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            <title>SPECULAZIONE E SUPERAMENTO ESTETICO IN SCHILLER</title>
            <author><name>Lino</name>
               <surname>Rizzi</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p>Biblioteca digitale Progetto Agorà</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
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               <title level="m">SPECULAZIONE E SUPERAMENTO ESTETICO IN SCHILLER</title>
               <author>Lino Rizzi</author>
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               <publisher>Edizioni dell'Ateneo</publisher>
               <editor/>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope> pp. 29-35 (Collana Lessico Intellettuale Europeo, XLV)</biblScope>
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            <docAuthor>Lino Rizzi</docAuthor>
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               <titlePart>SPECULAZIONE E SUPERAMENTO ESTETICO IN SCHILLER</titlePart>
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         <pb n="29" facs="LP/LP3_29.jpg"/>
         <p> Un motivo costante, che attraversa orizzontalmente il pensiero di Schiller<lb/>al di là
            delle sue varie fasi, è individuabile nell’idea della subordinazione<lb/>dell’io pratico
            al soggetto estetico e all’arte quale forma di oggettivazione supe-<lb/>rindividuale. Il
            primato estetico, espresso da Schiller nei <hi rend="italic">Briefen,</hi> fa la sua
            prima<lb/>comparsa nella sua concezione dell’arte drammatica e della funzione
            educativa<lb/>del teatro formulata nello scritto <hi rend="italic">Was kann eine gute
               stehende Schaubühne eigentlich<lb/>wirkend?</hi>
            <note xml:id="ftn0" place="foot" n="1">1 Per i testi qui citati cfr. : F. <hi
                  rend="smallcaps">Schiller</hi>, <hi rend="italic">Sämtliche Werke, </hi> Bd. V, a
               cura di J. Fricke e<lb/>H. G. Gopfert, München 1962; in questo volume sono pubblicati
               gli scritti fìlosofìco-estetici. Il<lb/>breve testo qui citato è una lezione tenuta
               nel 1784, cf. pp. 818-31. I corsivi nelle citazioni sono<lb/>nostri.</note> La
            superiorità dell’arte rispetto all’etica, alla storia ed alle altre<lb/>manifestazioni
            dello spirito umano, muove dall’interpretazione del dramma.<lb/>Nel dramma, infatti,
            l’uomo si rivela come un’unità pratica rappresentata: è<lb/>questa la prima formulazione
            dell’istanza di un <hi rend="italic">medium</hi>, che si ponga tra la<lb/>morale
            dell’individuo e la legge dello Stato, per conciliarli in una sfera supe-<lb/>riore.
            Sebbene il teatro dia luogo ad un’intersoggettività solo estetica,
            Schiller<lb/>manifesta qui chiaramente la fiducia nella possibilità di individuare nelle
            atti-<lb/>vità extra-normative dell’artista la fonte per la ricomposizione delle varie
            parti<lb/>della società in un’opinione pubblica, il cui ispiratore rimane tuttavia
            sempre il<lb/>«genio». </p>
         <p> Il soggetto oltre ad essere concepito da Schiller come un fascio di attua-<lb/>zioni
            dell’animo, assume in modo particolare il carattere dell’autoreferenza<lb/>come
            autorappresentazione estetica. Questo si attua attraverso un incontro tra<lb/>le
            esigenze «architettoniche», <hi rend="italic">architektonisch,</hi>della creatività
            estetica con l’ele-<lb/>mento dell’autoconoscenza, <hi rend="italic"
            >Selbsterkenntnis.</hi> Quest’ultimo concetto presenta forti<lb/>analogie con il suo
            equivalente nella tradizione mistica: nella creazione Dio<lb/>attua se stesso nelle
            creature, vi si riconosce ed ammira se stesso, riconducendo<lb/>la creatura a sé
            attraverso il rispecchiamento nel proprio <hi rend="italic">Ebenbild,</hi> l’uomo.
            Agi-<lb/>re e rappresentare non sono intesi come due attività separate ma
            costituiscono<lb/>l’attuazione di una medesima natura, nella quale il secondo è il
            prolungamento<lb/>del primo. Il soggetto non obbedisce soltanto all’imperativo di agire
            in modo </p>
         <pb n="30" facs="LP/LP3_30.jpg"/>
         <p> moralmente corretto, ma obbedisce anche all’istanza che la sua azione «ap-<lb/>paia»
               <hi rend="italic">(scheinen)</hi>, «si mostri <hi rend="italic">(zeigt sich)</hi>
            moralmente bella». Farsi un’immagine del-<lb/>la propria natura gli è altrettanto
            inerente quanto darsi una legalità pratica.<lb/>L’uomo scopre l’identità della sua
            essenza in quella particolare attività in cui<lb/>egli, come un pittore di fronte al
            modello, «dipinge» il suo fare e traendone<lb/>un’immagine lo dota di oggettività e lo
            converte in farsi: </p>
         <p> Die höchste Philosophie <hi rend="italic">endigt</hi> in einer poetischen idée, so die
            höchste Moralität,<lb/>die höchste Politik. Der dichterisce Geist ist es, der allen
            dreien <hi rend="italic">als Ideal vorzeichnet,<lb/>
            </hi> welchem sich anzunähern ihre höchste Volkommenheit ist. </p>
         <p>
            <hi rend="italic">In semen Taten mahlt, sich der Mensch, und welche Gestalt ist es, die
               sich in dem Drama der<lb/>jetzigen Zeit abbildet...</hi>. <note xml:id="ftn1"
               place="foot" n="2"> Cfr. per la prima citazione la lettera alla contessa Schimmelmann
               del 4 novembre 1795;<lb/>per la seconda cf. il <hi rend="italic">Brief</hi> V, sul
               tema cfr. anche il <hi rend="italic">Brief </hi> VII. </note></p>
         <p> Il termine e il concetto di <hi rend="italic">Volkommenheit </hi> va inteso qui non
            solo come per-<lb/>fezionare estetica, ma anche e soprattutto come compimento, espresso
            dal ter-<lb/>mine <hi rend="italic">endigen</hi>; esso significa quindi ad un tempo
            l’atto più alto nel processo di<lb/>attuazione dello spirito umano e l’immagine che lo
            compone in ideale. L’atti-<lb/>vità estetica assume nella sua funzione sintetica il
            carattere dell’autoreferenza<lb/>in quanto non è intesa aristotelicamente come <hi
               rend="italic">mimesis</hi>, ma piuttosto kantiana-<lb/>mente come l’esibizione della
            natura archetipa del soggetto. In Schiller però,<lb/>in forza della subordinazione
            dell’etica e della conoscenza teoretica all’estetica,<lb/>il soggetto, per conoscersi,
            deve uscire da sé e rispecchiarsi nella bellezza così<lb/>come l’occhio di chi vede si
            vede a sua volta nell'immagine riflessa nella<lb/>pupilla dell’occhio veduto. L’immagine
            artistica, quindi, è il farsi idea del sog-<lb/>getto in quanto si prolunga
            nell’oggettivo, e nell’apparire ( <hi rend="italic">Schein</hi> ) ricompone in<lb/>unità
            le sue parti e si redime dal pericolo di disperdersi in azioni frammenta-<lb/>rie. Va
            qui sottolineato come il campo semantico del termine <hi rend="italic">Schein</hi>
            includa<lb/>una valenza sistematica: lo <hi rend="italic">scheinen</hi> va visto in
            connessione con i sintagmi <hi rend="italic">schöne<lb/>Freiheit</hi> e <hi
               rend="italic">Anmut und Würde</hi> a significare il completamento dell’azione
            morale<lb/>nell’«apparire» esteticamente gradita. L’artista non imita, dunque, in
            quanto<lb/>«il genio è il talento che dà la regola all’arte»; <note xml:id="ftn2"
               place="foot" n="3"> Cfr. il paragrafo 46 della <hi rend="italic">Kritik der
                  Urtheilskraft</hi>
            </note> ciò significa che l’immagina-<lb/>zione estetica non è imitazione in quanto
            produce una natura originaria che<lb/>ancora non è stata attuata. Ma alla creatività,
            all’idea che il «genio» sia la<lb/> manifestazione della natura, Schiller associa — già
            nel periodo che precede<lb/>l’influsso kantiano — l’elemento transsoggettivo della
            rappresentazione teatra-<lb/>le: l’opera d’arte in tanto è natura in quanto compone
            l’intuizione soggettiva<lb/>dell’artista nel rigore della forma estetica, che stilizza
            il sentire <hi rend="italic">(erleben)</hi> e l’im-</p>
         <pb n="31" facs="LP/LP3_31.jpg"/>
         <p> maginare soggettivo in vicenda umana archetipa. Nella concezione schilleriana<lb/>della
            tragedia opera in modo rigoroso, se non la <hi rend="italic">mimemis,</hi> certamente la
            conce-<lb/>zione assiologica che Aristotele ha formulato della tragedia come un <hi
               rend="italic">dramma</hi> ,<lb/>ossia come una successione di momenti scanditi ma
            tenuti assieme nel princi-<lb/>pio dell’unità dell’azione, che li orienta
            teleologicamente ad un unico fine: </p>
         <p> Bedigungen... der tragischen Rührung. .. Erstlich muß der Gegestand unser<lb/>Mitleid
            zu unsrer Gattung im ganzen Sinn dieses Wortes gehören und die Handlung,<lb/>an der wir
            teilnehmen sollen, eine moralische, d.i. unter dem Gebiet der Freiheit<lb/>begriffen
            sein. Zweitens müß uns das Leiden, seine Quelle und seine Grade, in einer<lb/>Folge
            verknüpfter Begebenheiten vollständig mittgeteilt und zwar dritter sinnlich
            ver-<lb/>gegenwärtigt, nicht mittelbar durch Beschreibung, sonder <hi rend="italic"
               >unmittelbar durch Hand-<lb/>lung dargestellt werden </hi> Alle diese Bedigungen
            vereinigt und erfüllt die Kunst der<lb/> Tragedie <note xml:id="ftn3" place="foot" n="4"
               > Cfr. <hi rend="italic">cit.</hi> p. 388. </note>. </p>
         <p> È in questo elemento pratico che Schiller ravvisa la superiorità
            dell’arte<lb/>drammatica sulle altre forme artistiche, ed in particolare sul romanzo in
            quan-<lb/>to narrazione. Il romanzo infatti allontana l’azione poiché inserisce il
            narratore<lb/>tra il lettore e il protagonista, con la conseguenza di convertire il
            «presente» in<lb/>«passato». Viceversa la tragedia, comportando l’unità di esecuzione e
            fruizione,<lb/>di protagonista e di spettatore, supera lo iato provocato dal tempo.
            Grazie a<lb/>tale atemporalità essa racchiude in un ciclo compiuto l’insieme delle
            attività<lb/>della natura umana, in quanto eleva la sfera antropologica dell’ <hi
               rend="italic">empfinden</hi> in<lb/>quella estetica del <hi rend="italic"
            >darstellen</hi> : sulla scena l’interiorità del singolo è esibita nella<lb/>forma, non
            è quindi semplicemente «detta», ma è «agita». La drammatizzazio-<lb/>ne supera il
            momento estetico soggettivo della fantasia, poiché la potenza della<lb/>composizione si
            inserisce nella legalità dell’agire pratico e lo sussume al tempo<lb/>stesso in un’unità
            più compiuta. Infatti l’intuizione estetica svolge la funzione<lb/>speculativa poiché,
            pur essendo essa stessa un’attività del soggetto pratico, non<lb/>sottopone l’azione ad
            un’architettonica teleologica o normativa, ma sostituisce<lb/>al fine e all’imperativo
            lo <hi rend="italic">Spiel </hi> che in tanto supera la sfera morale e la
            ripro-<lb/>duce speculativamente, in quanto si fa attività <hi rend="italic"
               >disinteressata</hi> , e tuttavia, appunto,<lb/>
            <hi rend="italic">agita</hi>: è da essa infatti che proviene il «terzo regno», come
            prodotto del «gioco<lb/>e della parvenza» ( <hi rend="italic">Spiel und Schein</hi>),
            ove l’istinto estetico scioglie l’uomo dalle<lb/>costrizioni sia fisiche che morali
               <note xml:id="ftn4" place="foot" n="5"> Cfr. <hi rend="italic">Brief</hi> XXVII.
            </note> . Non è l’enunciazione di una massima ma è<lb/>l’esibizione di una <hi
               rend="italic">lebendige Intuition</hi> , di una natura ideale e assieme reale, ove
            la<lb/>parola si identifica con l’attuazione. Per questo della tragedia si può dire: «un </p>
         <pb n="32" facs="LP/LP3_32.jpg"/>
         <p> prodotto di questo genere è forse anche il più grande prodotto dello spirito<lb/>umano»
               <note xml:id="ftn5" place="foot" n="6"> Cfr. <hi rend="italic">cit.,</hi> p. 819.
            </note>. </p>
         <p> Ma se l’autoreferenza si arrestasse alla teoria e alla superiorità di tale
            pro-<lb/>duzione, Schiller non avrebbe fatto altro che correggere Kant in una
            subordi-<lb/>nazione della morale all’estetica al modo stesso in cui Fichte aveva
            sottoposto<lb/>l’io teoretico a quello pratico; invece l’arte drammatica apre un nuovo
            oriz-<lb/>zonte alla problematica dell’io speculativo, quello dell’interlocutore nelle
            vesti<lb/>di spettatore. Come è possibile — ci si chiede — che l’autoproduzione
            della<lb/>natura archetipa attraverso il «genio» possa divenire principio di
            autoreferenza<lb/>anche per coloro che non entrano attivamente nell’attività estetica?
            Quale for-<lb/>ma di partecipazione e di identificazione opera nell’arte drammatica se
            si pre-<lb/>scinde dalla partecipazione produttrice? A questi interrogativi Schiller
            rispon-<lb/>de con il ricorso al motivo — di sapore neoplatonico e mistico — del
            rispec-<lb/>chiamento: </p>
         <p> Die Freiheit der Geister wird bei dem Schönen in die Sinnenwelt eingeführt und<lb/>die
            reine dämonische Flamme läßt hier... auf dem Spiegel der Materie, wie der<lb/>Tag auf
            den Morgenwolken, ihre ätherischen Farben spielen <note xml:id="ftn6" place="foot" n="7"
               > Cfr. la lettera ad Augustenburger dell’11 novembre 1793. </note>. </p>
         <p> La funzione del teatro non consiste tanto nell’effetto catartico di liberare<lb/>dalle
            passioni o attraverso le passioni suscitate dalle immagini, quanto di situa-<lb/>re per
            l’uomo il momento etico in un confronto diretto, «viso a viso», tra il<lb/>suo essere
            pratico e la propria interiorità. Il teatro è per il singolo lo «spec-<lb/>chio» della
            sua anima, in forza della dimensione ideale che la sua conoscenza<lb/>della natura umana
            assume, in quanto è una possibilità di rappresentazione<lb/>virtualmente illimitata: </p>
         <p> [...] ein <hi rend="italic">offener Spiegel</hi> des menschlichen Lebens, auf welchem
            sich die<lb/>geheimsten Winkelzüge des Herzens illuminirt und fresko zurückwerfen <note
               xml:id="ftn7" place="foot" n="8"> Cfr. <hi rend="italic">cit.,</hi> p. 811. </note>. </p>
         <p> Tale idea del teatro come specchio e della sua superiorità rispetto alla<lb/>coscienza
            del singolo individua una sfera di oggettivazione e pubblicizzazione<lb/>dell’interiore,
            ove la limitatezza pratica si supera nell’infinità compiuta — <hi rend="italic"
               >Vol-<lb/>lkommenheit</hi> — dell’atto estetico. Qui si nota con maggior evidenza
            l’analogia,<lb/>cui già abbiamo accennato, tra conoscenza divina e conoscenza umana con
            il<lb/>rapporto di <hi rend="italic">Selbsterkenntnis </hi> come riconoscersi
            nell’anima, ove l’uomo finito<lb/>completa la propria conoscenza di sè attraverso il
            rispecchiamento nel divino.<lb/> In quanto abbraccia l’intero ambito del sapere umano —
            «gettando luce in </p>
         <pb n="33" facs="LP/LP3_33.jpg"/>
         <p> ogni angolo del cuore» — il teatro mette l’uomo davanti ai suoi segreti pensie-<lb/>ri
            e a quegli istinti non rilevati dalla sfera pratica, e richiama alla
            coscienza<lb/>pubblica il regno delle intenzioni che non vengono espresse in azioni ma
            che<lb/>purtuttavia coabitano con il senso morale: </p>
         <p> weil sie das ganze Gebiet des menschlichen Wissens durchwandert, alle
            Situationen<lb/>des Lebens erschöpft und in alle Winkel des Herzens hinunterleuchtet;
               <note xml:id="ftn8" place="foot" n="9"> Cfr. <hi rend="italic">cit.,</hi> p. 828.
            </note></p>
         <p> Come possibilità di realizzazione di tutti i «caratteri affettivi», in forza
            di<lb/>tale sua specularità, il teatro è inoltre lo scarto tra un ideale di vita
            completa e<lb/>la vita del singolo, costretto a selezionare ed a restringere ad una
            individuazio-<lb/>ne limitata l’infinità dei possibili, giacché il passaggio
            all’esistenza gli impone<lb/>tale rottura e tale distacco dalla totalità. Lo specchio è
            onnicomprensivo, la<lb/>vita è angusta; le immagini dello specchio sono di tutti;
            illuminano tutto l’in-<lb/>teriore dell’io perché, rompendo il rapporto esoterico tra la
            coscienza e gli atti<lb/>senza coscienza, rappresentano una natura archetipa nei tipi e
            nelle modalità<lb/>delle sue manifestazioni. Nella vita il singolo vive se stesso ed il
            sentimento<lb/>che accompagna le sue rappresentazioni, anche le migliori, non si sottrae
            a tale<lb/>restrizione; nella scena, invece, egli vive i fini dello stesso genere. La
            relazione<lb/>speculare è quindi una sussunzione etica dell’individuo affettivo e morale
            sotto<lb/>il genere — umanità — esteticamente riprodotto, operata dall’attività
            creativa<lb/>dello spirito. L’arte non si esprime nè attraverso i <hi rend="italic"
               >fremde Symbole</hi> della legge<lb/>dello Stato e nemmeno rimane chiusa entro i
            comandamenti di una morale<lb/>monastica, ma apre un ambito infinito e dà alimento ad
            ogni forza dell’ani-<lb/>mo: </p>
         <p> die Bühne, die dem nach Tätigkeit dürstenden Geist einen unendlichen
            Kreis<lb/>eröffnet, jeder Seelenkraft Nahrung gibt, ohne eine einzige zu überspannen,
            und die<lb/>Bildung des Verstands und des Herzens mit der edelsten Unterhaltung
            vereinigt <note xml:id="ftn9" place="foot" n="10"> Cfr. <hi rend="italic">cit.,</hi> p.
               821.</note>. </p>
         <p>Nell’impersonalità dello specchio si opera una oggettivazione della mora-<lb/>le che
            rompe le massime meramente soggettive dell’agire e rende la rappresen-<lb/>tazione
            artistica «opera divina», ovvero una <hi rend="italic">Lebensweisheit</hi> tale da
            svelare la<lb/>completezza antropologica dell’individuo. Questo in quanto al soggetto
            indivi-<lb/>duale delle facoltà e del giudizio si sostituisce il <hi rend="italic"
               >furchtbarer Spiegel</hi> della scena,<lb/>che dipinge inesorabilmente tanto le virtù
            quanto i vizi e fa conoscere l’uomo<lb/>attraverso <hi rend="italic">(mit)</hi> l’uomo
            mettendone a nudo il meccanismo secondo cui agisce: </p>
         <pb n="34" facs="LP/LP3_34.jpg"/>
         <p> Ebenso häßlich, als liebenswürdig die Tugend, mahlen sich die die Laster in<lb/>ihrem
            furchtbaren Spiegel ab <note xml:id="ftn10" place="foot" n="11"> Cfr. <hi rend="italic"
                  >cit.,</hi> p. 824 </note>. </p>
         <p> Nell’arte drammatica si svela una sapienza che è sovrumana e purtuttavia<lb/>esercitata
            dall’uomo. Questo Schiller lo esprime assegnando al teatro il compi-<lb/>to di una <hi
               rend="italic">sittliche Bildung</hi>, che deve portare alla costituzione di
            un’opinione pub-<lb/>blica, di una comunità «organica», in cui si riconoscano le varie
            «classi» della<lb/>società. Il tipo di riconoscimento e di unità si fonda sul valore ad
            un tempo<lb/>aristocratico e numinoso dell’arte. Ciò che è negativo nell’individuo,
            infatti, è<lb/>il suo stesso essere «particolare», non il suo essere «immorale»; è che
            egli non<lb/>possa impegnare «tutte le forze dell’anima». E una carenza di realtà, non
            tanto<lb/>una sua distorsione. La terapia suggerita è dunque l’integrazione delle
            parti<lb/>mancanti: il male è rousseauianamente sociale ma la sua soluzione non è
            poli-<lb/>tica ma speculativa. </p>
         <p> Seguendo il modello di Orazio, Schiller assegna alla relazione tra teatro
            e<lb/>spettatore la stessa funzione sociale ed estetica della satira. Essa
            esprime<lb/>l’istanza di un necessario e «salutare» dialogo dell’io con l’io-altro, e
            l’esigenza<lb/>che la misura dell’io sia attinta dalle interazioni del senso comune e
            dalla filo-<lb/>sofia della vita. Ma per sottolineare la dimensione cognitiva e
            transoggettiva<lb/>dell’arte non importa tanto che la forma sia individuata nel <hi
               rend="italic">Witztpiel</hi> (satira),<lb/>ciò che conta per noi è che la superiorità
            educativa del teatro richieda per<lb/>Schiller la presenza di un’osservazione e di una
            valutazione dell’azione dell’io<lb/>dall’esterno. L’osservatore esterno costituisce
            quindi la condizione di possibili-<lb/>tà necessaria ad un rilievo oggettivo e esaustivo
            dell’interiorità, sia di quella<lb/>che si sottrae alla legge positiva, sia di quella
            che sfugge o verso cui indulge la<lb/>coscienza: </p>
         <p> Spott und Verachtung verwunden den Stolz des Menschen empfindlicher,
            als<lb/>Verabscheuung sein Gewissen foltert. Vor dem Schrecklichen verkriecht sich
            unsere<lb/>Feigheit, aber eben diese Feigheit überliefert uns dem Stachel der
            Satire.<lb/>Gesetz und Gewissen schützen uns <hi rend="italic">oft</hi> von Verbrechen
            und Lastern — Lächerlichkei-<lb/>ten verlangen einen eigenene feinem Sinn, den wir
            nirgends mehr als vor dem Schau-<lb/>platze über <note xml:id="ftn11" place="foot"
               n="12"> Cfr. <hi rend="italic">cit.,</hi> p. 825. </note>. </p>
         <p> La superiorità estetica della satira come rappresentazione teatrale, tutta-<lb/>via,
            rispetto alla satira praticata come interazione nella vita quotidiana, sta nel<lb/>fatto
            che, mentre la seconda è diretta sul singolo e lo ferisce, la prima invece,<lb/>liberata
            da acrimonia e ridotta ad una forma universalizzata di vita, si lascia<lb/>accettare
            come un salubre correttivo. </p>
         <pb n="35" facs="LP/LP3_35.jpg"/>
         <p> Lo spettatore non è visto da Schiller come un individuo isolato — in<lb/>questo caso
            costituisce solo la sfera dell’io morale — ma esso è visto come<lb/>pubblico. Pertanto
            la sua partecipazione, espressa nella <hi rend="italic">ästhetische Rührung</hi> , non
            è<lb/>una semplice identificazione del singolo con il protagonista ma — e qui è
            pro-<lb/>babile una certa influenza di Aristotele — è una partecipazione corale, che
            si<lb/>manifesta non tanto in una personale <hi rend="italic">Einfühlung</hi> , quanto
            in una collettiva <hi rend="italic">Mit-<lb/>fühlung </hi> I sentimenti che vengono
            toccati non appartengono immediatamente e<lb/>solamente alla sfera antropologica, ma
            sono già <hi rend="italic">gebildet </hi> nel <hi rend="italic">Geist der Nation </hi>
            Qui<lb/>si pone l’elemento nuovo, operato dal teatro sulle passioni: non una
            semplice<lb/>catarsi ma la costituzione di un costume, una <hi rend="italic">sittliche
               Bildung</hi>
            <note xml:id="ftn12" place="foot" n="13"> Cfr. <hi rend="italic">cit.</hi>, pp. 828-30.
            </note> . Prima di sussu-<lb/>mere l’individuo nel genere e consacrarlo «allo spirito
            del tempo», prima<lb/>quindi della coscienza che è nel tempo ma che si sottrae alla <hi
               rend="italic">Gerichtsbarkeit der<lb/>Zeit,</hi> il teatro sussume l’individuo entro
            una intersoggettività collettiva che<lb/>costituisce qui l’elemento di congiunzione e di
            superamento del soggetto<lb/>morale, ma solo interiore, e del soggetto giuridico, ma
            solo esteriore, nel sog-<lb/>getto pubblico. </p>
         <p> Die Gerichtsbarkeit der Bühne fängt an, wo das Gebiet der Weltlichen Gesetze<lb/>sich
            endigt (...); diese auf der Schaubühne aufgestellten Gemälde mit der Moral
            des<lb/>gemeinen Mannes endlich in eins zusammenfließen und in einzelnen Fälle
            seine<lb/>Empfindung bestimmen (...). Der Mensch ist ein Franz Moor (...); so gewiß
            sichtba-<lb/>re Darstellungen mächtiger wirkt als toter Buchstabe und kalte Erzählung,
            so gewiß<lb/>wirkt <hi rend="italic">die Schaubühne tiefer und dauernder als Moral und
               Gesetze</hi>
            <note xml:id="ftn13" place="foot" n="14"> Cfr. <hi rend="italic">cit.,</hi> pp.
            823-24.</note>. </p>
         <p> Alla giurisdizione resa soltanto «moralmente necessaria dello Stato
            etico»,<lb/>Schiller sovrappone in continuità la superiore forza di conoscenza e di
            coesio-<lb/>ne dello «stato estetico» <note xml:id="ftn14" place="foot" n="15"> Per il
               concetto di stato estetico cfr. il <hi rend="italic">Brief</hi> XXVII.</note>, ossia
            di un «carattere sociale» che può essere dato<lb/>«solo dalla bellezza»: «la
            giurisdizione della scena inizia laddove finisce l’ambi-<lb/>to di validità delle leggi
            mondane» . </p>
         <p> L’elemento soggettivo-architettonico dell’estetica kantiana viene in tal<lb/>modo
            oggettivato entro la cornice di una <hi rend="italic">Öffentlichkeit</hi> che si mostra
            assimilan-<lb/>do all’interno di una relazione intersoggettiva il rapporto illuministico
            tra edu-<lb/>catore ed educando. Ciò che si oggettiva nell’arte è il soggetto dei
            sentimenti<lb/>sociali e naturali, ma il regista dell’oggettivazione, colui che chiude
            l’autorefe-<lb/>renza, rimane aristocraticamente il genio creativo. </p>
      </body>
   </text>
</TEI>
