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    <title>IDEA E IDOS NELLA TRADIZIONE LATINA MEDIEVALE</title>
    <author><name>Giacinta</name>
     <surname>Spinosa</surname>
    </author>
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    <authority>ILIESI-CNR</authority>
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     <p>Biblioteca digitale Progetto Agorà</p>
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     <title level="m">IDEA E IDOS NELLA TRADIZIONE LATINA MEDIEVALE</title>
     <author>Giacinta Spinosa</author>
     <title level="a"/>
     <publisher>Edizioni dell'Ateneo</publisher>
     <editor/>
     <pubPlace>Roma</pubPlace>
     <idno type="isbn"/>
     <biblScope> pp. 43-61 (Collana Lessico Intellettuale Europeo, LI)</biblScope>
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    <docAuthor>Giacinta Spinosa</docAuthor>
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     <titlePart>IDEA E IDOS NELLA TRADIZIONE LATINA MEDIEVALE</titlePart>
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   <pb n="43" facs="IDEA/IDEA_43.jpg"/>
   <p> ’ Ιδέα e εἶδος — e i rispettivi adattamenti latini <hi rend="italic">idea</hi> e <hi
     rend="italic">idos</hi> —, una coppia di<lb/>termini che include una distinzione le cui
    componenti hanno assunto periodi-<lb/>camente in sede storica il carattere di una
    contrapposizione, quasi di un con-<lb/>flitto <note xml:id="ftn0" place="foot" n="1"> Così lo
     definisce P. <hi rend="smallcaps">Innocenti</hi> (<hi rend="italic">Εἶδος — ’Ιδέα. Le premesse
      di un conflitto,</hi> in «Atti e Memo-<lb/>rie dell’Accademia Toscana di Scienze e Lettere ‘La
     Colombaria’», XXXVII (N.S. XXIII)<lb/>(1972), pp. 2-14) delineando la fortuna di <hi
      rend="italic">idea</hi> negli autori latini dal I sec. a.C. al V sec. d.C. e il<lb/>rispettivo
     ‘insuccesso’, limitatamente al periodo preso in considerazione, del neologismo sene-<lb/>chiano
      <hi rend="italic">idos.</hi> Secondo l’autore il vocabolo <hi rend="italic">idea,</hi> inteso
     nei testi ora come <hi rend="italic">forma</hi> ora come <hi rend="italic">species</hi>,<lb/>
     viene pertanto a ricoprire ambedue le aree semantiche antagonistiche di εἶδος e ἰδέα </note>. </p>
   <p> Se nel mondo antico di cultura greca il momento culminante di tale anti-<lb/>tesi può essere
    rintracciato nella critica antiplatonica di Aristotele, la contrap-<lb/>posizione è poi riemersa
    a più riprese nel mondo latino, prima nell’antichità,<lb/>poi nel Medio Evo, trovando una sede
    privilegiata, a distanza di oltre un mil-<lb/>lennio, nelle versioni greco-latine di Aristotele. </p>
   <p> Già l’antichità latina, che si confrontava con il pensiero greco e con i suoi<lb/>testi,
    aveva percepito il diverso statuto di ἰδέα nei confronti di εἶδος. Pur<lb/>essendo i due
    vocaboli spesso intercambiabili in Platone <note xml:id="ftn1" place="foot" n="2"> Cfr. D. ROSS
     , <hi rend="italic">Platone e la teoria delle idee,</hi> Bologna 1989 (ed. orig. Oxford 1951),
     in partico-<lb/>lare pp. 37 e sgg., 291 e sgg.; F. <hi rend="smallcaps">Ast</hi>, <hi
      rend="italic">Lexicon platonicum,</hi> voll. I-III, Lipsiae 1835-38 vol. I, <hi rend="italic"
      >sub<lb/>vocibus</hi> ἰδέα , εἶδος ; P. <hi rend="smallcaps">Brommer</hi>, <hi rend="italic"
      >Εἶδος et Ιδέα, Etude sémantique et chronologique des œuvres de Platon </hi>,<lb/> Université
     de Utrecht, Assen 1940. </note> , è nell’ ἰδέα che vie-<lb/>ne assai presto identificata la
    peculiarità della concezione platonica, inizial-<lb/>mente senza che se ne individui in latino
    un equivalente specifico. È quanto<lb/>accade in Cicerone, che propone ora <hi rend="italic"
     >species</hi> ora <hi rend="italic">forma</hi> come corrispettivi di ἰδέα, <lb/> vocabolo che
    egli adotta a più riprese nella forma greca, sempre in connessio-<lb/>ne con la filosofia
    platonica <note xml:id="ftn2" place="foot" n="3">
     <hi rend="smallcaps">Cicerone</hi>,<hi rend="italic"> Orator</hi>, 10; Id.,<hi rend="italic">
      Academici</hi>, 1, 30; Id.,<hi rend="italic"> Tusculanae</hi>, 1, 58. </note>. </p>
   <p> Un secolo più tardi è Seneca a introdurre <hi rend="italic">idea</hi> in latino, nell’intento
    di<lb/>spiegare le tipologie platoniche dell’essere e dei principi causali. E lo fa
    acco-<lb/>stando e contaminando in vario modo le nozioni platoniche e aristoteliche,<lb/>senza
    tuttavia annullare le peculiarità che le distinguono. Αll’ἰδέα viene così </p>
   <pb n="44" facs="IDEA/IDEA_44.jpg"/>
   <p> attribuito, come già in Cicerone, un carattere connotativo della concezione<lb/>platonica,
    mentre l’ εἶδος, introdotto allo scopo di chiarire la nozione preceden-<lb/>te, e viceversa,
    assume invece un doppio statuto, ora aristotelico, ora platoni-<lb/>co-aristotelizzante.</p>
   <p> Non si tratta di un’incomprensione da parte di Seneca. I testi di Platone e<lb/>quelli di
    Aristotele prima, gli scritti delle rispettive scuole e quelli dossografici<lb/>poi, contengono
    essi stessi oscillazioni e ambiguità sia dottrinali che terminolo-<lb/>giche relative ai
    vocaboli in questione. </p>
   <p> Quanto a ἰδέα essa in Seneca è costantemente <hi rend="italic">exemplar</hi> secondo la
    tradi-<lb/>zione platonica, oltre che <hi rend="italic">idea</hi> con adattamento latino. Tale è
    l'ἰδέα come cau-<lb/>sa: «His [causis] quintam Plato adicit exemplar, quam ipse ἰδέαν <note
     xml:id="ftn3" place="foot" n="4"> Si accoglie qui la lezione greca del vocabolo, proposta da D.
     Vottero con argomentazioni<lb/>filologico-stilistiche. In seguito ad uno studio sistematico dei
     grecismi nelle opere filosofiche di<lb/>Seneca, dopo aver rilevato una notevole oscillazione e
     incertezza nelle edizioni, incluse le più<lb/>recenti, egli giunge a proporre la lezione greca
     al posto di quella latina nei seguenti casi: a)<lb/>quando la voce greca è introdotta dalla
     formula «Graeci (Aristoteles, Plato...) vocant, appel-<lb/>lant» e simili; b) quando ciò derivi
     da esigenze stilistiche o linguistiche, o quando lo stesso<lb/>Seneca avverte che la voce è
     insostituibile. L’Autore conferma l’adattamento latino negli altri<lb/>casi. Alla base della
     proposta di tali modifiche alle edizioni correnti sta la considerazione assunta<lb/>in modo
     operativo del fatto, del resto assai noto, che la maggior parte dei manoscritti che
     ci<lb/>hanno tramandato i testi dell’antichità risalgono ad un’epoca in cui la conoscenza del
     greco era<lb/>scarsa o nulla; le parole in greco erano traslitterate in caratteri latini, o
     addirittura omesse. <lb/> Per quanto riguarda ἰδέα, essa si dovrebbe leggere in greco nei due
     luoghi dell’ <hi rend="italic">Ep.</hi> 65, 7 , e<lb/>in <hi rend="italic">Ep.</hi> 58, 18 :
     «Propria Platonis supellex est: ἰδέας vocat», in latino negli altri luoghi. Cfr. <lb/> D. <hi
      rend="smallcaps">Vottero, </hi>
     <hi rend="italic">La grafia dei termini d’origine greca nelle opere filosofiche di Seneca,</hi>
     in «Atti della Accademia<lb/>delle Scienze di Torino», II, Classe di Scienze Morali, Storiche e
     Filologiche, 108 (1974),<lb/> pp. 311-339. </note> vocat; hoc<lb/> est enim ad quod respiciens
    artifex id quod destinabat effecit» <note xml:id="ftn4" place="foot" n="5">
     <hi rend="smallcaps"> Seneca, </hi>
     <hi rend="italic">Ad Lucilium epistulae morales</hi>, ed. L. D. Reynolds, Oxford 1965, vol. I,
      <hi rend="italic">Epistula</hi> 65,<lb/> 7 </note>. E tale è l'ἰδέα <lb/> come terzo (dopo il
    «quod est» e dio) dei sei modi in cui secondo Seneca è<lb/>inteso l’essere platonico: «Propria
    Platonis supellex est: ἰδέας <note xml:id="ftn5" place="foot" n="6"> Per la grafia greca cfr. la
     nota 4. </note> vocat, ex quibus<lb/>omnia quaecumquae videmus fiunt et ad quas cuncta
    formantur. Hae inmorta-<lb/>les, inmutabiles, inviolabiles sunt. Quid sit idea, id est quid
    Platoni esse videa-<lb/>tur, audi: ‘Idea est eorum quae natura fiunt exemplar aeternum’» <note
     xml:id="ftn6" place="foot" n="7"> Seneca, <hi rend="italic">Ep.</hi>, 58, 18 -19</note>.
    Dove<lb/>
    <hi rend="italic">exemplar</hi> è il fulcro di una definizione che sarà tra le più riprese, la
    cui fonte è<lb/>stata fatta risalire all’accademico Senocrate, attraverso la mediazione di
    Posido-<lb/>nio <note xml:id="ftn7" place="foot" n="8"> Cfr. <hi rend="smallcaps">Xen.</hi>,
     frag. 30, p. 169, ed. Heinze: «εἶναι τὴν iἰδέαν αἰτίαν παραδειγματικὴν τῶν κατὰ <lb/> φύσιν ảεί
     συνεστώτων», citato da E. Bickel il quale, riprendendo le tesi di E. <hi rend="smallcaps"
      >Norden </hi>(<hi rend="italic">Agnostos<lb/> Theos. Untersuchungen zur Formengeschichte
      religiöser Rede,</hi> Leipzig-Berlin 1913, pp. 347-348), individua<lb/>nel commento al <hi
      rend="italic">Timeo</hi> dello stoico Posidonio, o in uno scritto che ne subì l’influsso, la
     fonte<lb/>principale di tutta l’esposizione senechiana della filosofìa platonica nelle lettere
     58 e 65. Cfr.<lb/>
     <hi rend="smallcaps">Bickel</hi>, <hi rend="italic">Senecas Briefe 58 und 65. Das
      Antiochus-Posidonius-Problem,</hi> «Rheinisches Museum fur Phi-<lb/>lologie», Neue Folge 103
     (1960), pp. 1-20. Per la citazione di Senocrate, cfr. <hi rend="italic">ibid.,</hi> p. 10.
     La<lb/> medesima tesi è stata sostenuta anche da I. <hi rend="smallcaps">Heinemann</hi>, <hi
      rend="italic">Poseidonios’ metaphysische Schriften,</hi> I, Bres-<lb/>lau 1921, pp. 201-202.
    </note>. </p>
   <pb n="45" facs="IDEA/IDEA_45.jpg"/>
   <p> L’εἶδος assume invece, come si è detto, una valenza polisemica e, fatto<lb/>lessicalmente
    rilevante, dà origine a un altro neologismo senechiano, <hi rend="italic">idos,</hi> che<lb/>per
    molti secoli non avrà alcuna fortuna, restando attestato, per quanto è noto,<lb/>unicamente
    nelle <hi rend="italic">Epistulae</hi> fino alla rinascita medievale del XII secolo,
    quando<lb/>- a seguito della rinnovata lettura degli autori antichi e della grande
    notorietà<lb/>raggiunta da Seneca - rientrerà in uso come termine funzionale, adatto a
    espri-<lb/>mere le nuove problematiche filosofiche. </p>
   <p> Εἶδος<hi rend="italic">/ idos</hi> è dunque in Seneca una delle quattro cause di Aristotele,
    la<lb/>causa formale: «Aristoteles putat causam tribus modis dici: ‘Prima, inquit,<lb/>causa est
    ipsa materia, sine qua nihil potest effici; secunda opifex; tertia est<lb/>forma, quae unicuique
    operi inponitur tamquam statuae’. Nam hanc Aristote-<lb/>les εἶδος <note xml:id="ftn8"
     place="foot" n="9"> Si accoglie anche qui la lezione greca proposta da D. Vottero, con le
     stesse motivazioni<lb/>addotte sopra, estesa anche alla prima occorrenza all’ <hi rend="italic"
      >Ep.</hi> 58, 20. <hi rend="italic">Idos</hi> resta negli altri luoghi<lb/> dell’ <hi
      rend="italic">Ep.</hi> 58, 20 - 21. </note> vocat. ‘Quarta quoque, inquit, his accedit,
    propositum totius ope-<lb/>ris’» <note xml:id="ftn9" place="foot" n="10"> SENECA, <hi
      rend="italic">Ep.,</hi> 65, 4 </note>. Ma è anche il quarto (dopo il «quod est», dio e l’idea)
    dei sei modi nei<lb/>quali Platone, a giudizio di Seneca, ripartisce l’essere: «Quartum locum
    habe-<lb/>bit εἶδος <note xml:id="ftn10" place="foot" n="11"> Cfr. nota 9. </note>. Quid sit hoc
    idos adtendas oportet, et Platoni inputes, non mihi,<lb/>hanc rerum difficultatem ; nulla est
    autem sine difficultate subtilitas» <note xml:id="ftn11" place="foot" n="12"> SENECA, <hi
      rend="italic">Ep.</hi>, 58, 20 </note>. </p>
   <p> Ed è qui che emerge con rilievo la questione delle fonti nel filosofo<lb/>romano.
    Nell’esposizione che segue immediatamente il passo citato, <hi rend="italic">idos</hi> e <hi
     rend="italic">idea<lb/></hi> si trovano associati in un andamento dicotomico, cui non è
    estranea l’imposta-<lb/>zione retorico-stilistica propria della scrittura senechiana e cui è
    ancor meno<lb/>estraneo l’influsso del commento al <hi rend="italic">Timeo</hi> di Posidonio
    dove ai motivi stoici si<lb/>uniscono, tra gli altri, anche influssi aristotelici <note
     xml:id="ftn12" place="foot" n="13"> Cfr. E. <hi rend="smallcaps">Bickel</hi>, <hi rend="italic"
      >art. cit.,</hi> pp. 8-10. Sullo stretto legame esistente nelle <hi rend="italic">Epistulae
      morales</hi> tra<lb/>stile letterario e riflessione filosofica ha insistito di recente M. <hi
      rend="smallcaps">Wilson</hi>, <hi rend="italic">Seneca’s Epistles to Lucilius:<lb/>a
      revaluation</hi>, «Ramus», XVI (1987), pp. 102-22. </note>. </p>
   <p> Il doppio statuto assunto dall’ <hi rend="italic">idos </hi> in Seneca deriva dunque da una
    lettura<lb/>aristotelizzante del <hi rend="italic">Timeo,</hi> in particolare del passo dedicato
    da Platone a quella<lb/></p>
   <pb n="46" facs="IDEA/IDEA_46.jpg"/>
   <p> specie invisibile e priva di forma ( ἀνόρατον εἶδος τι καὶ ἂμορφον) <note xml:id="ftn13"
     place="foot" n="14">
     <hi rend="smallcaps">Plato</hi>, <hi rend="italic">Timaeus,</hi> 51a (ed. A. Rivaud, Paris
     1925) </note>, madre e<lb/> ύποδοχήν (ricettacolo) di tutto ciò che è soggetto alla nascita,
    che partecipa<lb/>della natura della materia e dello spazio <note xml:id="ftn14" place="foot"
     n="15">
     <hi rend="italic">Ibid.,</hi> 50b-51b. </note>. </p>
   <p> Accanto a questo εἶδος, considerato come terzo genere dell’essere, esiste<lb/>in Platone un
    primo genere, l' εἶδος νοητόν <note xml:id="ftn15" place="foot" n="16">
     <hi rend="italic">Ibid.</hi>, 51c. </note>, l’oggetto in sé, l’esemplare,<lb/>l’idea; cui segue
    il secondo, la copia, l’oggetto sensibile, ‘il figlio’ <note xml:id="ftn16" place="foot" n="17">
     Cfr. anche <hi rend="italic">ibid.,</hi> 48e. </note>. </p>
   <p> Il terzo di questi tre generi dell’essere secondo il <hi rend="italic">Timeo</hi> platonico,
    il ‘ricet-<lb/>tacolo’, a causa della sua natura composita è stato letto da Seneca in
    analogia<lb/>con l’ εἶδος aristotelico, la forma assunta dagli oggetti sensibili. </p>
   <p> In questa direzione si muove la ricorrente utilizzazione della metafora<lb/>dell’artista;
    mito del demiurgo e dell’artigiano in Platone, che viene riletto da<lb/>Seneca come metafora
    trasposta nell’orizzonte aristotelico dell’attività umana<lb/>della produzione artistica. È così
    che egli si accinge a chiarire le nozioni di <hi rend="italic">idea<lb/></hi> e di <hi
     rend="italic">idos</hi> : «Paulo ante pictoris imagine utebar. Ille cum reddere
    Vergilium<lb/>coloribus vellet, ipsum intuebatur. Idea erat Vergilii facies, futuri operis
    exem-<lb/>plar; ex hac quod artifex trahit et operi suo imposuit idos est. Quid
    intersit<lb/>quaeris? Alterum exemplar est, alterum forma ab exemplari sumpta et
    operi<lb/>inposita; alteram artifex imitatur, alteram facit. Habet aliquam faciem
    statua:<lb/>haec est idos. Habet aliquam faciem exemplar ipsum quod intuens opifex sta-<lb/>tuam
    fìguravit: haec idea est. Etiamnunc si aliam desideras distinctionem, idos<lb/>in opere est,
    idea extra opus, nec tantum extra opus est, sed ante opus» <note xml:id="ftn17" place="foot"
     n="18"> SENECA , <hi rend="italic">Ep.,</hi> 58 , 20 - 21. </note>. </p>
   <p> Dunque l’ <hi rend="italic">idea</hi> è la figura di Virgilio, esemplare, modello imitato
    dall’arti-<lb/>sta. L'<hi rend="italic">idos</hi> è la forma che l’artista trae dal modello e
    riproduce nell’opera. L’ <hi rend="italic">idos<lb/> è nell’opera, l’idea fuori e prima di
    essa</hi>
    <note xml:id="ftn18" place="foot" n="19"> È interessante notare che sul piano della metafora
     estetica per Seneca l’idea, il modello<lb/>della creazione artistica, alla quale il pittore
     guarda per realizzare l’opera, è indifferentemente<lb/>nell’animo dell’artista o al di fuori di
     esso: «His [causis] quintam Plato adicit exemplar, quam,<lb/> ipse ἰδέαν vocat; hoc est enim ad
     quod respiciens artifex id quod destinabat effecit. Nihil autem<lb/> ad rem pertinet utrum
     foris habeat exemplar ad quod referat oculos an intus, quod ibi ipse<lb/>concepit et posuit»
      (<hi rend="italic">Ep., 65,</hi> 7 ). L’idea non si pone necessariamente in una sede separata
     rispetto<lb/>all’umano, potendosi non solo collocare nella mente dell’artista, ma anche essere
     da lui concepi-<lb/>ta. La natura di questa concezione, che costituisce uno sviluppo di quella
     ciceroniana ( <hi rend="italic">Orator</hi>, 9)<lb/>è stata analizzata da E. <hi
      rend="smallcaps">Panofsky</hi> nel saggio <hi rend="italic">Idea. Contributo alla storia
      dell’estetica,</hi> Firenze 1952, rist.<lb/>anast. ivi 1973 (ed. orig. Leipzig-Berlin 1924),
     in particolare pp. 13-17. La successiva afferma-<lb/>zione di Seneca secondo cui le idee sono
     in dio appartiene pertanto a un distinto ordine di<lb/>analisi che si alterna alla problematica
     estetica: «Haec exemplaria rerum omnium deus intra se habet <lb/> numerosque universorum quae
     agenda sunt et modos mente complexus est; plenus his<lb/> fìguris est quas Plato ἰδέας
     appellat, inmortales, inmutabiles, infatigabiles» (<hi rend="italic">ibid.</hi>) </note></p>
   <pb n="47" facs="IDEA/IDEA_47.jpg"/>
   <p> Quanto all’idea platonica intesa come causa, già nella presentazione essa<lb/>mostra elementi
    aristotelici che si intersecano a quelli più propriamente plato-<lb/>nici. Anzi la stessa
    tipologia delle cause in Platone è esposta in funzione e a<lb/>partire da quella aristotelica.
    Così è per la sistematica trattazione delle cause<lb/>per mezzo di preposizioni, tipicamente
    aristotelica, con la relativa esemplifica-<lb/>zione nella sfera artistica <note xml:id="ftn19"
     place="foot" n="20"> «Quinque ergo causae sunt, ut Plato dicit: id ex quo, id a quo, id in quo,
     id ad quod, id<lb/>propter quod; novissime id quod ex his est. Tamquam in statua, (quia de hac
     loqui coepimus),<lb/> id ex quo aes est, id a quo artifex est, id in quo forma est quae aptatur
     illi, id ad quod exemplar<lb/> est quod imitatur is qui facit id propter quod facientis
     propositum est, id quod ex istis est ipsa<lb/>statua» ( <hi rend="italic">Ep</hi> ., 65, 8); su
     cui cfr. <hi rend="smallcaps">Aristoteles</hi>, <hi rend="italic">Physica,</hi> 194b 23 s.,
     195a 15 s.; <hi rend="italic">Metaphysica,</hi> 1013a 23<lb/>- 1013b 27. <lb/> Per un diretto
     influsso della dottrina aristotelica su Seneca (piuttosto che di quella, media-<lb/>ta, del
     Commento al <hi rend="italic">Timeo</hi> di Posidonio) propende J. <hi rend="smallcaps"
     >Pépin</hi> ( <hi rend="italic">Théologie cosmique et théologie chrétienne</hi>, <lb/> Paris
     1964, p. 355 e n. 4), il quale delinea alcune fasi della complessa tradizione del
     platonismo<lb/>e dell’aristotelismo, sottolineando il ruolo degli scritti dossografici ( <hi
      rend="italic">ibid.,</hi> pp. 17-32; 353-355;<lb/>493-510). Analogamente E. Bickel sottolinea,
     in merito alla diffusione della dottrina delle cause<lb/>espresse tramite le proposizioni, il
     ruolo delle dossografie aristoteliche che si diffusero tra il I<lb/>secolo a.C. e il II d.C.
     (cfr. E. <hi rend="smallcaps">Bickel</hi>, <hi rend="italic">art. cit.,</hi> pp. 13-14).
    </note> , e così è per l’intero orizzonte del discorso entro<lb/>cui si muove l’esposizione dei
    modi platonici dell’essere. All’ <hi rend="italic">idea</hi> e all’ <hi rend="italic">idos </hi>
    si<lb/>giunge infatti attraverso un lungo discorso preliminare che intende chiarire
    la<lb/>nozione di <hi rend="italic">quod est</hi> inteso come <hi rend="italic">genus
    generale</hi> , tramite le nozioni di <hi rend="italic">genus</hi> e <hi rend="italic"
    >species</hi>,<lb/> la cui dettagliata trattazione è ampiamente ispirata alla dottrina delle <hi
     rend="italic">Catego-<lb/>riae</hi>
    <note xml:id="ftn20" place="foot" n="21"> Cfr. Seneca, <hi rend="italic">Ep.,</hi> 58, 8-14 e
     Aristoteles, <hi rend="italic">Categoriae,</hi> 5. </note>
    <hi rend="italic">.</hi>
   </p>
   <p> In Seneca dunque, la distinzione tra <hi rend="italic">idea</hi> e <hi rend="italic"
    >idos</hi> è certamente una contrap-<lb/>posizione, che tuttavia non coincide con la distinzione
    tra platonismo e aristo-<lb/>telismo. La perdurante tradizione nel mondo antico delle opere
    dialogiche di<lb/>Aristotele (quelle composte quando lo Stagirita si trovava ancora
    nell’Accade-<lb/>mia), insieme al ruolo di mediazione svolto dai testi dossografici e dalla
    rifles-<lb/>sione stoica stanno tra le ragioni storiche della posizione senechiana e
    non<lb/>mancheranno di condizionare le fasi successive della trasmissione del
    pensiero<lb/>antico. </p>
   <p> E così che la distinzione terminologica e concettuale tra <hi rend="italic">idea</hi> e <hi
     rend="italic">idos</hi> andrà<lb/>attenuandosi nel seguito della speculazione
    filosofico-religiosa tardoantica e<lb/>medievale, nel processo di riflessione sull’eredità
    platonica e aristotelica e del-<lb/>la loro ricezione nella letteratura cristiana. </p>
   <p>
    <list type="unordered">
     <item> * * * </item>
    </list>
   </p>
   <pb n="48" facs="IDEA/IDEA_48.jpg"/>
   <p> La <hi rend="italic">Quaestio de ideis</hi> di Agostino si può leggere come un testo
    emblematico<lb/>della diversa concezione della nozione di ἰδέα: una volta inserita all’interno
    di<lb/>una visione platonica, le precisazioni terminologiche cedono il posto ad
    una<lb/>successione sinonimica di vocaboli <note xml:id="ftn21" place="foot" n="22"> Sulla
     nozione di sinonimia insiste É. GILSON, <hi rend="italic">Introduction à l’étude de Saint
      Augustin,</hi> Paris<lb/>1931, p. 257: «En realité, la traduction latine correcte du mot grec
     qui les [idées] désigne serait<lb/>
     <hi rend="italic">forma,</hi> ou <hi rend="italic">species.</hi> On le traduit souvent par <hi
      rend="italic">ratio</hi>; mais <hi rend="italic">ratio</hi> correspond exactement à λόγος, et
     non<lb/>à ἰδέα; c’est donc par ‘forme’ que l’on doit traduire leur nom lorsqu’on veut
     s’exprimer correc-<lb/>tement. Toutefois, comme <hi rend="italic">ratio</hi> peut désigner les
     idées en tant que principes de connaissance et<lb/>d’intelligibilité des êtres, on peut
     admettre qu’il signifie, au fond, la même chose; aussi <hi rend="italic">idea</hi>,<lb/>
     <hi rend="italic">forma, </hi>
     <hi rend="italic">species, </hi>
     <hi rend="italic">ratio,</hi> sont-ils finalement chez lui des termes synonymes». </note>. Se
    una partizione viene operata, è fra<lb/>una traduzione letterale, <hi rend="italic">formas vel
     species,</hi> e una traduzione ‘ad sensum’, <hi rend="italic">rationes,<lb/> principales
     formae, rationes rerum stabiles atque incommutabiles</hi>
    <note xml:id="ftn22" place="foot" n="23">
     <hi rend="smallcaps">Sancti Aurelii Augustini </hi>
     <hi rend="italic">De diversis quaestionibus octoginta tribus,</hi> Turnholti 1975, q. 46,
     2,<lb/>p. 71: Ideas igitur Latine possumus vel formas vel species dicere, ut verbum e verbo
     transferre<lb/> videamur. Si autem rationes eas vocemus, ab interpretandi quidem proprietate
     discedimus». </note>. </p>
   <p> Il carattere secondario della questione terminologica è a più riprese mani-<lb/>festato <hi
     rend="italic">expressis verbis,</hi> in apertura e in chiusura della <hi rend="italic"
    >Quaestio</hi> 46. In apertura,<lb/>dove leggiamo: «Ideas Plato primus appellasse perhibetur»,
    non perché prima<lb/>di lui non si conoscesse la nozione di idea, «sed alio fortasse atque alio
    nomine<lb/>ab aliis atque aliis nuncupatae sunt [...]. Hos ergo, si qui fuerunt, non
    existi-<lb/>mandum est ideas ignorasse, quamvis eas alio fortasse nomine vocitaverint.<lb/>Sed
    de nomine hactenus dictum sit» <note xml:id="ftn23" place="foot" n="24">
     <hi rend="italic">Ibid.,</hi> q. 46, 1 , p. 70. </note>. E in chiusura: «Quas rationes, ut
    dic-<lb/>tum est, sive ideas, sive formas, sive species, sive rationes licet vocare, et
    mul-<lb/>tis conceditur appellare quod libet, sed paucissimis videre quod verum est» <note
     xml:id="ftn24" place="foot" n="25">
     <hi rend="italic">Ibid.,</hi> q. 46, 2 , p. 73. </note>, <lb/>con una enumerazione che riassume
    i vari appellativi assunti dalle idee nel<lb/>corso della <hi rend="italic">Quaestio.</hi>
   </p>
   <p> Come si vede, in Agostino l’idea non è come in Platone <hi rend="italic">exemplar,</hi>
    perchè<lb/>non è separata, ma è nel pensiero di Dio stesso. E nel <hi rend="italic">De civitate
     dei</hi> a proposito<lb/>delle idee platoniche, esemplari delle cose secondo la testimonianza
    di Varro-<lb/>ne, si precisa: «Qua in re omitto dicere, quod Plato illas ideas tantam vim<lb/>
    habere dicit, ut secundum eas non caelum aliquid fecerit, sed etiam caelum<lb/> factum sit»
     <note xml:id="ftn25" place="foot" n="26">
     <hi rend="smallcaps">Id.</hi>, <hi rend="italic">De civitate Dei,</hi> Turnholti 1955, VII, 28,
     p. 210. </note> . Nella <hi rend="italic">Quaestio de ideis</hi> dunque, se da un lato, in
    quella che<lb/>potremmo chiamare la sfera della conoscenza, l’intelletto contempla le
    idee<lb/>nella mente divina, dall’altro, nella sfera dell’esistenza è attraverso la
    ‘parteci-<lb/>pazione’ ad esse che tutto esiste («quarum participatione fit ut sit quidquid
    est,<lb/>quomodo est» <note xml:id="ftn26" place="foot" n="27">
     <hi rend="smallcaps">Id.</hi>, <hi rend="italic">De diversis quaestionibus</hi>, cit., q. 46,
     2, p. 73. </note> ). </p>
   <pb n="49" facs="IDEA/IDEA_49.jpg"/>
   <p> Sono note le complesse vicende che caratterizzano la tradizione indiretta<lb/>del pensiero
    greco in particolare di quello platonico e aristotelico, nel corso<lb/>dei secoli che vanno dal
    IV al XII. Alla molteplicità dei filtri culturali platoni-<lb/>ci, arabi e cristiani, attraverso
    i quali vengono tramandati e studiati i pochi<lb/>testi aristotelici disponibili e le relative
    testimonianze, si deve il mutamento di<lb/>prospettiva storica con la quale si guarda ad
    Aristotele. Ne risulta ricorrente il<lb/>tentativo di conciliare la sua filosofia con quella di
    Platone, tentativo del resto<lb/>già intrapreso nell’antichità. Non solo i testi aristotelici
    superstiti sono traman-<lb/>dati in traduzioni accompagnate da commenti di indirizzo platonico,
    quali le<lb/>versioni e i commenti boeziani alle <hi rend="italic">Categoriae,</hi> al <hi
     rend="italic">Perì hermeneias</hi> e all’ <hi rend="italic">Isagogè</hi> di<lb/>Porfirio alle
     <hi rend="italic">Categoriae,</hi> noti dal IX secolo in poi, ma allo Stagirita
    vengono<lb/>attribuite opere di matrice neoplatonica arabizzante, come il <hi rend="italic">De
     causis,</hi> tradotto<lb/>dall’arabo da Gerardo da Cremona ( <hi rend="italic">ante</hi> 1187). </p>
   <p> La distinzione aristotelica tra ἰδέα e εἶδος permane dunque estranea a que-<lb/>sta
    prospettiva. </p>
   <p>
    <list type="unordered">
     <item> * * * </item>
    </list>
   </p>
   <p> Non è un caso se la distinzione lessicale e concettuale tra <hi rend="italic">idea</hi> e <hi
     rend="italic">idos</hi> ritor-<lb/>na, in una mutata atmosfera culturale e con precisi accenti
    senechiani, in vari<lb/>testi del XII secolo appartenenti all’ambiente di Chartres e a quello
    dell’abba-<lb/>zia parigina di S. Vittore. Il più noto di questi testi è il <hi rend="italic"
     >Metalogicon</hi> di Giovanni <lb/>di Salisbury, lettore di Seneca e di Cicerone e inoltre fra
    i primi a conoscere<lb/>l’intero <hi rend="italic">Organon</hi> aristotelico, la <hi
     rend="italic">logica nova,</hi> in quegli anni riportata alla luce dalle<lb/>versioni di
    Giacomo Veneto degli <hi rend="italic">Analytica Posteriora</hi> e dei <hi rend="italic"
     >Sophistici Elenchi</hi><lb/> (1125-1150) e dalla rinnovata circolazione delle versioni
    boeziane ( <hi rend="italic">Analytica<lb/>Priora, Topica, Sophistici Elenchi,</hi> a partire
    dal 1120). </p>
   <p> Una nuova sensibilità per il senso letterale espresso nei testi è presente<lb/>nelle pagine
    dove Giovanni di Salisbury, con un richiamo al rispetto dello<lb/>
    <hi rend="italic">scriptum</hi> («eo ergo deflectitur quidquid scriptum est» <note
     xml:id="ftn27" place="foot" n="28">
     <hi rend="smallcaps">Ioannis Saresberiensis </hi>
     <hi rend="italic">Metalogicon,</hi> ed. C. Webb, Oxford 1929, II, 17, 93 (P.L. 199,<lb/>874 d).
    </note> ) riprende la tematica di<lb/>Bernardo di Chartres e Gilberto Porretano sul modo di
    intendere i rapporti tra<lb/>l’universale e la molteplicità del sensibile, adoperando a questo
    fine le nozioni<lb/>di <hi rend="italic">idea</hi> e <hi rend="italic">idos</hi> in qualità di
    strumenti analitici e chiarificatori della problematica<lb/>implicita nella questione. Il
    recupero terminologico è certamente qui di origi-<lb/>ne senechiana, dal momento che espliciti
    rinvii a Seneca sono presenti nel<lb/>medesimo capitolo in rapporto a questioni presentate nella
     <hi rend="italic">Epistola 58 </hi>: l’esem-</p>
   <pb n="50" facs="IDEA/IDEA_50.jpg"/>
   <p> pio eracliteo del fiume <note xml:id="ftn28" place="foot" n="29"> «Sic et rerum species
     transeuntibus individuis permanent, quemadmodum preter fluenti-<lb/>bus undis motus amnis manet
     in flumine; nam et idem dicitur. Unde illud apud Senecam, alie-<lb/>num tamen: Bis in idem
     flumen descendimus et non descendimus», <hi rend="italic">ibid.,</hi> p. 94 (P.L.
     199,<lb/>875c). </note> e la definizione platonica di idea <note xml:id="ftn29" place="foot"
     n="30"> «Est autem idea, sicut Seneca diffinit, eorum que natura fiunt exemplar eternum», <hi
      rend="italic">ibid.</hi>,<lb/> p. 93 (P.L. 199, 875a). </note> . Seneca è del<lb/>resto lo
    scrittore classico più diffuso in questo secolo dopo Cicerone ed è auto-<lb/>re prediletto da
    Giovanni di Salisbury che lo cita a più riprese, a differenza di<lb/>molti contemporanei che pur
    cogliendone ispirazione e suggestioni non ne<lb/>fanno menzione <note xml:id="ftn30"
     place="foot" n="31"> La diffusione delle <hi rend="italic">Epistole morali</hi> di Seneca, già
     assai note in età patristica e poi con la<lb/>rinascita carolingia, tocca il vertice in questo
     secolo. Manoscritti si trovano numerosi (in parti-<lb/>colare quelli contenenti la prima parte
     dell’opera, le epistole 1-88) nei maggiori centri della<lb/>rinascita del XII secolo, nelle
     scuole cattedrali e presso le biblioteche degli ordini religiosi, dai<lb/>Cistercensi, ai
     Benedettini, agli Agostiniani; non stupisce quindi trovare riferimenti a Seneca<lb/>nelle opere
     di Bernardo di Chiaravalle e Guglielmo di St.-Thierry, di Alano di Lilla, Abelardo
     e<lb/>Guglielmo di Malmesbury. Sulla fortuna di Seneca nel Medio Evo cfr. L. D. <hi
      rend="smallcaps">Reynolds</hi>, <hi rend="italic">The<lb/>Medieval Tradition of Seneca’s
      Letters</hi>, Oxford 1965, in particolare pp. 104-124; M. L. <hi rend="smallcaps">Colish</hi>,
      <hi rend="italic">The<lb/>Stoic Tradition from Antiquity to the Early Middle Ages,</hi> vol.
     I, Leiden 1985, pp. 13-19. </note></p>
   <p> Al futuro vescovo di Chartres non sfugge l’impossibilità di accordare Pla-<lb/>tone e
    Aristotele sul tema degli universali. Lo stesso concetto di <hi rend="italic">formae
    nativae</hi>,<lb/> derivato dal <hi rend="italic">Timeo</hi> platonico da Bernardo di Chartres
     <note xml:id="ftn31" place="foot" n="32"> II ruolo svolto dal commento di Calcidio al <hi
      rend="italic">Timeo</hi> nella formulazione della dottrina delle<lb/>
     <hi rend="italic">formae nativae</hi> nei pensatori della scuola di Chartres è stato illustrato
     da T. <hi rend="smallcaps">Gregory</hi> in <hi rend="italic">Platonismo<lb/>medievale. Studi e
      ricerche</hi> , Roma 1958, cap. IV, <hi rend="italic">Il Timeo e i problemi del platonismo
      medievale,</hi> pp. 53-150.<lb/>Nel 1984 alcune Glosse contenenti una trattazione della
     dottrina delle <hi rend="italic">formae nativae</hi> sono state<lb/>attribuite a Bernardo di
     Chartres da P. E. <hi rend="smallcaps">Dutton</hi>, <hi rend="italic">The uncovering of the
      «Glosae super Platonem» of<lb/> Bernard of Chartres </hi>, «Mediaeval Studies», 46 (1984), pp.
     192-221. </note> e mediante la cui ‘con-<lb/>formità’ alle idee Gilberto di Poitiers aveva
    tentato di connettere l’universale<lb/>con gli attributi delle cose individuali <note
     xml:id="ftn32" place="foot" n="33"> «Porro alius, ut Aristotelem exprimat, cum Gilleberto
     episcopo Pictavensi universalita-<lb/>tem formis nativis attribuit et in earum conformitate
     laborat», <hi rend="smallcaps">Ioannis Saresberiensis </hi>
     <hi rend="italic">Metalogi-<lb/>con,</hi> cit., II, 17, pp. 94-95 (P.L. 199, 875 d). </note> ,
    viene sottoposto ad una serrata disa-<lb/>mina, dove riemerge la dicotomia già riscontrata in
    Seneca: «Est autem forma<lb/>nativa originalis exemplum et que non in mente dei consistit, sed
    rebus creatis<lb/>inheret. Hec Greco eloquio dicitur <hi rend="italic">idos,</hi> habens se ad
    ideam ut exemplum ad<lb/> exemplar; sensibilis quidem in re sensibili, sed mente concipitur
    insensibilis;<lb/>singularis quoque in singulis, sed in omnibus universalis» <note
     xml:id="ftn33" place="foot" n="34">
     <hi rend="italic">Ibid.,</hi> p. 95 (P.L. 199, 875 d-876 a). Sul debito, non solo
     terminologico, di Giovanni di<lb/> Salisbury nei confronti di Seneca cfr. E. <hi
      rend="smallcaps">Garin</hi> e T. <hi rend="smallcaps">Gregory</hi>, rispettivamente in <hi
      rend="italic">Studi sul platoni-<lb/>smo medievale,</hi> Firenze 1958, pp. 50-53, e in <hi
      rend="italic">Platonismo medievale,</hi> cit., p. 113 n. 4. </note>. Da un lato quindi<lb/>la
     <hi rend="italic">forma nativa, </hi> l’ <hi rend="italic">idos,</hi> che è <hi rend="italic"
     >exemplum,</hi> copia; dall’altro l’ <hi rend="italic">idea, </hi> l’ <hi rend="italic"
     >exemplar,</hi> il modello </p>
   <pb n="51" facs="IDEA/IDEA_51.jpg"/>
   <p> originale, secondo lo schema dell’esemplarismo platonico. L’una, sensibile, è<lb/>nelle cose
    create, l’altra, insensibile, è nella mente divina. </p>
   <p> La dicotomia fra <hi rend="italic">idos</hi> e <hi rend="italic">idea,</hi> che è anche
    subordinazione assiologica del<lb/>primo termine al secondo, si colloca nell’ambito della più
    ampia articolazione<lb/>gerarchica dei principi di origine platonica, che è caratteristica
    peculiare della<lb/>dottrina delle <hi rend="italic">formae nativae</hi> quale è esposta da
    Giovanni di Salisbury (rintraccia-<lb/>bile anche in formulazioni della medesima dottrina
    espresse da altri) e che<lb/>trova un suo antecedente nella enumerazione gerarchica dei principi
    nelle <hi rend="italic">Epi-<lb/>stole</hi> 58 e 65 di Seneca <note xml:id="ftn34" place="foot"
     n="35"> J. Pépin osserva a questo proposito come la matrice ultima della classificazione
     gerar-<lb/>chica delle cause nella sua forma sistematica sia piuttosto rintracciabile nei testi
     di Aristotele che<lb/>in quelli di Platone, e come essa sia confluita nella tradizione
     platonica attribuendole un colori-<lb/>to aristotelizzante attraverso i testi degli stoici e le
     successive dossografie, tra le quali si colloca<lb/>appunto l’ <hi rend="italic">Epistola</hi>
     65 di Seneca. Cfr. J. <hi rend="smallcaps">Pépin</hi>, <hi rend="italic">op. cit.,</hi> p. 31.
    </note>. Tale concezione emerge con maggiore chiarezza da<lb/>un altro passo del <hi
     rend="italic">Metalogicon</hi> , dove se ne indica espressamente l’ascendenza<lb/>platonica:
    «Hanc autem veram existentiam [Plato] partiebatur in tria, que<lb/> rerum principia statuebat;
    Deum scilicet, materiam, et ideam, siquidem hec in<lb/>sui natura immutabilia sunt. Nam Deus
    usquequaque immutabilis est; reliqua<lb/>duo quodammodo immobilia, sed in effectibus ab invicem
    variantur. Materiam<lb/>quippe advenientes forme disponunt, et quodammodo motui reddunt
    obno-<lb/>xiam; et item forme materiei contactu quadam ratione variantur et, ut ait Boe-<lb/>
    tius in Arismeticis, in vertibilem transeunt inconstantiam. Ideas tamen, quas<lb/> post Deum
    primas essentias ponit, negat in seipsis materie admisceri aut ali-<lb/>quem sortiri motum; sed
    ex his forme prodeunt native scilicet imagines exem-<lb/>plarium, quas natura rebus singulis
    concreavit. Hinc in libro de Trinitate Boe-<lb/>tius: Ex his formis, que preter materiam sunt,
    ille forme venerunt, que in<lb/>materia sunt et corpus efficiunt» <note xml:id="ftn35"
     place="foot" n="36"> IOANNIS <hi rend="smallcaps">Saresberiensis</hi>, <hi rend="italic"
      >Metalogicon,</hi> cit., IV, 35, p. 205 (P.L. 199, 938b). </note>. La triade platonizzante
    Dio, idea, materia,<lb/> si articola così nella più complessa gerarchia Dio, idea, forme native,
    materia<lb/>(dove le forme native svolgono un ruolo di mediazione tra le idee e la
    mate-<lb/>ria), sviluppata da Gilberto di Poitiers nel Commento al <hi rend="italic">De
     Trinitate</hi> di Boezio<lb/>cui qui Giovanni di Salisbury rinvia. I tre principi platonici
    sono per natura<lb/>immutabili, ma secondo gradi diversi. Dio è assolutamente immutabile,
    men-<lb/>tre la materia e l’idea sono sottoposti a variazioni reciproche nei loro
    effetti.<lb/>Non potendo le idee, prime essenze immediatamente dopo Dio,
    mescolarsi<lb/>direttamente con la materia ed essere quindi affette dal movimento, dalle
    idee<lb/>nascono forme che ne sono la copia e che la natura crea insieme agli
    oggetti<lb/>individuali, rendendole soggette al mutamento grazie al contatto con la mate-<lb/></p>
   <pb n="52" facs="IDEA/IDEA_52.jpg"/>
   <p> ria. È così che anche la materia è dotata di moto, ricevendo varie disposizioni<lb/>dal
    sopraggiungere delle forme <note xml:id="ftn36" place="foot" n="37"> È da notare che in merito
     alla posizione secondaria delle idee rispetto a Dio, il platoni-<lb/>smo di ascendenza boeziana
     è da integrare in Giovanni di Salisbury con il richiamo a un’analoga<lb/>ascendenza
     eriugeniana; cfr. T. <hi rend="smallcaps">Gregory</hi>
     <hi rend="italic">Platonismo medievale,</hi> cit., p. 114. <lb/> Giovanni di Salisbury aveva
     esposto il proprio pensiero anche in un ampio poema, l’ <hi rend="italic">Enthe-<lb/>ticus de
      dogmate philosophorum</hi> (1159), dove descriveva il flusso discendente da Dio alle cose
     indivi-<lb/>duali, che oltre che struttura ontologica della realtà si fa anche strumento e
     metodo di conoscen-<lb/>za razionale del reale. In termini che si colorano di partecipazionismo
     neoplatonico scriveva:<lb/>«Est idea boni verorum fons et origo, / quorum causa nitet in
     ratione Dei. / Lux accensa nimis<lb/>et non accensa caducis, / ut videant homines, se minuendo
     facit. /[...] Haec eadem vero dat<lb/>nomen participata, / nam subiecta sibi dicere vera
     potest. /[...] > Est idea potens veri substantia,<lb/>quae rem / quamlibet informat, et facit
     esse, quod est. / Omne, quod est verum, convincit<lb/>forma vel actus ; / nec falsum dubites,
     si quid utroque caret. / Forma suo generi quaevis addicta<lb/>tenetur, / et peragit semper,
     quicquid origo iubet. / Ergo quod in forma nativa constat, agitve,<lb/>/ quod natura manens in
     ratione monet, / esse sui generis, verum quid dicitur; idque / indicat<lb/>effectus, aut sua
     forma probat. / Hinc aliud verum rerum connectio monstrat, / quam sine<lb/>compositis nemo
     videre potest; / est intellectus verus, quia concipit ipsam» ( <hi rend="italic">Entheticus
      maior,</hi> vv. <lb/> 383-407, ed. j. van Laarhoven, Leiden 1987, vol. I, pp. 131, 133). Tutto
     il discorso ruota intor-<lb/>no alla questione del criterio di verità che qui si identifica
     neoplatonicamente con l’idea del<lb/>bene. Gerarchicamente disposti sono criteri di verità:
     Dio, alla sommità in quanto causa della<lb/>verità stessa; a un livello inferiore, adeguata ai
     limiti dell’uomo, sta l’idea del bene, in quanto<lb/>fonte e origine del vero; idea possente,
     in quanto sostanza della verità e capace di dare forma e<lb/>atto alle cose. La forma e l’atto
     sono a loro volta criteri di verità, senza i quali nulla può essere<lb/>vero; mentre la forma è
     aristotelicamente connessa al proprio genere, così da agire in accordo<lb/>con la propria
     origine ideale. In altre parole è criterio di verità la stessa connessione esistente<lb/>tra
     l’idea (origine della forma), la forma nativa congiunta al proprio genere, e il loro
     effetto:<lb/>«Veri fons, idea boni, quod sunt, facit esse / singula pro generis conditione sui.
     / Hoc rerum<lb/> causae manat de fonte, suisque / respondent causis omnia lege data. / Lex est
     causarum series:<lb/> natura creata / effectus causis assimulando parit; / causarum series
     disponit summa potestas /<lb/>in forma numeri, ponderis atque modi ; / quodque potestatis ratio
     disponit ab aevo / dispensan-<lb/>te manu, tempora certa vident. / Causarum series 'natura’
     vocatur; ab illa / sensili hic mundus<lb/>contrahit esse suum» (<hi rend="italic">ibid.,</hi>
     vv. 597-608, p. 145). </note>. </p>
   <p> Si ripropone qui l’influenza del <hi rend="italic">Timeo</hi> platonico : la riflessione
    sulle pagine<lb/>dedicate da Calcidio alla nozione di γένος γεννητόν <note xml:id="ftn37"
     place="foot" n="38"> Cfr. <hi rend="italic">Timaeus a Calcidio translatus commentarìoque
      instructus,</hi> ed. J. H. Waszink («Plato latinus»<lb/>IV), Londinii et Leidae 1962, p. 50
      (<hi rend="italic">Timeo</hi> 52a): CCCXXX p. 324, XXXXLVII p. 329. </note> e la formulazione
    della<lb/>dottrina delle <hi rend="italic">formae nativae</hi> da essa derivata ha aperto ancora
    una volta il plato-<lb/>nismo, come già in Seneca, a istanze derivanti dall’esigenza di inserire
    gli ele-<lb/>menti sensibili e naturali nel quadro di un modello conoscitivo. </p>
   <p> Ancora in una <hi rend="italic">Glossa</hi> al <hi rend="italic">De Trinitate</hi> di Boezio,
    appartenente al medesimo<lb/>ambiente e attribuita a Teodorico di Chartres <note xml:id="ftn38"
     place="foot" n="39"> Cfr. N. M. <hi rend="smallcaps">Häring</hi>, Commentaries on Boethius by
     Thierry of Chartres and his School, Toronto<lb/>1971, Glosa super Boethii librum De Trinitate ,
     p. 257 sgg. </note> si ritrovano associati la conce- </p>
   <pb n="53" facs="IDEA/IDEA_53.jpg"/>
   <p> zione scalare dei principi dell’essere e l’uso ermeneutico delle nozioni di <hi rend="italic"
     >idos</hi> e<lb/>
    <hi rend="italic">idea</hi> nell’ambito della problematica sugli universali, in connessione con
    la que-<lb/>stione di derivazione platonica ( <hi rend="italic">Parmenide</hi> ) dell’unità e
    molteplicità delle idee,<lb/>affrontata nel Commento di Calcidio al <hi rend="italic">Timeo</hi>
    <note xml:id="ftn39" place="foot" n="40"> Cfr. <hi rend="italic">Timaeus,</hi> cit., CCLXXII pp.
     276-277, su cui cfr. T. <hi rend="smallcaps">Gregory, </hi>
     <hi rend="italic">Platonismo medievale,</hi> cit.,<lb/>pp. 117-118. </note>. Nel processo di
    materializzazio-<lb/>ne delle idee concepite da Dio e poi unite alla materia, all’interno di una
    conce-<lb/>zione esemplarista vengono individuati una serie di livelli distinti.
    Dapprima<lb/>Dio, che è forma; successivamente le idee ( <hi rend="italic">ydea </hi> ) ; infine
    la forma materiata ( <hi rend="italic">in-<lb/>materiata</hi> ), che più che forma è immagine (
     <hi rend="italic">imago</hi> ) e propriamente è detta <hi rend="italic">ydos:<lb/> «Diximus
     igitur superius quod forma inmateriata non est forma sed imago. Non<lb/>enim in se veritatem
    </hi> habet sed ex fluxu materie variatur, ideoque a philosophis<lb/>ydos non ydea nominatur»
     <note xml:id="ftn40" place="foot" n="41"> N. M. <hi rend="smallcaps">Häring</hi>, <hi
      rend="italic">op. cit.,</hi> p. 275. </note>. La nozione di <hi rend="italic">ydos</hi> serve
    dunque a individuare e<lb/>ridefinire una classe particolare di forme, impropriamente dette
    tali, subordina-<lb/>te all’unica forma, quella divina; l’ <hi rend="italic">ydos</hi> è una
    “forma immateriata”, calata nella<lb/>materia e nel mutamento, diventata quindi immagine. Si
    ripropone così la dico-<lb/>tomia tra <hi rend="italic">ydos </hi> e <hi rend="italic">
    ydea,</hi> dicotomia reinserita a sua volta nella successione di valori<lb/>che regola il flusso
    che conduce da Dio fino alle cose individuali: «Si quis vero<lb/>consideret quomodo mens
    naturaliter genitiva sit et conceptiva formarum atque<lb/>ydearum, intelliget quomodo forma Deus
    sit [.. .]. Ita forma, que Deus est, cum<lb/> formet ydeas, perfectionem actus conferens eis,
    unit eas materie eas cogendo<lb/>immateriari. Que tunc nec satis recte forme dici possunt cum
    imagines sint veri-<lb/>tatis formarum» <note xml:id="ftn41" place="foot" n="42"> Ibid. </note>.
    Il medesimo concetto è ribadito più oltre: «Inde est quod<lb/>nec vere forma est quia
    inmateriata est. Sed ea et consimilibus abutimur vocan-<lb/>do eas formas cum potius sint
    imagines formarum. Non enim sunt ydee sed<lb/>ydos» <note xml:id="ftn42" place="foot" n="43">
     <hi rend="italic">Ibid.,</hi> p. 279. Su questi temi è tornato recentemente T. Gregory,
     collocandoli nel quadro<lb/>più ampio e articolato dell’eredità platonica medievale e mettendo
     in luce, tra l’altro, gli svilup-<lb/>pi ora ‘esemplaristi’ ora ‘partecipazionisti’ dei
     pensatori di Chartres; cfr. T. <hi rend="smallcaps">Gregory</hi>
     <hi rend="italic">The Plato-<lb/>nic Inheritance,</hi> in <hi rend="italic">A History of
      Twelfth Century Western Philosophy,</hi> Cambridge 1988, in particolare<lb/> pp. 70-77.
    </note></p>
   <p> Ancora in una nota marginale a Boezio, rilevata in un codice del convento<lb/>fiorentino di
    S. Marco, ritorna, con esplicito riferimento a Seneca, la coppia <hi rend="italic"
     >ydos,<lb/>idea,</hi> presentata come una bipartizione della causa formale in causa esemplare
    e<lb/>causa formale propriamente detta: «Seneca autem formalem [causam] in duas<lb/> divisit,
    scilicet in <hi rend="italic">ideam</hi> et <hi rend="italic">idos,</hi> appellans <hi
     rend="italic">ideam</hi> exemplarem, <hi rend="italic">idos</hi> formalem» <note xml:id="ftn43"
     place="foot" n="44"> E. <hi rend="smallcaps">Garin</hi>, <hi rend="italic">Studi sul platonismo
      medievale,</hi> cit., p. 53. Una eco del dibattito dottrinale si ritro-<lb/>va, come è
     naturale, nelle definizioni di <hi rend="italic">idos</hi> e <hi rend="italic">idea</hi>
     presenti nei lessici dell’epoca, in cui <hi rend="italic">idos</hi><lb/> svolge ancora una
     volta un ruolo rilevante; cfr., tra gli altri, <hi rend="smallcaps">Uguccione Pisano</hi>, <hi
      rend="italic">Magnae derivatio-<lb/>nes,</hi> alla voce <hi rend="italic">ydos:</hi> «Ydos
     grece, latine dicitur forma unde hoc ydea, idest forma vel exemplum.<lb/>Unde Plato voluit quod
     ydee omnium rerum fuissent in mente divina antequam in<lb/> corpora», dove è rilevabile un
     fraintendimento che fa derivare <hi rend="italic">idea</hi> da <hi rend="italic">idos</hi>
     attraverso <hi rend="italic">forma</hi> (citato<lb/>da E. <hi rend="smallcaps">Garin</hi>, <hi
      rend="italic">op. cit.,</hi> p. 53 n. 1, ora in C. <hi rend="smallcaps">Riessner</hi>, <hi
      rend="italic">Die «Magnae derivations» des Uguccione da Pisa</hi>,<lb/> Roma 1965, p. 225).
    </note>. </p>
   <pb n="54" facs="IDEA/IDEA_54.jpg"/>
   <p> Un ulteriore esempio non solo della diffusione delle <hi rend="italic">Epistole morali</hi>
    di<lb/>Seneca nei maggiori centri di attività culturale del XII secolo, ma anche
    della<lb/>fecondità della sua distinzione tra <hi rend="italic">idea</hi> e <hi rend="italic"
     >idos</hi> è rintracciabile nel trattato <hi rend="italic">De<lb/>unitate divinae essentiae et
     pluralitate creaturarum,</hi> inizialmente attribuito ad Anselmo<lb/> di Canterbury sulla
    scorta di Giovanni da Ripa <note xml:id="ftn44" place="foot" n="45"> Cfr A. <hi rend="smallcaps"
      >Combes</hi>, <hi rend="italic">Un inédit de Saint Anselme? Le traité «De unitate divinae
      essentiae et pluralitate<lb/>creaturarum», d’après Jean de Ripa</hi>, Paris 1944. </note> , e
    in seguito ad Acardo di S.<lb/>Vittore <note xml:id="ftn45" place="foot" n="46"> Cfr. M. - ΤH.
      <hi rend="smallcaps">D’Alverny</hi> A<hi rend="italic">chard de Saint- Victor. De Trinitate -
      De unitate et pluralitate creatu-<lb/>rarum</hi>, «Recherches de Théologie ancienne et
     médiévale», 21 (1954), pp. 299-306; J. <hi rend="smallcaps">Châtillon</hi>, <lb/><hi
      rend="italic"> Achard de Saint - Victor et le 'De discretione animae, spiritus et
     mentis</hi>', «Archives d’histoire doctrinale et<lb/>littéraire du Moyen Age», 39 (1964), pp.
     7-35. Cfr. <hi rend="smallcaps">Achard de Saint-Victor</hi><hi rend="italic">, L’unité de
      Dieu<lb/>et la pluralité des créatures</hi> [<hi rend="italic">De unitate (Dei) et pluralitate
      (creaturarum)</hi>], a c. di E. Martineau,<lb/>Saint-Lambert des Bois, 1987. </note>.
    Rifacendosi esplicitamente a Seneca, l’autore del <hi rend="italic">De unitate</hi>
    propone<lb/>un’analogia fra la bipartizione senechiana e due dei tre termini nei quali
    si<lb/>articola la propria concezione della forma: «Has principales rerum formas, id<lb/> est
    ideas, Seneca distinguit ab hiis quas idos nominat, illas constituens in actu<lb/>et materia
    operis, has in mente et intellectu artificis» <note xml:id="ftn46" place="foot" n="47"> A.
     Combes , <hi rend="italic">op. cit.,</hi> p. 46. Cfr. Seneca, <hi rend="italic">Ep.,</hi> 58,
     20. </note> . Acardo aveva infatti<lb/>distinto tre tipi di forme, collocate a livelli
    differenti, nei quali si ritrova il<lb/>principio gerarchico altrove rilevato: «Et forma quidem
    cujusque rei prima<lb/>nullatenus est formata, sed solum forma, in qua tamen res ipsa dici
    potest sem-<lb/>per fuisse formata, sed intellectu, non actu, ut sit intellectualis quaedam
    ejus<lb/>ibi formatio aeterna, vel quaedam forma ipsius ibi intellectualiter et
    aeternali-<lb/>ter formata, in re vero forma temporaliter actu ipso formata et facta. Et
    est<lb/>prima prorsus aeterna, non mutabilis, et, ut dictum est, non modo in Dei ver-<lb/>bo,
    sed et ipsum Dei Verbum. Secunda vero, si nominatur aeterna et immuta-<lb/>bilis, ut supra
    ostendimus, non tamen propter substantiam, sed solum propter<lb/> ibi existendi, id est
    intelligendi, modum, nec est Verbum ipsum, sed ex Verbo,<lb/> quamvis nondum in actu. Tertia
    vero omnino est temporalis et variabilis, et<lb/> secundum substantiam, quod non prima, et
    secundum existendi motum, quod<lb/>non prima nec secunda» <note xml:id="ftn47" place="foot"
     n="48"> A. <hi rend="smallcaps">Combes</hi>, <hi rend="italic">op. cit.,</hi> pp. 47-48.
    </note> . Al di là della ‘prima forma’, assolutamente non<lb/>formata, sostanzialmente eterna e
    immutabile, coincidente con il Verbo di Dio<lb/>stesso, l’ <hi rend="italic">idea</hi> è
    associabile alla ‘seconda forma’, detta anche, con linguaggio<lb/> mutuato da Agostino, <hi
     rend="italic">forma principalis,</hi> formata nella mente divina ma non in </p>
   <pb n="55" facs="IDEA/IDEA_55.jpg"/>
   <p> atto, eterna non sostanzialmente ma grazie al fatto di derivare la propria esi-<lb/>stenza
    dal Verbo divino. L' <hi rend="italic">idos</hi> sarebbe quindi omologo al terzo tipo di
    forma,<lb/>formata e prodotta in atto e nel tempo, nelle cose. </p>
   <p> La costruzione filosofica dell’autore del <hi rend="italic">De unitate</hi> utilizza
    strumenti sia<lb/>aristotelici, qui la nozione di atto, sia platonico-agostiniani, sia
    compositi,<lb/>come i testi di Seneca. Il recupero del passo dell’ <hi rend="italic"
    >Epistola</hi> 58, 20 non resta isola-<lb/>to; al contrario un’effettiva attenzione alla
    problematica sulle idee ivi esposta è<lb/>dimostrata dalla presenza di due ampie citazioni dalle
     <hi rend="italic">Epistole</hi> 58, 18-19 e 65, 7,<lb/> l’una comprendente la nota definizione
    dell’idea, l’altra riaffermante la collo-<lb/>cazione delle idee ( <hi rend="italic"
    >figurae</hi> ) nella mente divina <note xml:id="ftn48" place="foot" n="49"> «Hae sunt, ut
     sentit Augustinus, quae a philosophis saecularibus et a Platone primo<lb/> appellatae sunt
     ideae, quas idem Augustinus testatur non solum esse, sed solas vere esse, et in<lb/>quibus
     tantam vim constituit ut sine earum intelligentia nemo unquam sapiens esse potuerit.<lb/> Has
     Plato diffinit aeterna exemplaria eorum quae natura fiunt; Augustinus vero vult eas
     etiam<lb/>exemplaria esse eorum quae artifìcialiter fiunt. De hiis Seneca ad Lucilium ita
     prosequitur: Ter-<lb/>tium est genus quae proprie innumerabilia hic sunt et extra nostra posita
     conspectum. Quae sunt<lb/>interrogas? Propria Platonis suppellex est, ideas vocans ex quibus
     omnia quaecumque videmus<lb/>fiunt, et ad quas cuncta formantur. Heae immortales, immutabiles,
     inviolabiles, in sequentibus<lb/>epistolis ejusdem ostenduntur: ad illa, inquit, mittamus
     animum quae aeterna sunt, miremur in<lb/>sublimi volitantes omnium rerum formas ; haec
     exemplaria, inquit, rerum omnium Deus intra se<lb/> habet numerosque universorum quae agenda
     sunt et modos mente complexus est plenus hiis<lb/>figuris quas ideas Plato appellat» (<hi
      rend="italic">ibid.,</hi> pp. 44-45). </note>. </p>
   <p> Il nuovo clima che costituisce lo sfondo delle riflessioni di Giovanni di<lb/> Salisbury,
    Teodorico di Chartres e Acardo di S. Vittore, rendendole possibili, è<lb/>quello cui si
    accennava della ‘rinascita’ del XII secolo, in cui tanta parte han-<lb/>no le versioni
    aristoteliche. </p>
   <p> Chi si accinse in quell’epoca alla traduzione delle opere aristoteliche<lb/>dovette
    probabilmente rilevare che l’ ἰδέα vi appare come l’obiettivo polemico<lb/>privilegiato, in
    contrapposizione al quale si costruisce la concezione originale<lb/>di Aristotele. Se è vero che
    le idee platoniche sono indicate nei testi dello<lb/>Stagirita oltre che con ἰδέαι anche con
    εἶδη <note xml:id="ftn49" place="foot" n="50"> Cfr. Η. <hi rend="smallcaps">Bonitz</hi>, <hi
      rend="italic">Index aristotelicus,</hi> Berlin 1870, rist. anast. Graz 1955, <hi rend="italic"
      >sub vocibus</hi> ἰδέα, <lb/> εἶδος. Tra la vastissima letteratura esistente sulla polemica
     antiplatonica, la quale più che essere<lb/>una polemica condotta direttamente contro Platone
     può considerarsi il contributo dello Stagirita<lb/>al dibattito intorno alle idee sviluppatosi
     nell’Accademia vivente lo stesso Platone e poi prose-<lb/>guito dai suoi successori, rinvio qui
     al classico L. <hi rend="smallcaps">Robin</hi>, <hi rend="italic">La théorie platonicienne des
      idées nombres<lb/>d’après Aristote,</hi> Paris 1908 e al recente M. <hi rend="smallcaps"
      >Isnardi Parente</hi>, <hi rend="italic">Le aporie delle idee</hi>, in <hi rend="italic"
      >L’eredità di<lb/>Platone nell’Accademia antica,</hi> Milano 1989, pp. 13-29. </note>, è senza
    dubbio significativo che<lb/>la costruzione originale della dottrina aristotelica della forma
    avvenga intorno<lb/>al termine εἶδος, connesso a una costellazione di nozioni e di termini da
    cui<lb/>le ἰδέαι sono escluse. </p>
   <p> Ne risulta, nelle versioni greco-latine, la fedele riproduzione del testo a </p>
   <pb n="56" facs="IDEA/IDEA_56.jpg"/>
   <p> livello terminologico. La costante presenza di <hi rend="italic">idea</hi> per ἰδέα e di <hi
     rend="italic">species</hi> per εἶδος,<lb/> con scarsissime eccezioni, è particolarmente marcata
    e significativa. Essa infat-<lb/>ti è caratteristica comune dell’insieme del <hi rend="italic"
     >corpus</hi> aristotelico che viene reso<lb/>noto ai latini: dalle opere logiche, in cui ἰδέα è
    scarsamente attestato, alla fisica<lb/>e la psicologia; alla metafisica e all’etica, dove assume
    un ruolo di rilievo; fino<lb/>alla biologia. Essa è inoltre caratteristica comune dei numerosi
    traduttori che<lb/>tra XII e XIII secolo in luoghi, tempi e scuole diverse portarono a
    compimen-<lb/>to l’opera. Dalle versioni anonime del XII secolo all’opera del maggior
    tradut-<lb/>tore di quella stessa epoca, Giacomo Veneto, fino a Roberto Grossatesta
    e<lb/>Guglielmo di Moerbeke, operanti nel secolo successivo <note xml:id="ftn50" place="foot"
     n="51"> Cfr. <hi rend="italic">Aristoteles latinus,</hi> 21 voll., finora editi, Bruges, Paris,
     Bruxelles, Leiden 1957-1986. </note>. Rappresenta dun-<lb/>que un esempio estremo della
    letteralità e della corrispondenza parola per<lb/>parola tipiche delle versioni medievali.
    Generalmente infatti l’uso costante di<lb/>un vocabolo in corrispondenza di un medesimo termine
    greco è tratto distinti-<lb/>vo di un traduttore, tale da consentire a livello filologico di
    distinguere la sua<lb/>opera da quella di altri. </p>
   <p> Il tradizionale criterio della traduzione letterale che caratterizza tutta la<lb/>rinascita
    medievale si arricchisce così in questo contesto di nuove valenze. Il<lb/>ritorno al testo
    originale di Aristotele impone una verifica delle incerte dottri-<lb/>ne trasmesse attraverso
    forme mediate e permette nuove interpretazioni, dan-<lb/>do origine a nuovi problemi a livello
    linguistico e teorico. Il ‘significato’ dot-<lb/>trinale si rivela ora di nuovo direttamente
    connesso ai ‘significanti’ presenti<lb/>nei testi che erano rimasti a lungo celati a chi si
    dedicava all’indagine filosofi-<lb/>ca e i cui elementi superstiti avevano subito profonde
    metamorfosi nel corso<lb/>della propria trasmissione culturale. Le contaminazioni neoplatoniche
    e arabe<lb/>che accompagnano anche questa rinascita aristotelica, attraverso le
    traduzioni<lb/>arabo-latine e quelle dei grandi commenti neoplatonici e arabi, nulla
    tolgono<lb/>al rilievo storico della riappropriazione di un tale patrimonio dottrinale. </p>
   <p> Tanto più significativa e innovativa risulta quindi la scelta lessicale opera-<lb/>ta in
    questo periodo, se la si compara, sul terreno omologo delle versioni ari-<lb/>stoteliche
    greco-latine, alla scelta operata da Boezio agli inizi del VI secolo.<lb/>Nelle versioni dell’
     <hi rend="italic">Organon</hi> Boezio non usa mai il vocabolo <hi rend="italic">idea.</hi> Per
    rendere<lb/> ἰδέα si serve dei più diffusi <hi rend="italic">species </hi> (<hi rend="italic"
     >Isagoge Porphjrii, Topica</hi> ) e <hi rend="italic"> forma </hi> ( <hi rend="italic"
    >Topica</hi>) <note xml:id="ftn51" place="foot" n="52"> Cfr. AL <hi rend="italic">Categoriarum
      supplemento, Porphyrii Isagoge,</hi> Bruges-Paris 1966, p. 25, dove la pre-<lb/>senza del
     greco ἰδέα è dubbia nella tradizione dell’originale (Busse 16.16); AL <hi rend="italic"
     >Topica,</hi> Bruxelles-<lb/>Paris 1969. </note>. <lb/> Mentre dallo spoglio di alcune sue
    opere dottrinali e commenti emerge alme-<lb/>no un uso particolarmente significativo di <hi
     rend="italic">idea,</hi> in un contesto del commento<lb/>ai <hi rend="italic">Topica</hi> di
    Cicerone dove Boezio non si sottrae alla costatazione della diver- </p>
   <pb n="57" facs="IDEA/IDEA_57.jpg"/>
   <p> genza sulla natura dei generi universali tra Platone e Aristotele: sostenitore<lb/>l’uno
    dell’esistenza di idee immateriali come sostanze separate, l’altro di generi<lb/>come contenuti
    mentali: «Notionem vero [Cicero] appellat, quod Graeci ἒννο-<lb/> ιαν vel πρόληψιν dicunt. Huius
    haec est definitio: <hi rend="italic">Notio est insita et ante percepta<lb/>cuiusque formae
     cognitio enodationis indigens.</hi> Haec vero definitio hinc tracta est, quod<lb/>Plato ideas
    quasdam esse ponebat, id est, species incorporeas substantiasque<lb/> constantes et per se ab
    aliis naturae ratione separatas, ut hoc ipsum homo,<lb/>quibus participantes ceterae res homines
    vel animalia fierent. At vero Aristote-<lb/>les nullas putat extra esse substantias, sed
    intellectam similitudinem plurimo-<lb/>rum inter se differentium substantialem genus putat esse
    vel speciem. Nam<lb/>quum homo atque equus differant rationabilitate atque irrationabilitate,
    horum<lb/>intellecta similitudo efficit genus» <note xml:id="ftn52" place="foot" n="53"> Cfr. L.
     COOPER, <hi rend="italic">A Concordance of Boethius, The five Theological Tractates and the
      Consolation of<lb/>Philosophy</hi>, Cambridge, Mass., 1928; > A. M. SEVERINI BOETHII<hi
      rend="italic"> In Categorias Aristotelis</hi>, PL, 64; ID., <lb/><hi rend="italic">
      Commentarii in librum Aristotelis Peri Hermeneias</hi>, ed. C. Meiser, Leipzig 1877, 1880; ID.
      <hi rend="italic">In Isagogen<lb/>Porphyrii Commenta</hi>, ed. S. Brandt (CSEL 48), Lipsiae
     1906. Per il passo citato cfr. ID.,<hi rend="italic"> In Ciceronis<lb/> Topica</hi>, in M.T.
     Ciceronis Opera, ed. I. C. Orelli-I. G. Baiter, vol. V, Zürich 1833, p. 331. </note>. </p>
   <p> Sostenitore delle versioni letterali, autore di traduzioni che saranno lette<lb/>fino al XIII
    secolo, innovatore del lessico filosofico, egli non rifugge in gene-<lb/>rale dagli imprestiti
    greco-latini. Il suo comportamento in questo caso può<lb/>essere compreso sulla base di alcune
    considerazioni. Prima di tutto la margina-<lb/>lità della nozione di ἰδέα nella problematica
    logica di Aristotele e la conse-<lb/>guente assimilazione a εἶδος, con cui condivide il campo
    semantico di <hi rend="italic">species,<lb/> attestato nelle <hi rend="italic">Categoriae,</hi>
     nell’ <hi rend="italic">Isagoge</hi> di Porfirio alle <hi rend="italic">Categoriae</hi> (dove
     in due luo-<lb/>ghi </hi> εἶδος, è reso con <hi rend="italic">forma</hi> ), nel <hi
     rend="italic">De interpretatione,</hi> negli <hi rend="italic">Analytica Priora,</hi> nei <hi
     rend="italic">Topica</hi><lb/> e nei <hi rend="italic">Sophistici Elenchi</hi>
    <note xml:id="ftn53" place="foot" n="54"> Cfr. AL <hi rend="italic">Categoriae vel
     Praedicamenta</hi>, Bruges-Paris 1961;<hi rend="italic"> De Interpretatione vel
     Periermeneias</hi>,<lb/> Bruges-Paris 1962; <hi rend="italic">De sophisticis elenchis</hi>,
     Leiden-Bruxelles 1975. </note>. Accanto a queste considerazioni interne al testo
    aristo-<lb/>telico, se ne possono aggiungere altre di carattere più generale, relative al
    lessi-<lb/>co della lingua latina. <hi rend="italic">Idea</hi> è imprestito che entra nel latino
    in età imperiale,<lb/>con Seneca, come si è visto, e che mantiene in grado eminente il carattere
    di<lb/>vocabolo di origine greca, e in particolare la sua connessione con la
    filosofia<lb/>platonica. Raramente infatti viene usato da solo; si ritiene quasi sempre
    neces-<lb/>sario farlo seguire da una esplicazione del suo significato, per mezzo di
    una<lb/>perifrasi in cui <hi rend="italic">forma, species, exemplar, exemplum</hi> sono i
    termini più ricorrenti.<lb/>Scarsamente attestato in età imperiale, oltre che in Seneca, in
    Apuleio, gode di<lb/>una relativa diffusione nel IV secolo, in concomitanza con lo sviluppo
    delle<lb/>problematiche neoplatoniche e cristiane nella cultura latina. Lo ritroviamo,<lb/>oltre
    che precedentemente in Tertulliano, nel Commento di Calcidio al <hi rend="italic">Timeo</hi></p>
   <pb n="58" facs="IDEA/IDEA_58.jpg"/>
   <p> e in Mario Vittorino, in Ambrogio e nell’ <hi rend="italic">Asclepio.</hi> Tra IV e V secolo
    è in Ser-<lb/>vio, oltre che in Agostino naturalmente, e nel Commento di Macrobio al <hi
     rend="italic">Som-<lb/>nium Scipionis</hi> ; ancora tra V e VI secolo in Marziano Capella e in
    Cassiodo-<lb/>ro <note xml:id="ftn54" place="foot" n="55"> Cfr. <hi rend="italic">Thesaurus
      linguae latinae,</hi> Leipzig 1900-, vol. VII 1934, <hi rend="italic">sub voce</hi> idea.
    </note>. </p>
   <p> Non doveva perciò configurarsi come una scelta scontata per Boezio<lb/>l’adozione di questo
    vocabolo, che restò scarsamente diffuso nell’antichità,<lb/>inclusa quella più tarda. </p>
   <p> Quanto alle versioni medievali, pur essendo ἰδέα e εἶδος affini etimologi-<lb/>camente e
    semanticamente, in esse se ne mantiene, come si è detto, la distin-<lb/>zione lessicale. All’uso
    sinonimico di <hi rend="italic">idea, forma, species</hi>, che era stato caratteri-<lb/>stico di
    tutta una tradizione, si sostituisce ora una specializzazione nell’uso ter-<lb/>minologico (<hi
     rend="italic">idea, species</hi>) che rinvia alla distinzione concettuale esistente tra
    la<lb/>concezione platonica e quella aristotelica dell’universale. La costanza
    lessicale,<lb/>che sia o meno dettata da una consapevole distinzione dottrinale, avrà
    l’esito<lb/>fondamentale di fornire un testo sul quale una lettura orientata
    dottrinalmente<lb/>troverà un terreno privilegiato rispetto ad un testo caratterizzato da
    un’oscilla-<lb/>zione terminologica. </p>
   <p> ’Ιδέα è infatti l’universale platonico, l’esemplare ideale, eterno, rispetto al<lb/>quale il
    mondo sensibile è copia, imitazione, partecipazione. Εἶδος è l’universa-<lb/>le aristotelico
    che, nel suo doppio statuto ontologico e logico, rappresenta il<lb/>tentativo di colmare la
    lacuna tra sensibile e intelligibile lasciata aperta dal<lb/>pensiero platonico. </p>
   <p> Nell’ordine ontologico εἶδος, che si contrappone a ὒλη, è forma della<lb/>materia e forma del
    composto di materia e forma, il sinolo. Nell’ordine logico<lb/> εἶδος, che si connette a γένος,
    è ancora una volta l’universale, ma in quanto<lb/>specie, elemento classificatorio connesso alla
    definizione e alla gerarchia che<lb/> conduce alla sostanza, all’οὐσία. </p>
   <p> Tra le scarse eccezioni di questa costante lessicale propria del corpus delle<lb/>traduzioni,
    si rivela particolarmente significativa quella che si riscontra nella<lb/>versione detta <hi
     rend="italic">composita</hi> o <hi rend="italic">vetus</hi> dei primi quattro libri della <hi
     rend="italic">Metaphysica,</hi> risalente<lb/>agli anni precedenti il 1236 e costituita da una
    revisione anonima del testo di<lb/>Giacomo Veneto. Le ἰδέαι platoniche, oggetto della critica
    cui è dedicata gran<lb/>parte del libro I, sono rese solo due volte con <hi rend="italic"
    >idea.</hi> Nella versione anonima,<lb/>vengono per lo più indicate con <hi rend="italic"
    >forma</hi> e in un contesto anche con <hi rend="italic">species</hi>
    <note xml:id="ftn55" place="foot" n="56"> Cfr. AL <hi rend="italic">Metaphysica,</hi> lib. I-IV.
     4, transl. Iacobi sive ‘Vetustissima’ cum Scoliis et transl.<lb/> Composita sive ‘Vetus’, ed.
     G. Vuillemin-Diem, Bruxelles-Paris 1970. </note>. Ne<lb/>risulta quindi una interscambiabilità
    tra <hi rend="italic">idea, forma</hi> e <hi rend="italic">species,</hi> a rendere la
    conce-<lb/>zione platonica espressa nel testo greco ora con ἰδέα ora con εἶδος. </p>
   <pb n="59" facs="IDEA/IDEA_59.jpg"/>
   <p> Può essere considerato, questo, un esempio specifico di quanto osservava<lb/>a un livello più
    generale Michaud-Quantin nella voce <hi rend="italic">species</hi> del redigendo<lb/>
    <hi rend="italic">Glossaire du latin philosophique médiéval</hi>. I medievali comprendono,
    correttamente,<lb/>che in Aristotele la <hi rend="italic">species</hi> è la <hi rend="italic"
     >forma,</hi> nel senso che nella <hi rend="italic">species</hi> (εἶδος) sono<lb/>presenti le
    caratteristiche di universalità che fino ad allora si erano attribuite<lb/>prevalentemente alla
     <hi rend="italic">forma</hi>
    <note xml:id="ftn56" place="foot" n="57"> Cfr. P. <hi rend="smallcaps">Michaud-Quantin,</hi>
     <hi rend="italic">Les champs sémantiques de 'species’. Tradition latine et traductions du
      <lb/>grec</hi>, in<hi rend="italic"> Etudes sur le vocabulaire philosophique du Moyen
     Age</hi>, Roma 1970, p. 139. </note>. Ne risulta una sovrapposizione terminologica<lb/>che,
    soprattutto nelle versioni meno letterali, come è questa detta <hi rend="italic">composita</hi>,
    <lb/>non sempre giova alla comprensione di quell’aspetto della problematica aristo-<lb/>telica
    consistente nella sua differenziazione dalla problematica platonica.<lb/>L’universalità dell’
    εἶδος in senso aristotelico è infatti diversa dall’universalità<lb/> dell’ἰδέα platonica. </p>
   <p> L’ipotesi formulata dall’editrice del testo Gudrun Vuillemin-Diem in<lb/>merito alla
    provenienza di questa versione potrebbe costituire un complemen-<lb/>to alla comprensione delle
    sue caratteristiche. La <hi rend="italic">composita</hi> potrebbe infatti pro-<lb/>venire da
    ambienti scolastici del secondo quarto del XIII secolo, e in partico-<lb/>lare essere parte di
    quelle revisioni delle versioni aristoteliche ordinate da<lb/>Papa Gregorio IX nel 1231, in
    seguito ai divieti antiaristotelici del 1210 e<lb/>1215 <note xml:id="ftn57" place="foot" n="58"
     > Cfr. G. DIEM, <hi rend="italic">Les traductions gréco-latines de la «Métaphysique» au moyen
      âge: le problème de la<lb/>«Metaphysica Vetus»,</hi> «Archiv fur Geschichte der Philosophie»,
     49 (1967), pp. 7-71, in particolare<lb/> pp. 36-52. </note>. Ciò spiegherebbe la natura meno
    letterale della versione e la presenza<lb/>di scelte lessicali legate all’esigenza di fornire
    una lettura del testo mediante<lb/>termini e concetti propri di quella filosofia che si
    affermava nelle Scuole. </p>
   <p> Nell’ambito della medesima tendenza ad una maggiore concettualizzazio-<lb/>ne delle
    traduzioni si pone un altro esempio di allontanamento dalla prassi che<lb/>ha visto rendere
    costantemente ἰδέα con <hi rend="italic">idea.</hi> Si tratta di un passo ancora della<lb/>
    <hi rend="italic">Metaphysica</hi> , nella versione di Guglielmo di Moerbeke ( <hi rend="italic"
     >ante</hi> 1272). Il luogo del<lb/>libro VII, libro di importanza centrale, dedicato alla
    trattazione della sostanza<lb/>e appartenente alla fase matura del pensiero aristotelico, è di
    estremo interesse<lb/>anche perché Aristotele vi affronta la questione assai dibattuta nel XIII
    secolo<lb/>del duplice ruolo della forma, come sostanza e come forma del composto di<lb/>materia
    e forma, il sinolo. Dopo aver affermato che si dicono sostanze l’essen-<lb/>za, l’universale, il
    genere e il sostrato, Aristotele precisa che il sostrato suole<lb/>identificarsi in primo luogo
    con la materia (ὒλη), in secondo luogo con la for-<lb/>ma (μορφή), e in terzo luogo con ciò che
    è composto di entrambe. E precisa:<lb/>«Tale vero modo quodam materia (ὒλη) dicitur et alio modo
    forma (μορφή),<lb/> tertio vero quod ex iis (dico autem materiam quidem es, et formam figuram </p>
   <pb n="60" facs="IDEA/IDEA_60.jpg"/>
   <p> speciei (τὴν δὲ μορφὴν τὸ σχῆμα τῆς ἰδέας), et quod ex hiis statuam totam), ergo<lb/>si
    species (εἶδος) materia est prior et magis ens, et ipso ex utrisque prior erit<lb/> propter
    eandem rationem» <note xml:id="ftn58" place="foot" n="59">
     <hi rend="italic">Metaphysica Guillelmi</hi>, 1029, 1-8. </note>. </p>
   <p> Si può notare in questo passo un’alta concentrazione di termini apparte-<lb/>nenti al campo
    semantico della forma. Da un lato εἶδος, che assume una sua<lb/>priorità ontologica, in quanto è
    anteriore alla materia e al composto di materia<lb/>e forma; dall’altro μορφή, la forma da
    connettere alla materia, che è perciò τὸ <lb/> σχῆμα τῆς ἰδέας, reso da Guglielmo di Moerbeke
    con <hi rend="italic">figura speciei.</hi> Mentre μορφή<lb/> resta <hi rend="italic">forma</hi>
    e εἶδος resta <hi rend="italic">species,</hi> riconnettendosi quest’ultima alla tematica
    del<lb/>sinolo <note xml:id="ftn59" place="foot" n="60"> Devo la possibilità di formulare questa
     osservazione alla cortesia dell’editrice del testo<lb/>G. Vuillemin-Diem che mi ha permesso di
     utilizzare l’apparato critico della <hi rend="italic">Metaphysica Guillelmi</hi><lb/>
     attualmente in preparazione. </note>. </p>
   <p> Ed è appunto intorno a εἶδος, ora <hi rend="italic">species,</hi> ora <hi rend="italic"
     >forma,</hi> che si snoderà la spe-<lb/>culazione scolastica che prende le mosse dalla
    riflessione sulle versioni aristo-<lb/>teliche. E se <hi rend="italic">idea</hi> manterrà la sua
    netta connotazione platonica, <hi rend="italic">forma</hi> sarà ora<lb/>attratto nell’area
    semantica di ἰδέα, ora in quella di εἶδος, assumendo di volta<lb/>in volta sfumature platoniche
    o aristoteliche <note xml:id="ftn60" place="foot" n="61"> Un caso particolare di questa
     fenomenologia è riscontrabile nei testi di Avicenna, sia<lb/>nel lessico dell’originale arabo
     che in quello delle versioni arabo-latine di Domenico Gundissal-<lb/>vi (XII s.). R. <hi
      rend="smallcaps">Walzer</hi> (<hi rend="italic">Gedanken zur Geschichte der philosophischen
      Terminologie,</hi> «Archiv für Geschi-<lb/>chte der Philosophie», 50 (1968), pp. 110-11)
     osservava che nell’intento di cogliere la duplice<lb/>valenza ontologica e logica di εἶδος, i
     testi arabi introducono una distinzione attribuendo al ter-<lb/>mine <hi rend="italic">sūra
     </hi> l’accezione ontologica (sia aristotelica che platonica) e a <hi rend="italic">naw</hi>
     quella logica. La distin-<lb/>zione è fedelmente riprodotta nelle versioni latine: a <hi
      rend="italic">sūra</hi> corrisponde <hi rend="italic">forma,</hi> che connota
     l’uni-<lb/>versale sia platonico che aristotelico; a <hi rend="italic">naw</hi> corrisponde
     invece <hi rend="italic">species.</hi> L’osservazione di Walzer<lb/>trova oggi conferma nei
     ‘lessici’ dell’ <hi rend="italic">Avicenna latinus: Liber de anima,</hi> 2 voll., Leiden 1968,
     1972;<lb/>
     <hi rend="italic">Liber de philosophia prima,</hi> 3 voll., ivi 1977-1983; <hi rend="italic">De
      generatione et corruptione,</hi> ivi 1987, tutti editi a<lb/>cura di S. Van Riet. </note>. </p>
   <p> Le connotazioni platoniche prevarranno particolarmente nel XII secolo,<lb/>fino al momento in
    cui i testi aristotelici non entreranno effettivamente a far<lb/>parte della cultura filosofica
    occidentale, gradualmente distinguendosi dall’in-<lb/>volucro platonizzante entro il quale erano
    pervenuti. </p>
   <p> È quanto osservava con grande lucidità Marie-Dominique Chenu: «La<lb/> métaphysique de la <hi
     rend="italic">forme</hi> était alors (au XII e siècle) portée par une histoire
    plus<lb/>complexe, plus copieuse, plus subtile encore que la métaphysique de la causali-<lb/>té.
    Les Chartrains en avaient fait, grâce surtout à Boèce, l’une des bases de<lb/>leurs spéculations
    [. . .] Mais, en donnant ainsi une admirable expression à la<lb/>doctrine chrétienne de l’image
    de Dieu dans l’homme, cette haute philosophie<lb/>perdait pour une part sa rigueur théorique;
    elle allait la récupérer, à la fin du</p>
   <pb n="61" facs="IDEA/IDEA_61.jpg"/>
   <p> siècle, à mesure que l’on connaissait mieux, directement ou par les intermé-<lb/> diaires
    arabes, l’hylèmorphisme aristotélicien. La pénétration d’Avicenne, en<lb/>syncrétisme avec
    Érigène et la tradition boécienne, donne alors à <hi rend="italic">forma</hi> une<lb/>densité
    spécifique qu’on n’aurait pu trouver chez Abèlard. [...] la notion de<lb/>
    <hi rend="italic">forme</hi> soutenait, selon les écoles, parfois dans la même école, de par la
    dialecti-<lb/>que équivoque des concepts, tantôt un réalisme des idées et des essences,
    tan-<lb/>tôt une doctrine des objets formels à base d’abstraction. [. ..] Le
    syncrétisme<lb/>décourageant de cette période ne pourra s’éclairer, au siècle suivant, que par
    le<lb/>déblocage d’écrits pseudo-aristotéliciens ) et par des<lb/>options rigoureuses sur la
    composition métaphysique de l’être» <note xml:id="ftn61" place="foot" n="62"> M.-D. <hi
      rend="smallcaps">Chenu</hi>, <hi rend="italic">La théologie au XII siècle, </hi> Paris 1957,
     pp. 311-312. </note>. </p>
   <p> Quanto a <hi rend="italic">species</hi>, >vocabolo chiave della speculazione nel XIII secolo
    e<lb/>all’inizio del XIV, esso andrà sempre più connotandosi in base a due
    accezioni<lb/>principali, quella logica e quella metafisica, aprendo così un altro capitolo
    del-<lb/>la riflessione sull’eredità antica e medievale condotta a partire dalla
    ‘rinascita’<lb/>del XII secolo. </p>
  </body>
 </text>
</TEI>
