<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
   <teiHeader>
      <fileDesc>
         <titleStmt>
            <title>SOCRATE E I SOCRATICI IN DIOGENE LAERZIO</title>
            <author>
               <name>Gabriele</name>
               <surname>Giannantoni</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
         <sourceDesc>
            <bibl>
               <title level="m">SOCRATE E I SOCRATICI IN DIOGENE LAERZIO</title>
               <author>Gabriele Giannantoni</author>
               <title level="a">Elenchos. Rivista di studi sul pensiero antico</title>
               <publisher>Bibliopolis</publisher>
               <editor/>
               <pubPlace>Napoli</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope>Anno VII - 1986, Fasc. 1-2, pp. 183-216</biblScope>
               <date/>
            </bibl>
         </sourceDesc>
      </fileDesc>
   </teiHeader>
   <text xml:lang="it">
      <front>
         <titlePage>
            <docAuthor>Gabriele Giannantoni</docAuthor>
            <docTitle>
               <titlePart>SOCRATE E I SOCRATICI IN DIOGENE LAERZIO</titlePart>
            </docTitle>
         </titlePage>
      </front>
      <body>
         <p rend="pb"><pb n="185" facs="Elenchos86/Ele86_185.jpg"/></p>
         <p rend="start">La biografia di Socrate scritta da Diogene Laerzio non ha goduto<lb/>di
            grande fortuna presso gli studiosi di Socrate: per quanti sforzi si<lb/>siano fatti,
            soprattutto dopo il fondamentale libro di Olof Gigon<note xml:id="ftn1" place="foot"
               n="1"> Cfr. O. <hi rend="smcap">Gigon, </hi><hi rend="italic">Sokrates</hi>. <hi
                  rend="italic">Sein Bild in Dichtung und Geschichte</hi>,<hi rend="italic"
               > </hi>Bern 1947.</note>, per<lb/>liberarsi dalle angustie della classica
            impostazione del “problema so-<lb/>cratico”, che vedeva nel confronto, nella
            composizione o nella scelta,<lb/>tra le fonti cosiddette canoniche (Platone, Senofonte e
            Aristotele)<lb/>l’unico criterio metodico possibile per attingere il “vero” Socrate,
            si<lb/>è ancora lontani da un’utilizzazione esauriente di tutto il
            materiale<lb/>disponibile, che solo da una quindicina d’anni si è cominciato a
            racco-<lb/>gliere e a studiare direttamente<note xml:id="ftn2" place="foot" n="2"> Cfr.
               J. <hi rend="smcap">Ferguson,<hi rend="italic"> </hi></hi><hi rend="italic">Socrates.
                  A Source Book</hi>, London 1970 e <hi rend="smcap">G. Giannantoni<lb/></hi>(a cura
               di), <hi rend="italic">Socrate. Tutte le testimonianze da Aristofane e Senofonte ai
                  Padri<lb/>cristiani</hi>, Bari 1971. Entrambi i libri danno le fonti in
               traduzione.</note>. In sostanza si può dire che ci si è<lb/>ormai abbastanza convinti
            a guardare con maggiore attenzione alle<lb/><hi rend="italic">Nuvole</hi> di Aristofane
            (e agli altri accenni contenuti nelle sue com-<lb/>medie) e che, soprattutto, si è
            abbastanza convinti dell’opportunità di<lb/>prendere in considerazione anche gli altri
            esiti del socratismo (Eschine,<lb/>Euclide, Antistene, Aristippo, ecc.), pur se si è
            ancora a un livello<lb/>di pura esigenza metodica. Ma ciò che, a tutt’oggi, manca è uno
            studio<lb/>approfondito e sistematico della storia della fortuna di Socrate
            nell’an-<lb/>tichità e quindi una ricostruzione esauriente dei vari filoni
            dell’inter-<lb/>pretazione filosofica e delle tradizioni biografiche, aneddotiche,
            apofteg-<lb/>matiche ed erudite<note xml:id="ftn3" place="foot" n="3"> Solo parzialmente
               colmano questa lacuna alcuni studi che riguardano l’epi-<lb/>cureismo (cfr. la
               successiva nota 23) o determinate fasi della tradizione cinico-<lb/>stoica (cfr. K.
                  <hi rend="smcap">Doering, </hi><hi rend="italic">Exemplum Socratis. Studien zur
                  Sokratesnachwirkung in<lb/>der kynisch-stoischen Popularphilosophie in der frühen
                  Kaiserzeit und in frühen<lb/>Christentum</hi>, «Hermes», Einzelschr. <hi
                  rend="smcap">xlii, </hi>Wiesbaden 1979); mancano invece studi<lb/>adeguati per ciò
               che concerne lo stoicismo antico, l’Accademia di mezzo e la<lb/>tradizione scettica,
               il platonismo medio e il neoplatonismo.</note>, che poi, almeno parzialmente,
            confluiscono nel-<lb/>l’opera di Diogene Laerzio.</p>
         <p rend="pb"><pb n="186" facs="Elenchos86/Ele86_186.jpg"/></p>
         <p rend="start">C’è, innanzi tutto, una circostanza storica precisa che, se ben
            com-<lb/>presa nel suo significato, deve indurci a riflettere attentamente.
            Intendo<lb/>riferirmi alla circostanza dell’ “accusa” di Policrate. È ormai
               accertato<note xml:id="ftn4" place="foot" n="4"> Cfr. A.H. <hi rend="smcap">Chroust,
                  </hi><hi rend="italic">Socrates. Man and Myth,</hi> London 1957, pp.
               69-100,<lb/>con la bibliografia precedente citata nelle note relative. Cfr. inoltre
               M. <hi rend="smcap">Raoss,<lb/></hi><hi rend="italic">Alla ricerca del</hi> κατήγορος
                  <hi rend="italic">di Socrate nei Memorabili di Senofonte,</hi> nelle
               pp.<lb/>53-176 di <hi rend="italic">Miscellanea greca e romana,</hi> Roma
               1965.</note><lb/>che Policrate, esponente degli ambienti sofistici e retorici
            politicamente<lb/>orientati in senso democratico e ostili all’attività degli immediati
            disce-<lb/>poli di Socrate, compose un<hi rend="italic">’Accusa contro Socrate</hi>,
            difendendo le ra-<lb/>gioni di chi aveva intentato il processo e in realtà estendendo le
            imputa-<lb/>zioni con argomenti di più schietto sapore politico e, nello
            stesso<lb/>tempo, cercando di colpire, accusando il maestro, i suoi
            discepoli:<lb/>sembra assai verosimile, infatti, che tale accusa volesse rispondere
            non<lb/>solo all' <hi rend="italic">Apologia</hi> di Platone e alle “difese” composte in
            ambiente so-<lb/>cratico subito dopo la morte del maestro, ma anche all’appello ai
            gio-<lb/>vani e alla polemica antisofistica contenuti nelle opere dei
            Socratici<lb/>(basti pensare al <hi rend="italic">Protagora</hi> di Platone).</p>
         <p rend="start">Lo scritto di Policrate fu composto, molto probabilmente, subito<lb/>dopo
            il 393 a.C. (per il cenno che in esso si faceva alla ricostruzione<lb/>delle lunghe mura
            ad opera di Conone) e oggi è possibile ricostruire,<lb/>nelle grandi linee, il suo
            contenuto sulla base del confronto di Seno-<lb/>fonte (<hi rend="italic">mem.</hi> I
            2,9-61, in cui si fa riferimento non all’accusa pubblica,<lb/>ma all’ “accusatore”) e di
            Libanio (IV secolo d.C.), autore di un'<hi rend="italic">Apo-<lb/>logia di Socrate.</hi>
            Intanto già la data è importante per chiarire il clima<lb/>politico: dopo la vittoria di
            Conone a Cnido e la ricostruzione delle<lb/>lunghe mura, simbolo della potenza ateniese,
            la classe dirigente demo-<lb/>cratica doveva sentirsi assai più sicura e libera da
            quelle ragioni di op-<lb/>portunità che, anni prima, le avevano consigliato l’emanazione
            di una<lb/>amnistia politica. Non a caso nello scritto di Policrate cadono del
            tutto<lb/>le accuse di carattere religioso e vengono in primo piano quelle
            politiche:<lb/>innanzi tutto i rapporti di Socrate con Alcibiade e Crizia, cioè i
            due<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="187" facs="Elenchos86/Ele86_187.jpg"/></p>
         <p>esponenti politici che, per ragioni diverse, i democratici ateniesi rite-<lb/>nevano i
            responsabili delle maggiori sciagure per la città. Far risalire<lb/>al magistero
            socratico la causa degli spergiuri, delle empietà, dei tradi-<lb/>menti, e dei delitti
            di questi due personaggi esecrati significava dare<lb/>ad esso una precisa collocazione
            e un preciso significato politico. E si<lb/>spiegano allora le altre accuse che
            Policrate muoveva a Socrate, a<lb/>questo «parassita», che non era mai voluto «salire
            sulla tribuna»:<lb/>le accuse, cioè, di spingere i suoi familiari a disprezzare le leggi
            costi-<lb/>tuite e la costituzione dei padri, di incitare i giovani alla violenza e
            al<lb/>rifiuto delle procedure politiche e costituzionali della democrazia
            (per<lb/>esempio il sorteggio delle cariche pubbliche), di suscitare nei
            giovani<lb/>l’ostilità verso i genitori e la patria, di citare i versi dei poeti
            più<lb/>venerati (come Omero ed Esiodo) distorcendone completamente il<lb/>senso: di
            essere, insomma, l’educatore della gioventù oligarchica,<lb/>maestro di pigrizia, di
            spergiuro, di disprezzo per ogni forma di lavoro<lb/>manuale e di commercio.</p>
         <p rend="start">Queste accuse, messe da Policrate in bocca ad Anito, che già era<lb/>stato
            accusatore di Socrate al processo, attingevano in prevalenza alla<lb/>raffigurazione
            antistenica, ma suscitarono immediate reazioni in tutti<lb/>gli ambienti socratici e
            anche al di fuori di essi. Prescindendo ancora<lb/>una volta da Platone e da come
            debbano essere interpretati l'<hi rend="italic">Alcibiade<lb/>primo,</hi> il celebre
            discorso di Alcibiade nel <hi rend="italic">Simposio</hi> e lo stesso <hi rend="italic"
               >Gorgia,<lb/></hi>che con tutta verisimiglianza è anche una risposta a Policrate (pur
            non<lb/>dovendo essere ricondotto soltanto a questa circostanza), è certo che<lb/>il
            secondo capitolo del primo libro dei <hi rend="italic">Memorabili</hi> di Senofonte
            (oltre<lb/>che qualche parte della sua <hi rend="italic">Apologia</hi>), l’<hi
               rend="italic">Alcibiade</hi> di Antistene e quello di<lb/>Eschine (oltre che l’<hi
               rend="italic">Assioco</hi> e il <hi rend="italic">Callia</hi>) sono tentativi di
            risposta e di<lb/>confutazione, soprattutto per ciò che riguarda i rapporti, non
            solo<lb/>politici, di Socrate con Alcibiade e Crizia: e la linea della difesa
            è<lb/>duplice, mostrando, da un lato, che Alcibiade e Crizia non possono<lb/>essere
            annoverati tra i veri e propri discepoli di Socrate e, dall’altro,<lb/>che in ogni caso
            le loro malefatte cominciarono solo dopo che si erano<lb/>sottratti all’influenza di
            Socrate. Nello stesso tempo i Socratici si dedi-<lb/>carono ad un’opera sistematica di
            denigrazione di Anito e degli altri<lb/>accusatori di Socrate.</p>
         <p rend="pb"><pb n="188" facs="Elenchos86/Ele86_188.jpg"/></p>
         <p rend="start">Ma le polemiche suscitate dal libello di Policrate non si esau-<lb/>rirono
            con le prese di posizione dei discepoli: anche fuori della loro<lb/>cerchia esse furono
            assai vivaci. Sappiamo che il celebre oratore Lisia<lb/>compose un discorso in difesa di
            Socrate, che è da intendere come<lb/>risposta a Policrate<note xml:id="ftn5"
               place="foot" n="5"> Le fonti antiche che ci parlano di questa orazione (<hi
                  rend="smcap">Cicer</hi>. <hi rend="italic">de orat.</hi> I 54,231-2;<lb/><hi
                  rend="smcap">Quintil</hi>. <hi rend="italic">inst. orat.</hi> II 15,30 e XI 1,11;
               Valer. Max. IV 4 ext. 2; <hi rend="smcap">Diog. Laert.</hi><lb/>II 40-1 e <hi
                  rend="smcap">Stob</hi>. III 7,56) e della quale lo scritto <hi rend="italic">Vitae
                  decem oratorum</hi> attribuito<lb/>a Plutarco (4,3 p. 836 b) ci dà il titolo
               Σοκράτους ἀπολογία ἐστοχασμένη τῶν<lb/>δικαστῶν, la presentano come scritta da Lisia
               per il processo; di un’orazione inti-<lb/>tolata Ὑπὲρ Σωκράτους πρὸς Πολυκράτην ci
               parla lo scoliaste a <hi rend="smcap">Ael. Aristid.<lb/></hi><hi rend="italic"
                  >Panathen.</hi> p. 187 (in p. 480 Dind.). Ma che si tratti di un’unica orazione,
               scritta<lb/>in risposta a Policrate, fu dimostrato da R. Hirzel, <hi rend="italic"
                  >Polykrates’ Anklage und Lysias’<lb/>Verteidigung des Sokrates,</hi> «Rheinisches
               Museum», XLII (1887) pp. 239-50. A<lb/>questa opinione, condivisa dalla maggior parte
               della critica posteriore, mi attengo<lb/>anch’io, malgrado le obiezioni sollevate da
                  <hi rend="smcap">M. Montuori</hi>, <hi rend="italic">Socrate. Fisiologia di
                  un<lb/>mito</hi>, Firenze 1974, pp. 326-7.</note>, e, che in un passo del <hi
               rend="italic">Busiride</hi> (5-6), composto nei<lb/>primi anni del secondo decennio
            del IV secolo a.C., Isocrate entra<lb/>esplicitamente in polemica con Policrate sul tema
            dei rapporti di<lb/>Socrate con Alcibiade.</p>
         <p rend="start">Gran parte di questa letteratura, così come dei cosiddetti
            λόγοι<lb/>Σωκρατικοί, è andata perduta; ed è lacuna gravissima per la
            nostra<lb/>conoscenza di Socrate. Di certo possiamo affermare che in questo
            scam-<lb/>bio di “accuse” e di “difese” e nelle conseguenti discussioni tra
            i<lb/>Socratici sull’interpretazione “autentica” della figura del comune mae-<lb/>stro
            deve essere individuata la genesi di molte delle successive tradi-<lb/>zioni su
               Socrate<note xml:id="ftn6" place="foot" n="6"> Sull’importanza della letteratura
               socratica — e in particolare di Platone,<lb/>Antistene e Senofonte — per la nascita
               della biografia in Grecia ha giustamente<lb/>insistito A. <hi rend="smcap"
                  >Momigliano, </hi><hi rend="italic">The Development of Greek Biography,</hi> trad.
               it. Torino<lb/>1973, pp. 49-64.</note>; tra le quali un posto di primo piano spetta a
            quelle<lb/>fiorite nel Peripato: la ricostruzione della filosofia di Socrate era
            già<lb/>un problema storico per Aristotele e questo problema è alla base
            delle<lb/>ricerche che, con impostazioni diverse, furono condotte da vari
            Peripa-<lb/>tetici: dall’opera <hi rend="italic">Sulle vite</hi> di Dicearco alla <hi
               rend="italic">Vita di Socrate</hi> di Ari-<lb/>stosseno, da il <hi rend="italic"
               >Socrate</hi> o l’<hi rend="italic">Apologia di Socrate</hi> (entrambi i titoli
            in<lb/>Diogene Laerzio: cfr. V 81 e IX 15, 37, 57) di Demetrio Falereo allo<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="189" facs="Elenchos86/Ele86_189.jpg"/></p>
         <p>scritto <hi rend="italic">Sui Socratici</hi> di Fania o Fenia di Ereso; e di Socrate
            dovevano<lb/>certamente trattare anche i <hi rend="italic">Commentari sparsi</hi> di
            Ieronimo di Rodi.<lb/>Di qui e dall’erudizione alessandrina presero le mosse le ricerche
            più<lb/>propriamente biografiche e dossografiche. Per tacere delle interpreta-<lb/>zioni
            più specificamente filosofiche che si intrecciarono alle dispute<lb/>tra le scuole.</p>
         <p rend="start">Su molte di queste fonti dovremo tornare più avanti: ciò che<lb/>va notato
            qui è che da queste tradizioni prendono il via interpretazioni<lb/>molteplici che, senza
            soluzioni di continuità, proseguono fino al tra-<lb/>monto della civiltà e della cultura
            antiche. E la <hi rend="italic">Vita</hi> di Socrate di<lb/>Diogene Laerzio è un momento
            importante di questa storia<note xml:id="ftn7" place="foot" n="7"> Come si è detto, la
               biografia laerziana di Socrate è stata singolarmente tra-<lb/>scurata dagli studiosi.
                  <hi rend="smcap">L. Rossetti </hi>e C. <hi rend="smcap">Lausdei, </hi><hi
                  rend="italic">Socratico-Laertiana,</hi> «Studi<lb/>Italiani di Filologia
               Classica», <hi rend="smcap">li </hi>(1983) pp. 72-83, discutono lezione e
               interpre-<lb/>tazione di due passi in II 30 e II 62.</note>.</p>
         <p rend="center">* * *</p>
         <p rend="start">La vita di Socrate, nel secondo libro dell’opera di Diogene Laerzio<lb/>(II
            18-47), è preceduta da quelle di Anassimandro (II 1-2), di Anassi-<lb/>mene (II 3-5), di
            Anassagora (II 6-15) e di Archelao (II 16-17),<lb/>secondo il criterio della
            “successione” fissata nel <hi rend="italic">Proemio</hi> (I 14),<lb/>ribadita nello
            stesso libro (II 19) e sulla quale dovremo tornare più<lb/>avanti.</p>
         <p rend="start">Essa è agevolmente scomponibile in varie sezioni: una prima<lb/>sezione (II
            18-26) è quella che potremmo definire biografica in senso<lb/>stretto (genitori, patria,
            maestri, fatti vari, imprese militari, ecc.); una<lb/>seconda sezione (II 27-37) è
            quella che, nello schema pressoché co-<lb/>stante delle vite laerziane, tiene il posto
            della sezione dossografica e<lb/>che è dedicata ad illustrare, mediante detti e aneddoti
            vari, il carat-<lb/>tere e il comportamento di Socrate; una terza sezione (II 38-44) è
            quella<lb/>che è dedicata al processo e alla condanna a morte di Socrate, alle
            rea-<lb/>zioni che suscitarono e agli effetti che produssero; concludono la vita<lb/>(II
            45-47) i dati cronologici, l’epigramma di Diogene Laerzio e, oltre</p>
         <p rend="pb"><pb n="190" facs="Elenchos86/Ele86_190.jpg"/></p>
         <p>alcune precisazioni e un passo sui suoi discepoli di cui dovremo tornare<lb/>a parlare,
            la lista degli omonimi.</p>
         <p rend="start">Delle tre sezioni ora elencate, la seconda si distingue dalla prima<lb/>e
            dalla terza per l’esiguità delle fonti in essa menzionate: a parte la<lb/>citazione di
            versi di Aristofane e di Amipsia (su cui ritorneremo) le<lb/>uniche fonti nominate nei
            paragrafi 29-31 sono Platone (4 volte) e<lb/>Senofonte (5 volte)<note xml:id="ftn8"
               place="foot" n="8"> Di Platone le citazioni sono le seguenti: <hi rend="italic"
                  >symp.</hi> 174 a (II 28), a proposito<lb/>degli splendidi abiti che Socrate
               indossa quando va a casa di Agatone; <hi rend="italic">Theaet.<lb/></hi>142 C-D<hi
                  rend="bold"> </hi>e 180 C (II<hi rend="bold"> </hi>29), sul modo in cui Socrate
               congeda Teeteto dopo aver discorso<lb/>con lui; <hi rend="italic">Euthyphr.</hi> 4 A
               (II 29), sul modo in cui distoglie Eutifrone dall’intentare<lb/>un processo al padre;
                  <hi rend="italic">Euthyd.</hi> 303 A (II 30), circa il giudizio negativo a
               proposito<lb/>dell’eristica «frivola e cavillosa». Di Senofonte le citazioni sono le
                  seguenti:<lb/><hi rend="italic">mem.</hi>, II 2,1-2 (II 29), sulla motivazione con
               cui distolse Glaucone dal dedicarsi<lb/>alla vita politica; <hi rend="italic"
                  >mem.</hi> III 7,1-2 (n 29), sul fatto che indusse Carmide a darsi<lb/>alla vita
               politica; <hi rend="italic">symp.</hi> 4, 44 (n 31), circa la lode della σχολή come
               κάλλιστον<lb/>κτημάτων; <hi rend="italic">symp.</hi> 2,16-18 (II 32), a proposito
               della sua abitudine a danzare per<lb/>mantenersi sano. Avverto qui, una volta per
               tutte, che per Diogene Laerzio seguo<lb/>sempre (salvo in un punto, indicato nel
               testo) la traduzione di <hi rend="smcap">M. Gigante</hi>, <hi rend="italic"
                  >Diogene<lb/>Laerzio. Vite dei filosofi,</hi> Roma-Bari 1983[3].</note>. Comunque
            nessuna fonte è citata dalla metà del<lb/>paragrafo 32 a tutto il paragrafo 37. Nelle
            altre sezioni, invece, le<lb/>citazioni delle fonti sono frequenti, anche se proprio
            Platone e Seno-<lb/>fonte passano in secondo piano<note xml:id="ftn9" place="foot" n="9"
               > Senofonte è citato due volte, una (<hi rend="italic">mem.</hi> I 2,31 [II 19]), per
               ricordare il<lb/>divieto dei Trenta a Socrate di insegnare le τέχναι τῶν λόγων e
               un’altra (<hi rend="italic">mem.<lb/></hi>4, 6 e I 1,16 [II 45]) per discutere il
               problema se Socrate si fosse interessato<lb/>solo di etica o anche di problemi
               concernenti la natura. Platone è citato tre volte:<lb/>una (<hi rend="italic"
                  >Theaet.</hi> 149 A [II 18]) a proposito dei genitori di Socrate; un’altra volta
                  (<hi rend="italic">Men.<lb/></hi>89 C-95 <hi rend="smcap">A [II </hi>38]) a
               proposito dell’ostilità di Anito verso Socrate; e, infine, una<lb/>terza (<hi
                  rend="italic">apol.</hi> 23 <hi rend="smcap">E </hi>sgg. [II 39]) a proposito dei
               tre accusatori di Socrate.</note>.</p>
         <p rend="start">Ciò sembrerebbe confermare la tesi fondamentale sostenuta da<lb/>Jørgen
            Mejer, e cioè che l’intento principale dell’opera di Diogene<lb/>Laerzio è diretto
            soprattutto alle personalità dei filosofi e alle loro<lb/>vite, più che alla
            presentazione della loro filosofia: le sezioni<lb/>biografiche (inclusi apoftegmi e
            aneddoti) occupano, secondo Mejer,<lb/>uno spazio molto maggiore di quello dedicato alla
            dossografia e molte<lb/>biografie non hanno alcuna sezione dossografica. Non solo, ma
            quando<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="191" facs="Elenchos86/Ele86_191.jpg"/></p>
         <p>discute della vita e delle opere di un filosofo Diogene Laerzio abbonda<lb/>nel citare
            le sue fonti, mentre quando parla della sua filosofia nessuna<lb/>ο pochissime fonti
            sono di solito menzionate (unica eccezione: la dos-<lb/>sografia stoica). Non posso
            evidentemente discutere qui in modo esau-<lb/>riente e completo questi problemi; mi
            limito a dire che, in generale,<lb/>mi sembrano sensate le riserve e le obiezioni
            avanzate nella sua recen-<lb/>sione da Marcello Gigante, anche se non riesco a
            condividere del tutto<lb/>la sua gioia per il fatto che nella <hi rend="italic"
               >Vita</hi> di Socrate manchi un sommario<lb/>dossografico.</p>
         <p rend="start">Ma veniamo alle fonti citate da Diogene Laerzio. Di
            particolare<lb/>interesse sono, innanzi tutto, le citazioni dei poeti comici: i
            fram-<lb/>menti 39 e 40 Kock di Teleclide<note xml:id="ftn10" place="foot" n="10"> I
               codd. hanno, come è noto, la lezione Μνησίλοχος, conservata da H. S.<lb/>Long,
               corretta però in Μνησίμαχος già da Menagius, seguito da R. D. Hicks.<lb/>Tuttavia la
               correzione in Τηλεκλείδης è assicurata da un passo della <hi rend="italic">Vita
                  Euripidis.<lb/></hi>(M. <hi rend="smcap">Gigante, </hi><hi rend="italic">ad
                  loc.).</hi> Sulle citazioni dei poeti comici cfr. ora I. <hi rend="smcap">Gallo,
                  </hi><hi rend="italic">Citazioni<lb/>comiche nella</hi> Vita Socratis <hi
                  rend="italic">di Diogene Laerzio,</hi> nelle pp. 201-12 di <hi rend="italic"
                  >Miscellanea di<lb/>studi in memoria di Francesco Arnaldi,</hi> «Vichiana», n.s.
               XII (1983).</note>, il frammento 12 Kock dei <hi rend="italic">Pri-<lb/>gionieri</hi>
            di Callia e il frammento 376 Kock delle <hi rend="italic">Nuvole prime</hi> di
            Ari-<lb/>stofane (tutti citati in II 18), alludono ai rapporti tra Socrate ed
            Eu-<lb/>ripide e raccolgono la diceria che Socrate fosse l’autore o,
            almeno,<lb/>l’ispiratore dei versi euripidei; d’altro lato i versi 362-3 e i versi
            412-7<lb/>delle <hi rend="italic">Nuvole</hi> di Aristofane e il frammento 9 Kock di
            Amipsia (citati<lb/>in II 27-8) sono addotti per dimostrare che i poeti comici, pur
            volendo<lb/>mettere in berlina Socrate, non si avvedevano di lodarne la capacità<lb/>di
            contentarsi di pochissimo e il comportamento altero. Ma a prescin-<lb/>dere dal fatto
            che il frammento di Amipsia riprende l’immagine del<lb/>“Socrate mendicante”, i versi
            412-7 delle <hi rend="italic">Nuvole</hi> di Aristofane si<lb/>riferiscono a Strepsiade
            e non a Socrate, e Diogene Laerzio, per di più,<lb/>offre un testo che in vari punti è
            diverso da quello tràdito dai codici<lb/>aristofanei<note xml:id="ftn11" place="foot"
               n="11"> Le differenze sono queste: v. 412 δικαίως <hi rend="smcap">Diog. Laert.:
               </hi>παρ’ἡμῶν codd.;<lb/>v. 413 διάξεις <hi rend="smcap">Diog. Laert.: </hi>γενήσει
               codd.; v. 415 ἐν τῇ γνώμῃ <hi rend="smcap">Diog. Laert,:<lb/></hi>ἐν τῇ ψυχῇ codd.;
               κοὔτε τι ... οὔθ’ ... οὔτε <hi rend="smcap">Diog. Laert.: </hi>καὶ μὴ μήθ’ ...
               μήτε<lb/>codd.; v. 416 οὔτε ... οὔτ’ <hi rend="smcap">Diog. Laert.: </hi>μήτε ...
               μήτ’ codd.; ἀρίστων <hi rend="smcap">Diog.<lb/>Laert.: </hi>ἀριστᾶν codd.; v. 417
               καδηφαγίας <hi rend="smcap">Diog. Laert.: </hi>γυμνασίων codd.</note> : soprattutto
            al verso 414 la variante è tale da modificare<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="192" facs="Elenchos86/Ele86_192.jpg"/></p>
         <p>il senso di tutto il passo: εἶ γὰρ μνημών καὶ φροντιστής, dice Dio-<lb/>gene Laerzio,
            dando così il valore di un’asserzione all’elenco di tutte<lb/>quelle doti che servono a
            spiegare l’affermazione dei primi due versi;<lb/>nel testo dei codici di Aristofane,
            invece, si dice εἰ μνήμων εἶ καὶ<lb/>φροντιστής e così l’elenco delle doti diventa
            l’elenco delle condizioni<lb/>che rendono possibile ciò che è detto nei primi due versi.
            La raffigura-<lb/>zione aristofanesca di Socrate è fin troppo nota perché si debba
            par-<lb/>larne ancora una volta in questa sede; può essere utile ricordare,
            tutta-<lb/>via, che anche gli altri poeti comici non dipinsero Socrate in modo<lb/>più
            benevolo: basti qui ricordare che anche Eupoli (frr. 352, 353, 361<lb/>Kock) lo
            raffigurava come un “mendicante chiacchierone”, come un<lb/>“sofista” e come un “ladro”
               <hi rend="italic"><note xml:id="ftn12" place="foot" n="12"> Cfr. <hi rend="smcap">G.
                     Giannantoni </hi>(a cura di), <hi rend="italic">Socrate. Tutte le testimonianze
                     cit.</hi>, pp.<lb/>63-73.</note>.</hi> Si può dunque pensare che
            Diogene<lb/>Laerzio (o le sue fonti), tralasciando, forse non a caso, di citare
            Eupoli,<lb/>documenti il tentativo di riscattare la figura di Socrate, non già
            con-<lb/>dannando (come leggiamo in Eliano, <hi rend="italic">var. hist.</hi> II 13, o
            in Eunapio,<lb/><hi rend="italic">vit. sophist.</hi> VI 2,4-6), bensì correggendo
            l’interpretazione dei poeti<lb/>comici.</p>
         <p rend="start">Interessanti sono anche le notizie che Diogene Laerzio ci dà sulla<lb/>base
            dell’autorità di Aristotele e dei Peripatetici: Aristotele (fr. 2 Rose3<lb/>[II 23]) è
            citato come testimone di un viaggio di Socrate a Delfi<lb/>(forse in connessione con il
            responso dell’oracolo su di lui) e soprat-<lb/>tutto come fonte della notizia dei due
            matrimoni di Socrate, prima con<lb/>Santippe e poi con Mirto (fr. 93 Rose3 [II 26])<note
               xml:id="ftn13" place="foot" n="13"> Aristotele è citato ancora una volta da Diogene
               Laerzio (fr. 75 Rose3 <hi rend="smcap">[ii</hi> 46])<lb/>come testimone delle accuse
               che contro Socrate avrebbero rivolto Antiloco di Lemno<lb/>e Antifonte
               sofista.</note>. Quanto al primo<lb/>punto, tale viaggio è da escludere e si può
            dubitare che Diogene<lb/>Laerzio (o le sue fonti) abbia riferito esattamente ciò che
            Aristotele<lb/>aveva detto. Questo dubbio non sussiste invece per la seconda
            notizia,<lb/>che fu ripresa anche da Aristosseno (frr. 54 a, 54 b e 58 Wehrli),
            da<lb/>Demetrio Falereo (fr. 96 Wehrli), da Ieronimo di Rodi (fr. 43 Wehrli),<lb/>da
            Satiro peripatetico (fr. 15 <hi rend="italic">F.H.G.</hi> III 163), da Callistene e da
            Por-<lb/>firio (frr. X e XII Nauck), secondo quanto ci documentano Plutarco<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="193" facs="Elenchos86/Ele86_193.jpg"/></p>
         <p>(<hi rend="italic">vit. Aristid.</hi> 27), Ateneo (XIII 556 a), Cirillo (<hi
               rend="italic">contr. Julian.</hi> VI 186)<lb/>e Teodoreto (<hi rend="italic">graec.
               aff. curat.</hi> XII 174, 37). Tuttavia in questa tradi-<lb/>zione esistevano delle
            varianti, che Diogene Laerzio ricorda (II 26):<lb/>una, secondo la quale Socrate avrebbe
            sposato prima Santippe e poi<lb/>Mirto; un’altra, secondo la quale Socrate avrebbe
            sposato prima Mirto<lb/>e poi Santippe; e infine una terza, secondo la quale Socrate
            avrebbe<lb/>sposato le due donne contemporaneamente, sulla base di un decreto<lb/>di cui
            ci parla anche Ateneo. Ma né Platone né Senofonte sanno nulla<lb/>di Mirto<note
               xml:id="ftn14" place="foot" n="14"> Dei tre figli di Socrate, Lamprocle, che è il
               maggiore, sarebbe nato dalla<lb/>prima moglie e Sofronisco e Menesseno dalla seconda
               (cfr. <hi rend="smcap">Diog. Laert. II 26).<lb/></hi>Ma da Platone e Senofonte
               Lamprocle è presentato come figlio di Santippe (cfr.<lb/><hi rend="smcap">Xenoph.
                  </hi><hi rend="italic">mem.</hi> II 2), giovinetto all’epoca del processo del
               padre (cfr. <hi rend="smcap">Plat. </hi><hi rend="italic">apol.<lb/></hi>34 D e <hi
                  rend="italic">Phaed.</hi>
               <hi rend="smcap">116 d-e), </hi>mentre uno dei fratellini minori è in braccio alla
               madre<lb/>Santippe il giorno della morte di Socrate (cfr. <hi rend="smcap">Plat.
                  </hi><hi rend="italic">Phaed.</hi>
               <hi rend="smcap">60 a).</hi></note> e della tradizione del doppio matrimonio di
            Socrate fece<lb/>giustizia già Panezio (fr. 132 van Straaten)<note xml:id="ftn15"
               place="foot" n="15"> Su tutto ciò cfr. <hi rend="smcap">Th. Deman, </hi><hi
                  rend="italic">Le témoignage d'Aristote sur Socrate</hi>, Paris<lb/>1943, pp.
               38-40.</note>.</p>
         <p rend="start">Diogene Laerzio non fa menzione, a proposito del doppio matri-<lb/>monio di
            Socrate, di Aristosseno, che pure doveva dare ad esso uno<lb/>spazio notevole nella sua
               <hi rend="italic">Vita di Socrate</hi> (frr. 51-60 Wehrli); in com-<lb/>penso lo cita
            come fonte in altre due occasioni: quando parla di Socrate<lb/>come discepolo e come
            amasio di Archelao (fr. 52 a Wehrli [II 19])<lb/>e quando parla dell’attività di usuraio
            che Socrate avrebbe esercitato<lb/>per un certo periodo della sua vita (fr. 59 Wehrli
            [II 20]). Ciò significa<lb/>che Diogene Laerzio, tramite le fonti cui attingeva,
            raccolse vari ele-<lb/>menti di quella tradizione malevola e pettegola su Socrate, che
            trovò<lb/>nel Peripato non pochi seguaci e che ebbe proprio nella <hi rend="italic">Vita
               di So-<lb/>crate</hi> di Aristosseno la sua massima espressione: il tratto
            caratteristico<lb/>della raffigurazione di Aristosseno era, come è noto, quello di
            un<lb/>Socrate che quando era preda dell’ira «diventava intollerabile e inde-<lb/>cente,
            e non c’era parola o azione di cui avesse ritegno» (fr. 54 a e 56<lb/>Wehrli), di un
            Socrate che «per tutto ciò che concerne le necessità<lb/>della vita, aveva bisogno di
            poco per contentarsi e di modesti mezzi<lb/>per la vita quotidiana. Del tutto smodato
            era invece nel godimento<lb/>dei piaceri venerei, anche se si tenne lontano sempre da
            ogni oltraggio:<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="194" facs="Elenchos86/Ele86_194.jpg"/></p>
         <p>non cercò infatti altre donne che non fossero le sue mogli o pro-<lb/>stitute» (fr. 54 a
            Wehrli); di un Socrate rozzo, ignorante e intempe-<lb/>rante, anche se senza ingiustizia
            (fr. 55 Wehrli)<note xml:id="ftn16" place="foot" n="16"> Dei Peripatetici Diogene
               Laerzio ricorda ancora Ermippo di Smirne (fr. 32<lb/>Wehrli [II 38]), secondo il
               quale Policrate avrebbe composto l’accusa contro So-<lb/>crate, e Demetrio Falereo
               (fr. 153 Wehrli [II 44]), sulla cronologia di Socrate.</note>.</p>
         <p rend="start">A questa raffigurazione di un Socrate privo di autodominio e<lb/>di
            autocontrollo si contrapponeva quella, certamente più diffusa e di<lb/>origine
            cinicizzante, di un Socrate “adiaforo”, al di sopra e indiffe-<lb/>rente a qualunque
            passione. Anche di questa seconda immagine tro-<lb/>viamo tracce nell’esposizione di
            Diogene Laerzio: per esempio, in II 21,<lb/>dove si dice che sopportava con animo
            rassegnato (φέρειν ἀνεξικάκως)<lb/>le reazioni e persino le percosse che il suo continuo
            interrogare e di-<lb/>scutere suscitava; in II 25, dove si dice che, osservando la
            grande<lb/>quantità di merce esposta alla vendita, diceva tra sé: «Di quante
            cose<lb/>non sento il bisogno!» e che ebbe un regime di vita così ordinato
            e<lb/>temperato che fu l’unico a non contagiarsi durante le frequenti pesti-<lb/>lenze
            che colpirono Atene; in II 27, dove si legge che egli «era solito<lb/>dire che nel modo
            più dolce mangiava quando non sentiva il bisogno di<lb/>companatico e nel modo più dolce
            beveva quando non era in attesa di<lb/>altra bevanda: bisognoso di pochissime cose, era
            vicinissimo agli dei»<note xml:id="ftn17" place="foot" n="17"> Cfr. anche <hi
                  rend="smcap">Xenoph. </hi><hi rend="italic">mem.</hi> I 6,10 e <hi rend="smcap"
                  >Stob. III </hi>5, 33.</note>;<lb/>in II 32, dove si dice che, richiesto quale
            fosse la virtù di un giovane,<lb/>rispose: «Non eccedere»; in II 34, in cui si racconta
            che una volta<lb/>invitò a pranzo degli uomini ricchi e a Santippe, che era
            preoccupata,<lb/>disse: «Stà di buon animo; se saranno moderati si adatteranno,
            se<lb/>intemperanti non ce ne prenderemo cura» e aggiungeva che gli altri<lb/>uomini
            vivono per mangiare, mentre lui mangiava per vivere<note xml:id="ftn18" place="foot"
               n="18"> Cfr. anche <hi rend="italic">Gnom. Vat.</hi> 743 n. 488 e <hi rend="smcap"
                  >Stob. III </hi>4,65. Il tema del cibo è<lb/>ampiamente sviluppato nella
               letteratura socratica.</note>. E<lb/>certo un banco di prova rilevante della <hi
               rend="italic">patientia</hi> e della adiaforia di<lb/>Socrate è costituito, in una
            tradizione molto ricca, dai suoi rapporti con<lb/>la moglie Santippe, di cui anche
            Diogene Laerzio si fa portavoce<lb/>(II 34 e 36-7)<note xml:id="ftn19" place="foot"
               n="19"> Cfr., per i luoghi paralleli, <hi rend="smcap">G. Giannantoni </hi>(a cura
               di), <hi rend="italic">Socrate. Tutte le<lb/>testimonianze cit.</hi>, pp.
               305-6.</note>.</p>
         <p rend="pb"><pb n="195" facs="Elenchos86/Ele86_195.jpg"/></p>
         <p rend="start">Sembra certo, comunque, che Socrate dovette dimostrare alte doti<lb/>di
            autodominio e di autocontrollo, di serenità e di imperturbabilità e<lb/>di una
            straordinaria capacità di estraniarsi da ciò che lo circondava<lb/>per concentrarsi in
            se stesso (cfr. il suo comportamento durante la<lb/>campagna di Potidea, in II 23)<note
               xml:id="ftn20" place="foot" n="20"> E cfr., oltre il <hi rend="italic">Simposio</hi>
               platonico (220 <hi rend="smcap">c-d), </hi>anche <hi rend="smcap">Gell. </hi><hi
                  rend="italic">noct. att.</hi> n 1,1-5.</note>; ma queste doti, più che essere
            sponta-<lb/>nee, dovettero essere il risultato di un lungo tirocinio: che
            Socrate<lb/>dovesse avere una vita d’istinto molto impulsiva, seppure
            fortemente<lb/>dominata e controllata, risulta chiaramente, oltre che dalla
            tradizione<lb/>fisiognomonica in senso stretto<note xml:id="ftn21" place="foot" n="21">
               Cfr. <hi rend="smcap">Cicer. </hi><hi rend="italic">tusc. disp.</hi> IV 37, 80 e <hi
                  rend="italic">de fato</hi> 5,10. La fonte potrebbe essere<lb/>stato il dialogo <hi
                  rend="italic">Zopiro</hi> di Fedone, sul quale cfr. le mie <hi rend="italic"
                  >Socraticorum reliquiae<lb/></hi>(d’ora in avanti <hi rend="italic">SR</hi>),
               Napoli-Roma 1985, vol. III nota 11.</note> e dalla testimonianza di Seneca,
            dallo<lb/>stesso discorso di Alcibiade nel <hi rend="italic">Simposio</hi>
            platonico.</p>
         <p rend="start">Se non proprio da ambienti cinici, certo da ambienti socratici<lb/>hanno
            avuto la loro origine le notizie sulla sorte infausta che sarebbe<lb/>toccata agli
            accusatori di Socrate dopo l’esecuzione della sentenza e<lb/>che anche Diogene Laerzio
            riprende, non senza palesi assurdità e<lb/>anacronismi (II 43-4 e VI 9-10)<note
               xml:id="ftn22" place="foot" n="22"> Quasi a conferma della “profezia” che Platone
               mette in bocca a Socrate in<lb/><hi rend="italic">apol.</hi> 39 <hi rend="smcap">C-D,
               </hi>le fonti antiche ci tramandano una gran quantità di notizie che do-<lb/>vrebbero
               documentare il rapido pentimento degli Ateniesi per il crimine commesso<lb/>e la
               punizione dei responsabili: secondo Plutarco (<hi rend="italic">de inv. et odio</hi>
               6, p. 538 <hi rend="smcap">a) </hi>gli<lb/>Ateniesi avrebbero interdetto gli
               accusatori di Socrate e secondo Diodoro Siculo<lb/>(XIV 37, 7) li avrebbero messi a
               morte senza processo. Una più ricca aneddotica<lb/>ci è tramandata da Diogene Laerzio
               (II 43): gli Ateniesi avrebbero chiuso, in segno<lb/>di lutto, palestre e ginnasi;
               avrebbero condannato all’esilio gli accusatori (e la città<lb/>di Eraclea si sarebbe
               rifiutata di accogliere Anito) e avrebbero eretto nel Pompeo<lb/>una statua di bronzo
               di Socrate, opera di Lisippo. In un altro passo (VI 9-10) è<lb/>attribuito ad
               Antistene il merito di essere stato l’autore dell'esilio di Anito e della<lb/>morte
               di Meleto: imbattutosi infatti in un gruppo di giovinetti del Ponto, venuti<lb/>ad
               Atene attratti dalla fama di Socrate, li avrebbe condotti da Anito, dicendo
               iro-<lb/>nicamente che era più sapiente di Socrate; ed essi, indignati, avrebbero
               cacciato<lb/>Anito dalla città. Quest’ultima notizia è addirittura assurda (come
               avrebbero potuto<lb/>dei cittadini del Ponto esiliare da Atene un cittadino
               ateniese?), non meno del-<lb/>l’altra, secondo cui Euripide, morto nel 406 a.C. (e
               quindi prima di Socrate, come<lb/>giustamente notò Filocoro) avrebbe rimproverato nel
               suo <hi rend="italic">Palamede</hi> gli Ateniesi<lb/>per aver messo a morte
               «l’onnisapiente usignolo delle Muse, che a nessuno arrecò<lb/>dolore». Cfr. <hi
                  rend="smcap">G. Giannantoni, </hi><hi rend="italic">Che cosa ha veramente detto
                  Socrate</hi>, Roma 1971,<lb/>pp. 170-1.</note>. Ma tutto ciò manca di
               qualsiasi</p>
         <p rend="pb"><pb n="196" facs="Elenchos86/Ele86_196.jpg"/></p>
         <p>fondamento storico. E se anche Meleto e Licone tornarono
            subito nel-<lb/>l’ombra, è quasi certamente lo stesso Anito che accusò Socrate
            quello<lb/>che l’oratore Andocide, accusato di empietà nel 399 a.C., invoca
            come<lb/>testimone della sua innocenza, indicandolo come uno di coloro che<lb/>avevano
            dato prove sufficienti delle proprie virtù politiche alla rico-<lb/>stituita democrazia
            (Andocyd. I 150); ed e quasi certamente lo stesso<lb/>Anito che nel 388 a.C. ricoprì la
            carica importante di «sovrainten-<lb/>dente al grano» (<hi rend="italic"
               >sitophylakos</hi>: cfr. Lysias XXII 8-10).</p>
         <p rend="start">È noto il giudizio negativo che Epicuro e gli Epicurei dettero<lb/>di
               Socrate<note xml:id="ftn23" place="foot" n="23"> Tra gli studi più recenti su questo
               argomento mi limito a segnalare: Μ. T.<lb/><hi rend="smcap">Riley, </hi><hi
                  rend="italic">The Epicurean Criticism of Socrates</hi>, «Phoenix», XXXIV (1980)
               pp. 55-68<lb/>e K. <hi rend="smcap">Kleve, </hi><hi rend="italic">Scurra Atticus. The
                  Epicurean View of Socrates,</hi> nelle pp. 227-53<lb/>del primo volume di
               Συζήτησις. <hi rend="italic">Studi sull’epicureismo greco e romano offerti a<lb/>M.
                  Gigante,</hi> Napoli 1983. Sulla testimonianza di Idomeneo cfr. <hi rend="smcap"
                  >A. Angeli, </hi><hi rend="italic">I fram-<lb/>menti di Idomeneo di Lampsaco</hi>,
               «Cronache Ercolanesi», 11 (1981) pp. 41-101<lb/>(specialmente pp. 56-61 e
               92-3).</note>: di questo giudizio in Diogene Laerzio è riferito solo quello<lb/>di
            Idomeneo (frr. 24 e 25 Angeli = fr. 1 Mueller [II 19 e 20]),<lb/>secondo il quale
            Socrate sarebbe stato ἐν τοῖς ῥητορικοῖς δεινός, anzi<lb/>sarebbe stato il primo,
            insieme al suo discepolo Eschine, a insegnare<lb/>retorica: ora è del tutto evidente che
            nel contesto dell’epicureo il ter-<lb/>mine “retorica” doveva alludere alle
            conversazioni socratiche<note xml:id="ftn24" place="foot" n="24"> Come è stato chiarito
               bene dalla <hi rend="smcap">A. Angeli, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>, pp.
               58-60 e p. 92.<lb/>Perciò non è da condividere, ciò che aveva scritto J. <hi
                  rend="smcap">Humbert, </hi><hi rend="italic">Socrate et les</hi>
               <hi rend="italic">petits<lb/>Socratiques</hi>, Paris 1967, p. 216.</note>, e
            il<lb/>ricordo, insieme a Socrate, anche di Eschine è da spiegare non solo<lb/>con la
            particolare fedeltà di quest’ultimo all’insegnamento del maestro,<lb/>ma soprattutto con
            il ruolo del tutto particolare che l’epicureo asse-<lb/>gnava a questo socratico, quando
            sosteneva che era stato proprio<lb/>Eschine, e non Critone, a consigliare a Socrate in
            prigione la fuga e<lb/>che invece Platone aveva attribuito quei discorsi a Critone
            perché<lb/>Eschine era amico di Aristippo e in buoni rapporti con Dionigi
            di<lb/>Siracusa (frr. 26 e 27 Angeli = fr. 2 Mueller [II 60 e III 36]). E<lb/>alla
            stessa fonte deve probabilmente risalire anche ciò che è detto in<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="197" facs="Elenchos86/Ele86_197.jpg"/></p>
         <p>II 35, e cioè che Socrate, dopo aver sognato che uno gli diceva: «Al<lb/>terzo giorno
            verrai a Ftia dalla fertile zolla» (Hom. I 363), avrebbe<lb/>detto ad Eschine: «Fra tre
            giorni morirò»<note xml:id="ftn25" place="foot" n="25"> Cfr. <hi rend="smcap">Plat.
                  </hi><hi rend="italic">Crit.</hi>
               <hi rend="smcap">44 b.</hi></note><hi rend="italic">.</hi> Della attendibilità
            sto-<lb/>rica di questa informazione non è il caso di parlare; il suo interesse<lb/>sta
            piuttosto nel fatto che essa riflette discussioni all'interno dei circo-<lb/>li
            socratici, come vedremo meglio più avanti, quando torneremo anche<lb/>sul giudizio di
            Idomeneo circa l’autenticità degli scritti di Eschine.</p>
         <p rend="start">Giudizio negativo su Socrate è anche quello di Timone (fr. 25 Diels<lb/><hi
               rend="smcap">[II</hi> 19]), nel quale si fa riferimento non solo al fatto che Socrate
            ab-<lb/>bandonò la speculazione fisica per dedicarsi completamente alle ciarle<lb/>sulle
            leggi, alle sottigliezze dialettiche e all’ironia, ma anche al fatto<lb/>che Socrate fu
            «lapicida»: con ciò Timone raccoglieva la tradizione<lb/>che voleva Socrate esercitare
            la stessa arte del padre nel primo pe-<lb/>riodo della sua vita; una tradizione ripresa
            anche dal peripatetico De-<lb/>metrio di Bisanzio (II 21) e, con intonazione
            spregiativa, da Duride<lb/>(fr. 78 Jacoby [II 19]), che parlò anche di una sua servitù,
            e da altri,<lb/>che gli attribuirono la realizzazione delle Cariti vestite che erano
               sul-<lb/>l’Acropoli<note xml:id="ftn26" place="foot" n="26"><hi rend="italic"/> Opera
               invece dello scultore Socrate di Tebe: cfr. <hi rend="smcap">Plin. </hi><hi
                  rend="italic">nat. hist.</hi> XXXVI 32.<lb/>La confusione torna anche in altre
               fonti antiche.</note>.</p>
         <p rend="start">Possiamo qui trascurare le altre fonti citate da Diogene Laerzio:<lb/>se si
            fa eccezione per la testimonianza di Apollodoro a proposito della<lb/>cronologia (fr. 34
            Jacoby [II 44]) e per la testimonianza di Favorino<lb/>(particolarmente rilevante in
            merito alle circostanze del processo, come<lb/>vedremo), le altre fonti<note
               xml:id="ftn27" place="foot" n="27"> Le altre fonti citate sono: Antistene di Rodi
               (fr. 4 Jacoby [n 39]) a propo-<lb/>sito degli accusatori di Socrate; Ione di Chio
               (fr. 11 Blumenthal = fr. 9 Jacoby<lb/>[II 23]) sul viaggio di Socrate a Samo; Pamfila
               (fr. 6 Mueller [II 24]) su un epi-<lb/>sodio tra Socrate e Alcibiade; Giusto di
               Tiberiade (fr. 1 Jacoby [II 41]) su Platone<lb/>al processo di Socrate; Dionisodoro
                  (<hi rend="italic">F.H.G.</hi> II 84 [II 42]) sulla non attribuzione<lb/>del peana
               a Socrate; Filocoro (fr. 221 Jacoby [II 44]), lo Pseudo-Aristippo (IV <hi
                  rend="smcap">a </hi>153<lb/>Giannantoni) e Eubulide (T 66 (?) Doering).</note> non
            offrono indicazioni particolarmente<lb/>significative.</p>
         <p rend="start">In conclusione si può osservare, dunque, che le parti storicamente<lb/>più
            adeguate della biografia laerziana sono quelle che riguardano le<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="198" facs="Elenchos86/Ele86_198.jpg"/></p>
         <p>campagne militari di Socrate e il processo. Delle campagne militari<lb/>Diogene Laerzio
            parla in II 22-3 e rispetto al racconto platonico (cfr.<lb/><hi rend="italic">symp.</hi>
            <hi rend="smcap">219 E-221 </hi>B) la discrepanza più macroscopica è nel
            racconto<lb/>laerziano di come Socrate aiutasse Senofonte caduto da cavallo e
            lo<lb/>ponesse in salvo durante la battaglia di Deio del 424 a.C. Tale<lb/>racconto è
            cronologicamente assurdo (Senofonte a quell’epoca doveva<lb/>avere due o tre anni) e, se
            non deriva da uno scambio di Senofonte<lb/>con Lachete (cfr. Plat. <hi rend="italic"
               >symp.</hi> 221 A-B e <hi rend="italic">Lach.</hi> 181 B), deve essere
            certa-<lb/>mente un’invenzione sul modello del salvataggio di Alcibiade a
            Potidea.<lb/>Invenzione comunque interessante se posta in relazione con la
            conte-<lb/>stazione radicale di una qualsiasi partecipazione di Socrate a cam-<lb/>pagne
            militari che leggiamo in Ateneo (V 215 C-216 C), giacché docu-<lb/>menta una tendenza a
            coinvolgere i fatti in una contesa filosofica: sap-<lb/>piamo infatti che la fonte di
            Ateneo è quell’Erodico di Babilonia (II<lb/>sec. a.C.) di cui è noto l’atteggiamento di
            violenta polemica contro<lb/>Platone: contrapporre il filosofo Platone allo storico
            Tucidide e negare<lb/>la partecipazione di Socrate alle campagne militari doveva servire
            uni-<lb/>camente ad accusare Platone di mendacio.</p>
         <p rend="start">Quanto, al processo di Socrate, le notizie che leggiamo in
            Diogene<lb/>Laerzio (II 38-43), soprattutto sulla base di Platone e di Favorino,
            sono<lb/>per lo più esatte e qualcuna anche molto importante. In particolare,<lb/>la
            testimonianza di Favorino (fr. 5 Mueller = fr. 3 Mensching = fr.<lb/>63 Barigazzi [II
            39]), che negava l’autenticità dell'<hi rend="italic">Accusa contro<lb/>Socrate</hi> di
            Policrate, dal momento che in essa si faceva cenno alla<lb/>ricostruzione delle mura ad
            opera di Conone (ricostruzione che invece<lb/>ebbe luogo sei anni dopo la morte di
            Socrate), è stata uno dei fattori<lb/>determinanti per dissipare l’equivoco, diffuso
            nell’antichità, per cui si<lb/>attribuiva a Policrate la redazione dell’accusa
            pronunciata in tribunale<lb/>da Anito e per collocare l' <hi rend="italic">Accusa</hi>
            policratea nel 393 a.C., gettando<lb/>così molta luce sulle discussioni avvenute dopo la
            morte di Socrate<lb/>e sulle “apologie” composte da quasi tutti i Socratici<note
               xml:id="ftn28" place="foot" n="28"> Cfr. <hi rend="smcap">G. Giannantoni, </hi><hi
                  rend="italic">Che cosa ha veramente detto Socrate</hi>, cit., pp.
            174-8.</note>.</p>
         <p rend="start">Di fronte alla relativa ricchezza delle parti biografiche sta
            l’estre-<lb/>ma scarsità e l’estrema genericità delle indicazioni date da Diogene<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="199" facs="Elenchos86/Ele86_199.jpg"/></p>
         <p>Laerzio a proposito della filosofia di Socrate: in <hi rend="smcap">II</hi> 21 leggiamo,
            sul-<lb/>l’autorità di Demetrio di Bisanzio, che Socrate, «convinto che la
            spe-<lb/>culazione naturalistica non ci riguarda affatto, discuteva di
            questioni<lb/>morali nelle officine e nel mercato. Era solito dire che l’oggetto
            della<lb/>sua ricerca era “ciò che nella casa si fa di bene e di male” [Hom.<lb/>δ
               392]»<note xml:id="ftn29" place="foot" n="29">Ctr. <hi rend="smcap">G.
                  Giannantoni</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Socrate. Tutte le testimonianze
                  cit.,</hi> pp.<lb/>357-8 per i luoghi paralleli.</note>.</p>
         <p rend="start">Lo scambio di battute con Euclide in II 30 potrebbe essere deri-<lb/>vato
            dalla tradizione di un Socrate che, insieme alla fisica, rifiuta anche<lb/>la logica. E
            sullo stesso piano è da collocare il giudizio sulla geometria<lb/>che si legge in II 32:
            «Era solito dire che bisognava studiare la geo-<lb/>metria, fino al punto che uno
            sapesse misurare la terra che acquistava<lb/>o che vendeva [cfr. Xenoph. <hi
               rend="italic">mem.</hi> IV 7, 2]».</p>
         <p rend="start">In <hi rend="smcap">II</hi> 22 si dice che Socrate «dispiegava il suo
            ardore di ricerca<lb/>conversando con tutti e tutti conversando con lui: scopo delle
            sue<lb/>conversazioni fu la conquista del vero, non che gli altri rinunziassero<lb/>alla
            loro opinione».</p>
         <p rend="start">In <hi rend="smcap">II</hi> 31 si legge che Socrate diceva «che uno solo è
            il bene, la<lb/>scienza, e uno solo il male, l’ignoranza; ricchezza e nobiltà di
            natali<lb/>non conferiscono dignità, piuttosto arrecano male».</p>
         <p rend="start">In <hi rend="smcap">II</hi> 32 si legge che «un demone gli prediceva il
            futuro; il saper<lb/>obbedire non è poca cosa, ma si conquista poco a poco; nulla
            sapeva<lb/>eccetto che nulla sapeva».</p>
         <p rend="start">In II 37 è ricordato il responso dell’oracolo e in II 24 il suo
            at-<lb/>teggiamento favorevole alla democrazia.</p>
         <p rend="start">Ma di notevole interesse è soprattutto ciò che si legge in II 45:<lb/>«A me
            pare che Socrate abbia discorso anche della natura, dal mo-<lb/>mento che talvolta
            discorse della provvidenza, come dice Senofonte<lb/> [<hi rend="italic">mem.</hi> I
            4,6], il quale però afferma che le sue conversazioni verte-<lb/>vano unicamente
            sull’etica [<hi rend="italic">mem.</hi> I 1, 16]. Inoltre, Platone nell’<hi
               rend="italic">Apo-</hi><lb/><hi rend="italic">logia</hi> [26 D-E], dove menziona
            Anassagora e alcuni altri naturalisti,<lb/>parla di argomenti che Socrate nega di
            conoscere e attribuisce, tuttavia,<lb/>ogni discorso a Socrate». Qui ci troviamo di
            fronte a uno di quei<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="200" facs="Elenchos86/Ele86_200.jpg"/></p>
         <p>rarissimi casi in cui Diogene Laerzio si contrappone apertamente, con<lb/>un proprio
            giudizio, ad una tradizione o ad una delle fonti da lui<lb/>utilizzate<note
               xml:id="ftn30" place="foot" n="30"> Gli altri casi che ho potuto riscontrare si
               trovano in I 1-12 (presa di posi-<lb/>zione contro l’origine “barbarica” della
               filosofia), in I 20 (affermazione che anche<lb/>quella scettica è una “setta” o
               “scuola), in III 48-52 (sulla forma e la classificazione<lb/>dei dialoghi platonici),
               in VI 103 (affermazione che anche il cinismo è una “scuola”)<lb/>e in X 9 (contro la
               “follia” dei critici e dei detrattori di Epicuro).</note>. E ciò è molto
            significativo. Non sono in grado di sta-<lb/>bilire con certezza se Diogene Laerzio
            attingesse direttamente o indi-<lb/>rettamente a Senofonte e a Platone: la frequenza
            delle loro citazioni<lb/>nella <hi rend="italic">Vita</hi> di Socrate, ciò che è detto
            sui loro scritti in III 34 e le<lb/>osservazioni sui dialoghi platonici in III 48-52
            sembrerebbero far pro-<lb/>pendere per la prima ipotesi; contro mi pare che deponga il
            fatto<lb/>che la stessa apoftegmatica di Socrate sarebbe stata certamente più<lb/>ricca
            ed abbondante. Quello che, comunque, mi pare certo è che<lb/>Platone e soprattutto
            Senofonte sono autori che costituiscono pur<lb/>sempre, per Diogene Laerzio, delle vere
            e proprie fonti e dei sicuri<lb/>punti di riferimento e ciò spiega perché Diogene
            Laerzio sia in grado,<lb/>almeno in qualche caso, di criticarli dall’ “interno” e non
            contrappo-<lb/>nendo loro altre fonti e altre tradizioni.</p>
         <p rend="start">In ogni caso, è facile vedere dietro gli scarni accenni dati da<lb/>Diogene
            Laerzio l’eco impallidita di alcune importanti dottrine so-<lb/>cratiche:
            l’inadeguatezza delle indagini scientifiche sulla natura (sug-<lb/>gerita non da
            disinteresse o da una loro concezione meramente uti-<lb/>litaristica — come Diogene
            Laerzio vorrebbe far credere — ma da<lb/>una loro valutazione in vista della
            determinazione del “massimo bene”,<lb/>come chiaramente risulta dalla celebre pagina del
               <hi rend="italic">Fedone</hi> platonico<lb/>a proposito di Anassagora), l’esaltazione
            del “dialogare” come stru-<lb/>mento non di persuasione e di psicagogia ma di ricerca
            del vero, la<lb/>dottrina dell’unità della virtù e della sua identificazione con la
            scienza,<lb/>il sapere di non sapere e via dicendo. Ma si tratta, appunto, di
            accenni<lb/>scarni, nei quali la ricchezza e la profondità del pensiero
            socratico,<lb/>quale è possibile ricostruire soprattutto sulla base dei primi
            dialoghi<lb/>di Platone, è andata irrimediabilmente perduta o ridotta a
            semplice<lb/>banalità. Così come semplicemente “apologetica” (rispetto alle accuse<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="201" facs="Elenchos86/Ele86_201.jpg"/></p>
         <p>circa i suoi rapporti con Alcibiade e soprattutto con Crizia) è l’osser-<lb/>vazione
            circa i suoi sentimenti democratici<note xml:id="ftn31" place="foot" n="31"> Cfr. su
               questo punto <hi rend="smcap">G. Giannantoni, </hi><hi rend="italic">Che cosa ha
                  veramente detto Socrate</hi>,<lb/>cit., pp. 140-3.</note>.</p>
         <p rend="start">Tuttavia questa immagine sbiadita, impoverita e
            sostanzialmente<lb/>fraintesa della filosofia di Socrate pone un problema, giacché
            essa,<lb/>a rigore, non giustifica neppure l’asserzione, che si legge nello
            stesso<lb/>Diogene Laerzio (I 14), che fu Socrate a «introdurre» (εἰσάγειν)<lb/>l’etica
            in filosofia. È ben vero che Diogene Laerzio riceve questa as-<lb/>serzione da una
            tradizione che egli mostra di non condividere piena-<lb/>mente (essa è ripetuta in II
            16, ma con l’osservazione che, a quel<lb/>che sembra, neppure ad Archelao erano estranei
            interessi per i pro-<lb/>blemi etici, e in II 45, dove, come abbiamo visto, egli, con
            piena<lb/>indipendenza di giudizio, ritiene di dover criticare le affermazioni
            di<lb/>Senofonte e Platone che Socrate si interessasse solo di etica), ciò non<lb/>di
            meno si pone la domanda: come si è formata quella immagine?</p>
         <p rend="start">Per rispondere a questa domanda dovremmo saperne molto di più<lb/>sulle
            fonti cui Diogene Laerzio attingeva e sulla loro collocazione cro-<lb/>nologica<note
               xml:id="ftn32" place="foot" n="32"> Per lo <hi rend="italic">status quaestionis</hi>
               circa le fonti di Diogene Laerzio rinvio alla nota 2<lb/>nel terzo volume delle mie
                  <hi rend="italic">SR,</hi> pp. 24-8.</note>: la storia della fortuna di Socrate è
            infatti un capitolo<lb/>molto complesso della storia del pensiero antico e per di più
            compli-<lb/>cato dalle relazioni con la storia della fortuna di Platone (e non
            solo<lb/>di Platone: si pensi a Diogene cinico). Sta di fatto che la
            tradizione<lb/>dossografica non sa nulla del suo pensiero, tranne il fatto che
            «in-<lb/>trodusse l’etica» in filosofia<note xml:id="ftn33" place="foot" n="33"> Cfr.
                  <hi rend="smcap">Hippolit. </hi><hi rend="italic">philos.</hi> 5 (= <hi
                  rend="italic">Dox. gr.</hi> 559,13-4); 17 (= <hi rend="italic">Dox. gr.</hi> 566,
               25-7);<lb/>18,1 (= <hi rend="italic">Dox. gr.</hi> 567,1-4); <hi rend="smcap"
                  >Epiphan. </hi><hi rend="italic">adv. haeres.</hi> III 6 (= <hi rend="italic">Dox.
                  gr.</hi> 590, 4-6);<lb/><hi rend="smcap">Galen. </hi><hi rend="italic">hist.
                  philos.</hi> 1 (= <hi rend="italic">Dox. gr.</hi> 597, 3-12). A questo si può
               aggiungere che in<lb/><hi rend="smcap">Stob. </hi>II 7, p. 49, 6-7 W.-H., è riferita
               come <hi rend="italic">doxa</hi> comune di Pitagora, Socrate e<lb/>Platone quella che
               pone il “fine” nella ὁμοίωσις θεῷ: su questo punto e sulla<lb/>associazione di questi
               tre nomi cfr. R. <hi rend="smcap">Hirzel, </hi><hi rend="italic">Untersuchungen zu
                  Cicero's phi-<lb/>losophischen Schriften,</hi> vol. III, Leipzig 1883, p. 243 e M.
                  <hi rend="smcap">Giusta, </hi><hi rend="italic">Dossografi di<lb/>etica</hi>, vol.
               I, Torino 1964, pp. 327-8, che identifica nel passo di Stobeo l’<hi rend="italic"
                  >Epitome A<lb/></hi>di Ario Didimo.</note>. Ciò può significare soltanto che a
            un<lb/>determinato momento, al di fuori e forse in polemica con la tradi-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="202" facs="Elenchos86/Ele86_202.jpg"/></p>
         <p>zione cinico-stoica, che continuava a proporre una determinata immagine<lb/>di Socrate,
            ebbe corso un’altra immagine di Socrate, totalmente iden-<lb/>tificata con quella del
            personaggio dei dialoghi di Platone e la cui<lb/>fisionomia filosofica, quindi, non era
            più distinguibile e separabile da<lb/>quella di Platone stesso. Questa immagine di
            Socrate era destinata a<lb/>impallidire mano a mano che perdevano considerazione i
            cosiddetti<lb/>‘dialoghi giovanili” e acquistavano un ruolo preponderante,
            nell’espo-<lb/>sizione corrente della filosofia di Platone, il <hi rend="italic"
               >Timeo</hi> e trattazioni siste-<lb/>matiche di scuola, risalenti alla fase del
            platonismo medio. Che poi<lb/>tutto questo sia stato, per così dire, preparato già da
            Posidonio, da<lb/>un lato, e da Antioco, dall’altro, è congetturabile ma non
            dimostrabile<lb/>con sicurezza. Certo è, comunque, che a conclusioni analoghe
            sembra<lb/>condurre anche l’esposizione del pensiero di Platone in III 67-80.</p>
         <p rend="start">È dunque del tutto spenta l’eco di quel problema di ricostruzione<lb/>del
            Socrate storico che sta alla base delle informazioni che ci dà Ari-<lb/>stotele.
            Cosicché invano si cercherebbero nella vita scritta da Diogene<lb/>Laerzio sia lo sforzo
            di riguadagnare il Socrate storico sia le tracce<lb/>dell’eredità socratica nella
            filosofia ellenistica. Ma non per questo<lb/>l’opera di Diogene Laerzio può essere
            ritenuta inutile o poco impor-<lb/>tante per noi moderni, per i quali, invece, la
            ricostruzione del So-<lb/>crate “storico” è tuttora un problema molto impegnativo e per
            i quali<lb/>questa ricostruzione appare sempre più come una chiave di
            lettura<lb/>essenziale per comprendere il dibattito filosofico nell’età
            ellenistica.<lb/>Innanzi tutto perché, come vedremo più avanti, Diogene Laerzio,
            se<lb/>letto attentamente, ci conserva testimonianze preziose per ricostruire
            le<lb/>vivacissime discussioni che, come si è già detto, si accesero nei
            circoli<lb/>socratici soprattutto dopo la morte del maestro. In secondo luogo
            perché,<lb/>a guardar bene, è possibile scorgere in Diogene Laerzio qualche
            indizio<lb/>del fatto che Socrate e i Socratici dovettero costituire un vero e
            proprio<lb/>problema per gli schemi della storiografia filosofica antica.</p>
         <p rend="start">Vediamo subito questo secondo punto. Il <hi rend="italic">Proemio</hi>
            delle <hi rend="italic">Vite</hi> di<lb/>Diogene Laerzio presenta due diversi criteri di
            ordinamento dei filo-<lb/>sofi: il primo, basato sulla distinzione tra “filosofia
            ionica” e “filosofia<lb/>italica”, il secondo sulla tripartizione della filosofia in
            “fisica”, “etica”<lb/>e “dialettica” o “logica” (I 13-21): la “filosofia ionica”
            comincia con<lb/>Anassimandro, discepolo di Talete (annoverato tra i Sette
            Sapienti)<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="203" facs="Elenchos86/Ele86_203.jpg"/></p>
         <p>e per “successione” arriva a Socrate, che introdusse l’etica; con Socrate<lb/>essa si
            bipartisce, perché da un lato, tramite Antistene, dà luogo alla<lb/>“successione”
            cinico-stoica e, dall’altro, tramite Platone, dà luogo alla<lb/>“successione” accademica
            e a quella peripatetica. La “filosofia italica”<lb/>comincia con Pitagora, discepolo di
            Ferecide (un altro dei Sette Sa-<lb/>pienti) e, attraverso eleati e atomisti, giunge ad
            Epicuro.</p>
         <p rend="start">Del tutto diverso è il secondo criterio, perché raggruppa tutti
            i<lb/>filosofi anteriori a Socrate sotto la denominazione di “fisici” e fa
            di<lb/>Socrate il capostipite di dieci “scuole”: l’accademica, la
            cirenaica,<lb/>l’eliaca, la megarica, la cinica, l’eretriaca, la dialettica, la
            peripatetica,<lb/>la stoica e l’epicurea (e con ciò anche quest’ultima grande scuola
            elleni-<lb/>stica viene ricondotta ad un’ascendenza socratica, dalla quale, invece,
            la<lb/>sottraeva il primo criterio di classificazione).</p>
         <p rend="start">Ma al di là della diversità dei due criteri, dei quali l’uno
            sembra<lb/>ispirato dalla tradizione delle “successioni” e l’altro da quella
            “dosso-<lb/>grafica” <note xml:id="ftn34" place="foot" n="34"> Per un esame complessivo
               dei problemi del <hi rend="italic">Proemio</hi> laerziano cfr. O.<lb/><hi
                  rend="smcap">Gigon, </hi><hi rend="italic">Das Prooemium des Diogenes Laertios:
                  Struktur und Probleme,</hi> nelle pp.<lb/>37-64 di <hi rend="italic">Freundesgabe
                  für W. Wili</hi>, Bern 1960, e J. <hi rend="smcap">Mejer, </hi><hi rend="italic"
                  >Diogenes Laertius and<lb/>his Hellenistic Background,</hi> Wiesbaden 1978
               (specialmente pp. 50-3), con la recen-<lb/>sione di M. <hi rend="smcap">Gigante,
               </hi>«Gnomon», <hi rend="smcap">lv </hi>(1983) pp. 9-14.</note>, ciò che mi pare
            rilevante osservare in questa sede è il<lb/>ruolo centrale che, all’origine di queste
            due tradizioni, doveva essere<lb/>riconosciuto a Socrate: Socrate è, per così dire,
            l’autore di una svolta<lb/>profonda nelle indagini filosofiche e diventa, per usare
            l’espressione<lb/>di Cicerone, colui <hi rend="italic">qui parens philosophiae iure dici
               potest</hi> (<hi rend="italic">de fin.</hi> II<lb/>1,2), giacché egli per primo la
            filosofia <hi rend="italic">devocavit e coelo et in urbibus<lb/>collocavit, et in domus
               etiam introduxit et coëgit de vita et moribus<lb/>rebusque bonis et malis
               quaerere</hi> (<hi rend="italic">tusc. disp.</hi> V 4, 10). Il che conferma<lb/>ciò
            che da tanti altri indizi emerge con chiarezza, e cioè che Socrate,<lb/>e non Talete o
            Pitagora (o Anassimandro o Parmenide) deve essere<lb/>considerato il primo pensatore al
            quale venne intenzionalmente e con-<lb/>sapevolmente attribuito il nome di “filosofo”,
            la cui attività e il cui<lb/>modo di vita furono designati come “filosofia”, in
            contrapposizione ad<lb/>altre forme di <hi rend="italic">sophia</hi> e ad altre figure
            di <hi rend="italic">sophoi</hi> e di <hi rend="italic">sophistai</hi> (cfr.,<lb/>del
            resto, Diog. Laert. I 12: «i sapienti si chiamavano anche sofisti<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="204" facs="Elenchos86/Ele86_204.jpg"/></p>
         <p>e non solo i sapienti, ma anche i poeti»). Socrate è veramente il primo<lb/>filosofo
            della nostra tradizione culturale, perché è il primo pensatore<lb/>al quale è
            apertamente attribuita, dai suoi seguaci e dai suoi “apologeti”,<lb/>la consapevolezza
            di non sapere: di fronte alla presunzione di sapere<lb/>propria dei <hi rend="italic"
               >sophoi</hi> e dei <hi rend="italic">sophistai,</hi> Socrate è presentato come colui
            che<lb/>sa solo di non sapere e proprio per questo desidera e ama sapere, come<lb/>colui
            che di questo desiderio e di questo amore fa non solo la motiva-<lb/>zione più profonda
            del suo continuo “dialogare”, “ricercare”, “esami-<lb/>nare” e “confutare”, ma anche lo
            scopo supremo e la ragione ultima<lb/>(μέγιστοv ἀγαθόν) di tutta la sua vita: in altri
            termini, come colui<lb/>che è autenticamente “filosofo”.</p>
         <p rend="start">Ritorna così in primo piano la “testimonianza” platonica dei dia-<lb/>loghi
            giovanili. Può anche darsi che la filosofia delineata in questi<lb/>scritti non
            appartenga al Socrate “storico”, ma solo al Socrate “plato-<lb/>nico” o, meglio, al
            Platone “socratico”. Sta di fatto però che in questi<lb/>scritti è delineata con un
            rilievo, un’efficacia e una consapevolezza teorica<lb/>incomparabilmente superiori
            l’immagine di Socrate come vivente anti-<lb/>tesi dei sofisti. Innanzi tutto nel modo di
            vivere: Socrate non fa<lb/>viaggi, non cerca la protezione dei ricchi e dei potenti, non
            pretende di<lb/>essere maestro e non si fa pagare per il suo insegnamento, vive in
            po-<lb/>vertà in mezzo alla gente comune e discute con tutti. Anche se, vo-<lb/>lendolo,
            potrebbe fare tutto quello che fanno i “sapienti” e persino<lb/>meglio di loro. Il suo
            modo di vivere, in apparenza così poco appeti-<lb/>bile, è in realtà il più desiderabile
            e il più felice, perché « una vita<lb/>che non sia dedita alla ricerca non è degna di
            essere vissuta ». E come<lb/>le statue dei Sileni, Socrate cela nel suo intimo il suo
            tesoro, cioè la<lb/>sua sapienza. Ma qual’è il tratto più caratteristico di questa
            sapienza?<lb/>È, come si è detto, il “sapere di non sapere”.</p>
         <p rend="start">Con “questo” Socrate nasce dunque la filosofia e la filosofia
            nasce<lb/>come “domanda” (τί<hi rend="italic"> </hi>έστι) e come “interrogazione”: la
            sapienza pre-<lb/>sunta si limita ad esibire se stessa e a contrapporsi ad altre
            sapienze,<lb/>crede di possedere già la verità e cerca solo la persuasione. La
            filosofia<lb/>nasce invece quando la sapienza presunta è revocata in dubbio,
            quando<lb/>le si chiede di dare ragione di ciò che asserisce, quando è sottoposta<lb/>ad
            esame e confutazione. Questo elemento della critica, del libero e<lb/>indipendente uso
            della ragione, questa concezione che oggi definiremmo<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="205" facs="Elenchos86/Ele86_205.jpg"/></p>
         <p>‘laica” del sapere è, da Socrate in poi, una caratteristica fondamentale<lb/>della
            filosofia. Essa tuttavia si intreccia e si scontra con l’altra caratte-<lb/>ristica, che
            emerge in Platone e giunge a piena maturazione con Ari-<lb/>stotele, e cioè quella per
            cui la critica e l’uso della ragione non possono<lb/>non tendere, a loro volta, alla
            conoscenza e al possesso totale della<lb/>'‘verità”, cioè a fornire le “risposte” ultime
            e fondamentali. E non<lb/>è un caso se già con Aristotele e poi soprattutto con le
            grandi scuole<lb/>ellenistiche lo scopo della filosofia viene identificato con il
            tratteggiare<lb/>la figura ideale del “saggio” e del “sapiente”. Questo intreccio
            conosce,<lb/>del resto, ancora oggi fasi e forme profondamente diverse e nuove,<lb/>ma è
            ben lungi dall’essere risolto e forse proprio per questo il modo<lb/>in cui la
            “filosofia” è nata può insegnarci ancora qualcosa.</p>
         <p rend="start">Ma anche sul piano più propriamente storiografico le conseguenze<lb/>sono
            vistose, giacché solo dopo che con Socrate nasce la filosofia come<lb/>disciplina
            autonoma, diversa e “superiore” rispetto alla scienza e alla<lb/>poesia, e come genere
            di vita con una sua inconfondibile peculiarità,<lb/>dobbiamo ritenere che inizi
            quell’opera di recupero della precedente<lb/>tradizione culturale e di reinterpretazione
            del passato dal nuovo punto<lb/>di vista acquisito, che portò Platone e soprattutto
            Aristotele a ricer-<lb/>care gli “antecedenti” del proprio pensiero: ed è appunto questa
            opera<lb/>di recupero e di reinterpretazione che fissa in Talete l’ “inizio”
            della<lb/>filosofia.</p>
         <p rend="start">Ciò non può essere più ampiamente argomentato qui<note xml:id="ftn35"
               place="foot" n="35"> Questo punto è stato da me più adeguatamente trattato nelle
               conclusioni di<lb/>un convegno su “La storiografia filosofica antica”, organizzato
               dal Dipartimento di<lb/>filosofia dell’Università di Torino con la collaborazione del
               Centro di Studio del<lb/>pensiero antico del C.N.R. e tenuto a Stresa il 27-28
               settembre 1984. Gli atti di<lb/>tale convegno sono di prossima pubblicazione.</note>,
            ma un<lb/>ulteriore indizio della nuova via aperta da Socrate può essere
            ritrovato<lb/>nel fatto che delle dieci “scuole” sopra menzionate le prime
            cinque<lb/>sono quelle che sarebbero state fondate da discepoli di Socrate
            (Platone,<lb/>Aristippo, Fedone, Euclide e Antistene), mentre le seconde cinque
            sono<lb/>quelle derivate da queste.</p>
         <p rend="start">Di questo ruolo centrale di Socrate, tuttavia, si perdono le tracce<lb/>nel
            seguito delle <hi rend="italic">Vite</hi> laerziane e nella stessa biografia di Socrate:
            il<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="206" facs="Elenchos86/Ele86_206.jpg"/></p>
         <p>fatto è che nel seguito delle <hi rend="italic">Vite</hi> prende nettamente il
            sopravvento lo<lb/>schema delle “successioni”. È però significativo che il secondo
            libro,<lb/>quello dedicato appunto a Socrate e ai Socratici, sia quello che
            con-<lb/>tiene il maggior numero di indicazioni che aprono spiragli sulla
            reda-<lb/>zione dell’opera laerziana: l’ordine con cui sono redatte le <hi rend="italic"
               >Vite</hi> presenta,<lb/>infatti, per quanto riguarda i Socratici, evidenti
            rimaneggiamenti, per-<lb/>ché non concorda né con ciò che è detto nel <hi rend="italic"
               >Proemio</hi> né con ciò che è<lb/>detto nello stesso secondo libro.</p>
         <p rend="start">In II 47, infatti si legge: «Dei suoi [cioè di Socrate] successori<lb/>che
            furono detti Socratici i più rappresentativi (οἱ κορυφαιότατοι)<lb/>sono Platone,
            Senofonte, Antistene: dei dieci noti dalla tradizione<lb/>(τῶν δὲ φερομένων δέκα)
            quattro sono i più illustri (οἱ διασημότατοι),<lb/>Eschine, Fedone, Euclide, Aristippo.
            Bisognerà parlare prima di Seno-<lb/>fonte, poi di Antistene tra i Cinici, poi dei
            Socratici, poi, infine, di<lb/>Platone, con cui cominciano le dieci scuole: egli è anche
            il fondatore<lb/>della prima Academia. Questo è l’ordine di successione che io
            se-<lb/>guirò». L’interpretazione di questo passo pone innanzi tutto nume-<lb/>rose
            domande: qual’è il senso preciso dei termini κορυφαιότατοι e<lb/>διασημότατοι? Chi sono
            οἱ φερόμενοι δέκα? Perché viene menzionato<lb/>per primo Platone e poi invece si dice
            che si deve cominciare da Seno-<lb/>fonte? Come è avvenuto che di Antistene e dei Cinici
            non si parli più<lb/>dopo Senofonte, ma nel sesto libro? C’è qualche relazione tra
            οἱ<lb/>φερόμενοι δέκα e le dieci scuole di cui si parla nel <hi rend="italic"
               >Proemio</hi>? In ogni<lb/>caso è evidente la differenza tra i propositi espressi in
            questo brano e<lb/>l’esecuzione effettiva del programma, che vede, subito dopo la
            vita<lb/>di Socrate, la vita di Senofonte, seguita poi, sempre nel secondo libro,
            da<lb/>quelle di Aristippo, di Fedone, di Euclide, di Stilpone, di Critone,
            di<lb/>Simone, di Glaucone, di Simmia, di Cebete e di Menedemo; poi, nel<lb/>terzo
            libro, la vita di Platone, seguita, nei due libri successivi, dalle<lb/>vite degli
            Accademici e da quelle di Aristotele e dei suoi discepoli, e<lb/>infine le vite di
            Antistene e degli altri Cinici nel sesto libro <note xml:id="ftn36" place="foot" n="36">
               Di qui la proposta di correzione del testo fatta da <hi rend="smcap">E.
               Schwartz</hi>, <hi rend="italic">s.v. Dio-<lb/>genes</hi> (n. 40: <hi rend="italic"
                  >Laertios)</hi> in <hi rend="italic">RE</hi> V 1 (1903) col. 758, e cioè espungere
               τῶν λεγομένων<lb/>Σωκρατικῶν e leggere più avanti τῶν δὲ [φερομένων δέκα]
               &lt;λεγομένων Σωκρα-<lb/>τικῶν&gt;. Questa proposta di correzione è stata accolta,
               tra gli altri, da R. D. Hicks<lb/>nella sua edizione di Diogene Laerzio e da E. <hi
                  rend="smcap">Mannebach, </hi><hi rend="italic">Aristippi et Cyrenai-<lb/>corum
                  fragmenta</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Leiden 1961, p. 31.</note>.</p>
         <p rend="pb"><pb n="207" facs="Elenchos86/Ele86_207.jpg"/></p>
         <p rend="start">Ancora: in II 65 ha fatto molto discutere l’espressione ὡς ἐν<lb/>ἄλλοις
            εἰρήκαμεν, giacché non nella parte precedente dell’opera, ma<lb/>in quella successiva
            (III 36), si trova ciò a cui è fatto il rinvio: onde si<lb/>è immediatamente pensato che
            il rinvio fosse ad un’altra opera, diversa<lb/>dalle <hi rend="italic">Vite</hi> e dal
               <hi rend="italic">Pammetro</hi>, e oggi perduta<note xml:id="ftn37" place="foot"
               n="37"> Cfr., per primo, <hi rend="smcap">Menagius, </hi><hi rend="italic">apud</hi>
               ed. Huebner, III (1830) p. 394 e, dopo<lb/>di lui, molti altri: <hi rend="smcap">Ch.
                  A. Brandis, </hi><hi rend="italic">Handbuch der Geschichte der
                  griechisch-<lb/>römischen Philosophie,</hi> II 1, 90; <hi rend="smcap">A. Gercke,
                  </hi><hi rend="italic">De quibusdam Laertii Diogenis<lb/>auctoribus,</hi> diss.
               Greifswald 1899, p. 8; E. <hi rend="smcap">Schwartz, </hi><hi rend="italic">op.
                  cit.</hi>, col. 758; O. <hi rend="smcap">Apelt,<lb/></hi>nella sua traduzione
               commentata, Leipzig 1921, <hi rend="italic">ad loc.</hi></note>; altri invece ne
            hanno de-<lb/>dotto che in una precedente stesura la vita di Platone precedesse
            quella<lb/>di Aristippo<note xml:id="ftn38" place="foot" n="38"> Cfr. H. <hi
                  rend="smcap">Schmidt, </hi><hi rend="italic">Studia laertiana</hi>,<hi
                  rend="italic"> </hi>diss. Bonn 1906, pp. 30-3 e K. <hi rend="smcap"
                  >Reich,<lb/></hi>nella sua revisione della traduzione di O. Apelt, Leipzig 1967,
               il, p. 137.</note>. Secondo Mannebach, infine, si tratta di una
            trascrizione<lb/>«stoltissima» che Diogene Laerzio fece dalla sua fonte, in questo
            caso<lb/>diversa da quella principale<note xml:id="ftn39" place="foot" n="39"> Cfr. E.
                  <hi rend="smcap">Mannebach, </hi><hi rend="italic">op. cit.,</hi> p. 102.</note>.
            Del resto Gigante<note xml:id="ftn40" place="foot" n="40"> Cfr. <hi rend="smcap">M.
                  Gigante</hi>, <hi rend="italic">Per un’interpretazione di Diogene Laerzio</hi>,
               «Rendiconti<lb/>deir Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti di Napoli», n.s.
                  <hi rend="smcap">xlvii </hi>(1972)<lb/>p. 128.</note> ha richiamato
            l’atten-<lb/>zione su ciò che leggiamo in II 57, dove l’espressione «come
            diremo<lb/>nella <hi rend="italic">Vita di Platone</hi>» correttamente rinvia a III
               34<note xml:id="ftn41" place="foot" n="41"> Inspiegabile è l’annotazione di H. S.
               Long a II 65: « haec in <hi rend="italic">Historia phi-<lb/>losophorum</hi> non
               inveni».</note>.</p>
         <p rend="start">Ancora: un altro caso di mancata corrispondenza tra programma<lb/>ed
            esecuzione troviamo in II 85, dove, dopo i Cirenaici, si dice che<lb/>si parlerà dei
            seguaci di Fedone, dei quali i più rappresentativi<lb/>(κορυφαιοτάτους) furono quelli
            della scuola di Eretria; in realtà, poi,<lb/>dopo la vita di Fedone troviamo quelle di
            Euclide, di Stilpone e di<lb/>altri Socratici, prima di arrivare a Menedemo<note
               xml:id="ftn42" place="foot" n="42"> Di qui vari tentativi (che ho richiamato in
               apparato a <hi rend="italic">SR</hi>
               <hi rend="smcap">iv</hi>
               <hi rend="smcap">a </hi>160) di<lb/>emendare e di correggere il testo.</note>.</p>
         <p rend="start">Infine, traccia di questo disordine redazionale troviamo ancora
            a<lb/>conclusione della vita di Antistene, dove si legge (VI 19): «Poiché</p>
         <p rend="pb"><pb n="208" facs="Elenchos86/Ele86_208.jpg"/></p>
         <p>abbiamo passato in rassegna i seguaci di Aristippo e Fedone, volgia-<lb/>moci ora ai
            Cinici e agli Stoici che derivarono da Antistene. Seguiamo<lb/>dunque quest’ordine
            ».</p>
         <p rend="start">Tutto ciò induce a concludere non solo e non tanto che le <hi rend="italic"
               >Vite<lb/></hi>di Diogene Laerzio non ebbero una revisione finale da parte del
            loro<lb/>autore, ma anche e soprattutto che Diogene Laerzio dovette essere a<lb/>lungo
            incerto nella scelta delle fonti da seguire. Noi sappiamo infatti<lb/>che Sozione
            collocava la trattazione di Antistene e dei Cinici nel set-<lb/>timo libro della sua
            opera (cioè in un posto analogo a quello in cui<lb/>la colloca Diogene Laerzio), mentre
            Eraclide Lembo e Sosicrate la col-<lb/>locavano subito dopo Socrate e i Cirenaici<note
               xml:id="ftn43" place="foot" n="43"> Come risulta chiaramente dalle fonti citate e
               discusse da W. <hi rend="smcap">von Kienle,<lb/></hi><hi rend="italic">Die Berichte
                  über die Sukzessionen der Philosophen in der hellenistischen und<lb/>spätantiken
                  Literatur</hi>, diss. Berlin 1961, pp. 79-98.</note>. Il che significa che
            la<lb/>collocazione di Socrate e dei Socratici negli schemi delle
            “successioni”<lb/>costituiva un problema già per la storiografia filosofica antica. Il
            pre-<lb/>valere del criterio adottato da Sozione non ha però cancellato
            comple-<lb/>tamente le tracce dell’altro, anche se ad esso dobbiamo imputare
            pro-<lb/>babilmente la sostanziale perdita della peculiarità storica e
            dell’originale<lb/>fisionomia di Socrate.</p>
         <p rend="start">Passando ora alle altre vite contenute nel secondo libro,
            possiamo<lb/>trascurare la biografia di Senofonte (II 48-59), nella quale l’unico
            tratto<lb/>filosofico è l’aneddoto che illustra la sua «vocazione alla filosofia» e
            il<lb/>modo — alquanto casuale e improvviso — in cui divenne discepolo di So-<lb/>crate
            (II 48), e passare immediatamente alla biografia di Eschine (II 60-<lb/>64). Le notizie
            che ci dà Diogene Laerzio sono frammentarie e, in ogni<lb/>caso, nulla ci dicono né
            della cronologia né della filosofia di questo socra-<lb/>tico, pur conservando echi
            della tradizione che lo vuole particolarmente<lb/>fedele al maestro (il che è confermato
            innanzi tutto da Platone negli<lb/>unici due luoghi in cui lo ricorda, e cioè <hi
               rend="italic">apol.</hi> 33 E e <hi rend="italic">Phaed.</hi> 59 B).<lb/>A
            prescindere dalla duplice informazione sulla paternità di Eschine<note xml:id="ftn44"
               place="foot" n="44"> Cfr. <hi rend="smcap">J. Humbert</hi>, <hi rend="italic">Socrate
                  et les petits Socratiques</hi>, cit., p. 215. Il ricordo<lb/>dell’orazione di
               Lisia contro di lui è da mettere in relazione con l’episodio narrato<lb/>da Athen.
                  <hi rend="smcap">XII 611 D-612 </hi>F e ben ricostruito da <hi rend="smcap">J.
                  Humbert</hi>, <hi rend="italic">op. cit.,</hi> pp. 219-21.</note>,<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="209" facs="Elenchos86/Ele86_209.jpg"/></p>
         <p>le notizie più importanti che Diogene Laerzio ci fornisce riguardano<lb/>la collocazione
            di Eschine all'interno della cerchia dei Socratici e il<lb/>problema dell’autenticità
            dei suoi scritti. Sulla collocazione di Eschine<lb/>all’interno della cerchia dei
            Socratici tornerò subito, parlando di Ari-<lb/>stippo; sull’autenticità dei suoi scritti
            Diogene Laerzio scrive (II 60-1):<lb/>«Soprattutto da Menedemo di Eretria Eschine era
            accusato di lasciar<lb/>passare per suoi i dialoghi che in massima parte erano di
            Socrate e<lb/>che riceveva da Santippe. Fra questi, i dialoghi chiamati acefali
            (privi<lb/>di esordio) sono fortemente snervati e non mostrano il vigore
            socratico;<lb/>anche Pisistrato di Efeso negava che fossero di Eschine. Perseo
            afferma<lb/>che la maggior parte dei sette sono di Pasifonte della scuola di
            Eretria,<lb/>il quale li dispose fra quelli di Eschine. Non solo, ma Pasifonte<note
               xml:id="ftn45" place="foot" n="45">
               <p> Mi discosto qui dalla traduzione di M. Gigante, che fa ancora di Eschine</p>
               <p>il soggetto di «saccheggiò»: cfr. <hi rend="italic">SR</hi> III, pp. 214-5.</p>
            </note>
            <lb/>saccheggiò fra i dialoghi di Antistene il <hi rend="italic">Piccolo Ciro</hi> e
               l’<hi rend="italic">Eracle minore<lb/></hi>e l’<hi rend="italic">Alcibiade</hi> e
            dialoghi di altri. I dialoghi di Eschine che sono impron-<lb/>tati al carattere
            socratico sono sette: in primo luogo <hi rend="italic">Milziade</hi> (e ap-<lb/>punto
            per questo è piuttosto debole), poi <hi rend="italic">Callia, Assioco,
               Aspasia</hi>,<lb/><hi rend="italic">Alcibiade, Telauge, Rinone</hi>». E poco più
            avanti (II 62) aggiunge:<lb/>«Anche Aristippo sospettava dell’autenticità dei suoi
            dialoghi. Si rac-<lb/>conta che mentre Eschine teneva a Megara una lettura dei
            dialoghi<lb/>Aristippo l’abbia schernito con queste parole: “Onde a te questi,
            o<lb/>ladro?”».</p>
         <p rend="start">L’accusa mossa da Menedemo di Eretria fu ripresa anche da Ido-<lb/>meneo
            epicureo (fr. 28 Angeli, <hi rend="italic">apud</hi> Athen. XIII 611 D-E) e
            dovette<lb/>circolare a lungo se un’eco di essa troviamo nella <hi rend="italic"
               >Biblioteca</hi> di Fozio<lb/>(cod. 158) e se Aristide (Περὶ τῆς ῥητορικῆς II p. 24
            Dind.) si sfor-<lb/>zava di razionalizzarla e di spiegarla con la perfetta
            corrispondenza di<lb/>questi scritti al carattere di Socrate. In conclusione l’accusa di
            Mene-<lb/>demo nasce dalle polemiche tra i circoli che si richiamavano
            all’insegna-<lb/>mento socratico e l’affiliazione ad essa di Aristippo deriva da un
            ar-<lb/>ricchimento di questa versione fatta da qualcuno che, fondandosi
            sulla<lb/>tradizione dei buoni rapporti tra Eschine e Aristippo, pensò in tal
            modo<lb/>di accreditarla. L’accusa di Perseo contro Pasifonte, invece, ha più</p>
         <p rend="pb"><pb n="210" facs="Elenchos86/Ele86_210.jpg"/></p>
         <p>probabilmente ragioni politiche<note xml:id="ftn46" place="foot" n="46"> Cfr. A. <hi
                  rend="smcap">Dyroff, </hi><hi rend="italic">Die Ethik der alten Stoa</hi>, Berlin
               1897, p. 350. Cfr. anche<lb/>A. <hi rend="smcap">Patzer, </hi><hi rend="italic"
                  >Antisthenes der Sokratiker</hi>, diss. Heidelberg 1970, pp. 105-6.</note>. In
            ogni caso si tratta di invenzioni<lb/>non certo stravaganti nelle polemiche del
            tempo.</p>
         <p rend="start">L’autenticità degli scritti di Eschine è infatti bene attestata,
            tra<lb/>gli altri, da Panezio (fr. 126 van Straaten [II 64]): «Di tutti i dia-<lb/>loghi
            socratici Panezio ritiene che siano genuini quelli di Platone, Se-<lb/>nofonte,
            Antistene, Eschine; dubita dei dialoghi di Fedone e di Euclide,<lb/>respinge tutti gli
            altri». Un passo, questo, che ha sorpreso i critici<lb/>per l’implicita atetesi degli
            scritti di Aristippo e che sarebbe perciò<lb/>in contraddizione con il catalogo degli
            scritti di Aristippo stesso che,<lb/>sull’autorità di Sozione e, appunto, di Panezio,
            Diogene Laerzio ci tra-<lb/>manda in II 85. Ma la contraddizione viene meno se si
            interpreta<lb/>l’ἀληθεῖς del primo brano come tale che significhi non già
            “genuini”,<lb/>“autentici”, ma “attendibili”, “veritieri”<note xml:id="ftn47"
               place="foot" n="47"> Cfr. <hi rend="italic">SR</hi> III, pp. 144-6.</note>.</p>
         <p rend="start">Delle altre vite contenute nel secondo libro dell’opera di
            Diogene<lb/>Laerzio due si distinguono per la loro complessità: quella di
            Aristippo<lb/>e quella di Menedemo di Eretria. La prima per l’ampiezza della
            sezione<lb/>dossografica (sulla cui struttura e genesi molta luce hanno fatto
            le<lb/>ricerche di Mannebach e di Giusta<note xml:id="ftn48" place="foot" n="48"> Cfr.
               E. <hi rend="smcap">Mannebach, </hi><hi rend="italic">Aristippi et Cyrenaicorum
                  fragmenta</hi>, cit., pp. 101-5<lb/>e <hi rend="smcap">M. Giusta, </hi><hi
                  rend="italic">Dossografi di etica</hi>,<hi rend="italic"> voi.</hi> I, Torino
               1964, pp. 136-7; tuttavia tra i<lb/>due studiosi esistono delle divergenze: cfr. <hi
                  rend="italic">SR</hi> III, p. 124.</note>); la seconda per la ricchezza
            dei<lb/>dati biografici ed aneddotici, derivati in gran parte da Antigono
            di<lb/>Caristo, come ha dimostrato il Wilamowitz<note xml:id="ftn49" place="foot" n="49"
               > Cfr. U. <hi rend="smcap">von Wilamowitz-Moellendorff, </hi><hi rend="italic"
                  >Antigonos von Karystos</hi>,<hi rend="italic"> </hi>«Phi-<lb/>lologische
               Untersuchungen», IV, Berlin 1881.</note>. Delle biografie di Ari-<lb/>stippo, del
            resto, di Fedone, di Euclide, di Stilpone e di Menedemo<lb/>(così come di quelle di
            Antistene, di Diogene e di Cratete, contenute<lb/>nel sesto libro) ho già ampiamente
            discusso nelle note alle <hi rend="italic">Socraticorum<lb/>Reliquiae</hi> e non intendo
            ripetere qui quella discussione. Le restanti vite<lb/>contenute nel secondo libro
            (Critone, Simone, Glaucone, Simmia e<lb/>Cebete) sono molto brevi, non molto
            interessanti e quasi per intero<lb/>occupate dai cataloghi dei loro scritti, veri o
            presunti.</p>
         <p rend="start">Più opportuno può essere, in questa sede, delineare il quadro dei<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="211" facs="Elenchos86/Ele86_211.jpg"/></p>
         <p>rapporti dei vari Socratici con il comune maestro e soprattutto tra di<lb/>loro, offerto
            da Diogene Laerzio, dal momento che l’importanza di<lb/>questo quadro si è venuta sempre
            più manifestando alla critica storica<lb/>contemporanea.</p>
         <p rend="start">La biografia in senso stretto di Aristippo è molto breve. Essa oc-<lb/>cupa
            il solo paragrafo 65 del secondo libro<note xml:id="ftn50" place="foot" n="50"> II resto
               della <hi rend="italic">Vita di Aristippo</hi> può essere così suddiviso: la sezione
               conte-<lb/>nente gli apoftegmi (II 66-83); vengono poi gli omonimi (II 83), il
               catalogo degli<lb/>scritti (II 83-85) e, dopo una proposizione dottrinale isolata dal
               resto, la sezione<lb/>dossografica vera e propria così distinta: innanzi tutto una
               premessa contenente<lb/>l’enumerazione delle varie correnti in cui si suddividono i
               Cirenaici e una schema-<lb/>tica “successione” della scuola (II 85-86); quindi
               l’esposizione delle opinioni dei<lb/>Cirenaici veri e propri, seguaci di Aristippo
               (II 86-93); poi l’esposizione delle<lb/>opinioni di Egesia e seguaci (II 93-96), di
               Anniceri e seguaci (II 96-97) e, infine,<lb/>di Teodoro e seguaci (II 97-99), cui fa
               seguito un vero e proprio <hi rend="italic">bios</hi> di Teodoro<lb/>(II 99-103),
               concluso dalla lista degli omonimi (II 103-104).</note> e rivela molto bene
            il<lb/>metodo compilatorio con cui Diogene Laerzio ha redatto le sue <hi rend="italic"
               >Vite·.<lb/></hi>«Aristippo nacque a Cirene, ma venne ad Atene, come dice
            Eschine,<lb/>attratto dalla fama di Socrate. Sofista di professione, come dice
            Fania<lb/>di Ereso, il Peripatetico, fu il primo dei Socratici ad esigere onorari<lb/>ed
            a mandar denaro al maestro. Una volta gli mandò venti mine, ma<lb/>Socrate gliele
            restituì, dicendo che il demone non glielo consentiva;<lb/>in realtà non tollerò il
            gesto. Senofonte aveva antipatia per lui, perciò<lb/>il discorso che egli pose sulla
            bocca di Socrate contro il piacere è ri-<lb/>volto contro Aristippo. Anche Teodoro
            nell’opera <hi rend="italic">Sulle scuole filoso-<lb/>fiche</hi> lo trattò male e
            Platone nel dialogo <hi rend="italic">Dell’anima,</hi> come abbiamo<lb/>detto altrove».
            Come ha mostrato Mannebach, è facile riconoscere ciò<lb/>che Diogene Laerzio deve alla
            sua fonte principale e ciò che egli ricava<lb/>da altre fonti (Eschine, Fania, ecc.) e
            del resto sull’espressione «come<lb/>abbiamo detto altrove» ci siamo già soffermati. Ma
            dal punto di vista<lb/>del contenuto questo paragrafo è di grande interesse. Innanzi
            tutto<lb/>per ciò che riguarda i rapporti di Aristippo con Socrate, qui
            presentati<lb/>in una luce sfavorevole, così come in II 80, per il rilievo dato al
            fatto<lb/>che Aristippo pretendeva un μισθός<note xml:id="ftn51" place="foot" n="51">
               Per altri passi che ci parlano del μισθός preteso da Aristippo cfr.<hi rend="smcap">
                  Diog</hi>.<lb/><hi rend="smcap">Laert.</hi>
               <hi rend="smcap">II </hi>72, 74, 84 ecc. e cfr. <hi rend="italic">SR</hi> III, pp.
               131-3.</note>, distaccandosi così nel modo più</p>
         <p rend="pb"><pb n="212" facs="Elenchos86/Ele86_212.jpg"/></p>
         <p>vistoso dal comportamento di Socrate e degli altri Socratici. Tuttavia<lb/>in Diogene
            Laerzio troviamo numerose tracce di un’altra tradizione,<lb/>che mette in luce
            favorevole i rapporti tra Aristippo e Socrate<note xml:id="ftn52" place="foot" n="52">
               Cfr. <hi rend="smcap">Diog. Laert. ii </hi>71, 72 e 76. Questa tradizione favorevole
               è docu-<lb/>mentata anche da una testimonianza di Aristotele (<hi rend="italic"
                  >rhet.</hi> B 23. 1398 b 29-31) che<lb/>ha fatto discutere, perché alcuni vi hanno
               visto una reminiscenza personale di<lb/>Aristotele (forse di una conversazione con
               Platone) mentre altri hanno ritenuto<lb/>che essa derivi da un λόγος Σωκρατικός (per
               es. uno degli scritti antiplatonici<lb/>di Antistene), in cui Socrate e Platone
               comparivano come personaggi: cfr. <hi rend="smcap">Th.<lb/>Deman, </hi><hi
                  rend="italic">Le témoignage d’Aristote sur Socrate</hi>, cit., pp. 34-5, ai cui
               rinvii bibliogra-<lb/>fici è ora da aggiungere I. <hi rend="smcap">Duering, </hi><hi
                  rend="italic">Aristoteles</hi>, trad. it. Milano 1976, p. 168<lb/>nota
            177.</note>. E<lb/>analoga osservazione può essere fatta per ciò che riguarda i
            rapporti<lb/>tra Socrate e Antistene<note xml:id="ftn53" place="foot" n="53"> Cfr. II 36
               con VI 8 (<hi rend="italic">SR</hi> V A 15), ma anche ciò che è detto in VI
                  2<lb/>(<hi rend="italic">SR</hi> V A<hi rend="smcap"> </hi>12).</note> e tra
            Socrate e altri Socratici.</p>
         <p rend="start">In secondo luogo per la citazione di Eschine, il quale affermava<lb/>che
            Aristippo sarebbe venuto da Cirene ad Atene κατὰ κλέος Σωκρά-<lb/>τους<note
               xml:id="ftn54" place="foot" n="54"> Espressione analoga in VI 10. Maggiori dettagli
               leggiamo in <hi rend="smcap">Plutarch.<lb/></hi><hi rend="italic">de curios.</hi> 2,
               p. 516 C, che certamente deriva da Eschine: cfr. <hi rend="italic">SR</hi> in, p.
               129.</note>. Su questa «Berufung zur Philosophie» O. Gigon<note xml:id="ftn55"
               place="foot" n="55"> Cfr. O. <hi rend="smcap">Gigon, </hi><hi rend="italic">Antike
                  Erzählungen über die Berufung zur Philosophie,<lb/></hi>«Museum Helveticum», III
               (1946) pp. 1-21. Cfr. anche <hi rend="smcap">G. Reale, </hi><hi rend="italic">Storia
                  della<lb/>filosofia antica</hi>, vol. I, Milano 1979, pp. 385-9.</note> ha
            soste-<lb/>nuto che le vocazioni filosofiche dei Socratici si riducono ad uno
            sche-<lb/>ma tipico: il giovane incontra Socrate, il quale in vari modi e con<lb/>varie
            parole lo induce ad abbandonare la vita precedente e a dedicarsi<lb/>alla filosofia.
            Questo schema conosce due varanti: a) il giovane è al<lb/>più basso livello di vita e
            capisce che solo la filosofia può innalzarlo<lb/>alla vera εὐγένεια, che dipende
            dall’anima e non da fattori esterni;<lb/>b) il giovane, prima sicuro di sé, prende poi
            coscienza della propria<lb/>intima nullità e si volge alla filosofia. Di questo secondo
            tipo sono<lb/>le vocazioni filosofiche di Alcibiade (nella raffigurazione che ne
            fa<lb/>Eschine nell’omonimo dialogo), di Aristippo e di Senofonte; del primo<lb/>tipo
            sono quelle di Eschine e di Fedone. Di Antistene e di Euclide<lb/>sappiamo meno, mentre
            Platone ha avuto una vocazione del tutto par-<lb/>ticolare, non riconducibile ad alcuno
            schema.</p>
         <p rend="pb"><pb n="213" facs="Elenchos86/Ele86_213.jpg"/></p>
         <p rend="start">Ma la citazione di Eschine è importante anche dal punto di vista<lb/>dei
            rapporti dei Socratici tra di loro: l’ostilità di Senofonte e Platone<lb/>verso
            Aristippo è ben documentata<note xml:id="ftn56" place="foot" n="56">Cfr. <hi
                  rend="italic">SR</hi>
               <hi rend="smcap">IV a </hi>15-18, 25-28, 30-34, 39, 43.</note> e altrettanto bene
            documentata<lb/>è l’amicizia tra Eschine e Aristippo<note xml:id="ftn57" place="foot"
               n="57">Cfr. <hi rend="italic">SR</hi> IV <hi rend="smcap">a 22-24.</hi></note>: in
            ogni caso, si tratta di una<lb/>serie di aneddoti e di scambi di battute, sulla cui
            storicità è lecito du-<lb/>bitare, ma in cui è da cogliere l’eco delle dispute che
            certamente<lb/>dovettero aprirsi tra i Socratici per rivendicare la legittimità e in
            certo<lb/>modo la superiorità del rapporto di ciascuno di loro con il
            comune<lb/>maestro. In questo senso è da interpretare ciò che è detto in II 60 e<lb/>III
            36, sulla base dell’autorità dell’epicureo Idomeneo, e cioè che sa-<lb/>rebbe stato
            Eschine, e non Critone, a dare consigli a Socrate nei giorni<lb/>della sua prigionia, ma
            che invece poi Platone, per ostilità verso Ari-<lb/>stippo, di cui Eschine era amico,
            fece di Critone il protagonista del-<lb/>l’omonimo dialogo. È probabile che in tutto ciò
            si debbano vedere le<lb/>tracce di un perduto λόγος Σωκρατικός (forse l’<hi
               rend="italic">Eschine</hi> di Euclide).</p>
         <p rend="start">La tradizione antica è invece del tutto silenziosa su eventuali
            rap-<lb/>porti tra Aristippo e Antistene<note xml:id="ftn58" place="foot" n="58"> Unica
               eccezione il tardo <hi rend="italic">corpus</hi> delle cosiddette <hi rend="italic"
                  >Socraticorum epistulae·.<lb/></hi>cfr. <hi rend="italic">SR</hi> III, p.
               138.</note>, mentre tramanda aneddoti che met-<lb/>tono insieme — anche al di là di
            ogni verosimiglianza cronologica —<lb/>Aristippo e Diogene cinico: qui il tramite è
            molto probabilmente Bione<lb/>di Boristene e l’interesse di questi aneddoti sta nella
            possibilità che<lb/>essi schiudono di articolare meglio la storia del cinismo<note
               xml:id="ftn59" place="foot" n="59"> Tra le altre fonti cfr. <hi rend="smcap">Diog.
                  Laert. II </hi>66-68; cfr. <hi rend="italic">SR</hi> III, pp. 138-41
               e<lb/>477-82.</note>.</p>
         <p rend="start">Silenzio, nella tradizione antica, anche a proposito di
            eventuali<lb/>rapporti di Aristippo e di Antistene con Euclide: certo è che né
            l’uno<lb/>né l’altro si recarono, dopo la morte di Socrate, a Megara, dove invece<lb/>si
            recò Platone insieme ad altri Socratici (II 106 e III 36). Ben nota,<lb/>infine, è la
            ostilità tra Antistene e Platone<note xml:id="ftn60" place="foot" n="60"> Cfr. <hi
                  rend="italic">SR </hi>V<hi rend="italic"> </hi><hi rend="smcap">a</hi> 27-30 e
               147-159.</note>.</p>
         <p rend="start">Le ricerche avviate da Dudley per i Cinici, da Sedley per i Me-<lb/>garici
            e da me per i Cirenaici convergono nel negare che Antistene,<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="214" facs="Elenchos86/Ele86_214.jpg"/></p>
         <p>Euclide e Aristippo abbiano fondato delle vere e proprie scuole filo-<lb/>sofiche<note
               xml:id="ftn61" place="foot" n="61"> Cfr. <hi rend="italic">SR</hi> III, note 4, 17 e
               24.</note> e quindi nello smontare il castello di “successioni” costruito<lb/>dagli
            antichi e il conseguente schema dossografico, tendente a riportare<lb/>— in un unico <hi
               rend="italic">corpus</hi> dottrinale — al presunto fondatore anche dot-<lb/>trine
            appartenenti a esponenti successivi e a porre queste dottrine in<lb/>relazione
            soprattutto con le grandi correnti della filosofia ellenistica.<lb/>Ciò ha consentito
            l’avvio di un recupero pieno della specificità delle<lb/>filosofie di Antistene, Euclide
            e Aristippo e della loro fisionomia ge-<lb/>nuinamente socratica.</p>
         <p rend="start">Per ciò che riguarda la filosofia di Antistene ho condotto, da que-<lb/>sta
            prospettiva, un rinnovato esame delle fonti antiche nelle quattro<lb/>note (le note
            37-40) dedicate a questo argomento nel terzo volume<lb/>delle mie <hi rend="italic"
               >Socraticorum Reliquiae</hi>, nelle quali ho tentato di
            sottrarre<lb/>l’interpretazione del pensiero di Antistene alle due ipotesi, a mio
            av-<lb/>viso deformanti, con cui è stata fin qui prevalentemente considerata,<lb/>e cioè
            come esito del pensiero sofistico, e gorgiano in particolare, o<lb/>come precorrimento
            dello stoicismo, e di riportarla entro l’orizzonte<lb/>delle “discussioni socratiche”.
            Così, per fare solo un esempio, ma si-<lb/>gnificativo, la definizione antistenica di
            λόγος che si legge in Diogene<lb/>Laerzio (VI 3): λόγος ἐστὶν ὁ τὸ τί ἦν ἢ ἔστι δηλῶν è
            stata già nel-<lb/>l’antichità accostata alla celeberrima formula aristotelica τὸ τί ἦν
            εἶναι;<lb/>ma non si è individuata la genesi di entrambe nel concreto διαλέγεσθαι<lb/>di
            Socrate (ricostruibile attraverso i dialoghi platonici) e nel suo con-<lb/>tinuo porre
            la domanda τί έστι, alla luce dei quali soltanto entrambe<lb/>si chiariscono e si
               spiegano<note xml:id="ftn62" place="foot" n="62"> Cfr. <hi rend="italic">SR</hi> III,
               pp. 337-41.</note>. Le cosiddette dottrine logiche di Anti-<lb/>stene, dunque, altro
            non sono che una ripresa — certamente da un<lb/>punto di vista particolare — di temi e
            motivi caratteristici del διαλέ-<lb/>γεσθαι socratico, così come le sue dottrine etiche
            e i suoi pensieri<lb/>sulla politica richiamano direttamente problemi e soluzioni che
            sono<lb/>tipici del pensiero socratico e che ritroviamo un po’ in tutta la
            lette-<lb/>ratura socratica. Antistene è dunque a pieno titolo un “socratico” e<lb/>si
            deve alle polemiche interne tra i Socratici e al ruolo preponderante<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="215" facs="Elenchos86/Ele86_215.jpg"/></p>
         <p>via via assunto dalla interpretazione platonica del messaggio e della<lb/>figura di
            Socrate se la fisionomia socratica di Antistene andò smarrita<lb/>e se le sue dottrine
            furono assimilate a quelle dei Sofisti, che, nella<lb/>raffigurazione platonica, erano
            sotto ogni punto di vista gli antagonisti<lb/>di Socrate e ai quali quindi potevano ben
            essere ricondotti anche coloro<lb/>che da Socrate si erano allontanati o che ne avevano
            ripreso le dot-<lb/>trine in modo difforme da quello che Platone riteneva l’unico
            legittimo<lb/>e fedele. Il che rese poi più agevole, d’altro lato, anche
            l’utilizzazione<lb/>di questa figura di Antistene nella costruzione delle “successioni”
            el-<lb/>lenistiche.</p>
         <p rend="start">Del tutto analogo è il caso di Aristippo, una volta che sia
            stato<lb/>correttamente distinto, rispetto alla posteriore tradizione
            dossografica,<lb/>ciò che storicamente può essergli attribuito e che sicuramente può
            es-<lb/>sere ricondotto alla matrice socratica. E il riconoscimento di
            questa<lb/>matrice consente di dissipare ogni “stravaganza” che, già fin
            dall’an-<lb/>tichità, si è voluta vedere nel socratismo di Aristippo e che ha
            indotto<lb/>quasi tutta la storiografia moderna a cercare inesistenti ascendenze
            sofi-<lb/>stiche. Il suo stesso edonismo può risultare assai più socratico di<lb/>quanto
            possa apparire a prima vista, qualora lo si intenda corretta-<lb/>mente e si interpreti
            giustamente lo stesso pensiero di Socrate. Se<lb/>Socrate infatti riteneva (come il <hi
               rend="italic">Protagora</hi> platonico mostra con tutta<lb/>evidenza) che il bene,
            quando sia conosciuto, non può non apparire<lb/>a chi lo conosce come massimamente
            attraente (ἡδύ), Aristippo poteva<lb/>ben ritenere di restare nel suo insegnamento
            asserendo che tutto ciò<lb/>che sentiamo come ἡδύ sia da ritenere un bene.</p>
         <p rend="start">E del tutto analogo, infine, è anche il caso di Euclide, a
            proposito<lb/>del quale, nell’esposizione di Diogene Laerzio, ritroviamo un
            accenno<lb/>a quello schema dossografico che ne ricollega le dottrine
            all’eleatismo<lb/>(II 106). Ma oltre alla dimostrazione, fatta da von Fritz e accolta
               da<lb/>Doering<note xml:id="ftn63" place="foot" n="63">Cfr. <hi rend="smcap">K. von
                  Fritz</hi>, <hi rend="italic">s. v. Megariker</hi>, in <hi rend="italic">RE</hi>
               Supplbd. V (1931) coll. 707-24<lb/>e <hi rend="smcap">K. Doering</hi>, <hi
                  rend="italic">Die Megariker. Kommentierte Sammlung der Testimonien</hi>,<hi
                  rend="italic"><lb/></hi>Amsterdam 1972, pp. 82-3 e 87-9.</note>, del carattere
            seriore di quello schema dossografico, anche<lb/>in questo caso il confronto con il <hi
               rend="italic">Protagora</hi> platonico (e specialmente<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="216" facs="Elenchos86/Ele86_216.jpg"/></p>
         <p>con 309 C) ci mostra chiaramente la matrice di questa dottrina di<lb/>Euclide nella
            dottrina socratica dell'unificazione nella “virtù in generale”<lb/>di tutte le “virtù
            particolari” (e i cui nomi diventano designazioni del-<lb/>l’unica virtù). Ma c’è di
            più: quanto leggiamo in II 106 fa pensare<lb/>che l’affermazione euclidea dell’unità del
            bene in opposizione alla mol-<lb/>teplicità dei suoi nomi avesse anche il valore di una
            presa di posizione<lb/>nei confronti di teorie precedenti e soprattutto contemporanee e
            quindi<lb/>di un intervento diretto nel dibattito apertosi tra i Socratici
            sull’inse-<lb/>gnamento del maestro dopo la sua condanna a morte. E sempre
            nel-<lb/>l’ambito del socratismo si collocano — a prescindere dalla
            terminologia,<lb/>che è chiaramente di derivazione stoica — anche le procedure
            dialo-<lb/>giche ricordate in II 107: socratico è l’ἔλεγχος che parte dalla
            con-<lb/>clusione dell’interlocutore; socratica è la discussione intorno alla
            παρα-<lb/>βολή, per cui non è il caso di pensare né ad una ripresa del
            metodo<lb/>zenoniano né ad altre spiegazioni. Si può aggiungere ancora che con<lb/>la
            recuperata fisionomia socratica di Euclide non contrasta neppure<lb/>quell’accostamento
            dei Megarici agli Scettici che leggiamo in Seneca<lb/>(<hi rend="italic">ad Lucil.
               epist.</hi> XIII 43-5): il rapporto tra l’aporia socratica e la<lb/>scepsi antica è
            venuto infatti sempre meglio emergendo negli studi<lb/>più recenti.</p>
         <p rend="start">Non posso qui neppure accennare alle conseguenze che tutto ciò<lb/>può
            avere anche nella ricostruzione del pensiero di Socrate. Ne esce<lb/>ribadito però —
            questo mi pare di poter concludere — il carattere<lb/>decisivo, nella storia del
            pensiero antico, del ruolo svolto da Socrate<lb/>e dagli stessi Socratici.</p>
      </body>
   </text>
</TEI>
