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            <title>PROBLEMI DI CALCOLO E DI LEMMATIZZAZIONE</title>
            <author><name>Silvio</name>
               <surname>D'Arco Avalle</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p>Biblioteca digitale Progetto Agorà</p>
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         </publicationStmt>
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               <title level="m">PROBLEMI DI CALCOLO E DI LEMMATIZZAZIONE</title>
               <author>D'Arco Silvio Avalle</author>
               <title level="a"/>
               <publisher>Edizioni dell'Ateneo</publisher>
               <editor/>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope> pp. 1-8 (Collana Lessico Intellettuale Europeo, XL)</biblScope>
               <date/>
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            <docAuthor>D'Arco Silvio Avalle</docAuthor>
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               <titlePart>PROBLEMI DI CALCOLO E DI LEMMATIZZAZIONE</titlePart>
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         <pb n="1" facs="LP/LP2_1.jpg"/>
        <p> La linguistica computazionale, in quanto scienza basata sull’appli- <lb/> cazione del
            computo matematico all’analisi del linguaggio, ha messo in <lb/> luce,
            contemporaneamente, i limiti: <lb/><list type="unordered">
               <item> (A) del computo matematico, una volta applicato all’universo delle <lb/>
                  cosiddette unità lessicali, e </item>
               <item> (B) dell’analisi del linguaggio, nel campo, a mio avviso, fondamen- <lb/>
                  tale, di quella che viene bonariamente chiamata la fraseologia, e che pro- <lb/>
                  porrei di indicare, d’ora in poi, con il termine di sintagmatica. </item>
            </list> Tali limiti non riguardano, come è ovvio, il computo matematico e la <lb/>
            linguistica in quanto tali, ma l’applicazione dei metodi del computo ma- <lb/> tematico
            alla linguistica, e, nello stesso tempo, gli aspetti parziali o ad- <lb/> dirittura
            negativi che del primo (il computo matematico) ha portato alla <lb/> luce la seconda (la
            linguistica), e, viceversa, che della seconda (la lingui- <lb/> stica) ha portato alla
            luce il primo (il computo matematico). La constata- <lb/> zione vale a fugare qualsiasi
            pessimismo o, addirittura, scetticismo sulla <lb/> possibilità di una collaborazione fra
            le due scienze. Essa sta ad indicare <lb/> che se di collaborazione si vuole parlare,
            sarebbe un grave errore limi- <lb/> tarla al solo aspetto positivo di una pura e
            semplice sovrapposizione del- <lb/> l’una sull’altra. La fecondità di tale
            collaborazione discende in prima <lb/> istanza da un rapporto <hi rend="italic">ex
               negativo</hi> che metta a fuoco i termini esatti di <lb/> una applicabilità
            metodologicamente corretta. Solo in tale prospettiva <lb/> potremo quindi lodare
            l’apporto fondamentale del calcolatore come fonte <lb/> primaria di informazione
            linguistica. <lb/> I limiti del computo matematico, in pratica della statistica, discen-
            <lb/> dono direttamente dal fatto che esso viene messo a confronto con dati <lb/> — le
            cosiddette unità lessicali, isolate fra due <hi rend="italic">blank</hi> —: <list
               type="unordered">
               <item>(I) non sempre formalmente omogenei, e </item>
               <item>(II) spesso dotati di più di un significato. </item>
            </list> Questi due punti coinvolgono il problema fondamentale dell’analisi <lb/>
            delimitativa, e, rispettivamente, il fenomeno della polisemia (sempre am-</p>
         <pb n="2" facs="LP/LP2_2.jpg"/>
         <p> messo che sia stata previamente risolta la questione degli omografi). <lb/> Aggiungerò
            sin d’ora che dal problema dell’analisi delimitativa deriva <lb/> l’altro problema della
            sintagmatica cui abbiamo accennato a proposito del <lb/> secondo ordine di limiti,
            quelli cioè dell’analisi del linguaggio (B). </p>
         <p> * * * </p>
         <p> Cominciamo dunque col primo ordine di limiti, quelli cioè relativi <lb/> al computo
            matematico in generale. <lb/> Come s’è detto, tale ordine comprende, a sua volta, due
            punti fonda- <lb/> mentali, di cui il primo riguarda il fatto che i dati presi in
            considerazione <lb/> non sono omogenei e, per tanto, presentano inconvenienti di vario
            genere <lb/> all’atto di una loro eventuale manipolazione statistica.<lb/> A
            dimostrazione dell’assunto basteranno qui poche considerazioni di <lb/> carattere
            generale. I testi che di norma vengono memorizzati ai fini di <lb/> un loro trattamento
            computazionale sono costituiti da un numero <hi rend="italic">x</hi> di <lb/> occorrenze
            (dati o unità lessicali). Ora, la struttura formale di tali dati <lb/> discende, come è
            noto, dal lento sedimentare di abitudini grafiche affer- <lb/> matesi in assenza di un
            qualsiasi controllo sistematico, in epoche anche <lb/> molto lontane le une dalle altre.
            Il calcolatore che è impostato su para- <lb/> metri fissi risulta per tanto
            incompatibile con la realtà storica dei sistemi <lb/> grafici correnti, a meno che
            l’operatore proceda previamente a una compa- <lb/> tibilizzazione del testo, e cioè ad
            una sua omogeneizzazione grafico-morfo- <lb/> logica. <lb/> Il tema è già stato discusso
            ampiamente, per cui sarà inutile ritornare <lb/> in argomento. Se il calcolatore legge
            le congiunzioni subordinanti <hi rend="italic">dato che</hi>
            <lb/> (in due sequenze) e <hi rend="italic">poiché</hi> (in una sola sequenza), oppure
               <hi rend="italic">con la</hi> (in due <lb/> sequenze) e <hi rend="italic">della</hi>
            (in una sola sequenza), è ovvio che il rango delle fre- <lb/> quenze delle congiunzioni
               <hi rend="italic">poi</hi> e <hi rend="italic">che,</hi> e, rispettivamente,
            dell’articolo <hi rend="italic">la</hi>
            <lb/> oltre che delle preposizioni <hi rend="italic">con</hi> e <hi rend="italic"
            >di,</hi> risulterà parzialmente inattendibile. <lb/> Gli esempi qui portati non
            presentano difficoltà insormontabili per chi <lb/> volesse allestire un testo
            formalmente omogeneo. Molto più problematica <lb/> riuscirà invece l’operazione in altri
            campi e soprattutto nel lessico delle <lb/> origini, dove si registra ad esempio una
            varietà di usi nel campo degli <lb/> avverbi e delle congiunzioni subordinanti, molto
            più ricca di quanto non <lb/> avvenga nel nostro sistema linguistico. Ora, in questo
            caso è difficile <lb/> stabilire confini precisi fra quanto può definirsi un avverbio o
            una con- <lb/> giunzione subordinante vera e propria tanto semplice quanto composta,
            <lb/> da una parte, e quello che allora era considerato, secondo taluni modelli <lb/>
            poetici correnti, una sorta di perifrasi o circonlocuzione. Il problema, in </p>
         <pb n="3" facs="LP/LP2_3.jpg"/>
         <p> altre parole, consiste nel decidere se i parlanti di quell’epoca sentissero <lb/>
            queste ultime strutture come delle unità basate sulla somma di due o più <lb/> unità
            «plus restreintes» (Bally e Sechehaye), o «sous-unités» (Saussure <lb/> EC 2054; II R 88
            e G 2.25b), insomma come delle locuzioni, oppure come <lb/> dei sintagmi liberi
            analizzabili nelle loro diverse parti. <lb/> In conclusione, prima di procedere alla
            compilazione delle cosiddette <lb/> «frequenze» (delle forme, dei lemmi), sarà forse
            necessario meditare a <lb/> lungo sul problema di quella che con Saussure potremmo
            chiamare l’ «ana- <lb/> lisi delimitativa». Il problema, prima ancora degli studiosi che
            oggi si <lb/> interessano all’analisi quantitativa del lessico e, più in generale, alla
            lessi- <lb/> cografia, ha preoccupato non poco il Saussure del <hi rend="italic">Cours
               de linguistique<lb/>générale</hi>.  Esso <lb/>costituisce notoriamente il nodo
            centrale e irrisolto della lin- <lb/> guistica sincronica nel senso che tocca alcune
            questioni preliminari relative, <lb/> in prima istanza, alla possibilità di considerare
            il «segno» come una unità <lb/> esattamente delimitabile, e, in secondo luogo,
            all’ontologia dello stesso, se <lb/> cioè il «segno», in quanto tale, esista veramente.
            Nel testo del <hi rend="italic">Cours</hi> pub- <lb/> blicato da Bally e Sechehaye, si
            legge che « en matière de langue on s’est <lb/> toujours contenté d’opérer sur des
            unités mal définies» (EC 1815). La <lb/> fonte di questa affermazione, e cioè le note di
            Riedlinger, è ancora più <lb/> esplicita: «La linguistique aurait pour tâche de
            déterminer quelles sont <lb/> réellement ces unités valables de tout genre. On ne peut
            pas dire qu’elle <lb/> s’en soit rendue compte, car elle n’a guère fait que discuter sur
            des unités <lb/> mal définies» (EC 1811 e 1815; II R 37). Ora, la situazione descritta
            da <lb/> Saussure non è cambiata e i pochi passi in avanti non ci sono stati di molto
            <lb/> aiuto. </p>
         <p> Il problema tuttora irrisolto sul piano teorico, potrà essere aggirato <lb/> su quello
            empirico sia pur entro confini non facilmente delimitabili come <lb/> nel caso dei verbi
            composti, dove il prefisso non consta sempre di pre- <lb/> posizioni e, soprattutto,
            compare già in latino. L’esperienza compiuta nel- <lb/> l’allestire i testi della
            «Concordanze della lingua poetica italiana delle <lb/> origini» ( CLPIO ) è stata al
            riguardo particolarmente istruttiva. In tutto <lb/> si trattava di circa 400.000
            occorrenze distribuite fra quarantacinque ma- <lb/> noscritti di varia origine
            regionale. Le operazioni di omogenizzazione gra- <lb/> fica di questi materiali (oltre
            che di lettura e di interpretazione degli <lb/> stessi) sono costate, se così si può
            dire, una dozzina di anni di lavoro. Il <lb/> terreno era praticamente vergine e la
            difficoltà maggiore consisteva nel- <lb/> l’organizzare i reperti lessicali in un
            sistema organico e, soprattutto, non <lb/> contraddittorio. Ora, i risultati ottenuti
            non sono riusciti a coprire più <lb/> del 90 % del totale. Ma questo non basta, perché
            di tale 90 % una fetta <lb/> non indifferente ha implicato soluzioni di ripiego come
            quelle accettate o <lb/> stabilite, eufemisticamente, «per convenzione». </p>
         <pb n="4" facs="LP/LP2_4.jpg"/>
         <p> Ai limiti posti (I) dalla eterogeneità dei dati linguistici e dalla con- <lb/> seguente
            difficoltà dell’analisi delimitativa, si aggiungono quelli (II) della <lb/> polisemia. </p>
         <p> Se in un dato testo, puta caso, l’unità lessicale «grazia» compare <hi rend="italic"
            >x</hi><lb/> volte, il calcolatore la colloca nella graduatoria delle frequenze ad un
            <lb/> certo punto, per cui si dirà che «grazia» è di rango <hi rend="italic">y.</hi>
            Ora, come si sa, <lb/> questa parola ha più di un significato a seconda che la si
            riferisca al con- <lb/> cetto di «bellezza», oppure di «gentilezza » <hi rend="italic"
            >,</hi> «amenità di luoghi», «leg- <lb/> giadria», «eleganza», «virtù», «benevolenza»,
            «misericordia», «gra- <lb/> titudine», «generosità», e così via. Lo stesso dicasi
            dell’unità lessicale <lb/> «che», congiunzione banalissima già distinta dal «che»
            pronome, la <lb/> quale occupa notoriamente uno dei primi ranghi nelle graduatorie delle
            <lb/> frequenze solo in virtù di una mancata discriminazione dei suoi valori <lb/>
            d’uso, che sono, basti sfogliare un qualsiasi grande dizionario, numerosis- <lb/> simi e
            estremamente varii. Ma questi sono ancora casi abbastanza sem- <lb/> plici. Si vedano,
            ad esempio, i lessici letterari e i discorsi ad alta concen- <lb/> trazione emotiva. Qui
            l’abuso semantico delle singole unità lessicali è di <lb/> prammatica, con riflessi non
            indifferenti sul piano delle relative poten- <lb/> zialità espressive. Ora, l’ulteriore
            suddivisione delle singole unità les- <lb/> sicali a seconda del relativo valore d’uso
            potrà essere registrata dal cal- <lb/> colatore solo nella misura in cui l’operatore
            avrà proceduto preliminar- <lb/> mente ad una loro identificazione. E questo è tanto più
            vero laddove l’im- <lb/> piego della metafora moltiplica gli ordini semantici,
            impegnando l’opera- <lb/> tore in uno sforzo classificatorio sul cui successo è lecito
            nutrire più di <lb/> un dubbio. Registrare il sostantivo «grazia» o la congiunzione
            «che», <lb/> oppure ancora unità lessicali coinvolte in operazioni di tipo metaforico,
            <lb/> all’altezza di questo o quel rango, senza procedere a puntuali ricogni- <lb/>
            zioni di ordine semantico, non può portare ad altro che all’elaborazione <lb/> di
            diagrammi parzialmente fittizi. </p>
         <p> * * * </p>
         <p> Passando ora alla seconda parte di queste considerazioni, sarà oppor- <lb/> tuno
            mettere in rilievo il contributo che le concordanze (delle forme <lb/> o dei lemmi)
            prodotte da un calcolatore hanno portato alla presa di co- <lb/> scienza del ruolo,
            spesso decisivo, delle strutture sintagmatiche. <lb/> Il campo cui vorremmo applicare
            questo termine ricopre grosso modo <lb/> quello già delimitato da Saussure laddove parla
            di « groupes de mots », <lb/> di « unités complexes de toute dimension et de toute
            espèce (mots compo- <lb/> sés, dérivés, membres de phrase, phrases entières») o, ancora,
            significa-<lb/>
            <pb n="5" facs="LP/LP2_5.jpg"/> tivamente, di «locutions toutes faites», «expressions [...]
            de caractère <lb/> usuel», «tours», «patrons réguliers», «types généraux» (EC 2007,
            <lb/> 2014, 2015, 2016, 2021). <lb/> Indipendentemente dalle questioni già sollevate a
            proposito della pos- <lb/> sibilità di discriminare quanto della sintagmatica appartiene
            alla <hi rend="italic">langue</hi>
            <lb/> (e cioè al sociale) e quanto invece alla <hi rend="italic">parole</hi> (e cioè
            all’individuale), vor- <lb/> remmo portare qui un modesto contributo di esperienze
            maturate, ancora <lb/> una volta, nell’ambito delle CLPIO , e, in genere, dei sistemi
            linguistici <lb/> che stanno alla base della produzione poetica medievale. L’interesse
            por- <lb/> tato a quest’epoca non è dettato da una sorta di deformazione profes- <lb/>
            sionale. In effetti esso si giustifica col fatto che il lessico poetico rela- <lb/> tivo
            è — come già da tempo osservato (e lamentato) dalla critica — par- <lb/> ticolarmente
            ricco di espressioni formulari e di stereotipi, e per tanto <lb/> può definirsi una
            specola privilegiata per chi si accinga a studiare tale <lb/> ordine di problemi, o,
            comunque, intenda farsi un’idea più chiara della <lb/> loro consistenza. </p>
         <p> * * * </p>
         <p> La critica parla dunque di ripetitività, di incontinenza nell’uso di <lb/> luoghi
            comuni, e così via, traendone conclusioni sulla cui pertinenza sa- <lb/> rebbe affatto
            ingeneroso infierire in una sede come questa. Essa ne ha <lb/> già censite particolari
            categorie, soprattutto quelle stilistiche, fornendone <lb/> ampi e, in alcuni casi,
            sterminati cataloghi, per cui ci si potrebbe anche <lb/> chiedere se valga veramente la
            pena di ricominciare da capo con l’aiuto <lb/> di un calcolatore. L’obiezione non deve
            preoccupare, nel senso che talune <lb/> categorie, quelle ad esempio delle perifrasi (o
            circonlocuzioni) e delle <lb/> locuzioni avverbiali e congiuntive sono praticamente
            inesplorate, ed altre <lb/> di carattere, come s’è detto, stilistico, sono sfuggite
            all’attenzione del ri- <lb/> cercatore forse a causa di una loro apparente ovvietà o,
            più semplicemente, <lb/> banalità, rimanendo in tal modo confinate negli angoli oscuri
            della clande- <lb/> stinità o della semiclandestinità. </p>
         <p> Fra le figure o formule di carattere stilistico vorrei citare: </p>
         <list type="unordered">
            <item> (1) le «iterazioni sinonimiche», da intendersi come formule co- <lb/> stituite da
               due o più termini coordinati fra di loro e sinonimi, con cui si <lb/> comunica
               cumulativamente un significato unitario. Così un trovatore pro- <lb/> venzale per
               esprimere il concetto di «pensiero doloroso», di «affanno» <lb/> o «angoscia
               interiore», si presenterà sotto l’aspetto di un viandante <lb/>
               <hi rend="italic">cossiros e pensiu, </hi> « meditabondo e pensieroso», mentre, sia
               pure in <lb/> astratto, sarebbe bastato dire o <hi rend="italic">cossiros</hi> o <hi
                  rend="italic">pensiu</hi> (come, per altro, atte- <lb/> stato, sempre col medesimo
               significato, da altri poeti dell’epoca). </item>
         </list>
         <pb n="6" facs="LP/LP2_6.jpg"/>
         <list type="unordered">
            <item>(2) le strutture formulari presenti nelle letterature agiografica (vite <lb/> di
               santi) ed epica <hi rend="italic">(</hi>
               <hi rend="italic">chansons </hi>
               <hi rend="italic">de </hi>
               <hi rend="italic">geste),</hi> su cui abbiamo una bibliografia va- <lb/> stissima di
               studi impegnati a sondarne i rapporti soprattutto in funzione <lb/> del problema,
               assai dibattuto e non ancora risolto, della precedenza sto- <lb/> rica dei due
               generi. </item>
            <item>(3) le realizzazioni formulari o strutture sintattiche di motivi to- <lb/> pici,
               come quelli imperniati sull’attività malevola dei <hi rend="italic">losengiers,</hi>
               «mal- <lb/> dicenti», «pettegoli», «seminatori di discordie», e così via, o su altri
               <lb/> personaggi o avvenimenti topici del genere lirico e della narrativa. </item>
            <item>(4) gli aggregati verbali o « compounds » con cui si realizzano le <lb/> strutture
               logiche del ragionamento filosofico ed, in genere, scientifico. Il <lb/> fenomeno non
               è proprio del solo lessico medievale e può dirsi costitutivo <lb/> del genere. Ancor
               oggi tali aggregati costituiscono una sorta di blasone <lb/> con cui più studiosi
               affermano la propria appartenenza a questa o a quella <lb/> corrente ideologica o,
               più semplicemente, metodologica. </item>
         </list>
         <p> Altrettanto interessanti e bisognose di particolari cure sono le locu- <lb/> zioni
            avverbiali e congiuntive. I censimenti relativi sono, infatti, ancora <lb/> parziali e
            del tutto insufficienti ad abbozzare una qualsiasi teoria al ri- <lb/> guardo. Eppure si
            tratta di categorie di non poco, vista l’importanza, da <lb/> una parte, delle modalità,
            di quanto, insomma, serve a modificare e a <lb/> moltiplicare gli usi delle cosiddette
            parti variabili del discorso, e, dal- <lb/> l’altra, dei connettori, qui da intendersi
            come fatti strutturali atti ad arti- <lb/> colare e a gerarchizzare i procedimenti
            logici del pensiero. </p>
         <p> Qui mi limiterò a portare un esempio relativo al primo genere, quello <lb/> cioè delle
            locuzioni avverbiali e di tutto quanto vi è connesso. Base inso- <lb/> stituibile per
            ricerche del genere si sono dimostrate ancora una volta le <lb/> concordanze elaborate
            dal calcolatore, che nella loro, non certo apparente <lb/> ma reale, neutralità, si sono
            rivelate l’unico strumento atto a permetterci <lb/> di penetrare in quelli che ho
            definito gli angoli oscuri della clandestinità <lb/> o semi-clandestinità linguistica.
            Da questo punto di vista la lettura at- <lb/> tenta e paziente di decine e decine (a
            volte di centinaia e di migliaia) di <lb/> contesti ci ha messo di fronte a tassonomie
            di cui non sospettavamo nean- <lb/> che l’esistenza. È in questo campo che si rivela
            l’insostituibilità dei cal- <lb/> colatori, nel senso che essi non ci forniscono, almeno
            nel campo lingui- <lb/> stico, soluzioni, attività questa che è appannaggio del solo
            cervello umano, <lb/> ma ci permettono di arricchire il numero dei problemi noti, che è
            quanto <lb/> dire di ovviare alle lacune della linguistica classica. </p>
         <p> Lacune, aggiungeremo, imputabili non a sue presunte deficienze me- <lb/> todologiche,
            ma al fatto che l’attenzione del ricercatore ha precisi limi- <lb/> ti umani, mentre il
            calcolatore non fa distinzione, registra e, una volta <lb/> ben istruito con un <hi
               rend="italic">software</hi> adeguato, ordina e classifica <hi rend="italic">tutto
               quanto.</hi>
         </p>
         <pb n="7" facs="LP/LP2_7.jpg"/>
         <p> L’esperienza che riferirò riguarda la lettura e la decifrazione dei con- <lb/> testi
            contenenti l’unità lessicale ORA registrati nelle CLPIO . La lemmatiz- <lb/> zazione ha
            ovviamente confermato quanto già noto: ORA ha una duplice <lb/> funzione grammaticale,
            nel senso che partecipa sia alla natura del nome, <lb/> sia a quella dell’avverbio. In
            quanto nome si presenta però in locuzioni <lb/> (o perifrasi?) avverbiali, congiuntive o
            genericamente sostantivali, molte <lb/> delle quali di incerta, se non con controversa,
            interpretazione. Aggiungerò <lb/> che la forma compare anche in numerosi sintagmi
            tradizionalmente aggluti- <lb/> nati nella grafia, dove si trova, via via, all’inizio,
            come nel caso degli avverbi <lb/>
            <hi rend="italic">ordunque</hi> e <hi rend="italic">oramai,</hi> oppure alla fine degli
            stessi, come nelle forme <hi rend="italic">plusora,</hi>
            <lb/>
            <hi rend="italic">tuttora, tuttasora, tuttelore, nullora, finenora, picciolora,
               ciascunora, spes-</hi>
            <lb/>
            <hi rend="italic">seore, mantore, primaora, talora</hi> e <hi rend="italic">ognora.</hi>
         </p>
         <p> Le occorrenze erano in tutto 314. Dopo un lungo e faticosissimo esa- <lb/> me che ha
            comportato andirivieni e ripensamenti di ogni genere e che <lb/> non auguro a nessuno di
            ripercorrere, si sono ottenuti i seguenti risultati. </p>
         <p> Nella maggioranza dei casi, 183, la voce ORA ha valore avverbiale; in <lb/> altri 30
            casi funge da nome. Nei 101 casi restanti essa rientra in 15 di- <lb/> versi tipi di
            combinazioni, vale a dire fa parte integrante di un sintagma, <lb/> per lo più
            avverbiale, ma anche congiuntivo e sostantivale. Di questi 101 <lb/> casi solo 16
            relativi a 9 combinazioni, sono registrati nel <hi rend="italic">Grande Diziona-</hi>
            <lb/>
            <hi rend="italic">rio della lingua italiana</hi> (vol. XI), che qui si prende come
            termine di pa- <lb/> ragone più aggiornato, anche se non è escluso che alcune delle
            restanti <lb/> combinazioni (6 in tutto) siano già state studiate altrove. Alcuni casi,
            poi, e <lb/> più precisamente 3, relativi a 2 combinazioni, sempre in questo dizionario,
            <lb/> o sono male interpretati, oppure si riferiscono ad altri usi. Di conseguenza <lb/>
            ben 88 casi relativi a 8 combinazioni sono stati recuperati grazie ai ser- <lb/> vigi
            del calcolatore, e, si badi bene, per un periodo assai limitato della <lb/> storia della
            lingua italiana. </p>
         <p> Se queste operazioni dovessero essere compiute a mano, così come <lb/> ho fatto io, per
            tutte le forme registrate dal calcolatore, credo che si <lb/> dovrebbe perdere ogni
            speranza di giungere a risultati soddisfacenti in <lb/> un tempo ragionevole. Le
            esperienze, per quanto gratificanti, non riusci- <lb/> rebbero a compensare lo scialo
            (stavo per dire lo spreco) di energie ne- <lb/> cessarie a tale impresa. </p>
         <p> Fortunatamente anche in questo caso il calcolatore viene in nostro <lb/> aiuto, nel
            senso che, una volta opportunamente istruito, può entrare a <lb/> farla da padrone nel
            campo della sintagmatica. Ho seguito gli esperimenti <lb/> fatti in questo settore
            dall’amico Berni Canani, e sono convinto che si <lb/> giungerà ben presto alla
            elaborazione di un programma <hi rend="italic">ad hoc,</hi> atto a ri- <lb/> solvere il
            problema di individuare stereotipi, formule, luoghi comuni, in- <lb/> somma strutture
            sintagmatiche di vario tipo nei più vari campi della pro- </p>
         <pb n="8" facs="LP/LP2_8.jpg"/>
         <p>duzione scritta. La ricerca ha un suo fascino particolare. Già all’inizio <lb/> del
            secolo Saussure insegnava che « nous parlons uniquement par syn- <lb/> tagmes, et le
            mécanisme probable est que nous avons ces types des syn- <lb/> tagmes dans la tête, et
            qu’au moment de les employer, nous faisons inter- <lb/> venir le groupe d’associations»
            (EC 2019 e 2070, II R 93). Il trasferi- <lb/> mento compiuto da Saussure della
            sintagmatica dal dominio della <hi rend="italic">parole</hi>
            <lb/> a quello della <hi rend="italic">langue,</hi> deve far meditare il lessicografo e
            quanti nel campo <lb/> della traduzione automatica cercano di superare i limiti angusti
            delle <lb/> unità lessicali. Sarà infine possibile con l’aiuto di parametri appropriati
            (ad <lb/> esempio le concordanze di un <hi rend="italic">corpus</hi> di testi
            cronologicamente e cultural- <lb/> mente omogenei) distinguere nella lingua di un solo
            autore quanto, non <lb/> dico della terminologia, ma della sintagmatica, è proprio del
            patrimonio <lb/> linguistico della sua età o di una certa scuola, e quanto, invece, è
            frutto <lb/> dell’iniziativa dell’autore stesso; che è l’unico modo di entrare nel
            profondo <lb/> dei meccanismi mentali che presiedono all’elaborazione di un qualsiasi
            <lb/> testo letterario, filosofico, scientifico e così via. </p>
         <p>
            <hi rend="italic">N. B.</hi> Le citazioni relative al corso di linguistica generale di
            Saussure <lb/> sono ricavate dal testo critico del <hi rend="italic">Cours </hi>
            <hi rend="italic">de </hi>
            <hi rend="italic">linguistique générale</hi> pubblicato <lb/> a cura di Rudolf Engler
            (Tome 1, Otto Harrassowitz, Wiesbaden 1968) <lb/> qui indicato con la sigla EC. Alla
            sigla segue la cifra del paragrafo dove <lb/> compare la citazione. Nel caso che la
            citazione riguardi gli appunti degli <lb/> allievi (editi sinotticamente da Engler in
            parallelo col testo di Bally e <lb/> Sechehaye), si aggiungono, sempre in cifra, gli
            estremi degli stessi. </p>
      </body>
   </text>
</TEI>
