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            <title>DIOGENE LAERZIO E IL PIRRONISMO</title>
            <author>
               <name>Jonathan</name>
               <surname>Barnes</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p>
            </availability>
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            <bibl>
               <title level="m">DIOGENE LAERZIO E IL PIRRONISMO</title>
               <author>Jonathan Barnes</author>
               <title level="a">Elenchos. Rivista di studi sul pensiero antico</title>
               <publisher>Bibliopolis</publisher>
               <editor/>
               <pubPlace>Napoli</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope>Anno VII - 1986, Fasc. 1-2, pp. 383-427</biblScope>
               <date/>
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            <docAuthor>Jonathan Barnes</docAuthor>
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               <titlePart>DIOGENE LAERZIO E IL PIRRONISMO</titlePart>
               
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         <p rend="pb"><pb n="385" facs="Elenchos86/Ele86_385.jpg"/></p>

         <p rend="title">I</p>
         <p rend="start">Diogene Laerzio dà un resoconto dello scetticismo greco<note xml:id="ftn1"
               place="foot" n="1"> II termine “scetticismo” in questo lavoro denota lo scetticismo
               del pirronismo.<lb/>Non prenderò in considerazione lo scetticismo accademico, dato
               che le due principali<lb/>varietà dello scetticismo antico sono sufficientemente
               diverse da richiedere trattazioni<lb/>separate. Inoltre il resoconto diogeniano dello
               scetticismo accademico è povero di<lb/>contenuto filosofico, a differenza di quel che
               avviene per lo scetticismo del<lb/>pirronismo.</note> nella<lb/><hi rend="italic"
               >Vita</hi> di Pirrone (IX 61-108) della quale costituisce un’appendice la<lb/>breve
               <hi rend="italic">Vita</hi> di Timone (IX 109-116). Dopo una sezione
            introduttiva<lb/>che offre una concisa descrizione della vita e del pensiero del
            filosofo<lb/>(IX 61-62), la <hi rend="italic">Vita</hi> di Pirrone si divide in tre
            parti principali. Si ha<lb/>innanzitutto una raccolta di materiale aneddotico mirante ad
            illustrare<lb/>la speciale διάθεσις di Pirrone (IX 63-68). Seguono alcune
            osservazioni<lb/>sui suoi discepoli e compagni con una discussione dei suoi
            possibili<lb/>precursori (IX 68-73). Infine Diogene si dilunga a descrivere la
            filo-<lb/>sofia matura dello scetticismo caratteristico del pirronismo (IX
            74-108).<lb/>La <hi rend="italic">Vita</hi> di Timone contiene una breve biografia del
            personaggio e<lb/>termina con la presentazione della cosidetta “successione”
               pirroniana<note xml:id="ftn2" place="foot" n="2"> Sulla διαδοχή (IX 115-116) v. J.
                  <hi rend="smcap">Glucker, </hi><hi rend="italic">Antiochus and the Late
                  Academy<lb/></hi>(“Hypomnemata”, 56), Goettingen 1978, pp. 351-4. Cfr. inoltre
               sotto nota 4.</note>.</p>
         <p rend="start">Questa schematizzazione del testo di Diogene suggerisce due
            os-<lb/>servazioni preliminari. In primo luogo la <hi rend="italic">Vita</hi> di
            Pirrone, considerata<lb/>al livello più generale, ha una struttura lineare, nel senso
            che non è<lb/>una farragine di annotazioni disparate, ma si presenta come
            un’espo-<lb/>sizione unitaria. Sebbene Diogene sia talvolta accusato di
            abborrac-<lb/>ciare il materiale con poca competenza, la <hi rend="italic">Vita</hi> di
            Pirrone dimostra<lb/>che egli aveva se non altro una certa capacità di organizzare
            lettera-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="386" facs="Elenchos86/Ele86_386.jpg"/></p>
<p>riamente la composizione. In secondo luogo il materiale
            filosofico<lb/>contenuto nella <hi rend="italic">Vita</hi> supera di gran lunga quello
            biografico. Infatti<lb/>i paragrafi di carattere strettamente filosofico (IX 74-108)
            hanno una<lb/>estensione quattro volte maggiore di quelli biografici in senso
            proprio<lb/>e, anche se aggiungiamo a questi ultimi quelli dedicati ai discepoli
            e<lb/>ai precursori (comprendendo persino la <hi rend="italic">Vita</hi> di Timone), la
            parte filo-<lb/>sofica è ancora preponderante. È forse vero che in generale
               nelle<lb/><hi rend="italic">Vite</hi> l’interesse di Diogene è più biografico che
            dossografico e che le<lb/>questioni filosofiche sono chiamate in causa soprattutto per
            la luce<lb/>che possono gettare su aspetti del carattere dei filosofi<note xml:id="ftn3"
               place="foot" n="3">Cfr. J. <hi rend="smcap">Mejer, </hi><hi rend="italic">Diogenes
                  Laertius and his Hellenistic Background</hi> (“Hermes<lb/>Einzelschriften”, 40),
               Wiesbaden 1978, pp. 2-7, 50-2.</note>, ma tutto<lb/>ciò non sembra valere per la <hi
               rend="italic">Vita</hi> di Pirrone.</p>
         <p rend="start">È ragionevole inferire che Diogene trovasse interessante la filo-<lb/>sofia
            di Pirrone e che si aspettasse un pari interesse per essa da<lb/>parte dei suoi lettori.
            Ma non c’è motivo di supporre che egli stesso<lb/>nutrisse inclinazioni per il
               pirronismo<note xml:id="ftn4" place="foot" n="4">Si è pensato che Ἀπολλωνίδης ὁ
               Νικαιεὺς ὁ παρ’ ἡμῶν ἐν τῶν πρώτωι<lb/>τῶν εἰς τοὺς σίλλους ὑπομνήματι (IX 109) fosse
               rilevante a questo proposito,<lb/>dato che ὁ παρ’ ἡμῶν significa «auch wie ich ein
               Skeptiker» (U. <hi rend="smcap">von Wilamowitz-<lb/>Moellendorf, </hi><hi
                  rend="italic">Antigonos von Karystos</hi>, (“Philologische Untersuchungen”,
               4)<lb/>Berlin 1881, p. 32). Quindi un lettore imprudente potrebbe inferire che
               Diogene<lb/>fosse uno scettico. Ma gli studiosi sono meno ingenui. (I) Lo stesso
               Wilamowitz<lb/>riconobbe che Diogene non era un seguace di Pirrone. Quindi
               l’espressione è<lb/>παρ’ ήμων si riferisce non a Diogene, ma alla sua fonte scettica e
               naturalmente<lb/>Diogene era un copista troppo malaccorto o troppo trascurato per
               accorgersi che<lb/>egli avrebbe dovuto omettere o cambiare queste parole. (II) Altri
               danno una<lb/>interpretazione diversa dell’espressione. Essa significherebbe « il mio
               concittadino »<lb/>o «il mio parente» e Diogene non direbbe di essere uno scettico,
               ma la sua<lb/>provenienza da Nicea (cfr. l’articolo di J. Mansfeld in questo volume)
               o la sua<lb/>appartenenza alla famiglia degli Apollonidi (cfr. J. <hi rend="smcap"
                  >Mejer, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>, p. 46 nota 95).<lb/>(III) Altri
               ancora preferiscono emendare il testo: Menagius più modestamente<lb/>ha proposto è ὁ
               πρὸ ήμών, mentre Nietzsche ha suggerito più spettacolarmente<lb/>ὁ παροιμιογράφος.
               (Si veda inoltre F. <hi rend="smcap">Decleva Caizzi, </hi><hi rend="italic">Pirrone.
                  Testimonianze,<lb/></hi>Napoli 1981, pp. 208-9; M. <hi rend="smcap">Gigante,
                  </hi><hi rend="italic">Diogene Laerzio: Vite dei Filosofi</hi>, Roma-<lb/>Bari
               1983, 3a ed., p. 567 nota 264). Quale che sia la verità circa ὁ παρ’ ἡμῶν<lb/>non c’è
               traccia nel passo di uno scetticismo diogeniano. In effetti non c’è la<lb/>minima
               ragione per credere che Apollonide fosse un seguace del pirronismo. Per<lb/>quel che
               mi è dato di sapere, gli studiosi l’hanno dichiarato uno scettico solo<lb/>perché
               egli scrisse un commento ai <hi rend="italic">Silli</hi> di Timone e questa non è di
               certo una<lb/>buona ragione. Nella discussione a Amalfi, Marcello Gigante ha
               richiamato l’atten-<lb/>zione su I 20, là dove Diogene insiste che il pirronismo è
                  veramente una αἵρεσις:<lb/>forse è un’indicazione da parte di Diogene che egli
               parteggia per lo scetticismo.<lb/>Se si vogliono cercare motivi del perché Diogene
                  abbia incluso questa nota sulla<lb/>αἵρεσις pirroniana, la quale deriva probabilmente
               da Enesidemo (cfr. J. <hi rend="smcap">Glucker,<lb/></hi><hi rend="italic">op.
                  cit.,</hi> p. 179 nota 41), si può anche ipotizzare che egli abbia voluto
               giustificare<lb/>la presenza del pirronismo nel suo libro sulle vite e opinioni di
                  ciascuna αἵρεσις(<lb/>sul titolo dell’opera di Diogene si veda M. <hi rend="smcap"
                  >Gigante, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>, p. XCVI). Gli
               studiosi<lb/>continuano a domandarsi con preoccupazione: “A quale scuola filosofica
               Diogene<lb/>appartenne?”. La risposta potrebbe anche essere: “A nessuna”, dato che
               un<lb/>interesse filosofico non implica l’adesione ad una scuola. Si pensi a Galeno i
               cui<lb/>interessi e le cui conoscenze filosofiche superarono di gran lunga quelli di
               Diogene.<lb/>Cfr. M. <hi rend="smcap">Gigante, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>,
               p. XV: «Diogene Laerzio non appartenne a nessuna<lb/>scuola filosofica, ma fu uomo di
               molti libri. Non può considerarsi un filosofo<lb/>sistematico, ma un uomo
               aristotelicamente curioso della vita e della dottrina dei<lb/>filosofi eminenti».
            </note>. Lo scetticismo ha affascinato<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="387" facs="Elenchos86/Ele86_387.jpg"/></p>
<p>filosofi di ogni scuola e persino dilettanti: il taglio estremistico
            e<lb/>risoluto dello scetticismo professato dai pirronisti dovette
            sicuramente<lb/>infiammare, o almeno coinvolgere, soltanto una sparuta schiera
            di<lb/>intellettuali greci. Comunque sia, questo lavoro si concentrerà sulle<lb/>sezioni
            filosofiche della <hi rend="italic">Vita</hi> di Pirrone, dal momento che
            considererò<lb/>Diogene come uno storico del pirronismo e non come un biografo<lb/>di
               Pirrone<note xml:id="ftn5" place="foot" n="5"> Per la sezione biografica cfr., ad
               es., <hi rend="smcap">U. von Wilamowitz</hi>, <hi rend="italic">op. cit.</hi>, pp.
               27-44<lb/>(il suo entusiasmo per Antigono lo portò a congetture infondate); <hi
                  rend="smcap">K. von Fritz</hi>,<lb/><hi rend="italic">s.v. Pyrrhon</hi> (1), in
                  <hi rend="italic">RE</hi> XXIV (1963) coll. 88-93; <hi rend="smcap">G. A.
                  Ferrari</hi>, <hi rend="italic">Due fonti sullo<lb/>scetticismo antico</hi>,
               «Studi Ital. di Filologia Classica», <hi rend="smcap">XL </hi>(1968) pp. 200-24 e
               le<lb/>note pertinenti in <hi rend="smcap">F. Decleva Caizzi</hi>, <hi rend="italic"
                  >op. cit.</hi> Vi sono scarsi cenni alla filosofia<lb/>nelle sezioni non
               filosofiche della <hi rend="italic">Vita</hi>: IX 61 (il resoconto di Ascanio: v.
               sotto<lb/>nota 51); IX 62 (il punto di vista di Enesidemo secondo il quale lo
               scetticismo<lb/>di Pirrone era una posizione filosofica e non implicava stranezze sul
               piano pratico:<lb/>cfr. J. Barnes, <hi rend="italic">The Beliefs of a
               Pyrrhonist</hi>, «Elenchos», IV (1983) pp. 5-43);<lb/>IX 68 (Numenio: v. sotto nota
               24); IX 70 (Teodosio: v. sotto nota 57 e nota 58).</note>.</p>
         <p rend="pb"><pb n="388" facs="Elenchos86/Ele86_388.jpg"/></p>
         <p rend="title">II</p>
         <p rend="start">Il modo normale di presentare una filosofia è quello di esporne<lb/>le
            dottrine. Ma il pirronismo non ha dottrine<note xml:id="ftn6" place="foot" n="6"> Cfr.
               IX 70; IX 69 (i pirronisti ἀπορητικοὶ δὲ καὶ σκεπτικοὶ [...] ἀπὸ τοῦ<lb/>ΟΙΟΝ δόγματος
               προσηγορεύοντο); si veda anche I 19-20 insieme con <hi rend="smcap"
               >Sext.<lb/></hi>Emp. <hi rend="italic">PH</hi> I 13-17.</note>, giacché la sua
            carat-<lb/>teristica distintiva è quella del rifiuto di ogni dottrina. D’altra
            parte<lb/>i pirronisti non sono trappisti dato che parlano e scrivono. Quindi<lb/>il
            primo problema dell’interprete è quello di sapere come analizzare<lb/>le espressioni dei
            pirronisti e il primo problema dello storico è quello<lb/>di stabilire come presentare
            una filosofia senza dottrine.</p>
         <p rend="start">Diogene giustamente comincia la sua esposizione del pirronismo,<lb/>la sua
            antidossografia si potrebbe dire, affrontando questi problemi.<lb/>Nella sezione
            introduttiva della sua esposizione (IX 74-77) egli tenta<lb/>di spiegare la natura
            generale del pirronismo come una filosofia che<lb/>ha un contenuto e che tuttavia non
            asserisce nulla. Dopo aver fatto<lb/>ciò, egli abbozza la strategia generale dei
            pirronisti, sempre pronti a<lb/>mettere in risalto le discordanze e le indicibili
            anomalie delle cose<lb/>(IX 78). Connesse alla strategia sono le tattiche. Quelle dei
            pirronisti<lb/>sono espresse dai “modi” o “tropi” (τρόποι), che danno luogo
            ad<lb/>ἀντιθέσεις e portano all’ ἐποχή. Diogene quindi descrive i Dieci Modi<lb/>e i
            Cinque Modi rispettivamente nei paragrafi 79-88 e 88-89<note xml:id="ftn7" place="foot"
               n="7"> Diogene ignora i Due Modi <hi rend="smcap">(Sext. Emp. </hi><hi rend="italic"
                  >PH</hi> I 178-179) ed anche gli Otto<lb/>Modi speciali contro l’etiologia (<hi
                  rend="italic">PH</hi> I 180-186). Questi due gruppi di Modi ci<lb/>sono noti solo
               da Sesto. I Due Modi sono di solito tralasciati in quanto non<lb/>molti importanti;
               si veda tuttavia <hi rend="smcap">Janáček </hi>[6] (v. sotto nota 38 che elenca
               i<lb/>titoli di questo autore cui qui si fa riferimento). Gli Otto Modi hanno
               lasciato<lb/>tracce interessanti nella letteratura pirronista (cfr. J. <hi
                  rend="smcap">Barnes, </hi><hi rend="italic">Scepticism and Causa-<lb/>tion</hi>,
               in M. F. <hi rend="smcap">Burnyeat </hi>(ed.), <hi rend="italic">The Skeptical
                  Tradition,</hi> Berkeley 1983, pp. 160-70).</note>.</p>
         <p rend="start">I pirronisti, sebbene in linea di principio siano contrari ad <hi
               rend="italic">ogni<lb/></hi>dottrina<note xml:id="ftn8" place="foot" n="8"> Su questa
               controversa questione cfr. J. <hi rend="smcap">Barnes, </hi><hi rend="italic">art.
                  cit.</hi>, e gli articoli di<lb/>Burnyeat e Frede lì citati.</note>, si
            accaniscono in particolare contro le pretese dei filosofi<lb/>dogmatici. Quindi essi
            “tolgono di mezzo” o rigettano le prove (IX<lb/>90-94), i criteri di verità (IX 94-95),
            i segni (IX 96-97), le cause (IX<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="389" facs="Elenchos86/Ele86_389.jpg"/></p>
<p>97-99), il movimento (IX 99), l’apprendimento (IX 100), la
            genera-<lb/>zione (IX 100), l’etica naturalistica (IX 101). L’attacco congiunto
            ai<lb/>criteri di verità e alle prove è il perno della strategia dei pirronisti e<lb/>ad
            esso naturalmente Diogene concede lo spazio maggiore.</p>
         <p rend="start">Dopo una pausa ben marcata (IX 102), Diogene presenta le due<lb/>tipiche
            ritorsioni dei dogmatici nei confronti dei pirronisti: essi cadono<lb/>surrettiziamente
            nel dogmatismo (IX 102-104) e, inoltre, rendono im-<lb/>possibile la vita (IX 104-105).
            L’esposizione della filosofia del pirro-<lb/>nismo termina con una breve discussione
            dialettica del criterio del-<lb/>l’azione (IX 106-107)<note xml:id="ftn9" place="foot"
               n="9"><hi rend="italic"> </hi>J. <hi rend="smcap">Mejer, </hi><hi rend="italic">op.
                  cit.</hi>, p. 7 nota 16, riferisce e approva l’idea che «la defini-<lb/>zione di
               criterio nel paragrafo 106 non corrisponde a quella del paragrafo 94».<lb/>È vero che
               i due riferimenti ai criteri (ad essere precisi non sono “definizioni”)<lb/>non si
               corrispondono, ma ciò non è sorprendente: il paragrafo 94 riguarda il<lb/>criterio di
               verità, mentre il paragrafo 106 ha a che fare con il criterio d’azione e<lb/>questa
               distinzione era usuale (cfr. <hi rend="smcap">Sext. Emp. </hi><hi rend="italic"
                  >PH</hi> I 21; II 14; ecc.).</note> e del “fine” ο τέλος (IX 107-108) di
            questa<lb/>filosofia.</p>
         <p rend="title">III</p>
            <p rend="start">Una storia della filosofia, come ogni altra storia, può essere
               valu-<lb/>tata sulla base di differenti considerazioni e nell’ambito di
               dimensioni<lb/>diverse. Nel caso di Diogene è importante tenere ben distinte
               queste<lb/>diverse considerazioni e dimensioni.</p>
            <p rend="start">A proposito della dossografia (<hi rend="italic">sit venia verbo</hi>)
               di Diogene sul<lb/>pirronismo solleverò quattro interrogativi, a tre dei quali darò
               una<lb/>risposta rapida, mentre il quarto dovrà essere discusso più a lungo.</p>
            <p rend="start">I primi tre riguardano principalmente l’opera, mentre il quarto
               con-<lb/>cerne l’autore. Le domande sono le seguenti: (a) la dossografia
               è<lb/>coerente, ossia fornisce una descrizione sufficientemente unificata
               e<lb/>intelligibile del pirronismo, oppure è un’accozzaglia di pezzi disparati?<lb/>
               (b) La dossografia è attendibile? Possiamo fidarci di essa per
                  avere<lb/>informazioni genuine sugli scettici antichi o dobbiamo metterla
                  da<lb/>parte perché prevenuta o disinformata o confusa o comunque raffaz-</p>
               
               <p rend="pb"><pb n="390" facs="Elenchos86/Ele86_390.jpg"/></p>
                  <p>zonata? (c) Che valore ha per noi la dossografia? Rappresenta un<lb/>incremento
                  della nostra conoscenza del pirronismo, oppure la sua per-<lb/>dita produrrebbe
                  solo una scarsa diminuzione della nostra compren-<lb/>sione della scuola? (d) Fino
                  a che punto la dossografia è opera per-<lb/>sonale di Diogene? La compose egli
                  stesso o la plagiò da altri?</p>
            <p rend="start">Gli studi moderni prendono in considerazione quasi esclusiva-<lb/>mente
               la quarta di queste questioni, certamente per comprensibili e<lb/>nobili motivi,
               mentre, meno ragionevolmente, tendono a considerare<lb/>le questioni (a)-(c) come
               semplici corollari della questione (d). Per<lb/>quanto (d) possa monopolizzare
               l’attenzione, è importante sottolineare<lb/>che esistono anche i quesiti (a)-(c), che
               essi hanno rilevanza per la<lb/>valutazione delle <hi rend="italic">Vite</hi> di
               Diogene e che sono in larga misura indi-<lb/>pendenti dalla questione (d) e quindi
               dalle incertezze e controversie<lb/>che circondano quest’ultimo problema.</p>
            <p rend="title">IV</p>
            <p rend="start">C’è poco da dire sulla prima questione. La struttura della
               dos-<lb/>sografia sul pirronismo, analogamente a quella dell’intera <hi rend="italic"
                  >Vita,</hi> è con-<lb/>siderevolmente chiara e coerente<note xml:id="ftn10"
                  place="foot" n="10"> K. <hi rend="smcap">von Fritz, </hi><hi rend="italic">op.
                     cit.,</hi> p. 99, dice che « nonostante l’ordinamento in rubriche<lb/>degli
                  argomenti [della dossografia], essi hanno ovviamente origini diverse». Se<lb/>egli
                  vuol dire che è “ovvio” che Diogene usi fonti diverse per argomenti
                  diversi,<lb/>posso dire solo che ciò non risulta ovvio a me. (Le mie rimostranze
                  sono solo<lb/>per la parola “ovvio”, che suggerisce, credo falsamente, che gli
                  argomenti siano<lb/>messi insieme malamente.)</note>. In effetti un filosofo
               moderno al<lb/>quale fosse chiesto di scrivere un sommario di una dozzina di
               pagine<lb/>dell’antico pirronismo, difficilmente potrebbe far di meglio che
               para-<lb/>frasare Diogene. Egli con ciò ometterebbe qualcosa che era impor-<lb/>tante
               nel pirronismo antico (specialmente la critica della logica for-<lb/>male che
               troviamo in Sesto, <hi rend="italic">PH</hi> 11 e <hi rend="italic">M</hi> VII-VIII,
               come anche gli at-<lb/>tacchi contro specifiche arti e scienze che Sesto scaglia in
                  <hi rend="italic">M</hi> I-VI),<lb/>ma ogni sommario omette qualcosa e le
               omissioni di Diogene non sono<lb/>poi mal studiate.</p>
            <p rend="pb"><pb n="391" facs="Elenchos86/Ele86_391.jpg"/></p>
<p rend="start">Naturalmente l’esposizione diogeniana non è immune da critiche.<lb/>Vi
               sono punti in cui è oscura. In alcuni di questi luoghi l’oscurità<lb/>dipende
               probabilmente dal testo. Esso è in generale notevolmente cor-<lb/>rotto (non c’è
               ancora una buona edizione critica delle <hi rend="italic">Vite<note xml:id="ftn11"
                     place="foot" n="11">
                     <p> Ho usato l’edizione di H. S. Long negli Oxford Classical Texts
                     [OCT]<lb/>(Oxford 1964) i cui numerosi difetti e manchevolezze sono ben noti
                     (cfr. M.<lb/><hi rend="smcap">Gigante, </hi><hi rend="italic">op. cit.,</hi>
                     pp. <hi rend="smcap">lxviii-lxx). </hi>Non so quanto accurati siano i
                     riferimenti di<lb/>Long ai manoscritti per il libro IX. Di sicuro i suoi
                     riferimenti a congetture di<lb/>studiosi sono spesso pesantemente errati
                     (alcuni di questi sono riportati sotto<lb/>nelle note 12 e 59). La mia
                     argomentazione, poiché riguarderà in parte questioni<lb/>testuali, è aperta
                     alla possibilità di revisione, forse ad una revisione drastica,
                     con<lb/>riferimento all’edizione critica di Diogene che tutti aspettiamo. Il
                     più recente<lb/>studio sul testo a me noto è contenuto nella prefazione
                     dell’edizione di V 36-57<lb/>di M. <hi rend="smcap">G. Sollenberger, </hi><hi
                        rend="italic">Diogenes Laertius 5.36-57: The Vita Theophrasti,</hi>
                     in<lb/>W. W. <hi rend="smcap">Fortenbaugh, </hi><hi rend="italic">Theophrastus
                        of Eresus</hi> (“Rutgers University Studies in<lb/>Classical Humanities”,
                     2), New Brunswick (N.J.) 1985. Ma il resoconto di Sol-<lb/>lenberger non è
                     rilevante specificamente per la <hi rend="italic">Vita</hi> di Pirrone. Nella
                     prefazione<lb/>dell’edizione di VII 43-83 curata da U. <hi rend="smcap">Egli
                        </hi>(<hi rend="italic">Das Dioklesfragment bei Diogenes<lb/>Laertius,</hi>
                     Sonderforschungsbereich 99 Linguistik, Universität Konstanz, n.
                     55.<lb/>Konstanz 1981) si trova proposto il seguente stemma:<lb/>
                        <figure>
                        <graphic url="Ele86_391.jpg" width="50%" height="50%"/>
                     </figure>
                     </p>
                     <p rend="start">Se esso è corretto, allora le lezioni di Φ, dello ps.Esichio e
                        della <hi rend="italic">Suda</hi> debbono<lb/>essere prese in attenta
                        considerazione per il libro IX. Infatti il passo dello ps.Esichio<lb/>(<hi
                           rend="italic">FHG</hi> IV p. 174) contiene una lezione rilevante (IX 64
                        (471.3): ἐξοδικῶς codd.,<lb/>διεξοδικῶς ps.Esich.). Nella <hi rend="italic"
                           >Suda</hi> si vedano gli articoli seguenti: ἐποχή = IX 61<lb/>(469.22);
                        μᾶλλον μᾶλλον = IX 75 (477.2-10); οὐδὲν μᾶλλον = IX
                        74-76<lb/>(476.15-477-17) + 79 (478.17-18); πυρίβια = IX 79 (478.23-479.1);
                        Πυρρώνειοι<lb/>= IX 69-70 (473.21-475.4). Le differenze fra la <hi rend="italic"
                           >Suda</hi> e i manoscritti di Diogene<lb/>devono essere tutte spiegate
                        come errori da parte della <hi rend="italic">Suda</hi> oppure dei copisti
                           della<lb/><hi rend="italic">Suda.</hi> L’articolo Πύρρων corrisponde a IX
                        61 (469.16-470.4), ma Diogene non<lb/>ne è la fonte. L’articolo τίς δ’ οἶδεν
                        cita due righe di Euripide che si trovano anche<lb/>in Diogene, IX 74
                        (475.17-18). L’articolo σημεῖον, citato da Long <hi rend="italic">ad</hi> IX
                        96, non<lb/>è rilevante.</p>
               </note></hi>) e la</p>
         <p rend="pb"><pb n="392" facs="Elenchos86/Ele86_392.jpg"/></p>
         <p><hi rend="it">Vita</hi> di Pirrone ha la sua
               aliquota di <hi rend="italic">cruces</hi><note xml:id="ftn12" place="foot" n="12">
                  <p> Segnalo solo alcuni passi in cui, per quanto mi è dato di sapere, o i
                     problemi<lb/>testuali non sono stati ancora percepiti o le loro soluzioni non
                     sono ancora state<lb/>trovate (vedi inoltre sotto nota 30). IX 70 (474.5): ἀπὸ
                     τοῦ τοὺς δογματικοὺς<lb/>ἀπορεῖν καὶ αὐτούς (καὶ αὐτούς ed. pr., <hi rend="italic"
                        >om.</hi> FΦ, καὶ αὐτούς δέ BP). Ciò non<lb/>ha senso: lo scetticismo non è
                     detto «aporetico» perché «gli stessi dogmatici<lb/>sono in difficoltà». (<hi
                        rend="smcap">F. Decleva Caizzi</hi>, <hi rend="italic">op. cit.</hi>, p. 99,
                     traduce: «aporetica dal<lb/>fatto che sia i dogmatici, sia essi stessi,
                     sollevano aporie». Ma non vedo come<lb/>« sia ... sia ... » trovi fondamento
                     nel testo. Questo punto non è importante,<lb/>perché in entrambe le traduzioni
                     l’osservazione non ha senso.) Per il senso<lb/>richiesto cfr. <hi rend="smcap"
                        >Sext. Emp.</hi>
                     <hi rend="italic">PH</hi> I 7. Nessun emendamento semplice funziona e<lb/>la
                     frase dovrebbe essere asteriscata. IX 78 (478.14): il senso richiede
                     &lt;μὴ&gt;<lb/>θαυμαζόμενα (v. <hi rend="smcap">J. Annas, J. Barnes</hi>, <hi
                        rend="italic">The Modes of Scepticism</hi>, Cambridge<lb/>1985, p. 186). IX
                     79 (478.16): invece di τὰς συμφωνίας si deve leggere τῆς<lb/>συμφωνίας (Reiske) ο
                     τὰς διαφωνίας (Annas-Barnes, <hi rend="italic">op. cit.</hi>, p. 186). IX
                     79<lb/>(478.19): su questo passo vedi sotto pp. 422-3. IX 82 (479.23): παρὰ τὸ
                     πνεῖν.</p>
                  <p rend="start">Il senso è oscuro; forse bisogna leggere παρὰ τὸ πονεῖν. IX 83
                     (480.5): καὶ<lb/>τεχνικὰς συνθήκας (codd.). Τεχνικάς non ha senso: Menagius
                     propone ἐθικάς<lb/>invece di τεχνικάς e ha di certo ragione. Συνθήκας non è al di
                     sopra di ogni<lb/>sospetto: cfr. <hi rend="smcap">Annas-Barnes, </hi><hi
                        rend="italic">op. cit.</hi>, p. 187. (Long ha καὶ τὰς ἐθνικὰς
                     συνθήκας,<lb/>attribuendolo a Menagius. A dire il vero l’edizione di Menagius
                     ha ἐθνικάς,<lb/>ma si tratta sicuramente di un errore di stampa. La lezione di
                     Long è assurda.)<lb/>IX 85 (481.9): ὁ γοῦν ἥλιος [...] πόρρωθεν φαίνεται (codd.
                     plerique): Kuehn<lb/>propone πόρρωθεν &lt;μικρός&gt;, Long ha μικρός invece di
                     πόρρωθεν (attribuendolo<lb/>a Kuehn), Menagius modifica πόρρωθεν in διπόδης.
                     Piuttosto è meglio leggere<lb/>ποδιαῖος invece di πόρρωθεν. Cfr. <hi
                        rend="smcap">Annas-Barnes, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>, pp. 187-8.
                     IX 96<lb/>(485.8): ἐπεὶ τὸ νοητόν κτλ. non ha senso. Σημεῖον al posto di
                     νοητόν<lb/>restituisce il senso, ma lascia inesplicato νοητὸν δ’ οὐκ ἔστιν nella
                     linea prece-<lb/>dente. Vi è una lacuna nel testo e quindi bisogna scrivere:
                     ἐπεὶ τὸ νοητόν<lb/>&lt;... ἔτι δὲ τὸ σημεῖον&gt; ἤτοι κτλ. <hi rend="smcap">IX</hi>
                     98 (485.21-22): daccapo il testo trasmesso<lb/>non ha senso. Il primo argomento
                     contro le cause in (485.19-21) finisce con<lb/>μόνον. Come dimostra il preciso
                     parallelo di <hi rend="smcap">Sext. Emp. </hi><hi rend="italic">M</hi>
                     <hi rend="smcap">IX </hi>209, ἐπεὶ εἴπερ<lb/>ἐστὶν αἴτιον deve introdurre un secondo
                     argomento e ciò è quel che avviene<lb/>nelle edizioni più antiche, che pongono
                     un punto e non una virgola dopo μόνον.<lb/>Bisogna cambiare ἐπεί in ἔτι (o
                     eliminare ἐπεί e leggere εἴπερ τε o qualcosa<lb/>di simile). In (485.22) ἐπεὶ
                     οὐκ ἔσται αἴτιον deve voler dire «poiché (altrimenti)<lb/>non sarà una causa».
                     La stessa espressione si trova in <hi rend="italic">M</hi> IX 209 e quindi
                     deve<lb/>essere conservata a causa del parallelismo (ἐπεί + μὴ ἔχον Bekker + εἰ
                     μὴ<lb/>ἔχει Bury), IX 98 (486.2): si legga ἀσωμάτου &lt;ἢ ἀσώματον σώματος ἢ
                     σῶμα<lb/>ἀσωμάτου&gt; con R. <hi rend="smcap">Hirzel, </hi><hi rend="italic"
                        >Untersuchungen zu Ciceros philosophischen Schriften</hi>,<hi rend="italic"
                        ><lb/></hi>III, Leipzig 1883, p. 139 nota 1; cfr. <hi rend="smcap">Janáček
                     </hi>[1], pp. 53-54. IX 107 (489.12):<lb/>invece di στρογγύλου ἢ τετραγώνου si
                     legga στρόγγυλος ἢ τετράγωνος <hi rend="italic">(scil.<lb/></hi>φαντασία), IX
                     107 (489.16): τιθέναι ὅτι φαίνεται. L’argomento è incoerente:<lb/>οτε al posto
                     di οτι restituisce il senso. Il pirronista dice: «non dobbiamo porre<lb/><hi
                        rend="italic">entrambe</hi> le φαντασίαι della torre <hi rend="italic">allo
                        stesso tempo</hi>; noi poniamo i φαινόμενα<lb/><hi rend="italic">quando si
                        verificano</hi>». IX 108 (490.1): ὡς δυνήσεται βιοῦν [...] μὴ
                     φεύγων.<lb/>Non riesco a dare un senso a ciò. Ὡς &lt;οὐ&gt; δυνήσεται è
                     migliore, ma è probabile<lb/>che ὡς δυνήσεται βιοῦν sia stato interpolato da
                     (490.3), per cui dovremmo<lb/>leggere, per esempio, (ὡς δυνήσεται βιοῦν) τὸν
                     σκεπτικὸν μὴ φεύγειν.</p>
               </note>. In altri luoghi l’oscu-<lb/>rità è dovuta al tipo di esposizione condensata
               e contratta. Così la<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="393" facs="Elenchos86/Ele86_393.jpg"/></p>
<p>trattazione che Diogene fa dei Dieci Modi talvolta degenera al
               livello<lb/>di appunti e ripudia ogni esplicita connessione logica. (Si veda
               ad<lb/>esempio il paragrafo 82 dove i riferimenti a Teone stoico e allo<lb/>schiavo
               di Pericle non hanno alcun sostegno nel testo principale, op-<lb/>pure il paragrafo
               86 dove la frase «calori o freddi o [...]» si trova<lb/>sorprendentemente nel Modo
               derivante dalla quantità.) Altrove rimane<lb/>la forma argomentativa, ma i passi
               soppressi sono tali e tanti che la<lb/>coerenza è smarrita. (Si veda ad esempio il
               paragrafo 101: non è<lb/>per niente chiaro dal contesto che rapporto abbia con
               l’argomento<lb/>la frase ἤτοι γὰρ πᾶν τὸ ὑπό τινος κτλ. È solo perché
               possiamo<lb/>trovare una versione più estesa della stessa argomentazione in
                  Sesto<lb/><hi rend="italic">(Μ </hi>XI 71-72; cfr. <hi rend="italic">PH</hi> III
               179-183) che siamo in grado di capire il<lb/>passo di Diogene.)</p>
            <p rend="start">Comunque, c’è un solo luogo nell’esposizione in cui ravviso
               una<lb/>incoerenza più profonda e meno perdonabile. Nel fare il sommario<lb/>della
               dossografia ho omesso un passo dei paragrafi 92-94 (<hi rend="italic"
               >OCT:<lb/></hi>483.16-484.15) che raccoglie diversi argomenti contro i
               dogmatici.<lb/>Il contenuto del passo è sufficientemente intelligibile, mentre non
               lo<lb/>è la sua posizione nel contesto, giacché esso è collocato nell’ambito<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="394" facs="Elenchos86/Ele86_394.jpg"/></p>
<p>della discussione dell’attacco alla nozione di prova, senza che ci
               sia<lb/>alcun ragionevole motivo per integrarlo nell’attacco stesso. Il
               passo<lb/>avrebbe una collocazione migliore se fosse posto dopo il paragrafo<lb/>89 e
               prima dell’attacco alla nozione di prova. Si deve forse dire che<lb/>il testo ha
               subito uno spostamento nel corso della trasmissione e che<lb/>dovrebbe essere rimesso
               nella posizione che ho suggerito, ma è più<lb/>probabile riconoscere qui una
               negligenza di composizione da parte<lb/>di Diogene.</p>
            <p rend="title">V</p>
            <p rend="start">Il secondo interrogativo riguarda l’affidabilità dell’esposizione
               dio-<lb/>geniana del pirronismo. A questa questione si può dare, mi sembra,<lb/>una
               risposta assai sicura. Abbiamo la fortuna di possedere due ampie<lb/>opere di Sesto
               Empirico sul pirronismo. Una buona parte dell’espo-<lb/>sizione di Diogene si
               sovrappone a quella di Sesto<note xml:id="ftn13" place="foot" n="13"> Si veda qui
                  l’Appendice per una tavola dei confronti fra Diogene e Sesto.</note>. Non sono
               riu-<lb/>scito a trovare un solo passo di Diogene in cui il confronto con<lb/>Sesto
               si risolva in un’imputazione di inattendibilità. Vi sono sì discre-<lb/>panze, ma la
               maggior parte di esse è di poco conto e esse suggeriscono<lb/>non che Diogene abbia
               travisato le argomentazioni dei pirronisti, ma<lb/>che egli e Sesto abbiano riportato
               forme diverse e ugualmente auten-<lb/>tiche delle stesse argomentazioni<note
                  xml:id="ftn14" place="foot" n="14">(I) Si potrebbe pensare che la trattazione che
                  Diogene fa dei segni nei<lb/>parr. 96-97 costituisca un’eccezione a questa verità
                  di carattere generale. Infatti<lb/>mentre i suoi argomenti attaccano i segni <hi
                     rend="italic">tout court</hi>, Sesto distingue accuratamente<lb/>fra i segni
                  ὑπομνηστικά e i segni ἐνδεικτικά e insiste nel dire che egli attacca<lb/>solo
                  questi ultimi (si veda recentissimamente D. <hi rend="smcap">Glidden, </hi><hi
                     rend="italic">Skeptic Semiotics</hi>,<lb/>«Phronesis», XXVIII (1983) pp.
                  213-55). Diogene dunque omette una parte vitale<lb/>della posizione pirronista? Ne
                  dubito. L’attacco di Sesto contro i segni è proble-<lb/>matico nel senso che i
                  suoi <hi rend="italic">argomenti</hi> appaiono diretti contro i segni di
                  ogni<lb/>forma, anche se la sua <hi rend="italic">posizione</hi> ufficiale ammette
                  i segni “commemorativi”. È<lb/>possibile che i primi pirronisti respingessero i
                  segni <hi rend="italic">tout court</hi> e che Sesto per<lb/>primo abbia introdotto
                  nella posizione dei pirronisti la distinzione fra i segni.<lb/>In questo caso
                  Diogene presenterebbe correttamente una forma diversa di pirro-<lb/>nismo. (II)
                  Nel par. 91 Diogene offre un breve argomento contro la prova e<lb/>Sesto sembra
                  respingerlo. In <hi rend="italic">M</hi> VIII 337 A Sesto dice che se cerchiamo di
                  attaccare<lb/>la nozione di prova attaccando prove “particolari”, ἀμέθοδον
                  ποιησόμεθα τὴν<lb/>ἔνστασιν ἄπειρων οὐσῶν τῶν τοιούτων ἀποδείξεων. Nel par. 91
                  (483.9-10)<lb/>Diogene dice che «se le dimostrazioni particolari sono (tutte)
                  indegne di fede,<lb/>necessariamente anche la dimostrazione generale deve essere
                  respinta come non<lb/>valida». Quindi egli avalla l’argomento che Sesto respinge.
                  Potrebbe essere che<lb/>il passo di Diogene interpreti male la posizione
                  pirronista sulle prove generali e<lb/>particolari; tuttavia mi sembra altrettanto
                  probabile che ancora una volta qui<lb/>il pirronista di
                  Diogene differisca da quello di Sesto.</note><hi rend="italic">.</hi></p>
            <p rend="pb"><pb n="395" facs="Elenchos86/Ele86_395.jpg"/></p>
<p rend="start">Da ciò non segue — nel senso strettamente logico — che Dio-<lb/>gene sia
               attendibile là dove <hi rend="italic">non</hi> si sovrappone a Sesto. Ma non<lb/>c’è
               nulla di intrinsecamente sospetto nei passi che non hanno parallelo<lb/>in Sesto e
               sarebbe poco ragionevole supporre che la attendibilità di<lb/>Diogene venga meno
               appena il suo resoconto del pirronismo cessi di<lb/>coincidere con un altro qualunque
               rimastoci.</p>
            <p rend="title">VI</p>
            <p rend="start">L’interrogativo (c) è essenzialmente relativo: quali notizie —
               esso<lb/>chiede — Diogene fornisce a noi? Se Sesto fosse andato perduto,<lb/>Diogene
               sarebbe inestimabile, diventando la nostra fonte principale<lb/>per la conoscenza del
               pirronismo. Ma la sopravvivenza delle opere<lb/>di Sesto significa che possediamo
               nella maggioranza dei casi infor-<lb/>mazioni più ricche e complete su quelle parti
               del pirronismo che Dio-<lb/>gene ci riassume.</p>
            <p rend="start">Ma anche avendo a disposizione Sesto, non possiamo fare a meno<lb/>del
               tutto di Diogene. In primo luogo vi sono molti piccoli dettagli<lb/>che compaiono in
               Diogene, e non in Sesto, specialmente, ma non<lb/>esclusivamente, per quanto riguarda
               il resoconto dei Dieci Modi dove<lb/>Diogene aggiunge alcuni tocchi al canovaccio
               presentato da Sesto. In<lb/>secondo luogo, anche quando si sovrappone a Sesto,
               Diogene è spesso<lb/>così diverso nell’ordine dell’esposizione o nella forma
               specifica della<lb/>sua argomentazione, che il confronto con la versione di Sesto
               risulta<lb/>un’operazione utile<note xml:id="ftn15" place="foot" n="15"> È proprio da
                  piccole differenze di questo tipo che dipendono tutti gli<lb/> argomenti di Janáček;
                  cfr. sotto, pp. 402-11.</note>.</p>
            <p rend="pb"><pb n="396" facs="Elenchos86/Ele86_396.jpg"/></p>
<p rend="start">In terzo luogo, e ciò è quel che più conta, vi sono almeno
                  due<lb/>luoghi<note xml:id="ftn16" place="foot" n="16"> In più i parr. 74-108
                  forniscono una massa di informazioni storiche che<lb/>non sono conservate
                  altrove.</note> in cui Diogene va sicuramente al di là di Sesto. La parte<lb/>del
               paragrafo 78 sulla “strategia” del pirronismo, per quanto mi è<lb/>dato di sapere,
               non ha alcun parallelo negli scritti di Sesto. Né hanno<lb/>uno stretto parallelo con
               Sesto i paragrafi 102-105 riguardanti le due<lb/>obiezioni dei dogmatici: benché vi
               siano vaghe connessioni di questi<lb/>passi con diversi testi di Sesto, la maggior
               parte del materiale offerto<lb/>da Diogene non è reperibile in Sesto e, cosa ancor
               più significativa,<lb/>il suo uso e il modo in cui è organizzato sono caratteristici
               di Diogene.</p>
            <p rend="start">L’obiezione dei dogmatici, secondo la quale gli scettici
               rendono<lb/>impossibile la vita, è, sia dal punto di vista storico sia da quello
               filo-<lb/>sofico, una delle questioni fondamentali che lo studioso dello
               scet-<lb/>ticismo antico deve affrontare. In Sesto c’è molto che ha a che
               fare<lb/>con questo problema, ma il materiale offerto non è sufficiente
               per<lb/>risolverlo e si può sospettare che Sesto non avesse a questo proposito<lb/>un
               punto di vista chiaro e coerente<note xml:id="ftn17" place="foot" n="17"> Cfr. J. <hi
                     rend="smcap">Barnes, </hi><hi rend="italic">art. cit.</hi>, pp. 29-41.</note>.
               Il contributo di Diogene, pur<lb/>essendo un valido complemento di quanto dice Sesto,
               non ha ricevuto<lb/>una sufficiente attenzione negli studi.</p>
            <p rend="title">VII</p>
            <p rend="start">Negli ultimi paragrafi il nome “Diogene” si riferiva al
               contenuto<lb/>della <hi rend="italic">Vita</hi> di Pirrone. È giunto il momento di
               riferirlo a Diogene<lb/>stesso e di prendere in considerazione l’interrogativo (d).
               Ho sugge-<lb/>rito che la parte filosofica della <hi rend="italic">Vita</hi> di
               Pirrone è un’esposizione utile,<lb/>affidabile e coerente dello scetticismo. Ma
               questo non torna neces-<lb/>sariamente a merito di Diogene stesso. Infatti è —
               possiamo ora dire<lb/>“fu”? — un luogo comune fra gli studiosi che Diogene fosse
               un<lb/>imbecille: ogni assurdità nelle <hi rend="italic">Vite</hi> va ascritta a lui,
               mentre di quel<lb/>che ha senso dobbiamo cercare altrove la fonte. La questione
               delle<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="397" facs="Elenchos86/Ele86_397.jpg"/></p>
         <p>fonti, la <hi rend="italic">Quellenforschung,</hi> è stato l’obiettivo
               primario delle ricerche<lb/>su Diogene.</p>
            <p rend="start">Diogene si basa per tutti i suoi scritti su fonti precedenti.
               Così<lb/>fanno tutti gli storici e se siamo interessati a valutare un autore
               come<lb/>storico, il fatto che egli si appoggi a fonti non è di alcuna rilevanza,<lb/>
            o piuttosto, dovremmo tacciarlo di ciarlataneria se egli facesse
               altri-<lb/>menti. Quel che conta è la natura delle fonti usate e come<lb/>sono state
               usate. Per esempio il nostro autore si è limitato a pren-<lb/>dere il primo paio di
               libri capitatigli in mano e a lavorare esclusi-<lb/>vamente su di essi? Oppure egli
               ha fatto il tentativo di consultare<lb/>tutte le fonti principali? Ha accettato
               acriticamente tutto quello che<lb/>ha letto, oppure ha usato un criterio di giudizio
               nella selezione e<lb/>valutazione del materiale? Ha semplicemente copiato tratti di
               autori<lb/>precedenti collegandoli insieme? Oppure ha cercato di riforgiarli
               e<lb/>trasformarli in un’esposizione personale?</p>
            <p rend="start">Questi interrogativi, ed altri simili, sono di primaria
               importanza<lb/>per la valutazione di uno storico<note xml:id="ftn18" place="foot"
                  n="18"> Il caso di Cicerone è simile, dal momento che anche qui gli studiosi
                  parlano<lb/>in modo grossolano e vago di <hi rend="italic">Quellen</hi>; cfr. J.
                     <hi rend="smcap">Barnes, </hi><hi rend="italic">Cicero’s</hi> de fato <hi
                     rend="italic">and a<lb/>Greek Source</hi>, in J. <hi rend="smcap">Brunschwig,
                  </hi>C. <hi rend="smcap">Imbert </hi>e J. <hi rend="smcap">Roger </hi>(edd.), <hi
                     rend="italic">Histoire et<lb/>Structure: à la mémoire de Victor
                     Goldschmidt</hi>, Paris 1985.</note><hi rend="italic">.</hi> Ora la <hi
                  rend="italic">Quellenforschung</hi> è un’im-<lb/>presa inebriante e gli studiosi
               che si danno ad essa si perdono nelle<lb/>sue delizie finendo per trascurare le
               opportune distinzioni. Essi si<lb/>domandano: “Qual’è la fonte?” e, dopo aver esibito
               una risposta<lb/>che soddisfa loro (se non altri), pensano che il loro compito sia
               finito.</p>
            <p rend="start">In relazione con la dossografia sul pirronismo possiamo ordinare<lb/>le
               risposte alla questione (d) riferendoci a due posizioni estreme. Da<lb/>una parte c’è
               la posizione del “conservatorismo ingenuo” che sostiene<lb/>che i paragrafi
               dossografici sono opera genuina di Diogene: come ogni<lb/>altro buono storico egli
               avrebbe letto le fonti rilevanti, prendendo ab-<lb/>bondanti note, e avrebbe scritto
               il saggio dopo aver organizzato le<lb/>sue idee. All’altro estremo si trova il
               “radicalismo ingenuo”: la dos-<lb/>sografia sarebbe stata semplicemente trascritta da
               un solo testo e, a<lb/>parte alcuni pochi enunciati ed espressioni che sono proprio
               suoi,<lb/>Diogene avrebbe fondamentalmente riprodotto l’opera di un altro<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="398" facs="Elenchos86/Ele86_398.jpg"/></p>
<p>studioso. Le due posizioni estreme differiscono fra loro in due
               dimen-<lb/>sioni, e precisamente: (I) per il numero e la varietà delle
               fonti<lb/>usate da Diogene e (II) per la sua prossimità ad esse. Le
               altre<lb/>risposte intermedie alla questione (d) si differenziano da quelle
               estreme<lb/>per una sola o per entrambe le dimensioni. Così la posizione
               secondo<lb/>la quale Diogene avrebbe fatto sostanzialmente <hi rend="italic"
                  >excerpta</hi> è più vicina<lb/>al conservatorismo per ciò che concerne il numero
               delle fonti, mentre<lb/>è più vicina al radicalismo per quanto riguarda
               l’approssimazione:<lb/>Diogene ha usato una varietà di fonti, le quali egli ha pure
               copiato.<lb/>Invece il punto di vista secondo il quale Diogene avrebbe
               rielaborato<lb/>il materiale è conservatore con riferimento alla prossimità, ma
               radicale<lb/>nei confronti del numero delle fonti: Diogene ha usato poche
               fonti,<lb/>sulla base delle quali ha composto un saggio personale.</p>
            <p rend="start">Almeno all’inizio un conservatorismo estremo potrebbe sembrare<lb/>la
               risposta più caritatevole e insieme più ragionevole al quesito (d).<lb/>Dopo tutto
               Diogene nei paragrafi 74-108 cita per nome non meno di<lb/>dieci fonti diverse<note
                  xml:id="ftn19" place="foot" n="19"> Rispettivamente Timone (IX 76, 102, 105, 107),
                  Enesidemo (IX 78, 87, 102,<lb/>106, 107), Favorino (IX 87), Sesto (IX 87), Agrippa
                  (IX 88), Nausifane (IX 102),<lb/>Numenio (IX 102), Zeussi (IX 106), Antioco (IX
                  106), Apella (IX 106).</note> ed accenna anonimamente ad altre<note xml:id="ftn20"
                  place="foot" n="20"> Cfr. ἄλλοι τοιοῦτοι in IX 102 e νιοι in IX 71.</note>; di
               più, le<lb/>parti non filosofiche della <hi rend="italic">Vita</hi> di Pirrone fanno
               riferimento ad altre<lb/>fonti, alcune delle quali notoriamente trattavano anche
               aspetti filosofici<lb/>del loro oggetto<note xml:id="ftn21" place="foot" n="21">
                  Rispettivamente Ascanio (IX 61), Filone (IX 67), Teodosio (IX 70),
                  Menodoto<lb/>(IX 115). Le altre fonti sono: Apollodoro (IX 61), Alessandro (IX
                  61), Antigono<lb/>(IX 62, 110, 111, 112), Eratostene (IX 66), Posidonio (xx 68),
                  Apollonide (IX 109),<lb/>Sozione (IX 109, 112, 115), Ippoboto (IX 116), Filarco
                  (IX 116). Alcuni di questi<lb/>ultimi possono aver discusso aspetti filosofici del
                  pirronismo.</note>. Inoltre la struttura coerente della <hi rend="italic"
                  >Vita</hi> sembra<lb/>attestare che un unico autore l’abbia creata. Che cosa c’è
               dunque di<lb/>più naturale che prendere Diogene alla lettera e abbracciare il
               con-<lb/>servatorismo?</p>
            <p rend="start">Ma pochi studiosi sono conservatori in questo senso. Essi
               sotto-<lb/>lineano che Diogene cita le “sue” fonti di seconda o di terza mano<lb/>e
               che egli ha davvero consultato solo una o due di esse<note xml:id="ftn22"
                  place="foot" n="22"> Cfr. J. <hi rend="smcap">Mejer, </hi><hi rend="italic">op.
                     cit.</hi>, p. 7 nota 16 per alcune osservazioni in proposito.</note>.
               L’apparenza<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="399" facs="Elenchos86/Ele86_399.jpg"/></p>
<p>di un’informazione accurata può essere ingannevole. Ma tali
               riflessioni<lb/>di carattere generale hanno poco significato: dobbiamo rivolgerci
               ai<lb/>testi. Il punto di partenza migliore lo fornisce la nota di Diogene
               stesso<lb/>sulle fonti nel paragrafo 102.</p>
         <p rend="title">VIII</p>
            <p rend="start">Dopo aver concluso l’esposizione degli argomenti distruttivi
               dei<lb/>pirronisti e prima di volgersi alle obiezioni dei dogmatici,
               Diogene<lb/>afferma quanto segue:</p>
            <p rend="start">ἔστι δὲ καὶ τὸν ὅλον τῆς συναγωγῆς αὐτῶν τρόπον συνιδεῖν ἐκ τῶν
               <lb/>ἀπολειφθεισῶν συντάξεων. αὐτὸς μὲν γὰρ ὁ Πύρρων οὐδὲν ἀπέλιπεν, <lb/>οἱ μέντοι συνήθεις
               αὐτοῦ Τίμων καὶ Αἰνεσίδημος καὶ Νουμήνιος καὶ <lb/>Ναυσιφάνης καὶ ἄλλοι τοιοῦτοι. </p>
            <p rend="start">Hirzel ha attirato l’attenzione sulle stranezze dell’ultima frase e
               ha<lb/>proposto di eliminare Τίμων [...] τοιοῦτοι, in quanto glossa margi-<lb/>nale,
               per di più non intelligente<note xml:id="ftn23" place="foot" n="23"><hi rend="smcap">
                     R. Hirzel, </hi><hi rend="italic">op. cit.,</hi> p. 40.</note>. Devo confessare
               che simpatizzo<lb/>con questa proposta e trovo difficile credere al giovane discepolo
               di<lb/>Pirrone Numenio che figura in posizione preminente in certe espo-<lb/>sizioni
               del primo pirronismo<note xml:id="ftn24" place="foot" n="24"> Su Numenio si veda
                  recentemente F. <hi rend="smcap">Decleva Caizzi, </hi><hi rend="italic">op.
                     cit.</hi>, pp. 204-5<lb/>(con bibliografia, alla quale va aggiunto M. R. <hi
                     rend="smcap">Stopper, </hi><hi rend="italic">Schizzi Pirroniani</hi>,<hi
                     rend="italic"><lb/></hi>«Phronesis», XXVIII (1983) p. 270). Vi sono tre testi
                  da prendere in considera-<lb/>zione, tutti in Diogene. (I) IX 102: Diogene fa
                  capire che Numenio scrisse una<lb/>σύνταξις del pirronismo e asserisce che egli fu
                  uno dei συνήθεις di Pirrone.<lb/>Ma la lista dei συνήθεις include anche Enesidemo,
                  che non fu certamente un<lb/>contemporaneo di Pirrone: o Diogene usa la parola
                  συνήθης nel senso di « sim-<lb/>patizzante » e non nel senso di «compagno», oppure
                  la lista contiene almeno un<lb/>errore grave. Quindi o il passo tace la cronologia
                  di Numenio oppure esso è<lb/>sicuramente confuso. A ogni modo, anche se il testo è
                  corretto, il par. 102 non<lb/>fornisce una prova affidabile per un Numenio
                  contemporaneo di Pirrone. (II) IX 68:<lb/>«Solo Numenio dice di lui <hi
                     rend="italic">[scil.</hi> Pirrone] che anche dogmatizzò». La
                  caratte-<lb/>ristica più strana di questa singolare testimonianza è raramente
                  commentata:<lb/>essa, così com’è, è completamente fuori posto nel contesto, tanto
                  che dobbiamo<lb/>sospettare una qualche forma di corruzione del testo. Comunque
                  sia, la frase<lb/>non dà alcuna indicazione sulla datazione o sull’identita di
                  Numenio. (III) IX 114:<lb/>συνεχές τε ἐπιλέγειν εἰώθει [<hi rend="italic"
                     >scil.</hi> ὁ Τίμων] πρὸς τοὺς τὰς αἰσθήσεις μετ' ἐπι-<lb/>μαρτυροῦντος τοῦ νοῦ
                  ἐγκρίνοντας, Συνῆλθεν ἀτταγᾶς τε καὶ νουμήνιος. <lb/>Questo è uno scherzo, o
                  almeno una battuta, diretta sicuramente contro gli<lb/>epicurei. Il ἀτταγάς e il
                  νουμήνιος sono uccelli di specie simili (si veda la<lb/>dotta nota di Menagius,
                     <hi rend="italic">ad loc.)</hi> e la frase metrica era detta proverbialmente
                  dei<lb/>ladri. Timone vuol dire che se si unisce il pensiero alla percezione, si
                  ottiene solo<lb/>una coppia di criminali. Wilamowitz ritiene che lo scherzo
                  sarebbe inintelligibile<lb/>se la parola νουμήνιος non contenesse un riferimento
                  indiretto al pirronista<lb/>Numenio. Questo riferimento non solo non è richiesto,
                  ma renderebbe di fatto<lb/>oscuro lo scherzo. (Se osservando una femminista e
                  un’ecologista in combutta<lb/>dicessi: «Gente della stessa pasta», la comprensione
                  di questa mia battuta non<lb/>sarebbe aiutata dal sapere che faccio riferimento,
                  sia pure indirettamente, a un<lb/>direttore di banca conservatore di nome Pasta.)
                  Nel par. 114 non c’è nessun rife-<lb/>rimento ad alcun Numenio.</note>. Ma queste
               questioni controverse non<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="400" facs="Elenchos86/Ele86_400.jpg"/></p>
<p>sono rilevanti per il nostro problema. Di sicuro Diogene
               asserisce<lb/>senza ambiguità che c’erano συντάξεις scritte da pirronisti dalle
               quali<lb/>si può ricavare una visione generale del pirronismo.</p>
            <p rend="start">Ora si potrebbe prendere questa asserzione come un’ammissione<lb/>da
               parte di Diogene che tutta la sua esposizione filosofica, o almeno<lb/>i paragrafi
               74-101, sarebbe tratta proprio da una tale σύνταξις. Ma<lb/>non è così: il passo mi
               sembra al contrario implicare che Diogene<lb/>non abbia tratto la sua esposizione da
               un’opera pirronista. Questa<lb/>implicazione riposa unicamente sulle parole ἔστι δὲ
               ΚΑΙ. Ritengo<lb/>che qui καί significhi “anche” e che il suo raggio d’azione
               debba<lb/>essere tutta la frase che segue fino a συντάξεων. (In effetti
               Diogene<lb/>ha appena offerto una visione generale e quindi egli non può
               com-<lb/>prensibilmente dire: «si può ottenere <hi rend="italic">anche</hi> una
               visione generale<lb/>[ossia oltre alle altre cose che ho ora presentato] dalle loro
               συντά-<lb/>ξεις».) Pertanto quel che egli dice è: «Ho già presentato
               un’espo-<lb/>sizione generale del pirronismo; naturalmente si può trarne una
               anche<lb/>dai loro scritti ».</p>
            <p rend="start">Questo confronto fra le συντάξεις e l’esposizione presentata
               da<lb/>Diogene stesso è in qualche modo a favore del conservatorismo, giac-<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="401" facs="Elenchos86/Ele86_401.jpg"/></p>
<p>ché implica che il resoconto del pirronismo, o almeno i paragrafi
               74-<lb/>101, sarebbe stato composto dallo stesso Diogene. Tuttavia riesco
               a<lb/>immaginare alcune obiezioni contro questa conclusione<note xml:id="ftn25"
                  place="foot" n="25"> La traduzione della frase solleva due difficoltà. (I) Prendo
                  la parola ὅλος<lb/>nel senso di «generale». Jacques Brunschwig ha proposto invece
                  «dettagliato»<lb/>e se egli ha ragione le mie osservazioni sul par. 102 non sono
                  valide giacché<lb/>Diogene stesso non ha dato un’esposizione “dettagliata” del
                  pirronismo. (II) Prendo<lb/>la parola συναγωγή come sinonimo di ἀγωγή. Gigante la
                  traduce con «deduzioni<lb/>conclusive» e la sua traduzione (a parte il plurale) dà
                  un senso più normale<lb/>alla parola. Come parallelo per il senso da me preferito
                  posso finora citare soltanto<lb/><hi rend="smcap">Philostorgius </hi><hi
                     rend="italic">hist. eccl.</hi> ΙΙΙ 14.</note>. L’argo-<lb/>mento dipende
               interamente dalla parola καί e c’è da chiedersi se<lb/>siamo autorizzati a conferire
               tanto peso ad essa: Diogene è uno scrit-<lb/>tore così accurato da consentirci di
               trarre conclusioni grandiose da<lb/>piccole particelle? — Concedo che Diogene non
               scriva sempre con<lb/>un’attenzione scrupolosa per i dettagli; in particolare c’è più
               di un<lb/>καί nella <hi rend="italic">Vita</hi> che trovo sconcertante<note
                  xml:id="ftn26" place="foot" n="26">All’interno della <hi rend="italic">Vita</hi>
                  di Pirrone si veda IX 61 &lt;469.16), 64 (471.1), 66<lb/>(472.4), 69
                  (473.13).</note>. Tuttavia è possibile dare un<lb/>senso preciso a <hi
                  rend="italic">questo</hi> καί. (II) Forse il paragrafo 102 — si potrebbe<lb/>dire
               — implica davvero quel che qui si è supposto che implichi.<lb/>Tuttavia perché
               dovremmo credere a questa implicazione? Può darsi<lb/>che Diogene ci voglia mettere
               sulla strada sbagliata, nel senso che<lb/>egli avrebbe tratto la sua esposizione
               interamente da una sola σύν-<lb/>ταξις, facendoci credere che è opera sua. — In linea
               di principio è<lb/>difficile rispondere ad insinuazioni di questo genere. Se
               avessimo<lb/>motivi indipendenti per credere che Diogene voglia
               effettivamente<lb/>indurci in errore, potremmo giustamente sospettare che egli stia
               fa-<lb/>cendo proprio questo nel paragrafo 102. Ma un’accusa immotivata
               di<lb/>imbroglio è difficilmente confutabile nell’ambito della ricerca
               storica,<lb/>così come lo è al tavolo di bridge, e per l’una e per l’altra sono
               por-<lb/>tato a non tenerne conto fino a prova contraria. (III) Forse —
               si<lb/>potrebbe ancora dire — dobbiamo credere all’implicazione, ma non<lb/>possiamo
               ancora inferire da ciò che Diogene stesso abbia composto<lb/>la dossografia. Dopo
               tutto l’implicazione stabilisce soltanto che l’espo-<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="402" facs="Elenchos86/Ele86_402.jpg"/></p>
<p>sizione non è stata tratta da una σύνταξις pirronista e ciò
               non<lb/>esclude l’ipotesi che essa sia stata interamente copiata da una fonte<lb/>non
               pirronista. Possiamo credere in tutto quello che è implicato<lb/>dal paragrafo 102
               senza attribuire proprio a Diogene la composizione<lb/>dei paragrafi 74-101. — Anche
               questa obiezione è difficilmente con-<lb/>futabile. Essa ascrive una <hi
                  rend="italic">suppressio veri</hi> a Diogene nel senso che<lb/>egli farebbe capire
               di non aver copiato da una fonte pirronista, senza<lb/>però alludere al fatto che
               avrebbe copiato da una fonte non pirro-<lb/>nista. Forse la <hi rend="italic"
                  >suppressio veri</hi> è un peccato veniale. Ma secondo me<lb/>l’obiezione dovrebbe
               essere considerata improbabile ed anzi troppo<lb/>sottile<note xml:id="ftn27"
                  place="foot" n="27">C’è forse anche una quarta obiezione: la frase nel par. 102 fa
                  capire<lb/>che l’autore non ha copiato da una σύνταξις. Ma chi è l’autore? Non è
                  necessa-<lb/>riamente Diogene, giacché egli avrebbe potuto copiare <hi
                     rend="italic">questa frase stessa</hi> da una<lb/>fonte qualunque.</note>.</p>
            <p rend="start">Il paragrafo 102 non consente di trarre una conclusione
               sicura.<lb/>Tuttavia possiamo dire che le parole di Diogene implicano che
               egli<lb/>non ha copiato la dossografia sul pirronismo da un manuale pirro-<lb/>nista
               e suggeriscono che egli non l’ha tratta da alcun altro testo.<lb/>Tuttavia tanto
               l’implicazione quanto il suggerimento possono essere<lb/>messi in dubbio<note
                  xml:id="ftn28" place="foot" n="28"> Si deve forse osservare che, anche se la mia
                  interpretazione del par. 102<lb/>è falsa, il passo di sicuro non implica che
                  Diogene abbia copiato da una σύνταξις<lb/>pirroniana.</note><hi rend="italic"
               >.</hi></p>
            <p rend="title">IX</p>
            <p rend="start">Passiamo ora a considerare i Cinque Modi. Ad essi si
               richiama<lb/>frequentemente Sesto nelle sue opere. In effetti si può dire che
               essi<lb/>forniscono gli strumenti logici a gran parte degli argomenti con
               cui<lb/>Sesto critica i filosofi dogmatici. Ciononostante i Cinque Modi
               sono<lb/>descritti solo due volte nelle fonti che ci sono pervenute e
               precisa-<lb/>mente in Diogene, ΙΧ 88-89, e in Sesto, <hi rend="italic">PH</hi> Ι
               164-177. È opportuno<lb/>presentare sinotticamente le due versioni.</p>
            <p rend="pb"><pb n="403" facs="Elenchos86/Ele86_403.jpg"/></p>
         <p ><table rend="frame" xml:id="Table1">
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                     <hi rend="center">DL</hi>
                  </cell>
                  <cell><hi rend="center"><hi rend="italic">ΡΗ</hi></hi></cell>
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                  <cell>Οἱ δὲ περὶ Ἀγρίππαν<lb/> τούτοις ἄλλους πέντε<lb/> [<hi
                        rend="italic">scil</hi>. τρόπους] προσ-<lb/>εισάγουσι, </cell>
                           <cell> οἱ δὲ νεώτεροι σκεπτικοὶ<lb/>παραδιδόασι τρόπους τῆς <lb/>ἐποχῆς
                     πέντε τούσδε· </cell>
               </row>
               <row>
                  <cell>5</cell>
                        <cell>τόν τ ' ἀπὸ τῆς δια-<lb/>φωνίας καὶ τὸν εἰς <lb/>ἄπειρον ἐκβ άλλοντα
                     <lb/>καὶ τὸν πρός τι καὶ <lb/>τὸν ἐξ ὑποθέσεως καὶ</cell>
                  <cell>πρῶτον τὸν ἀπὸ τῆς δια-<lb/>
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                     τρίτον τὸν ἀπὸ τοῦ πρός <lb/>
                     τι, τέταρτον τὸν
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                     τὸν διάλληλον.</cell>
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                           <cell>καὶ ὁ μὲν ἀπὸ τῆς <lb/>διαφωνίας ἐστὶ καθ' ὃν <lb/>περὶ τοῦ
                     προτεθέντος</cell>
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                  <cell>τοῖς φιλοσόφοις ἢ <lb/> τῆι συνηθείαι πλεί-<lb/> στης μάχης καὶ ταρα-<lb/>
                     χῆς πλῆρες ἀποδεικ-<lb/> νύει.<note xml:id="ftn29" place="foot" n="29"> Per
                        ἀποδεικνύειν = « indicare », « rivelare » (non « provare ») cfr. ἀπο-<lb/>
                        δεικτικῶς in IX 77 (equivalente all’ ἀπαγγελτικῶς, di Sesto, per esempio in <lb/>
                        <hi rend="italic">PH</hi> Ι 197), προαποδεικνύντες (IX 78), ἐδείκνυον (IX
                        79). </note>
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                  <cell>πράγματος ἀνεπίκριτον <lb/>
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                     ὑποκείμενον, ὁποῖον <lb/>
                     δὲ ἔστι πρὸς τὴν φύσιν
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                  <cell>ἐπέχομεν.</cell>
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                  <cell> ὁ δ' ἐξ ὑποθέσεως <lb/>
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                     οἰομένων τινῶν τὰ <lb/>
                     πρῶτα τῶν πραγμά-
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                  <cell>ὁ δὲ ἐξ ὑποθέσεως ἔστιν <lb/>
                     ὅταν εἰς ἄπειρον <lb/>
                     ἐκβαλλόμενοι οἱ δογματικοὶ <lb/>
                     ἀπό τινος ἄρξωνται ὃ οὐ
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                  <cell>των αὐτόθεν δεῖν λαμ-<lb/> βάνειν ὡς πιστὰ καὶ <lb/> μὴ αἰτεῖσθαι˙ ὅ ἐστι
                     <lb/> μάταιον˙ τὸ ἐναντίον <lb/> γάρ τις ὑποθήσεται. </cell>
                  <cell>κατασκευάζουσιν ἀλλ' <lb/>
                     ἁπλῶς καὶ ἀναποδείκτως <lb/>
                     κατὰ συγχώρησιν λαμβάνειν <lb/>
                     ἀξιοῦσιν.
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                     πος συνίσταται ὅταν <lb/>
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                     βεβαιωτικὸν χρείαν ἔχηι
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                     βαιῶν διὰ τὸ ἀπορροίας <lb/>
                     γίνεσθαι, αὐτὸ τοῦτο
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                  <cell>τῆς ἐκ τοῦ ζητουμένου <lb/>
                     πίστεως.  ἔνθα μηδέτερον <lb/>
                     δυνάμενοι λαβεῖν πρὸς <lb/>
                     κατασκευὴν θατέρου, περὶ <lb/>
                     ἀμφοτέρων ἐπέχομεν. 
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                  <cell>παραλαμβάνοι πρὸς βε-<lb/> βαίωσιν τοῦ ἀπορροίας <lb/> γίνεσθαι. <note
                        xml:id="ftn30" place="foot" n="30">II testo è corrotto nelle linee 34 (κατὰ
                        πάντα codd., καθ’ ἑαυτό Stephanus<lb/> — ma la corruttela è forse più
                        estesa: Kuehn ha proposto &lt;κατα&gt;λαμβάνεσθαι;<lb/> si può anche
                        considerare ἀλλὰ &lt;πάντα&gt;, cfr. <hi rend="italic">PH</hi> I 135), 58
                        (βέβαιοῖ codd.<lb/> plerique, βεβαιῶν ed. pr.), e 61 (τό codd., τοῦ
                        Rossius). </note>
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            </table></p>
            <p rend="start">I due testi sono assai simili e addirittura identici alle linee
               50-56,<lb/>a parte una parola (διάλληλος in <hi rend="italic">PH</hi> e δι’ ἀλλήλων
               in DL). Que-<lb/>sta identità non può essere accidentale, per cui possiamo
               ragionevol-<lb/>mente concludere con la seguente disgiunzione: o Diogene ha
               tratto<lb/>la sua esposizione da <hi rend="italic">PH</hi><note xml:id="ftn31"
                  place="foot" n="31"> Cfr. M. <hi rend="smcap">Gigante, </hi><hi rend="italic">op.
                     cit.</hi>, p. 566 nota 241: i Cinque Modi sono «derivati<lb/>presumibilmente da
                  Sesto Empirico».</note>, oppure tanto Diogene quanto <hi rend="italic">PH</hi>
               dipen-<lb/>dono da una fonte comune. (In effetti Diogene compose la sua opera<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="405" facs="Elenchos86/Ele86_405.jpg"/></p>
<p>dopo quella di Sesto e a ogni modo nessuno studioso può supporre<lb/>che
               Sesto abbia copiato da Diogene.)</p>
            <p rend="start">Qualunque di queste alternative sia vera, il confronto con <hi
                  rend="italic">PH<lb/></hi>mostra che nei Cinque Modi se non altrove Diogene era un
               copista.</p>
            <p rend="title">X</p>
            <p rend="start">Bisogna considerare la natura e l’entità delle differenze che
               inter-<lb/>corrono fra l’esposizione di Diogene e quella di Sesto. Fra i due
               testi<lb/>vi sono numerose piccole differenze ed alcune di maggiore
               consistenza.<lb/>Sebbene anche quelle piccole possano essere di per sé
               significative,<lb/>prenderò in considerazione solo quelle maggiori.</p>
            <p rend="start">Innanzitutto Diogene non fa riferimento all’ ἐποχή nella sua
               espo-<lb/>sizione. Al contrario in <hi rend="italic">PH</hi> l’ ἐποχή è il ritornello
               che accompagna<lb/>le cinque strofe dei Modi. Invece Diogene fa riferimento in un
               solo<lb/>caso all’ “intensissimo contrasto” e “grande confusione” (la quale
               cosa<lb/>è abbastanza pirronista) e in un altro soltanto all’inconoscibilità
               (ἀγνω-<lb/>σία) delle cose, che un pirronista rigoroso e prudente non
               avrebbe<lb/>asserito<note xml:id="ftn32" place="foot" n="32"> Ἀγνωσία è in effetti
                  una parola chiave nel resoconto di Diogene: IX 76<lb/>(477.17), 85 (481.3), 86
                  (481.15), 88 (482.5), 91 (483.14), 95 (485.2), 101<lb/>(487.11). Sesto evita
                  questa terminologia. Un pirronista può naturalmente dire:<lb/>“Non conosco questo
                  o quello”, ma non può dire: “Questo o quello è incono-<lb/>scibile”, perché ciò
                  sarebbe un “dogmatismo negativo”. In pratica i buoni pir-<lb/>ronisti dicono
                  spesso che le cose sono “inconoscibili”: in <hi rend="italic">PH</hi> Ι 200 Sesto
                  dice<lb/>come ciò debba essere interpretato. Ciononostante il linguaggio di
                  Diogene mi<lb/>sembra qui marcatamente diverso da quello di Sesto.</note>.</p>
            <p rend="start">In secondo luogo Diogene nomina il proponente<note xml:id="ftn33"
                  place="foot" n="33"> Egli dice οἱ περὶ Ἀγρίππαν. Quest’espressione non significa
                  «i seguaci di<lb/>Agrippa», ma piuttosto o «Agrippa e i suoi seguaci» oppure, più
                  probabilmente,<lb/>«Agrippa» (si veda S.L. <hi rend="smcap">Radt, </hi><hi
                     rend="italic">Noch einmal Aischylos, Niobe Fr. 162N (278M)</hi>,<hi
                     rend="italic"><lb/></hi>«Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik», XXXVIII
                  (1980) pp. 47-58). Espres-<lb/>sioni della forma di οἱ περὶ τὸν δεῖνα sono
               perifrasi normali che stanno per<lb/>ὁ δείνα; tuttavia vi sono studiosi che
                  persistono nel ravvisare in esse l’indicazione<lb/>di scuole e di discepoli. È
                  come se uno prendesse οἱ τῶν Πυθαγορείων παῖδες<lb/>come riferita ai figli dei
                  pitagorici.</note> dei Cinque
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="406" facs="Elenchos86/Ele86_406.jpg"/></p>
<p>Modi, mentre Sesto non lo nomina. Del resto Sesto non menziona<lb/>mai
               Agrippa che è sconosciuto al di fuori delle pagine di Diogene<note xml:id="ftn34"
                  place="foot" n="34"> Insieme al par. 88 si veda il par. 106 (489.6): Ἀ πελλᾶς ἐν
                  τῶι<lb/>Ἀγρίππαι. Non abbiamo nessun altro rinvio ad Apella. Si è ipotizzato che
                  Agrippa<lb/>non fosse altro che un personaggio (immaginario) dell’opera di
                  Apella.</note>.</p>
            <p rend="start">In terzo luogo Diogene fa una breve illustrazione del quinto
               Modo,<lb/>che è invece omessa da <hi rend="italic">PH.</hi></p>
            <p rend="start">In quarto luogo vi sono due significative differenze di
               contenuto<lb/>nelle due esposizioni del quarto Modo. <hi rend="italic">PH</hi> in
               realtà non dice né<lb/>quale sia il Modo né come operi, dato che ci viene detto
               soltanto<lb/>quando (ὅταν)<note xml:id="ftn35" place="foot" n="35"> Ma non può essere
                  data alcuna importanza alla parola ὅταν in se stessa,<lb/>che ricorre nel quinto
                  Modo e che è una semplice variante di καθ’ ὅν nel primo<lb/>Modo e di ἐν ὧι nel
                  secondo e nel terzo Modo. Piuttosto è rilevante che qui ὧταν<lb/>è seguito non da una
                  spiegazione del Modo, ma da un’asserzione riguardante le<lb/>circostanze in cui
                  esso è appropriato.</note> è applicabile, mentre il resto è lasciato alla
               nostra<lb/>immaginazione. Al contrario Diogene osserva che la pratica dei
               dogma-<lb/>tici di procedere a partire da principi primi non argomentati « è
               vana,<lb/>perché uno può ipotizzare il contrario » (cfr. <hi rend="italic">PH</hi> i
               173) <note xml:id="ftn36" place="foot" n="36"> Gigante traduce la frase così:
                  «l’inconsistenza di tali premesse è rilevata<lb/>dal fatto che altri partiranno da
                  ipotesi contrarie». Il futuro «partiranno» corri-<lb/>sponde esattamente all’
                  ὑποθήσεται di Diogene, ma penso che qui il futuro di<lb/>Diogene ha un senso
                  potenziale: se un dogmatico asserisce “P” come pura ipotesi,<lb/>possiamo
                  ipotizzare “non-P” con uguale giustificazione.</note>. Inoltre i<lb/>dogmatici di
               Diogene in questo Modo usano il linguaggio dei peripa-<lb/>tetici, giacché essi
               pensano che τὰ πρῶτα [...] δεῖ λαμβάνειv ὡς<lb/>πιστά. Invece in <hi rend="italic">PH</hi>
               i dogmatici κατὰ συγχώρησιν λαμβάνειν ἀξιοῦ-<lb/>σιν, venendo quindi descritti in
               termini stoici. Ciascuna delle due ter-<lb/>minologie è appropriata, dato che nella
               prospettiva pirronista non c’è<lb/>differenza rilevante fra le due posizioni. Ciò non
               toglie tuttavia che<lb/>esse siano perfettamente distinte dal punto di vista dei
               dogmatici.</p>
            <p rend="start">Infine l’esposizione diogeniana del terzo Modo si allontana
               da<lb/>quella di Sesto. Anche il testo di <hi rend="italic">PH</hi> Ι 135 al quale
               Sesto fa allusione<lb/>non si sovrappone con questo di Diogene.</p>
            <p rend="start">Come spieghiamo queste differenze fra le due esposizioni dei<lb/>Cinque
               Modi? È chiaro che Diogene non “copiò” in senso stretto<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="407" facs="Elenchos86/Ele86_407.jpg"/></p>
<p>dal testo di Sesto. È possibile che <hi rend="italic">PH</hi> fosse la
               sua fonte principale<lb/>per i Modi che egli rielaborò pienamente forse sulla base di
               un’altra<lb/>fonte secondaria. Tuttavia è più plausibile ricavare dalle
               differenze<lb/>la conclusione che Diogene non può aver tratto i Cinque Modi
                  da<lb/><hi rend="italic">PH</hi> e quindi che Diogene e Sesto hanno usato una
               fonte comune.<lb/>Questa è di fatto la posizione che ha assunto uno dei più
               importanti<lb/>studiosi di Sesto del nostro secolo, Karel Janáček<note xml:id="ftn37"
                  place="foot" n="37"> Si veda <hi rend="smcap">Janáček </hi>[6], p.
               47-48.</note>.</p>
            <p rend="title">XI</p>
            <p rend="start">Il punto di vista di Janáček sui Cinque Modi è il corollario di<lb/>una
               tesi generale concernente la relazione fra Diogene e Sesto che<lb/>egli ha sviluppato
               in una serie di articoli<note xml:id="ftn38" place="foot" n="38"> Gli articoli di <hi
                     rend="smcap">K. Janáček</hi> su Diogene e Sesto sono i seguenti: [1] <hi
                     rend="italic">Diogenes<lb/>Laertius and Sextus Empiricus</hi>, «Eunomia» =
                  «Listy Filologické», supp. 3 (1959)<lb/>pp. 50-8; [2] <hi rend="italic">Diogenes
                     Laertius IX 101 und Sextus Empiricus Μ IX 69-75(-78)</hi>,<hi rend="italic"
                     ><lb/></hi>in <hi rend="smcap">F. Stiebitz-R. Hošek</hi> (edd.), <hi
                     rend="italic">Charisteria F. Novotný octagenario oblata</hi>,
                  “Opera<lb/>Universitatis Purkynianae Brunensis” (Facultas philosophica) vol. 90,
                  Prague 1962;<lb/>[3] Πρὸς τῶι <hi rend="italic">bei Sextus Empiricus und Diogenes
                     Laertius</hi>, «Philologus», CVI<lb/>(1962) pp. 134-7; [4] <hi rend="italic"
                     >Zur Würdigung des Diogenes Laertios,</hi> «Helikon», VIII<lb/>(1968) pp.
                  448-51; [5] Τὰ δέκα τῶν Σκεπτικῶν, in <hi rend="smcap">J. Irmscher-B.
                     Doer-U.<lb/>Peters-R. Mueller</hi> (edd.), <hi rend="italic">Miscellanea
                     Critica: aus Anlass des 150jahrigen<lb/>Bestehens der Verlagsgesellschaft ...
                     B. G. Teubner</hi>, Leipzig 1964; [6] <hi rend="italic"
                     >Skeptische<lb/>Zweitropenlehre und Sextus Empiricus,</hi> «Eirene», VIII
                  (1970) pp. 47-55; [7]<lb/><hi rend="italic">Zum Stil des Diogenes Laertios</hi>,
                  “Sborník Prací Filosofické Fakulty Brněnské<lb/>University”, Řada
                  Archeologicko-Klasická E 24 (1979) pp. 35-9. Molto vicini sono<lb/>anche: [8] <hi
                     rend="italic">Novopythagorský Text u Sext a Empirika</hi>, in <hi
                     rend="italic">Studia Antiqua Antonio<lb/>Salač septuagenario oblata</hi>,
                  Prague 1955; [9] <hi rend="italic">Hippolytus and Sextus Empiricus</hi>,<hi
                     rend="italic"><lb/></hi>«Eunomia», III (1959) pp. 19-21; [10] <hi rend="italic"
                     >Eine anonyme skeptische Schrift gegen<lb/>die Astrologen</hi>, «Helikon», IV
                  (1964) pp. 290-6. Gli altri articoli di Janáček, le<lb/>sue monografie su Sesto e
                  il suo preziosissimo <hi rend="italic">Index</hi> contengono tutti materiale
                  di<lb/>rilievo. (Per una bibliografia degli scritti di Janáček fino al 1975 si
                  veda «Graeco-<lb/>latina Pragensia», <hi rend="smcap">VII </hi>= «Acta
                  Universitatis Carolinae (Philologica)», II (1976)<lb/>pp. 13-21.)</note>. Questa
               tesi è a sua volta<lb/>collegata strettamente ai suoi fondamentali studi sul
               pirronismo in
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="408" facs="Elenchos86/Ele86_408.jpg"/></p>
<p>Sesto. Le argomentazioni di Janáček procedono dalla raccolta di
               nu-<lb/>merose <hi rend="italic">minutiae</hi> stilistiche, per cui non si prestano
               ad essere riassunte.<lb/>Mi limiterò qui a metterne in evidenza il sapore senza
               pretendere<lb/>di distillarne l’essenza.</p>
            <p rend="start">Gli articoli pubblicati da Janáček mettono a confronto Diogene,<lb/>IX
               97-99 con <hi rend="italic">M</hi> XI 207-217 e Diogene, IX 101 con <hi rend="italic"
                  >M</hi> XI 69-75.<lb/>Janáček osserva che emergono conclusioni simili se si mette
               a con-<lb/>fronto il resto della dossografia sul pirronismo in Diogene con i
               passi<lb/>corrispondenti di Sesto. I testi confrontabili, per quel tanto che
               posso<lb/>essermene reso conto, sono elencati nella appendice del presente
                  lavoro<note xml:id="ftn39" place="foot" n="39"> Si metta a confronto anche <hi
                     rend="smcap">Diog. Laert. Ι</hi> 20, con <hi rend="smcap">Sext. Emp. </hi><hi
                     rend="italic">PH</hi> Ι 16-17.</note>.</p>
            <p rend="start">I confronti di Janáček mostrano primariamente e
               incontroverti-<lb/>bilmente che, sebbene la versione di Sesto sia generalmente
               molto<lb/>più estesa di quella di Diogene, esiste una sostanziale somiglianza
               fra<lb/>le due versioni, somiglianza che diviene in alcuni luoghi identità sia<lb/>di
               argomentazione sia di linguaggio. Le somiglianze mostrano che qui,<lb/>come nel caso
               dei Cinque Modi, o Diogene ha copiato da Sesto op-<lb/>pure entrambi gli autori hanno
               attinto ad una fonte comune.</p>
            <p rend="start"> I punto successivo nell’argomentazione di Janáček è quello
               de-<lb/>cisivo ed anche quello discutibile. Esso riguarda le “differenze”
               fra<lb/>Sesto e Diogene in quei luoghi in cui i loro testi sono molto “simili”.<lb/>È
               naturale supporre che le differenze siano presenti, almeno nella mag-<lb/>gior parte
               dei casi, perché Diogene ha seguito Sesto senza tuttavia<lb/>copiarlo alla lettera.
               Janáček tuttavia rifiuta questa supposizione.</p>
            <p rend="start">A proposito di queste differenze Janáček scrive: «i cambiamenti<lb/>che
               si trovano nel testo di Sesto rispetto a quello di Diogene riflettono<lb/>esattamente
               i cambiamenti che Sesto apportò a numerosi passi di <hi rend="italic">PH<lb/></hi>in
                  <hi rend="italic">M</hi> VII-IX» ([1], p. 53). Un facile esempio fra i molti a
               disposizione<lb/>renderà chiara la posizione di Janáček. Nel paragrafo 97
               (485.20)<lb/>Diogene scrive: τὰ δὲ πρός τι ἐπινοεῖται μόνον. La frase
               corrispon-<lb/>dente in <hi rend="italic">M</hi> IX 208 suona: τὰ δὲ γε πρός τι
               ἐπινοεῖται μόνον. Dio-<lb/>gene usa δέ γε altrove e non avrebbe avuto motivi di
               ordine stilistico<lb/>per evitare quest’espressione, se essa si fosse trovata nella
               sua fonte.<lb/>(In altri termini, se <hi rend="italic">M</hi> fosse stata la sua
               fonte, egli avrebbe scritto<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="409" facs="Elenchos86/Ele86_409.jpg"/></p>
<p>δέ γε.) Ora δέ γε è raro in <hi rend="italic">PH</hi> (tre occorrenze),
               mentre è frequente<lb/>in <hi rend="italic">M</hi> VII-IX (147 occorrenze), dove
               rimpiazza spesso il semplice δέ<lb/>di <hi rend="italic">PH.</hi> Perciò lo stile di
               Diogene qui si accorda con lo stile di <hi rend="italic">PH<lb/></hi>piuttosto che
               con quello di <hi rend="italic">M</hi>. Alla luce di questa considerazione,
               se<lb/>supponiamo che Diogene abbia seguito Sesto dobbiamo supporre an-<lb/>che che
               frequentemente, senza apparente motivo, e in casi assoluta-<lb/>mente banali egli
               abbia modificato lo stile di <hi rend="italic">M</hi>, così che il suo
               testo<lb/>sarebbe venuto a coincidere con quello di <hi rend="italic">PH</hi>. Ma non
               possiamo ipotiz-<lb/>zare che Diogene abbia “deliberatamente” adattato <hi
                  rend="italic">M</hi> ad uno stile del<lb/>tipo di <hi rend="italic">PH</hi>, né
               d’altra parte che tale adattamento sia avvenuto “per<lb/>caso”. Dunque Diogene nei
               paragrafi 97-99 non segue <hi rend="italic">M </hi>IX. La conclu-<lb/>sione da trarre
               è piuttosto che tanto Diogene quanto Sesto seguono<lb/>una fonte comune e, inoltre,
               che Diogene è più vicino alla fonte<lb/>comune di quanto non lo sia <hi rend="italic"
                  >M</hi>. Infatti le differenze di <hi rend="italic">M</hi> rispetto a<lb/><hi
                  rend="italic">PH</hi> possono essere considerate soltanto come un ulteriore
               allontana-<lb/>mento dalla fonte di partenza, visto che Diogene coincide con <hi
                  rend="italic">PH</hi> per<lb/>questo aspetto. La fonte comune «è preservata in una
               forma più vicina<lb/>all’originale dal più recente Diogene che dal più antico Sesto,
               che Dio-<lb/>gene ammirava, ma non conobbe, o almeno non usò» (Janáček [3],<lb/>p.
               146).</p>
            <p rend="start">Questa conclusione secondo Janáček è applicabile all’intera
               dosso-<lb/>grafia pirroniana di Diogene (in realtà ai paragrafi 70-108). Se si
               ag-<lb/>giunge a ciò il punto di vista di Janáček riguardo all’ordine e
               al<lb/>carattere degli scritti di Sesto si perviene alla seguente
               conclusione<lb/>generale. C’era un’esposizione del pirronismo ora perduta
               accessibile<lb/>tanto a Sesto quanto a Diogene. Non si può non chiamare tale <hi
                  rend="italic">Quelle<lb/></hi>«Q». Q sarebbe stata usata almeno quattro volte. Una
               prima volta da<lb/>Sesto per <hi rend="italic">PH:</hi> nel complesso Sesto sarebbe
               qui assai vicino a Q, anche<lb/>se comparirebbero già alcuni tocchi del suo stile
               caratteristico. Una<lb/>seconda volta Q sarebbe stata usata sempre da Sesto per <hi
                  rend="italic">M</hi> VII-IX,<lb/>anche se qui lo stile è molto più elaborato e
               l’adattamento è più libero.<lb/>Una terza volta Sesto l’avrebbe impiegata per alcune
               parti di <hi rend="italic">M</hi> I-VI,<hi rend="bold">
                  <lb/>
               </hi>dove sono osservabili ulteriori alterazioni stilistiche che la
               allontane-<lb/>rebbero ancor più da Q. Infine Q sarebbe stata adoperata da
               Diogene<lb/>in IX 70-108, che sarebbe più vicino ad essa anche di <hi rend="italic"
                  >PH</hi>, trattandosi<lb/>forse addirittura di una trascrizione letterale.</p>
            <p rend="pb"><pb n="410" facs="Elenchos86/Ele86_410.jpg"/></p>
         <p rend="title">XII</p>
<p rend="start">Le conclusioni di Janáček sono della massima importanza per
               la<lb/>nostra valutazione di Diogene come storico. Se la fonte principale
               di<lb/>Diogene è Q, diviene obbligatorio supporre che almeno nella <hi rend="italic"
                  >Vita</hi> di<lb/>Pirrone egli fosse poco più di uno scriba<note xml:id="ftn40"
                  place="foot" n="40"> Nella sua incantevole breve valutazione di Diogene, ossia in
                  [4], <hi rend="smcap">Janáček</hi><lb/>afferma che i suoi risultati «non
                  significano in alcun modo che Diogene fosse solo<lb/>un copista» (p. 448).
                  Inoltre, con riferimento a IV 1, egli osserva che «Diogene<lb/>si vanta della
                  stessa qualità che egli sottolinea nei filosofi [ossia la φιλοπονία], io<lb/>credo
                  a ragione » (p. 449). Tutto dipende da quel che si intende per «solo
                  un<lb/>copista»: secondo la teoria di <hi rend="smcap">Janáček</hi> Diogene è
                  tutt’al più un accurato e laborioso<lb/>copista, ma sempre appunto un
                  copista.</note> e adottare una posizione<lb/>vicina a quella che ho caratterizzato
               come radicalismo ingenuo.</p>
            <p rend="start">Ma le conclusioni di Janáček sono ancora più importanti per
               la<lb/>nostra valutazione di Sesto, perché egli stesso finisce per essere
               princi-<lb/>palmente un copista, anche se, almeno in <hi rend="italic">M,</hi> era in
               grado di rielaborare<lb/>stilisticamente il testo cui attingeva. Il punto di vista di
               Janáček su<lb/>Sesto non si fonda soltanto sul confronto con Diogene. Egli ha
               discusso<lb/>alcuni passi di <hi rend="italic">M</hi> V che hanno un preciso
               riscontro nel libro IV della<lb/><hi rend="italic">Confutazione di tutte le
                  eresie</hi> di Ippolito<note xml:id="ftn41" place="foot" n="41"> Cfr. <hi
                     rend="smcap">Janáček </hi>[9] e [10].</note>. La maggior parte
               degli<lb/>studiosi ha supposto che Ippolito abbia copiato da Sesto. Janáček usa
               un<lb/>argomento esattamente analogo a quello che abbiamo or ora esposto<lb/>per
               concludere che Ippolito copiò da un’opera perduta <hi rend="italic">Contro
                  l’astro-<lb/>logia</hi> che anche Sesto seguì con i suoi tipici abbellimenti
               stilistici.</p>
            <p rend="start">Quale che sia il loro valore dimostrativo, le argomentazioni
               di<lb/>Janáček colpiscono il lettore. Inoltre egli ha sicuramente ragione su<lb/>una
               questione fondamentale di metodo, giacché è solo attraverso una<lb/>prolungata e
               dettagliata indagine stilistica, quale è quella da lui con-<lb/>dotta, che possiamo
               giungere alla comprensione dei modi di composi-<lb/>zione preferiti da Diogene e da
               Sesto. Gli altri metodi più grossolani,<lb/>che studiosi più indolenti
               comprensibilmente preferiscono, sono al con-<lb/>fronto privi di valore. Proprio per
               questa ragione non posso qui discu-<lb/>tere la posizione di Janáček con la speranza
               di poterla trattare adeguata-<lb/>
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="411" facs="Elenchos86/Ele86_411.jpg"/></p>
<p>mente. Ciò richiederebbe un esame di tutte le minuziose prove
               che<lb/>egli ha raccolto, anche con riferimento alle altre parti delle opere
               di<lb/>Diogene e di Sesto.</p>
            <p rend="title">XIII</p>
            <p rend="start">Tuttavia può essere utile fare, a titolo di prova, alcuni
               commenti<lb/>scettici. Consideriamo i primi tre esempi di differenze significative
               fra<lb/>Diogene e Sesto addotti da Janáček <note xml:id="ftn42" place="foot" n="42">
                  Cfr. <hi rend="smcap">Janâček [1],</hi></note>. Ho già menzionato il primo
               di<lb/>essi: Diogene in un luogo ha δέ mentre Sesto usa δέ γε. Il secondo<lb/>esempio
               è assai simile: c’è un luogo in cui Diogene ha δέ (IX 98<lb/>(485.24)), là dove Sesto
               ha ἀλλὰ μήν (<hi rend="italic">M</hi> IX 209). Il terzo esempio<lb/>è il seguente: in
               un caso Diogene usa ὄv (IX 98 (486. 5)) mentre Sesto<lb/>ha καθεστώς <hi
                  rend="italic">(M</hi>
               <hi rend="smcap">IX</hi> 214). Janáček mostra che in ciascuno di questi<lb/>casi
               l’uso di Diogene va d’accordo con il modello di <hi rend="italic">PH.</hi></p>
            <p rend="start">Si potrebbe pensare che il primo esempio non debba impressionare<lb/>più
               di tanto: δέ è una particella piuttosto comune e chiunque avesse<lb/>seguito <hi
                  rend="italic">M</hi> senza usarlo come testo da copiare avrebbe potuto
               rispar-<lb/>miare una goccia d’inchiostro scrivendo δέ invece di δέ γε. Per
               spiegare<lb/>il δέ di Diogene poi non serve addurre il fatto che <hi rend="italic"
                  >M</hi> spesso ha δέ γε<lb/>là dove <hi rend="italic">PH</hi> ha δέ.</p>
            <p rend="start">Il secondo e terzo esempio potrebbero essere trattati nello
               stesso<lb/>modo: che cosa c’è di più naturale per uno che segua <hi rend="italic"
                  >M</hi> di ridurre<lb/>ἀλλὰ μήν a δέ e καθεστώς a ὄv? Ma in questi due casi i
               confronti di<lb/>Janáček sono in qualche misura fuorvianti. Nel terzo esempio non
               si<lb/>tratta soltanto di sostituire ὄv a καθεστώς, dato che Diogene
               sostituisce<lb/>καὶ τὸ λοιπὸν σῶμα ὄν a πάντως καὶ τὸ λοιπὸν σῶμα καθεστώς.<lb/>In
               effetti πάντως scompare e καθεστώς è ridotto ad una parola più<lb/>semplice. Daccapo
               ciò è tipico di una persona che segue un testo senza<lb/>copiarlo e quindi non
               abbiamo bisogno di invocare né <hi rend="italic">PH</hi> né Q per<lb/>spiegare il
               modo di procedere di Diogene. Il secondo esempio è ancora<lb/>diverso. Diogene
               scrive: οὐ πάρεστι δὲ πρὸς ὅ νοεῖται τὸ αἴτιον, mentre
            </p>
            <p rend="pb"><pb n="412" facs="Elenchos86/Ele86_412.jpg"/></p>
<p>Sesto ha: ἀλλὰ μὴν οὐκ ἔχει τὸ αἴτιον οὗ ἔστιν αἴτιον. È
               fuorviante<lb/>parlare qui di una “sostituzione” di ἀλλὰ μὴν con δέ, giacché i
               due<lb/>enunciati sono nel loro complesso l’uno la parafrasi dell’altro e
               ciascuno<lb/>di essi, si può aggiungere, si adatta perfettamente al contesto.</p>
            <p rend="start">Nessuna di queste osservazioni capovolge o può capovolgere
               qual-<lb/>cuna delle conclusioni di Janáček . Piuttosto vorrei suggerire due
                  piccoli<lb/><hi rend="italic">caveat</hi>. In primo luogo alcuni degli esempi
               addotti da Janáček possono<lb/>essere facilmente spiegati supponendo che Diogene
               segua Sesto però<lb/>senza copiarlo. In secondo luogo altri esempi non sono proprio
               quello<lb/>che essi sembrano essere e non dimostrano necessariamente una
               pre-<lb/>ferenza per uno stile più vicino a <hi rend="italic">PH</hi> che a <hi
                  rend="italic">M.</hi> Rimane possibile che<lb/>Diogene abbia copiato Q per i
               Cinque Modi, mentre altrove abbia<lb/>seguito Sesto stesso.</p>
            <p rend="title">XIV</p>
            <p rend="start">Se passiamo a considerare i Dieci Modi, troveremo prove <hi
                  rend="italic">con-<lb/>clusive</hi> per asserire che in questo caso Diogene non ha
               seguito Sesto.<lb/>I Dieci Modi, come del resto i Cinque Modi, sono enumerati tanto<lb/>da Diogene
                  quanto in <hi rend="italic">PH.</hi> A differenza di quel che avviene per i
                  Cin-<lb/>que Modi, i Dieci Modi sono presi in considerazione da molti
                  altri<lb/>scrittori: in effetti sono discussi da Favorino e da Plutarco, sono
                  fami-<lb/>liari ad Aristocle e sono usati in un passo del trattato <hi
                     rend="italic">Sull’ubriachezza<lb/></hi>di Filone<note xml:id="ftn43"
                     place="foot" n="43"> Su tutto ciò si veda Annas-Barnes, <hi rend="italic">op.
                        cit.</hi>, cap. 3.</note>. Diogene non avrebbe avuto difficoltà a mettere le
                  mani<lb/>su un testo da copiare.</p>
            <p rend="start">Vi sono quattro significative differenze fra Sesto e Diogene
               nel<lb/>loro trattamento dei Modi. Innanzitutto gli esempi illustrativi
               sono<lb/>diversi nei due resoconti. Sebbene la versione di Sesto dei Modi
               sia<lb/>cinque volte più lunga di quella di Diogene e contenga un numero<lb/>di gran
               lunga maggiore di esempi, in Diogene compaiono esempi, alcuni<lb/>dei quali piuttosto
               ricercati, che non figurano in <hi rend="italic">PH.</hi> Nel Modo riguar-<lb/>dante
               le disposizioni per esempio, Diogene fa riferimento allo stoico</p>
            <p rend="pb"><pb n="413" facs="Elenchos86/Ele86_413.jpg"/></p>
<p>Teone di Titorea e allo schiavo di Pericle (IX 82). Teone non è
               men-<lb/>zionato in <hi rend="italic">PH</hi> e in effetti è sconosciuto al di fuori
               di Diogene. L’aned-<lb/>doto dello schiavo di Pericle è raccontato da Plinio e da
               Plutarco, ma<lb/>ad esso non allude Sesto.</p>
            <p rend="start">In secondo luogo il Modo della relatività è completamente
               diverso<lb/>nelle due esposizioni. La questione è un po’ complicata, e qui è
               suffi-<lb/>ciente riportarne la conclusione, poiché gli argomenti a favore di
               essa<lb/>sono stati proposti altrove<note xml:id="ftn44" place="foot" n="44"> Cfr.
                  Annas-Barnes, <hi rend="italic">op. cit.</hi>,<hi rend="italic"> </hi>pp.
                  138-44.</note>. La versione sestana del Modo della relatività<lb/>ha parecchi
               aspetti peculiari rispetto alla versione degli altri nove Modi.<lb/>Le peculiarità
               sono spiegate con l’ipotesi secondo la quale Sesto avrebbe<lb/>tratto il Modo della
               relatività dai “Cinque” Modi e lo avrebbe inserito<lb/>fra i “Dieci” Modi, spostando
               quindi il Modo originale della relatività.<lb/>
           Il Modo originale — il Modo della relatività di Enesidemo —
               era<lb/>stato compendiato e conservato da Diogene, la cui esposizione non<lb/>rivela
               alcuna delle particolarità di quella di <hi rend="italic">PH.</hi></p>
            <p rend="title">XV</p>
               <p rend="start">In terzo luogo la struttura argomentativa dei Modi differisce
                  in<lb/>alcuni casi da un’esposizione all’altra. Come ho già osservato, il
                  testo<lb/>di Diogene è così conciso che spesso non siamo in grado di
                  discernere<lb/>in esso granché di una struttura argomentativa. Tuttavia di alcuni
                  Modi<lb/>possiamo congetturare la struttura e, almeno in un caso, essa è
                  com-<lb/>pletamente chiara.</p>
               <p rend="start">Il primo Modo, che procede dalle differenze fra gli animali,
                  ci<lb/>spinge a sospendere il giudizio su varie questioni sulla base del
                  fatto<lb/>che le cose appaiono diverse ai diversi animali. La bandiera rossa
                  è<lb/>davvero rossa? Non possiamo dirlo perché essa appare rossa agli
                  uomini,<lb/>ma appare grigia ai tori e non abbiamo motivo per preferire
                  l’apparenza<lb/>umana a quella taurina.</p>
               <p rend="start">La difficoltà nel primo Modo è la seguente: come possiamo
                  sup-<lb/>porre che le cose appaiono davvero diverse ai diversi animali? Io so
               </p>
               <p rend="pb"><pb n="414" facs="Elenchos86/Ele86_414.jpg"/></p>
<p>che questo tabacco aromatico risulta inodore ad un altro uomo
                  perché<lb/>egli me lo dice. Ma come faccio a sapere che odore esso ha per il
                  mio<lb/>gatto? Pertanto il materiale esemplificativo raccolto nel primo
                  Modo<lb/>consiste non di esempi della maniera in cui le cose appaiono agli
                  ani-<lb/>mali, ma di aneddoti e argomentazioni volti a mostrare che le cose
                  di<lb/>fatto appaiono diverse ad animali diversi.</p>
               <p rend="start">In <hi rend="italic">PH</hi> la struttura argomentativa è semplice: «
                  Il primo argo-<lb/>mento, come abbiamo detto, è quello per cui, a causa delle
                  differenze<lb/>fra gli animali, non sono le stesse le impressioni che li
                  colpiscono a<lb/>partire dagli stessi oggetti. Noi inferiamo ciò sia dalle loro
                  differenze nel<lb/>modo di riproduzione, sia dalla varietà nella costituzione del
                  corpo »<lb/>(i 40). Come questo passo promette e il seguito conferma, Sesto
                  pro-<lb/>pone due linee di ragionamento, che possono essere rappresentate<lb/>come
                  segue:<lb/>
               <list type="unordered">
                  <item> (A) (1) Gli animali differiscono nella riproduzione.</item>
              
               <item>Quindi: (3) Gli animali ricevono impressioni diverse.</item>
               
                  <item>(B) (2) Gli animali differiscono nella struttura corporea.</item>
               
               <item>Quindi: (3) Gli animali ricevono impressioni diverse.</item>
               </list><lb/>
         Il primo argomento sembra del tutto sciocco, giacché la premessa
                  non<lb/>è rilevante per la conclusione. Invece il secondo argomento è cogente,
               <lb/>o almeno lo è se si suppone che la « struttura corporea » alluda
                  speci-<lb/>ficamente alla struttura dell’apparato percettivo degli animali
                  (cfr.<lb/>
               I 44).</p>
               <p rend="start">Il testo di Diogene è più complesso. Egli dice che da questo
                  Modo<lb/>«si deduce che &lt;gli animali&gt; non ricevono le medesime
                  impressioni<lb/>dai medesimi oggetti e che perciò un tale conflitto genera
                  necessaria-<lb/>mente la sospensione del giudizio. Infatti (γάρ) degli esseri
                  viventi<lb/>alcuni si generano senza mistione [...], altri con l’unione dei corpi
                  [...].<lb/>Poiché (διό) anche le loro sensazioni differiscono [...]. È logico
                  dunque<lb/>(εὔλογον oὖv) che alla differenza della facoltà visiva corrisponde
                  la<lb/>differenza delle impressioni » (IX 79). È chiaro che Diogene offre
                  qui<lb/>un unico argomento continuo. Le osservazioni sulla riproduzione
                  sono<lb/>equivalenti alla proposizione (1) nell’argomento (A) di Sesto.
                  Come<lb/>mostra la frase successiva, le osservazioni sulla percezione si
                  fondano<lb/>sulla struttura fisica degli organi di senso e, perciò, esse sono
                  equi-
               </p>
               <p rend="pb"><pb n="415" facs="Elenchos86/Ele86_415.jpg"/></p>
<p>valenti grosso modo alla proposizione (2) dell’argomento (B) di
                  Sesto.<lb/>Quindi Diogene propone il seguente argomento:</p>
   <p rend="start">
         <list type="unordered">
                  <item>(C) (1) Gli animali differiscono nella riproduzione.</item>
               
               <item>Quindi: (2) Gli animali differiscono nella struttura
                  corporea.</item>
   <item>Quindi: (3) Gli animali ricevono impressioni diverse.</item>
               </list><lb/>
               Quest’argomento di sicuro non è del tutto vincolante. Tuttavia mi
                  sem-<lb/>bra migliore dei due argomenti di Sesto e, in ogni caso, è
                  incontroverti-<lb/>bilmente diverso da essi.</p>
               <p rend="title">XVI</p>
               <p rend="start">Infine, l’ordine dei Modi è diverso nei nostri due testi.
                  Sesto<lb/>dice espressamente che l’ordine dei Modi non è fisso <hi rend="italic"
                     >{PH</hi> ι 38) <note xml:id="ftn45" place="foot" n="45">Χρώμεθα δὲ τήι τάξει
                     ταύτῃ θετικῶς. Il significato di θετικῶς è incerto.<lb/>(In effetti <hi
                        rend="smcap">Diog. Laert. IX </hi>75 e 87 potrebbe suggerire che dovremmo
                     leggere &lt;οὐ&gt;<lb/>θετικῶς; d’altra parte si veda, forse, <hi rend="smcap"
                        >Cic.</hi>
                     <hi rend="italic">parad. stoic.</hi> proem 5.) Il senso gene-<lb/>rale è
                     comunque chiaro: non bisogna insistere sull’ordine. (In realtà l’ordine
                     di<lb/>almeno i primi quattro Modi è logicamente determinato, come le stesse
                     osservazioni<lb/>di Sesto chiariscono: <hi rend="italic">PH</hi> Ι 79, 91,
                     100.)</note> e<lb/>Diogene fa esplicitamente riferimento al diverso ordinamento
                  di Sesto.<lb/>Dopo aver abbozzato in due linee il nono Modo (IX 87),
                  Diogene<lb/>osserva:<lb/>
               τὸν ἐνατὸν Φαβωρῖνος ὄγδοον, Σέξτος δὲ καὶ Αἰνεσίδημος δέκατον,<lb/>
                ἀλλὰ καὶ τὸν δέκατον Σέξτος ὄγδοόν φησι, Φαβωρῖνος δὲ ἔνατον.  <lb/>
               Questo passo fornisce cinque informazioni distinte:<lb/>
               <list type="unordered">
                  <item>(a) il nono Modo di Diogene è l’ottavo per Favorino;</item>
                  <item>(b) il nono Modo di Diogene è il decimo per Sesto;</item>
                  <item>(c) il nono Modo di Diogene è il decimo per Enesidemo;</item>
                  <item>(d) il decimo Modo di Diogene è l’ottavo per Sesto;</item>
                  <item>(e) il decimo Modo di Diogene è il nono per Favorino.</item>
               </list>
               </p>
               <p rend="pb"><pb n="416" facs="Elenchos86/Ele86_416.jpg"/></p>
<p>Sappiamo da Sesto (<hi rend="italic">M</hi> VII 345) — o almeno
                  riteniamo di sapere —<lb/>che Enesidemo diede un resoconto, presumibilmente il
                  primo, dei<lb/>Dieci Modi, ma non abbiamo alcuna informazione che corrobori
                  (o<lb/>pregiudichi) il punto (c). Inoltre sappiamo da Aulo Gellio (XI 5, 5)
                  che<lb/>Favorino scrisse dieci libri sui Modi pirronisti, ma, daccapo, non
                  abbiamo<lb/>nessun’altra prova per i punti (a) ed (e).</p>
               <p rend="start">Sesto ci è pervenuto. Con riferimento a <hi rend="italic">PH</hi> il
                  punto (d) è vero,<lb/>ma il punto (b) è falso, giacché il nono Modo di Diogene è
                  pure in<lb/><hi rend="italic">PH</hi> il nono e non il decimo. Piuttosto è il
                  quinto Modo di Diogene<lb/>che risulta il decimo in <hi rend="italic">PH.</hi>
                  Alcuni studiosi concludono da ciò che<lb/>Diogene ha commesso un errore, mentre
                  altri suppongono, più ragione-<lb/>volmente, che i suoi copisti abbiano sbagliato.
                  Perciò Hirzel aggiunge<lb/>τὸν πέμπτον dopo Αἰνεσίδημος e quindi sostituisce a (b)
                  un enunciato<lb/>che risulta vero rispetto a <hi rend="italic">PH</hi>
                  (naturalmente egli altera anche (c))<note xml:id="ftn46" place="foot" n="46"> Si
                     veda R. <hi rend="smcap">Hirzel, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>, p. 116
                     nota 1.</note>.<lb/>Tuttavia è possibile che né Diogene né i suoi copisti si
                  siano sbagliati,<lb/>come ha fatto presente Pappenheim<note xml:id="ftn47"
                     place="foot" n="47">Cfr. E. <hi rend="smcap">Pappenheim,<hi rend="italic"
                        > </hi></hi><hi rend="italic">Die Tropen der griechischen Skeptiker</hi>,
                     Berlin 1885,<lb/>pp. 18-9.</note>. Non siamo obbligati a considerare<lb/>
               (b) e (d) come riferiti a <hi rend="italic">PH:</hi> forse Diogene si rifa ai
                     libri perduti di <hi rend="italic">M<lb/></hi>e forse sia (b) che (d), così
                     come stanno nei manoscritti, sono veri in<lb/>rapporto a questi libri<note
                        xml:id="ftn48" place="foot" n="48"><hi rend="italic">M</hi> VII-IX
                        corrisponde a <hi rend="italic">PH</hi> II-III. Questi libri erano
                        originariamente prece-<lb/>duti da uno o più libri corrispondenti a <hi
                           rend="italic">PH</hi> I: cfr. K. <hi rend="smcap">Janáček, </hi><hi
                           rend="italic">Die Hauptschrift<lb/>des Sextus Empiricus als Torso
                           erhalten?</hi>, «Philologus», CVII (1963) pp. 271-7;<lb/>J. <hi
                           rend="smcap">Blomqvist, </hi><hi rend="italic">Die Skeptika des Sextus
                           Empiricus,</hi> «Grazer Beiträge», II (1974)<lb/>pp. 7-14. Blomqvist
                        mostra convincentemente che τὰ δέκα τῶν σκεπτικῶν men-<lb/>zionati da <hi
                           rend="smcap">Diog. Laert. IX </hi>116 sono gli originali dieci libri
                        (ossia rotoli) di <hi rend="italic">M.<lb/></hi>Si noti che la parte di <hi
                           rend="italic">M</hi> corrispondente a <hi rend="italic">PH</hi> I doveva
                        essere notevolmente più<lb/>ampia.</note>.</p>
               
               <p rend="title">XVII</p>
               <p rend="start">Il passo del paragrafo 87 di Diogene prova, come del resto
                  indicano<lb/>decisamente le altre differenze che ho menzionato, che Sesto non è
                  né<lb/>il modello da cui Diogene copiava né la sua fonte principale per i</p>
               <p rend="pb"><pb n="417" facs="Elenchos86/Ele86_417.jpg"/></p>
<p>Dieci Modi. Inoltre possiamo fare due ulteriori inferenze dal
                  para-<lb/>grafo 87: Diogene non segue Enesidemo e non segue Favorino.
                  Queste<lb/>inferenze sono a mio parere importanti. Se dovessimo scegliere
                  al<lb/>buio il testo che Diogene avrebbe copiato, dovremmo sicuramente
                  indi-<lb/>care o Enesidemo (l’autorità primaria per i Dieci Modi, che
                  Diogene<lb/>altrove ha la pretesa di citare), oppure Sesto (la nostra autorità
                  princi-<lb/>pale per i Modi è un personaggio per lo meno noto a Diogene),
                  oppure<lb/>Favorino (che è uno degli autori più citati da Diogene)<note
                     xml:id="ftn49" place="foot" n="49"> Cfr. <hi rend="smcap">J. Mejer, </hi><hi
                        rend="italic">op. cit.</hi>, pp. 30-2.</note>. Tuttavia Dio-<lb/>gene di
                  sicuro non ha seguito nessuna di queste fonti di spicco.</p>
               <p rend="start">È possibile che nel resoconto sui Dieci Modi Diogene abbia
                  co-<lb/>piato, o almeno seguito, Q, il testo ipotetico che Janáček ha
                  postulato?<lb/>Questa possibilità non è sicuramente confutabile, anche perché
                  non<lb/>possiamo confrontare il presunto testo di Q con il passo di
                  Diogene.<lb/>Ma Q è la fonte solo a due condizioni che sono in conflitto con la
                  tesi<lb/>generale di Janáček, e precisamente a condizione che Diogene
                  stesso<lb/>abbia aggiunto il riferimento a Sesto nel paragrafo 87 e, ancora,
                  a<lb/>condizione che Sesto non abbia seguito Q nel suo resoconto dei
                  Dieci<lb/>Modi.</p>
               <p rend="title">XVIII</p>
               <p rend="start">Qualunque sostenitore del radicalismo estremo o della
                  grande<lb/>fonte Q deve ad un certo punto arrischiarsi a dare un nome a
                  quest’opera<lb/>perduta così importante che Diogene avrebbe servizievolmente
                  copiato<lb/>per noi. Per stabilire l’identità di Q dovremmo certamente
                  rivolgerci<lb/>in primo luogo alle quattordici <hi rend="italic">auctoritates</hi>
                  filosofiche effettivamente<lb/>nominate da Diogene. Tre di esse — Sesto, Enesidemo
                  e Favorino —<lb/>sono già state eliminate. Potrebbe darsi che Diogene le avesse
                  cono-<lb/>sciute tutte e tre di prima mano; tuttavia nessuna di esse
                  rappresenta<lb/>il testo da cui avrebbe copiato almeno per quanto riguarda i
                  Dieci<lb/>Modi. Altri tre autori — Filone di Atene, Nausifane e Timone<note
                     xml:id="ftn50" place="foot" n="50">Non c’è motivo di pensare che Diogene non
                     leggesse Timone di prima<lb/>mano: cfr. <hi rend="smcap">J. Mejer, </hi><hi
                        rend="italic">op. cit.</hi>, p. 29 nota 61.</note>,</p>
               <p rend="pb"><pb n="418" facs="Elenchos86/Ele86_418.jpg"/></p>
<p>contemporanei più giovani di Pirrone — sono troppo antichi.
                  Riman-<lb/>gono Agrippa, Antioco, Apella, Ascanio, Menodoto, Numenio,
                  Teo-<lb/>dosio, Zeussi. Nessuno di questi è noto per aver fornito
                  un’esposi-<lb/>zione del pirronismo e cinque o sei di essi sono per noi soltanto
                     nomi<note xml:id="ftn51" place="foot" n="51"> Su Agrippa e Apella si veda
                     sopra, nota 34; su Numenio cfr. sopra, nota 24;<lb/>su Menodoto cfr. sotto,
                     nota 53; su Teodosio si veda sotto, nota 57. Antioco è<lb/>noto solo per i
                        riferimenti nei parr. 107 e 116. Zeussi è presumibilmente lo Ζεῦξις <lb/>ὁ γωνιόπους
                     del par. 116. Egli potrebbe essere identificato con il medico Zeussi<lb/>(si
                     veda K. <hi rend="smcap">Deichgraeber, </hi><hi rend="italic">Die griechische
                        Empirikerschule</hi>, 2a ed., Berlin-Zürich<lb/>1965, p. 209), ma non ci
                     sono forti motivi per una tale identificazione. Ascanio<lb/>di Abdera ci è noto
                     solo grazie a <hi rend="smcap">Diog. Laert. IX </hi>61: ὅθεν γενναιότατα δοκεῖ<lb/>
                        [<hi rend="italic">scil.</hi> ὁ Πύρρων] φιλοσοφῆσαι, τὸ τῆς ἀκαταληψίας καὶ
                     ἐποχῆς εἶδος εἰσα-<lb/> γαγών, ὡς Ἀσκάνιος ὁ Ἀβδηρίτης φησίν. οὐδὲν γὰρ ἔφασκεν οὔτε
                     καλὸν κτλ.<lb/>La misura del debito di Diogene a Ascanio non è determinata dal
                     testo, ma, per<lb/>quanto capisco, non c’è motivo per attribuire ad Ascanio
                     nulla di più della notizia<lb/>che Pirrone «introdusse la forma della
                     non-apprensione e della sospensione» (la<lb/>frase si trova anche nella <hi
                        rend="italic">Suda</hi>,<hi rend="italic"> s.v.</hi> ἐποχή, e in psEsichio,
                     ma Ascanio non è<lb/>menzionato): ὅθεν γενναιότατα κτλ. potrebbe derivare da
                     Ascanio e così pure,<lb/>ma con una probabilità ancora minore, οὐδὲν γάρ κτλ.
                     (parafrasato nella <hi rend="italic">Suda</hi>,<hi rend="italic">
                        s.v.<lb/></hi>Πύρρων), mentre solo τὸ ... εἰσαγαγών proviene sicuramente da
                     lui. Mueller ha<lb/>suggerito che Ἀσκάνιος sia un errore per Ἐκαταῖος, e cioè
                     che Diogene abbia<lb/>in realtà attinto da Ecateo di Abdera, il discepolo
                     immediato di Pirrone (cfr. IX 69).<lb/>La congettura è infondata e pochi
                     studiosi l’hanno accettata, ma sembra che abbia<lb/>lasciato una traccia dietro
                     di sé, giacché gli studiosi frequentemente suppongono<lb/>che Ascanio fosse
                     forse un immediato scolaro di Pirrone. Perciò al resoconto<lb/>di Ascanio viene
                     attribuita una considerevole importanza. In realtà la sola cosa
                     che<lb/>sappiamo della datazione di Ascanio è che è anteriore a Diogene
                     Laerzio. Per una<lb/>discussione di questo punto cfr. part. G. A. <hi
                        rend="smcap">Ferrari, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>, pp. 218-20 e <hi
                        rend="smcap">F.<lb/>Decleva Caizzi, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>,
                     pp. 135-6. (Ma l’ultima parola in proposito era già stata<lb/>detta da
                     Menagius: « Nescio qui fuerit, albus an ater homo».)</note>.<lb/>Ciascuno di
                  questi otto <hi rend="italic">potrebbe</hi> essere Q e forse dobbiamo
                  restare<lb/>fermi a questa conclusione<note xml:id="ftn52" place="foot" n="52">
                     Cfr. J. <hi rend="smcap">Mejer, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>, p. 28
                     nota 59: «It seems safe to assume that Dio-<lb/>genes used II cent. AD sources
                     for at least the Platonic and Sceptical doxographies».</note>. Ma di fatto uno
                  degli otto ha trovato<lb/>paladini presso un numero sufficiente di studiosi
                     eminenti<note xml:id="ftn53" place="foot" n="53"> A. <hi rend="smcap">Schmekel,
                        </hi><hi rend="italic">Die positive Philosophie in ihrer geschichtlichen
                        Entwicklung,<lb/></hi>I, Berlin 1938, p. 309 nota 1, suggerisce che Menodoto
                     fosse la fonte di Diogene,<lb/>almeno per quel che riguarda il par. 107. (Per
                     Menodoto, un eminente medico<lb/>empirico sul quale possediamo qualche
                     informazione, si veda K. <hi rend="smcap">Deichgraeber,<lb/></hi><hi
                        rend="italic">op. cit.</hi>, pp. 212-4.) U. <hi rend="smcap">Burkhard,
                        </hi><hi rend="italic">Die angebliche Heraklit-Nachfolge des
                        Skep-<lb/>tikers Ainesidem</hi>, Frankfurt a.M. 1973, p. 14 nota 4 osserva
                     con ragione che il<lb/>suggerimento di Schmekel è «unbewiesen und
                     unbeweisbar».</note>.</p>
               <p rend="title">XIX</p>
               <p rend="pb"><pb n="419" facs="Elenchos86/Ele86_419.jpg"/></p>
<p rend="start">Gli scritti che Nietzsche ha dedicato a Diogene sono
                  sempre<lb/>brillanti e di quando in quando perversi<note xml:id="ftn54"
                     place="foot" n="54"> Cfr. F. <hi rend="smcap">Nietzsche, </hi><hi rend="italic"
                        >De Laertii Diogenis fontibus,</hi> «Rheinisches Museum»,<lb/>XXIII (1868)
                     pp. 632-53; XXIV (1869) pp. 187-228; <hi rend="italic">Analecta Laertiana</hi>,
                     «Rheinisches<lb/>Museum», XXV (1870) pp. 217-31; <hi rend="italic">Beiträge zur
                        Quellenkunde und Kritik des Dio-<lb/>genes Laertius</hi>, Basel 1870. Questi
                     lavori sono ora reperibili nell’edizione critica<lb/>dei <hi rend="italic"
                        >Werke</hi> di Nietzsche a cura di G. <hi rend="smcap">Colli</hi> e M. <hi
                        rend="smcap">Montinari</hi> (vol. II 1, a cura di<lb/>F. <hi rend="smcap"
                        >Bornmann</hi> e M. <hi rend="smcap">Carpitella,</hi> Berlin 1982). Il <hi
                        rend="italic">Nachlass</hi> di Nietzsche contiene<lb/>un numero immenso di
                     articoli, annotazioni, schizzi, congetture, ecc. su Diogene:<lb/>si veda voll.
                     IV e V dell’edizione Beck (München 1934). Cfr. M. <hi rend="smcap">Gigante,
                        </hi><hi rend="italic">Friedrich<lb/>Nietzsche nella storia della filologia
                        classica</hi>, «Rendiconti dell’Accademia di Ar-<lb/>cheologia Lettere e
                     Belle Arti di Napoli», LIX (1984) pp. 5-46; <hi
                        rend="smcap">J. Barnes, </hi><hi rend="italic">Nietzsche<lb/>and Diogenes
                        Laertius,</hi> «Nietzsche Studien», XV (1986) pp. 16-40.</note>. Egli ha
                  sostenuto che pra-<lb/>ticamente l’intera opera di Diogene è copiata da Diocle di
                  Magnesia.<lb/>Tuttavia secondo Nietzsche Diocle non potè avere questo ruolo
                  per<lb/>quanto riguarda la dossografia su Pirrone per motivi puramente
                     cro-<lb/>nologici<note xml:id="ftn55" place="foot" n="55"> Poiché il resoconto
                     del pirronismo allude a Sesto e a altri personaggi di<lb/>quell’epoca, esso non
                     potè derivare da Diocle che era più antico. L’argomento di<lb/>Nietzsche
                     presuppone che ogni parola di Diogene sia presa da qualcun altro.<lb/>Ma
                     Diogene avrebbe potuto abbastanza facilmente copiare una fonte precedente
                     a<lb/>Sesto e tuttavia aver aggiunto egli stesso la nota nel par. 87 (cfr. <hi
                        rend="smcap">J. Mejer, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>,<hi
                        rend="italic"><lb/></hi>p. 7 nota 16). Quale che sia la datazione del testo
                     da cui Diogene avrebbe copiato<lb/>(ammesso che ve ne sia stato uno), possiamo
                     ancora ritenere che il suo resoconto<lb/>rifletta una versione dei Dieci Modi
                     precedente a Sesto. In realtà credo che sia<lb/>proprio questo il caso (si
                     vedano le osservazioni sul Modo della relatività sopra,<lb/>p. 412-3). Anche
                        <hi rend="smcap">K. von Fritz, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>, pp.
                     101-4, sostiene che il resoconto dioge-<lb/>niano dei Dieci Modi riflette uno
                     stadio del pirronismo antecedente a quello ri-<lb/>specchiato nel resoconto di
                     Sesto. Egli suggerisce che originariamente, prima di<lb/>Enesidemo, esistesse
                     un insieme di cinque Modi e sostiene che essi risalgono allo<lb/>stesso Pirrone
                     sulla base della presenza di elementi “democritei” nelle prime
                     loro<lb/>illustrazioni. Senza dubbio vi è materiale democriteo in alcuni
                     esempi, ma i pirro-<lb/>nisti raccoglievano da ogni parte i contenuti dei loro
                     esempi. Le speculazioni di<lb/>von Fritz si librano molto al di sopra
                     dell’evidenza.</note>. Ma allora da chi copiò Diogene l’esposizione del
                  pirronismo? </p>
               <p rend="pb"><pb n="420" facs="Elenchos86/Ele86_420.jpg"/></p>
<p>«Sicuramente da uno scettico» è la risposta di Nietzsche<note
                     xml:id="ftn56" place="foot" n="56"> La fonte di Diogene per lo scetticismo
                     pirronista fu « certamente uno scet-<lb/>tico; infatti nelle argomentazioni
                     contro i dogmatici egli parla sempre in prima<lb/>persona plurale, con “noi”
                     ecc.» (<hi rend="italic">Werke</hi>, II 1, p. 207). La prima persona
                     plurale<lb/>nei parr. 74-77 è irrilevante, perché «noi» non significa «noi
                     scettici», ma è posta<lb/>all’interno di una specie di dialogo. Così il par.
                     103 si apre con: πρὸς οὗς [<hi rend="italic">scil.<lb/></hi>τοὺς δογματικούς]
                     ἀποκρίνονται· Περὶ μὲν ὧν ὡς ἄνθρωποι πάσχομεν, ὁμολο-<lb/>γοῦμεν [...] Qui la
                  terza persona ἀποκρίνονται isola effettivamente tutte le succes-<lb/>sive prime
                     persone. Se scrivessi: «I socialisti rispondono: “Siamo uomini di
                     sani<lb/>principi ...”», non si potrebbe inferire che io stesso sia un
                     socialista. Cfr. anche<lb/>E. <hi rend="smcap">Maass, </hi><hi rend="italic">De
                        biographis graecis quaestiones selectae</hi> (“Philologische Studien”
                     3),<lb/>Berlin 1880, p. 5 nota 1.</note>; «proba-<lb/>bilmente» da Teodosio.
                  Corrispondentemente Nietzsche suggerisce che<lb/>il nome di Teodosio debba essere
                  restituito in un passo corrotto del<lb/>paragrafo 79.</p>
               <p rend="start">Non sappiamo quasi niente di Teodosio<note xml:id="ftn57"
                     place="foot" n="57"> Su Teodosio v. <hi rend="smcap">K. Deichgraeber</hi>, <hi
                        rend="italic">op. cit.</hi>, pp. 219-20; <hi rend="smcap">K. von Fritz</hi>,
                        <hi rend="italic">s.v.<lb/>Theodosios</hi> (3), in <hi rend="italic">RE</hi>
                     V A 2 (1934), coll. 1929-1930. Oltre al riferimento in Diogene,<lb/>vi sono un
                     breve passo del cod. Haun. Lat. 1653 (cfr. <hi rend="smcap">K.
                        Deichgraeber</hi>, <hi rend="italic">op. cit.</hi>,<hi rend="italic"
                        ><lb/></hi>p. 41) e un articolo nella <hi rend="italic">Suda</hi>, <hi
                        rend="italic">s.v.</hi> Θεοδόσιος, che di sicuro confonde almeno
                     due<lb/>persone. F. Nietzsche, <hi rend="italic">Werke</hi>,<hi rend="italic"
                     > </hi>II 1, p. 207, dice che Teodosio «war ein Gegner<lb/>der Pyrrhoneischen
                     Skepsis. Seine Behauptungen, Pyrrho sei nicht der Urheber der<lb/>Skepsis und
                     habe kein Dogma, werden im Laertius dargelegt und hinterdrein<lb/>ausführlich
                     bewiesen. Dass er nach Sextus lebt, zeigt die deutliche Polemik gegen<lb/><hi
                        rend="italic">Hypotyp.</hi> I 3 [cioè <hi rend="italic">PH</hi> I 7], die er
                     vor sich hat». Teodosio, per quel che ne sap-<lb/>piamo, non fu «un oppositore
                     dello scetticismo pirronista»; egli sostenne sempli-<lb/>cemente che gli
                     scettici non dovrebbero chiamarsi pirronisti. Diogene riferisce<lb/>tre
                     argomenti in favore di questa opinione non ortodossa (ma
                     essenzialmente<lb/>cavillosa): (I) non possiamo conoscere lo stato mentale di
                     nessun altro, per cui<lb/>non possiamo conoscere la διάθεσις di Pirrone; quindi
                     non dovremmo chiamarci<lb/>pirronisti. (II) Pirrone non fu il primo scopritore
                     dello scetticismo; (ma una filosofìa<lb/>che prende il nome da un filosofo
                     dovrebbe scegliere come suo eponimo il primo<lb/>fondatore). (III) Pirrone non
                     aveva una dottrina (mentre uno dovrebbe dirsi X-ista<lb/>solo se condivide le
                     dottrine di X) (cfr. I 19-20). Tutti i pirronisti avrebbero<lb/>accettato la
                     prima premessa di ciascun argomento. Teodosio sembra muoversi al-<lb/>l’interno
                     della scuola, partendo da premesse pirroniste e giungendo ad una
                     con-<lb/>clusione leggermente offensiva (οὐδὲ Πυρρώνειοι καλοίμεθ’ ἄν — si noti
                     la prima<lb/>persona). Ad essere precisi, non possiamo essere sicuri né che
                     Teodosio fosse un<lb/>pirronista né che non lo fosse. Per quanto riguarda Sesto
                     quello che segue è il<lb/>passo rilevante di <hi rend="italic">PH</hi> Ι 7: ἡ
                     σκεπτικὴ τοίνυν ἀγωγὴ καλεῖται [...] Πυρρώνειος<lb/> ἀπὸ τοῦ ΦΑΙΝΕΣΘΑΙ ἡμῖν τὸν
                     Πύρρωνα σωματικώτερον καὶ ἐπιφανέστερον<lb/> ΤΩΝ ΠΡΟ ΑΥΤΟΥ προσεληλυθέναι τῇ σκέψει.
                     Le due frasi in lettere maiuscole ri-<lb/>spondono implicitamente ai primi due
                     argomenti di Teodosio (mentre il terzo trova<lb/>risposta, sempre
                     implicitamente, in Ι 16-17). Invece di riscontrare in Teodosio
                     una<lb/>«deutliche Polemik gegen <hi rend="italic">Hypotyp.</hi> Ι 3», viene la
                     tentazione di prendere <hi rend="italic">PH</hi> l 7<lb/>come una deliberata
                     risposta a Teodosio. In questo caso Teodosio precederebbe<lb/>Sesto (si veda F.
                     Decleva <hi rend="smcap">Caizzi, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>, p.
                     201).</note>. Egli scrisse un’opera<lb/>chiamata <hi rend="italic">Capitoli
                     Scettici</hi> che Diogene conobbe e parafrasò (IX 70) ed</p>
               <p rend="pb"><pb n="421" facs="Elenchos86/Ele86_421.jpg"/></p>
<p>è probabilmente da identificare con il medico empirico Teodosio
                  che<lb/>scrisse un commento a Teoda e che quindi sarebbe vissuto nel II<lb/>secolo
                  d.C.</p>
               <p rend="start">Teodosio <hi rend="italic">potrebbe</hi> essere stato la fonte
                  principale di Diogene. Ma<lb/>possiamo dire qualcosa di più di questo? Le
                  argomentazioni con le<lb/>quali i paladini di Teodosio sperano di identificarlo
                  con Q sono a mio<lb/>parere pressoché tutte senza valore<note xml:id="ftn58"
                     place="foot" n="58"> Teodosio è stato sostenuto, fra gli altri, anche da <hi
                        rend="smcap">R. Hirzel</hi>, <hi rend="italic">op. cit.</hi>,<hi
                        rend="italic"><lb/></hi>p. 137 nota 1; <hi rend="smcap">E. Pappenheim</hi>,
                        <hi rend="italic">Die angebliche Heraklitismus des Skeptikers
                        Aene-<lb/>sidemos</hi>, Berlin 1889, p. 9; <hi rend="smcap">K. von
                        Fritz</hi>, <hi rend="italic">Pyrrhon</hi>, cit., <hi rend="smcap"
                        >Janâček</hi> [3]; <hi rend="smcap">U. Burkhard</hi>,<lb/><hi rend="italic"
                        >op. cit.</hi>, p. 12; <hi rend="smcap">F. Decleva Caizzi</hi>, <hi
                        rend="italic">op. cit.,</hi> p. 203. Von Fritz, il quale pensa
                     che<lb/>Teodosio sia «probabilmente» la fonte dell’«albero genealogico» dei
                     parr. 71-73<lb/>e, «almeno non improbabilmente», la fonte dell’intera
                     dossografia sul pirronismo,<lb/>presenta due argomenti di nessun valore: « la
                     stretta connessione con la precedente<lb/>citazione [di Teodosio nel par. 70] e
                     la menzione di Ippocrate [nel par. 74] fra<lb/>i primi scettici». Egli aggiunge
                     anche un riferimento al suo precedente articolo<lb/>su Teodosio in <hi
                        rend="italic">RE,</hi> evidentemente dimenticando che lì egli aveva
                     rifiutato aperta-<lb/>mente l’ipotesi che Teodosio fosse la fonte principale di
                     Diogene. Poiché l’articolo<lb/><hi rend="italic">Pyrrhon</hi> di von Fritz gode
                     di grande stima, devo osservare che esso è in certe<lb/>parti largamente
                     fondato su speculazioni e stranamente privo di riferimenti. Burk-<lb/>hard
                     sostiene che Teodosio è la fonte dell’albero genealogico sulla base,
                     evidente-<lb/>mente insufficiente, del fatto che «der Abschnitt 70-73 ist nicht
                     anders als eine<lb/>Explikation der Ansicht, die Diog. Laert. in 70 Theodosius
                     zuschreibt». Una con-<lb/>siderevole parte dell’argomentazione svolta nella
                     monografia di Burkhard, per altro<lb/>eccellente, dipende purtroppo da questo
                     assunto. Janáček osserva giustamente che<lb/>i suoi predecessori non avevano
                     fornito buone motivazioni a sostegno di Teodosio,<lb/>ma anche le sue ragioni
                     sono prive di valore. In [3] egli sostiene che «Diogene<lb/>ha tratto da
                     un’unica fonte le dottrine scettiche contenute nel testo dal par. 70<lb/>fino
                     forse alla fine del libro IX» (p. 136), e ritiene che questa fonte sia
                     Teodosio.<lb/>La prova di Janáček è la seguente: nel par. 70, in una citazione
                        <hi rend="italic">letterale</hi> di Teo-<lb/>dosio (&lt;474.10&gt;), Diogene
                     usa πρὸς τῶι nel senso di πρὸς τούτοις; lo stesso uso<lb/>di πρὸς τῶι si
                     ritrova anche nel par. 91 (483.9) e nel par. 95 (484.21). Al di<lb/>fuori di
                     questi passi πρὸς τῶι si incontra una sola volta nell’intero <hi rend="italic"
                        >corpus</hi> della<lb/>letteratura greca, precisamente in <hi rend="smcap"
                        >Sext. Emp. </hi><hi rend="italic">PH</hi> ΙΙΙ 74. La conclusione è
                     che<lb/>questo strano uso di πρὸς τῶι doveva essere una peculiarità della fonte
                     scettica<lb/>comune a Diogene e a Sesto e che, quindi, Diogene adopera la
                     stessa fonte, ap-<lb/>punto Teodosio, nei parr. 70, 91 e 95 e, plausibilmente
                     (?), in tutto il corso dei<lb/>parr. 70-116. (Cfr. inoltre M. <hi rend="smcap"
                        >Gigante, </hi><hi rend="italic">op. cit.</hi>, [nota 4], p. 565 nota 225.)
                     L’argo-<lb/>mento non è valido sotto due rispetti. In primo luogo anche se nel
                     par. 70 è<lb/>usata l’<hi rend="italic">oratio obliqua</hi> (l’accusativo +
                     infinito), ciò non prova (con buona pace di<lb/><hi rend="smcap">Janáček
                     </hi>[3] p. 135) che Diogene citi Teodosio alla lettera. Al contrario ciò
                     prova<lb/>che Diogene non lo cita parola per parola. Dopo tutto una delle
                     principali diffe-<lb/>renze fra l’<hi rend="italic">oratio recta</hi> e l’<hi
                        rend="italic">oratio obliqua</hi> è proprio che quest’ultima non si
                     ripro-<lb/>mette di riprodurre le parole della fonte. Quindi ιλ par. 70, se
                     suggerisce qualcosa,<lb/>suggerisce che πρὸς τῶι era un capriccio dello stile
                     di Diogene. In secondo luogo<lb/>non vi è comunque nessuna <hi rend="italic"
                        >oratio obliqua</hi> nel par. 70, giacché il πρὸς τῶι di<lb/><hi
                        rend="smcap">Janáček</hi> è un’espressione fantasma, nel senso che non ha
                     un’esistenza reale. In<lb/>tutte e quattro le occorrenze che Janáček cita
                     abbiamo la consueta costruzione<lb/>greca di πρός + dativo, che significa “in
                     aggiunta a”. Il τῶι in ogni singolo caso<lb/>regge l’infinito che segue.
                     Pertanto nel par. 70 la costruzione non è πρὸς τῶι<lb/>(= πρὸς τούτοις), ...
                     εὑρηκέναι (accusativo + infinito), ma πρὸς (preposizione)<lb/>τῶι ... εὑρηκέναι
                     (infinito nominale). Aggiungo due codicilli. (I) Il par. 70, se<lb/>non usa
                        l’<hi rend="italic">oratio obliqua,</hi> non usa neanche <hi rend="italic"
                        >l’oratio recta:</hi> Diogene si basa su Teo-<lb/>dosio, ma non dà a vedere
                     di citarlo. (II) I quattro enunciati introdotti da πρός<lb/>(τῶι + inf.)
                     risultano strani nella misura in cui sono usati come se fossero
                     unità<lb/>grammaticalmente indipendenti. Ma una cosa di questo genere non è una
                     caratte-<lb/>ristica inusitata dello stile telegrafico di Diogene.</note>.
                  Possiamo sostenere l’identità</p>
               <p rend="pb"><pb n="422" facs="Elenchos86/Ele86_422.jpg"/></p>
<p>soltanto se accettiamo la congettura di Nietzsche nel paragrafo
                  79.<lb/>Questa congettura non è un buon complemento, ma non necessario,<lb/>alla
                  ipotesi teodosiana. Al contrario, l’unica ragione sostenibile per cre-<lb/>dere
                  che Teodosio sia stato la fonte di Diogene è che Diogene si rife-<lb/>risca a lui
                  in questi termini e l’unica ragione per pensare che Diogene<lb/>si riferisca a lui
                  sta nelle ragioni in favore della congettura di Nietzsche.</p>
               <p rend="start">Nel passo cruciale i manoscritti principali hanno:<lb/>
               Αἱ δ' ἀπορίαι […] ἃς ἀπεδίδοσαν ἦσαν κατὰ δέκα τρόπους, καθ' οὓς <lb/>τὰ
                  ὑποκείμενα παραλλάττοντα ἐφαίνετο. τούτους δὲ τοὺς δέκα<lb/> τρόπους καθ' οὓς τίθησιν
                  ἓν [<hi rend="italic">om</hi>. dg, ὧν φ]<lb/> πρῶτον [πρῶτος dgφ] ὁ παρὰ τὰς διαφορὰς
                  κτλ.<lb/>
               Chiaramente il testo dell’ultimo periodo è corrotto: καθ' οὓς non
                  ha<lb/>senso. L’edizione principe ometteva καθ' οὓς e l’ultima edizione,
                  quella</p>
               <p rend="pb"><pb n="423" facs="Elenchos86/Ele86_423.jpg"/></p>
<p >di Long negli Oxford Classical Texts ugualmente riporta: τούτους
                  δὲ<lb/>τοὺς δέκα τρόπους τίθησιν [...]. L’omissione di καθ’ οὕς è in se
                  stessa<lb/>abbastanza facile, giacché l’espressione può essere semplicemente
                  una<lb/>ripetizione negligente del καθ’ οὕς del periodo precedente. Ma il
                  testo<lb/>che ne risulta non è soddisfacente<note xml:id="ftn59" place="foot"
                     n="59">L’apparato critico dell’edizione <hi rend="italic">OCT</hi> riporta:
                     «om. fr&lt;obenii editio&gt;: secl.<lb/>Cob(etus)». L’espunzione fu compiuta da
                     Isaac Casaubon il quale osservava che<lb/>l’intervento lascia il testo in uno
                     stato insoddisfacente. Egli aveva suggerito:<lb/>τούτων δὲ τῶν δέκα τρόπων οὕς
                     τίθησιν εἷς πρώτος κτλ.</note>. Esso dovrebbe presumibilmente<lb/>significare:
                  «Egli pose questi Dieci Modi». Ma questa è un’asserzione<lb/>oziosa e, quel che
                  più importa, il riferimento del pronome « egli », il<lb/>soggetto di τίθησιν, è
                  del tutto oscuro. (Non possiamo pensare a Pir-<lb/>rone come soggetto: egli non è
                  stato menzionato da parecchie pagine<lb/>e in ogni caso Diogene sta dando ora una
                  descrizione generale del pirro-<lb/>nismo. Enesidemo è stato ricordato una decina
                  di righe prima<note xml:id="ftn60" place="foot" n="60">Kuehn ha proposto: τίθησι
                        <hi rend="italic">[seil.</hi> Enesidemo] καθ’ εν, πρώτον ...</note>, ma<lb/>
              >il riferimento è comunque lontano e, in ogni caso, Diogene non
                  espone<lb/>la versione dei Modi propria di Enesidemo.)</p>
               <p rend="start">Nietzsche ha suggerito: τούτους δὲ δέκα τρόπους καὶ Θεοδόσιος<lb/>τίθησιν
                  [...]. Egli ha pertanto indicato un soggetto di τίθησιν e ha<lb/>riscattato la
                  frase dalla sua oziosità. Inoltre, per quel che vale, possiamo<lb/>facilmente
                  immaginare come καὶ Θεοδόσιος si sia potuto corrompere in<lb/>καθ’ οὕς, sopratutto
                  se Diogene abbreviava Θεοδόσιος in Θεο.</p>
               <p rend="start">La congettura è attraente<note xml:id="ftn61" place="foot" n="61">Uno
                     potrebbe cavillare sul καί dell’espressione καί Θεοδόσιος di Nietzsche<lb/>e
                     domandarsi quale forza esso possa avere. Ma si veda sopra, nota 26 e
                     soprattutto<lb/>IX 61 &lt;469.16&gt;, 69 (473.13).</note>, ma non è
                  obbligatoria, tant’è vero<lb/>che sono possibili altre soluzioni del problema
                  testuale. Per esempio,<lb/>ci potrebbe essere una lacuna nel testo, nascosta
                  dall’intrusione di<lb/>καθ’ οὕς, là dove Diogene nominava parecchi autori a
                  proposito dei<lb/>Modi. Ancora, il singolare τίθησιν potrebbe stare erroneamente
                  per il<lb/>plurale τιθέασιν<note xml:id="ftn62" place="foot" n="62"> Anche l’ἓν
                     πρῶτον dei manoscritti principali è sicuramente corrotto. Long<lb/>segue
                     testimonianze tarde leggendo ὧν πρῶτος κτλ. Πρῶτος è certamente
                     richie-<lb/>sto, mentre ὧν è forzoso. Forse ἓν è quel che resta di un εα
                     scritto sopra l’η<lb/>di τίθησιν.</note>. Certamente ci saremmo aspettati un
                  plurale qui,</p>
               <p rend="pb"><pb n="424" facs="Elenchos86/Ele86_424.jpg"/></p>
<p>dopo ἀπεδίδοσαν e prima dei plurali impersonali che troviamo
                  nel<lb/>corso della dossografia. Un testo plausibile potrebbe essere il
                  seguente:<lb/>τούτους δὲ τοὺς δέκα τρόπους οὕτως τιθέασιν. Πρῶτος [...].
                  Non<lb/>penso che esso sia meno probabile dell’emendamento di Nietzsche.</p>
               <p rend="start">Comunque, per finire, si consideri la possibilità che Nietzsche
                  abbia<lb/>ragione nel suo emendamento. Certamente non possiamo inferire da<lb/>ciò
                  che Diogene abbia semplicemente copiato il testo di Teodosio<lb/>sui Modi. Infatti
                  il testo di Nietzsche non dice e neppure suggerisce<lb/>che Diogene abbia seguito
                  Teodosio. Se si introduce la parola οὕτως,<lb/>leggendo καὶ ὁ Θεοδόσιος (οὕτως)
                  τίθησιν, la lezione che risulta<lb/>suggerisce che Diogene abbia usato Teodosio
                  come fonte primaria. Ma<lb/>anche se è così, questa lezione ipotetica non prova
                  che Diogene abbia<lb/>effettivamente copiato da lui. Ancor meno il testo di
                  Nietzsche<lb/>stabilisce la sua tesi più forte, secondo la quale tutto il
                  resoconto del<lb/>pirronismo fatto da Diogene deriverebbe da Teodosio cosicché Q
                  non<lb/>sarebbe nient’altro che Teodosio. Nulla allude a questa
                  conclusione,<lb/>nemmeno alla lontana. Anche se Diogene avesse detto
                  esplicitamente<lb/>che egli prendeva i Dieci Modi da Teodosio, non potremmo
                  inferire<lb/>assolutamente niente sulle sue fonti per quanto riguarda la sua
                  esposi-<lb/>zione del resto del pirronismo<note xml:id="ftn63" place="foot" n="63"
                     >Diogene menziona Teodosio nel par. 70. Quindi, nel par. 71, egli
                     introduce<lb/>l’albero genealogico con la formula ἔνιοί φασιν. Ciò implica
                     chiaramente che egli<lb/>non usa più Teodosio: perché mai dovremmo rifiutare
                     questa implicazione? (De-<lb/>cleva Caizzi nota la difficoltà. Ella suggerisce,
                     non convincentemente, che la parola<lb/>ἔvιοι non si riferisce forse a Teodosio
                     ma che «fosse usata da lui nella sua opera<lb/>e riportata da Diogene».) Penso
                     che dovremmo prendere sul serio il plurale di<lb/>Diogene, ἔνιοι: l’albero
                     genealogico menziona Omero e Euripide due volte e<lb/>questo mostra che esso fu
                     collazionato da fonti diverse (e perché mai non da<lb/>Diogene?).</note>.</p>
 
 
                  <p rend="title">XX</p>
               <p rend="start">Questa discussione del quesito (d), ossia dell’originalità di
                  Dio-<lb/>gene, è stata assai tortuosa. Riassumendola possiamo dire così: (I)
                  il<lb/>passo nel paragrafo 102, là dove Diogene allude alle συντάξεις pirro-</p>
               <p rend="pb"><pb n="425" facs="Elenchos86/Ele86_425.jpg"/></p>
<p >niane, suggerisce che non abbia attinto da un’unica fonte per
                  l’intera<lb/>dossografia sul pirronismo. (II) Il resoconto dei Cinque Modi o
                  deriva<lb/>da Sesto o è copiato da Q, la fonte comune di Diogene e di <hi
                     rend="italic">PH,<lb/></hi>e la seconda possibilità è più probabile. (III) Gli
                  studi dettagliati di<lb/>Janáček suggeriscono che Diogene abbia usato Q anche per
                  altre parti<lb/>della dossografia, ma le argomentazioni di Janáček non sono
                  fuori<lb/>discussione e di sicuro non stabiliscono che Q sia la fonte unica
                  per<lb/>tutta la dossografia. In particolare si può supporre che Diogene
                  abbia<lb/>qua e là usato anche Sesto. (IV) Il resoconto dei Dieci Modi
                  mostra<lb/>che Diogene non segue qui né Enesidemo né Sesto né Favorino.
                  È<lb/>possibile, ma non plausibile, che la fonte sia sempre Q. È anche
                  possi-<lb/>bile che il resoconto sia opera personale di Diogene.</p>
               <p rend="start">Come condurre a fine questa indagine? Non ritengo che
                  siamo<lb/>ancora nella posizione di risolvere questi problemi. Il lavoro di
                  Janáček <lb/>deve essere prima proseguito ed anche sottoposto ad un esame
                  detta-<lb/>gliato. Così questo mio scritto è senza una conclusione. Spero che
                  sia<lb/>tollerabile, perché « di coloro i quali compiono indagini filosofiche
                  alcuni<lb/>dicono di aver trovato la verità, altri dichiarano che non può
                  essere<lb/>attinta e altri che stanno ancora cercandola ».</p>
               <p rend="start">Questo articolo risulta da numerose discussioni sul pirronismo con Julia
                  Annas:<lb/>se il contenuto possiede qualche valore, ciò è dovuto a lei. Ringrazio
                  anche<lb/>Jacques Brunschwig, Fernanda Decleva Caizzi, Marcello Gigante, Hans
                  Gottschalk<lb/>e Charles Kahn, che hanno offerto utili commenti nel corso della
                  discussione a<lb/>Amalfi. Siano cordialmente ringraziati anche Mario Mignucci, che
                  ha tradotto molto<lb/>gentilmente una versione inglese di maniera, nonché Carol
                  Clark, che ha corretto<lb/>con gran cura la versione penultima, e Anna Maria
                  Ioppolo, che ha pazientemente<lb/>condotto una prova generale della mia
                  relazione.</p>
               <p>APPENDICE</p>
               <p rend="start">Nella colonna di Sesto le cifre sottolineate indicano una
                  corrispon-<lb/>denza parola per parola (o quasi) con Diogene. Le cifre normali
                  e<lb/>senza parentesi indicano che si trova nei due autori lo stesso
                  materiale,<lb/>ma non le stesse parole. Le cifre entro parentesi quadre indicano
                  una<lb/>connessione di pensiero e le parentesi quadre doppie una remota
                  con-<lb/>nessione di argomento.</p>
               <p rend="pb"><pb n="426" facs="Elenchos86/Ele86_426.jpg"/></p>
               <p>
                  <table rend="frame" xml:id="Table3">
                  <row>
                     <cell>Diogene IX</cell>
                     <cell>Sesto</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Detti pirronisti:</hi><lb/>74-77
                     (476.15-478.4)<lb/>(477.18-20)</cell>
                     <cell>  <lb/>[<hi rend="italic">PH</hi> I 187-208; II 1-10]<lb/><hi
                        rend="italic">PH</hi> I 206; II 188; <hi rend="italic">M</hi> VIII
                     480</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Fonti delle</hi> ἀντιθέσεις:<lb/>78
                     (478.5-15)<lb/>(478.5-6)</cell>
                     <cell><lb/>
                     <lb/><hi rend="italic">PH</hi> I 8</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">I Dieci Modi:</hi><lb/>79-88
                     (478.16-482.6)</cell>
                     <cell>  <lb/>[PH I 40-163]</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">I Cinque Modi:</hi><lb/>88-89
                     (482.7-22)<lb/>(482.18-20)</cell>
                     <cell>  <lb/><hi rend="italic">PH</hi> I 164-169<lb/><hi rend="italic">PH</hi> I
                     169</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Contro le prove:</hi><lb/>90-91
                     (482.23-483.15)<lb/>  <lb/>(483.9-10)<lb/>(483.10-12)</cell>
                     <cell>  <lb/>[[PH II 144-192; <hi rend="italic">M</hi> VIII
                        337-<lb/>481]]<lb/>[<hi rend="italic">PH</hi> II 171-174; <hi rend="italic"
                        >Μ </hi>VII 337A-339]<lb/><hi rend="italic">PH</hi> II 183-184; <hi
                        rend="italic">M</hi> VIII 380</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Contro i dogmatici:</hi><lb/>92-94
                     (483.16-484.15)<lb/>(484.11-15)</cell>
                     <cell>  <lb/>[[<hi rend="italic">PH</hi> I 170-171]]<lb/>[<hi rend="italic">M
                     </hi>VIII 51-54]</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Contro il criterio:</hi><lb/>94-95
                     (484.16-485.3)<lb/><lb/>(484.16-21)</cell>
                     <cell>  <lb/>[[<hi rend="italic">PH </hi>II 18-78; <hi rend="italic">M</hi> VII
                        263-446]]<lb/><hi rend="italic">PH</hi> II 20</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Contro i segni:</hi><lb/>96-97
                     (485.4-18)<lb/>(485.4-5)<lb/>(485.5-6)<lb/>(485.8-10)<lb/>(485.10-15)<lb/>(485.15-16)</cell>
                     <cell>  <lb/>[[<hi rend="italic">PH</hi> II 97-133; <hi rend="italic">M</hi> VIII
                        159-298]]<lb/><hi rend="italic">M</hi> VIII 176-177<lb/><hi rend="italic"
                        >M</hi> VIII 188<lb/><hi rend="italic">M</hi> VIII 171<lb/><hi rend="italic"
                        >M</hi> VIII 172-175<lb/><hi rend="italic">PH </hi>II 119; <hi rend="italic"
                        >M</hi> VIII 165<lb/></cell>
                  </row>
               </table></p>
         <p rend="pb"><pb n="427" facs="Elenchos86/Ele86_427.jpg"/></p>         
               <p><table rend="frame" xml:id="Table4">
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Contro le cause:</hi><lb/>97-99
                     (485.19-486.13)<lb/>(485.19-20)<lb/>(485.21-486.1)<lb/>(486.1-11)</cell>
                     <cell>  <lb/>[[<hi rend="italic">PH</hi> III 13-29; <hi rend="italic">M</hi> IX
                        195-330]]<lb/><hi rend="italic">M</hi> IX 207-208<lb/><hi rend="italic"
                        >M</hi> IX 209<lb/><hi rend="italic">M</hi> IX 210-217</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Contro il movimento:</hi><lb/>99
                     (486.14-17)</cell>
                     <cell>  <lb/><hi rend="italic">PH</hi> III 71, II 242; <hi rend="italic">M </hi>X
                     87</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Contro l’apprendimento:</hi><lb/>100
                     (486.18-22)</cell>
                     <cell>  <lb/><hi rend="italic">Μ</hi> I 10-14; <hi rend="italic">PH</hi> III
                        256-258;<lb/><hi rend="italic">Μ</hi> XI 219-223</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Contro la generazione:</hi><lb/>100 (486.23-25)</cell>
                     <cell>  <lb/><hi rend="italic">PH</hi>
                     <hi rend="smcap">III </hi>112; <hi rend="italic">M </hi>X 326-327</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Contro il naturalismo etico:</hi><lb/>101
                     (487.1-11)</cell>
                     <cell>  <lb/><hi rend="italic">M</hi> XI 69-75; [<hi rend="italic">PH</hi> III
                     179-182]</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Nota sulle fonti:</hi><lb/>102 (487.12-15)</cell>
                     <cell/>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Gli scettici sono dogmatici?</hi><lb/>102-104
                     (487.16-488.8)</cell>
                     <cell>  <lb/>[[<hi rend="italic">PH</hi> I 13-15]]</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Gli scettici rigettano la vita?</hi><lb/>104-105
                     (488.9-24)</cell>
                     <cell/>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Il criterio scettico:</hi><lb/>106-107
                     (489.1-17)</cell>
                     <cell>  <lb/>[[<hi rend="italic">PH</hi> I 21-22]]</cell>
                  </row>
                  <row>
                     <cell><hi rend="italic">Il</hi> τέλος <hi rend="italic"
                     >scettico:</hi><lb/>107-108
                     (489.17-490.6)<lb/>(489.17-18)<lb/>(489.22-490.5)</cell>
                     <cell>  <lb/>[<hi rend="italic">PH</hi> I 25-30]<lb/><hi rend="italic">PH</hi> I
                        29<lb/><hi rend="italic">M</hi> XI 162-166</cell>
                  </row>
               </table></p>
            
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