the word thing? Answ: because thing
               is<lb/>of a greater latitude than Idea. Thing comprehends also volitions or actions,
               now these are no<lb/>ideas» (ivi, p. 79, <hi rend="italic">entry</hi> 644); «The word
               thing as comprising or standing for Idea and volition<lb/>usefull. as standing for
               Idea and Archetype without the Mind Mischievous and useless.» (ivi,<lb/> p. 84, <hi
                  rend="italic">entry</hi> 689); ma poi esprime qualche preoccupazione: «Dangerous
               to make Idea &amp; thing<lb/>terms Convertible, that were the Way to prove spirits
               are Nothing.» (ivi, p. 103, <hi rend="italic">entry</hi> 872). Ma<lb/>ancora meglio
               in <hi rend="italic">Principles</hi> § 39: «If it be demanded why I make use of the
               word <hi rend="italic">idea,</hi> and do not<lb/>rather in compliance with custom
               call them things. I answer, I do it for two reasons: first<lb/>because the term <hi
                  rend="italic">thing,</hi> in contradistinction to <hi rend="italic">idea,</hi> is
               generally supposed to denote somewhat<lb/>existing without the mind: secondly,
               because <hi rend="italic">thing</hi> hath a more comprehensive signification
               than<lb/>
               <hi rend="italic">idea,</hi> including spirits or thinking things as well as ideas.
               Since therefore the objects of sense<lb/>exist only in the mind, and are withal
               thoughtless and inactive, I chose to mark them by the<lb/>word <hi rend="italic"
                  >idea,</hi> which implies those properties». (<hi rend="italic">Works,</hi> II, p.
               57). </note> . Nella <hi rend="italic">New Theory of Vision</hi> la trasformazione è
            lenta:<lb/>all’inizio le idee prese in esame sono <hi rend="italic">the distance, the
               situation,</hi> gli oggetti propri<lb/>della vista, e quindi le sue idee, sono
            identificati nella luce e nei colori e così<lb/>quelli del tatto sono il duro, il molle
            e simili; ma, man mano il discorso si<lb/>trasforma, le idee prese in esame sono la
            testa, i piedi, e insensibilmente il<lb/>termine <hi rend="italic">thing</hi> comincia
            ad essere usato come sinonimo di <hi rend="italic">idea,</hi> sicché si parla
            di<lb/>cose sensibili, di cose visibili. Al paragrafo 109 si nega l’apriorità del numero
            e<lb/>quindi se ne indica la sua arbitrarietà, si mostra come si formino le cose,
            siano<lb/>esse idee o combinazioni di idee, e si rileva come questo procedimento
            di<lb/>combinazione è procedimento del tutto arbitrario della mente, come
            totalmen-<lb/>te arbitraria è l’attribuzione del nome alle cose. Proprio quando questa
            analisi<lb/>sembra sfociare nel soggettivismo più estremo, si mostra come in realtà il
            pro-<lb/>cedimento trovi il suo fondamento nell’esperienza. Dice, infatti,
            Berkeley:<lb/> «But for a fuller illustration of this matter it ought to be considered
            that num- </p>
         <pb n="270" facs="IDEA/IDEA_270.jpg"/>
         <p> ber (however some may reckon it amongst the primary qualities) is nothing<lb/>fixed and
            settled, really existing in things themselves. It is intirely the creature<lb/>of the
            mind, considering either an idea by it self, or any combination of ideas<lb/>to which it
            gives one name, and so makes it pass for an unit. According as the<lb/>mind variously
            combines its ideas the unit varies: and as the unit, so the num-<lb/>ber, which is only
            a collection of units, doth also vary. We call a window one,<lb/>a chimney one, and yet
            a house in which there are many windows and many<lb/>chimneys hath an equal right to be
            called one, and many houses go to the<lb/>making of one city. In these and like
            instances it is evident the unit constantly<lb/>relates to the particular draughts the
            mind makes of its ideas, to which it affi-<lb/>xes names, and wherein it includes more
            or less as best suits its own ends and<lb/>purposes. Whatever, therefore, the mind
            considers as one, that is an unit. Eve-<lb/>ry combination of ideas is considered as one
            thing by the mind, and in token<lb/>thereof is marked by one name. Now, this naming and
            combining together of<lb/>ideas is perfectly arbitrary, and done by the mind in such
            sort as experience<lb/>shews it to be most convenient: Without which our ideas had never
            been col-<lb/>lected into such sundry distinct combinations as they now are» <note
               xml:id="ftn5" place="foot" n="6">
               <hi rend="italic">N.T.V.,</hi> § 109, <hi rend="italic">Works,</hi> I, pp. 214-215.
            </note>. </p>
         <p> Dunque, proprio quando sembra che si sia giunti all’estrema soggettivi-<lb/>tà nella
            formazione delle idee nella loro identificazione con le cose, si vede<lb/>come questa
            formazione abbia un riscontro necessario nell’esperienza; è qui<lb/>che trova una sua
            ragion d’essere il discorso antiastrattista, sia esso inteso<lb/>come impossibilità
            della distinzione fra qualità primarie e qualità secondarie, <lb/> o come assurdità
            della possibilità di <hi rend="italic">abstract general ideas.</hi> Già nella <hi
               rend="italic">New Theory<lb/>of Vision</hi> l’antiastrattismo fa la sua comparsa, ma
            il luogo più noto è l’intro-<lb/>duzione ai <hi rend="italic">Principles</hi>, sia nella
            sua versione manoscritta sia nella versione<lb/>pubblicata. A ben vedere il discorso
            antiastrattista si fonda proprio sulla<lb/>doppia indentificazione delle idee con le
            cose, da un lato, e con i segni,<lb/>dall’altro. L’argomentazione di Berkeley è infatti
            piuttosto immediata: la<lb/>famosa citazione lockeana che connota l’idea di triangolo
            viene mostrata<lb/>assurda perché una tale idea è impossibile, per la contraddittorietà
            dei suoi<lb/>elementi, da prodursi con l’immaginazione, non può essere cioè
            considerata<lb/>una cosa possibile, cioè una cosa percepibile. L’immaginazione è infatti
            la<lb/>facoltà con cui la mente umana può riprodurre le sensazioni, quali
            sono<lb/>percepibili nell’esperienza. Essa si dinstingue dal senso perché le sue
            idee<lb/>sono più tenui, meno vivide, possono anche, specie nel sogno, non
            rispon-<lb/>dere alla consequenzialità, al tipo di ordine riscontrabile nell’esperienza,
            ma<lb/>non possono sottrarsi, secondo Berkeley, ai caratteri generali delle
            idee:<lb/>l’immaginazione può certo rielaborare l’ordine delle sensazioni, ma non può </p>
         <pb n="271" facs="IDEA/IDEA_271.jpg"/>
         <p> esimersi dal costruire idee concrete, cioè cose quali sarebbero comunque<lb/>possibili
            nella percezione. Le idee generali astratte sono in definitiva creatu-<lb/>re della <hi
               rend="italic">fancy,</hi> di questa facoltà produttrice di assurdità proprio perché
            non<lb/>sono componibili secondo i caratteri di una cosa, cioè secondo le
            modalità<lb/>di una esperienza possibile. Se, dunque, la distinzione fra <hi
               rend="italic">idea</hi> e <hi rend="italic">ideatum</hi> , fra<lb/>‘cose reali’ e
            cose ‘immaginate’, fra <hi rend="italic">ideas - real things</hi> e <hi rend="italic"
               >ideas or images of things </hi>,<lb/> si fonda per Berkeley sul non presentarsi
            delle seconde nella successione<lb/>ordinata del corso della natura e nel loro essere
            soggette alla capacità attiva<lb/>della nostra mente di dividere e ricomporre nella
            nostra immaginazione le<lb/>cose dell’esperienza in cose di percezione <note
               xml:id="ftn6" place="foot" n="7"> Così nei <hi rend="italic">Philosophical
                  Commentaries·.</hi> «The distinction between Idea and Ideatum I
               cannot<lb/>otherwise conceive than by making one the effect or consequence of Dream,
               rêverie, Imagina-<lb/>tion the other of sense and the Constant laws of Nature» (<hi
                  rend="italic">Works,</hi> I, p. 100, <hi rend="italic">entry</hi> 843). <hi
                  rend="italic">Principles,<lb/> § 33: «The ideas imprinted on the senses by the
                  Author of Nature are called </hi>
               <hi rend="italic">real things</hi> : and<lb/>those excited in the imagination being
               less regular, vivid and constant, are more properly ter-<lb/>med <hi rend="italic"
                  >ideas,</hi> or <hi rend="italic">images of things,</hi> which they copy and
               represent. But then our sensation, be they<lb/>never so vivid and distinct, are
               nevertheless <hi rend="italic">ideas,</hi> that is, they exist in the mind, or are
               percei-<lb/>ved by it, as truly as ideas of its own framing. The ideas of sense are
               allowed to have more<lb/>reality in them, that is, to be more strong, orderly, and
               coherent than the creatures of the mind.<lb/>They are also less dependent on the
               spirit, or thinking substance which perceives them, in that<lb/>they are excited by
               the will of another and more powerful spirit: yet still they are <hi rend="italic"
                  >ideas,</hi> and<lb/>certainly no <hi rend="italic">idea,</hi> whether faint or
               strong, can exist otherwise than in a mind perceiving it»<lb/> (<hi rend="italic"
                  >Works,</hi> II, pp. 54-55). Ma si vedano anche i §§ 29-30 (ivi, p. 53). </note> ,
            anche se solo possibile, le idee<lb/>generali astratte sono assolutamente
            inimmaginabili, non sono cose percepi-<lb/>bili e quindi non esistono affatto.
            Particolare chiarezza assume il § 10 della<lb/>
            <hi rend="italic">Introduction</hi> ai <hi rend="italic">Principles·.</hi> «Whether
            others have this wonderful faculty of <hi rend="italic">ab-<lb/>stracting their
            ideas,</hi> they best can tell: for my self I find indeed I have a<lb/>faculty of
            imagining, or representing to my self the ideas of those particular<lb/>things I have
            perceived and of variously compounding and dividing them. I<lb/>can imagine a man with
            two heads or the upper parts of a man joined to<lb/>the body of a horse. I can consider
            the hand, the eye, the nose, each by it<lb/>self abstracted or separated from the rest
            of the body. But then whatever<lb/>hand or eye I imagine, it must have some particular
            shape and colour. [...]<lb/>To be plain, I own my self able to abstract in one sense, as
            when I consi-<lb/>der some particular parts or qualities separated from others, with
            which<lb/>though they are united in some object, yet, it is possible they may
            really<lb/>exist without them. But I deny that I can abstract one from another,
            or<lb/>conceive separately, those qualities which it is impossible should exist
            so<lb/>separated; or that I can frame a general notion by abstracting from particu- </p>
         <pb n="272" facs="IDEA/IDEA_272.jpg"/>
         <p> lars in the manner aforesaid. Which two last are the proper acceptations of<lb/>
            <hi rend="italic">abstraction</hi>» <note xml:id="ftn7" place="foot" n="8">
               <hi rend="italic">Principles of Human Knowledge. Introduction</hi>, § 10,<hi
                  rend="italic"> Works</hi>, II, pp. 29-30. </note>. </p>
         <p> Ancora contro le idee generali astratte opera l'identificazione fra le idee e <lb/> i
            segni, è infatti per questo che viene a mancare la motivazione che,
            secondo<lb/>Berkeley, aveva spinto Locke a presupporle nonostante la loro assurdità, e
            cioè<lb/>la necessità di presupporle come elemento di mediazione fra nomi generali
            e<lb/>idee particolari. Le parole divengono generali e possono indicare le idee
            parti-<lb/>colari allo stesso modo in cui le idee divengono generali. Dice infatti
            Berke-<lb/>ley: «By observing how ideas become general, we may the better judge
            how<lb/>words are made so. And here it is to be noted that I do not deny
            absolutely<lb/>there are general ideas, but only that there are any <hi rend="italic"
               >abstract general ideas</hi> : for in<lb/>the passage above quoted, wherin there is
            mention of general ideas, it is<lb/>always supposed that they are formed by <hi
               rend="italic">abstraction</hi> , after the manner set forth<lb/>in Sect. 8 and 9. Now
            if we will annex a meaning to our words, and speak<lb/>only of what we can conceive, I
            believe we shall acknowledge, that an idea,<lb/>which considered in it self is
            particular, becomes general, by being made to<lb/>represent or stand for all other
            particular ideas of the same sort. To make this<lb/>plain by an example, suppose a
            geometrician is demostrating the method, of<lb/>cutting a line in two equal parts. He
            draws, for instance, a black line of an<lb/>inch in length, this which in it self is a
            particular line is nevertheless with<lb/>regard to its signification general, since as
            it is there used, it represents all<lb/>particular lines whatsoever; for that what is
            demonstrated of it, is demostrated<lb/>of all lines or, in other words, of a line in
            general. And as that particular line<lb/>becomes general, by being made a sign, so the
            name <hi rend="italic">line</hi> which taken absolute-<lb/>ly is particular, by being a
            sign is made general. And as the former owes its<lb/>generality, not to its being the
            sign of an abstract or general line, but of all<lb/>particular right lines that may
            possibly exist, so the latter must be thought to<lb/>derive its generality from the same
            cause, namely, the various particular lines<lb/>which it indifferently denotes» <note
               xml:id="ftn8" place="foot" n="9">
               <hi rend="italic">Principles of Human Knowledge. Introduction,</hi> § 10,<hi
                  rend="italic"> Works</hi>, II, pp. 29-30.</note></p>
         <p> La possibilità che le idee particolari hanno di essere assunte come segni di<lb/>altre
            idee particolari, di poter star per loro, di rappresentarle, costituisce il
            loro<lb/>essere idee generali. Ma questa possibilità che Berkeley sembra dare come
            evi-<lb/>dente e scontata tanto da non essere spiegata per se stessa, ma da essere
            usata<lb/>come chiarimento del modo in cui i nomi possono divenire generali,
            non<lb/>sarebbe poi così accettabile ed evidente se non si tenesse conto che essa
            è<lb/>fondata sulla dottrina del linguaggio e della significazione divina. La
            stessa<lb/>funzione della significazione sarebbe, del resto, fondata in Berkeley su
            principi </p>
         <pb n="273" facs="IDEA/IDEA_273.jpg"/>
         <p> contraddittori se non si tenesse conto della dottrina del linguaggio divino.
            Il<lb/>rapporto fra segno e significato è infatti indicato da Berkeley come
            rapporto<lb/>arbitrario, come è arbitrario il rapporto fra idee visive e idee tattili.
            Egli dun-<lb/>que esclude una forma di rapporto che sia basato sulla somiglianza. Qui,
            inve-<lb/>ce, a proposito delle idee generali la somiglianza sembra essere a
            fondamento<lb/>di questo «to represent, or stand for all other particular ideas of the
            same<lb/> sort», ma le due diverse forme di relazione divengono compatibili se
            conside-<lb/>riamo che la serie di idee e quindi delle cose che troviamo
            nell’esperienza<lb/> sono sì fondate su un rapporto arbitrario, ma che questa
            arbitrarietà è quella<lb/>della volontà benefica di Dio che le organizza in un
            linguaggio che ha una sua<lb/>regolarità, una sua grammatica. La serie di segni
            arbitrari si presenta a noi,<lb/>cioè, in una forma comprensibile di parole o meglio
            idee, o meglio cose, rico-<lb/>noscibili proprio per esperienza e che, in ultima
            analisi, sono al fondamento<lb/>nella nostra capacità di conoscenza e di significazione. </p>
         <p> Il concetto di <hi rend="italic">idea</hi> si arricchisce nei <hi rend="italic"
               >Principles</hi> di una serie di connotazioni<lb/>che del resto erano già latenti nei
               <hi rend="italic">Philosophical Commentaries</hi> e nella <hi rend="italic">New
               Theory </hi>.<lb/> L’importanza dottrinale del termine è immediatamente evidente: il
            primo<lb/>paragrafo dei <hi rend="italic">Principles</hi> è tutto dedicato alle <hi
               rend="italic">ideas</hi> secondo la linea già esposta.<lb/> Le idee, considerate gli
            oggetti della conoscenza umana, sono esclusivamente o<lb/> «ideas actually imprinted on
            senses, or else such as are perceived by attending<lb/>to the passions and operations of
            mind, or lastly ideas formed by help of<lb/>memory and imagination, either compounding,
            dividing or barely representing<lb/>those originally perceived in the aforesaid ways».
            Come si vede, qui sono già<lb/>presenti tutte le possibilità già considerate: le idee
            come oggetti immediati dei<lb/>cinque sensi, come cose intese quali collezioni di idee
            ricavate dall’esperienza<lb/>— infatti «as several of these are observed to accompany
            each other, they<lb/>come to be marked by one name, and so to be reputed as one thing»;
            ma<lb/> intese, infine, anche nella loro funzione di segni, di cose da evitare o da
            ricer-<lb/>care, «pleasing or disagreeable», per ciò che producono in noi, o infine
            come<lb/>puri segni di altre cose, per la loro funzione rappresentativa, «or barely
            repre-<lb/>senting» <note xml:id="ftn9" place="foot" n="10">
               <hi rend="italic">Principles of Human Knowledge</hi>, § 1, <hi rend="italic"
               >Works</hi>, II, p. 40. </note>. Ma subito, già nel secondo paragrafo, accanto a
            questi oggetti della<lb/>conoscenza viene presentata un’altra realtà che essi stessi
            reclamano e impon-<lb/>gono, la realtà degli spiriti, delle sostanze pensanti, vere
            sostanze che rendono<lb/>possibile l’esistenza stessa delle idee e che le connotano per
            opposizione. Le<lb/>vere sostanze, gli spiriti sono connotati per essere eminentemente
            attivi, cioè<lb/>volenti, immaginanti, ricordanti, chiariscono di converso la vera
            natura delle<lb/>idee come entità eminentemente passive, inattive, dipendenti. In altre
            parole,<lb/>viene esplicitato il famoso primo principio, <hi rend="italic">l’esse est
               percipi,</hi> che in questa for- </p>
         <pb n="274" facs="IDEA/IDEA_274.jpg"/>
         <p> mutazione concerne propriamente solo le idee, «the existence of an idea con-<lb/>sists
            in being perceived» (§ 2). L’immaterialismo, cioè, che sul primo principio<lb/>si fonda
            e si presenta come conseguenza necessaria della stessa definizione del-<lb/>le idee e
            quindi della contraddittorietà e inconsistenza dell’esistenza assoluta di<lb/>una
            sostanza materiale che non sia né idea né spirito, né <hi rend="italic">sensible
            thing</hi> né <hi rend="italic">thinking<lb/>thing.</hi>
         </p>
         <p> Questa analisi della natura delle idee come esseri dipendenti e passivi che<lb/>era già
            tutta implicitamente presente nelle definizioni già presentate, apre una<lb/>nuova e
            sorprendente serie di considerazioni. Le idee come entità eminente-<lb/>mente passive (§
            25) non possono rappresentarci, per via di immagine o somi-<lb/>glianza, ciò che è
            attivo («represent unto us, by way of image or likeness, that<lb/>which acts», § 27).
            Ciò apre una via di conoscenza, completamente fondata<lb/>sull’intuizione dell’io, di
               <hi rend="italic">se stessi</hi> e perseguibile per via analogica, che porta
            alta<lb/>conoscenza degli altri spiriti finiti e, infine, alla conoscenza di Dio. Questa
            via<lb/>non è fatta di idee, ma nelle idee nella loro realtà inerte e dipendente trova
            il<lb/>suo fondamento e punto di partenza. Le idee divengono cioè segno di
            Dio.<lb/>Ancora la loro passività e dipendenza esclude che esse possano essere cause
            in<lb/>senso proprio, esse si qualificano cioè effetti delle uniche vere cause, gli
            spiriti,<lb/>e in particolare della causa prima, lo spirito infinito. Si ripropone cioè
            la natu-<lb/>ra del mondo come manifestazione, segno e linguaggio articolato del Dio,
            un<lb/>dio provvidente e buono, Autore della natura. La proposta di questa via
            analo-<lb/>gica provocò, come è noto, una polemica con Peter Browne e la messa a
            punto<lb/>di Berkeley nell'<hi rend="italic">Alciphron</hi> sulla natura propria
            dell’analogia che conduce alla<lb/>conoscenza di Dio (Dialogo IV). Questa aspra polemica
            fra Browne e Berkeley<lb/>— le cui posizioni, è stato giustamente osservato dal prof.
            Yolton, non erano<lb/>poi così distanti come talvolta si è voluto mostrare <note
               xml:id="ftn10" place="foot" n="11"> Cfr. J. W. YOLTON, <hi rend="italic">John
               Locke,</hi> cit., in particolare pp. 195-202, e anche <hi rend="italic">Perceptual
                  acquain-<lb/>tance,</hi> cit., in particolare p. 109. </note> — nonché
            l’apparizione<lb/> dell’ <hi rend="italic">Enquiry</hi> di Andrew Baxter, ebbero come
            risultato secondario di stimolare<lb/>un chiarimento terminologico da parte di Berkeley
            proprio circa la parola <hi rend="italic">idea</hi>.<lb/> Mi riferisco alle
            considerazioni che portarono ad alcune note modifiche al<lb/>testo delle edizioni del
            1734 dei <hi rend="italic">Principles</hi> e, in particolare, dei <hi rend="italic"
               >Dialogues between<lb/>Hylas and Philonous,</hi> cioè a una distinzione più netta
            dell’uso dei termini <hi rend="italic">idea</hi> e<lb/> notion <note xml:id="ftn11"
               place="foot" n="12"> In una lettera scritta da Berkeley (ripubblicata integralmente
               in G. <hi rend="smallcaps">BRYKMAN, </hi>
               <hi rend="italic">Berkeley.<lb/> Philosophie</hi>, cit., II, Appendice I, pp. 1-7) a
               Peter Browne, dopo la pubblicazione di <hi rend="italic">Things divine<lb/></hi> (P.
                  <hi rend="smallcaps">BROWNE, </hi>
               <hi rend="italic">Things Divine conceived by analogy with Things natural and
               human,</hi> London 1733), Berkeley<lb/>dice esplicitamente, mostrando la sua ironica
               «docility»: «I’ll give up the hateful word idea, to<lb/>be used as your Lordship
               shall think fit. Provided we agree in our conceptions, tis to me no<lb/>matter by
               what collection of sounds they are comunicated; or should we differ, no sawcy
               [sic]<lb/> idea of mine shall intrude upon your Lordship. My notions only shall be
               modestly conveyed to<lb/>you» (G. <hi rend="smallcaps">BRYKMAN, </hi>
               <hi rend="italic">op. cit.,</hi> p. 2). Per le notizie circa questa lettera, si veda
               ivi, p. 1. </note>. C’è però da rilevare che se queste varianti sono di grande
            interesse</p>
         <pb n="275" facs="IDEA/IDEA_275.jpg"/>
         <p> per la chiarezza del discorso non modificano la valenza dottrinale del termine<lb/>
            <hi rend="italic">idea</hi> che era già pienamente chiara, tecnicizzano se mai il
            termine <hi rend="italic">notion,</hi> chia-<lb/>rendo la natura della nuova via
            conoscitiva che dalle idee trova fondamen-<lb/>to <note xml:id="ftn12" place="foot"
               n="13"> Si può del resto rilevare che l’uso indistinto di <hi rend="italic">idea</hi>
               e <hi rend="italic">notion</hi> è proprio dei momenti di<lb/>polemica contro Locke e
               contro i cartesiani che di questo uso lato erano portatori e che quindi<lb/>rientra
               nell’uso voluto e studiato del linguaggio degli avversari. </note>. </p>
         <p> Il terzo dialogo fra Hylas e Philonous, sia con che senza le aggiunte del<lb/>1734,
            costituisce una splendida riflessione e chiarificazione dell’uso del ter-<lb/>mine <hi
               rend="italic">idea,</hi> molto più chiara ed incisiva di quella che io sto
            indegnamente<lb/>tentando, e se vi fosse tempo varrebbe la pena rileggerlo tutto. Vorrei
            solo<lb/>ricordare come Berkeley esprima qui ad evidenza come il termine <hi
               rend="italic">idea</hi> sia<lb/>solo una parola, come rivendichi per il suo uso le
            connotazioni che abbia-<lb/>mo già illustrato, uso tecnico che viene confermato dalla
            costatazione di un<lb/>uso generico: «However, taking the word <hi rend="italic"
            >idea</hi> in a large sense, my soul may<lb/>be said to furnish me with an idea, that
            is, an image, or likeness of God,<lb/>though indeed extremely inadequate. For all the
            notion I have of God, is<lb/>obtained by reflecting on my own soul heightening its
            powers, and remo-<lb/>ving its imperfections» <note xml:id="ftn13" place="foot" n="14">
               <hi rend="italic">Three Dialogues</hi>, <hi rend="italic">Works</hi>, II, pp. 231-32.
            </note>. Questa nuova strada di conoscenza non contrad-<lb/>dice, secondo Berkeley,
            quella della valorizzazione delle idee o sensazioni<lb/>come fonte di conoscenza, egli
            anzi fa una interessantissima precisazione in<lb/>funzione antiscettica, il cui senso
            forte dovrebbe essere ormai chiaro: «I am<lb/> not for changing things into ideas, but
            rather ideas into things; since those<lb/>immediate objects of perception, which
            according to you, are only appearen-<lb/>ces of things, I take to be the real things
            themselves» <note xml:id="ftn14" place="foot" n="15">
               <hi rend="italic">Three Dialogues</hi>, <hi rend="italic">Works</hi>, II, p. 244.
            </note>. Del resto Berkeley<lb/> con questa affermazione non fa che ben descrivere il
            suo percorso di distac-<lb/>co dalla gnoseologia lockeana, dalle idee alle cose. </p>
         <p> Naturalmente l’individuazione di una parte della realtà, la più impor-<lb/>tante e
            sostanziale, quella degli spiriti e di Dio, come inattingibile tramite le<lb/>idee se
            non considerate come effetti e segni dell’azione divina, influisce sul-<lb/>lo stesso
            impiego del termine <hi rend="italic">idea.</hi> E massiccio e pervasivo nei <hi
               rend="italic">Philosophical<lb/>Commentaries,</hi> nella <hi rend="italic">New Theory
               of Vision,</hi> nei <hi rend="italic">Principles,</hi> nei <hi rend="italic"
               >Dialogues between<lb/> Hylas and Philonous,</hi> dove il problema gnoseologico è
            prevalente e si parla<lb/>appunto della natura e del ruolo delle idee. La situazione
            muta radicalmente<lb/>nel l’<hi rend="italic">Alciphron</hi> e nella <hi rend="italic"
               >Siris.</hi> Nei primi sei dialoghi dell’ <hi rend="italic">Alciphron,</hi> dove si
            discu-<lb/>tono le opinioni dei nuovi filosofi, i liberi pensatori, il termine si fa
            raro, </p>
         <pb n="276" facs="IDEA/IDEA_276.jpg"/>
         <p> legato per lo più a qualche uso meramente idiomatico o all’uso specifico di<lb/>qualche
            avversario, come ad esempio per <hi rend="italic">idea of Beauty</hi> secondo
            Shaftesbury<lb/> (Dialogo III). Di numerose occorrenze secondo impieghi non
            berkeleyani<lb/>erano state, del resto, esempio notevole nelle opere precedenti le
            locuzioni<lb/>
            <hi rend="italic">abstract ideas </hi>o <hi rend="italic"> abstract general ideas</hi> e
            di casi analoghi sono ricchi ovviamente i<lb/>
            <hi rend="italic">Dialogues between Hylas and Philonous</hi> , poiché la forma dialogica
            dà spazio agli<lb/>usi di Hylas. Ma è interessante rilevare che anche il dialogo IV
            dell’ <hi rend="italic">Alci-<lb/>phron,</hi> dove si espone la prova berkeleyana
            dell’esistenza di Dio, non presen-<lb/>ti che marginalmente l’uso di <hi rend="italic"
               >idea,</hi> proprio perché le prove sia di tipo ansel-<lb/>miano che di tipo
            cartesiano di tale esistenza, fondate sull’idea di Dio, non<lb/>sono più utilizzabili
            dato che di Dio propriamente non si può avere idea.<lb/>L’uso del termine <hi
               rend="italic">idea</hi> riesplode, invece, nel settimo dialogo, dove si
            affron-<lb/>ta, secondo le modalità già esaminate ma in modo più sistematico, il
            pro-<lb/>blema delle nuove prospettive epistemologiche aperte dall’antiastrattismo
            e<lb/>dall’empirismo radicale di Berkeley. </p>
         <p> Ciò che qui emerge di più interessante è che a termini come <hi rend="italic"
            >Grace</hi><lb/> (§ 4) o <hi rend="italic">Force</hi> (§ 6), indicanti azione, non
            possono corrispondere idee in<lb/>quanto entità eminentemente passive, e che quindi essi
            sono solo parole;<lb/>ma, poiché le parole sono in grado di operare senza un
            corrispondente di<lb/>idee, essi sono ammissibili nel loro impiego nelle varie scienze
            che, del<lb/>resto, sembrano essere in larga misura caratterizzate per operare su
            segni,<lb/>anche se il loro referente di base è costituito dalla serie di idee o
            fenomeni<lb/>inerti la cui vera spiegazione è nell’operare ordinato dell’agente divino
            che<lb/>costituisce l’unica vera causa. Questa è del resto la dottrina soggiacente
            alla<lb/>
            <hi rend="italic">Siris</hi> che, quale analisi delle virtù (e quindi dell’azione)
            dell’acqua di catra-<lb/>me, risale dalla analisi dei fenomeni alla loro vera causa che
            non può essere<lb/>che l’agente divino. Anche qui l’uso di <hi rend="italic">idea</hi> è
            raro ma, quando usato, è coe-<lb/>rente con le dottrine berkeleyane; non deve ingannare
            l’uso del termine in<lb/>senso stoico e platonico in occasione dell’esposizione di tali
            dottrine viste<lb/>certo con particolare simpatia, ma considerate come esposizioni
            metaforiche<lb/>dell’operare dello spirito divino. Nella <hi rend="italic">Siris</hi> è
            indubbiamente presente una<lb/>svalutazione del mondo dei fenomeni, non però nel senso
            di una svalutazio-<lb/>ne scettica della sensibilità, ma piuttosto nella considerazione
            della condizio-<lb/>ne di dipendenza e non autonomia ontologica delle idee, la cui
            natura è,<lb/>per altro, di essere meri segni di un significato più alto, dottrina
            questa, a<lb/>ben guardare, presente in tutta l’opera di Berkeley. </p>
         <p> Per concludere, un accenno alla nota questione del rapporto fra idee<lb/>eterne nella
            mente di Dio e idee che Dio ci manifesta, per dirla nella ter-<lb/>minologia
            cudworthiana della <hi rend="italic">Siris,</hi> fra Archetipi e Ectipi. Anche qui
            credo<lb/>la soluzione sia da individuare nella identificazione delle idee con i segni
            e<lb/> le cose che permette a Berkeley l’utilizzazione della nozione di creazione. </p>
         <pb n="277" facs="IDEA/IDEA_277.jpg"/>
         <p> Dio crea nel tempo il tempo per noi e se in questa nozione permangono <lb/> difficoltà,
            per dirla con Berkeley, la sua dottrina delle idee certo non la rende più complicata
               <note xml:id="ftn15" place="foot" n="16"> Alla domanda di Hylas: «Creation of what?
               of ideas?», Berkeley risponde per bocca di<lb/> Philonous: «Moses mentions the sun,
               moon, and stars, earth and sea, plants and animals: that<lb/>all these do really
               exist, and were in the beginning created by God, I make no question. If by<lb/>
               <hi rend="italic">ideas,</hi> you mean fictions and fancies of the mind, than these
               are no ideas. If by <hi rend="italic">ideas,</hi> you mean<lb/>immediate objects of
               the understanding, or sensible thing which cannot exist unperceived, or<lb/>out of a
               mind, then these things are ideas. But whether you do, or do not call them <hi
                  rend="italic">ideas,</hi> it<lb/>matters little. The difference is only about a
               name. And whether the name be retained or rejec-<lb/>ted, the sense, the truth and
               reality of things continues the same. In common talk, the objects of<lb/>our senses
               are not termed <hi rend="italic">ideas</hi> but <hi rend="italic">things.</hi> Call
               them so still: provided you do not attribute to<lb/>them any absolute external
               existence and I shall never quarrel with you for a word. The Crea-<lb/>tion therefore
               I allow to have been a creation of things, of <hi rend="italic">real</hi> things.
               Neither is this in the least<lb/>inconsistent with my principles ...» (<hi
                  rend="italic">Dialogues</hi> , in <hi rend="italic">Works,</hi> II, pp. 250-251).
               E ancora: «...I ima-<lb/>gine that if I had been present at the Creation, I should
               have seen things produced into being;<lb/>that is, become perceptible, in the order
               described by the sacred historian. I ever before believed<lb/>the Mosaic account of
               the Creation, and now find no alteration in my manner of believing it.<lb/>When
               things are said to begin or end there existence, we do not mean this with regard to
               God,<lb/>but His creatures. All objects are eternally known by God, or which is the
               same thing, have an<lb/>eternal existence in his mind: but when things before
               imperceptible to creatures, are by decree<lb/>of God, made perceptible to them; then
               are they said to begin a relative existence, with respect<lb/>to created minds. Upon
               reading therefore the Mosaic account of the Creation, I understand that<lb/>several
               parts of the world became gradually perceivable to finite spirits, endowed with
               proper<lb/>faculties; so that whoever such were present, they were in truth perceived
               by them. This is the<lb/>literal obvious sense suggested to me, by the words of the
               Holy Scripture: in which is included<lb/>no mention or no thought, either of <hi
                  rend="italic">substratum,</hi> instrument, occasion, or absolute existence.
               And<lb/>upun inquiry, I doubt not, it will be found, that most plain honest men, who
               believe the Crea-<lb/>tion, never think of those things any more than I. What
               metaphysical sense you may understand<lb/>it in, you only can tell» (ivi, pp.
               251-252). </note>. </p>
      </body>
   </text>
</TEI>
