<?xml-stylesheet type="text/xsl" href="to.xsl"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
   <teiHeader>
      <fileDesc>
         <titleStmt>
            <title>RICHARD RORTY E LA CONOSCENZA COME RAPPRESENTAZIONE NOTA SU UN’INTERPRETAZIONE STORIOGRAFICA</title>
            <author><name>Antonio</name>
               <surname>Lamarra</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability><p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p></availability>
         </publicationStmt>
         <sourceDesc>
            <bibl>
               <title level="m">RICHARD RORTY E LA CONOSCENZA COME RAPPRESENTAZIONE NOTA SU UN’INTERPRETAZIONE STORIOGRAFICA</title>
               <author>Antonio Lamarra</author>
               <title level="a">Lexicon philosophicum, Quaderni di terminologia filosofica e storia delle idee</title>
               <publisher>Leo S. Olschki Editore</publisher>
               <editor>A. Lamarra, L. Procesi</editor>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"></idno>
               <biblScope> vol. IV-,   pp., (Collana Lessico Intellettuale Europeo, )</biblScope>
               <date></date>
            </bibl>
         </sourceDesc>
      </fileDesc>
   </teiHeader>
   <text xml:lang="it">
      <front>
         <titlePage>
            <docAuthor>Antonio Lamarra</docAuthor>
            <docTitle>
               <titlePart>RICHARD RORTY E LA CONOSCENZA<lb/>COME RAPPRESENTAZIONE<lb/>NOTA SU UN’INTERPRETAZIONE STORIOGRAFICA<note xml:id="ftn1" place="foot" n="*">Il presente articolo riprende — con ampliamenti del testo e delle note — i contenuti<lb/>della comunicazione<hi rend="it"> Leibniz’s Idea of Representation and Rorty’s «Mirror of Nature»</hi>, presentata dall’au-<lb/>tore ai lavori del V. Internationaler Leibniz-Kongress,<hi rend="it"> Leibniz. Tradition und Aktualität</hi>, (Hanno-<lb/>ver, 14-19 novembre 1988) e attualmente in corso di stampa nel secondo volume (<hi rend="it">Nachträge</hi>)<lb/>degli Atti del congresso. Ringrazio la G.-W.-Leibniz-Gesellschaft per aver acconsentito alla pub-<lb/>blicazione.</note>
               </titlePart>
               </docTitle>
         </titlePage>
      </front>
      <body>
       <pb n="83" facs="LP4_83.jpg"/>
         <p>Nel panorama così ricco di fermenti culturali e teorici offerto dalla filoso-<lb/>fia nord-americana dell’ultimo ventennio il ripensamento critico della tradizio-<lb/>ne analitica si è spesso accompagnato alla ripresa di temi propri del pragmati-<lb/>smo e alla riscoperta della più recente filosofia europea continentale, tedesca e<lb/>francese. Ambedue questi motivi sono presenti in maniera significativa nel<lb/>pensiero di Richard Rorty, un autore che più di altri ha finito col prendere le<lb/>distanze dalla filosofia di indirizzo analitico<note xml:id="ftn2" place="foot" n="1">Le principali opere di<hi rend="smcap"> R. Rorty</hi> sono la monografia<hi rend="it"> Philosophy and the Mirror of Nature</hi><lb/>(Princeton University Press 1979) e la raccolta di saggi<hi rend="it"> Consequences of Pragmatism</hi> (University of<lb/>Minnesota Press 1982), che raccoglie scritti del periodo 1972-1980. Ambedue questi testi di<lb/>Rorty sono disponibili in traduzione italiana:<hi rend="it"> La filosofia e lo specchio della natura</hi>, Milano, Bompiani<lb/>1986, che è preceduto da una<hi rend="it"> Nota introduttiva</hi> di<hi rend="smcap"> D. Marconi</hi> e<hi rend="smcap"> G. Vattimo</hi>, e<hi rend="it"> Conseguenze del<lb/>pragmatismo</hi>, Milano, Feltrinelli 1986. In precedenza Rorty aveva anche curato l’edizione del ric-<lb/>chissimo volume antologico,<hi rend="it"> The Linguistic Turn</hi> (University of Chicago Press 1967). Sul rinnova-<lb/>to interesse della filosofia nord-americana per il pragmatismo e la concomitante riscoperta della<lb/>filosofia europea, si veda il recente articolo di <hi rend="smcap">F. Restaino</hi>,<hi rend="it"> Rorty e Bernstein. Neopragmatismo e<lb/>riscoperta della filosofia europea</hi>, in «Giornale critico della filosofia italiana», gennaio-aprile 1987,<lb/>pp. 1-21. Di seguito, le citazioni da<hi rend="it"> Philosophy and the Mirror of Nature</hi> (per indicare il quale si farà<lb/>uso della sigla<hi rend="it"> PMN</hi>) si riferiranno alla ristampa,<hi rend="it"> with corrections</hi>, del 1980.</note>.</p>
         <p><hi rend="it">Philosophy and the Mirror of Nature</hi>, l’unico studio monografico fin qui pub-<lb/>blicato dal filosofo americano, è un testo complesso, di ampio respiro culturale<lb/>e di non minori ambizioni teoriche. L’autore vi affronta criticamente temi fra i<lb/>più rilevanti e caratteristici della tradizione analitica: temi di filosofia della<lb/>mente, di teoria della conoscenza, di psicologia cognitiva, di filosofia del lin-<lb/><pb n="84" facs="LP4_84.jpg"/>guaggio<note xml:id="ftn3" place="foot" n="2">II libro è diviso in tre parti: la prima (<hi rend="it">Our Glassy Essence</hi>, pp. 15-127) è dedicata alla<lb/>discussione del problema della mente e del dualismo mente-corpo, la seconda (<hi rend="it">Mirroring</hi>,<lb/>pp. 129-131) affronta problemi di teoria della conoscenza, di psicologia e di filosofìa del linguag-<lb/>gio, la terza infine (<hi rend="it">Philosophy</hi>, pp. 313-393) presenta in maniera organica la proposta teoretica<lb/>dell’autore, caratterizzata dalla sua adesione ad un indirizzo di pensiero spiccatamente ermeneu-<lb/>tico.</note>. Il suo scopo tuttavia non è quello di proporre nuove soluzioni per i<lb/>problemi di volta in volta esaminati, in alternativa alle soluzioni già elaborate<lb/>dal pensiero analitico, ma di negare la sussistenza stessa di quei problemi,<lb/>dimostrando — proprio mediante la loro disamina e la loro conseguente «dis-<lb/>soluzione» — la necessità di considerare conclusa l’esperienza del pensiero<lb/>analitico, come di ogni altra posizione filosofica centrata sull’identificazione di<lb/>filosofia ed epistemologia<note xml:id="ftn4" place="foot" n="3">Rorty intende con ‘epistemologia’ (‘epistemology’) qualsiasi programma filosofico che<lb/>attribuisca allo studio preliminare delle modalità di funzionamento della mente la capacità di<lb/>determinare a priori e in maniera non-empirica limiti e contenuti della conoscenza possibile<lb/>(<hi rend="it">PMN</hi>, p. 137). Il tema dell’identificazione, nel pensiero moderno, tra filosofìa ed epistemologia<lb/>è affrontato in varie riprese nel libro; per una esposizione specifica, che tenga conto in partico-<lb/>lare della sua genesi storica, si vedano soprattutto le pp. 131-139.</note>. Secondo Rorty occorre senz’altro rimettere in<lb/>discussione l’ideale di una filosofia rigorosa e costruttiva, avente per oggetto<lb/>primario il problema della conoscenza e lo studio delle attività rappresentative<lb/>della mente che ne costituirebbero i presupposti e il fondamento. Un ideale<lb/>che, a partire da Kant, ha contrassegnato in maniera pressocché esclusiva la<lb/>filosofia moderna nelle sue molteplici espressioni e che, allo stesso tempo, ha<lb/>comportato il costituirsi della filosofia in specifica disciplina professionale, teo-<lb/>ria della conoscenza o epistemologia, la quale, in grazia della sua conoscenza<lb/>diretta dei processi mentali e soggettivi di rappresentazione, avrebbe la prero-<lb/>gativa esclusiva di vagliare e di giudicare le pretese di conoscenza dei rima-<lb/>nenti campi del sapere e, in generale, di qualsiasi altro aspetto o manifestazio-<lb/>ne della cultura.</p>
         <p>Il principale obiettivo polemico del libro, di conseguenza, è costituito da<lb/>quella duplice identificazione tra filosofia ed epistemologia e tra conoscenza e<lb/>rappresentazione, che sarebbe progressivamente venuta ad instaurarsi — fino<lb/>ad assumervi un ruolo dominante — in seno alla cultura filosofica occidentale<lb/>a partire dal XVII secolo in stretta connessione con l’emergere e l’affermarsi<lb/>di un nuovo concetto di mente, radicalmente diverso da quello ascrivibile così<lb/>alla cultura filosofica greca come a quella scolastica. In aperta polemica con<lb/>una plurisecolare tradizione di pensiero, i cui massimi e più emblematici espo-<lb/>nenti egli individua in Descartes, in Locke e in Kant, Rorty argomenta dun-<lb/>que contro ogni filosofia della conoscenza, contro ogni pretesa filosofica di<lb/>scoprire i fondamenti del conoscere in generale. Tale pretesa fondativa della<lb/><pb n="85" facs="LP4_85.jpg"/>filosofia deve essere collegata e fatta risalire alla concezione della mente come<lb/>sede di processi e di attività rappresentative che rendono possibile la cono-<lb/>scenza. Secondo il filosofo americano però, proprio una simile concezione del-<lb/>la mente deve essere abbandonata, così come l’idea ad essa correlata secondo<lb/>la quale il conoscere consisterebbe nel possedere rappresentazioni più o meno<lb/>adeguate della realtà. Nella sua fedeltà — seppure talvolta inconsapevole — a<lb/>tale orizzonte concettuale la filosofia di indirizzo epistemologico rimarrebbe<lb/>prigioniera dell’immagine, tanto indiscussa quanto teoricamente inconsistente,<lb/>della mente quale specchio interiore e immateriale del mondo esterno, quale<lb/>sede cioè di una attività rappresentativa, la conoscenza, che la filosofia sarebbe<lb/>in grado di indagare attraverso metodi puri, non empirici. La critica di Rorty<lb/>si dirige quindi contro ogni sorta di dualismo mente-corpo e contro la convin-<lb/>zione che la conoscenza implichi rapporti di natura rappresentativa tra sogget-<lb/>to conoscente e realtà, in favore di un atteggiamento teorico pragmatista (e<lb/>insieme wittgensteiniano) secondo il quale, da un lato, si deve ritenere che la<lb/>verità è «quel che per noi è meglio credere» piuttosto che una rappresentazio-<lb/>ne accurata della realtà e, dall’altro, si deve riconoscere nel linguaggio l’unico<lb/>luogo teorico della conoscenza<note xml:id="ftn5" place="foot" n="4"><hi rend="it">PMN</hi>, pp. 3-13 (<hi rend="it">Introduction</hi>). In contrapposizione alla tradizione epistemologica e al suo<lb/>ideale di filosofia costruttiva e sistematica, la proposta teorica di Rorty consiste quindi nel pro-<lb/>spettare la possibilità (e nel sostenere le ragioni) di un indirizzo di pensiero che, abbandonata<lb/>ogni pretesa fondativa, si caratterizzi per il suo atteggiamento teorico ermeneutico, antisistemati-<lb/>co, edificante. Nella convinzione che non sia dimostrabile alcun rapporto di natura rappresenta-<lb/>tiva tra linguaggio (o pensiero) e realtà, a meno di non ricadere nella metafisica e nel platoni-<lb/>smo, Rorty dunque contrappone all’epistemologia e alla sua pretesa di garantire al sapere il<lb/>possesso di rappresentazioni adeguate del mondo reale, una filosofia indirizzata alla saggezza<lb/>pratica e alla formazione spirituale, alla<hi rend="it"> Bildung</hi>; una filosofia senza pretese di egemonia cultura-<lb/>le, interessata al dialogo tra le diverse descrizioni possibili del mondo ma consapevole dell’im-<lb/>possibilità radicale di ricondurle ad unità; una filosofia quindi che si riconosca nell’impegno<lb/>morale a mantenere viva la conversazione intellettuale iniziata da Platone in Occidente (p. 391),<lb/>piuttosto che decisa a insistere nel mantenere un posto per i problemi tradizionali della filosofia<lb/>moderna all’interno di quella conversazione (p. 394; cfr. pp. 377-379). Non è questa la sede per<lb/>affrontare una discussione della posizione filosofica, neo-pragmatista ed ermeneutica, propugna-<lb/>ta da Rorty; tuttavia vorrei almeno ri
levare
 che appare piuttosto contraddittorio sostenere la<lb/>necessità morale del dialogo tra descrizioni del mondo che si vogliono non solo diverse, ma in<lb/>linea di principio inconfrontabili e tutte parimenti destituite del diritto di proporsi quali descri-<lb/>zioni, più o meno accurate, della realtà. D’altro canto, un dialogo, nel quale sia negata la possi-<lb/>bilità che i suoi partecipanti giungano ad un accordo razionale o si affida alla pura persuasione<lb/>retorica o finisce per sancire il diritto del più forte: con esiti, in un caso come nell’altro, difficil-<lb/>mente riconducibili agli scopi di un dialogo «platonico».</note>.</p>
         <p>Sebbene il libro di Rorty si configuri essenzialmente come una critica del-<lb/>la tradizione analitica condotta con i metodi e con il linguaggio propri della<lb/><pb n="86" facs="LP4_86.jpg"/>stessa filosofia analitica, tuttavia non è certo irrilevante l’interesse che le sue<lb/>tesi rivestono anche dal punto di vista più specificamente storico-filosofico.<lb/>Infatti la strategia argomentativa dell’autore è duplice e assegna alla ricostru-<lb/>zione storica dei problemi, alla storia delle idee, un ruolo niente affatto secon-<lb/>dario, né privo di conseguenze rispetto alla loro stessa discussione teorica. È<lb/>radicato in lui il convincimento che i problemi filosofici nei quali si è imbattu-<lb/>to il pensiero epistemologico siano sostanzialmente pseudoproblemi, nient’al-<lb/>tro che il prodotto dell’adozione inconscia di presupposti incorporati nel voca-<lb/>bolario nel quale essi vengono (o vennero) formulati; pertanto Rorty attribui-<lb/>sce alla propria opera un valore non costruttivo, ma ‘terapeutico’, non dissimi-<lb/>le per scopo da quello che occorre attribuire agli scritti dei più significativi<lb/>filosofi ‘marginali’ del secolo: Wittgenstein, Dewey, Heidegger<note xml:id="ftn6" place="foot" n="5"><hi rend="it">	PMN</hi>, pp. 9-11.</note>. Per una cri-<lb/>tica che punta, più che a risolvere, a dissolvere problemi e concetti, la ricostru-<lb/>zione (o meglio, la decostruzione) storica delle questioni di cui si voglia dimo-<lb/>strare l’inconsistenza o l’irrilevanza teorica possiede un rapporto stretto e fun-<lb/>zionale con la loro confutazione razionale: la filosofia, proprio come il pazien-<lb/>te sul divano dello psicoanalista, «ha bisogno di rivivere il proprio passato, per<lb/>rispondere alle proprie domande»<note xml:id="ftn7" place="foot" n="6"><hi rend="it">PMN</hi>, p. 33.</note>. Infatti, rintracciando nel passato l’origine<lb/>di un singolo problema o di un intero orizzonte problematico, la storia delle<lb/>idee ottiene come risultato di mostrarne sia le ragioni originarie sia la contin-<lb/>genza del suo stesso emergere come problema, ovvero, per dirla in termini<lb/>rortiani, la sua natura opzionale. Ma l’opzionalità della filosofia come episte-<lb/>mologia significa anche l’opzionalità del concepire il problema della conoscen-<lb/>za in termini di rappresentazioni linguistiche (o concettuali) del mondo e dun-<lb/>que della filosofia «come specchio della natura». La critica di Rorty persegue<lb/>quindi il duplice obiettivo di dimostrare, sul piano teorico, che i problemi tra-<lb/>dizionali della filosofia di indirizzo epistemologico sono pseudoproblemi, sma-<lb/>scherabili mediante l’argomentazione razionale, e, sul piano dell’indagine stori-<lb/>ca, che essi dipendono dalla persistenza di un orizzonte concettuale che incor-<lb/>pora assunzioni teoriche prive di ogni carattere di necessità, essendo storica-<lb/>mente determinate e dunque opzionali. Da questo punto di vista, appare signi-<lb/>ficativo ricordare il giudizio dello stesso Rorty, secondo il quale<hi rend="it"> Philosophy and<lb/>the Mirror of Nature</hi> può anche essere considerato come un prolegomeno ad una<lb/>storia della filosofia centrata sull’epistemologia, vista — quest’ultima — come<lb/>un episodio nel corso della storia della cultura europea<note xml:id="ftn8" place="foot" n="7">«In this book I have offered a sort of prolegomenon to a history of epistemology-<lb/>centred philosophy as an episode in the history of European culture. [. . .] A proper historical<lb/>treatment would require both learning and skills which I do not possess. But I would hope that<lb/>the prolegomenon has been sufficient to let one see contemporary issues in philosophy as events<lb/>in a certain stage of a conversation — a conversation which once knew nothing of these issues<lb/>and may know nothing of them again» (<hi rend="it">PMN</hi>, pp. 390-391). Si noti come uno dei rilievi critici<lb/>avanzati da Rorty nei confronti della tradizione analitica (e, più in generale, nei con
fr
onti di<lb/>tutta la filosofìa di ascendenza cartesiano-kantiana) sia proprio quello di aver tentato di ‘sfuggire<lb/>alla storia’ (<hi rend="it">PMN</hi>, pp. 9-10). Ai problemi della storiografia filosofica Rorty ha dedicato il saggio,<lb/><hi rend="it">La storiografia filosofica: quattro generi</hi>, pubblicato nel volume miscellaneo<hi rend="it"> Filosofia ’87</hi>, a cura di<lb/><hi rend="smcap">Gianni Vattimo</hi>, Roma-Bari, Laterza 1988, pp. 81-114 (il saggio era già stato pubblicato, in<lb/>inglese, nel volume: <hi rend="smcap">R. Rorty</hi>, <hi rend="smcap">J. B. Schneewind</hi>, <hi rend="smcap">Q. Skinner</hi> (eds.),<hi rend="it"> Philosophy in History</hi>, Cam-<lb/>bridge University Press 1984).</note>.</p>
         <p><pb n="87" facs="LP4_87.jpg"/>La tesi storiografica di fondo sostenuta da Rorty, all’interno della sua<lb/>polemica anti-fondazionale, riguarda il nesso al tempo stesso storico e teorico<lb/>che deve essere riconosciuto tra ‘invenzione della mente’ e nascita del proble-<lb/>ma epistemologico. Egli sottolinea come per il pensiero greco, e particolar-<lb/>mente per quello aristotelico, come pure per il pensiero scolastico, la cono-<lb/>scenza non si configurasse in termini di rappresentazioni accurate dell’oggetto<lb/>da parte del soggetto, ma in termini di identificazione tra i due, dal momento<lb/>che nell’intelletto aristotelico le forme sostanziali, le specie sensibili o intelligi-<lb/>bili sono presenti allo stesso modo in cui sono presenti negli oggetti conosciuti<lb/>e non mediante loro rappresentazioni. Inoltre per i greci il confine tra mentale<lb/>e corporeo, se veniva tracciato, era tale da attribuire senz’altro al corpo i pro-<lb/>cessi della percezione sensoriale, mentre la mente, il lato immateriale del sog-<lb/>getto conoscente, veniva caratterizzata in funzione della sua capacità di coglie-<lb/>re gli universali e le verità necessarie. Pertanto, se un ‘problema della cono-<lb/>scenza’ poteva porsi, esso era costituito dalla difficoltà di spiegare il passaggio<lb/>dalla conoscenza sensibile alla conoscenza razionale, piuttosto che dalla diffi-<lb/>coltà di stabilire quali rappresentazioni mentali offrissero una migliore cono-<lb/>scenza della realtà fuori del soggetto: in primo luogo perché non esisteva uno<lb/>spazio comune, la mente, entro il quale effettuare raffronti e, secondariamente,<lb/>perché, a rigore, non si davano rappresentazioni da raffrontare<note xml:id="ftn9" place="foot" n="8"><hi rend="it">PMN</hi>, pp. 38-47.</note>.</p>
         <p>È solo a partire da Descartes che può porsi il problema di fondare la<lb/>conoscenza del mondo esterno in funzione dell’attività rappresentativa del sog-<lb/>getto conoscente, poiché soltanto con Descartes possiamo concepire la mente<lb/>proprio come quel luogo, interno, non-spaziale e immateriale, nel quale si tro-<lb/>vano accomunati percezioni sensibili e sentimenti, moti dell’animo e immagini<lb/>mentali, concetti e verità matematiche. Con Descartes la mente non è più<lb/>sinonimo di ragione, ovvero di capacità di cogliere l’universale, ma coincide<lb/>con lo spazio interiore della coscienza ed è possibile per la prima volta ricon-<lb/>durre sotto il termine generale di ‘idea’ qualsiasi elemento dell’esperienza<lb/><pb n="88" facs="LP4_88.jpg"/>cosciente soggettiva<note xml:id="ftn10" place="foot" n="9"><hi rend="it">PMN</hi>, pp. 48-53.</note>. Ciò che renderebbe possibile per la filosofia cartesiana<lb/>l’unificazione di percezioni, sentimenti e concetti sotto il comune genere del<lb/>pensiero è — secondo Rorty — da un lato, l’identificazione di pensiero e<lb/>coscienza, dall’altro, la caratteristica dell’indubitabilità, come elemento distin-<lb/>tivo della coscienza: in questo modo l’interno mentale si contrappone in quan-<lb/>to luogo dell’indubitabilità all’esterno corporeo sempre dubitabile e il proble-<lb/>ma della conoscenza diviene quello di possedere un criterio, un metodo capace<lb/>di distinguere, tra le molteplici rappresentazioni mentali — tutte parimenti<lb/>indubitabili in quanto rappresentazioni — quelle che rappresentano meglio la<lb/>realtà esterna da quelle che la rappresentano meno bene o non la rappresenta-<lb/>no affatto<note xml:id="ftn11" place="foot" n="10"><hi rend="it">PMN</hi>, pp. 54-61.</note>.</p>
         <p>Il passo ulteriore compiuto da Locke lungo la strada segnata per il pensie-<lb/>ro epistemologico da Descartes consisterebbe nell’avere assegnato all’analisi<lb/>dei processi rappresentativi mentali quel carattere preliminare e fondativo<lb/>rispetto al problema della conoscenza che, ripreso da Kant in termini di analisi<lb/>dell’attività trascendentale del soggetto conoscente, sarà destinato a caratteriz-<lb/>zare, pur nelle sue molteplici varianti, la filosofia di indirizzo epistemologi-<lb/>co<note xml:id="ftn12" place="foot" n="11"><hi rend="it">PMN</hi>, pp. 136-139.</note>. Solo presupponendo la ‘mente’, come venne delineata da Descartes, ha<lb/>senso porre il problema dei ‘fondamenti della conoscenza’ in termini di analisi<lb/>preliminare dei processi mentali e, solo presupponendo che il conoscere consi-<lb/>sta in una rappresentazione interiore della realtà esterna, ha senso ritenere che<lb/>l’analisi dei processi mentali possa scoprire a priori i limiti dei possibili risulta-<lb/>ti della ricerca empirica e fare con ciò della filosofia un campo d’indagine<lb/>professionale distinto dalle altre aree del sapere, un tribunale della ragione<lb/>pura che confermi o respinga le pretese di conoscenza della cultura restante<note xml:id="ftn13" place="foot" n="12"><hi rend="it">PMN</hi>, pp. 3-4 e 8-9.</note>.<lb/>La filosofia europea tra Sei e Settecento viene quindi vista come la fase storica<lb/>di elaborazione e di costruzione di un orizzonte concettuale imperniato<lb/>sull’idea di conoscenza come rappresentazione, che troverà nella filosofia tra-<lb/>scendentale di Kant la sua espressione più compiuta e che continuerà a domi-<lb/>nare — come matrice profonda e spesso inespressa — la filosofìa dei due seco-<lb/>li successivi, caratterizzandola come disciplina fondativa del sapere in generale,<lb/>come epistemologia. Da questo punto di vista la stessa filosofia analitica,<lb/>secondo Rorty, deve essere considerata una variante della filosofia kantiana e,<lb/>dunque, dell’indirizzo epistemologico preso dal pensiero europeo a partire dal<lb/>XVII secolo, una variante che trova la sua specificità soprattutto nel conside-<lb/><pb n="89" facs="LP4_89.jpg"/>rare la rappresentazione piuttosto come linguistica che come mentale e quindi<lb/>nel sostituire, nella funzione di disciplina fondativa, la filosofia del linguaggio<lb/>alla critica trascendentale o alla psicologia<note xml:id="ftn14" place="foot" n="13">«As I see it, the kind of philosophy which stems from Russell and Frege is, like classical<lb/>Husserlian phenomenology, simply one more attempt to put philosophy in the position which<lb/>Kant wished it to have — that of judging other areas of culture on the basis of its special<lb/>knowledge of the “foundations” of these areas. “Analitic” philosophy is one more variant of<lb/>Kantian philosophy, a variant marked principally by thinking of representation as linguistic rath-<lb/>er than mental, and of philosophy of language rather than “transcendental critique”, or psycho-<lb/>logy, as the discipline which exhibits the “foundations of knowledge”. This emphasis on lan-<lb/>guage, [...] does not essentially change the Cartesian-Kantian problematic, and thus does not<lb/>really give philosophy a new self-image. For analytic philosophy is still committed to the con-<lb/>struction of a permanent, neutral framework for inquiry, and thus for all of culture» (<hi rend="it">PMN</hi>,<lb/>p. 8).</note>.</p>
         <p>La tesi storiografiche sostenute da Rorty — qui riportate in maniera<lb/>necessariamente sommaria — presentano indubbi motivi di interesse e talune<lb/>intuizioni interpretative sono certamente affascinanti, ma nel suo complesso la<lb/>ricostruzione del processo storico che esse delineano suscita non poche per-<lb/>plessità, non meno delle posizioni teoriche che sono chiamate a suffragare.<lb/>Mentre è facile convenire con il filosofo americano riguardo all’importanza<lb/>determinante assunta dal concetto di rappresentazione per il problema della<lb/>conoscenza nel pensiero moderno, difficoltà non irrilevanti insorgono quando<lb/>si passi a considerare se la concezione della conoscenza come rappresentazione<lb/>sia univocamente da attribuirsi a quella linea di svolgimento del pensiero<lb/>moderno che Rorty riconduce sotto il concetto di epistemologia. Proprio in<lb/>ragione dell’impianto strutturale del libro di Rorty, la risposta a tale quesito<lb/>non è peraltro priva di conseguenze neppure rispetto agli esiti teorici che per<lb/>l’autore scaturiscono dalla sua critica alla tradizione analitica. Infatti l’afferma-<lb/>zione, secondo la quale l’esaurimento di tale tradizione di pensiero comporte-<lb/>rebbe di adottare un concetto di conoscenza scevro di riferimenti extralingui-<lb/>stici (o extramentali) alla realtà, presuppone di aver dimostrato la reciproca<lb/>implicazione della teoria rappresentativa della conoscenza e dell’insieme degli<lb/>assunti teorici caratteristici dell’epistemologia, presuppone cioè di dimostrare<lb/>— andando oltre la pura restituzione storiografica di quel processo — l’esi-<lb/>stenza di rapporti non solo storici e fattuali, ma logici e sistematici tra le diver-<lb/>se fasi dell’evoluzione del problema della conoscenza da Descartes a Kant. Di<lb/>una tale dimostrazione tuttavia non pare esservi traccia fra gli argomenti<lb/>addotti da Rorty a sostegno delle proprie tesi. Egli del resto sembra maggior-<lb/>mente interessato a mostrare la possibilità di una filosofia post-epistemologica<lb/>che sappia fare a meno del concetto di rappresentazione, piuttosto che a dimo-<lb/><pb n="90" facs="LP4_90.jpg"/>strarne le ragioni. Sicché, così come non è affatto chiaro per quale motivo la<lb/>crisi della filosofia analitica dovrebbe comportare la rinuncia all’idea che il<lb/>conoscere implichi relazioni referenziali con il mondo reale, allo stesso modo<lb/>neppure può dirsi dimostrato in maniera convincente il nesso che, secondo<lb/>Rorty, collegherebbe il concetto di rappresentazione con gli esiti epistemologi-<lb/>ci e fondativi, da lui attribuiti al pensiero moderno.</p>
         <p>Invero, dell’esistenza di tale nesso è legittimo dubitare, non solo conside-<lb/>rando la questione dal punto di vista della sua possibilità logica, ma anche<lb/>esaminandola sotto il profilo dell’evidenza storica. Tra le grandi figure della<lb/>filosofia europea tra Sei e Settecento che l’interpretazione storiografica di Ror-<lb/>ty tralascia di considerare, talvolta in maniera piuttosto sorprendente, spicca<lb/>sicuramente quella di G. W. Leibniz, filosofo attento come pochi altri in quel<lb/>periodo ai problemi della rappresentazione, del linguaggio e della conoscenza.<lb/>Non si tratta in questo caso di sottolineare con pedanteria una lacuna, sia pure<lb/>rilevante, ma priva di serie conseguenze per un quadro storico d’insieme, poi-<lb/>ché, al contrario, la filosofia di Leibniz sembra essere in grado di smentire, con<lb/>la forza di un controesempio, quella correlazione tra concetto di rappresenta-<lb/>zione e problema dei ‘fondamenti della conoscenza’ che per Rorty costituisce<lb/>un presupposto, certo indiscusso, ma sostenuto dalla testimonianza storica.<lb/>L’impostazione data da Leibniz ai problemi della conoscenza, infatti, mentre<lb/>assegna al concetto di rappresentazione una funzione determinante, non appa-<lb/>re riconducibile ai presupposti teorici che, nell’interpretazione del filosofo<lb/>americano, avrebbero caratterizzato la nascita e l’affermazione del pensiero<lb/>‘epistemologico’, lungo la linea di sviluppo che va da Descartes a Locke e a<lb/>Kant.</p>
         <p>Certamente per Leibniz la conoscenza è in massima parte simbolica, dun-<lb/>que rappresentativa, ma ciò non implica per la sua filosofia la conseguenza di<lb/>attribuire all’analisi dei processi mentali un carattere preliminare o ‘fondativo’<lb/>rispetto ai problemi della conoscenza in generale<note xml:id="ftn15" place="foot" n="14">Proprio intorno a questa questione si riscontra nei<hi rend="it"> Nouveaux essais</hi> uno dei punti di mag-<lb/>giore e più profonda divergenza tra Leibniz e Locke, ben oltre la polemica sull’innatismo. L’in-<lb/>dagine circa le modalità secondo le quali l’intelletto giunge di fatto alla scoperta di determinate<lb/>verità per Leibniz mette in luce esclusivamente la storia, lo svolgimento fattuale della scoperta,<lb/>ma non può dire alcunché, poiché esso non ne dipende, riguardo all’ordine sistematico, alla<lb/>concatenazione razionale delle idee e delle verità. A questo proposito, si vedano per esempio i<lb/>paragrafi I, i, 20; III, i, 5; IV, vii, 9.</note>. È altrettanto sicuro che<lb/>Leibniz concorda con Descartes nel considerare le percezioni sensibili come<lb/>fenomeni privi di realtà extrasoggettiva<note xml:id="ftn16" place="foot" n="15">Tra i numerosissimi testi leibniziani che si potrebbero citare in proposito, sembra signi-<lb/>ficativo in questo contesto riferirsi in particolare alle sue annotazioni ai<hi rend="it"> Principia philosophiae</hi>, pub-<lb/>blicate sotto il titolo di<hi rend="it"> Animadversiones in partem generalem Principiorum Cartesianorum</hi> da <hi rend="smcap">C. I. Ger-<lb/>hardt</hi> in<hi rend="it"> Die philosophischen Schriften von G. W. Leibniz</hi>, Berlin 1875-1890 (Hildesheim 1960-1979),<lb/>Bd. IV, pp. 350-392. Sul carattere esclusivamente soggettivo delle qualità sensibili, v. p. 365:<lb/>«Ad artic. (65 usque ad 68). Utilem Cartesius operam navavit post Veteres in eradicando hoc<lb/>praejudicio, quo calores, colores aliaque phaenomena ut res quasdam spectamus extra nos, cum<lb/>constet eadem manu quod valde calidum videbatur, mox tepidum sentiri; et qui viridem colo-<lb/>rem animadvertit in mistura pulverea, eum armato mox oculo non virorem amplius, sed mistu-<lb/>ram flavi et caerulei deprehendere, et meliore armatura vel aliis experimentis aut rationibus et<lb/>horum duorum causas deprehendi posse, ex quibus apparet nullam talem rem extra nos consiste-<lb/>re, cuius phantasma imaginationi nostrae obversatur». Di seguito l’edizione Gerhardt degli scrit-<lb/>ti leibniziani sarà indicata dalla sigla GP.</note> (ciò che mi pare si spieghi, tra l’al-<lb/><pb n="91" facs="LP4_91.jpg"/>tro, anche in ragione della comune accettazione del modello di spiegazione<lb/>della natura meccanicistico e ‘galileiano’, proprio della nuova scienza fisico-<lb/>matematica). Tuttavia nel caso di Leibniz la riconduzione delle percezioni sen-<lb/>sibili all’esperienza immediata del soggetto non conduce ad un concetto di<lb/>mente assimilabile a quello cartesiano, né consente di sussumere sotto il con-<lb/>cetto comprensivo di idea la totalità dei contenuti della consapevolezza sogget-<lb/>tiva<note xml:id="ftn17" place="foot" n="16">Vedi GP IV, p. 360: «[Ad artic. (18)]... Nec valet quod Cartesium alicubi dicere<lb/>memini nos cum de aliqua re loquimur, intelligendo quod dicimus habere rei ideam. Nam saepe<lb/>fit ut combinemus incompatibilia, velut cum de Motu celerrimo cogitamus quem impossibilem<lb/>esse constat, adeoque idea carere, et tamen concessum nobis est de eo cum intellectu loqui.<lb/>Scilicet alibi a me explicatum est, saepe nos confuse tantum cogitare id de quo loquimur neque<lb/>ideae in mente nostra existentis conscios esse, nisi rem intelligamus et quantum satis est résolva-<lb/>nts». Cfr. GP, IV, p. 275.</note>.</p>
         <p>Per Leibniz apparenza e realtà del fenomeno non coincidono, né l’espe-<lb/>rienza immediata può costituire un<hi rend="it"> primum</hi> inanalizzabile, poiché anche la<lb/>coscienza può indurre in errore, proponendo come evidenti pensieri che, sot-<lb/>toposti ad analisi, possono rivelarsi confusi e intimamente contraddittori<note xml:id="ftn18" place="foot" n="17">«Intelligit scilicet, quicquid conscientia nostra nobis evidens esse dictitat, id verum<lb/>esse: sed ego puto hic conscientiam erroneam locum habere. Itaque principium illud toties<lb/>decantatum: quicquid clare distincteque percipio, verum est, nobis parum prodest, quamdiu non<lb/>satis exhibentur indicia clari et distincti», GP IV, p. 328; cfr. p. 331: «Principium illud toties<lb/>decantatum: Quicquid clare distincteque percipio, verum est, nobis parum prodest, quamdiu<lb/>non satis exhibentur criteria clari et distincti».</note>.<lb/>Così come chiarezza e distinzione possono essere predicate di un fenomeno<lb/>percettivo, o comunque di un pensiero, solo a condizione di abbandonare il<lb/>livello dell’esperienza immediata e di sottoporlo ad un processo di analisi che<lb/>mostri la sussistenza delle note, dei requisiti richiesti per la loro predicabili-<lb/>tà<note xml:id="ftn19" place="foot" n="18">V. <hi rend="it">Meditationes de cognitione, veritate et ideis</hi>, in GP IV, pp. 422-426; cfr. <hi rend="it">Nouveaux essais sur<lb/>l’entendement humain</hi>, libro II, capp. 29-32.</note>; allo stesso modo, la certezza di possedere l’idea di ciò che viene pensato<lb/>potrà scaturire solo mediante un processo di scomposizione logica che ne<lb/><pb n="92" facs="LP4_92.jpg"/>mostri la possibilità, ovvero la non-contraddittorietà: se l’esperienza immediata<lb/>deve essere considerata il principio primo delle verità di fatto, è il principio di<lb/>contraddizione il principio primo delle verità di ragione<note xml:id="ftn20" place="foot" n="19">GP IV, p. 329: «Immediata enim experientia, ut alibi notavimus, est primum princi-<lb/>pium veritatum facti, uti principium contradictionis est primum principium veritatum rationis,<lb/>et ambo ita comparata sunt, ut illis non admissis cesset omnis ratio comprobandi veritatem»;<lb/>cfr. ivi, p. 357: «Ad artic. (7). Ego cogito, adeoque sum, inter primas veritates esse praeclare a<lb/>Cartesio notatum est. Sed aequum erat alias non negligeret huic pares. In universum ergo sic<lb/>dici potest: Veritates esse vel facti vel rationis. Veritatum rationis prima est principium contra-<lb/>dictionis vel quod eodem redit identicorum, quemadmodum et Aristoteles recte animadvertit.<lb/>Veritates facti primae tot sunt quot perceptiones immediatae sive conscientiae; ut sic dicam».</note>. Leibniz dunque<lb/>rifiuta il criterio cartesiano dell’evidenza, così come l’identificazione di pensie-<lb/>ro e coscienza. Quest’ultima presuppone infiniti processi percettivi inconsci<lb/>che in essa sono rappresentati, ma confusamente, e lo stesso pensiero cosciente<lb/>presuppone e incorpora processi logici la cui efficacia non è correlata alla con-<lb/>sapevolezza che la mente possa eventualmente possederne. Pertanto la coinci-<lb/>denza tra apparenza e realtà che contraddistinguerebbe l’intero campo della<lb/>coscienza può essere fatta valere solo sul piano dell’esperienza psicologica, ma<lb/>risulta per Leibniz priva di rilevanza dal punto di vista gnoseologico. Quel<lb/>tratto caratteristico dell’indubitabilità che — secondo Rorty — accomunando<lb/>senza eccezione tutti gli elementi dell’esperienza cosciente soggettiva, consenti-<lb/>va a Descartes di riportare il sentire al pensare e la percezione sensibile<lb/>all’idea, non compete all’esperienza soggettiva immediata, se non nel senso<lb/>dell’indubitabilità dei fenomeni in quanto effettive apparenze, ma non consen-<lb/>te di formulare in riferimento ad esse né un criterio di verità né un criterio di<lb/>realtà. Nell’un caso come nell’altro, all’evidenza psicologica del fenomeno<lb/>deve subentrare la sua analis
i logi
ca e il suo inserimento nel contesto di una<lb/>legalità razionale. La realtà dei fenomeni, in particolare, non consiste nel gra-<lb/>do di adeguatezza mediante il quale essi, come rappresentazioni interne,<lb/>rispecchiano il mondo esterno extrasoggettivo, ma trova il suo massimo indizio<lb/>nella capacità di prevedere con successo fenomeni futuri a partire da quelli<lb/>passati o presenti<note xml:id="ftn21" place="foot" n="20">GP VII, p. 320: «Sed potissimum realitatis phaenomenorum indicium quod vel solum<lb/>sufficit, est successus praedicendi phaenomena futura ex praeteritis et praesentibus»; cfr.<hi rend="it"> Nouveaux<lb/> essais sur l’entendement humain</hi>, IV, ii, 14; «De sorte que je crois que le vray Criterion en matiere<lb/>des objets des sens, est la liaison des phenomenes c’est à dire la connexion de ce qui se passe en<lb/>differens lieux et temps, et dans l’experience de differens hommes, qui sont eux mêmes les uns<lb/>aux autres des phenomenes très importants sur cet article. Et la liaison des phenomenes, qui<lb/>garantit les verités de fait à l’égard des choses hors de nous, se verifie par le moyen des verités<lb/>de raison; comme les apparences de l’optique s’eclaircissent par la Geometrie» (<hi rend="smcap">G. W. Leibniz</hi>,<lb/><hi rend="it">Sämtliche Schriften und Briefe</hi>, hrg. von der Deutschen Akademie der Wissenschaften, sechste Reihe,<lb/>Bd. 6, Berlin 1962, pp. 374-375).</note>. Esigere per i fenomeni sensibili, come per quelli mentali<lb/><pb n="93" facs="LP4_93.jpg"/>in generale, una verità o una realtà diversa da quella garantita mediante il loro<lb/>inserimento in un quadro esplicativo basato sui principi della ragione non è<lb/>possibile: è una richesta del pensiero scettico che non può essere soddisfatta,<lb/>una promessa del pensiero dogmatico che non può essere mantenuta<note xml:id="ftn22" place="foot" n="21">«Ad artic. (4). Nihil aliud de rebus sensilibus aut scire possumus aut desiderare debe-<lb/>mus, quam ut tam inter se quam cum indubitatis rationis consentiant, atque adeo ut ex praeteri-<lb/>tis praevideri futura possint. Alia in illis veritas aut realitas frustra expetitur, quam quae hoc<lb/>praestat, nec aliud vel postulare debent Sceptici vel dogmatici polliceri», GP IV, p. 356.</note>.</p>
         <p>Con Leibniz la mente torna nuovamente ad essere definita in riferimento<lb/>alla ragione, alla sua capacità di cogliere l’universale e il necessario, al punto<lb/>che la stessa autoconsapevolezza dell’Io si configura come conseguente al pos-<lb/>sesso, da parte della monade, di capacità razionali<note xml:id="ftn23" place="foot" n="22">V.<hi rend="it"> Monadologie</hi>, paragrafi 29 e 30.</note>. Indubitabili sono i princi-<lb/>pi della ragione e non l’evidenza psicologica del pensiero e della sensazione;<lb/>da questo punto di vista, la tensione concettuale che percorre con continuità le<lb/>pagine del commento leibniziano all’<hi rend="it">Essay</hi> di Locke può essere interpretata<lb/>anche come un’espressione del conflitto tra logicismo e psicologismo nel cam-<lb/>po della filosofia della conoscenza.</p>
         <p>Anche Rorty biasima la confusione presente nel testo di Locke tra descri-<lb/>zione causale delle operazioni della mente e fondazione delle nostre pretese di<lb/>conoscenza. Proprio tale confusione anzi avrebbe costituito la condizione<lb/>necessaria per la nascita dell’epistemologia<note xml:id="ftn24" place="foot" n="23"><hi rend="it">PMN</hi>, pp. 106-113.</note>. Se si accetta questa tesi, allora<lb/>però la filosofia di Leibniz pone il problema di un indirizzo di pensiero sostan-<lb/>zialmente estraneo alla ‘svolta epistemologica’ maturata tra XVII e XVIII<lb/>secolo e tuttavia fortemente caratterizzato dal concetto di rappresentazione. In<lb/>conclusione, si può discutere se questa svolta sia realmente avvenuta o se sia<lb/>avvenuta proprio nei termini descritti da Rorty, ma è difficile sfuggire all’im-<lb/>pressione che molta parte dei problemi affrontati in<hi rend="it"> Philosophy and the Mirror of<lb/>Nature</hi> traggano la loro origine storica più dagli effetti dello psicologismo con-<lb/>seguente dall’ambiguità lockiana che dall’emergere in epoca moderna del con-<lb/>cetto di conoscenza come rappresentazione.</p>
      </body>
   </text>
</TEI>
