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            <title>IL MITO NEL LESSICO GIOVANILE SCHELLINGHIANO</title>
            <author><name>Lidia</name>
               <surname>Procesi</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p>Biblioteca digitale Progetto Agorà</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
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            <bibl>
               <title level="m">IL MITO NEL LESSICO GIOVANILE SCHELLINGHIANO</title>
               <author>Lidia Procesi</author>
               <title level="a"/>
               <publisher>Edizioni dell'Ateneo</publisher>
               <editor/>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope> pp. 5-17 (Collana Lessico Intellettuale Europeo, XLV)</biblScope>
               <date/>
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            <docAuthor>Lidia Procesi</docAuthor>
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               <titlePart>IL MITO NEL LESSICO GIOVANILE SCHELLINGHIANO</titlePart>
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         <pb n="5" facs="LP/LP3_5.jpg"/>
         <p> L’ermeneutica del mito, è noto, rappresentò per Schelling un problema<lb/>ricorrente e
            ne accompagnò l’intera vicenda speculativa, sottolineandone si-<lb/>gnificativamente i
            momenti culminanti: dall’idealismo trascendentale e dalla<lb/>filosofia dell’arte
            all’epoca della filosofìa dell’identità, alla complessa e incom-<lb/>piuta meditazione
            sulle età del mondo, all’enigmatico abbozzo della dottrina<lb/>delle potenze nello
            scritto sulle divinità di Samotracia, fino al grande dramma<lb/>teogonico-mitologico
            della filosofia positiva. Molto è stato detto riguardo a<lb/>questa presenza ed alla
            continuità problematica che tuttavia essa attesta: si è<lb/>discussa l’evoluzione, la
            disgregazione o il riaffiorare dei temi speculativi; si è<lb/>sottolineata, più in
            generale, la necessità di analizzare questa tematica in fun-<lb/>zione della migliore
            conoscenza non solo del filosofo ma della sua epoca e se<lb/>ne è messa in luce quindi
            l’attualità o, viceversa, la si è dissolta all’interno di<lb/>tradizioni interpretative
            ricche ma superate. Ciò nonostante i primissimi ab-<lb/>bozzi di una teoria del mito
            formulati da Schelling negli scritti giovanili sono<lb/>tuttora oggetto di scarso
            interesse specifico, e ciò vale in particolare per il pic-<lb/>colo e brillante saggio
               <hi rend="italic">Über Mythen, historische Sagen und Philosopheme der
               ältesten<lb/>Welt</hi> (1793) <note xml:id="ftn0" place="foot" n="1">
               <hi rend="italic">Über Mythen, historische Sagen und Philosopheme der ältesten
               Welt</hi>, in <hi rend="smallcaps">Frierich Wilhelm Joseph<lb/> Schelling</hi>, <hi
                  rend="italic">Historisch-kritische Ausgabe</hi>, im Auftrag der
               Schelling-Kommission der bayerischen<lb/>Akademie der Wissenschaften herausgegeben
               von H. M. Baumgartner, W. G. J. Jacobs,<lb/>H. Krings, H. Zeltner, Reihe I, <hi
                  rend="italic">Werke</hi>,1, pp. 193-246. </note>. L’opinione degli studiosi a
            riguardo è del resto pressoché una-<lb/>nime: questo saggio, sviluppato dalla
            dissertazione latina di dottorato, testimo-<lb/>nia e conferma indubbiamente la
            precocità del genio filosofico schellinghiano<lb/>e rivela una notevole dimestichezza
            con la letteratura specialistica del tempo,<lb/>ma non se ne può sopravvalutare il
            significato. Al di là della generica imposta-<lb/>zione razionalistica, assorbita dalle
            concezioni correnti più note e significative,<lb/>non sembra possibile cogliervi una
            qualche anticipazione delle elaborazioni<lb/>teoriche successive o una peculiare
            originalità <note xml:id="ftn1" place="foot" n="2"> II problema fu rivelato e
               sottolineato già di recente da L. <hi rend="smallcaps">Pareyson</hi>,<hi
                  rend="italic"> La nuova edizione<lb/>storico-critica di Schelling</hi>, in
               «Filosofia», XXX, 1, 1979, pp. 45-90. </note>. Il giovanissimo Schelling<lb/>dimostra
            di avere perfettamente chiaro il dibattito contemporaneo sul mito ed<lb/>in particolare
            si serve con disinvoltura delle teorie di C. G. Heyne e di Herder, </p>
         <pb n="6" facs="LP/LP3_6.jpg"/>
         <p> oltre che dell’Eichhorn, dello Storr, del Moritz ed è in grado di ricostruirne<lb/>una
            sintesi equilibrata e meditata. Ma il valore dei suoi primissimi scritti
            non<lb/>oltrepassa la dimensione biografica della sua maturazione <note xml:id="ftn2"
               place="foot" n="3"> Per le questioni concernenti la genesi del saggio schellinghiano
               e la sua fortuna cfr.<lb/>V. VERRA, <hi rend="italic">Mito, rivelazione e filosofia
                  in J. G. Herder e nel suo tempo</hi>, Milano, Marzorati 1966, G. SEME-<lb/>RARI,
                  <hi rend="italic">Introduzione a Schelling</hi>, Bari, Laterza 1971, S. DIETZSCHE,
                  <hi rend="italic">Le problème du mythe chez le jeune<lb/>Schelling</hi>, in
               «Archives de Philosophie», 38, 1975, pp. 395-400, in cui tuttavia l’accento è
               già<lb/>spostato sulla filosofia dell’arte; W. G. JACOBS, <hi rend="italic"
                  >Anhaltspunkte zur Vorgeschichte von Schellings Philoso-<lb/>phie</hi>, in <hi
                  rend="italic">Schelling. Einführung in seine Philosophie </hi>,a cura di H. B.
               BAUMGARTNER, Freiburg-München<lb/> 1975, pp. 27-37, IDEM, <hi rend="italic"
                  >Geschichte als Progress der Vernunft </hi>, Ibidem, pp. 39-44. Lo Jabobs si
               sofferma<lb/>sull’importanza dell’impostazione herderiana e kantiana della primissima
               speculazione di Schel-<lb/>ling, in cui ritiene di poter cogliere <hi rend="italic"
                  >in nuce</hi> gli sviluppi successivi del suo pensiero. Per una<lb/>trattazione
               del complesso problema della nuova mitologia cfr., tra i numerosi titoli, M.
               FRANK,<lb/>
               <hi rend="italic">Der kommende Gott. Vorlesungen über die neue Mythologie</hi> ,
               Frankfurt a.M., Suhrkamp 1982. </note>
            <hi>.</hi>
         </p>
         <p> L’operetta <hi rend="italic">Über Mythen</hi> , in effetti, non sembra suggerire
            particolari spunti<lb/>di meditazione ed appare più come una parentesi ben presto
            chiusa, per l’ur-<lb/>genza di altre questioni filosofiche più complesse. La nuova
            edizione critica,<lb/>tuttavia, consente di rivedere tale criterio o quanto meno di
            tentare una rilet-<lb/>tura dell’operetta incentrando l’analisi sul lessico. Estraendone
            infatti i termini<lb/>e i sintagmi filosoficamente significativi, come vedremo, è
            possibile cogliere<lb/>nella composizione e fusione degli elementi già noti operata da
            Schelling<lb/>un’impostazione originale, interessante non tanto ai fini di enfatizzare
            l’impor-<lb/>tanza e la portata di tale speculazione giovanile, quanto come messa a
            fuoco<lb/>dell’abbozzo di nuove ipotesi teoriche grazie all’arricchimento semantico
            della<lb/>terminologia usata ed alla sua incidenza, di riflesso, sulla rielaborazione
            stessa<lb/>delle dottrine correnti. Al di là quindi di cosa Schelling sostenne,
            tenteremo di<lb/>analizzare «come» egli espresse le proprie tesi, di quali ampliamenti
            semantici<lb/>si servì per riformulare teorie note ed accreditate. La nostra ipotesi è
            che il<lb/>linguaggio da lui usato si dimostra atto, se non a trasformarle
            radicalmente,<lb/>certo ad arricchirle di inconsuete e feconde sfumature ed insieme tale
            da porre<lb/>i presupposti per il loro abbandono e per il prender corpo di dottrine ad
            esse<lb/>non più riducibili. Nell’interpretazione del mito il lessico schellinghiano
            giova-<lb/>nile testimonia infatti in primo luogo un’acuta sensibilità filosofica in
            gestazio-<lb/>ne, ma già segnata dalla lettura di Kant, che sostanzia via via di sè
            contenuti<lb/>culturali tradizionali e conosciuti. </p>
         <p> In <hi rend="italic"> Über Mythen</hi>, in sintesi, Schelling connette l’origine del
            mito alla sem-<lb/>plicità infantile dello spirito umano dei tempi più arcaici, e lo
            definisce pro-<lb/>dotto del bisogno più che dell’arte. Attraverso il mito, sia storico
            che filosofi-<lb/>co, secondo la sua nota distinzione, viene fissata la tradizione orale
            delle stirpi<lb/>e viene tramandata la più antica sapienza e tutte quelle verità che,
            intuite </p>
         <pb n="7" facs="LP/LP3_7.jpg"/>
         <p> oscuramente, non potevano essere espresse in concetti chiari a causa del
            pre-<lb/>valere della fantasia sull’intelletto. Il suo carattere è dunque narrativo,
            storico,<lb/>in quanto così è più consono a tale carenza della primitiva umanità, di cui
            esso<lb/>è l’espressione originaria; ciò vale indipendentemente da ogni tentativo
            di<lb/>cogliervi una verità commisurabile secondo gli schemi della ragione più
            evolu-<lb/>ta. </p>
         <p> Si tratta di dottrine molto familiari nell’epoca, tuttavia Schelling le riela-<lb/>bora
            cosicché il mito, da semplice espressione dell’infanzia dell’umanità, che<lb/>può essere
            compreso solo rivivendolo simpateticamente o tuttalpiù tentando di<lb/>sospendere il
            divario tra quel mondo e quello di chi si pone ormai nel pieno<lb/>sviluppo delle
            facoltà razionali, comincia a strutturarsi come una forma primi-<lb/>tiva per il cui
            tramite la coscienza immaginifica primordiale attua la sua presa<lb/>sulla realtà e la
            sua prima costituzione della realtà, in una sorta di oscuro<lb/>abbozzo della funzione
            schematica dell’immaginazione trascendentale, formu-<lb/>lata poi nella filosofia
            dell’arte, e che qui viene proiettata nella situazione in<lb/>cui l’uomo era ancora
            «figlio» e «amico», non «legislatore della natura». Il<lb/>mito appare quale
            finitizzazione virtuale dell’infinito, in quanto prodotto di<lb/>un’attività
            organizzatrice della coscienza che opera su incerti presentimenti di<lb/>verità e
            conoscenza e che fa sorgere dalla semplicità arcaica una molteplicità di<lb/>contenuti:
            il mito storico come fissazione della memoria sfuggente delle stirpi,<lb/>il mito
            filosofico come primitiva teoresi, basata su rappresentazioni sensibili<lb/>che
            costruiscono la verità e insieme producono e collegano i primi concetti.
            Il<lb/>proclamato carattere originario del mito perde gradualmente il suo
            spessore<lb/>diacronico per accostarsi sempre più ad una dimensione puramente formale,
            in<lb/>cui la cornice storica e narrativa non è solo l’espressione della debolezza
            origi-<lb/>naria della ragione ma si fa risultato delle condizioni di spazio e tempo
            che<lb/>determinano il campo stesso della sensibilità, cui essa è connaturata. La
            riven-<lb/>dicazione di un significato del mito distinto dalla sua veste poetica o
            sapienzia-<lb/>le e connesso a fasi diverse dell’evoluzione umana passa in secondo
            piano,<lb/>mentre il rifiuto di assimilarlo ai prodotti artistici e di confonderlo con
            l’alle-<lb/>goria e la parabola comporta che ne sia messo in rilievo un ben diverso
            ruolo<lb/>primario nel movimento della coscienza verso la realtà, in cui la fantasia non
            è<lb/>più vaga immaginazione ma si caratterizza quale funzione produttiva
            determi-<lb/>nante. </p>
         <p> L’analisi del lessico di questo testo sembra suggerire indizi significativi di<lb/>tale
            delinearsi del senso trascendentale del pensiero mitopoietico nell’interpre-<lb/>tazione
            del giovane Schelling. In primo luogo, infatti, le sue tesi si concentra-<lb/>no attorno
            ad un gruppo ristretto di termini interessanti e tipici delle dottrine<lb/>del tempo,
            che si combinano in contesti alquanto mutati: <hi rend="italic">Dichtung</hi>, <hi
               rend="italic">Geschichte</hi>,<lb/><hi rend="italic">Darstellung</hi> da un lato,<hi
               rend="italic"> Versinnlichung</hi>,<hi rend="italic"> Einbildungskraft</hi>, <hi
               rend="italic">Wahrheit</hi> dall’altro. Il fitto <lb/> ricorrere di <hi rend="italic"
               >Dichtung</hi>, che compare quasi sempre secondo un’accezione ridutti- </p>
         <p>
            <pb n="8" facs="LP/LP3_8.jpg"/> va, rappresenta un punto di riferimento costante del più
            vasto discorso inter-<lb/>pretativo del mito come narrazione e storia: è attestato
            infatti un solo caso in<lb/>cui la Dichtung sia identificata come mezzo di trasmissione
            primario delle anti-<lb/>che saghe e tradizioni di una stirpe: </p>
         <p> Mit Begeisterung hört das Volk jene Gesänge an, die Melodie derselben klingt
            in<lb/>seiner Seele lang noch nach, die Vorstellungen per<hi rend="italic">
            Dichtung</hi> leben in seinem Mun-<lb/>de fort und erhalten sich bis auf die späte
            Nachwelt <note xml:id="ftn3" place="foot" n="4">
               <hi rend="italic">Über Mythen</hi>, cit., p. 200. </note>, </p>
         <p> altrimenti la sua funzione è subordinata, successiva, distinta se non opposta<lb/>alla
            produzione mitica originaria. Il mito non deve essere estrapolato dalla<lb/>
            <hi rend="italic">Dichtung</hi> in quanto questa, quale espressione di un’umanità più
            raffinata, rap-<lb/>presenterebbe un momento aggiuntivo e inessenziale
            all’individuazione del<lb/>carattere propriamente mitologico di un racconto. L’alta
            frequenza del sintag-<lb/>ma<hi rend="italic"> blosse Dicthung</hi> rafforza tale
            accezione negativa, che sfuma e svuota gradual-<lb/>mente la prospettiva razionalistica
            ed evoluzionistica, costituendo un presup-<lb/>posto per la successiva elaborazione di
            un’ermeneutica orientata in senso tra-<lb/>scendentale. Se nelle prime battute del
            saggio <hi rend="italic">Dichtung</hi> ricorre in contesti con-<lb/>sueti e secondo
            un’utilizzazione diffusa nell’epoca: </p>
         <p> Ferne sei es von uns, diejenige Sagen, die in ihrer Ursprünglichkeit erhalten
            sind<lb/>[.. .] für <hi rend="italic">Produkte künstlicher Dichtung</hi> zu halten <note
               xml:id="ftn4" place="foot" n="5"><hi rend="italic"> Ivi</hi>, p. 198. </note>; </p>
         <p> nel corso della trattazione tale suo significato si radicalizza, fino ad indicare
            il<lb/>«non originario» sul piano formale e non semplicemente diacronico. La<hi
               rend="italic"> blosse<lb/>Dichtung</hi> indica costantemente una forma non
            necessaria, accessoria, uno dei<lb/>possibili e molteplici contenuti della saga e del
            mito: <hi rend="italic">Werk der blosse Dichtung,<lb/>aus blossen Dichtungen entstanden
               sejn, blosse Dichtungen erhalten</hi> sono alcuni dei sintag-<lb/>mi che indicano
            questa tendenza, la quale si mostra condizione e insieme esito<lb/>della trasformazione
            semantica che si avviano a subire termini come<hi rend="italic">
               Geschichte</hi>,<lb/><hi rend="italic">Darstellung</hi> e sintagmi come<hi
               rend="italic"> Character der Einfalt</hi>, <hi rend="italic">Geist der ältesten
            Welt</hi> che carat-<lb/>terizzano appunto lo stadio della produzione mitica. Inoltre i
            termini <hi rend="italic">Bildung</hi><lb/> ed <hi rend="italic">Erziehung</hi> sono
            presenti solo una volta in contesti significativi: </p>
         <p> lasset uns in ihnen [den Denkmälern der Vorwelt] den kindlich einfältigen Geist<lb/>der
            ältesten Welt, der uns aus ihnen entgegen weht, lernen und festhalten, lasset
            uns<lb/>endlich auch an ihnen eines der ersten Beförderungsmittel der Bildung
            unsers<lb/>Geschlechts mit warmem Herzen verehren <note xml:id="ftn5" place="foot" n="6"
               >
               <hi rend="italic"><hi rend="italic">Ivi</hi></hi>, p. 217.</note>. </p>
         <p> Natürlich trägt es also auch für den ganzen Gang der Kultur eines Volks ausser- </p>
         <p>
            <pb n="9" facs="LP/LP3_9.jpg"/> ordentlich viel aus, welche Erziehung es in der Schule der
            Tradition erhalten<lb/>hat <note xml:id="ftn6" place="foot" n="7"><hi rend="italic">
               Ivi</hi>, p. 240.</note>. </p>
         <p> Ciò sembra confermare la perdita di spessore della dimensione diacronica<lb/>in quanto
            presupposto per la comprensione adeguata del mito e la rivalutazio-<lb/>ne o la scoperta
            della sua funzione. </p>
         <p> Anche le accezioni con cui è impiegato il vocabolo <hi rend="italic">Geschichte</hi>
            sono signifi-<lb/>cative di tale tendenza: solo in una minoranza di casi, tra numerose
            attestazio-<lb/>ni, <hi rend="italic">Geschichte</hi> compare col significato più ampio
            di storia umana o delle stirpi, e<lb/>ciò avviene per lo più nelle pagine introduttive,
            ove il tono è più generico: </p>
         <p> Ein weites Feld für die dichtende Einbildungskraft ist die dunkle Periode
            der<lb/>Urwelt, in deren Geschichte nur hie und da noch ein lichter Punkt schwach
            her-<lb/>vordämmert. Ferner: alle Völker haben die älteste Geschichte ihrer Familie,
            ihres<lb/>Landes oder ihres Erdtheils mit der ältesten Geschichte der Welt und des
            Men-<lb/>schengeschlechts überhaupt häufig identificirt <note xml:id="ftn7" place="foot"
               n="8">
               <hi rend="italic">Ivi</hi>, pp. 210-211 </note>. </p>
         <p> Schelling se ne serve altrimenti nel senso più specifico e ristretto di rac-<lb/>conto,
            vale a dire di esposizione sensibile, in quanto è l’unico mezzo per il cui<lb/>tramite
            può essere fissata e rappresentata la verità: </p>
         <p> der Urheber dieses [mythischen] Philosophems wollte, daß man die Geschich-<lb/>te, die
            er erzählt, <hi rend="italic">eigentlich verstehen</hi> solle, aber sein Zweck ist
            nicht, daß man diese<lb/>Geschichte als wirkliche Geschichte <hi rend="italic"
            >glaube</hi>, sondern, daß man von der durch<lb/>sie versinnlichten <hi rend="italic"
               >Wahrheit</hi> überzeugt werde <note xml:id="ftn8" place="foot" n="9"><hi
                  rend="italic"> Ivi</hi>, p. 212. </note></p>
         <p> Questa è la tesi razionalistica del carattere storico-narrativo del mito,
            da<lb/>connettersi strettamente al suo ruolo di esplicitazione e di trasmissione
            delle<lb/>antiche dottrine e tradizioni orali, consono all’oscuro sentire primitivo;
            nella<lb/>esposizione schellinghiana, tuttavia, tale tesi assume la valenza di abbozzo
            della<lb/>teoria del mito come schematizzazione dei dati confusi dell’esperienza
            arcaica,<lb/>con l’accentuazione delle sue implicazioni a livello formale. <hi
               rend="italic">Geschicke</hi>, infatti, si<lb/>lega sempre nei contesti più
            significativi in sintagmi quali: <hi rend="italic">durch Geschichte ver-<lb/>sinnlichen,
               durch Geschichte darstellen</hi>, e funge da termine medio tra la <hi rend="italic"
               >Einfalt</hi> origi-<lb/>naria e la costituzione della sapienza primitiva in
            un’espressione fruibile. L’ac-<lb/>cezione connessa al puro <hi rend="italic"
            >kleiden</hi> è invece scarsamente attestata e complessiva-<lb/>mente meno rilevante. Se
            la tradizione mitica è dunque la manifestazione di<lb/>uno spirito semplice dominato
            dalla fantasia e mosso dal bisogno di esternare<lb/>un coacervo di presentimenti di
            verità confusi e inesprimibili, la narrazione </p>
         <pb n="10" facs="LP/LP3_10.jpg"/>
         <p> nel mito non è più identificabile immediatamente con la veste esteriore ma
            si<lb/>configura quale forma originaria in cui, più radicalmente, la coscienza
            articola<lb/>via via i propri contenuti, memorizzandoli e insieme costruendo la storia
            delle<lb/>stirpi e la più antica filosofia, tramite operazioni individualizzanti di cui
            il mito<lb/>è la produzione più significativa. Se nel mito è contenuta la più antica
            sapienza<lb/>dell’umanità, ciò avviene perché esso è riducibile alla <hi rend="italic"
               >Geschicht </hi>come forma<lb/>della <hi rend="italic">Versinnlichung </hi>e della
               <hi rend="italic">Darstellung</hi>, che, come si vedrà, sono condizioni
            della<lb/>verità stessa.</p>
         <p> Ne risulta rafforzata la distintione dall’allegoria e, sopratutto, dalla
            para-<lb/>bola. L’oggetto della narrazione mitica, infatti, proprio per la sua
            dimensione<lb/>originaria, è <hi rend="italic">wirklich angenommen</hi> e <hi
               rend="italic">historisch dargestellt </hi>nel senso pregnante conferi-<lb/>to al
            termine historisch dall’interpretazione della storia-narrazione come
            presen-<lb/>tazione-rappresentazione di un contenuto altrimenti inattingibile.
            L’allegoria e<lb/>la parabola si collocano invece in quella dimensione secondaria e
            successiva a<lb/>cui appartiene anche la poesia, e sono più espressioni artificiose che
            indici di<lb/>un movimento originario della coscienza. </p>
         <p> Il peculiare campo semantico di <hi rend="italic">Geschichte</hi> si definisce ancor
            più chiara-<lb/>mente con il confronto con le accezioni del sostantivo <hi rend="italic"
               >Wahrheit</hi>, che ad esso si<lb/>accompagna frequentemente, e dell’aggettivo <hi
               rend="italic">wahr</hi>, termini fondamentali per la<lb/>trasformazione
            dell’interpretazione tradizionale. Anche nel caso di <hi rend="italic"
            >Wahrheit</hi><lb/> non si tratta più per Schelling di rivendicare semplicemente al mito
            una verità<lb/>parziale nei limiti di una comprensione di stampo evoluzionistico e di
            rivalu-<lb/>tarlo in quanto racconto storico ed espressione viva che si contrapponga
            al<lb/>morto linguaggio dei concetti: proprio per aver portato alle estreme
            conse-<lb/>guenze l’assunto razionalistico ed aver constatato l’impossibilità di
            individuare<lb/>comunque un contenuto vero nel mito, e quindi la vanità stessa della
            questio-<lb/>ne della sua verità, Schelling si pone il problema di spostare l’analisi
            sul piano<lb/>formale. L’aggettivo <hi rend="italic">wahr </hi>è dunque attestato due
            volte e sempre in connessio-<lb/>ne a <hi rend="italic">Geschichte</hi>. Esso indica un
            momento possibile ma non essenziale della fun-<lb/>zione di <hi rend="italic"
               >Versinnlichung </hi>propria del racconto mitico: </p>
         <p> Eine solche Geschichte, durch die irgend eine Wahrheit versinnlicht wird,
            kann,<lb/>wenigstens den Hauptumständen nach, wahre Geschichte seyn <note xml:id="ftn9"
               place="foot" n="10"><hi rend="italic"> Ivi </hi>, p. 230. </note>. </p>
         <p> Da aber doch, wenn ein Philosophem in eine wahre Geschichte gekleidet<lb/>wird,
            gewöhnlich wenigstens Nebenumstände geändert werden <note xml:id="ftn10" place="foot"
               n="11"><hi rend="italic"> Ivi,</hi> p. 231.</note> . </p>
         <pb n="11" facs="LP/LP3_11.jpg"/>
         <p> Unito ad <hi rend="italic">historisch</hi>, anche qui due sole occorrenze, compare in
            senso ancor più<lb/>netto come elemento secondario nella definizione del mito; </p>
         <p> Um zu zeigen, daß ein gewisser Mythus kein historischer Mythus sey, ist es
            nicht<lb/>genug zu zeigen, dass er keine historisch- <hi rend="italic">wahre</hi>
            Tradition enthalte <note xml:id="ftn11" place="foot" n="12"><hi rend="italic"> Ivi</hi>,
               p. 212. </note>. </p>
         <p> Da aber der philosophische Mythus nichts anders zum Zweck hat, als Versinnli-<lb/>chung
            irgend einer Wahrheit, so soll, nach der Absicht seines Urhebers, ein
            solches<lb/>Philosophem denselben Eindruck, wie etwas historisch-wahres, auf uns
            ma-<lb/>chen <note xml:id="ftn12" place="foot" n="13">
               <hi rend="italic">Ivi</hi>, p. 244. </note>. </p>
         <p> Proseguendo la trattazione, Schelling sottolinea come nel mito possano<lb/>comparire
            anche elementi estranei alla esposizione della verità, puramente<lb/>accessorii e con
            una funzione semplicemente retorica, di suscitare l’effetto<lb/>
            <hi rend="italic">historisch-wahr</hi>. Infine nell’unica occorrenza di <hi
               rend="italic">das Wahre</hi> il termine indica<lb/>appunto un aspetto del tutto
            opinabile, al limite del falso problema nell’erme-<lb/>neutica del mito: </p>
         <p> wie schwer es dem Geschichtsschreiber werden muß, aus einer mythischen<lb/>Geschichte
            das Wahre herauszufmden, und wie wenig historischen Gewinn wir am<lb/>Ende einer solchen
            Geschichte verdanken <note xml:id="ftn13" place="foot" n="14">
               <hi rend="italic">Ivi</hi>, p. 217. </note>. </p>
         <p> La verità del mito come racconto non ha dunque più molto a che spartire<lb/>con un
            processo rivelativo di un nucleo originario, avvolto nel
            rivestimento<lb/>dell’espressione fantastica primitiva, a conferma del senso già
            indicato per<lb/><hi rend="italic"> Dichtung</hi>, e bisogna cercarne altrove il
            significato: l’analisi dell’uso di <hi rend="italic">Wahrheit</hi><lb/> mostra che
            Schelling configura il ruolo del mito, sia pure senza diffondersi in<lb/>esposizioni
            dettagliate, piuttosto come una posizione della verità stessa, il ten-<lb/>tativo di
            costituirla affrontato della coscienza primitiva, colta nella sua origina-<lb/>ria
            attività formale. La sola prospettiva oggettivistico-diacronica non dà invece<lb/>alcuna
            garanzia che nelle antiche saghe sia possibile mettere in luce una qual-<lb/>che verità
            di ordine scientifico, etico o storico: </p>
         <p> In solchen Sagen dürfen wir also immer eher reinhistorische Wahrheit erwar-<lb/>ten;
            aber gewöhnlich sind sie eben in dem Maaße, in dem ihr Innhalt weniger wun-<lb/>dervoll
            werden konnte, auch weniger wichtig für uns <note xml:id="ftn14" place="foot" n="15"><hi
                  rend="italic"> Ivi</hi>, p. 199.</note>. </p>
         <p> Könnten wir noch jetzt einen jener Menschen aus der Periode der Tradition von </p>
         <pb n="12" facs="LP/LP3_12.jpg"/>
         <p> Mund zu Mund mit uns reden hören, die Enträthselung der Wahrheit würde uns<lb/>weit
            leichter <note xml:id="ftn15" place="foot" n="16">
               <hi rend="italic">Ivi</hi>, p. 201. </note>. </p>
         <p> Se l’insegnamento di Heyne proponeva la rivalutazione della verità del<lb/>mito a
            prezzo del suo snaturamento, l’approccio simpatetico di Herder non<lb/>garantiva
            comunque una effettiva comprensione, libera da ogni mistificazione:<lb/>in entrambe le
            prospettive il mito doveva esser ridotto ad una categoria diver-<lb/>sa e quindi veniva
            di fatto negato nel momento stesso in cui ci si proponeva di<lb/>affermarne il valore.
            Schelling, quindi, pur accogliendo le tesi di entrambi,<lb/>tenta di spostare il
            problema e tale suo tentativo traspare peculiarmente<lb/>dall’insistenza con cui il
            termine <hi rend="italic">Wahrheit</hi> viene utilizzato con un senso lonta-<lb/>no da
            quello della verità data e più affine ad una concezione dinamica, funzio-<lb/>nale. Come
            esempio particolarmente significativo del legame diverso proposto<lb/>tra mito e verità
            si può citare tra l’altro un contesto in cui <hi rend="italic">Wahrheit</hi> è
            stretta-<lb/>mente connesso alla <hi rend="italic">Darstellung </hi>ed appare per la
            prima volta esplicitamente<lb/>come prodotto: </p>
         <p> Das Hauptmerkmal aber, wodurch historische und philosophische Mythen
            unter-<lb/>schieden werden, ist dieses: der <hi rend="italic">Zweck </hi>der
            historischen Mythen ist Geschichte, der<lb/>Zweck der philosophischen — Lehre,
            Darstellung einer Wahrheit. Der allge-<lb/>meine Zweck mythischer Philosopheme war immer
            Versinnlichung einer Idee <note xml:id="ftn16" place="foot" n="17">
               <hi rend="italic">Ivi,</hi> p. 212.</note>. </p>
         <p> Se ciò che conta non è il contenuto ma lo scopo, la verità nel mito<lb/>comincia ad
            apparire non tanto come un ipotetico presupposto, quanto come<lb/>risultato di un
            processo di primitiva fissazione della storia e della dottrina. Ed<lb/>è appunto in
            questa accezione capovolta che Schelling usa <hi rend="italic">Wahrheit</hi> nel
            seguito<lb/>del saggio. Possiamo perciò mettere in evidenza una doppia accezione di
            que-<lb/>sto termine, che dapprima appare in senso generico e sciolto da
            espressioni<lb/>sintagmatiche: è la verità riposta nelle antiche saghe, a cui si può
            tornare rivi-<lb/>vendone il messaggio nel sentimento e nell’immaginazione: </p>
         <p> Das Wunderbare nämlich gewährt zwar immer unserer Einbildungskraft große<lb/>Nahrung,
            aber, sobald es das Gepräge der Kunst an sich trägt, vermag es niemals ein<lb/>solches
            Wohlgefallen an sich hervorzubringen, als jene unschuldigen Sagen, die, in
            das<lb/>Gewand urächter Einfalt gekleidet, durch ihre täuschende Wahrheit uns selbst
            in<lb/>jene Zeiten der Einfalt zurückversetzen <note xml:id="ftn17" place="foot" n="18">
               <hi rend="italic">Ivi,</hi> p. 204. </note>. </p>
         <p> In seguito, precisandosi l’interpretazione del mito, <hi rend="italic">Wahrheit
            </hi>compare quasi<lb/>esclusivamente legato in sintagmi con quei termini che ne
            specificano la </p>
         <pb n="13" facs="LP/LP3_13.jpg"/>
         <p> dimensione dinamica, in particolare <hi rend="italic">versinnlichen </hi>e <hi
               rend="italic">darstellen</hi>. Funzione per eccel-<lb/>lenza del mito è infatti la
               <hi rend="italic">Versinnlichung</hi>, <hi rend="italic">Darstellung</hi>
            <hi rend="italic">einer Wahrheit</hi>, di cui la sto-<lb/>ria, secondo quanto accennato,
            rappresenta il medio, la semplicità primitiva il<lb/>punto di partenza e la <hi
               rend="italic">Einbildungskraß</hi> la facoltà specifica. Gli oscuri barlumi
            di<lb/>verità e di conoscenza devono fissarsi nel mito storico e in quello filosofico
            in<lb/>un processo che è insieme <hi rend="italic">entbinden</hi>,<hi rend="italic">
               herauszjehen</hi> e<hi rend="italic"> anknüpfen</hi>: scioglimento dei<lb/>primitivi
            concetti dalle confuse regioni della memoria e loro produzione, infi-<lb/>ne loro
            collegamento secondo un’istanza formalmente analoga a quella che si<lb/>pone alla base
            delle spiegazioni naturalistiche razionali: </p>
         <p> Oft ist es bei jener Darstellung nicht nur um Bezeichnung der Begriffe zu thun,<lb/>sie
            soll, wie die Lehrart des Sokrates, die Begriffe oft erst gleichsam entbinden,<lb/>und
            ans Licht hervorziehen. Ein philosoph der ältesten Welt kann auf Ideen<lb/>geleitet
            werden, die seiner Seele noch ganz fremd sind [...], die er sich nur dadurch<lb/>eigen
            machen kann, daß er sie an sinnliche Zeichen, an schon vorher gefaßte sinnli-<lb/>che
            Begriffe anknüpft <note xml:id="ftn18" place="foot" n="19"><hi rend="italic"> Ivi</hi>,
               p. 223. </note>. </p>
         <p> È inoltre possibile individuare l’ulteriore specificarsi di tale funzione<lb/>dinamica
            nell’arricchimento semantico del termine<hi rend="italic"> Form</hi>, che mostra
            una<lb/>significativa evoluzione dalla occorrenze iniziali a quelle finali. Nelle
            pagine<lb/>introduttive, infatti,<hi rend="italic"> Form </hi>è attestato una sola volta
            ed in senso del tutto gene-<lb/>rico: </p>
         <p> In Rücksicht auf die <hi rend="italic">Form </hi>der ältetsten Sagen äussert sich jene
            Einfalt durch<lb/>eine Sprache voll lebendiger Bildung <note xml:id="ftn19" place="foot"
               n="20">
               <hi rend="italic">Ivi</hi>, p. 205. </note>. </p>
         <p> Nel seguito della trattazione, invece,<hi rend="italic"> Form</hi> tende a concentrarsi
            in una<lb/>serie di occorrenze, in cui è identificato come carattere distintivo del
            filosofe-<lb/>ma mitico, attraverso cui viene espressa la verità, indipendentemente dal
            con-<lb/>tenuto, nella distinzione tra forma interna e forma esterna del mito stesso: </p>
         <p> Das Mythische an einen mythischen Philosophem betrift, dem bishergesagten<lb/>zufolge,
            bloß die <hi rend="italic">Form</hi> des Philosophems. Der durch einen Mythus
            versinnlichte<lb/>Satz mag wahr oder falsch seyn, der Mythus bleibt auf jeden Fall. Vom
               <hi rend="italic">Innhalt </hi>der<lb/>mythischen Philosophie haben wir also nur in
            sofern zu reden, als ein verschiedner<lb/>Innhalt in einem ganz verschiednen <hi
               rend="italic">Verhältniß zum Mythus</hi> stehen kann <note xml:id="ftn20"
               place="foot" n="21"><hi rend="italic"> Ivi</hi>, p. 231. </note>. </p>
         <p> L’abbozzo schellinghiano di una concezione dinamica della forma mitica<lb/>traspare
            anche dall’interpretazione del mito della nascita di Venere: </p>
         <p> Hiedurch soll nämlich der Stillstand der Natur in Hervorbringung neuer Dinge </p>
         <pb n="14" facs="LP/LP3_14.jpg"/>
         <p> (nicht neuer <hi rend="italic">Formen</hi> [...]) ausgedrückt werden. Die tiefe
            Wahrheit liegt in dem<lb/>Mythus, daß die Natur der Substanz nach immer dieselbe bleibe
            und nur die Form<lb/>ändere. Auf <hi rend="italic">diese</hi> bezieht sich der damit
            verbundene Mythos vom Ursprung der Venus.<lb/>Das Quantum der Substanz wollte die Natur
            ferner weder vermehren noch vermin-<lb/>dern, aber die Form sollte jetzt erst noch durch
            den mannigfaltigsten Wechsel zur<lb/>
            <hi rend="italic">schönsten</hi> Form ausgebildet werden <note xml:id="ftn21"
               place="foot" n="22"><hi rend="italic"> Ivi </hi>p. 234.</note>. </p>
         <p> In questo caso, accanto all’uso generico di <hi rend="italic">Form</hi> — zur schönsten
            Form<lb/> ausgebildet werden — si presenta un’accezione indicativa del suo
            configurarsi<lb/>in senso attivo, costitutivo, rispetto alla staticità espressa nei due
            termini <hi rend="italic">Natur </hi><lb/> e <hi rend="italic">Substanz.</hi> Infine,
            nell’ulteriore classificazione della forma interna del mito,<lb/>compare in alcune
            significative occorrenze il sintagma <hi rend="italic">Bestimmungen der Zeit und<lb/>des
               Raums</hi>, che sintetizza le condizioni di possibilità «storiche» per cui
            tramite<lb/>l’interiore forma mitica può adempiere alla sua funzione di sensibilizzare
            la<lb/>verità: </p>
         <p> Was die<hi rend="italic"> innere</hi> Form eines Mythus betrifft [...], entweder wird
            die Wahrheit,<lb/>die durch ihn versinnlicht werden soll, selbst<hi rend="italic">
               unmittelbar</hi> dargestellt, nur unter <hi rend="italic">histori-<lb/>schen</hi>
            Bestimmungen, die jene der Sinnlichkeit näher bringen, unter Bestimmungen<lb/>der Zeit,
            des Raums <note xml:id="ftn22" place="foot" n="23"><hi rend="italic"> Ivi,</hi> pp.
               241-242. </note>. </p>
         <p> Il carattere storico-narrativo del mito ha dunque una portata formale,<lb/>funzionale,
            ed indica una posizione di contenuto, che esso solamente può ope-<lb/>rare, poiché è
            tramite la <hi rend="italic">Geschichte</hi> che il contenuto stesso viene sottoposto
            alle<lb/>condizioni di spazio e tempo e reso quindi sensibile. Ne risulta
            arricchito<lb/>anche il significato del termine <hi rend="italic">Einbildungskraft</hi>
            che, per quanto stia ad indicare<lb/>la fantasia come facoltà predominante dell’infanzia
            dell’umanità, compare<lb/>nell’accezione di funzione individualizzante nella primitiva
            presa di coscienza<lb/>della natura: </p>
         <p> so war ihm [dem denkenden Weiser] der kurze Satz: Die Götter haben die Welt<lb/>aus dem
            Chaos gezogen, nicht hinreichend dazu, sondern seine Einbildungskraft<lb/>schuf ihm ein
            lebendiges Gemälde des Chaos, aus dem die Welt hervorging, sie bildete<lb/>ihm eine
            ganze Geschichte des allmähligen Ursprungs des Himmels und der Erde <note xml:id="ftn23"
               place="foot" n="24"><hi rend="italic"> Ivi</hi>, p. 223. </note>. </p>
         <p> Trat nämlich bei transcendentalen Naturerklärungen vorzüglich auch die
            Ein-<lb/>bildungskraft ins Mittel, so war es dieser nicht genug, nur dunkle und
            verborgene<lb/>Kräfte, die ihr in dieser Unbestimmtheit, in welcher sie den ersten
            Naturerklärungen </p>
         <pb n="15" facs="LP/LP3_15.jpg"/>
         <p> zu Grunde liegen, wenig frommten, in der übersinnlichen Welt zu wissen, diese
            Kräf-<lb/>te sollten persönliche Wesen seyn <note xml:id="ftn24" place="foot" n="25"><hi
                  rend="italic"> Ivi</hi>, p. 237. </note>. </p>
         <p> Nel momento in cui personalizza negli dèi del mito le oscure forze della<lb/>natura, la
            fantasia dell’ipotetico saggio dell’antichità opera come una facoltà<lb/>produttrice che
            trae dal caos, dal disordine delle informazioni disorganiche e<lb/>delle intuizioni
            oscure in cui è immersa la coscienza, delle figure individuate e<lb/>dei contenuti
            precisi. Il progredire delle spiegazioni naturalistiche non rappre-<lb/>senta dunque più
            la completa smentita delle verità del mito, che finisce col<lb/>mettere in crisi ogni
            tentativo di interpretazione: essa resta comunque fissata a<lb/>livello formale e
            trascendentale come organizzazione peculiare dei contenuti<lb/>operata dalla <hi
               rend="italic">Einbildungskraft</hi>, organizzazione che si porrà analogamente,
            dal<lb/>punto di vista della coscienza còlta nella sua attività produttiva, anche
            quando<lb/>ad operare saranno l’intelletto e la ragione. </p>
         <p> Come si esplichi tale ruolo, quale sia l’attività della primitiva
            coscienza<lb/>mitopoietica è problema sintetizzato nei termini<hi rend="italic">
               Versinnlichung</hi> e <hi rend="italic">Darstellung</hi> , che<lb/>si caricano
            anch’essi di nuove sfumature semantiche. Il <hi rend="italic">versinnlichen </hi>in
            primo<lb/>luogo, e la <hi rend="italic">Versinnlichung i</hi>n quanto caratteristica che
            qualifica il mito è sempre<lb/>funzione di un’attività individualizzante, in cui la
            primitiva <hi rend="italic">Einbildungskraft </hi>fìni-<lb/>tizza gli indistinti e
            confusi sentimenti di conoscenza e verità ed articola in<lb/>una molteplicità
            organizzata la semplicità primordiale: </p>
         <p> Wenn also z.B. die Weisem unter dem Stamme frühzeitig das Bedürfniß fühlten,<lb/>das
            große Räthsel der Welt aufzulösen, wenn sie, um die Geheimnisse der Natur
            zu<lb/>erklären, früzeitig unsichtbar wirkende Kräfte [...], höhere Wesen, in Verbindung
            mit<lb/>der Welt, dachten [...], wie wird wohl dieser Glaube anders fortgepflanzt, als
            wie die<lb/>Geschichte, zugleich mit der Geschichte, in Geschichte gekleidet, durch
            Geschichte<lb/>versinnlicht? <note xml:id="ftn25" place="foot" n="26">
               <hi rend="italic">Ivi</hi>, pp. 218-219. </note>. </p>
         <p> Certamente la <hi rend="italic">versinnlichte Philosophie</hi> è espressione di quel
            bisogno, di quel-<lb/>la povertà di linguaggio della ragione primitiva che, secondo la
            tesi allora cor-<lb/>rente sarebbe stata la vera fonte del mito; nel momento, tuttavia,
            in cui Schel-<lb/>ling fa propria tale tesi <note xml:id="ftn26" place="foot" n="27">
               «Nicht Werk der Kunst, sondern Werk des Bedürfnisses war jene versinnlichte
               Philo-<lb/>sophie», Ivi, p. 225. </note>, egli tenta di dilatarne il senso per
            cogliere nell’atti-<lb/>vità mitopoietica quella dimensione di spontaneità originaria
            della coscienza<lb/>che sola consente di definire la verità del mito e rispetto a cui
            l’arte, in quanto<lb/>produzione raffinata, deve apparire come un momento successivo e
            trascurabi-<lb/>le. Ancora una volta, infatti, non è la <hi rend="italic">Dichtung</hi>
            ma la<hi rend="italic"> Geschichte</hi> il vero e proprio </p>
         <pb n="16" facs="LP/LP3_16.jpg"/>
         <p> strumento attraverso cui lo spirito primitivo riveste i suoi concetti indistinti
            di<lb/>immagini e nella <hi rend="italic">Geschichte</hi> — come si è visto — il
            semplice rivestimento si fa<lb/><hi rend="italic"> Versinnlichung</hi>, posizione sotto
            le condizioni della sensibilità stessa, lo spazio e il<lb/>tempo, in cui la attività
            mitopoietica si compie come <hi rend="italic">Darstellung</hi>, esposizione<lb/>dei
            contenuti nella narrazione nel senso più radicale del «metter fuori», del<lb/>passaggio
            dal segreto dell’interiore e oscura <hi rend="italic">Vorstellung</hi>, la
            rappresentazione pri-<lb/>mitiva, alla luce della coscienza: </p>
         <p> Wenn wir aber den Geist der ältesten Welt überhaupt kennen, so werden wir es<lb/>ganz
            natürlich finden, daß selbst diejenige, die zuerst über höhere Gegenstände
            nach-<lb/>zudenken anfingen [...], das Gewand der Geschichte für ihre Philosopheme
            wählten,<lb/>daß sie selbst hiezu ihr Mangel an volkommen entwickelten Begriffen, an
            festen<lb/>Grundsätzen, an Zeichen abstrakter Vorstellungen nöthigte, daß sie selbst
            gezwungen<lb/>waren, das <hi rend="italic">Dunkle ihrer </hi>Vorstellungen, das <hi
               rend="italic">Geheime ihrer</hi> Ahnungen durch das Licht<lb/>einer sinnlichen
            Darstellung aufzuhellen <note xml:id="ftn27" place="foot" n="28"><hi rend="italic">
               Ivi</hi>, pp. 226-227.</note>. </p>
         <p> Come per altri termini, anche per <hi rend="italic">Darstellung</hi> si verifica nel
            corso della<lb/>trattazione un precisarsi del significato, dall’uso generico di
            rappresentazione<lb/>vivace e pittorica <note xml:id="ftn28" place="foot" n="29"> «In
               Rücksicht auf die <hi rend="italic">Form</hi> der ältesten Sagen äussert sich jene
               Einfalt durch eine Spra-<lb/>che voll lebendiger Bildung, voll malender Darstellung»,
                  <hi rend="italic">Ivi</hi>, p. 205. </note> al senso più forte di risultato di un
            movimento di articola-<lb/>zione della coscienza, mediato appunto dalla specifica
            attività del <hi rend="italic">versinnlichen</hi>: </p>
         <p> Transcendentaler Mythus ist überhaupt Darstellung eines
            transcendentalen<lb/>Gegenstandes durch ein gedichtetes Faktum in der Zeit. Entweder
            wird nun wirklich<lb/>ein transcendentaler Gegenstand in die Sinnenwelt vesetzt, indem
            er durch ein Fak-<lb/>tum der Welt oder Menschengeschichte dargestellt wird, oder wird
            er nur in<lb/>soferne mythisch dargestellt, als er seinem Ursprung, seinen Wirkungen
            und<lb/>allen seinen Bestimmungen nach wenigstens unter den Bedingungen der
            Sinnenwelt<lb/>erscheint, und durch Geschichte oder geschichtähnlich dargestellt wird
               <note xml:id="ftn29" place="foot" n="30"><hi rend="italic"> Ivi</hi>, p. 238.
            </note>. </p>
         <p> Tale precisarsi, che diviene il filo conduttore di tutto il saggio, non è del<lb/>resto
            casuale, in quanto accompagna lo specificarsi della definizione del mito<lb/>nel senso
            del filosofema mitico e della <hi rend="italic">versinnlichte Philosophie</hi>. Nella
            prima parte,<lb/>infatti, dedicata al mito storico, si pongono i presupposti per lo
            svuotamento<lb/>della prospettiva ermeneutica evoluzionista, come testimoniano le
            attestazioni<lb/>di <hi rend="italic">Geschichte</hi>, che va perdendo il senso
            puramente diacronico, e di <hi rend="italic">Wahrheit</hi>, che<lb/>si fa sempre più un
            prodotto, invece che un mero dato; nella seconda, dedicata<lb/>alla filosofia mitica, il
            mito si caratterizza decisamente come teoresi, come<lb/>sapere che è insieme
            organizzazione dei contenuti e rapporto della coscienza </p>
         <pb n="17" facs="LP/LP3_17.jpg"/>
         <p> con la realtà, ed il cui significato va dunque individuato nella sua
            funzione<lb/>formale di originario — ma in un senso che ancora si confonde con
            «primiti-<lb/>vo» — movimento della coscienza stessa. Ed è questo movimento che il
            giova-<lb/>ne Schelling sembra voler mettere in luce nella sua rilettura delle
            interpreta-<lb/>zioni correnti del mito: la povertà concettuale primitiva si fa <hi
               rend="italic">Einfalt </hi>e <hi rend="italic">Sinnli-<lb/>chkeit</hi>, semplicità
            che tenta di definirsi dandosi una costituzione sensibile;<lb/>l’arte, vista ancora come
            «artificio», è messa in secondo piano per far spazio al<lb/>processo individualizzante
            della <hi rend="italic">Versinnlichung</hi> e della <hi rend="italic">Geschichte</hi>;
            la <hi rend="italic">Darstellung</hi> si<lb/>presta ad essere utilizzata nel senso più
            letterale, dinamico di esposizione; la<lb/><hi rend="italic">Form</hi>, intesa come ciò
            che nel suo variare impone diversi rapporti ai contenuti,<lb/>li mette in movimento e ne
            dà molteplici configurazioni, diviene segno pro-<lb/>prio dell’attività mitopoietica. </p>
         <p> In <hi rend="italic">Über Mythen</hi> Schelling si muove dunque certamente ancora
            nell’ambito<lb/>dell’ermeneutica illuministica del mito, temperata dalla ricezione di
            Herder;<lb/>questo saggio, inoltre, non poteva avere uno scopo o una portata
            speculativa<lb/>più ampia, sicché sarebbe una forzatura volervi leggere un’anticipazione
            delle<lb/>future problematiche interpretative formulate nella filosofia dell’identità;
            ac-<lb/>canto alle dottrine tradizionali, tuttavia, si affaccia il tentativo di una
            lettura<lb/>diversa, ancora non precisata, filtrata attraverso l’insegnamento kantiano,
            di<lb/>cui il lessico schellinghiano giovanile appare farsi originale portatore. </p>
      </body>
   </text>
</TEI>
