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            <title>‘SED NUNC DE LINGUIS APUD POPULOS RECEPTIS AGIMUS’: UNITÀ E MOLTEPLICITÀ
               NELL’UNIVERSO LEIBNIZIANO DELLE LINGUE </title>
            <author><name>Stefano </name>
               <surname>Gensini</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p>Biblioteca digitale Progetto Agorà</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
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               <title level="m">‘SED NUNC DE LINGUIS APUD POPULOS RECEPTIS AGIMUS’: UNITÀ E
                  MOLTEPLICITÀ NELL’UNIVERSO LEIBNIZIANO DELLE LINGUE</title>
               <author>Stefano Gensini</author>
               <title level="a"/>
               <publisher>Leo S. Olschki Editore</publisher>
               <editor/>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope> pp.107-141, (Collana Lessico Intellettuale Europeo, LXXXIV)</biblScope>
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            <docAuthor>Stefano Gensini</docAuthor>
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               <titlePart>‘SED NUNC DE LINGUIS APUD POPULOS RECEPTIS AGIMUS’:<lb/>UNITÀ E
                  MOLTEPLICITÀ<lb/>NELL’UNIVERSO LEIBNIZIANO DELLE LINGUE</titlePart>
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            <list type="ordered">
               <item> 1. Premessa </item>
            </list>
            <p>Gli ultimi trent’anni, nell’ambito degli studi leibniziani, sono stati
               fra<lb/>l’altro caratterizzati dal superamento di quella che è stata a suo tempo
               chia-<lb/>mata “Tesi di Cassirer”. Alludo all’ipotesi che Leibniz, per un verso
               geniale<lb/>teorico del potere simbolico del linguaggio come supporto della
               ricerca<lb/>scientifica, fosse per altro verso rimasto insensibile alla
               “particolarità” (<hi rend="italic">Ei-<lb/>gentümlichkeit </hi>) del linguaggio
               storico-naturale. A partire dai lavori di<lb/>Aarsleff, degli anni Sessanta, di
               Heinekamp e Mugnai, dei primi anni Set-<lb/>tanta, e dalla riscoperta dei
               pionieristici studi di Sigrid von der Schulen-<lb/>burg,<note place="foot"
                  xml:id="ftn1" n="1">
                   Si vedano Schulenburg (1937), (1973); Aarsleff (1964),
                     (1969); Heinekamp (1972), (1975),<lb/>(1976), (1992); Mugnai (1976).
               </note> risalenti agli anni Trenta, non solo è tornata alla luce la
               straordinaria<lb/>ricchezza e varietà degli interessi linguistici di Leibniz, ma si è
               anche comin-<lb/>ciato a chiarire il loro intreccio coi temi più generali, filosofici
               e gnoseolo-<lb/>gici, del suo pensiero.</p>
            <p>Il nesso unità/differenza che caratterizza, per così dire humboldtiana-<lb/>mente,
               l’universo leibniziano del linguaggio, si riflette a colpo d’occhio
               nella<lb/>molteplicità di aspetti che hanno attirato l’attenzione degli studiosi
               negli ul-<lb/>timi lustri: l’analisi del concetto di segno e della funzione che esso
               svolge<lb/>nella conoscenza (già nella <hi rend="italic"> Demonstratio propositionum
                  primarum <lb/>
               </hi>del 1671-72 e in <hi rend="italic"> Dialogus </hi> del 1677), i ricchissimi lavori
               sulla lingua razio-<lb/>nale (a partire dalla fine degli anni Settanta) e gli studi
               preparatori per la<lb/>realizzazione della ‘caratteristica universale’, così ricchi
               di addentellati non</p>
            <pb n="108" facs="UNITA/UNITA_108.jpg"/>
            <p>solo logici, ma anche filosofico-linguistici, l’attenzione al problema
               dell’ori-<lb/>gine del linguaggio (che accompagna Leibniz press’a poco dal 1680
               fino<lb/>agli ultimi scritti), le riflessioni sui caratteri e le funzioni delle
               lingue sto-<lb/>rico-naturali (dispiegate soprattutto nei <hi rend="italic"> Nouveaux
                  essais </hi> e nella tarda <hi rend="italic"> Epi- <lb/>stolica de historia
                  etymologica dissertatio </hi>, ma per vari aspetti già anticipate in<lb/>scritti
               giovanili come la <hi rend="italic"> Nova methodus discendae docendaeque jurispruden-
                  <lb/>tiae </hi> e la prefazione al Nizolio), l’immensa mole di lavoro dedicata
               all’etimo-<lb/>logia e alla comparazione delle lingue (dalla corrispondenza dei primi
               anni<lb/>Novanta alla <hi rend="italic"> Brevis designatio </hi> del 1710 e, ancora,
               alla <hi rend="italic"> Epistolica dissertatio </hi> e<lb/>al molto materiale inedito),
               le suggestioni pionieristiche circa la tecnica del-<lb/>l’inchiesta linguistica sul
               campo (si vedano ad esempio le lettere del 1695 a<lb/>Bodo von Oberg e del 1697 a
               Pierre Lefort<note place="foot" xml:id="ftn2" n="2">
                   Cfr. rispettivamente <hi rend="italic"> A </hi> I 11:
                     170-76 e <hi rend="italic"> A </hi> I 14: 389-391.
               </note>), quelle per l’analisi propria-<lb/>mente testuale, avanzate nel solco della
               tradizione ermeneutica fin dal 1667,<lb/>per finire coi saggi, ricchi non meno di
               ragioni teoriche che di ragioni po-<lb/>litico-culturali, dedicati alla “Ausübung und
               Verbesserung der Teutschen<lb/>Sprache”.</p>
            <p>Alla luce di questi risultati, sarebbe oggi difficile scrivere una storia<lb/>della
               linguistica senza dare il debito riconoscimento al contributo del filo-<lb/>sofo
               Leibniz, come sarebbe problematico (e tuttavia non mancano ecce-<lb/>zioni, anche
               clamorose, in questo senso) presentare la filosofia leibniziana<lb/>senza tener conto
               del ruolo che in essa gioca il linguaggio, nella varietà delle<lb/>sue
               manifestazioni.</p>
            <p>La molteplicità degli interessi leibniziani ha tuttavia rappresentato un<lb/>problema
               per numerosi ricercatori. Intanto, di rado è accaduto che qual-<lb/>cuno ascrivesse
               pari rilievo sia al versante formale sia al versante empirico-<lb/>storico di essi.
               (Questo limite si manifesta sia in lavori classici come quelli<lb/>di Neff 1870-71 o
               Schulenburg 1973, sia in lavori recenti, come quelli di<lb/>Ishiguro 1972, Burkhardt
               1980 e altri). E inoltre stata posta la questione se<lb/>vi sia <hi rend="italic">
                  unità teorica </hi> negli studi leibniziani sul linguaggio e sulle lingue o
               se<lb/>non si debba piuttosto ammettere una sostanziale divaricazione al loro
               in-<lb/>terno; e una risposta è stata cercata con strategie, direi, riduzioniste,
               ora<lb/>suggerendo che il paradigma “adamico” stia sullo sfondo della
               “caratteri-<lb/>stica universale”, ora sostenendo che al di sotto delle diverse
               parlate e fami-<lb/>glie linguistiche sussista, per Leibniz, una grammatica
               universale cui esse<lb/>potrebbero essere ridotte.<note place="foot" xml:id="ftn3"
                  n="3">
                   Una sintesi di questi motivi in Pombo (1987).
               </note> In questo secondo caso, Leibniz si colloche-<lb/>rebbe in definitiva nella
               prospettiva di Port-Royal. Più raro è stato lo sforzo<lb/>di prendere alla lettera il
               nesso unità/differenza che Leibniz ci mette di-</p>
            <pb n="109" facs="UNITA/UNITA_109.jpg"/>
            <p>nanzi, identificando le ragioni strutturali, di sistema, che lo fondano. Il
               pro-<lb/>blema sembra, allo stato attuale delle ricerche, ancora aperto, anche se
               i<lb/>profili d’insieme più recenti (penso soprattutto a uno scritto postumo
               di<lb/>Heinekamp: 1992) sembrano additare quest’ultima strada come la più
               pro-<lb/>duttiva; del resto, non è un caso se oggi lo studioso del Leibniz filosofo
               del<lb/>linguaggio e linguista tragga motivi di grande interesse da studi che,
               pure,<lb/>non si concentrano primariamente su problematiche linguistiche, quali,
               ad<lb/>esempio, l’indagine di Mugnai (1992) sulle relazioni o quelle di
               Kulstad<lb/>(1977) e Swoyer (1995) sul concetto di “espressione”.</p>
            <p>In questa sede si cercherà di illustrare alcuni punti a nostro avviso “cri-<lb/>tici”
               della riflessione compiuta da Leibniz intorno alle lingue storico-natu-<lb/>rali,
               combinando per il possibile la loro analisi interna con una prospettiva<lb/>di storia
               della filosofia del linguaggio. Crediamo infatti che taluni nodi si<lb/>facciano più
               chiari collocando il contributo di Leibniz nella linea di svi-<lb/>luppo della
               riflessione sul linguaggio fra Sei e Settecento e identificando il<lb/>ruolo
               oggettivo che esse vi svolgono, nel momento in cui riprendono e riela-<lb/>borano
               originalmente temi e problemi teorici radicati in una tradizione più<lb/>che
               millenaria.</p>
            <p>A tal fine, dopo alcune considerazioni preliminari volte a una
               possibile<lb/>periodizzazione degli interessi linguistici leibniziani (§ 2), si
               prenderanno<lb/>anzitutto in considerazione la discussione del concetto di
               ‘arbitrarietà’ e la<lb/>sua correzione tramite la nozione del fondamento ‘naturale’
               delle lingue (§<lb/>3). Successivamente approfondiremo la natura del segno
               linguistico inda-<lb/>gando la concezione leibniziana del ‘significato’, un tema che
               non ci sembra<lb/>sia stato finora adeguatamente studiato (§ 4) e proporremo una
               tipologia<lb/>degli usi leibniziani di tale concetto, illustrandone le diverse
               valenze teori-<lb/>che (§ <hi rend="italic">
                  <hi rend="italic">5</hi>
                  <hi rend="italic">)</hi> . </hi> Gli argomenti dei §§ 3-5 confluiranno poi in una
               breve rivisita-<lb/>zione della polemica con Locke condotta nei <hi rend="italic">
                  Nouveaux essais </hi> (§ 6): soster-<lb/>remo a questo proposito che una corretta
               storicizzazione della terminologia<lb/>metalinguistica leibniziana è decisiva anche
               ai fini di una migliore compren-<lb/>sione del III libro di quest’opera fondamentale.
               Per finire, accenneremo alla<lb/>sua teoria e pratica della ‘armonia delle lingue’ e,
               sulla scorta soprattutto<lb/>della ancora poco studiata <hi rend="italic"> Epistolica
                  de historia etymologica disser- <lb/>tatio, </hi> discuteremo la delicata
               posizione di mediazione che Leibniz disegnò<lb/>per se stesso, in questo ricchissimo
               campo di studi (§ 7).</p>
            <p rend="Nota a piè di pagina (2)">
               <hi rend="Nota_a_piè_di_pagina_(2)_+_Non_grassetto">2. </hi> Una proposta di
               periodizzazione </p>
            <p rend="Nota a piè di pagina (3)">Si diceva dell’opportunità di una periodizzazione.
               Essa fa tutt’uno, a<lb/>guardar bene, col problema interpretativo generale che si è
               posto, relativa-<lb/>mente alla unità o meno del pensiero linguistico leibniziano.
               Chi tenga</p>
            <pb n="110" facs="UNITA/UNITA_110.jpg"/>
            <p>conto delle date vedrà venir meno ogni ipotesi di innalzare uno steccato fra<lb/>la
               parte universalistica e formale e la parte empirico-storica di quel pen-<lb/>siero,
               il che non esclude, beninteso, non solo una diversa accentuazione di<lb/>temi e
               problemi, ma anche una tensione reciproca delle varie direzioni di ri-<lb/>cerca.
               Valgano alcune (ovvie) considerazioni cronologiche. Del 1666 è la<lb/>
               <hi rend="italic"> Dissertatio de arte combinatoria </hi>, nella quale gli interessi
               universalistici e cal-<lb/>colistici sono ovviamente centrali, ma del 1667 è la <hi
                  rend="italic"> Nova methodus discen- <lb/>dae docendaeque jurisprudentiae </hi> che
               contiene, sotto l’etichetta di “ermeneu-<lb/>tica”, un compatto prontuario per
               l’indagine filologico-storica dei significati<lb/>linguistici, e del 1670 è la
               prefazione al Nizolio, contenente un’acuta teoriz-<lb/>zazione del carattere
               semanticamente aperto dei <hi rend="italic"> verba </hi> come distinti
               dall’u-<lb/>nivocità dei <hi rend="italic"> termini. </hi> Un secondo esempio. Gli anni
               1676-1686 sono da tut-<lb/>ti considerati anni cruciali per gli interessi
               logico-linguistici del filosofo;<lb/>eppure al periodo 1677-1685 appartiene, secondo
               la <hi rend="italic"> Vorausedition </hi>, il<lb/>frammento <hi rend="italic"> De
                  linguarum origine naturali </hi>, nel quale incontriamo per la<lb/>prima volta
               formulate idee che accompagneranno Leibniz fino alla <hi rend="italic"> Episto-
                  <lb/>lica dissertatio <hi rend="italic">;</hi>
               </hi> e del 1679-80 è la <hi rend="italic"> Ermahnung an die Teutsche, ihren Ver-
                  <lb/>stand und Sprache besser zu üben </hi>, efficace documento degli interessi
               poli-<lb/>tico-linguistici. A considerazioni analoghe ci conducono le
               osservazioni<lb/>sulle lingue storico-naturali contenute in testi come l’<hi
                  rend="italic"> Analysis linguarum </hi> del<lb/>1678 e il <hi rend="italic"> Consilium
                  de encyclopaedia nova conscribenda </hi> dell’anno successivo:<lb/>una
               combinazione di elementi che si ripete nel fondamentale <hi rend="italic"> De lingua
                  phi- <lb/>losophica </hi>, databile a partire dal 1689 (vale a dire dalla fase di
               gestazione<lb/>delle ricerche empiriche). Infine, sia nei <hi rend="italic"> Nouveaux
                  essais </hi>, sia nella <hi rend="italic"> Epistolica <lb/>dissertatio </hi>, sia in
               una nota lettera a Remond del gennaio 1714,<note place="foot" xml:id="ftn4" n="4">
                   Vedila in <hi rend="italic"> GP </hi> III: 605-608.
               </note> quindi pra-<lb/>ticamente fino alla fine della sua vita, Leibniz conferma la
               sua fiducia nella<lb/>realizzabilità della caratteristica.</p>
            <p>Sembra quindi difficile separare in modo netto, dal punto di vista cro-<lb/>nologico,
               le fasi del pensiero linguistico leibniziano, anche perché questo<lb/>non presenta al
               suo interno scarti o crisi vistose, ma anzi le posizioni teori-<lb/>che principali
               restano complessivamente costanti, anche a distanza di parec-<lb/>chi anni. Piuttosto
               che di momenti concettualmente distinti, si dovrebbe<lb/>quindi parlare di alcune
               linee di riflessione che accompagnano in modo re-<lb/>lativamente continuo
               l’esperienza leibniziana, “addensandosi” intorno a<lb/>problemi o soluzioni diverse
               nei vari periodi.</p>
            <p>Dovendo formulare una proposta, identificherei quindi una prima fase<lb/>relativa
               agli anni 1666-1670 nella quale si annunciano, intorno a problema-<lb/>tiche molto
               diverse, geometriche, giuridiche, logico-filosofiche, le due dire-</p>
            <pb n="111" facs="UNITA/UNITA_111.jpg"/>
            <p>zioni principali del pensiero linguistico di Leibniz. Una seconda fase
               inizia<lb/>immediatamente a ridosso del periodo parigino, con le riflessioni sul
               con-<lb/>cetto di segno contenute nella <hi rend="italic"> Demonstratio propositionum
                  primarum </hi>,
               <note place="foot" xml:id="ftn5" n="5">
                   Soprattutto in riferimento al tema della <hi
                        rend="italic"> cogitatio caeca </hi> questo scritto (vedilo in <hi
                        rend="italic"> A </hi> VI 2:<lb/>479 sgg.) presenta importanti elementi in
                     comune non solo con la <hi rend="italic"> Accessio ad arithmeticam infini-
                        <lb/>torum </hi> spedita a Gallois nel 1672 (vedila in <hi rend="italic"> A
                     </hi> II 1: 222 sgg.), ma anche col <hi rend="italic"> De sumnia rerum </hi>,
                     po-<lb/>steriore di qualche anno.
               </note>
               e si<lb/>sviluppa dopo il 1676 negli studi
               rivolti alla caratteristica universale e nei<lb/>progetti, a questa strettamente
               correlati, dell’enciclopedia, articolandosi nei<lb/>due percorsi, parzialmente
               sovrapposti da un punto di vista cronologico,<lb/>della “lingua razionale” e del
               “calcolo logico”. Questa fase, a cui apparten-<lb/>gono opere capitali per la
               gnoseologia leibniziana quali le <hi rend="italic"> Meditationes <lb/>
               </hi>del 1684, le <hi rend="italic"> Generales inquisitiones </hi> e il <hi rend="italic"
                  > Discours de metaphysique <lb/>
               </hi>del 1686, non comporta tuttavia un azzeramento dell’attenzione alle
               lingue<lb/>storico-naturali, che anzi continuano a rappresentare, per differenza, un
               ter-<lb/>mine di confronto del discorso sulla caratteristica e, più in generale,
               sul<lb/>“pensiero cieco o simbolico”. Le pagine sulle “parti del discorso” e
               sulle<lb/>“particelle” lo dimostrano efficacemente. L’inizio della terza fase,
               quella<lb/>delle ricerche empiriche sulle lingue, può collocarsi poco dopo il
               1687-88,<lb/>in coincidenza con l’avvio delle ricerche per servire alla storia della
               casata<lb/>di Hannover e con quello della corrispondenza col grande orientalista
               Hiob<lb/>Ludolf, e i suoi primi frutti si apprezzano nella corrispondenza degli
               anni<lb/>1690-91. Questa fase non implica tuttavia uno spegnersi degli interessi
               filo-<lb/>sofico-teorici, documentati non solo da scritti come il citato <hi
                  rend="italic"> De lingua philo- <lb/>sophica </hi>, ma anche dalla trattazione del
               III libro dei <hi rend="italic"> Nouveaux essais </hi>, che<lb/>può essere letto come
               una sintesi del percorso filosofico-linguistico leibni-<lb/>ziano. Questa ultima fase
               dovrebbe essere a sua volta distinta in un primo<lb/>sotto-periodo per così dire
               preparatorio, nel quale Leibniz raccoglie una<lb/>immensa quantità di materiali e si
               confronta analiticamente con i maggiori<lb/>problemi posti dallo sviluppo degli studi
               linguistici e filologici del suo<lb/>tempo (il carattere isolato o meno della lingua
               ebraica, l’ipotesi celto-scitica,<lb/>la questione della maggiore o minore <hi
                  rend="italic"> Grundrichtigkeit </hi> delle diverse lin-<lb/>gue europee); e in un
               secondo, rivolto alla sintesi dei risultati raggiunti, cui<lb/>appartengono scritti
               di grande importanza, ma tardi, quali la <hi rend="italic"> Brevis designa- <lb/>no
               </hi> e la <hi rend="italic"> Epistolica dissertatio. </hi>
            </p>
            <p>Tenendo a mente questo schema generalissimo, che, ripetiamolo, non<lb/>intende
               escludere dinamiche interne e ripensamenti su singoli punti da<lb/>parte di Leibniz,
               procediamo adesso alla illustrazione di alcuni problemi<lb/>particolarmente rilevanti
               per il nostro assunto.</p>
            <pb n="112" facs="UNITA/UNITA_112.jpg"/>
            <list type="ordered">
               <item> 3. Arbitrarietà e naturalità nel linguaggio </item>
            </list>
            <p>Com’è noto, la critica dell’arbitrarietà si affaccia una prima volta
               nella<lb/>prefazione al Nizolio e si sviluppa <hi rend="italic">
                  <hi rend="italic">nell’</hi> Accessio ad arithmeticam infinitorum <lb/>
               </hi>e più tardi in <hi rend="italic"> Dialogus </hi> per contestare l’ipotesi
               hobbesiana, formulata nella<lb/>
               <hi rend="italic"> Computatio sive logica </hi>, che la verità possa consistere nei
               nomi anziché nelle<lb/>cose.<note place="foot" xml:id="ftn6" n="6">
                  
                     <hi rend="italic">Computatio sive Logica</hi>
                     <hi rend="Nota_a_piè_di_pagina_(4)_+_Non_corsivo">
                        <seg> </seg>
                        <hi rend="italic">III 7 (= </hi>
                     </hi>
                     <hi rend="italic">Opera</hi>
                     <hi rend="Nota_a_piè_di_pagina_(4)_+_Non_corsivo">
                        <hi rend="italic"> I: 31-32).</hi>
                     </hi>            
               </note> La soluzione proposta da Leibniz è quella secondo cui, pur nella
               dif-<lb/>ferenza dei caratteri usati per ragionare intorno alle cose, sussisterebbe
               co-<lb/>munque un rapporto non meramente arbitrario fra i primi e le seconde,
               ga-<lb/>rantita dal fatto che le relazioni contratte dai caratteri fra loro
               corrisponde-<lb/>rebbero isomorficamente alle relazioni sussistenti fra le cose.
               Questa solu-<lb/>zione, di tipo logico-sintattico, è riferita in <hi rend="italic">
                  Dialogus </hi> sia al linguaggio della<lb/>matematica sia alle lingue
               storico-naturali, delle quali Leibniz sottolinea op-<lb/>portunamente certi
               meccanismi lessematici di limitazione dell’arbitrarietà<lb/>che torneranno, nel primo
               Novecento, nelle lezioni di Ferdinand de Saus-<lb/>sure.<note place="foot"
                  xml:id="ftn7" n="7">
                   Nel citato passo di <hi rend="italic"> Dialogus </hi>
                     Leibniz alterna infatti il concetto generico di <hi rend="italic"> character
                     </hi> e il<lb/>concetto, specificamente linguistico, di <hi rend="italic"> vox
                     </hi> o <hi rend="italic"> vocabulum. </hi> (Cfr. <hi rend="italic"> GP </hi>
                     VII: 192). Per il riferimento a<lb/>Saussure cfr. <hi rend="italic"> CLG </hi>
                     181-84 , e le relative note di commento di T. De Mauro.
               </note> Essa è inoltre certamente da connettere alla nozione di
               ‘espressione’,<lb/>studiata nel di poco successivo <hi rend="italic"> Quid sit idea
               </hi> e approfondita in una serie di<lb/>note culminanti nella <hi rend="italic"> lex
                  expressionis, </hi> secondo la quale l’analogia strutturale<lb/>fra ordine dei
               pensieri e ordine dei caratteri sarebbe il nocciolo di ogni si-<lb/>stema
               formalizzato di segni e dunque di una auspicabile caratteristica
                  uni-<lb/>versale.<note place="foot" xml:id="ftn8" n="8">
                   Cfr. <hi rend="italic"> De characteribus et de arte
                        characteristica </hi> (1685-90): “Ars characteristica est ars
                     ita<lb/>formandi atque ordinandi characteres, ut referant cogitationes, seu ut
                     eam inter se habeant relatio-<lb/>nem, quam cogitationes inter se habent.
                     Expressio est aggregatum characterum rem quae exprimi-<lb/>tus
                     repraesentantium. Lex expressionis haec est: ut ex quarum rerum ideis
                     componitur rei expri-<lb/>mendae idea, ex illarum rerum characteribus
                     componatur rei expressio” <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi> VE </hi> 7: 1482). Per un<lb/>quadro dei problemi
                     posti dal concetto di espressione, cfr. Kulstad (1977), Lamarra (1991) e
                     Swo-<lb/>yer (1995). In specifico riferimento agli scritti del periodo
                     parigino, cfr. Lamarra (1978).
               </note> In casi del genere l’elemento non arbitrario del linguaggio tende
               a<lb/>coincidere con le strategie di formalizzazione adottate: esse riguardano
               per<lb/>un verso il tipo di caratteri da utilizzare (che ovviamente debbono
               garantire<lb/>il massimo di possibile trasparenza) per un altro verso, e più
               sostanzial-<lb/>mente, il metodo geometrico che fonda l’uso di quei caratteri, con
               catene di<lb/>definizioni rigorosamente intertraducibili e l’uso sistematico del
               riferimento<lb/>agli assiomi.<note place="foot" xml:id="ftn9" n="9">
                   La tecnica del ragionamento <hi rend="italic"> more
                        geometrico </hi> era stata introdotta già nella <hi rend="italic">
                        Dissertano de <lb/>arte combinatoria. </hi> Occorrerebbe indagare quanto
                     delle idee di Leibniz intorno alla formalizza-<lb/>zione del linguaggio sia
                     dovuto alla lettura di Pascal (e in particolare al saggio <hi rend="italic">
                         sull'</hi>
                     <hi rend="italic"></hi> Esprit de géo-<lb/>metrie <hi rend="italic">)</hi>
                     nel corso del periodo parigino (v. in prop. Mesnard 1978). Un riferimento
                     a Pascal è già<lb/>
                     <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">nell’</hi> Accessio (A </hi> II 1: 229).
               </note>
            </p>
            <pb n="113" facs="UNITA/UNITA_113.jpg"/>
            <p>Una seconda linea di riflessione sull’arbitrarietà si applica specifica-<lb/>mente
               alle lingue storico-naturali: essa viene sviluppata nel già ricordato<lb/>frammento
                  <hi rend="italic"> De linguarum origine naturali </hi> (1677-85) e torna con
               formula-<lb/>zioni analoghe nel III libro dei <hi rend="italic"> Nouveaux essais </hi>
               (1703-05), nella <hi rend="italic"> Brevis </hi>
               <hi rend="italic">desi- <lb/>gnatio </hi>(1710) e nella <hi rend="italic"> Epistolica
                  dissertatio </hi> (1712?). Leibniz intende adesso<lb/>contestare l’idea che il
               linguaggio abbia avuto origine grazie a un’imposi- <lb/>zione arbitraria di nomi da
               parte della comunità primitiva, un’idea, questa,<lb/>autorevolmente riaffermata da
               Hobbes nella già citata <hi rend="italic"> Computatio sive lo- <lb/>gica <hi
                     rend="italic">.</hi>
               </hi>
               <note place="foot" xml:id="ftn10" n="10">
                   “Quod autem nomina ab arbitrio hominum orta esse
                     supposuerim, rem minime dubiam<lb/>brevitatis causa assumi posse judicavi; cui
                     enim, qui verba quotidie nova nasci, vetera aboleri, di-<lb/>versa diversis
                     gentibus in usu esse, denique qui inter res et verba neque similitudinem esse,
                     neque<lb/>compartionem ullam institui posse videt, in animum venire potest
                     naturas rerum sibimetipsis no-<lb/>mina sua praebuisse?” (<hi rend="italic">
                        Computatio sive Logica </hi> II 4 = <hi rend="italic"> Opera </hi> I:
                     14).
               </note> Tuttavia, come spesso accade nei dibattiti sei-settecenteschi intorno
               al<lb/>linguaggio, la discussione del problema genetico assume in questi scritti
               an-<lb/>che la fisionomia di un <hi rend="italic"> Gedankenexperiment </hi>per porre
               un problema<lb/>teorico più generale relativo alla natura e al funzionamento delle
               lingue.<lb/>Leibniz prende qui la nozione di ‘arbitrarietà’ come sinonimo delle
               espres-<lb/>sioni mediolatine <hi rend="italic"> ex instituto </hi>, <hi rend="italic">
                  positione </hi>, <hi rend="italic"> ad placitum </hi>, che traducono una
               ca-<lb/>pitale nozione aristotelica, quella della connessione <hi rend="italic"> katà
                  synthéken </hi> che sus-<lb/>sisterebbe fra suoni (<hi rend="italic"> tà en teî
                  phoneí ) </hi> e affezioni <hi rend="italic"> (pathémata) </hi> dell’anima,
               ri-<lb/>salente al primo capitolo del <hi rend="italic"> De interpretatione. </hi>
               <note place="foot" xml:id="ftn11" n="11">
                   Cfr. Aristotele, <hi rend="italic"> De interpretatione,
                     </hi> 16a 19-20. Per una recente messa a punto dei problemi<lb/>connessi a tale
                     nozione, cfr. Coseriu (1992).
               </note> ‘Arbitrarietà’ viene cioè<lb/>intesa nel senso che oggi diremmo ‘debole’,
               come sinonimo dell’intervento<lb/>di un atto cosciente di volontà istitutiva, in
               breve, di una convenzione. Era<lb/>questa, del resto, l’accezione corrente nel
               dibattito sia grammaticale sia filo-<lb/>sofico, ove si intrecciava alla rilettura
               delle pagine della Bibbia sull’onoma-<lb/>tesi adamica e su Babele. John Wilkins, ad
               esempio, già nelle prime pagine<lb/>del suo celebre <hi rend="italic"> Essay, </hi>
               aveva attribuito al dispiegarsi dell’arbitrarietà (e<lb/>quindi al capriccio umano)
               le differenze linguistiche.<note place="foot" xml:id="ftn12" n="12">
                   “As men do generally agree in the same principle of
                     reason, so do they likewise agree <hi rend="italic"> in <lb/>the same internal
                        notion or apprehension of things. </hi> [...] That conceit which men have in
                     their<lb/>minds concerning a horse or a tree, is the notion or mental image of
                     that beast or natural thing, of<lb/>such a nature, shape and use. The names
                     given to these in several languages, are such <hi rend="italic"> arbitrary
                        <lb/>
                     </hi>sounds or words, as Nations of men <hi rend="italic"> have agreed upon,
                        either casually or designedly, </hi> to express<lb/>their mental images of
                     them” (Wilkins 1668: 20; corsivi miei).
               </note> Queste in sostanza<lb/>nasconderebbero l’unità del principio di ragione (e
               quindi dei concetti) pre-<lb/>sente negli uomini e renderebbero pertanto opportuno un
               nuovo tipo di<lb/>convenzionamento, metodico e universale stavolta, che faciliti la
               trasmis-</p>
            <pb n="114" facs="UNITA/UNITA_114.jpg"/>
            <p>sione della conoscenza. Dinanzi a questa tradizione interpretativa,
               Leibniz<lb/>intende svelare l’equivoco razionalista contenuto nella nozione di
               arbitra-<lb/>rietà e restituire l’origine e il funzionamento delle lingue a un più
               ampio<lb/>scenario in cui non interviene solo l’arbitrio, ma anche un elemento
               natu-<lb/>rale e istintivo e un elemento casuale, accidentale e circostanziale.
               Con<lb/>grande chiarezza, Leibniz argomenta che solo le lingue artificiali
               possono<lb/>dirsi, a rigore, generate in modo arbitrario: tali erano appunto i
               caratterismi<lb/>di Dalgarno e Wilkins;<note place="foot" xml:id="ftn13" n="13">
                   “Ex instituto rem fluxisse, non potest dici, nisi de
                     Linguis quibusdam artificialibus, qua-<lb/>lem Golius Sinensem esse suspicatus
                     est, et qualem Dalgarnus, Wilkinsius aliique confinxere” <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi> VE <lb/>
                     </hi>3: 497).
               </note> tale doveva essere in fondo la sua stessa <hi rend="italic"> lingua ra-
                  <lb/>tionalis </hi>, fondata su un’opera sistematica di riduzione e
               regolarizzazione di<lb/>una lingua storico-naturale, il latino. Nelle <hi rend="italic"
                  > linguae apud populos receptae </hi>
               <note place="foot" xml:id="ftn14" n="14">
                   Quest’espressione è usata nella <hi rend="italic">
                        Epistolica dissertaito, </hi> cfr. <hi rend="italic"> ED </hi> § 15:
                     216.
               </note> si<lb/>ha invece un intreccio originario (a) di dati naturali, inerenti non
               tanto al<lb/>rapporto fra nomi e cose, ma a quello tra eventi psicologici (gli <hi
                  rend="italic"> affectus </hi> su-<lb/>scitati nell’animo dal rapporto con la realtà)
               e i suoni articolati per espri-<lb/>mere tali eventi; e (b) di dati circostanziali,
               dovuti alle differenti situazioni<lb/>in cui la o le comunità primitive si trovarono
               a coniare nomi. In questo<lb/>sforzo quasi istintuale, “barbarico”,<note place="foot"
                  xml:id="ftn15" n="15">
                   L’espressione risale alla <hi rend="italic"> Brevis
                        Designatio </hi> (<hi rend="italic">D</hi> IV 2: 187).
               </note> di stabilire un’analogia, un <hi rend="italic"> consen- <lb/>sus </hi> fra un
               contenuto mentale e una sequenza fonica risiede propriamente<lb/>la “naturalità”
               delle lingue: essa produce una gamma di onomatopee prima-<lb/>rie ciascuna delle
               quali esprime una sorta di ‘significato radicale’.<note place="foot" xml:id="ftn16"
                  n="16">
                   Per le diverse formulazioni di questa teoria cfr. <hi
                        rend="italic"> VE </hi> 3: 497-98, <hi rend="italic">D</hi> IV 2: 186, <hi
                        rend="italic"> A </hi> VI 6: 278<lb/>sgg. (= <hi rend="italic"> NE </hi> III
                     2), <hi rend="italic"> ED </hi> § 15: 216-217. Per un commento sistematico,
                     oltre ai già citt. lavori di Hei-<lb/>nekamp e Mugnai cfr. Gensini (1991: 6155,
                     1993a).
               </note> Dalle ra-<lb/>dici (nozione che Leibniz molto probabilmente mutua dalla
               tradizione<lb/>grammaticale ebraica) germinano progressivamente i vocaboli<note
                  place="foot" xml:id="ftn17" n="17">
                   Discostandosi su questo punto dalla tradizione
                     grammaticale ebraica, Leibniz precisa che<lb/>le radici dovrebbero essere
                     identificate non in verbi, ma in nomi.
               </note> che recano<lb/>in sé la traccia del valore espressivo originario ma che,
               evolvendosi nel<lb/>tempo e diramandosi nello spazio, finiscono col sovrapporre a
               esso nuovi<lb/>sensi e valori, tali da renderlo, alla fine, irriconoscibile. Alla
               varietà delle eti-<lb/>chette foniche corrispondono dunque, con buona pace
               dell’aristotelismo<lb/>scolastico e di Wilkins, significati profondamente <hi
                  rend="italic"> diversi </hi> da comunità a co-<lb/>munità, da tempo a tempo. Questo
               processo che Leibniz chiama ‘naturale’<lb/>evidentemente non ha nulla a che fare con
               la cattura di una presunta es-<lb/>senza delle cose, ma piuttosto corrisponde alla
               indole arcaica, primitiva, dei<lb/>primi parlanti, dominati dai sensi e dalle
               emozioni piuttosto che dall’intel-</p>
            <pb n="115" facs="UNITA/UNITA_115.jpg"/>
            <p>letto. Non a caso, seguendo Diodoro Siculo, il filosofo identifica nelle
               inte-<lb/>riezioni il probabile punto di partenza dell’<hi rend="italic"> iter </hi>
               che si è descritto.<note place="foot" xml:id="ftn18" n="18">
                   “Origini etiam maxime vicinae sunt particulae; et supra
                     dixi, linguas ex interjectionibus<lb/>natas videri. Notatque Diodorus Siculus
                     lib. 1 [scil. <hi rend="italic"> Bibliothecae Historicae </hi>] saepe fieri
                     potuisse, ut<lb/>rudes homines in voces inarticulatas prorumperent, ex quibus
                     demum natas interjectiones articu-<lb/>latas, et ex his voces” <hi
                        rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi> ED </hi> § 20: 225).
               </note>
            </p>
            <p>L’importanza di questo schema interpretativo è stata a più riprese
               sot-<lb/>tolineata. Esso offre fra l’altro una conferma per vie linguistiche
               dell’atten-<lb/>zione che Leibniz rivolse, in sede di teoria della conoscenza, agli
               stadi “infe-<lb/>riori”, sensoriali e immaginativi, dell’attività conoscitiva umana,
               stadi ch’egli<lb/>evidentemente doveva ritenere fondativi dal punto di vista di una
               ipotetica<lb/>storia naturale della nostra specie.<note place="foot" xml:id="ftn19"
                  n="19">
                  <p rend="Nota a piè di pagina"> Valorizza questi aspetti della teoria della
                     conoscenza leibniziana Rescher (1991). </p>
               </note>
            </p>
            <p>Da tale teoria discendono inoltre alcuni corollari. Combinando le tre<lb/>componenti
               di cui si è detto, essa dà in primo luogo una motivazione fisio-<lb/>logica, non
               “babelica”, della molteplicità delle lingue e del loro divenire nel<lb/>tempo. Non a
               caso Leibniz parlerà nella <hi rend="italic"> Epistolica dissertatio </hi> di una
               “natu-<lb/>ralis mutabilitas linguarum” ed etichetterà come “vulgaris opinio babelica”<lb/>
               <hi rend="italic"> (ED </hi> § 29) la concezione tradizionale che, pure, trovava ancora
               numerosi so-<lb/>stenitori fra i suoi contemporanei e che non era stata formalmente
               contrad-<lb/>detta neppure da Hobbes. In secondo luogo, la teoria naturale delle
               lingue<lb/>mostra la vanità della ricerca della <hi rend="italic"> Ursprache, </hi>
               nascosta per sempre sotto<lb/>il sedimento storico delle “derivazioni” e delle
                  trasformazioni;<note place="foot" xml:id="ftn20" n="20">
                   “Tales detegunt sese primae origines vocabulorum, quoties
                     penetrari potest ad radicem<lb/>
                     <hi rend="italic"> tès onomatopoíias. </hi> Sed plerumque tractu temporis,
                     crebris translationibus veteres et nativae signi-<lb/>ficationes mutatae sunt
                     aut obscuratae” (<hi rend="italic">D</hi> IV 2: 186).
               </note> a questa<lb/>viene sostituita la prospettiva di una paziente ricerca di
               elementi di conti-<lb/>nuità genealogico-storici, da accertare in termini
               squisitamente filologici. In<lb/>terzo luogo, Leibniz istituisce una precisa linea di
               confine tra i caratteri<lb/>strutturali del linguaggio ordinario e delle lingue
               formali: queste ultime por-<lb/>tano infatti a pieno sviluppo uno dei tre ingredienti
               basici del primo, l’arbi-<lb/>trarietà, riducendo al minimo il peso dei due restanti,
               quello naturale e<lb/>quello casuale. Allo stesso modo, nell’ambito dell’attività
               conoscitiva, si<lb/>passa da una sfera dominata dai sensi, nella quale hanno un peso
               rilevante<lb/>anche fenomeni che ricadono aldilà della nostra coscienza come le
               “piccole<lb/>percezioni”, a una sfera dominata dall’intelletto, che esplicita a ogni
               passo<lb/>le note inerenti alle nozioni di cui fa uso.</p>
            <p>Date queste premesse, l’elemento non arbitrario del linguaggio ordina-<lb/>rio sembra
               avere una fisionomia piuttosto diversa da quella tipica delle lin-<lb/>gue
               formalizzate. Nel caso delle lingue artificiali, è l’elaborazione razionale</p>
            <pb n="116" facs="UNITA/UNITA_116.jpg"/>
            <p>a far si che la libera manipolazione dei segni espressa dal principio di
               arbi-<lb/>trarietà escluda ogni casualità e capriccio e trovi la via del
               “fondamento”<lb/>delle cose mediante definizioni rigorose e costanti e un uso
               sistematico degli<lb/>assiomi. Nel caso delle lingue comuni, inversamente, la non
               arbitrarietà ri-<lb/>siede proprio nell’esercizio delle componenti elementari,
               spontanee e irri-<lb/>flesse, della facoltà conoscitiva. Un elemento comune si
               ravvisa nell’analogia<lb/>di tipo espressivo che fonda, in entrambi i casi, il
               rapporto fra caratteri o<lb/>voci e contenuti:<note place="foot" xml:id="ftn21"
                  n="21">
                   Nel caso delle lingue storico-naturali Leibniz parla ora
                     di un <hi rend="italic"> consensus <hi rend="italic">(</hi> VE </hi> 3: 497),
                     ora di<lb/>una <hi rend="italic"> analogia </hi> (<hi rend="italic"> D </hi> IV
                     2: 186) che si instaura tra <hi rend="italic"> affectus </hi> e suoni.
               </note> ma mentre nei linguaggi formalizzati quell’analogia sussi-<lb/>ste, come si è
               ricordato, sul piano logico-sintattico, nelle lingue comuni<lb/>sembra dovere essere
               identificata primariamente a livello dei vocaboli, o<lb/>meglio, delle radici ultime
               di questi. Ciò sembrerebbe mettere in dubbio<lb/>che la soluzione proposta da <hi
                  rend="italic"> Dialogus </hi> - quella cioè di un <hi rend="italic"> situs complexus
               </hi> o<lb/>
               <hi rend="italic"> ordo </hi> isomorfico all’ordine della realtà, reperibile, per
               quanto “variato”, nei<lb/>diversi sistemi di segni - possa essere presentata come
               ugualmente valida<lb/>per tutto l’<hi rend="italic"> iter </hi> filosofico-linguistico
                  leibniziano.<note place="foot" xml:id="ftn22" n="22">
                   E questa la tesi di Mugnai (1990: 347-349). Ma cfr. <hi
                        rend="italic"> infra </hi>, § 4. Torneremo sulla questione<lb/>nell’ultimo
                     paragrafo.
               </note> Ciò soprattutto esclude<lb/>che la lingua razionale possa essere intesa come
               la struttura profonda del<lb/>linguaggio ordinario, cioè come una sorta di universale
               linguistico-cognitivo<lb/>che si tratterebbe di disincrostare dalle alterazioni
               prodotte dalle diverse<lb/>parlate storiche. I due tipi di linguaggio sembrano
               piuttosto corrispondere a<lb/>modalità e livelli differenti dell’attività
               conoscitiva: un punto sul quale do-<lb/>vremo tornare più avanti.</p>
            <p>Sembra a questo punto opportuno chiedersi quale sia la posizione sto-<lb/>rica della
               teoria ‘naturale’ dell’origine delle lingue che Leibniz ci offre. Per<lb/>diretta
               ammissione del filosofo, e con buona pace di alcuni critici che non<lb/>ne prendono
               sul serio le affermazioni, essa non ha nulla a che fare con Ja-<lb/>kob Böhme e con
               la ricerca della lingua Adamica. Nei termini di uno scritto<lb/>della fine degli anni
               Ottanta, quest’ultima è “a noi sconosciuta”,<note place="foot" xml:id="ftn23" n="23">
                   Cfr. <hi rend="italic"> Fundamenta calculi
                        ratiocinatioris </hi>: “Lingua Adamica, vel certe vis ejus, quam
                     quidam<lb/>se nosse et in nominibus ab Adamo impositis essentias rerum intueri
                     posse contendunt, nobis<lb/>certe ignota est” <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(VE</hi>
                     </hi> 6: 1204). Dove è da notare il riferimento alle posizioni di Böhme
                     (“...quam<lb/>quidam ...nosse contendunt”). Per un ampio commento cfr. Dutz
                     (1989).
               </note> e tale è<lb/>destinata a rimanere, per le ragioni anzidette; di più, Leibniz
               mette in dub-<lb/>bio l’esistenza stessa di tale lingua facendo di Adamo, nella <hi
                  rend="italic"> Brevis designa- <lb/>tio, </hi> uno dei primitivi che diedero nomi
               sull’onda di <hi rend="italic"> aff e ct us </hi> e circostanze<lb/>casuali.<note
                  place="foot" xml:id="ftn24" n="24">
                   “At in linguis paulatim natis orta sunt vocabula per
                     occasiones ex analogia vocis cum af-<lb/>fectu, qui rei sensum comitabatur: nec
                     aliter Adamum nomina imposuisse crediderim” <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi>D </hi> IV 2:<lb/>187). Com’è noto, Leibniz invece non
                     negava la possibilità della monogenesi. Cfr. la lettera allo<lb/>Sparwenfeld
                     del 29 gennaio/8 febbraio 1697 <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi> A </hi> I 13: 545 [= Wie 16-17]).
               </note> Per quanto ciò possa suonare sorprendente, Leibniz partecipa</p>
            <pb n="117" facs="UNITA/UNITA_117.jpg"/>
            <p>dunque, per tale aspetto, a quel processo di secolarizzazione della
               tematica<lb/>delle origini che è stato magistralmente raccontato da Paolo Rossi ne
                  <hi rend="italic"> I segni <lb/>del tempo. </hi> Al tempo stesso, per i motivi già
               esposti, tale teoria si distacca<lb/>profondamente sia dalla lettura tradizionale,
               convenzionalista, del <hi rend="italic"> De inter- <lb/>pretatione </hi>, sia dalle sue
               combinazioni con lo schema babelico, tipiche di<lb/>Hobbes, Wilkins e altri. Si
               potrebbe quindi esser tentati di riferire il ‘natu-<lb/>rale’ leibniziano alla
               tradizione del <hi rend="italic"> Cratilo </hi>, un’opera che in effetti il
               filosofo<lb/>utilizza ampiamente nella <hi rend="italic"> Epistolica dissertatio. </hi>
               E tuttavia, come mostre-<lb/>rebbe chiaramente un confronto con le posizioni
               dell’allievo e segretario<lb/>Eckhart, Leibniz rifiuta quel mescolamento di
               cratilismo (più che di auten-<lb/>tico platonismo) e misticismo linguistico che
               portava alcuni a considerare i<lb/>nomi come “imitazioni dell’essenza delle
                  cose”.<note place="foot" xml:id="ftn25" n="25">
                   Ciò emerge chiaramente fin dalla prima pagina dell<hi
                        rend="italic"> ’Historia Studii Etymologici Linguae <lb/>Germanicae </hi>
                     dello Eckhart (1711). Per un approfondimento si v. Gensini <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi> in stampa <hi rend="italic">)</hi> . </hi>
                  
               </note> Leggendo il testo plato-<lb/>nico in modo, per i suoi tempi, molto personale
               e originale, Leibniz sposta<lb/>l’attenzione dal piano delle cose al piano della
               formazione dei nomi e del<lb/>rapporto fra significante e significato; recupera
               inoltre un motivo proprio<lb/>non del Cratilo storico ma certamente di Platone, e
               cioè l’insistenza sull’<hi rend="italic">é</hi>-<lb/>
               <hi rend="italic"> thos </hi> come co-determinante delle dinamiche linguistiche.<note
                  place="foot" xml:id="ftn26" n="26">
                   Cfr. <hi rend="italic"> ED </hi> §§ 14-18, e in specie
                     l’osservazione che “cum de nominum institutore [Plato] lo-<lb/>quitur, non
                     videtur Legislatorem quendam intelligere, sed ipsos homines, qui non sine
                     causis in<lb/>vocabula incidere”.
               </note> Da Platone Leib-<lb/>niz tuttavia si discosta in modo decisivo allorché fa
               del linguaggio una com-<lb/>ponente costitutiva, anziché un fattore di disturbo,
               nella genesi della cono-<lb/>scenza.<note place="foot" xml:id="ftn27" n="27">
                   Sulle idee linguistiche di Platone rende ancora
                     eccellenti servigi il lavoro di Antonino Pa-<lb/>gliaro (1971).
               </note>
            </p>
            <p>Tenendo conto di tutto ciò, lo scenario teorico più attendibile nel
               quale<lb/>collocare la teoria leibniziana dell’origine naturale delle lingue sembra
               es-<lb/>sere quello che aveva trovato espressione in un importante capitolo del <hi
                  rend="italic"> Syn- <lb/>tagma </hi> gassendiano:<note place="foot" xml:id="ftn28"
                  n="28">
                   Cfr. Gassendi, <hi rend="italic"> Philosophiae Epicuri
                        Syntagma, </hi> II 3, caput 20: “Quo loco, quia requiri so-<lb/>let, qua
                     ratione, ab initio Homines rebus significandis nomina imposuerint; ideo
                     sciendum est, no-<lb/>mina non fuisse ex mero hominum instituto, seu lege
                     quadam imposita; sed ipsas hominum natu-<lb/>ras, naturaleisve dispositiones,
                     quae in gentibus fuere singulis, tum cum res ipsis occurrerent,
                     spe-<lb/>cialibus Animi motibus affectas, &amp; propriis visis, seu imaginibus
                     compulsas, peculiari quadam ra-<lb/>tionem aerem ore emisisse, ipsumque
                     elisisse, dearticulasseque, prout singulorum affectuum, viso-<lb/>rumque
                     impetus tulit: &amp; interdum quoque locorum varietas, seu varius caeli,
                     solique genius in va-<lb/>riis regionibus fuit; &amp; quae prolatae voces sic
                     fuerunt, ac praesertim cum voluntate designandi<lb/>aliis res, evasêre Nomina
                     rerum. (...) Et quia tamen varij varias ad eandem rem aliis
                     signifìcandam,<lb/>dedêre voces, ac varia proinde fuere nomina; ideo deinceps
                     nomina significandis rebus propria<lb/>apud unamquamque nationem, &amp; sensim,
                     &amp; quasi communi consensu delecta, assignataque ita<lb/>fuerunt, ut &amp;
                     significatus fierent adinvicem minus ambigui, &amp; res possent eloquio
                     compendiosiore<lb/>explicari”. Una traduzione e un commento della <hi
                        rend="italic"> Epistula ad Herodotum </hi> nella <hi rend="italic"> Physica
                     </hi> (Sectio III,<lb/>Liber XI, 4).
               </note> uno scenario empirista e naturalista radicato nella</p>
            <pb n="118" facs="UNITA/UNITA_118.jpg"/>
            <p>lunga tradizione storica della <hi rend="italic"> Epistola ad Herodotum </hi> di
               Epicuro, trasmesso<lb/>in epoca antica e tardo antica attraverso autori cari a
               Leibniz quali Orazio,<lb/>Vitruvio, Diodoro Siculo e rinvigoritosi in epoca più
               recente grazie ai natu-<lb/>ralisti italiani del Cinquecento, a Montaigne, a Gassendi
               e ai suoi amici.<lb/>Che Leibniz non menzioni mai, nel contesto che ci interessa, né
               Epicuro né<lb/>Gassendi, non toglie che vi siano coincidenze quasi letterali fra
               alcune sue<lb/>pagine e il citato luogo del <hi rend="italic"> Syntagma. </hi> Del
               resto, l’influsso dell’epicureismo<lb/>linguistico tra Cinque e Seicento, anche per
               il tramite di complesse miscele<lb/>concettuali con altre offerte teoriche, si era
               fatto così esteso che non occor-<lb/>reva nominare esplicitamente i suoi capiscuola
               per sottoscriverne o rielabo-<lb/>rarne le idee di fondo.<note place="foot"
                  xml:id="ftn29" n="29">
                   Per questo problema mi sia permesso rimandare ai dati
                     raccolti in Gensini (1993b). Una<lb/>fine presentazione delle idee linguistiche
                     di Epicuro, con molti cenni al problema della loro “for-<lb/>tuna”
                     plurisecolare, è quella di De Mauro (1996).
               </note> Molto più prudente si mostra invece Leibniz su un<lb/>altro punto
               qualificante della tradizione epicurea e lucreziana: quello del<lb/>linguaggio degli
               animali e della continuità animali-uomo dal punto di vista<lb/>delle capacità
               comunicative, un tema, come si sa, caro alla sensibilità liber-<lb/>tina, ma che il
               nostro filosofo a mia conoscenza tocca solo di sfuggita. E tut-<lb/>tavia, com’è
               noto, non rifugge dal contraddire nettamente Descartes quanto<lb/>alla opportunità di
               ridurre gli animali ad automi, e occasionalmente non<lb/>nega che vi siano nel
               linguaggio umano componenti, come l’uso delle inte-<lb/>riezioni, che formano un
               punto di contatto col <hi rend="italic"> modus loquendi bestialis </hi>.<note
                  place="foot" xml:id="ftn30" n="30">
                   Cfr. il passo del <hi rend="italic"> De lingua
                        philosophica <hi rend="italic">(</hi> VE </hi> 2: 360).
               </note>
            </p>
            <p>Se questa interpretazione potesse essere accolta, si avrebbe un’ulte-<lb/>riore
               conferma di un dato per altri aspetti acquisito in sede critica, relati-<lb/>vamente
               al dialogo intessuto da Leibniz, fin dalle sue opere giovanili, con<lb/>Gassendi. Si
               estenderebbe inoltre alla dimensione del linguaggio una pe-<lb/>nentrante indicazione
               di Rescher secondo la quale la gnoseologia leibni-<lb/>ziana, allorché dal piano
               della considerazione metafisica delle cose si ri-<lb/>volge al piano della “human
               epistemology”, assumerebbe i connotati di<lb/>uno “strict empiricism”.<note
                  place="foot" xml:id="ftn31" n="31">
                   Cfr. Rescher (1979: 124).
               </note> A ogni livello del suo funzionamento, beninteso,<lb/>il linguaggio è sempre
               in qualche modo “fondato” nelle cose, in omaggio<lb/>al principio di ragion
               sufficiente; ma le modalità di tale fondamento sono<lb/>da ritrovarsi, ai diversi
               livelli, nelle leggi che regolano dall’interno il lin-<lb/>guaggio medesimo.</p>
            <pb n="119" facs="UNITA/UNITA_119.jpg"/>
            <list type="ordered">
               <item> 4. La nozione di <hi rend="Corpo_del_testo_(4)_+_Non_grassetto"> '</hi>significato’ linguistico </item>
            </list>
            <p>Se tuttavia la dottrina leibniziana del linguaggio si riducesse agli ele-<lb/>menti
               finora discussi, la sua importanza teorica non sarebbe a nostro avviso<lb/>tale da
               giustificare il rilievo che a essa si è data. Si tratterebbe in sostanza di<lb/>un
               episodio, certo significativo, del confronto fra distinte opzioni
               filosofico-<lb/>linguistiche che affondano le radici in una tradizione bimillenaria.
               A nostro<lb/>avviso, invece, il nocciolo del ragionamento compiuto da Leibniz va
               cercato<lb/>un passo più avanti, nel modo in cui il filosofo discute l’organizzazione
               se-<lb/>mantica dei sistemi linguistici. Il livello del significato sembra infatti
               essere<lb/>il punto nel quale si compie la mediazione tra le generali categorie
               dell’arbi-<lb/>trarietà, della naturalità e del caso e il funzionamento concreto di
               una lin-<lb/>gua. Inducono a pensare ciò non solo le considerazioni specifiche di
               Leib-<lb/>niz, che fra breve menzioneremo, ma anche la sua convinzione, più volte
               ri-<lb/>badita, che siano le parole a rappresentare il cuore delle lingue
               storico-natu-<lb/>rali: “Der Grund und Boden einer Sprache sind die Worte, worauf die
               Re-<lb/>densarten gleichsam als Früchte hervorwachsen” <hi rend="italic"> (UG </hi> §
               32).</p>
            <p>Questo aspetto del pensiero linguistico leibniziano sembra esser stato<lb/>un poco
               trascurato dagli studiosi che, intesi a valorizzare le importanti ri-<lb/>flessioni
               leibniziane sulla grammatica razionale, e gli aspetti per cui esse<lb/>sembravano
               anticipare problematiche sintattiche care alla sensibilità “gene-<lb/>rativa” di
               oggi, hanno talvolta finito per sacrificare la dimensione semantica<lb/>delle
               questioni dibattute. Eppure, proprio in alcuni degli scritti decisivi per <lb/>lo studio
               leibniziano della grammatica, quelli sulle parti del discorso, si ca-<lb/>pisce che
               il suo punto di partenza è l’analisi dei modi attraverso i quali i <hi rend="italic">
                  vo- <lb/>cabula </hi>, vale a dire l’insieme delle <hi rend="italic"> voces </hi> e
               delle <hi rend="italic"> particulae </hi>, “significano” il<lb/>pensiero, o, più
               precisamente, l’insieme dei concetti e dei modi di conce-<lb/>pire.<note place="foot"
                  xml:id="ftn32" n="32">
                  
                     <hi rend="Nota_a_piè_di_pagina_(4)_+_Non_corsivo">
                        <hi rend="italic">Cfr.</hi>
                        <seg> </seg>
                     </hi>
                     <hi rend="italic">Characteristica verbalis</hi> (<hi rend="italic">VE</hi>
                        5:<hi rend="Nota_a_piè_di_pagina_(4)_+_Non_corsivo">
                        <seg> </seg>
                        <hi rend="italic">1059</hi> ). </hi>
                  
               </note> Nel <hi rend="italic"> De lingua philosophica </hi> (databile a partire dal
               1689) è inoltre chia-<lb/>rito che le prime significano nozioni e quindi “ci
               conducono per tutta la va-<lb/>rietà delle cose”: sono potenzialmente infinite e
               riguardano, in senso stretto,</p>
            <p>il dizionario; le seconde invece costituiscono “la forma del discorso”, ov-<lb/>vero
               servono a connettere le nozioni: hanno pertanto carattere “generale” e<lb/>riguardano
               la grammatica.<note place="foot" xml:id="ftn33" n="33">
                  
                     <seg> </seg>
                     <seg> </seg>
                     <hi rend="italic">De lingua philosophica</hi>
                     <hi rend="Nota_a_piè_di_pagina_(4)_+_Non_corsivo">, </hi>
                     <hi rend="italic">VE</hi>
                     <hi rend="Nota_a_piè_di_pagina_(4)_+_Non_corsivo">
                        <seg rend="italic">
                           <seg> </seg>
                        </seg>
                        <hi rend="italic">2: 353</hi> . </hi>
                  
               </note>
            </p>
            <p>Per mettere in luce il punto che ci interessa si tratta di approfondire in<lb/>che
               modo le lingue svolgano la loro funzione di organizzazione e espres-<lb/>sione del
               pensiero, un punto sollevato da Leibniz fin dagli inizi della sua ri-<lb/>flessione
               filosofico-linguistica (basti pensare alla <hi rend="italic"> cogitatio implexa verbis
               </hi>
            </p>
            <pb n="120" facs="UNITA/UNITA_120.jpg"/>
            <p>della prefazione al Nizolio). Posto (come sembra ormai acquisito<note place="foot"
                  xml:id="ftn34" n="34">
                  <p rend="Nota a piè di pagina"> Per tutti cfr. Dascal (1978), i cui risultati sono
                     ampiamente utilizzati in questo lavoro. </p>
               </note>) che<lb/>Leibniz consideri le lingue come un caso particolare del mondo dei
               segni,<lb/>questa segnicità si risolve nell’offrire un supporto sensibile
               all’attività della<lb/>mente, ai “concetti” che questa forma, oppure esiste un
               versante “interno”<lb/>dei segni linguistici?</p>
            <p>Al tempo di Leibniz, come è<hi rend="Corpo_del_testo_+_9">
                  <seg> </seg>
               </hi>stato osservato da Ian Hacking in un la-<lb/>voro del 1975, si era soliti
               rispondere che la faccia interna del segno, ciò<lb/>di cui il segno è<hi
                  rend="Corpo_del_testo_+_9">
                  <seg> </seg>
               </hi>segno, coinciderebbe con un dato concettuale, o un’idea.<lb/>Già Hobbes si era
               pronunciato in questi termini nella <hi rend="italic"> Computatio sive <lb/>logica
               </hi>, distinguendo opportunamente fra il livello dei concetti e il livello<lb/>delle
                  cose;<note place="foot" xml:id="ftn35" n="35">
                   “Quoniam autem Nomina, ut definitum est, disposita in
                     oratione, signa sunt conceptuum;<lb/>manifestum est ea non esse signa ipsarum
                     rerum” <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi> Computatio sive Logica </hi> II 5 = <hi
                        rend="italic"> Opera </hi> I: 15).
               </note> Locke fa un passo ulteriore vedendo l’idea come il terminale di<lb/>un
               processo di astrazione che stacca definitivamente il pensiero (e quindi
               il<lb/>linguaggio) dalla rappresentazione di una presunta “essenza” della
                  realtà.<note place="foot" xml:id="ftn36" n="36">
                   Questo punto è stato chiarito con precisione da Lia
                     Formigari (1988). Per la definizione<lb/>lockiana delle parole come “the signs
                     of their ideas” (connessione operante “by voluntary imposi-<lb/>tion”) cfr. <hi
                        rend="italic"> Essay on Human Understanding </hi> III 2 1.
               </note>
               <lb/>Con questo tipo di risposte veniva messo in crisi il sistema di
               corrispon-<lb/>denze che aveva fondato la concezione tradizionale del linguaggio
               grosso<lb/>modo da Aristotele fino ai Modisti, secondo la quale i significati
               linguistici<lb/>sarebbero garantiti sul piano ontologico da delle entità mentali (i
                  <hi rend="italic"> modi in- <lb/>telligendi <hi rend="italic">)</hi>
               </hi> specularmente corrispondenti ai modi di essere delle cose (<hi rend="italic">
                  modi <lb/>essendi </hi>).<note place="foot" xml:id="ftn37" n="37">
                   Nei termini di Bursill-Hall, “The progression of being,
                     understanding, and signification<lb/>can be labelled [per i Modisti] a
                     metaphysical series” (1971: 73).
               </note> Tuttavia, né la risposta di Hobbes né quella, più radicale, di<lb/>Locke,
               giungono a tematizzare il significato come una categoria propria-<lb/>mente
               linguistica, ma tendono a ridurla a un evento psicologico, con tutte
               le<lb/>difficoltà che Locke stesso segnala relativamente al problema della
               validità<lb/>intersoggettiva del linguaggio.</p>
            <p>In effetti, Leibniz si esprime più volte in termini non dissimili dai
               suoi<lb/>contemporanei, dicendo che un segno è segno di un concetto, di una
               no-<lb/>zione, e più in generale di una <hi rend="italic"> cogitatio </hi>
               <hi rend="Corpo_del_testo_+_10_pt1">.</hi>
               <note place="foot" xml:id="ftn38" n="38">
                   Cfr. ad es. <hi rend="italic"> A </hi> VI 2: 479
                     (1671-72?); <hi rend="italic"> A </hi> VI 2: 500 (1671-72?); <hi rend="italic">
                        VE </hi> 1: 338 (1677-); <hi rend="italic"> VE </hi> 7: 1482<lb/>(1685-90),
                     ecc.
               </note>
               <hi rend="Corpo_del_testo_+_10_pt2"> </hi>In qualche caso, ad esempio in<lb/>un
               celebre passo del <hi rend="italic"> De summa rerum </hi>, si dice che quanto il segno
               rap-<lb/>presenta è un’idea;<note place="foot" xml:id="ftn39" n="39">
                   “Cum cogito aliquid quo maius cogitari non potest, quid
                     aliud cogito quam separatim<lb/>ideas singulorum quae sub his vocibus
                     continentur, ut aliquid, maius, cogitari, non, posse. Separa-<lb/>tim habeo
                     idea, eius quod voco aliquid; eius quod voco maius, eius quod voco
                     cogitationem, ita-<lb/>que unum post alterum cogitans; non ideas horum inter se, sed
                     postea vocabula tantum seu cha-<lb/>racteres coniungo et fìngo me ideam habere
                     eius quo maius cogitari non potest” <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi> A </hi> VI 3: 462).
               </note> tuttavia il termine <hi rend="italic"> cogitatio </hi> sembra ampiamente
               pre-</p>
            <pb n="121" facs="UNITA/UNITA_121.jpg"/>
            <p>ferito, e la circostanza non stupisce data l’importanza della distinzione
               che<lb/>Leibniz compie già nel 1678, e conferma in pieno nei <hi rend="italic">
                  Nouveaux essais </hi>, tra<lb/>idee e pensieri, ovvero tra l’aspetto potenziale e
               l’aspetto attuale della cono-<lb/>scenza, tra la dimensione della “possibilità” che
               prescinde dal nostro intel-<lb/>letto e si connette al fondamento reale delle cose, e
               la dimensione dei pen-<lb/>sieri umani dati in una serie storica, per definizione
               “provvisori” e propor-<lb/>zionati allo sviluppo delle conoscenze.</p>
            <p>Vi è però una ricca gamma di contesti, disseminati sia in opere giovanili<lb/>sia in
               opere della tarda maturità, nei quali Leibniz parla del significato dei<lb/>segni
               linguistici come qualcosa di inerente ai segni medesimi. In effetti, già<lb/>in epoca
               classica (e in particolare presso autori ben noti a Leibniz, come Ci-<lb/>cerone e
               Aulo Gellio) si era parlato di una <hi rend="italic"> significatio vocis </hi> da
               distinguersi<lb/>dalle accezioni di <hi rend="italic"> significatio </hi> più comuni
               (“indizio” o “segno” di dati o<lb/>eventi extralinguistici). La tradizione umanistica
               e giuridica aveva più di re-<lb/>cente ripreso e sviluppato tale accezione
               sottoponendo a una critica di tipo<lb/>storico-filologico il valore semantico delle
               parole: basti qui menzionare au-<lb/>tori come Maffeo Vegio o Andrea Alciati, autori
               entrambi di trattazioni <hi rend="italic"> De <lb/>significatone verborum </hi>, o come
               Valla, le cui <hi rend="italic"> Dialecticae disputationes </hi> erano<lb/>ben note a
                  Leibniz.<note place="foot" xml:id="ftn40" n="40">
                   Lo scritto di Vegio, risalente al 1433, era stato
                     pubblicato nel 1477 sotto il titolo <hi rend="italic"> L i ber e
                        <lb/>juresconsultorum scriptis excerptum . </hi> Lo scritto di Alciati
                     (edito a Lyon, 1530) è citato da Leibniz<lb/>nella parte II, § 65 della <hi
                        rend="italic"> Nova Methodus. </hi> L’importanza di Valla (anche
                     indipendentemente dalla<lb/>medizione nizoliana) è stata spesso rimarcata dalla
                     critica (a partire almeno da Tillmann 1912).
               </note> In pieno XVII secolo Micraelius può così attestare che<lb/>la distinzione fra
                  <hi rend="italic"> significatio vocis </hi> e <hi rend="italic"> significatio rei, </hi>
               <note place="foot" xml:id="ftn41" n="41">
                   “Significatio vocis seu verbi est vis et potestas ejus ad
                     significandum. Significatio rerum<lb/>est ex ipsis rebus sine ministerio
                     verborum significans, quod actu significat significatum” (Micrae-<lb/>lius, <hi
                        rend="italic"> Lexicon Philosophicum </hi> s.v.).
               </note> consolidata dai<lb/>grammatici cinquecenteschi, era ben viva nell’uso colto
               della lingua. Leibniz<lb/>sembra valorizzare e amplificare questa tradizione
               giuridica e lessicografica<lb/>di ‘significato’, facendola interagire la sua teoria
               generale del segno e in par-<lb/>ticolare con la dottrina del pensiero cieco o
               simbolico. Lungi dal concepire<lb/>il significato linguistico come un rispecchiamento
               di dati esterni al linguag-<lb/>gio, il filosofo tende con chiarezza crescente a
               considerarlo come una delle<lb/>due facce in cui il segno linguistico si articola.
               Così, nel <hi rend="italic"> De totae cogitabi- <lb/>lium varietate complexione </hi>,
               Leibniz spiega che le voci sono <hi rend="italic"> soni significan- <lb/>tes </hi>,
               “suoni portatori di significato”, e, nella <hi rend="italic"> Epistolica dissertatio
               </hi>, che le <hi rend="italic"> par- <lb/>ticulae </hi>, in quanto <hi rend="italic">
                  vocabula </hi>, constano di un elemento “espressivo” e di un<lb/>elemento “di
                  significato”.<note place="foot" xml:id="ftn42" n="42">
                   Cfr. <hi rend="italic"> VE </hi> 2: 338; <hi
                        rend="italic"> ED </hi> § 20: 225.
               </note> E mentre il termine <hi rend="italic"> significatio </hi> e il sinonimo <hi
                  rend="italic"> si- </hi>
            </p>
            <p>
               <pb n="122" facs="UNITA/UNITA_122.jpg"/>
               <hi rend="italic"> gnificatus </hi> sono usati per designare il significato lessicale,
               il termine <hi rend="italic"> sensus <lb/>
               </hi>(con uno scarto, stavolta, rispetto all’uso attestato da Micraelius) viene
               a<lb/>rappresentare il risultato dell’interazione semantica di più parole
               collegate<lb/>in una frase o in un modo di dire, o di più frasi collegate in un
               testo; o an-<lb/>che della singola parola, in quanto si cerchi di tradurla in una
                  lingua<lb/>differente.<note place="foot" xml:id="ftn43" n="43">
                   Quest’accezione metalinguistica di <hi rend="italic">
                        sensus </hi> va aggiunta a quelle trattate da Palaia in un suo<lb/>recente
                     contributo (1995).
               </note>
            </p>
            <p>Grazie a questi importanti correttivi, Leibniz può impostare in modo<lb/>più preciso
               di quanto faccia il suo contemporaneo Locke il rapporto fra lin-<lb/>guaggio e
               pensiero, avvicinandosi a una problematica che doveva divenire<lb/>centrale agli
               inizi del nostro secolo: alludo alla distinzione fra significato e<lb/>riferimento e
               alla concezione del significato come interfaccia del pensiero, e<lb/>di conseguenza
               come sistema di fissazione della memoria collettiva.<note place="foot" xml:id="ftn44"
                  n="44">
                   Curiosamente, Hacking (1975) non faceva cenno del ruolo
                     di Leibniz nel passaggio (co-<lb/>m’egli si esprimeva) dallo <hi rend="italic">
                        Heyday of Ideas </hi> allo <hi rend="italic"> Heyday of Meaning; </hi>
                     tuttavia lo stesso studioso ha in<lb/>seguito (1988) offerto un contributo
                     eccellente alla chiarificazione della teoria linguistica leibni-<lb/>ziana.
               </note>
            </p>
            <list type="ordered">
               <item> 5. Tipologie di uso della nozione di ‘significatio <hi rend="italic normalweight"
                     >’</hi>
               </item>
            </list>
            <p>Per documentare gli atteggiamenti leibniziani rispetto al problema della<lb/>
               <hi rend="italic"> significatio </hi>, passeremo in rassegna in quel che segue le più
               interessanti tipo-<lb/>logie di uso di tale concetto negli scritti a noi noti.</p>
            <list type="ordered">
               <item> 5.1 La prima tipologia è offerta dagli scritti giovanili, nei quali il
                  pro-<lb/>blema della <hi rend="italic"> significatio vocis </hi> è tematizzato
                  esplicitamente in un fitto dialogo<lb/>non solo con la tradizione umanistica, ma
                  anche con le più specifiche tradi-<lb/>zioni dell’ermeneutica biblica (in
                  particolare con Samuel Bohle) e dell’er-<lb/>meneutica giuridica (da Justus Brawe
                  ad Andrea Alciati). Nella <hi rend="italic"> Nova me- <lb/>thodus </hi> del 1667
                  Leibniz pone la questione del ‘significato’ normale, istitu-<lb/>zionale delle
                  parole e del ‘senso’ che esse assumono collegandosi fra loro in<lb/>un testo
                  giuridico. E altresì sollevato il problema dell’accertamento
                  storico-<lb/>filologico del significato tramite strumenti ermeneutici che riducano
                  per ap-<lb/>prossimazione il margine di incertezza nella determinazione dei valori
                  se-<lb/>mantici, tenendo conto di variabili sia testuali, sia contestuali (l’epoca
                  sto-<lb/>rica, l’autore), sia intertestuali (l’esistenza di altre leggi con cui
                  istituire un<lb/>confronto).</item>
            </list>
            <p>Questa direzione di interessi si sviluppa nella <hi rend="italic"> Prefazione </hi> al
               Nizolio nella<lb/>chiave di un approccio critico-terapeutico al linguaggio della
               filosofia: Leib-</p>
            <pb n="123" facs="UNITA/UNITA_123.jpg"/>
            <p>niz tematizza i requisiti non solo di <hi rend="italic"> veritas, </hi> ma anche di <hi
                  rend="italic"> claritas </hi> del discorso<lb/>filosofico come co-determinanti della
               sua validità. La “chiarezza” <hi rend="italic">
                  <hi rend="italic">(</hi> notitia si- <lb/>gnificationis <hi rend="italic">)</hi>
               </hi> consisterebbe dunque in un criterio di trasparenza del signifi-<lb/>cato
               operante su due livelli: (i) quello delle <hi rend="italic"> voces per se sumtae </hi>
               e (ii) quello<lb/>delle <hi rend="italic"> voces ad caeteras relatae </hi>, ovvero di
               una chiarezza dipendente <hi rend="italic"> ex cir- <lb/>cumstantiis orationis <hi
                     rend="italic">;</hi>
                  <seg> </seg>
               </hi>questo secondo parametro dovrebbe essere suc-<lb/>cessivamente articolato (ii.i)
               in un elemento derivabile dal testo stesso <hi rend="italic"> (ex <lb/>ipsa oratione) -
               </hi> oggi diremmo: un elemento cotestuale - e (ii.ii) in un ele-<lb/>mento
               derivabile da fattori esterni al testo (<hi rend="italic"> extrinsecus </hi>) - oggi
               diremmo: un<lb/>elemento contestuale.</p>
            <p>Il dato che unifica queste distinzioni è il riferimento all’uso, o, come<lb/>Leibniz
               si esprime, alla “significatio vocis communiter nota eadem lingua<lb/>utentibus”, che
               può essere relativa al valore di una certa radice o tema lessi-<lb/>cale o alla serie
               di parole da essa derivabili analogicamente.</p>
            <list type="ordered">
               <item> 5.2 Il valore usuale di una parola implica inoltre le innumerevoli possi-<lb/>bili
                  trasformazioni legate all’intervento di tropismi, un dato che, già in que-<lb/>sto
                  scritto del 1670, Leibniz considera come una delle principali forze
                  dina-<lb/>miche della lingua. La funzione ascritta da Leibniz alle strutture
                  “retoriche”<lb/>del linguaggio non è stata adeguatamente studiata, e tuttavia le
                  osservazioni<lb/>dedicate a tale argomento lungo tutto l’arco del pensiero
                  leibniziano non la-<lb/>sciano dubbi sul punto di vista adottato: separandosi
                  dalla tradizione reto-<lb/>rica, il filosofo considera i tropi non come degli
                  “abbellimenti” del di-<lb/>scorso, ma piuttosto come l’insieme delle forme che la
                  lingua spontanea-<lb/>mente assume aderendo alle evoluzioni dello spirito umano.
                  Nelle note re-<lb/>datte in vista di una seconda edizione della <hi rend="italic">
                     Nova methodus </hi> (fine 1695),<lb/>Leibniz suggerisce che la metafora, la
                  metonimia e la sineddoche siano le<lb/>tre modalità principali di deriva del
                  senso: secondo i possibili percorsi della<lb/>comparazione, della connessione o
                  della congiunzione semplice.<note place="foot" xml:id="ftn45" n="45">
                      Cfr. <hi rend="italic">A</hi> VI 1: 277-78 e i
                        commenti in proposito di Dascal (1978).
                  </note> Questo<lb/>meccanismo non interessa solo le <hi rend="italic"> voces </hi>,
                  ma tutte le componenti della lingua<lb/>e in particolar modo le <hi rend="italic">
                     particulae </hi>, che come sappiamo esprimono le rela-<lb/>zioni fra le
                  nozioni. Esse infatti inizialmente significavano una relazione di<lb/>luogo, come
                  doveva esser tipico di una umanità concentrata sulla sfera sen-<lb/>soriale,<note
                     place="foot" xml:id="ftn46" n="46">
                      “Mirum autem non est homines in praepositionibus
                        formandis loci tantum rationem ha-<lb/>buisse, quia initio res tantum
                        sensibiles sive corporales spectarunt” <hi rend="italic"> (Analysis
                           particularum </hi> 1683-<lb/>87: <hi rend="italic"> VE </hi> 3: 516).
                  </note> e in seguito, con un tipico slittamento tropico, fondato
                  sull’analo-</item>
            </list>
            <pb n="124" facs="UNITA/UNITA_124.jpg"/>
            <p>gia fra sensibile e insensibile, passarono a significare ogni tipo di relazione.<note
                  place="foot" xml:id="ftn47" n="47">
                  
                     <hi rend="Nota_a_piè_di_pagina_(4)_+_Non_corsivo">
                        <hi rend="italic">Cfr. ancora</hi>
                     </hi>
                     <hi rend="italic">Analysis particularum</hi> (<hi rend="italic">VE</hi>
                     <hi rend="Nota_a_piè_di_pagina_(4)_+_Non_corsivo">
                        <seg> </seg>
                        <hi rend="italic">3:</hi>
                        <seg> </seg>
                        <hi rend="italic">517)</hi> , <hi rend="italic">e il successivo</hi>
                        <seg> </seg>
                     </hi>
                     <hi rend="italic">De lingua philosophica </hi>(<hi rend="italic">VE</hi>
                     <hi rend="italic">
                        <lb/>
                     </hi>
                     <hi rend="Nota_a_piè_di_pagina_(4)_+_Non_corsivo">
                        <hi rend="italic">2: 356).</hi>
                     </hi>
                  
               </note>
               <lb/>Il caso delle particelle meriterebbe particolare attenzione perché la
               varietà<lb/>dei modi con cui esse svolgono la funzione di connettere nozioni appare
               a<lb/>Leibniz la traccia più rivelatrice delle incalcolabili “evoluzioni del
               nostro<lb/>spirito” (secondo l’espressione dei <hi rend="italic"> Nouveaux essais).
               </hi> E va osservato che<lb/>nello stesso testo Leibniz giunge a dubitare che si
               possa costruire una <hi rend="italic"> signi- <lb/>ficatio formalis </hi> per esse,
               ovvero, nei termini di Bohle, un significato che ne<lb/>racchiuda tutti i possibili
               sensi. La deriva tropica del linguaggio sembra<lb/>dunque rappresentare il nocciolo
               della “naturalis mutabilitas”: non a caso,<lb/>nella <hi rend="italic"> Epistolica
                  dissertati o, </hi> Leibniz spiega che ci si è allontanti nel tempo
               dai<lb/>significati originari “attraverso innumerevoli metafore, metonimie e
               sined-<lb/>dochi” e conclude con Quintiliano che “tutto quel che diciamo è una
                  figu-<lb/>ra”.<note place="foot" xml:id="ftn48" n="48">
                  
                     <hi rend="italic"> ED </hi> § 16: 217.
               </note> In breve, le figure retoriche non appartengono al “lusso” della
               lingua,<lb/>ma alla sua vita quotidiana, al suo fisiologico sviluppo. Leibniz sembra
               dun-<lb/>que non solo aver tratto profitto dalla lezione dei grandi teorici italiani
               del-<lb/>l’acutezza barocca, Pellegrini e Tesauro; sembra anche aver già
               compiuto,<lb/>senza troppo insistervi su, quella trasformazione della tematica delle
               figure<lb/>in filosofia del linguaggio che di solito attribuiamo al Vico dell’ultima<lb/>
               <hi rend="italic"> Scienza nuova </hi>.<note place="foot" xml:id="ftn49" n="49">
                   Sulla funzione dei tropi nella teoria della conoscenza di
                     Leibniz è ora da vedere lo studio<lb/>di Francesco Piro (1996). Per quanto
                     riguarda Vico, basti qui rimandare all’ottimo volume di sin-<lb/>tesi di Jürgen
                     Trabant (1994).
               </note>
            </p>
            <list type="ordered">
               <item> 5.3 Una diversa tipologia di riferimenti alla <hi rend="italic"> significatio
                  </hi> riguarda le<lb/>differenze che i significati linguistici presentano nel caso
                  del linguaggio or-<lb/>dinario e nel caso di un linguaggio tecnico-scientifico.
                  Nel Nizolio Leibniz<lb/>distingue tra <hi rend="italic"> verbum </hi> e <hi
                     rend="italic"> terminus </hi>, ossia fra la parola assunta nell’uso
                  cor-<lb/>rente, semanticamente aperto, e la parola in quanto sottoposta a un
                  conven-<lb/>zionamento. Si ricorderà come, in consonanza con Nizolio e coi maestri
                  di<lb/>questo, Valla e Vives, Leibniz esorti a limitare per il possibile l’uso dei
                  ter-<lb/>mini e a valersi di parole <hi rend="italic">
                     <hi rend="italic">(</hi> verba <hi rend="italic">)</hi>
                  </hi> nella misura in cui queste risultino inequi-<lb/>voche e consentano di
                  soddisfare l’obiettivo di una <hi rend="italic"> compendiosissima po-
                     <lb/>pularitas. </hi> Quel che più ci interessa è tuttavia che il termine
                  germina al-<lb/>l’interno della parola, sicché l’univocità del significato, quando
                  è necessario<lb/>usufruirne, non implica in alcun modo la soppressione della
                  plurivocità del<lb/>linguaggio ordinario, ma nasce e si rende disponibile in
                  stretto rapporto<lb/>con essa, limitandone e disciplinandone le valenze. A
                  distanza di anni, uno</item>
            </list>
            <pb n="125" facs="UNITA/UNITA_125.jpg"/>
            <p>scritto come <hi rend="italic"> Modus examinandi consequentias per numeros </hi>
               (1679), rivela<lb/>una analoga consapevolezza delle differenze di organizzazione
               semantica<lb/>connesse ai due tipi di linguaggio. Con la mente ormai rivolta ai
               progetti di<lb/>una lingua razionale, il filosofo illustra le ambiguità del
               linguaggio comune<lb/>e le possibilità di errore inerenti all’adozione di
               significazioni “parum con-<lb/>stitutae”:</p>
            <p> nam cum verbis utantur homines, manifestum est earum significationes pa-<lb/>rum
               esse constitutas, et varia phrasium et particularum incrustatione
               falsam<lb/>ratiocinationem speciosissime adornari posse, ut vix appareat sedes
               erroris;<lb/>ed ordinem naturalem elegantia affectata, et aures mulcente saepe
               mirifice<lb/>perturbari, quo fit ut plerumque homines jucunda oratione decipi
               quam<lb/>arido quodam et aspero dicendi genere doceri malint. <hi rend="italic">
                  <seg rend="italic">(</seg>Modus examinandi<lb/>consequentias per numeros</hi> ,
               1679; <hi rend="italic">VE</hi> 7: 1522) </p>
            <p>E tuttavia non per questo presenta il linguaggio ordinario come il
               regno<lb/>dell’“imperfezione”, ché anzi proprio il carattere fluido del significato
               ordi-<lb/>nario delle parole sembra formarne il punto di maggior forza, quello
               che<lb/>talvolta consente agli uomini impegnati in un dialogo di supplire con le
               ri-<lb/>sorse delle parole al “defectus Logicae”:</p>
            <p> cum contra in usu loquendi et scribendi saepe una periodus contineat de-<lb/>cem
               syllogismos simplices, si quis eam ad logici rigoris normam exigere ve-<lb/>lit. Unde
               solent homines imaginationis vi, et consuetudine ipsa formularum<lb/>sermonis, et
               intelligentia materiae quam tractant, supplere defectum logi-<lb/>cae. <hi
                  rend="italic">
                  <seg rend="italic">(</seg>VE</hi> 7: 1521) </p>
            <p>Dove è da notare, fra l’altro, il riferimento ad aspetti del discorso - le<lb/>
               <hi rend="italic"> formulae </hi> fisse, i modi di dire - che sfuggono a una dissezione
               analitica e che<lb/>funzionano come blocchi semantici omogenei: si tratta di un altro
               di quei<lb/>punti di “resistenza” che il linguaggio ordinario pone ai processi di
               raziona-<lb/>lizzazione; Leibniz aveva modo di rendersene conto proprio nei lavori
               di<lb/>questi anni dedicati a tale obiettivo.</p>
            <p>La posizione teorica documentata da <hi rend="italic"> Modus examinandi consequentias
                  <lb/>per numeros </hi> è a mio avviso una costante del pensiero leibniziano,
               documenta-<lb/>bile attraverso scritti a vario titolo strategici, come ad esempio il
               già citato <hi rend="italic"> De <lb/>lingua philosophica </hi> e i <hi rend="italic">
                  Nouveaux essais </hi>, dove si parla esplicitamente di “cette<lb/>indetermination
               du language, où l’on manque d’une espece de loix qui rè-<lb/>glent la signification
               des mots”, una indeterminatezza che è tuttavia fattore<lb/>decisivo “de l’agrément et
               de la force” delle espressioni linguistiche.<note place="foot" xml:id="ftn50" n="50">
                  
                     <hi rend="italic"> Nouveaux essais </hi> II 29 (= <hi rend="italic"> A </hi> VI
                     6: 260).
               </note>
            </p>
            <pb n="126" facs="UNITA/UNITA_126.jpg"/>
            <p>Il problema posto da questo tipo di contesti inerisce dunque al rap-<lb/>porto
               sussistente fra i significati “indeterminati” del linguaggio comune e
               i<lb/>significati “fissi”, “strutturati” (<hi rend="italic"> constituti <hi
                     rend="italic">)</hi>
               </hi> di una lingua razionale.<note place="foot" xml:id="ftn51" n="51">
                   Leibniz parla a questo proposito di <hi rend="italic">
                        regularis significa ti o </hi> (VE 3: 470), <hi rend="italic">
                        significationes bene <lb/>constitutae </hi> (VE 4: 678), <hi rend="italic">
                        constans significa ti o ascribenda </hi> (VE 4: 813) e simili.
               </note> Come<lb/>sempre, un’istanza di unità è equilibrata dall’emergere della
               molteplicità e<lb/>viceversa. Piuttosto che presentarsi come la quintessenza dei
               primi, i signifi-<lb/>cati “strutturati” sembrano essere il risultato di una loro
               semplificazione e<lb/>regolarizzazione: operazione che, beninteso, comporta uno
               straordinario<lb/>potenziamento delle funzioni conoscitive dei segni. Ma ancora una
               volta lo<lb/>spazio semantico dei termini (nel senso introdotto nella <hi rend="italic"
                  > Prefazione </hi> al Nizo-<lb/>lio) sembra in qualche modo incardinato in quello
               più ampio e fluido delle<lb/>parole; come se la condizione di possibilità di un uso
               formale e controllato<lb/>dei significati risiedesse in definitiva nella loro
               fisiologica indeterminatezza.</p>
            <list type="ordered">
               <item>5.4 Il passaggio teorico al quale ho alluso in 5.3 non è esplicito in
                  Leib-<lb/>niz; o almeno, tale non è apparso alla maggioranza degli studiosi che
                  hanno<lb/>stabilito una precisa gerarchia di valori nell’universo linguistico
                  leibniziano<lb/>a favore degli orizzonti “neoadamici” della caratteristica
                  universale (penso<lb/>ad esempio a lavori come quelli di Courtine 1980, Pombo 1987
                  e Losonsky<lb/>1992) o almeno alludendo a una sua intrinseca superiorità in quanto
                  lingua<lb/>dell’intelletto (vedi il recente, e per altri aspetti condivisibile,
                  lavoro di Ru-<lb/>therford 1995). C’è però una quarta tipologia di contesti che
                  potrebbe dare<lb/>un avvio di soluzione al nostro problema. Essa è stata quasi
                  generalmente<lb/>ignorata, nonostante riconduca a un aspetto centrale della
                  gnosologia leib-<lb/>niziana, ovvero al carattere “onnisciente” di ciascuna
                  monade, che sia pure<lb/>in modo confuso, si rappresenta la totalità delle altre
                  monadi a partire da<lb/>un punto di vista assolutamente particolare.</item>
            </list>
            <p>Ebbene, in tre testi fondamentali a fini filosofico-linguistici, quali la<lb/>
               <hi rend="italic"> Prefazione </hi> al Nizolio del 1670, <hi rend="italic">
                  <hi rend="italic">l’</hi> Analysis linguarum </hi> del 1678 e <hi rend="italic">
                  Unvorgrei- <lb/>fliche Gedanken </hi> del 1696-97, troviamo l’affermazione che le
               lingue “pos-<lb/>sono dire tutto”, ovvero sono, per usare la terminologia semiotica
               d’oggi,<lb/>“onniformative”. Può essere utile una citazione puntuale:</p>
            <list type="ordered">
               <item> (a) Et quidem verissimum est, nullam res esse, quae non explicari
                  terminis<lb/>popularibus, saltem pluribus, possit. <hi rend="italic">(A</hi> VI 2:
                  413) </item>
               <item> (b) Quoniam autem variae sunt hominum linguae, et nulla fere est quae<lb/>non jam
                  satis exculta sit, ut quaelibet in ea scientiae tradi possint; ideo suf-<lb/>ficit
                  unam linguam assumi; unusquisque enim populus scientias domi inve-<lb/>nire et
                  ducere possit. <hi rend="italic">(VE</hi> 4: 812) </item>
            </list>
            <pb n="127" facs="UNITA/UNITA_127.jpg"/>
            <list type="ordered">
               <item> (c) Es kan zwar endlich eine jede Sprache, sie sey so arm als sie wolle,
                  alles<lb/>geben. <hi rend="italic">(UG</hi> § 59 = Pietsch 1908: 344) </item>
            </list>
            <p>Si osservi che, nel primo passo citato, Leibniz sta ponendo un pro-<lb/>blema
               epistemologicamente centrale anche ai fini di quel che sarà la carat-<lb/>teristica
               universale, ovvero quello del rapporto fra linguaggio ordinario e<lb/>lingua
               filosofica. Nel secondo caso, la considerazione che ogni lingua può<lb/>veicolare i
               contenuti delle scienze fa da premessa all’adozione del latino<lb/>come base della
               futura lingua razionale. Un ulteriore elemento che acco-<lb/>muna il primo al terzo
               scritto ora menzionato è l’idea che le lingue popo-<lb/>lari possano funzionare da
               “pietra di paragone” del pensiero: nella prefa-<lb/>zione a Nizolio si fa il caso dei
               “disputatori dialettici”, esortati a tradurre<lb/>in discorso comune le proprie
               astratte terminologie per vedere se esse<lb/>contengano un qualche senso; in <hi
                  rend="italic"> Unvorgreifliche Gedanken </hi> (§ 11) si<lb/>dice che la lingua
               tedesca ha, per ragioni storiche, una sorta di spontanea<lb/>propensione per i
               “realia” che la rende impermeabile ai termini e alle no-<lb/>zioni inusuali e fumose.
               Ancora nei <hi rend="italic"> Gedanken </hi>, infine, Leibniz si sof-<lb/>ferma sul
               fatto che le lingue, per quanto potenzialmente “onniformative”,<lb/>hanno ciascuna
               una sua specificità tale da renderle reciprocamente asim-<lb/>metriche e, in certo
               senso, intraducibili.<note place="foot" xml:id="ftn52" n="52">
                   “Nun glaube ich zwar nicht, daβ eine Sprache in der Welt
                     sei, die anderer Sprachen<lb/>Worte jedesmal mit gleichem Nachdruck und auch
                     mit einem Worte geben könne” <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi> UG </hi> § 61).
               </note>
            </p>
            <p>Nell’insieme dunque le lingue ordinarie sembrano oscillare fra un polo<lb/>di
               individualità semantica (collegata al loro radicamento in una certa cul-<lb/>tura
               ambientale e locale, in una data tradizione storica fatta di costumi, ci-<lb/>viltà,
               lavoro) e un polo di potenziale universalità connessa alla capacità di<lb/>veicolare
               ogni possibile senso eventualmente attraverso perifrasi e circonlo-<lb/>cuzioni, una
               capacità il cui unico limite sta nella opportunità di serbare effi-<lb/>cacia e
               perfino piacevolezza comunicativa.<note place="foot" xml:id="ftn53" n="53">
                   È questo un altro punto della <hi rend="italic">
                        Prefazione </hi> al Nizolio che trova conferma negli <hi rend="italic">
                        Unvorgreifli- <lb/>chen Gedanken </hi> (“Allein, obschon alles endlich durch
                     Umschweife und Beschreibung bedeutet<lb/>werden kann, so verliert sich doch bei
                     solcher Weitschweifigkeit alle Lust, aller Nachdruck in<lb/>dem, der redet, und
                     in dem, der hört.”, § 59).
               </note>
            </p>
            <list type="ordered">
               <item> 5.5 L’ultima tipologia di uso della nozione di <hi rend="italic"> significatio </hi>
                  concerne<lb/>direttamente la funzione “caratteristica” del linguaggio. Come si sa,
                  un lin-<lb/>guaggio formalizzato valorizza al massimo ciò che Leibniz chiama <hi
                     rend="italic"> cogitatio <lb/>caeca sive symbolica <hi rend="italic">;</hi>
                  </hi> esso cioè consente di sospendere o rimandare l’inter-<lb/>pretazione dei
                  simboli impiegati e di procedere innanzi nella dimostrazione<lb/>finché non lo si
                  ritenga opportuno. In tal modo si evita di gravare la mente</item>
            </list>
            <pb n="128" facs="UNITA/UNITA_128.jpg"/>
            <p>di un carico nozionale che ne eccederebbe grandemente i limiti, e se ne
               po-<lb/>tenzia, per dir così, la portata. Il calcolo infinitesimale è un esempio
               tipico<lb/>dei vantaggi che la <hi rend="italic"> cogitatio caeca sive symbolica </hi>
               arreca alla conoscenza<lb/>umana; e la “caratteristica universale” deve sviluppare
               fino in fondo tali<lb/>potenzialità.</p>
            <p>La formulazione “classica” di questi princìpi teorici è contenuta nei<lb/>
               <hi rend="italic"> Fundamenta calcali ratiocinatioris </hi> (1688-89), dei quali giova
               riportare l’at-<lb/>tacco, di sapore radicalmente anticartesiano:</p>
            <p> Omnis humana ratiocinatio signis quibusdam sive characteribus perfi-<lb/>citur. Non
               tantum enim res ipsae, sed et rerum ideae semper animo distin-<lb/>cte observari
               neque possunt neque debent, et itaque compendii causa signa<lb/>pro ipsis adhibentur.
                  <hi rend="italic">(VE</hi> 6: 1203) </p>
            <p>Ma grazie a quale meccanismo possono i segni svolgere tale funzione?<lb/>Leibniz
               insiste sul fatto che essi offrono un supporto sensibile alla mente,<lb/>una sorta di
               filo meccanico che “toglie d’imbarazzo” l’immaginazione<lb/>aprendole i territori
               ch’essa altrimenti non potrebbe attingere. Tuttavia, in<lb/>uno scritto certamente
               strategico come le <hi rend="italic"> Meditationes </hi> del 1684, il
               filosofo<lb/>introduce un elemento che, preso a sé, non ha nulla a che fare con la
               “sen-<lb/>sibilità” o “meccanicità” tipica dei segni:</p>
            <p> ita cum Chiliogonum seu Polygonum mille aequalium laterum cogito, non<lb/>semper
               naturam lateris et aequalitatis et millenarii (seu cubi a denario) con-<lb/>sidero,
               sed vocabulis istis (quorum sensus obscure saltem atque imperfecte<lb/>menti
               obversatur) in animo utor loco idearum quas de iis habeo, quoniam<lb/>memini me
               significationem istorum vocabulorum habere, explicationem au-<lb/>tem nunc judico
               necessariam non esse; qualem cogitationem caecam vel<lb/>symbolicam appellare soleo,
               qua et in Algebra et in Arithmetica utimur,<lb/>imo fere ubique. <hi rend="italic"
                  >(VE 5:</hi> 1077) </p>
            <p>Leibniz fa esplicito riferimento a grandezze quali <hi rend="italic"> sensus </hi> e
                  <hi rend="italic"> significatio </hi>:<lb/>esse, incastonate come sono nelle parole
                  <hi rend="italic"> chiliagono </hi> o, poniamo, <hi rend="italic"> 1.000.000
               </hi>,<lb/>sono pertanto il nocciolo della <hi rend="italic"> cogitatio caeca sive
                  symbolica. </hi> La funzione<lb/>simbolica del segno si attua dunque mediante il
               meccanismo di reciproco<lb/>rimando che opera tra le due facce che lo costituiscono.
               E tale meccanismo<lb/>che consente all’intelletto di protendersi al di là dei suoi
               limiti naturali, met-<lb/>tendo a frutto anche nozioni “confuse” o addirittura
               “oscure”.</p>
            <p>Leibniz aggiunge che di tale tipo di conoscenza facciamo uso “quasi<lb/>ovunque” <hi
                  rend="italic"> (imo fere ubique</hi>), indicazione che sembra implicare una
               presenza<lb/>della <hi rend="italic"> cogitatio caeca </hi> anche entro le strutture
               del linguaggio ordinario. Mal-<lb/>grado Leibniz non dia, né qui né altrove,
               chiarimenti ulteriori su questo</p>
            <pb n="129" facs="UNITA/UNITA_129.jpg"/>
            <p>punto, il passaggio logico sembra sicuro:<note place="foot" xml:id="ftn54" n="54">
                   Anche nella <hi rend="italic"> Demonstratio propositionum
                        pri marum </hi> del 1671-72 Leibniz aveva scritto esser<lb/>“nihil apud
                     homines frequentius aut necessarium magis” della <hi rend="italic"> cogitatio
                        caeca <hi rend="italic">(</hi> A </hi> VI 2: 481).
               </note> le funzioni elementari della sim-<lb/>bolizzazione (di cui il calcolo è solo
               un possibile esempio) permeano, in-<lb/>fatti, anche la vita quotidiana; ma vi è
               forse di più, se si pensa ai casi citati<lb/>da Leibniz in cui, anche nella
               comunicazione ordinaria, la lingua sembra<lb/>“precorrere” la mente, come quando
               certi periodi efficaci e concisi for-<lb/>mano l’equivalente di dieci sillogismi; o
               come quando uomini dotati di elo-<lb/>quenza pronunciano parole efficaci prima e
               indipendentemente dall’inter-<lb/>vento di un preciso processo razionale.<note
                  place="foot" xml:id="ftn55" n="55">
                   “Cum plerumque in hominibus promptis lingua praecurrat
                     mentem, et parum eloquens<lb/>ille futurus sit, qui nullum verbum nisi
                     ratiocinando quaesiturus enuntiet (<hi rend="italic">VE</hi> 1: 195). In
                     questo<lb/>e analoghi passi si sente, ancora una volta, la familiarità di
                     Leibniz con la cultura barocca dell <hi rend="italic"> in- <lb/>genium </hi> e
                     dei ‘detti acuti’, che, approfondendo un antico spunto di Aristotele, aveva
                     messo in luce<lb/>le risorse entimematiche del linguaggio e ipotizzato
                     l’esistenza di una forma di conoscenza focaliz-<lb/>zata non su ciò che è vero
                     ma su ciò che è verosimile.
               </note>
            </p>
            <p>La simbolicità è dunque un ulteriore elemento che avvicina linguaggio<lb/>comune e
               linguaggio artificiale, svelandone la parentela epistemologica. Le<lb/>analogie non
               debbono tuttavia far smarrire la portata delle differenze: men-<lb/>tre nell’uso
               ordinario la permanenza di nozioni oscure o confuse è per così<lb/>dire
               costituzionale alla dinamica del linguaggio, indeterminato per sua na-<lb/>tura,
               nell’uso formalizzato la permanenza di tali nozioni è solo strumentale<lb/>alla messa
               a punto di criteri di maggior distinzione per altre nozioni.</p>
            <p>Possiamo a questo punto provare a riassumere i risultati delle nostre in-<lb/>dagini:
               (1) la semanticità è parte essenziale della simbolicità del linguaggio,<lb/>sia
               storico-naturale, sia artificiale; (2) i tropi sono il meccanismo di base<lb/>della
               trasformazione dei significati: nella misura in cui esprimono la straor-<lb/>dinaria
               varietà delle operazioni dell’intelletto, essi sembrano portare nel lin-<lb/>guaggio
               umano un elemento di incalcolabilità e di irriducibilità; (3) le lin-<lb/>gue
               storico-naturali non sono, da tale punto di vista, né imperfette né
               defi-<lb/>citarie, ma hanno una propria autonomia all’interno del mondo dei
               simboli;<lb/>(4) tale autonomia è il punto di partenza per ogni opera di
               convenziona-<lb/>mento o formalizzazione del linguaggio; (5) da tale punto di vista,
               la diffe-<lb/>renza principale fra lingue storico-naturali e linguaggi artificiali è
               connessa<lb/>al diverso grado di formalità dei significati; (6) malgrado le lingue
               artificiali<lb/>siano essenziali alla ricerca scientifica, e le lingue ordinarie no,
               queste ul-<lb/>time sono comunque potenzialmente onniformative; (7) tale
               caratteristica<lb/>delle lingue storico-naturali sembra non esser neutrale rispetto
               al processo<lb/>di formalizzazione del linguaggio; è ipotizzabile che essa sia la
               precondi-<lb/>zione di tale processo?</p>
            <pb n="130" facs="UNITA/UNITA_130.jpg"/>
            <list type="ordered">
               <item> 6. La polemica con Locke </item>
            </list>
            <p>L’elaborazione compiuta da Leibniz intorno al concetto di significato<lb/>consente di
               dar ragione anche di alcuni aspetti della sua polemica con<lb/>Locke che ancora in
               anni recenti hanno fatto discutere i critici. Delle nume-<lb/>rose questioni
               sollevate nel corso del III libro dei <hi rend="italic"> Nouveaux essais </hi> due
               sem-<lb/>brano particolarmente interessanti nel nostro contesto: la discussione
               del-<lb/>l’arbitrarietà e la lunga disputa intorno ai nomi di sostanza.</p>
            <p>Alcuni studiosi si sono chiesti se le riserve sollevate da Leibniz circa
               la<lb/>concezione lockiana dell’arbitrarietà del linguaggio non implichino una
               sua<lb/>almeno parziale ricaduta in un naturalismo essenzialista <hi rend="italic">
                  à-la </hi> Böhme.<note place="foot" xml:id="ftn56" n="56">
                   Un lavoro classico è quello di Aarsleff (1964), cui ha
                     fatto seguito un’impegnata replica di<lb/>Hacking (1988). Anche lavori
                     recentissimi come Edel (1999) inclinano a stabilire una continuità<lb/>fra il
                     ‘naturale’ leibniziano e quello di Böhme.
               </note> Una<lb/>lettura dei §§ 1 e 2 del libro terzo che tenga conto dell’insieme
               delle criti-<lb/>che di Leibniz all’arbitrarietà consente tuttavia di escludere ciò.
               Quanto<lb/>Leibniz disapprova, nel dettato lockiano, è un uso della nozione di
               arbitra-<lb/>rietà che gli appare materiato di convenzionalismo. Non a caso, fin
               dall’ini-<lb/>zio del § 2 Leibniz parafrasa il passo di Locke sui nomi (che non
               dipende-<lb/>rebbero da “aucune connexion naturelle qu’il y ait entre certaines sons
               arti-<lb/>culés et certaines idées”) con la definizione scolastica <hi rend="italic">
                  (ex instituto </hi>) che da<lb/>almeno un trentennio era oggetto delle sue
               riserve; a essa contrappone la<lb/>sua ben nota dottrina del “naturale” intesa a dar
               conto delle origini del lin-<lb/>guaggio in un modo più adeguato alle caratteristiche
               largamente non razio-<lb/>nali della mentalità primitiva, guidata da “raisons tantost
               naturelles où l’ha-<lb/>zard a quelque part, tantost morales où il y entre du
                  choix”.<note place="foot" xml:id="ftn57" n="57">
                  
                     <hi rend="italic"> NE </hi> III <hi rend="italic"> 2 </hi> (<hi rend="italic">= </hi>
                     <hi rend="italic"> A </hi> VI 6: 278).
               </note> Gli ingre-<lb/>dienti affettivo-emozionali che ci sono già noti (si parla qui
               di un “instinct<lb/>naturelle”), la casualità, lo sforzo di stabilire un’analogia fra
               suoni e emo-<lb/>zioni formano lo schema che Leibniz ancora una volta contrappone al
               ra-<lb/>zionalismo arbitrarista. Nulla vi è in questa pagina che mostri il filosofo
               im-<lb/>pegnato in un recupero della presunta <hi rend="italic"> Ursprache </hi>
               originaria, ché anzi tutto il<lb/>libro è una appassionata rivendicazione della
               varietà e imprevedibilità delle<lb/>piste prese dal linguaggio umano nel corso della
               storia. Quel che semmai si<lb/>potrebbe “obiettare” a Leibniz è d’aver appiattito
               l’arbitrarismo lockiano<lb/>su quello scolastico, non vedendo fino a che punto la
               concezione dell’idea<lb/>come terminale di un processo di astrazione battesse in
               breccia proprio la<lb/>dottrina che egli intendeva contestare. Ma questo ci porta al
               secondo punto<lb/>della nostra veloce ispezione.</p>
            <pb n="131" facs="UNITA/UNITA_131.jpg"/>
            <p>Come si sa, dopo due paragrafi in cui Teofilo e Filalete dialogano su<lb/>basi di
               sostanziale accordo (a parte alcuni aspetti di un certo interesse, che<lb/>però qui
               non approfondiremo<note place="foot" xml:id="ftn58" n="58">
                   Mi sia permesso di rimandare a Gensini (1991: 159
                     sgg.).
               </note>), l’inizio vero e proprio della contesa è fatto<lb/>coincidere col passo del
               § 3 in cui Filalete-Locke afferma che le essenze<lb/>sono opera dell’intelletto e
               dunque si risolvono nei significati dei nomi. In<lb/>tale contesto, il problema che
               si pone è appurare quali conseguenze abbia la<lb/>perorazione di Teofilo circa il
               carattere “reale” delle essenze. Implica tutto<lb/>ciò una ritrattazione di quanto
               Leibniz ha finora detto sulla storicità del se-<lb/>gno linguistico? Non siamo per
               caso dinanzi a una riedizione sotto altra ve-<lb/>ste del naturalismo böhmiano? Più
               in generale, non si apre una vistosa di-<lb/>scrasia fra l’impostazione
               “storicizzante” dei paragrafi iniziali e finali di<lb/>questo III libro e
               l’impostazione metafisica del suo paragrafo centrale?</p>
            <p>Una risposta a questi interrogativi va probabilmente cercata tenendo<lb/>conto
               dell’aspirazione, che accompagna un po’ tutta la filosofia linguistica<lb/>(e forse
               tutta la filosofia) leibniziana, a conciliare forti esigenze nominaliste<lb/>con la
               difesa di un impianto metafisico (e quindi con un atteggiamento<lb/>“realistico”)
                  complessivo.<note place="foot" xml:id="ftn59" n="59">
                   Chiariscono assai bene questo aspetto della ricerca
                     leibniziana Mates (1986) e Mugnai<lb/>(1992).
               </note> A questo corrisponde un metodo (richiamato<lb/>con efficacia da Mugnai 1982a,
               1982b) inteso a distinguere fra un approccio<lb/>“rigorosamente metafisico” e un
               approccio secondo l’ordine storico, fat-<lb/>tuale delle conoscenze. Ora, per
               orientarsi nei risvolti linguistici della <hi rend="italic"> que- <lb/>relle </hi>
               occorre ricordare che il linguaggio appartiene per Leibniz all’oriz-<lb/>zonte della
               storia (“un point de fait ou d’Histoire”, com’egli si esprime); la<lb/>nozione di
               “significato” (di cui si parla costantemente in questo terzo libro)<lb/>non va dunque
               confusa con la nozione di “idea”, che il filosofo ascrive in-<lb/>vece, con grande
               forza, all’orizzonte “reale” delle cose. La scelta leibniziana<lb/>di adeguarsi in
               questo dibattito alle abitudini terminologiche del suo inter-<lb/>locutore rende più
               difficile che altrove cogliere la differenza di piani in<lb/>gioco, ma essa si fa più
               chiara battuta dopo battuta. Le idee, infatti, appar-<lb/>tengono a rigore all’ordine
               delle possibilità e come tali non coincidono né<lb/>con i pensieri che gli uomini via
               via concretizzano nel corso della loro espe-<lb/>rienza, né tantomeno coi significati
               che sedimentano e stabilizzano quei<lb/>pensieri nei diversi periodi storici.
               Rivelatore a questo proposito è quanto<lb/>Leibniz a più riprese scrive circa il
               carattere “provvisorio” dei significati,<lb/>mutevole in ragione dell’evolversi delle
               conoscenze umane.<note place="foot" xml:id="ftn60" n="60">
                   Cfr. ad es. <hi rend="italic">NE</hi> III 6 (= <hi
                        rend="italic"> A </hi> VI 6: 316-317).
               </note> Ciò che preoc-<lb/>cupa Leibniz non è dunque tanto il fatto che Locke
               enfatizzi, introducendo<lb/>il concetto di essenza nominale, il carattere costruttivo
               dei nomi, il loro es-</p>
            <pb n="132" facs="UNITA/UNITA_132.jpg"/>
            <p>sere fino in fondo traccia e concrezione del pensiero: non a caso, verso la<lb/>fine
               del § 3, Teofilo si dichiara d’accordo col suo interlocutore sul fatto che<lb/>le
               differenze specifiche civili (come ad esempio quelle relative ai sistemi
               di<lb/>misurazione o alla determinazione a fini civili delle fasi della vita
               umana)<lb/>non abbiano alcun modello nella realtà. Quel che Teofilo-Leibniz non
               può<lb/>accettare è<hi rend="Corpo_del_testo_+_9">
                  <seg> </seg>
               </hi>che i significati “fagocitino” le essenze, sovrapponendo l’uno al-<lb/>l’altro
               ordine storico e ordine metafisico della conoscenza. Ciò impliche-<lb/>rebbe un
               clamoroso ritorno della “difficoltà hobbesiana” contro la quale<lb/>Leibniz si andava
               difendendo almeno dal 1670: ed è molto probabile che<lb/>sia Hobbes lo spettro che
               Teofilo vede agitarsi in talune formulazioni di Fi-<lb/>lalete. Letta in questa
               chiave, appare non solo perfettamente comprensibile,<lb/>ma teoricamente coerente,
               l’affermazione secondo la quale “l’arbitraire se<lb/>trouve seulement dans les mots
               et nullement dans les idées. [...] Car les<lb/>idées sont en Dieu de toute eternité
               et meme elles sont en nous avant que<lb/>nous y pensions actuellement”.<note
                  place="foot" xml:id="ftn61" n="61">
                   Cfr. <hi rend="italic"> NE </hi> III 4 (= <hi
                        rend="italic"> A </hi> VI 6: 300). Sulla problematica delle essenze v.
                     Jolley (1984).
               </note>
            </p>
            <p>Contestare questo punto scabroso della filosofia linguistica lockiana,<lb/>non
               implica dunque che Leibniz receda dalla teoria del significato costruita<lb/>in tanti
               anni di riflessione. La discussione dei nomi di sostanza lo conferma.<lb/>In essa
               infatti il filosofo distingue fra i significati delle parole (che hanno
               i<lb/>caratteri di storicità e provvisorietà già noti) e le essenze cui essi si
               riferi-<lb/>scono. Così, la conoscenza che noi abbiamo dell’oro, e che si
               rispecchia<lb/>nella terminologia scientifica che usiamo, include certamente le note
               carat-<lb/>teristiche proprie delle definizioni nominali di cui siamo storicamente
               ca-<lb/>paci; ma non esprime la definizione reale del prezioso metallo, né in
               alcun<lb/>modo condiziona la sua struttura reale, che sussiste
               indipendentemente<lb/>dalle operazioni del nostro intelletto. E solo l’adozione del
               consueto me-<lb/>todo della ricerca scientifica e della formalizzazione del
               linguaggio a garan-<lb/>tirci che le definizioni via via elaborate siano
               approssimazioni sempre più<lb/>attendibili (ma comunque imperfette) alla realtà. Da
               un altro punto di vista,<lb/>i significati della parola <hi rend="italic"> oro </hi>
               possono essere ben diversi se a parlare <hi rend="Corpo_del_testo_+_9"> è </hi>una
               si-<lb/>gnora che indossa i suoi gioielli per recarsi a una festa o un alchimista,
               ma<lb/>entrambi hanno una loro legalità, connessa allo stato dei nostri costumi
               so-<lb/>ciali e delle nostre abitudini; in entrambi i casi l’oro funziona da
               riferimento<lb/>pur essendo diversamente conosciuto e sussunto nelle note che entrano
               a<lb/>costituire i diversi significati linguistici impiegati.</p>
            <p>Non è un caso se queste pagine abbiano fatto pensare alla “divisione<lb/>del lavoro
               linguistico” di Hilary Putnam<note place="foot" xml:id="ftn62" n="62">
                   Ne parlano, fra gli altri, Jolley (1984: 151-152) e
                     Rutherford (1995).
               </note> e alla sua critica del principio</p>
            <pb n="133" facs="UNITA/UNITA_133.jpg"/>
            <p>fregeano per cui l’intensione determinerebbe l’estensione. Tuttavia Putnam,<lb/>se ho
               ben visto, non cita mai Leibniz negli scritti degli anni Settanta in cui<lb/>espone
               la sua teoria del significato, e forse insistere troppo sulle analogie di<lb/>sistemi
               di pensiero tanto diversi e storicamente distanti potrebbe alla fine<lb/>risultare
               fuorviarne. In ogni caso, la distinzione fra il livello dei
               significati<lb/>linguistici e il livello delle essenze cui questi si riferiscono,
               senza in alcun<lb/>modo potersi risolvere in esse appare, nel caso dei nomi di
               sostanza, formu-<lb/>lato con chiarezza. Principio di unità (del reale) e principio
               di varietà (dei<lb/>sistemi di conoscenza) risultano dunque conciliati, per un verso
               superando<lb/>il rischio di una dissoluzione delle essenze, per altro ribadendo la
               storicità<lb/>dei significati.</p>
            <p>Resta da discutere se le “idee” di cui Leibniz ci parla nei <hi rend="italic"> Nouveaux
                  es- <lb/>sais </hi> possano a questo punto essere intese come una sorta di
               “significati<lb/>mentali” soggiacenti ai significati delle lingue storiche. Ciò può
               forse essere<lb/>detto se, mettendo in gioco l’innatismo disposizionale del filosofo,
               ci inte-<lb/>ressa sostenere che ogni significato “storico” è in definitiva
               dipendente dal<lb/>
               <hi rend="italic"> range </hi> di possibilità conoscitive iscritto in ciascuna idea. Ma
               di massima<lb/>sembra preferibile attenersi al sistema di distinzioni impiegato da
               Leibniz,<lb/>che evita di proiettare il piano del linguaggio (e quindi del
               significato) sul<lb/>piano delle idee. Queste rappresentano piuttosto il polo
               extralinguistico,<lb/>sussistente indipendentemente dal lavoro dell’intelletto,<note
                  place="foot" xml:id="ftn63" n="63">
                  
                     <hi rend="superscript">“... </hi>je ne voy point qu’elle puisse empecher les
                     choses d’avoir des essences reelles indepen-<lb/>damment de l’entendement, et
                     nous de les connoitre”.<hi rend="italic bold"> </hi>
                     <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi> NE </hi> III <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">6</hi> = A </hi> VI 6: 321).
               </note> il polo rispetto al<lb/>quale via via arricchiamo i significati linguistici
               di note sempre più efficaci,<lb/>nell’ambito di una ricerca peraltro destinata a non
               esaurirsi.</p>
            <p>La soluzione così suggerita da Leibniz sembra rappresentare il punto<lb/>d’arrivo di
               una problematica antica, risalente in effetti alla <hi rend="italic"> Acce ss io ad
                  ari- <lb/>thmeticam infinitorum </hi>, dove il filosofo, nel contesto di
               un’analoga contesta-<lb/>zione del concetto di arbitrarietà, aveva distinto il piano
               delle <hi rend="italic"> cogitationes <lb/>asymbolae, seu ipsarum idearum connexiones
               </hi> (che sarebbero “le stesse per<lb/>tutte le genti”) dal piano delle parole e dei
               caratteri, chiaramente arbitrari.<note place="foot" xml:id="ftn64" n="64">
                   Cfr. <hi rend="italic"> A </hi> II 1: 228 e le
                     osservazioni in proposito di Lamarra (1978) e Mugnai (1990).
               </note>
               <lb/>Gli elementi che quello scritto giovanile offriva, per dir così,
               sovrapposti<lb/>l’uno sull’altro, sono ormai ben distinti grazie a valutazioni di
               ordine sia<lb/>teoretico sia storico-linguistico. Da una parte Leibniz ha infatti
               imparato a<lb/>distinguere fra idee e pensieri, fra piano del possibile e piano
               dell’attualità,<lb/>dall’altra l’esperienza guadagnata nell’osservazione delle lingue
               lo ha por-<lb/>tato a ulteriormente distinguere fra pensieri e significati e a
               mettere in evi-<lb/>denza il carattere instrinsecamente mutevole (quindi tutt’altro
               che univer-</p>
            <pb n="134" facs="UNITA/UNITA_134.jpg"/>
            <p>sale) degli uni e degli altri. Il linguaggio, che non pretende di annettersi
               il<lb/>regno delle idee, è invece strettamente connesso, pur secondo
               modalità<lb/>sempre storiche e quindi provvisorie, all’articolazione e alla
               fissazione del<lb/>pensiero.</p>
            <list type="ordered">
               <item> 7. L’ ‘harmonia linguarum’ </item>
            </list>
            <p>L’ultima fase del lavoro linguistico leibniziano ci offre fra l’altro
               uno<lb/>scritto, la <hi rend="italic"> Epistolica de historia etymologica dissertatio </hi>
               <hi rend="Corpo_del_testo_+_10_pt1">,</hi>
               <note place="foot" xml:id="ftn65" n="65">
                   Diversamente dalla Schulenburg e dagli studiosi che
                     l’hanno seguita, uso per la <hi rend="italic"> Dissertatio <lb/>
                     </hi>la dizione <hi rend="italic"> Epistolica </hi> (anziché <hi rend="italic">
                        Epistolaris <hi rend="italic">)</hi> , </hi> utilizzata da Leibniz in Hann.
                     Ms. IV 441, f° 4<hi rend="italic">r.</hi> Ovvia-<lb/>mente, nulla attesta che,
                     se l’opera fosse giunta a pubblicazione, il filosofo avrebbe scelto
                     proprio<lb/>questo titolo, certo un titolo ‘di lavoro’.
               </note>
               <hi rend="Corpo_del_testo_+_10_pt2"> </hi>nel quale la perce-<lb/>zione della
               centralità teorica del significato diventa la base per una comples-<lb/>siva
               inchiesta storica e comparata intorno alle lingue conosciute. Nella no-<lb/>zione di
               etimologia Leibniz include adesso una ricerca delle <hi rend="italic"> rationes nomi-
                  <lb/>num </hi>
               <note place="foot" xml:id="ftn66" n="66">
                   La dizione concorre con quella di <hi rend="italic">
                        causa </hi> (che certo risente della suggestione di Scaligero,<lb/>
                     <hi rend="italic"> De causis linguae latinae</hi>): <hi rend="italic"> ratio
                     </hi> o <hi rend="italic"> causa </hi> di una parola è in ogni modo la sua <hi
                        rend="italic"> significatio radicalis. </hi>
                  
               </note> che fa tutt’uno con la scoperta delle culture dei popoli antichi e
               delle<lb/>loro possibili connessioni (<hi rend="italic"> harmonia linguarum </hi>).
               L’enucleazione delle <hi rend="italic"> signi- <lb/>ficationes radicales </hi>, ovvero
               delle concrezioni di senso più lontane nel tempo<lb/>che si riescano a riconoscere, è
               l’obiettivo di questo tipo di studio. Era que-<lb/>sto, come si sa, l’obiettivo di
               un’intera generazione di dotti, intesa a ricer-<lb/>care le cause ultime del
               linguaggio umano nell’ebraico e a scoprire per suo<lb/>tramite i valori originari,
               “autentici” dei nomi.<note place="foot" xml:id="ftn67" n="67">
                   Per una panoramica di queste ricerche i lavori di
                     riferimento restano Borst (1957-63) e<lb/>Droixhe (1978).
               </note>
            </p>
            <p>Grazie all’applicazione sistematica dei princìpi “naturali” già descritti, e<lb/>di
               una teoria dell’evoluzione del linguaggio che, sulle orme di Clauberg,<note
                  place="foot" xml:id="ftn68" n="68">
                   Leibniz si riferisce <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi> ED </hi> §§ 21-22) all’incompiuto <hi rend="italic"
                        > De causis linguae Germanicae </hi> annun-<lb/>ciato da Clauberg, di cui la
                     sezione pervenutagli sarà pubblicata nei postumi <hi rend="italic"> Collectanea
                        Etymo- <lb/>logica. </hi>
                  
               </note> si<lb/>sforza di dare il giusto rilievo alla sensibilità nella genesi del
               significato,<lb/>Leibniz si distacca tuttavia in modo nettissimo da questa tradizione
               di pen-<lb/>siero. Nella <hi rend="italic"> Disserta tio </hi> è permanente la polemica
               sia con la corrente degli<lb/>
               <hi rend="italic"> Hebraizantes </hi>, del cui più recente campione, il francese Louis
               Thomassin,<lb/>era uscito postumo, pochi anni prima (1697) il <hi rend="italic">
                  Glossarium universale He- <lb/>braicum quo ad Hebraicae linguae fontes linguae et
                  dialecti paene omnes re- <lb/>vocantur </hi>, sia con la corrente dei <hi
                  rend="italic"> Graecissantes </hi>, alle cui file Leibniz ascrive<lb/>sia studiosi
               francesi come Joachim Périon e Henri Étienne, sia tedeschi</p>
            <pb n="135" facs="UNITA/UNITA_135.jpg"/>
            <p>come Johannes Petrus Ericus. In ogni caso il suo atteggiamento è
               caratteriz-<lb/>zato, come già a suo tempo vide Hans Aarsleff (1969), da una parte
               dal ri-<lb/>fiuto ogni connessione armonica non sufficientemente motivata sul
               piano<lb/>della continuità storica e su quello della documentazione fattuale,
               dall’altra<lb/>parte da un’apertura a ogni risultato positivo, nella fiducia che,
               come ipo-<lb/>tesi di lavoro, l’etimologia armonica possa dare buoni risultati.
               Muovendosi<lb/>su questo difficile binario Leibniz passa in rassegna circa
               duecentoventi<lb/>opere fra vocabolari, grammatiche e dissertazioni sulle lingue “in
               univer-<lb/>sum”, dando l’idea di un possibile <hi rend="italic"> curriculum studiorum
               </hi> per il dotto<lb/>che voglia confrontarsi con tale problematica. Non gli
               sfuggono, fra l’altro,<lb/>le valenze teoriche generali degli studi e delle pratiche
               terapeutiche riguar-<lb/>danti i sordomuti, sviluppati nell’ultimo quarto del secolo
               precedente so-<lb/>prattutto da personaggi quali Wallis e Amman.<note place="foot"
                  xml:id="ftn69" n="69">
                   Cfr. <hi rend="italic"> ED </hi> § 24, ove figurano (e vi
                     sarà forse un’eco del paragrafo dedicato a tali temi dal<lb/>Morhof nel suo <hi
                        rend="italic"> Polyhistor <hi rend="italic">)</hi>
                     </hi> tutti i nomi ascrivibili a una storia dello studio e della terapia dei
                     sor-<lb/>domuti: da Rudolf Agricola a Pablo Bonnet, dagli <hi rend="italic">
                        Elements of Speech </hi> di Holder fino all’opera del<lb/>medico e
                     anatomista italiano Girolamo Fabrizi di Acquapendente.
               </note> Di questo e di molto altro,<lb/>sembra voler dire il filosofo, avrebbe avuto
               bisogno non solo il mediocre<lb/>scolaro Eckhart (cui lo scritto, come si sa, è
               diretto, in forma di un com-<lb/>mento sistematico alla <hi rend="italic"> Historia
                  studii etymologici linguae Germanicae </hi> di<lb/>questi, Hanoverae 1711), ma
               tutti coloro che siano sinceramente interessati<lb/>allo studio scientifico delle
               lingue, senza farsi depistare da un malinteso or-<lb/>goglio nazionalistico.</p>
            <p>Un aspetto importante da sottolineare è la cautela con cui, in questo<lb/>suo tardo
               lavoro, Leibniz connette le lingue all’insieme della sua teoria filo-<lb/>sofica del
               reale. Per quanto dovesse risultare attraente postulare come data<lb/>l’armonia
               universale degli idiomi umani, il filosofo non va molto al di là
               del-<lb/>l’ammissione, in linea di principio, della tesi monogenetica;<note
                  place="foot" xml:id="ftn70" n="70">
                   Fin dal 1697 Leibniz aveva osservato: “Cela n’empeche pas
                     que tous les hommes qui ha-<lb/>bitent ce globe ne soyent tous d’une meme race,
                     qui a esté alterée par les differens climats, comme<lb/>nous voyons que les
                     bestes et les plantes changent de naturel et deviennent meilleurs ou
                     dégene-<lb/>rent” <hi rend="italic">
                        <hi rend="italic">(</hi> A </hi> I 13: 545). Nella stessa lettera (allo
                     Sparwenfeld), il filosofo osserva che “C’est une belle<lb/>et grande enterprise
                     que celle de l’Harmonie des Langues”, ma dice di dubitare che essa
                     possa<lb/>condursi al modo del padre Thomassin, tutto riconducendo all’ebraico
                     e alla discendenza da<lb/>Adamo.
               </note> e il concetto<lb/>stesso di <hi rend="italic"> harmonia linguarum </hi> oscilla
               fra lo <hi rend="italic"> status </hi> di un metodo di ricerca,<lb/>inteso alla
               comparazione sistematica delle lingue conosciute, e quello del<lb/>possibile
               obiettivo di una serie di inchieste sul campo, opportunamente ap-<lb/>profondite e
               fra loro coordinate. Lo stesso dicasi del possibile rapporto fra i<lb/>concetti di
               “armonia” e di “espressione”, che astrattamente sembrerebbe</p>
            <pb n="136" facs="UNITA/UNITA_136.jpg"/>
            <p>derivare in linea diretta dalle generali assunzioni metafisiche leibniziane.<note
                  place="foot" xml:id="ftn71" n="71">
                   Si ricordi l’impegnativa avvertenza della lettera a De
                     Volder del giugno 1703: “Doctrinam<lb/>meam quomodo quodlibet corpus omnia alia
                     exprimat, et quomodo quaelibet anima vel Entele-<lb/>chia et suum corpus et per
                     ipsum alia omnia, videris pulchre perspexisse. Sed ubi ejus vim
                     expen-<lb/>deris, nihil aliud dictum a me videbis, quod non inde consequatur”
                        (<hi rend="italic">GP</hi> II: 253).
               </note>
               <lb/>Mentre Leibniz non lesina affermazioni piuttosto generali circa il fatto
               che<lb/>le diverse lingue esprimono il mondo ciascuna dal suo punto di vista
               (un’i-<lb/>dea, questa, ovviamente connessa al principio della reciproca
               rappresenta-<lb/>zione delle monadi), è poi assai prudente quanto alla discussione
               delle mo-<lb/>dalità specifiche di tale rispecchiamento. Nomi e particelle, se
               scavati nelle<lb/>loro radici, gettano qualche luce sulle “cause” originarie delle
               lingue, e in<lb/>particolare le particelle<note place="foot" xml:id="ftn72" n="72">
                   In <hi rend="italic"> ED </hi> § 20 Leibniz osserva che
                     le particelle “origini etiam maxime vicinae sunt” (posto<lb/>che le
                     interiezioni siano le portatrici più probabili delle <hi rend="italic"> signif
                        icationes radicales <hi rend="italic">);</hi>
                     </hi> addirittura esse<lb/>gli appaiono “vera vocum sementa ob simplicitatem
                     tum expressionis tum significationis”.
               </note> mettono in gioco quel piano relazionale che come<lb/>sappiamo è per Leibniz,
               da un capo all’altro del suo studio, il nocciolo della<lb/>
               <hi rend="italic"> lex expressionis. </hi> Ma mentre nei linguaggi formalizzati è
               possibile rico-<lb/>noscere un principio costante, di tipo funzionale, nel rapporto
               fra elementi<lb/>espressivi e elementi di contenuto, nell’analisi delle lingue
               l’accento cade in-<lb/>variabilmente sulla <hi rend="italic"> variatio </hi>, sulla
               molteplicità indefinita dei percorsi presi<lb/>dai processi di significazione. Non mi
               risulta che Leibniz abbia chiarito a<lb/>fondo la questione che c’interessa, ma è
               ipotizzabile che, come già al livello<lb/>delle monadi, così anche nell’universo dei
               linguaggi esistano gradi diversi di<lb/>espressività, e che linguaggi formalizzati e
               lingue ordinarie siano più o meno<lb/>chiaramente “espressivi”, in ragione delle loro
               differenti modalità costrut-<lb/>tive e delle loro differenti funzioni. Pretendere di
               determinare puntual-<lb/>mente la funzione rappresentativa delle singole lingue
               storico-naturali sa-<lb/>rebbe forse sembrato al filosofo voler prendere una indebita
               scorciatoia fra<lb/>piano metafisico e piano storico del ragionamento.<note
                  place="foot" xml:id="ftn73" n="73">
                   Il caso del tedesco (rispetto al quale Leibniz sembra
                     inclinato ad ammettere, con qualche<lb/>maggior prudenza, l’idea schotteliana
                     di una speciale prossimità alle “origini”) rappresenterebbe<lb/>una parziale
                     eccezione a questo schema; in linea di massima, tuttavia, il filosofo è assai
                     critico<lb/>verso tutte le ipotesi tese a esaltare la <hi rend="italic">
                        Grundrichtigkeit </hi> di questa o quella parlata. (Cfr. la bella
                     let-<lb/>tera dell’aprile 1699 allo Sparwenfeld, ancora da leggere in
                     Wieselgren 1884-85: 40-41).
               </note>
            </p>
            <p>Non è questa la sede per una rassegna analitica, che pure andrà un<lb/>giorno fatta,
               dei contenuti della <hi rend="italic"> Epistolica dissertatio </hi> e dei dati empirici
               da<lb/>essa ricavabili. Mi preme tuttavia far osservare che in uno dei suoi
               paragrafi<lb/>decisivi, il quattordicesimo, Leibniz sintetizza in poche righe le sue
               idee sul-<lb/>l’origine delle lingue, e sulle conseguenze che esse hanno da una parte
               nei<lb/>confronti della teoria adamica, dall’altra nei confronti del vecchio, mai
               del<lb/>tutto abbandonato progetto della caratteristica:</p>
            <pb n="137" facs="UNITA/UNITA_137.jpg"/>
            <p> Diversi enim nominum impositores, suos quisque respectus, suos affec-<lb/>tus, suas
               occasiones, suam etiam commoditatem secuti, diversa iisdem rebus<lb/>a diversis
               qualitatibus, interdum et casibus, vocabula dedere. Adde quod<lb/>aliae gentes alias
               literas aliis illibentius pronuntiant, nonnullas piane vitant,<lb/>un Sinenses
               literam R. [...] Iacobus Bohemus [...] linguam quandam natura-<lb/>lem
               (Natur-Sprache) quam et appellabat Adamicam credebat erui posse;<lb/>quam qui nactus
               esset, etiam arcana naturae rerumque proprietates nosset.<lb/>Sed hoc quidem verum
               vanum esse, nemo dubitat. Illud verum est, posse<lb/>linguam quandam vel
               characteristicen condi, quae omnibus praestaret<lb/>scientiis (quantum ratione
               nituntur) quod Algebra Mathesi. <hi rend="footnote_reference">
                  <note place="foot" xml:id="ftn74" n="74">
                     
                        <hi rend="italic"> ED </hi> § 14: 215-216
                  </note>
               </hi>
            </p>
            <p>Dal principio della naturalità del linguaggio deriva, come questo passo<lb/>mostra
               meglio di qualunque altro, la smentita del carattere universale dei
               si-<lb/>gnificati: dinanzi a cose che possono essere le stesse per tutti si ergono
               pro-<lb/>cessi di significazione ogni volta diversi che muovono da “qualità
               diverse”<lb/>delle cose, selezionate in base a diverse affezioni dell’animo, diverse
               esi-<lb/>genze, diversi punti di vista. Per questo l’affaticarsi di Böhme nella
               ricerca<lb/>delle perdute essenze è cosa vana; mentre è possibile istituire un
               linguaggio<lb/>controllato che faccia da quadro di riferimento alle scienze, nella
               misura in<lb/>cui queste si servono della ragione. Dunque la caratteristica non
               annuncia la<lb/>riscoperta, artificiale stavolta, di ciò che, se pure è esistito, è
               per sempre se-<lb/>polto nei significati originari delle lingue. La caratteristica è
               uno strumento<lb/>di scienza, e si muove nei limiti della razionalità. Né, ancora una
               volta, si ve-<lb/>dono segni di una sostanziale differenza di prestigio tra questa e
               le lingue<lb/>storico-naturali.</p>
            <p>Che, giunto quasi alla fine del suo lungo interrogarsi intorno al linguag-<lb/>gio,
               Leibniz abbia sentito il bisogno di stringere assieme settori così diversi<lb/>dei
               suoi interessi non deve essere casuale. Può forse ripartire di qui una
               ri-<lb/>flessione sulla natura tutt’altro che contraddittoria, ma anzi
               profondamente<lb/>unitaria, del suo pensiero linguistico.</p>
            <pb n="138" facs="UNITA/UNITA_138.jpg"/>
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