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            <title>L’IMMAGINAZIONE NELLA FILOSOFIA DI LEIBNIZ</title>
            <author><name>Giuseppe </name>
               <surname>Tognon</surname>
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            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability><p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p></availability>
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               <title level="m">L’IMMAGINAZIONE NELLA FILOSOFIA DI LEIBNIZ</title>
               <author>Giuseppe Tognon</author>
               <title level="a">Lexicon philosophicum, Quaderni di terminologia filosofica e storia delle idee</title>
               <publisher>Leo S. Olschki Editore</publisher>
               <editor>A. Lamarra, L. Procesi</editor>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
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            <docAuthor>Giuseppe Tognon</docAuthor>
            <docTitle><titlePart>L’IMMAGINAZIONE NELLA FILOSOFIA DI LEIBNIZ</titlePart></docTitle>
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<epigraph> 
   <p>
      <hi rend="it">Philosophi vicissim cessent omnia ad imaginationem<lb/> et figuras referre, et nugarum atque imposturae<lb/> postulare, quicquid cum notionibus quibusdam<lb/> crassis ac materialibus pugnat, quibus aliqui totam<lb/> rerum naturam circumscribi putant: cum aspecturi<lb/> sint, ubi recte meditati fuerint, motum ipsum mi-<lb/>nime imaginationi subjici et mysteria quaedam me-<lb/>taphysica ex spiritali natura profecta in eo contine-<lb/>ri: arcanam quoque nobis vim intus assistere qua<lb/> frui possit animus, amore atque caritate accensus,<lb/> et meditatione attenta elevatus.</hi><lb/>Pacidius Philalethi 1676
   </p>
</epigraph>         
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         <pb n="37" facs="LP3_37.jpg"/>
         <p>La filosofia di Leibniz non comprende una esplicita teoria dell’immagina-<lb/>zione e la prima difficoltà che si presenta all’interprete è quella di capire in<lb/>quale sua dimensione e fase vadano ricercati gli elementi che ne consentono la<lb/>ricostruzione<note xml:id="ftn1" place="foot" n="1">Manca nella bibliografia critica su Leibniz uno studio specifico sulla immaginazione, se<lb/>non si considerano le osservazioni sparse nei numerosi saggi sistematici e in particolar modo<lb/>nell’opera di <hi rend="smcap">L. Couturat</hi>,<hi rend="it"> La logique de Leibniz d’après de documents inédits</hi>, Paris 1901, tr. it. Napoli<lb/>1973; del tutto superata è la rassegna storiografica di<hi rend="smcap"> Luigi Ambrosi</hi>,<hi rend="it"> La psicologia della immagina-<lb/>zione nella storia della filosofia. Esposizione e critica</hi>, Roma 1898, pp. 103-109. Spunti interessanti tro-<lb/>viamo in<hi rend="smcap"> M. Mugnai</hi>,<hi rend="it"> Idee, espressioni delle idee, pensieri e caratteri in Leibniz</hi>, «Rivista di filosofia»<lb/>LXIV, 3, 1973, pp. 219-231, rifuso nel libro<hi rend="it"> Astrazione e realtà. Saggio su Leibniz</hi>, Milano 1976.<lb/>Sulla storia e sull’uso del concetto di<hi rend="it"> imaginatio/phantasia/Einbildungskraft</hi> tra l’antichità classica e il<lb/>XIX secolo si vedano gli<hi rend="it"> Atti</hi> del V Colloquio internazionale del Lessico Intellettuale Europeo<lb/>su<hi rend="it"> Imaginatio/Phantasia</hi> (Roma 9-11 gennaio 1986): questo articolo rappresenta il completamento<lb/>leibniziano di quella rassegna. Segnaliamo l’interessante riflessione teoretica sul modo di affron-<lb/>tare la tematica della immaginazione di <hi rend="smcap">P. Ricoeur</hi>,<hi rend="it"> Les directions de la recherche sur l’imagination</hi>, in<lb/><hi rend="it">Recherches phénoménologiques sur l’Imaginaire</hi>, testo dattilografato del Centre de Recherches Phénomé-<lb/>nologiques de Paris, 1982.</note>. Il pensiero filosofico leibniziano d’altra parte è l’unico che<lb/>ancora non sia stato preso in esame dalla riscoperta contemporanea del concet-<lb/><pb n="38" facs="LP3_38.jpg"/>to di immaginazione come è avvenuto, per il diciassettesimo secolo, nel caso<lb/>di Descartes e di Spinoza<note xml:id="ftn2" place="foot" n="2">Su Descartes si veda il raffinato studio di<hi rend="smcap"> J. H. Roy</hi>,<hi rend="it"> L’imagination selon Descartes</hi>, Paris<lb/>1944, dedicato a Sartre, il cui celebre libro<hi rend="it"> L’imagination</hi>, Paris 1936, ne aveva poste le premesse.<lb/>Ancora utile il breve saggio di <hi rend="smcap">P. Boutroux</hi>,<hi rend="it"> L’imagination et les mathématiques selon Descartes</hi>, Paris<lb/>1900, dove viene enfatizzata per la prima volta la distinzione tra una immaginazione che opera<lb/>nella dimensione temporale e una intelligenza che è extratemporale. Illuminanti note sulla<lb/>immaginazione nei suoi rapporti con il pensiero antico e sulla originalità del simbolismo carte-<lb/>siano si trovano in<hi rend="smcap"> J. Klein</hi>,<hi rend="it"> Vieta’s Formelsprache und die Umwandlung des Anzahl-Begriff </hi>e<hi rend="it"> Der Begriff<lb/>der Zahl bei Stevin, Descartes und Wallis</hi>, in «Quellen im Studien zur Geschichte der Mathematik»,<lb/>Abt. B, 3, 1934-1936, pp. 152-235. Per un commento ai testi cartesiani cfr. i capitoli 11 e 12 del<lb/>vol. II dell’opera di <hi rend="smcap">M. Gueroult</hi>,<hi rend="it"> Descartes et l’ordre de raisons</hi>, Paris 1953 e il commento al<hi rend="it"> Discor-<lb/>so del Metodo</hi> del Gilson, Paris 1930. Alcune originali considerazioni sull’immaginazione e i limiti<lb/>della conoscenza razionale sono esposte da<hi rend="smcap"> J. Laporte</hi> nel suo<hi rend="it"> Le rationalisme de Descartes</hi>, Paris<lb/>1950<hi rend="sup">2</hi>. Necessario per la comprensione del rapporto tra l’immaginazione, il sogno, la natura e i<lb/>gradi della coscienza in Descartes e i Cartesiani, <hi rend="smcap">G. Rodis-Lewis</hi>,<hi rend="it"> Le problè
me de l’inconscient et le<lb/>cartésianisme</hi>, Paris 1950. Un esempio della applicazione della filosofia analitica alla gnoseologia<lb/>cartesiana, con interessanti osservazioni sugli stati della coscienza in Descartes, è il lavoro di<lb/><hi rend="smcap">G. Ryle</hi>,<hi rend="it"> The Concept of Mind</hi>, London 1949 (Torino 1955). Nel caso del pensiero di Spinoza la<lb/>bibliografia critica in lingua italiana è attualmente la più ricca di spunti: cfr. <hi rend="smcap">F. Mignini</hi>,<hi rend="it"> Ars<lb/>imaginandi. Apparenza e rappresentazione in Spinoza</hi>, Napoli 1981; <hi rend="smcap">P. Cristofolini</hi>,<hi rend="it"> Spinoza e la gioia</hi>, in<lb/><hi rend="it">Spinoza nel 350° anniversario della nascita</hi>, a cura di E. Giancotti, Napoli 1985, pp. 197-204; <hi rend="smcap">G. Seme-<lb/>rari</hi>,<hi rend="it"> La teoria spinoziana dell’immaginazione</hi>, in <hi rend="smcap">AA. VV.</hi>,<hi rend="it"> Studi in onore di Antonio Corsano</hi>, Manduria<lb/>1970, pp. 747-764; <hi rend="smcap">F. Haddad-Chamakh</hi>,<hi rend="it"> L’imagination chez Spinoza</hi>, in<hi rend="it"> Studi sul Seicento e sulla<lb/>immaginazione</hi>, a cura di <hi rend="smcap">P. Cristofolini</hi>, Pisa 1985, pp. 75-94; ancora utile il saggio di <hi rend="smcap">G. Deleu-<lb/>ze</hi>,<hi rend="it"> Spinoza et le problème de l’expression</hi>, Paris 1967, in particolare le pp. 299-311 dove l’autore con-<lb/>fronta la teoria spinoziana dell’espressione con quella di Leibniz.</note>.</p>
         <p><hi rend="it">Immaginazione e metafisica delle sostanze</hi></p>
         <p>I. Diversamente dagli altri grandi Moderni del suo secolo, per Leibniz la trat-<lb/>tazione della immaginazione non si colloca entro la discussione gnoseologica<lb/>sulla origine delle idee, né riguarda espressamente la loro classificazione; egli<lb/>inoltre si distacca nettamente dalla posizione degli empiristi perché, nella<lb/>gerarchia dei problemi filosofici, non considera la questione dell’origine delle<lb/>idee degna di una posizione preminente. In questo egli è esplicito: nelle prime<lb/>osservazioni sull’<hi rend="it">Essay</hi> di Locke afferma che</p>
         <p>la question de l’origine de nos idées et de nos maximes n’est pas préliminaire en<lb/>philosophie, et il faut avoir fait des grands progrès pour la bien résoudre. Je crois<lb/>cependant de pouvoir dire, que nos idées (memes celles des choses sensibles) viennent<lb/>de notre propre fonds, dont on pourra mieux juger par ce que j’ay publié touchant la<lb/><pb n="39" facs="LP3_39.jpg"/>nature et communication des substances, et touchant ce qu’on appelle l’union de l’ame<lb/> avec le corps<note xml:id="ftn3" place="foot" n="3">
              <hi rend="smcap">G. W. Leibniz</hi>,<hi rend="it"> Quelques remarques sur le livre de Mons. Lock intitulé Essay of understanding</hi>, in<lb/><hi rend="it">Samtliche Schriften und Briefe</hi>, Berlino-Darmstadt 1923 sgg., Reihe VI, bd. VI, p. 6 (d’ora in poi AK<lb/>seguita in numero romano dall’indicazione della serie e del volume e in numero arabo dall’indi-<lb/>cazione della pagina). Le altre edizioni principali delle opere,<hi rend="it"> Die philosophischen Schriften von<lb/>G. W. Leibniz</hi>, bd. I-VII, Berlin 1875-1890 e<hi rend="it"> Mathematische Schriften</hi>, bd. I-VII, Berlin-Halle 1859-<lb/>1863, curate da<hi rend="smcap"> C. J. Gerhardt</hi>, verranno citate rispettivamente con le sigle GP e GM seguite<lb/>dall’indicazione del volume e della pagina. Di altre edizioni utilizzate e di nostre traduzioni si<lb/>darà conto nelle note. I<hi rend="it"> corsivi</hi> nelle citazioni sono sempre nostri.</note>.</p>
         <p>Alla base del problema della immaginazione sta quindi la teoria leibnizia-<lb/>na della sostanza che da un lato nega ogni dicotomia radicale tra attività e<lb/>passività, tra percezione e intellezione, e dall’altro, ogni contatto fisico tra cor-<lb/>po ed anima, perchè metafisicamente regolati attraverso l’armonia prestabilita.<lb/>Anche la discussione sulle facoltà dell’anima e dell’uomo scaturisce dalla<lb/>necessità di distinguere i vari gradi delle sostanze, magari per trovare tra di<lb/>esse una qualche continuità, piuttosto che dalla urgenza di verificare attraverso<lb/>un preliminare esame delle facoltà la validità delle conoscenze acquisite. Pri-<lb/>ma di tutto occorrerà stabilire a quale grado della sostanza appartiene l’imma-<lb/>ginazione. È assolutamente impossibile che l’immaginazione sia una facoltà<lb/>attribuibile alla materia pura, inesistente per Leibniz, tanto più che nella mate-<lb/>ria non è dato individuare nessuna modificazione intelligibile e che quindi essa<lb/>non potrà essere che modo della sostanza, caratteristica della monade in uno o<lb/>in alcuni dei suoi gradi<note xml:id="ftn4" place="foot" n="4">AK, VI, VI, 66 (<hi rend="it">Nouveaux Essais</hi>). Sulla questione se la materia può pensare vedi anche<lb/>la polemica tra il Locke e il vescovo Stillingfleet oggetto del<hi rend="it"> Compte rendu</hi> e delle<hi rend="it"> Réflexions</hi> leib-<lb/>niziani del 1698-1699, AK, VI, VI, 16-34.</note>.</p>
         <p>Per l’immaginazione vale ciò che a maggior ragione vale per il pensiero e<lb/>cioè che essa non può essere generata da nessuna semplice «conjonction<lb/>machinale», perché non è «chose naturelle à la matière de sentir et de penser,<lb/>et cela ne peut arriver chez elle que de deux façons, dont l’une sera que Dieu<lb/>y joigne une substance, à qui soit naturel de penser, et l’autre que Dieu y met-<lb/>te la pensée par miracle»<note xml:id="ftn5" place="foot" n="5">AK, VI, VI, 67.</note>. A questo livello, l’accordo con il cartesianismo<lb/>antispinozista è totale, mentre il disaccordo emergerà quando dalla unicità del-<lb/>la<hi rend="it"> res cogitans</hi> Leibniz passerà alla pluralità delle entelechie o monadi e dovrà<lb/>affrontare il problema della loro gerarchia. Ma, se per mostrare questo disac-<lb/>cordo basterà anche solo confrontare quale sia stata la soluzione data dai carte-<lb/>siani al problema dell’anima delle bestie – caso esemplare per ogni pretesa<lb/><pb n="40" facs="LP3_40.jpg"/>gerarchia sostanziale<note xml:id="ftn6" place="foot" n="6">«Je crois, qu’elles [les bêtes] ont du sentiment et des ames immaterielles (à proprement<lb/>parler), et aussi peu périssables que les atomes le sont chez Democrite ou Gassendi ; au lieu que<lb/>les Cartesiens embarassez sans sujet des ames des bêtes, et ne sachant ce qu’ils en doivent faire si<lb/>elles se conservent (faute de s’aviser de la conservation de l’animal réduit en petit), ont esté<lb/>forcés de refuser même le sentiment aux bêtes contre toutes les apparences et contre le jugement<lb/>du genre humain», AK, VI, VI, 67. Un testo esemplare sulla gerarchia delle sostanze,<hi rend="it"> Genera<lb/>Terminorum. Substantiae</hi>, è stato recentemente edito in AK, VI, IV-1 (Vorausedition, Faszikel 1),<lb/>166-168.</note> – senza bisogno alcuno qui di addentrarsi sul<hi rend="it"> quomodo<lb/></hi>del sentire delle bestie, è solo nel confronto con Locke e l’empirismo, quando<lb/>risulterà indispensabile definire il contenuto e la qualità dell’atto umano di<lb/>pensiero, che Leibniz riaffronterà il problema delle facoltà sostanziali e avrà<lb/>cura di distinguere l’uso e il significato dei termini che indicano di volta in<lb/>volta il loro ambito di applicabilità.</p>
         <p>II. Esaminando le occorrenze dei termini<hi rend="it"> imaginatio/imagination/imaginer</hi> e<hi rend="it"> ima-<lb/>go/image</hi> nel lessico filosofico leibniziano<hi rend="sup">7</hi>
            <note xml:id="ftn7" place="foot" n="7">
               <p>Abbiamo utilizzato il primo stadio del nuovo<hi rend="it"> Leibniz-Index</hi> dell’edizione Gerhardt dei<lb/><hi rend="it">Philosophische Schriften</hi>, preparato a Toronto da<hi rend="smcap"> R. Mc Rae</hi>, <hi rend="smcap">G. Hunter</hi>, <hi rend="smcap">W. Seager</hi>, <hi rend="smcap">M. Miles</hi> e<lb/><hi rend="smcap">R. Finster</hi> (che ringraziamo per averci messo a disposizione le microfiches). L'indice informa-<lb/>tizzato è in corso di stampa presso l’editore Olms di Hildesheim. L’indice contiene solo lo spo-<lb/>glio degli scritti cosiddetti filosofici di Leibniz e non degli scritti dei corrispondenti o delle note<lb/>del curatore. Le occorrenze, compresive di tutti i termini anche grammaticali, latini e francesi,<lb/>della radice<hi rend="it"> imag.</hi> sono 370 e nel<hi rend="it"> citation listing</hi> vanno dalla pagina 5, 840 alla pagina 5, 850.</p>
            </note>, possiamo ben distinguere due mo-<lb/>menti di uso diverso che corrispondono a due momenti di diversa consapevo-<lb/>lezza e di diversa intenzione filosofica: in un caso, maggiore per numero, le<lb/>occorrenze sono di tipo transitivo e stanno equivocamente per<hi rend="it"> pensare</hi>,<hi rend="it"> ammette-<lb/>re</hi>,<hi rend="it"> concepire</hi>,<hi rend="it"> supporre</hi> e tutti gli altri termini denotanti un atto di coscienza qual-<lb/>siasi, mentre nell’altro, concentrato discorsivamente intorno alla discussione<lb/>con Locke, le occorrenze sono specifiche e intendono distinguere un atto di<lb/>tipo inferiore, incompleto quale quello dell’immaginare, rispetto all’atto supe-<lb/>riore del pensare, specifico dell’uomo razionale. I due momenti lessicali non<lb/>sono solo cronologici, perché sono immediato indice anche del tipo di discorso<lb/>che Leibniz tiene in quello o in quell’altro testo, in quella o quell’altra pro-<lb/>spettiva del suo complicato sistema, prima o dopo il suo definitivo stabilizzar-<lb/>si: a partire dagli anni Novanta tutti gli argomenti filosofici leibniziani cerche-<lb/>ranno di rendere ogni principio ontologico, gnoseologico o morale coerente<lb/>con una riflessione sulla sostanza assolutamente «trasparente», cioè aperta e<lb/>
            <lb/><pb n="41" facs="LP3_41.jpg"/>disponibile ad un modello generale di razionalità che risulti valido sia per la<lb/>prospettiva divina che per quella umana<note xml:id="ftn8" place="foot" n="8">Per sistema «trasparente» indichiamo il contrario di quel «systeme sourd» di cui parla<lb/>Leibniz in un bel passo della<hi rend="it"> Préface</hi> ai<hi rend="it"> Nouveaux Essais</hi>: «Il n’est pas arbitraire à Dieu de donner<lb/>indifferemment aux substances telles ou telles qualités; et il ne leur en donnera jamais que celles<lb/>qui leur seront naturelles, c’est à dire qui pourront estre derivées de leur nature comme des<lb/>modifications explicables... Ce qui est naturel doit pouvoir devenir concevable distinctement, si<lb/>l’on etoit admis dans les secrets des choses. Cette distinction entre ce qui est naturel et explica-<lb/>ble, et ce qui est inexplicable et miraculeux leve toutes les difficultées : en la rejettant, on sou-<lb/>tiendroit quelque chose de pis que les qualités occultes et on renonceroit en cela à la philoso-<lb/>phie et à la raison, en ouvrant des asyles à l’ignorance et à la paresse, par un<hi rend="it"> systeme sourd</hi>, qui<lb/>admet non seulement qu’il y a des qualités que nous n’entendons pas, dont il n’y en a que trop,<lb/>mais aussi qu’il y en a que le plus grand esprit, si Dieu lui donnoit toute l’ouverture possible, ne<lb/>pourroit pas comprendre, c’est à dire qui seroient ou miraculeuses ou sans rime et sans raison;<lb/>et cela même seroit sans rime et sans raison, que Dieu fit des miracles ordinairement. De sorte<lb/>que cette hypothese faineante détruiroit également nostre Philosophie qui cherche des raisons,<lb/>et la divine sagesse qui les fournit», AK, VI, VI, 66.</note>.</p>
         <p>Ora, nella filosofia di Leibniz la teoria della conoscenza dipende dalla<lb/>teoria della sostanza senza che a causa di ciò lo studio dei modi e dei contenuti<lb/>del pensare risulti impoverito e dogmaticamente determinato, perché anzi<lb/>esso, diversamente da ciò che avveniva presso i filosofi coevi, si avvarrà della<lb/>possibilità di instaurare un continuo e più concreto confronto tra diversi<lb/>modelli e diversi luoghi della sensibilità e della pensabilità, per concentrarsi in<lb/>definitiva sulla interconnessione metafisica di animalità e spiritualità, naturali-<lb/>tà e grazia. Prova ne sia che l’esame della facoltà intellettiva e della teoria<lb/>delle idee, nel<hi rend="it"> Discours de Metaphysique</hi> del 1686, il primo completo abbozzo del<lb/>sistema filosofico di Leibniz, si trova, insieme all’analisi della volontà, all’ini-<lb/>zio di quel percorso ascendente destinato, nella fenomenologia dell’essere, alle<lb/>sostanze immateriali affinché possano riunirsi al Dio da cui dipendono<note xml:id="ftn9" place="foot" n="9">GP, IV, 448 sgg., §§ 23-29.</note>. La<lb/>conoscenza intellettuale, ordinata al vero, e l’azione morale, ordinata al bene,<lb/>rappresentano le due vie a disposizione delle sostanze spirituali per elevarsi a<lb/>Dio e per riconoscerne la saggezza e l’amore, ma corrispondono anche allo<lb/>sviluppo massimo o grado sommo che le due distinte facoltà costitutive di ogni<lb/>sostanza, anche la più infima, la percezione e la spontanea appetizione, posso-<lb/>no raggiungere<note xml:id="ftn10" place="foot" n="10">La formulazione leibniziana più conosciuta delle due facoltà sostanziali primarie è ai<lb/>§§ 14-15 della<hi rend="it"> Monadologia</hi> e ai §§ 3-4 dei<hi rend="it"> Principi della natura e della grazia fondati sulla ragione</hi>, GP,<lb/>VI, 608-609 e 598-599.</note>. Questa possibilità di perfezione si dà però dopo un lungo<lb/>percorso dimostrativo, ben lontana dalla discussione sulle origini divine della<lb/>vita e sul mistero della creazione che apre invece il ragionamento, rappresen-<lb/>tandone una sorta di apoteosi finale e di giustificazione retrospettiva. Leibniz<lb/><pb n="42" facs="LP3_42.jpg"/>ne aveva costruito le condizioni in virtù del principio di continuità, costante-<lb/>mente verificato in tutte le sue esperienze intellettuali – il principio di conti-<lb/>nuità del calcolo infinitesimale, la finalità immanente insita nella considerazio-<lb/>ne dinamica dell’universo, la dottrina preformatrice della nuova biologia – e<lb/>grazie al quale si riammetteva sulla scena filosofica, potenziandola nella teoria<lb/>della infinita perfettibilità, la teoria aristotelica della gerarchia delle forme<lb/>sostanziali o «unità sostanziali»<note xml:id="ftn11" place="foot" n="11">GP, IV, 435-436, §§ 10-12;<hi rend="it"> ivi</hi>, 473-474. Cfr. anche il<hi rend="it"> De ipsa natura</hi> del 1697 dove per<lb/>la prima volta in un testo pubblico Leibniz traduce «forma sostanziale» e «entelechia» con «mo-<lb/>nade», GP, IV, 511. La differenza con Aristotele sta nel fatto che Leibniz con «entelechia» o<lb/>«monade» non intende l’azione opposta alla potenza, bensì una tendenza intermedia tra la<lb/>potenza e l’atto, né soprattutto intende una perfezione assoluta quanto piuttosto una «certa per-<lb/>fezione ed una certa autosufficienza»,<hi rend="it"> Monadologia</hi> § 18,<hi rend="it"> Essais de Théodicée</hi>, I, § 87. Ciò è conse-<lb/>guente al riordino gerarchico delle monadi attuato dal Leibniz, dove il termine «entelechia»<lb/>resta ad indicare solo le sostanze semplici, prima delle anime e degli spiriti o anime ragionevo-<lb/>li.</note> e si poteva procedere senza esitazioni lungo<lb/>la strada del ‘diritto animale’ fino al deciso riconoscimento dell’anima delle<lb/>bestie come esempio «popolare» del regno della metafisica<note xml:id="ftn12" place="foot" n="12">L’espressione «notion populaire», equivalente all’espressione<hi rend="it"> notions de l’imagination
</hi>, è<lb/>leibniziana e si trova nei<hi rend="it"> Nouveaux Essais</hi>, (II, 21, 71) AK, VI, VI, 209: «Il y avoit un tems que...<lb/>on pouvoit rejetter les Antipodes, lorsqu’on ne vouloit point joindre les Mathematiques aux<lb/><hi rend="it">notions populaires</hi>; et on le pouvoit avec autant de raison qu’on en peut avoir maintenant pour<lb/>rejetter l’autre vie, lorsqu’on ne veut point joindre la vraye Métaphysique aux<hi rend="it"> notions de l’imagina-<lb/>tion</hi>. Car il y a trois degrés des Notions, ou idées, savoir notions populaires, Mathématiques, et<lb/>Métaphysiques». Nel<hi rend="it"> Discours de Meth.</hi> (GP, IV, 452, § 27) le «notion populaires» sono le nozioni<lb/>«à la maniere d’Aristote, au lieu que Platon va plus au fond».</note>.</p>
         <p>La scala degli esseri risulterà definitiva solo nel 1695 quando nel<hi rend="it"> Systeme<lb/>nouveau</hi> Leibniz distinguerà le forme sostanziali o monadi nude o entelechie<lb/>dalle sostanze dotate di anima e quindi dalle anime dotate di ragione o spiri-<lb/>ti<note xml:id="ftn13" place="foot" n="13">GP, IV, 467-487.</note>. Come si passi da uno all’altro dei tre regni sostanziali è questione com-<lb/>plessa – Leibniz ammette che la nascita di uno spirito, di una coscienza umana,<lb/>ha a che fare con il regno della grazia e non semplicemente con quello della<lb/>natura<note xml:id="ftn14" place="foot" n="14">«Je jugeois pourtant qu’il n’y falloit point mêler indifferemment ou confondre avec les<lb/>autres formes ou ames les Esprit ni l’ame raisonnable, qui sont d’un ordre supérieur, et ont<lb/>incompareblement plus de perfection que ces formes enfoncées dans la matiere qui se trouvent<lb/>partout à mon avis, estant comme des petits Dieux au prix d’elles, fait à l’<hi rend="it">image</hi> de Dieu, et ayant<lb/>en eux quelque rayon des lumieres de la Divinité. C’est pourquoy Dieu gouverne les Esprits,<lb/>comme un Prince gouverne ses sujets, et comme un pere a soin de ses enfans ; au lieu qu’il<lb/>dispose des autres substances, comme un Ingenieur manie ses machines. Ainsi les esprits ont des<lb/>loix particulieres, qui les mettent au dessus des revolutions de la matiere par l’ordre meme que<lb/>Dieu y a mis», GP, IV, 479-480. Nel<hi rend="it"> Système Nouveau</hi> troviamo, a nostra conoscenza, anche l’uni-<lb/>co luogo dove Leibniz, quando deve distinguere tra l’ordine spirituale delle anime e l’ordine<lb/>materiale delle creature, accenna ad una distinzione tra la sensibilità umana e quella animale:<lb/>«J’adjouteray qu’il semble que la sensibilité et la douleur des bestes est tout d’une autre nature<lb/>que la nostre, et ne sçauroit les rendre malheureuses, fautes de reflexions. C’est pour repondre à<lb/>ceux qui s’imaginent que si elles avoient des ames, la justice de Dieu seroit blessés à leur égard».<lb/>(475). Il carattere dubitativo della frase e il confronto paleografico con i manoscritti – del testo<lb/>ad Hannover conserviamo almeno tre copie autografe alquanto diverse –, dove essa non compa-<lb/>re nella prima redazione, ci convincono a considerarla in parte estemporanea perché per Leibniz<lb/>la sensibilità degli esseri animali e degli esseri umani è qualitativamente la medesima. Originale<lb/>dell’uomo è solo la riflessione sul dolore, che rientra nei caso più ampio della riflessione sulle<lb/>sensazioni.</note> – ma ora non essenziale come invece è l’osservare che i tre tipi di<lb/>
            <lb/><pb n="43" facs="LP3_43.jpg"/>sostanze si differenziano eminentemente per il diverso sviluppo che in esse<lb/>hanno le comuni facoltà percettive ed appetitive. La sostanza della vita anima-<lb/>le è tale in virtù del passaggio da una percezione ed appetizione primitive ad<lb/>una facoltà mnemonica che consente associazioni e consecuzioni empiriche<lb/>dotate di senso, mentre le anime dotate di ragione, gli Spiriti, si caratterizzano<lb/>per un gioco della riflessione nella quale le due facoltà primigenie trovano<lb/>pieno sviluppo quando giungono alla conoscenza delle verità eterne e alla<lb/>autentica volontà di amare: fatti ad immagine di Dio, «quasi de sa race, ou<lb/>comme enfans de la maison... eux seuls peuvent servir librement et agir avec<lb/>connaissance à l’imitation de la nature divine»<note xml:id="ftn15" place="foot" n="15">GP, IV, 461 (§ 36 del<hi rend="it"> Discours de Meth.</hi>); cfr.<hi rend="it"> ivi</hi>, 436, § 12.</note>.</p>
         <p>III. La riflessione leibniziana sulla immaginazione e sui suoi contenuti è esatta-<lb/>mente contenuta nell’ambito teorico che abbiamo definito del ‘diritto anima-<lb/>le’, che rappresenta solo una tappa del diritto naturale razionale, e dove, se<lb/>l’esercizio della vita ha sempre l’aspetto di un «conoscere», nondimeno non è<lb/>data mai la facoltà di «riconoscersi» e di amare se stessi e il creatore<note xml:id="ftn16" place="foot" n="16">Cfr.<hi rend="it"> De natura mentis et corporis </hi>e<hi rend="it"> Origo animarum et mentium</hi>, in AK, VI, IV-2.</note>.</p>
         <p>Oltre la zona dell’immaginazione il gioco della riflessione umana si carica<lb/>di responsabilità nuove, perché non opera su di una facoltà semplice e sponta-<lb/>nea, bensì su di una facoltà razionale complessa e indefinibile in termini orga-<lb/>nicistici, entro la quale «le occasioni fornite dai sensi e i successi delle espe-<lb/>rienze servono da conferma della ragione», e valgono piuttosto come verifica<lb/>a posteriori del reale logico o come occasioni di quell’«attention» da cui pren-<lb/>de l’avvio ogni processo razionale<note xml:id="ftn17" place="foot" n="17">«Il est vray qu’il ne faut point s’imaginer, qu’on puisse lire dans l’ame ces éternelles loix<lb/>de la raison à livre ouvert, comme l’Edit du Preteur se lit sur son album, sans peine et sans<lb/>recherches ; mais c’est assez qu’on le puisse decouvrir en nous à force d’<hi rend="it">attention</hi> ; a quoy les<lb/>occasions sont fournies par les sens, et le succès des experiences sert encore de confirmation à la<lb/>raison, à peu prés comme les épreuves servent dans l’arithmetique pour mieux eviter l’erreur du<lb/>calcul quand le raisonnement est long», AK, VI, VI, 50. Che l’attenzione sia una attitudine<lb/>propria dell’uomo che ragiona è indiscutibile, ma occorre precisare che nel pensiero leibniziano<lb/>l’«attention» non si carica dei significati mistici e radicali che troviamo nella filosofia di Male-<lb/>branche e che anzi essa, stando alla costante associazione leibniziana dell’attenzione con la<lb/>memoria, può in un certo senso essere attribuita anche alle bestie, cfr. <hi rend="it">Monadologia</hi> § 26. «Toute<lb/>attention demande de la mémoire, et quand nous ne sommes point avertis pour ainsi dire, de<lb/>prendre garde à quelques unes de nos propres perceptions présentes, nous les laissons passer<lb/>sans reflexions, et mêmes sans les remarquer» (AK, VI, VI, 54): l’attenzione risulta essere per-<lb/>tanto la capacità di richiamare allo spirito ciò che «percepiamo» per «appercepirlo» distinta-<lb/>mente, secondo un processo di progressiva messa a fuoco di parti dello scenario interiore della<lb/>nostra sostanza, costituito, anche nel sonno più profondo, da una quantità infinita di «petites<lb/>perceptions». Sull’«attention» in Malebranche cfr.<hi rend="smcap"> P. Blanchard</hi>, <hi rend="it">L’attention à Dieu selon Male-<lb/>branche. Méthode et doctrine</hi>, Paris 1956.</note>.</p>
         <pb n="44" facs="LP3_44.jpg"/><p>L’esempio di una facoltà elementare è dato proprio dalla facoltà associati-<lb/>va delle bestie, che risultano solo capaci di stabilire una semplice «connexion<lb/>d’imagination, passage d’une image à un’autre... comme si les choses estoient<lb/>liées en effect parce que leur images le sont dans la memoire»<note xml:id="ftn18" place="foot" n="18">AK, VI, VI, 51, <hi rend="it">Préface</hi>.</note>. «Les bestes<lb/>passent d’une imagination à un’autre par la liaison qu’elles y ont sentie autres-<lb/>fois; par exemple quand le maistre prend un baston, le chien apprehende d’es-<lb/>tre frappé...»<note xml:id="ftn19" place="foot" n="19">AK, VI, VI, 143.</note>.</p>
         <p>Quando Leibniz parla dell’immaginazione riferendosi al concreto modello<lb/>animale essa si presenta come una elementare facoltà di connessione delle per-<lb/>cezioni, creatrice di «ombre di ragionamento»<note xml:id="ftn20" place="foot" n="20">AK, VI, VI, 51.</note>, ma sprovvista di quella forza<lb/>di connessione reale o necessaria atta a legare realmente gli effetti e le cause, a<lb/>«etablir des regles sures» di comportamento così da poter «prévoir l’evene-<lb/>ment sans avoir besoin d’experimenter les liaisons sensibles des images»<note xml:id="ftn21" place="foot" n="21"><hi rend="it">Ibidem</hi>.</note>. Al<lb/>punto che – prosegue Leibniz – «ce qui justifie les principes internes des vérités<lb/>necessaires, distingue l’homme de la beste»<note xml:id="ftn22" place="foot" n="22">
            <p><hi rend="it">Ibidem</hi>. È interessante notare la traduzione dell’argomento nella vita pratica e l’uso<lb/>sostantivato che Leibniz fa del termine di «empirico» per indicare in negativo anche una cate-<lb/>goria di uomini e soprattutto per attribuire carattere immutabile al mondo animale, mentre<lb/>quello umano è caratterizzato dal cambiamento continuo e progressivo: «Les connoissances des<lb/>hommes et celles des betes sont differentes: les betes sont purement empiriques et ne font que<lb/>se régler sur les exemples, car, autant qu’on peut juger, elles n’arrivent jamais à former des<lb/>propositions necessaires, au lieu que les hommes sont capables de sciences demonstratives, en<lb/>quoy la faculté, que les betes ont, de faire des consecutions, est quelque chose d’inferieur à la<lb/>raison qui est dans les hommes. Les consecutions des betes sont purement commes celles des<lb/>simples empiriques, qui pretendent que ce qui est arrivé quelque fois arrivera encore dans un<lb/>cas où ce qui le frappe est pareil, sans être pour celà capables de juger, si les mêmes raisons<lb/>subsistent. C’est par là qu’il est si aisé aux hommes d’attraper les betes, et qu’il est si facile aux</p>
               <p>
                  <lb/>simples empiriques de faire des fautes; de quoy les personnes devenues habiles par l’age et par<lb/>l’experience ne sont pas même exemptes, lorqu’elles se fient trop à leur experiences passée ;<lb/>comme cela est arrivé à plusieurs dans les affaires civiles et militaires, parce qu’on ne considere<lb/>point assés que le monde change, et que les hommes deviennent plus habiles, en trouvant mille<lb/>adresses nouvelles ; au lieu que les cerfs ou les lievres de ce temps ne deviennent pas plus rusés<lb/>que ceux du temps passé», AK, VI, VI, 50. Le stesse espressioni negli <hi rend="it">Essais de Théodicée</hi>,<lb/>Discours § 65.</p>
            </note>.</p>
         <pb n="45" facs="LP3_45.jpg"/><p>Leibniz approfondisce ulteriormente la differenza quando la specificità<lb/>dell’uso umano della facoltà cognitiva è messa in discussione dalle posizioni<lb/>scettiche ed empiriste dei sostenitori della<hi rend="it"> tabula rasa</hi> e dell’origine sensibile<lb/>delle idee<note xml:id="ftn23" place="foot" n="23">L’argomentazione contro la <hi rend="it">Tabula rasa</hi> di Aristotele, ripresa dal Locke, è costantemente<lb/>presente negli scritti leibniziani a partire già dalla <hi rend="it">Dissertatio</hi> del 1666.</note>. A spiegare la cautela con cui aveva imparato a muoversi tra con-<lb/>cetti antichi, basta osservare come Leibniz nei<hi rend="it"> Nouveaux Essais</hi> giunge a fare<lb/>ammenda di un uso non sempre attento dei termini che ci interessano. In un<lb/>punto in cui discute il riduzionismo filosofico cartesiano che enumera in due<lb/>soli, il movimento e il pensiero, gli attributi conoscibili della sostanza e della<lb/>sua azione, afferma perentoriamente: «Je croirois qu’on pourroit se servir d’un<lb/>mot plus general, que de celui de pensée, savoir celui de perception ; en n’at-<lb/>tribuant la pensée qu’aux esprit, au lieu que la perception appartient à toutes<lb/>les entelechies. Mais je ne veux pas pourtant contester à personne la liberté de<lb/>prendre le terme de pensée dans la même generalité. Et moy même je l’auray<lb/>peut estre fait quelques fois sans y prendre garde»<note xml:id="ftn24" place="foot" n="24">AK, VI, VI, 210.</note>. Più oltre, quando affron-<lb/>ta la spiegazione lockiana della conoscenza sensitiva, terzo grado di conoscenza<lb/>dopo quello intuitivo e quello dimostrativo, nega che possa reggere la distin-<lb/>zione proposta dal filosofo inglese tra «idée renouvelée par le secours de la<lb/>memoire» e l’idea «qui nous vient actuellement par le secours des sens».<lb/>«Vous avez raison de dire – afferma il Leibniz – qu’il y a de la difference pour<lb/>l’ordinaire entre le sentiment et les imaginations ; mais les Sceptiques diront<lb/>que le plus et le moins ne varie point l’espece. Quoique les sentimens ayent<lb/>coutume d’éstre plus vifs que les imaginations, l’on sait pourtant qu’il y a des<lb/>cas où des personnes imaginatives sont frappées par leur imaginations autant ou<lb/>peut estre plus qu’un autre l’est par la verité des choses»<note xml:id="ftn25" place="foot" n="25"><hi rend="it">Ivi</hi>, 373-374.</note>.</p>
         <p>IV. Se ogni atto interiore può anche essere detto pensare non ogni pensiero<lb/>può essere però attribuito a tutti gli esseri. Il ragionamento leibniziano diventa<lb/>più chiaro se si esamina la sua traduzione nei termini del rapporto tra azione e<lb/>passione, dove è più facile cogliere all’opera il modello generale del rapporto<lb/>
            <lb/><pb n="46" facs="LP3_46.jpg"/>che si instaura tra sensibilità e ragione e tra immaginazione ed intelletto. Si<lb/>tratta in questo caso di esaminare un uso originale del termine «image» nel<lb/>senso di una attribuzione provvisoria di senso che il pensiero umano, per<lb/>ragioni di comodità, opera nei confronti della realtà materiale esterna nel suo<lb/>presentarsi come fenomeno.</p>
         <p>Prenant Action pour un exercice de la perfection et la passion pour le contraire,<lb/>il n’y a de l’action dans les véritables sostances, que lorsque leur perceptions (que je<lb/>donne à toutes) se developpe et devient plus distincte, comme il n’y a de passion que<lb/>lorsque elle devient plus confuse... Quant au mouvement ce n’est qu’un phenomene<lb/>réel parce que la matiere et la masse n’est pas une substance. Cependant il y a une<lb/><hi rend="it">image</hi> de l’action dans le mouvement, comme il y a un'<hi rend="it">image</hi> de la substance dans la<lb/>masse... et on peut dire que le corps agit, quand il y a de la spontaneité dans son<lb/>changement et qu’il patit quand il est poussé ou empeché par un autre<note xml:id="ftn26" place="foot" n="26">
            <p> <hi rend="it">Ivi</hi>, 210-211. Si noti come per Leibniz l’idea di perfezione sia strettamente legata a quella<lb/>metafisica di azione, il cui manifestarsi è riassunto nella nozione razionale di forza, da cui<lb/>discendono, depotenziate, le immagini puramente mondane del movimento e della massa. Tan-<lb/>to è vero che in più luoghi Leibniz tenta audacemente di associare un’energia attiva – il conato –<lb/>anche al pensiero, così facendo separandolo radicalmente da ogni altro tipo di esperienza cono-<lb/>scitiva: «Cogitatio est activa quaedam repraesentatio multorum simul facta in re per se una...<lb/>Activam volo. Nam ex omni cogitatione sua natura statim sequitur conatus agendi seu voluntas<lb/>quaedam», in<hi rend="smcap"> Mollat</hi> ed., <hi rend="it">Mitteilungen aus Leibnizens ungedruckten Schriften</hi>, Leipzig 1893, p. 4. Nel<lb/>corso degli anni Leibniz abbandonerà la nozione hobbesiana di conato (Cfr. <hi rend="it">De primae philosophiae<lb/>emendatione et de notione substantiae</hi> 1694, GP, IV, 468) e nell’ambito della riflessione sul pensiero<lb/>approfondirà piuttosto il rapporto tra conoscenza e volontà, che meglio si adattava alla argo-<lb/>mentazione etico-giuridica. Il suo intellettualismo etico consisterà proprio nel dare fondamento<lb/>razionale alla volontà, situando anch’essa nell’intimo dell’atto di pensiero che, considerato solo<lb/>dal punto di vista del contenuto conoscitivo resta infecondo, mentre acquisisce significato pieno solo se<lb/>considerato comprensivo del momento pratico interiore ed esteriore, nell’appagamento della<lb/>coscienza e nella deliberazione pratica. «Per perfezione – dice Leibniz – io intendo ogni eleva-<lb/>zione dell’essere: infatti come una malattia è una depressione e un decadimento dello stato di<lb/>salute, così la perfezione è qualcosa che sta oltre la salute... Mentre la malattia deriva da un’azio-<lb/>ne lesiva la perfezione si manifesta con l’agire nella forza; infatti ogni essere consta di una certa<lb/>forza, e quanto più questa è grande, tanto più l’essere è libero e degno. Da ciò discende che<lb/>nulla favorisce la felicità di più dell’illuminazione dell’intelletto e la pratica della volontà di<lb/>agire sempre secondo l’intelletto, e tale illuminazione è da cercare specialmente nella conoscen-<lb/>za di quelle cose che possono elevare il nostro intelletto ad una luce sempre più alta, perché ne<lb/>discende un continuo progresso nella sapienza e nella virtù, quindi anche nella perfezione e<lb/>nella gioia», <hi rend="it">Von der Glückseligkeit</hi>, in<hi rend="smcap"> Erdmann</hi> ed.,<hi rend="it"> G. G. Leibnizii opera philosophica quae extant...,</hi><lb/>Berlin 1939-1940, p. 672. La forza del pensiero non dipende quindi solo dal suo contenuto di<lb/>sapere, ma dal suo contenuto di azione, dal grado di perfezione e di felicità che esso consente di<lb/>raggiungere. Così, dirà Leibniz nei <hi rend="it">Nuovi Saggi</hi> che «pour le vrai bonheur moins de connoissance<lb/>suffit avec plus de bonne volonté : de sorte que le plus grand idiot y peut parvenir aussi aise-<lb/>ment que le plus docte et le plus habile» AK, VI, VI, 207. In ciò constatiamo una continuità<lb/>con il motivo cartesiano della «buona volontà» e del «buon senso» che nessun uomo veramente<lb/>saggio può considerare inferiori al proprio sapere, per quanto grande sia. Dal ragionamento<lb/>risulta inoltre evidente che la differenza tra l’uomo e le bestie può essere definita anche nei<lb/>termini di una differenza di volontà, perché queste, all’idiozia naturale non possono associare<lb/>nessuna illuminata buona volontà, ma solo un istinto alla sopravvivenza che le situa ai livelli<lb/>inferiori nella scala della perfezione, scala integrata di azione e di passione, senza per altro esclu-<lb/>derle dalla scala della felicità.</p>
            </note>.</p>
         <pb n="47" facs="LP3_47.jpg"/><p>Il corpo, essendo composto da parti, leibnizianamente parlando non può<lb/>essere una sostanza e nei suoi confronti «on peut dire qu’il y a quelque chose<lb/>de substantiel, dont l’unité, qui en fait comme un estre, vient de la pensée»<note xml:id="ftn27" place="foot" n="27">AK, VI, VI, 211.</note>.<lb/>Questo per quanto riguarda un «pensiero fenomenico» basato sulla estensione<lb/>immaginativa e confusa di caratteri reali a fenomeni di cui non è dato di cono-<lb/>scere analiticamente la struttura, mentre quando si tratta del pensiero riflessivo<lb/>bisogna distinguere con attenzione il momento in cui si vuole semplicemente<lb/>verificare l’esistenza di un legame e di una regolarità tra i fenomeni dal<lb/>momento in cui di tale legame si vuole verificare la possibilità logica, che sola<lb/>può garantire la sua non contraddittorietà: nel primo caso, un pensare di fatto,<lb/>«le vray Criterion... est la connession de ce qui se passe en differens lieux et<lb/>temps et dans l’esperience de differens hommes», mentre nel secondo caso «la<lb/>liaison des phenomenes qui garantit les verités de fait à l’egard des choses sen-<lb/>sibles hors de nous, se verifie par le moyen des verités de raison»<note xml:id="ftn28" place="foot" n="28"><hi rend="it">Ivi</hi>, 374-375. L’espressione «Criterion de verité» contrapposta alle insidie delle immagi-<lb/>nazioni, dei sogni e delle visioni, si ritrova anche in GP, VI, 404. Il pensiero di ragione attribui-<lb/>sce parvenza di razionalità anche al pensiero fenomenico, alla «liaison des phenomenes», senza<lb/>però darci una certezza di tipo metafisico dell’esistenza delle cose esterne su cui si applica, per-<lb/>ché: «Il faut avouer que cette certitude n’est pas du supreme degré... car il n’est point impossi-<lb/>ble, metaphysiquement parlant, qu’il y ait un songe suivi et durable comme la vie d’un hom-<lb/>me», <hi rend="it">ibidem</hi>. La risposta ultima di Leibniz è tutta interna alla distinzione tra realtà come oggetto<lb/>e realtà come verità. Essa può non esistere come Soggetto, ma se esiste come Oggetto della<lb/>nostra rappresentazione – secondo la classica distinzione «premoderna» tra soggettivo ed oggetti-<lb/>vo – il problema da risolvere può essere posto solo come problema della sua origine in noi,<lb/>come problema dell’origine e della forma dell’idea. Credere al sogno, continua Leibniz, sarebbe<lb/>«une chose aussi contraire à la raison que pourrait être la fiction d’un livre qui se formeroit par<lb/>le hazard en jettant pêle mele les caractères d’imprimerie. Au reste il est vrai aussi que pourvu<lb/>que les phenomenes soyent liés, il n’importe qu’on les appelle songes ou non, puisque l’expe-<lb/>rience montre qu’on ne se trompe point dans les mesures qu’on prend sur les phenomenes,<lb/>lorsqu’elles sont prises selon les verités de raison». Si consideri, per inciso, l’interesse di un<lb/>confronto dettagliato tra la figura del sogno in Descartes e in Leibniz.</note>.</p>
         <p>Di fondamentale importanza per cogliere la distinzione leibniziana tra un<lb/>pensare di fatto e un pensare secondo ragione è il legame instaurato dal filoso-<lb/>fo tra immaginazione e memoria. Quest’ultima risulta essere il supporto mate-<lb/>riale delle immaginazioni e, se da un lato è il luogo della loro limitazione,<lb/><pb n="48" facs="LP3_48.jpg"/>perché condizionata dalla presenza dell’esterno, che è il luogo della loro origi-<lb/>ne, dall’altro supera la condizione di supporto amorfo per trasformarsi in fuci-<lb/>na di associazioni materiali che hanno apparentemente il carattere di connes-<lb/>sioni reali. Così, ad esempio, in un importante passo dei<hi rend="it"> Nouveaux Essais</hi> trovia-<lb/>mo associate l’immaginazione e la memoria con la fantasia, i primi due come<lb/>termini distinti, il terzo, fantasia, come unico termine riassuntivo<note xml:id="ftn29" place="foot" n="29">
            <p>«Pour mieux entendre la source de la liaison non naturelle des idées, il faut considerer<lb/>ce que j’ay remarqué dejà en parlant du raisonnement des bestes, que l’homme aussi bien que la<lb/>beste est sujet à joindre par sa <hi rend="it">memoire</hi> et par son <hi rend="it">imagination</hi>, ce qu’il a remarqué joint dans ses<lb/>perceptions et ses experiences. C’est en quoy consiste tout le raisonnement des bestes... et sou-<lb/>vent celuy des hommes, entant qu’il sont empiriques et ne se gouvernent que par le sens et les<lb/>exemples, sans examiner si la même raison a encore lieu. Et comme souvent les raisons nous<lb/>sont inconnues, il faut avoir égard aux exemples à mesure qu’il sont frequens... Mais comme la<lb/>vehemence d’une impression très forte fait souvent autant d’effect tout d’un coup, que la fre-<lb/>quence et la repetition de plusieurs impressions mediocres en auroit pu faire à la longue, il<lb/>arrive que cette vehemence grave dans la <hi rend="it">phantaisie</hi> une image aussi profonde et aussi vive que la<lb/>longue experience, de là vient qu’une impression fortuite mais violente joint dans nostre <hi rend="it">imagina-<lb/>tion et dans nostre memoire</hi> deux idées qui dejà y estoient ensemble, tout aussi fortement et durable-<lb/>ment et nous donne le même panchant de les lier et des les attendre l’une en suite de l’autre,<lb/>que si un long usage en avoit verifié la connexion... L’autorité, le parti, la coustume font aussi le<lb/>même effect que l’experience et la raison et il n’est pas aisé de se delivrer de ces panchans»,<lb/>AK, VI, VI, 271. Se per Leibniz la fantasia si differenzi dalla immaginazione non è facile da<lb/>decidere, perché le occorrenze del termine fantasia sono scarse e di poco peso: nell’<hi rend="it">Index</hi>, cit.,<lb/>ne troviamo solo 7, tra le quali va citata GP, VII, 320, dove si legge anche «quas memoria aut<lb/>phantasia objicit». Ci pare però di poter affermare che con il termine fantasia Leibniz intende<lb/>preferibilmente qualche cosa di statico anziché di attivo e quindi qualche cosa che si avvicini<lb/>all’idea della memoria come magazzino delle impressioni, in quella parte dove esse hanno carat-<lb/>tere compiuto e vivo da assurgere alla dimensione di «phantasmata».</p>
            </note>.</p>
         <p>Immaginazione e memoria costituiscono un medesimo luogo interiore sia<lb/>per gli animali che per gli uomini e la differenziazione non potrà quindi che<lb/>situarsi al livello d’uso: la «retention» delle «perceptions» è la medesima,<lb/>perché avviene attraverso un elementare meccanismo di scambio tra esterno e<lb/>interno, mentre l’uso di quanto appreso si differenzia per la capacità dell’essere<lb/>razionale di contemplare a parte anche un altro tipo di conoscenze, quelle<lb/>innate. Ai semplici animali non è dato che servirsi della memoria, mentre agli<lb/>uomini è concesso lavorare dentro la memoria per distinguere l’acquisito<lb/>dall’innato anche quando questo sia già stato appercepito e memorizzato<note xml:id="ftn30" place="foot" n="30">Cfr. AK, VI, VI, 140 sgg. Nel corso della argomentazione leibniziana è da notarsi il<lb/>riferimento al linguaggio e alla parola come caratteristiche specifiche della natura umana nei<lb/>confronti di quella animale, incapace di astrazioni: «On remarque fort bien aussi que les bestes<lb/>qui parlent ne se servent point de paroles pour exprimer les idées generales, et que les hommes<lb/>privés de l’usage de la parole et des mots ne laissent pas de se faire d’autres signes generaux. Et<lb/>je suis ravi de vous [Locke] voir si bien remarquer icy et ailleurs les avantages de la nature<lb/>humaine», <hi rend="it">ivi</hi>, 142.</note>.<lb/><pb n="49" facs="LP3_49.jpg"/>Leibniz scrive anche di una «percezione delle immagini» come esercizio di<lb/>contemplazione dei processi associativi a livello mnemonico e fisiologico<note xml:id="ftn31" place="foot" n="31">«On retient aussi et on contemple les connoissances innées, et bien souvent on ne<lb/>sauroit distinguer l’inné de l’acquis. Il a aussi <hi rend="it">une perception des images</hi> ou qui sont déja depuis<lb/>quelque temps ou qui se forment de nouveau en nous», <hi rend="it">ivi</hi>, 140.</note> e<lb/>se lo spunto non sarà sviluppato più di tanto, pure richiama immediatamente<lb/>la visione di quel «bruit de la mer», metafora del rumore dell’universo, in cui<lb/>si compongono tutte le percezioni infinitesimali e infinite che regolano i rap-<lb/>porti tra presente, passato e futuro e i rapporti tra i corpi e le monadi<note xml:id="ftn32" place="foot" n="32">Metafora più volte ripetuta negli scritti leibniziani dopo il 1690: «Pour juger encore<lb/>mieux des petites perceptions, que nous ne saurions distinguer dans la foule, j’ay coutume de me<lb/>servir de l’exemple du mugissement ou du bruit de la mer dont on est frappé quand on est au<lb/>rivage», <hi rend="it">Nouveaux Essais...</hi>, AK, VI, VI, 54.</note>. Per-<lb/>cezioni la cui analisi distinta può essere ipotizzata solo a livello dell’intelletto<lb/>perché non è mai esauribile a livello di appercezione. Le piccole percezioni<lb/>sono quanto di più vicino allo spirituale esista nell’universo materiale ed è<lb/>grazie alla loro efficacia che si forma «ce je ne say quoi, ces gouts, ces<hi rend="it"> images des<lb/>qualités des sens</hi>, claires dans l’assemblage, mais confuses dans les parties»<note xml:id="ftn33" place="foot" n="33"><hi rend="it">Ivi</hi>, 54-55. La continuazione del passo contiene la celebre immagine del presente gravi-<lb/>do del futuro: «Ces impressions que les corps environnans font sur nous et qui enveloppent<lb/>l’infini ; cette liaison que chaque estre a avec tout le reste de l’univers. On peut même dire<lb/>qu’en conséquence de ces petites perceptions le present est plein de l’avenir, et chargé du passé,<lb/>que tout est conspirant (σύμπνοια πάντα, comme disoit Hippocrate), et que dans la moindre des<lb/>substances, des yeux aussi percans que ceux de Dieu pourroient lire toute la suite des choses de<lb/>l’univers».</note>.</p>
         <p><hi rend="it">Immaginazione e pensiero razionale</hi></p>
         <p>V. Se alla immaginazione e alle immagini va attribuito comunque un carattere<lb/>formativo, e a suo modo ordinante, della realtà, perché ancorate alla dimensio-<lb/>ne della durata fin dal loro presentarsi nella dimensione fisiologica della vita,<lb/>altro sarà il discorso per quanto riguarda la forma dei ragionamenti e il rinve-<lb/>nimento dei principi interni delle verità necessarie, che rendono l’uomo radi-<lb/>calmente diverso da ogni altro essere animato. Non per nulla la domanda car-<lb/>dine su cui impostare la discussione con Locke era la seguente: «Pourquoy<lb/>faut-il que tout nous soit acquis par les apperceptions des choses externes et<lb/><pb n="50" facs="LP3_50.jpg"/>que rien ne puisse estre deterré en nous mémes ? Notre ame est elle donc seule<lb/>si vide, qu’outre les images impruntées de dehors, elle n’est rien ?»<note xml:id="ftn34" place="foot" n="34">AK, VI, VI, 46.</note>.</p>
         <p>Nei paragrafi 23-30 del<hi rend="it"> Discours</hi>, dove Leibniz tratta della natura e della<lb/>origine delle idee, il tema e il termine dell’immaginazione non appaiono se<lb/>non in un rapido accenno nel § 23, quando viene impostata la riforma dell’ar-<lb/>gomento ontologico dell’esistenza di Dio: immaginare d’avere un’idea della<lb/>cosa di cui si parla solo perché se ne parla, sulla base di una presenza tematica<lb/>o discorsiva, comporta il rischio di prendere per vere delle chimere impossibili<lb/>come il grado più alto di velocità, il numero più grande o l’incontro della<lb/>concoide con la sua base<note xml:id="ftn35" place="foot" n="35">«Or il sera à propos de remarquer que le mauvais usage des idées donne occasion à<lb/>plusieurs erreurs. Car, quand on raisonne de quelque chose, on s’imagine d’avoir une idée de<lb/>cette chose, et c’est le fondement sur le quel quelques Philosophes anciens et nouveaux ont<lb/>basti une certaine demonstration de Dieu, qui est fort imparfaite. Car, disent-ils, il faut bien que<lb/>j’aye une idée de Dieu ou d’un estre parfaite, puisque je pense à luy, et on ne scauroit penser<lb/>sans idée ; or, l’idée de cet estre enferme toutes les perfections, et l’existence en est une, et par<lb/>consequent il existe. Mais comme nous pensons souvent à des chimeres impossibles, par exemple<lb/>au dernier degré de la vitesse, au plus grand nombre, à la rencontre de la conchoide avec la base<lb/>ou regle, ce raisonnement ne souffit pas», GP, IV, 449. Molto interessante è anche un passo<lb/>anteriore di dieci anni, del 1676, edito nel 1948 da<hi rend="smcap"> G. Grua</hi> nei <hi rend="it">Textes inédits d’après les manuscrits<lb/>de la Bibliothèque provinciale de Hanovre</hi>, tomo I, p. 266, dove Leibniz introduce una distinzione tra<lb/><hi rend="it">ideae imaginariae</hi> e <hi rend="it">ideae reales</hi> che non utilizzerà più: «Mirum non est numerum omnium numero-<lb/>rum, omnes possibilitates, omnes reflexiones seu relationes non distincte intelligi; sunt enim<lb/>ideae imaginariae, nec quicquam respondens habent a parte rei, ut si relatio sit inter a et b<lb/>aeque relatio vocetur c, et consideretur relatio nova inter a et c, aeque vocetur d, et ita porro in<lb/>infinitum, non videtur dicendum omnes istas relationes esse veras quasdam realesque ideas».</note>. In questo caso l’immaginare appare così essere<lb/>l’equivalente di una presunzione intellettuale tanto comune quanto errata. Il<lb/><hi rend="it">Discours</hi>, la lettera ad Arnauld del 14.VII.1686, le<hi rend="it"> Meditationes de cognitione, veritate<lb/> et ideis</hi> del 1684 e prima ancora le lettere a Gallois dell’ottobre 1682 e a Elisa-<lb/>betta del 1678, non sono che le testimonianze più conosciute del tentativo<lb/>continuo di fondare una nuova concezione dell’intelligibilità, alternativa a<lb/>quella cartesiana e anche a quella rinascimentale.</p>
         <p>Per Descartes l’intelligibilità corrispondeva all’esperienza soggettiva della<lb/>presenza mentale di un contenuto, mentre per Leibniz essa deve esprimere la<lb/>conoscenza oggettiva esperita attraverso un lavoro di analisi logica e semanti-<lb/>ca. L’evidenza cartesiana esaltava l’impressione soggettiva dell’idea, privilegia-<lb/>va quella sua presenza naturale – sul modello della presenza in noi quale «sigil-<lb/>lo dell’artefice sulla sua opera»<note xml:id="ftn36" place="foot" n="36"><hi rend="smcap">Descartes</hi>,<hi rend="it">Meditations</hi>... III, A. T., IX, 41.</note>, dell’idea di Dio – che di fatto risultava chia-<lb/>rificatrice perché automaticamente selezionatrice, distintiva: la distinzione pre-<lb/>suppone la chiarezza proprio come nell’ambito della<hi rend="it"> res extensa</hi> il movimento<lb/><pb n="51" facs="LP3_51.jpg"/>presuppone la estensione definita dei singoli corpi e insieme la estensione<lb/>indefinita della<hi rend="it"> res</hi> medesima. Leibniz invece prescinde dalla presenza del pen-<lb/>siero in atto e dalla analisi del singolo atto di pensiero, per giungere invece a<lb/>considerare la struttura oggettiva dell’idea in sé e la struttura del pensiero<lb/>come processo. L’itinerario cartesiano è obbligato anche dal presupposto che<lb/>l’anima umana ha solo una certezza morale dell’esistenza di una realtà esterna<lb/>e che l’unico modo di riconoscerla come dotata di senso consiste nell’analisi<lb/>rigorosa delle rappresentazioni che in virtù della causalità divina universale<lb/>sono state destinate alla nostra coscienza.</p>
         <p>Nella filosofia leibniziana precoce era stata la distinzione tra idea e con-<lb/>cetto che ritroveremo riconfermata anche nel<hi rend="it"> Discours</hi>: «Con il nome di idea<lb/>noi intendiamo qualche cosa che si trova nella nostra mente», dove questo<lb/>trovarsi non ha valore rappresentativo perchè «vi sono molte cose nella nostra<lb/>mente, come ad esempio pensieri, percezioni ed affetti che riconosciamo non<lb/>essere idee anche se senza idee non sussistono»<note xml:id="ftn37" place="foot" n="37"><hi rend="it">Quid sit Idea</hi> (1678), GP, VII, 263, ed. critica in AK, VI, IV-3 (Vorausedition. Faszikel 3),<lb/>453-454.</note>. L’idea non si esaurisce nel<lb/>singolo atto di pensiero ed è piuttosto quella «facultas» di avere interiormente<lb/>presente qualche cosa<note xml:id="ftn38" place="foot" n="38"><hi rend="it">Ibidem</hi>: «Idea enim nobis non in quodam cogitandi actu, sed facultate consistit, et ideam<lb/>rei habere dicimus, etsi de ea non cogitemus, modo data occasione de ea cogitare possimus...<lb/>Ideam itaque rerum in nobis esse, nihil aliud est quam Deum, autorem pariter et rerum et<lb/>mentis, eam menti facultatem cogitandi impressisse, ut ex suis operationibus ea ducere possit,<lb/>quae perfecte respondeant his quae sequuntur ex rebus».</note>. Già così i percorsi di Descartes e di Leibniz divergo-<lb/>no: il primo deve preoccuparsi della qualità della presenza e deve combattere<lb/>tutte le insidie e le ambiguità legate alla psicologia della veglia e del sonno,<lb/>della notte e del giorno, dell’inganno e della fede, mentre Leibniz deve preoc-<lb/>cuparsi del rapporto tra estensionalità ed intensionalità della conoscenza. In<lb/>altri termini, per Leibniz il problema riguarda la capacità di mediare tra massi-<lb/>ma distinzione degli elementi costitutivi l’idea e la capacità di tenerli uniti in<lb/>un unico atto intellettivo ed è in questa prospettiva che egli, ad esempio,<lb/>introdurrà la distinzione tra idea intuitiva e idea suppositiva o simbolica, dove<lb/>ai vari elementi distinti si sostituisce qualche segno abbreviativo che li rappre-<lb/>senti<note xml:id="ftn39" place="foot" n="39">Cfr. <hi rend="it">Discours</hi>..., § 25, GP, IV, 450-451.</note>. Solo in questo modo si otterrà, senza derogare dalla validità formale<lb/>del ragionamento, quell’effetto di economia che non era possibile ottenere<lb/>quando si pretendeva applicare alla «vita communis» le regole della vecchia<lb/>logica sillogistica. In confronto alle antiche pretese logiche l’immaginazione<lb/>già esercitava una sana resistenza: per una frase che avrebbe preteso almeno<lb/>dieci sillogismi «solent homines<hi rend="it"> imaginationis vi</hi>, et consuetudine ipsa formula-<lb/><pb n="52" facs="LP3_52.jpg"/>rum sermonis, et intelligentia materiae quam tractant, supplere defectum logi-<lb/>cae»<note xml:id="ftn40" place="foot" n="40">
            <p> <hi rend="it">Modus examinandi consequentias per Numeros</hi> (1679), in <hi rend="it">Opuscules et fragments inédits</hi>, par <hi rend="smcap">L. Cou<lb/>turat</hi>, Paris 1903, pp. 70-71.</p>
            </note>.</p>
         <p>VI. La soluzione ‘simbolica’ leibniziana è possibile e perspicua solo se ci si rifa<lb/>allo studio che Leibniz fin dalla giovinezza aveva intrapreso del rapporto tra la<lb/>verità e i segni che la esprimono: la distinzione del<hi rend="it"> Discours</hi> ha alle spalle la<lb/>teoria della scomposizione analitica dei concetti e della loro ricomposizione<lb/>attraverso quell’<hi rend="it">ars combinatoria</hi> che permetteva di giungere alla lingua universa-<lb/>le su cui fondare una vera enciclopedia e, soprattutto, ha alle spalle la decen-<lb/>nale riflessione sul difficile nesso che può esistere tra il contenuto di verità<lb/>delle idee e la sua espressione molteplice attraverso la varietà e la storicità dei<lb/>linguaggi. L’espressione, o, come meglio noi dovremmo dire, l’<hi rend="it">espressività</hi>, è<lb/>comune a tutte le esperienze e a tutti gli oggetti di conoscenza, è «un genre<lb/>dont la perception naturelle, le sentiment animal et la connoissance intellec-<lb/>tuelle sont des especes»<note xml:id="ftn41" place="foot" n="41">GP, II, 112. Si tratta della lettera ad Arnauld dell’autunno del 1687: «Une chose expri-<lb/>me une autre, dans mon langage, lorsqu’il y a un rapport constant et reglé entre ce qui se peut<lb/>dire de l’une et de l’autre. C’est ainsi qu’une projection de perspective exprime son geometral.<lb/>L’expression est commune à toutes les formes, et c’est un genre dont la perception naturelle, le<lb/>sentiment animal et la connoissance intellectuelle sont des especes. Dans la perception naturelle<lb/>et dans le sentiment il suffit que ce qui est divisible et materiel, et se trouve dispersé en plu-<lb/>sieurs estres, soit exprimé ou representé dans un seul estre indivisible, ou dans une substance<lb/>qui est duée d’une veritable unité. On ne peut point douter de la possibilité d’une belle repre-<lb/>sentation de plusieurs choses dans une seule, puisque notre ame nous en fournit un exemple.<lb/>Mais cette representation est accompagné de conscience dans l’ame raisonnable et c’est alors<lb/>qu’on l’appelle pensée. Or cette expression arrive par tout, parce que toutes les substances sym-<lb/>pathisent avec toutes les autres et reçoivent quelque changement proportionnel repondant au<lb/>moindre changement qui arrive dans tout l’univers...». «Exprimere aliquam rem dicitur illud, in<lb/>quo habentur habitudines quae habitudinibus rei exprimendae respondent», GP, VII, 263.</note>, ma, considerato dal punto di vista dell’analisi intel-<lb/>lettuale umana, questo carattere generale dell’universo può essere distinto in<lb/>espressività che «postula una similitudine», cioè che consente una immediatez-<lb/>za di riferimento tra il contenuto espresso e l’esprimente, e in espressività arti-<lb/>ficiale e «caratteristica», dove all’immediatezza si sostituisce la funzione, grado<lb/>secondo di rappresentazione<note xml:id="ftn42" place="foot" n="42">«Patet etiam expressiones alias fundamentum habere in natura, alias vero saltem ex<lb/>parte fundari in arbitrio, ut sunt expressiones quae fiunt per voces aut characteres. Quae in<lb/>natura fundantur, eae vel similitudinis aliquam postulant, qualis est inter circulum magnum et<lb/>parvum, vel inter regionem et regionis tabulam geographicam; vel certe connexio qualis est<lb/>inter circulum et ellipsin quae eum optice repraesentat, quodlibet enim punctum ellipseos<lb/>secundum certam quandam legem alicui puncto circuli respondet», <hi rend="it">Quid sit idea</hi>, GP, VII, 264 e<lb/>AK, VI, IV-3, 454. Cfr. il <hi rend="it">De Characteristica</hi> in AK, VI, IV-1, 195: «Ajo itaque: omnes veritates<lb/>quae de rebus hac lingua exprimibilibus demonstrari possunt, sine adhibitione novarum notio-<lb/>num hac lingua nondum expressarum; eas omnes posse demonstrari <hi rend="it">solo calculo</hi>, sive sola tracta-<lb/>tione characterum secundum certam quandam forma, sine ullo <hi rend="it">imaginationis</hi> labore aut mentis<lb/>nisu, prorsus quemad
modum fit in Arithmetica et Algebra».</note>. In alcuni testi Leibniz preciserà che l’unico<lb/><pb n="53" facs="LP3_53.jpg"/>grado di espressività che non è assolutamente controllabile dall’immaginazione<lb/>è quello totalmente arbitrario o «intelligible seulement»<note xml:id="ftn43" place="foot" n="43">«Il y a donc trois rangs de notions : les sensibles seulement, qui sont les objets affectés à<lb/>chaque sens en particulier, les sensibles et intelligibles à la fois, qui appartiennent au sens com-<lb/>mun, et les intelligibles seulement, qui sont propre à l’entendement. Les premieres et les secon-<lb/>des ensemble sont <hi rend="it">imaginables</hi>, mais les troisiemes sont au dessus de <hi rend="it">l’imagination</hi>», GP, VI, 502.<lb/>Sulla distinzione tra senso comune e sensi in particolare cfr. <hi rend="smcap">M. Mugnai</hi>, <hi rend="it">Idee</hi>..., cit., pp. 222-<lb/>223.</note>. A questo livello si<lb/>perderebbe ogni riferimento emotivo evidente e ogni similitudine visiva, che<lb/>invece intervengono nelle rappresentazioni per figura o per sensazione<note xml:id="ftn44" place="foot" n="44">«Phantasia seu <hi rend="it">imaginatio</hi> est cognitio cum imagine extensionis seu figura», <hi rend="it">Table de défini-<lb/>tion</hi>, in <hi rend="it">Opuscules</hi>..., cit., p. 491.</note>, ma,<lb/>siccome anche quest’ultimo passaggio è costruito con<hi rend="it"> segni</hi>, <hi rend="it">voces,</hi> numeri o<lb/>parole, occorre necessariamente esaminare e definire il grado di naturalità e di<lb/>artificialità di tali strumenti del pensiero<note xml:id="ftn45" place="foot" n="45">Leibniz dice ad esempio che l’«oggetto del mio pensiero quando penso a me stesso»,<lb/>che è un’idea puramente intelligibile (GP, VI, 501-502), è comunque espresso con segni lingui-<lb/>stici. Ciò vale per tutte le nozioni puramente intelligibili – figure, espace, mouvement, repos,<lb/>cause, effect – che «aussi sont elles capables de definitions et de demonstrations», GP, V, 106. È<lb/>evidente che a questo punto risulta poco chiaro che cosa Leibniz consideri per «espressioni<lb/>fondate in natura», visto che non vi è alcuna espressione che non sia costruita, poco o tanto che<lb/>sia, attraverso una rappresentazione artificiale dell’oggetto ideale e che tra gli esempi che egli<lb/>sopra fornisce (nota 41) troviamo sia esempi che rientrano nel caso semplice della similitudine<lb/>esaustiva per figura, dominio dell’immaginazione, sia esempi che invece postulano una rappre-<lb/>sentazione più complessa, di tipo funzionale, quale il rapporto tra il cerchio e l’ellisse (GP, VII,<lb/>264). Cfr. anche <hi rend="it">Dialogus</hi> (1677), GP, VII, 191 e ora AK, VI, IV-1, 63.</note>. Di fatto ciò significava essersi<lb/>confrontati con le tesi nominalistiche, le uniche che, rigorosamente applicate,<lb/>neghino l’instaurarsi universale di un’analogia rappresentativa tra le varie<lb/>dimensioni della realtà: quell’analogia che sta alla base della metafìsica leibni-<lb/>ziana come di ogni altra filosofia in cui l’essere si predica in modo univoco<note xml:id="ftn46" place="foot" n="46">Cfr. tra i molti luoghi possibili uno meno usato: le <hi rend="it">Remarques</hi> al libro del King sull’origi-<lb/>ne del male in appendice agli <hi rend="it">Essais de Théodicée</hi>, GP, VI, 403-404. «Il a raison aussi de soutenir<lb/>que nos idées simples au moins sont innées... mais je ne saurais luy accorder que nos idées n’ont<lb/>gueres plus de rapport aux choses, que les paroles poussées dans l’air, ou que les ecritures tracées<lb/>sur le papier en ont à nos idées, et que les rapports des sensations sont arbitraires et <hi rend="it">ex instituto</hi>,<lb/>comme les significations des mots».</note>.<lb/>Anzi, si può dire che proprio la riflessione sul linguaggio, sulla matematica e<lb/><pb n="54" facs="LP3_54.jpg"/>sulla natura delle loro rappresentazioni hanno contribuito efficacemente al for-<lb/>tificarsi in Leibniz di una concezione analogica dell’essere<note xml:id=
"ftn47" place="foot" n="47">Cfr. <hi rend="smcap">A. Heinekamp</hi>, <hi rend="it">Ars characteristica und naturliche Sprache bei Leibniz</hi>, in «Tijdschrift voor<lb/>filos.», 34, 1972, pp. 446-488; <hi rend="smcap">H. Ishiguro</hi>, <hi rend="it">Leibniz’s philosophy of logic and language</hi>, London 1972;<lb/><hi rend="smcap">H. H. Knecht</hi>, <hi rend="it">La logique chez Leibniz. Essais sur le rationalisme baroque</hi>, Lausanne 1982, in part.<lb/>capp. II e III; <hi rend="smcap">M. Mugnai</hi>, <hi rend="it">Bemerkungen zu Leibniz’ Theorie der Relationen</hi>, in «Studia Leibnitiana»,<lb/>X, 1978, pp. 2-21.</note>.</p>
         <p>Nella<hi rend="it"> Prefatio</hi> alle opere del Nizolio del 1670, nel<hi rend="it"> Dialogus</hi> del 1677 e<lb/>soprattutto nel<hi rend="it"> Quid sit Idea</hi> del 1678 troviamo dispiegata la risposta al nomina-<lb/>lismo, in particolare quello hobbesiano. Per pensare l’uomo ha bisogno di<lb/>segni e quindi tra idee e segni si stabilisce un necessario rapporto di<hi rend="it"> espressione</hi>,<lb/>tale per cui si possa sempre risalire dalla considerazione della struttura dell’es-<lb/>pressione ai contenuti di verità della realtà espressa. L’idea è quindi la facoltà<lb/> – aliquid in me – che non tanto conduce alla cosa, ma anche che la esprime e,<lb/>perché un’espressione sia data e sia valida, non è necessario che la cosa che<lb/>esprime sia simile alla cosa espressa, ma solo che si conservi una certa analogia<lb/> – quaedam analogia – tra le strutture – habitudines –<note xml:id="ftn48" place="foot" n="48">GP, VII, 264.</note>. A questo punto resta da<lb/>superare il problema della varietà caotica dei linguaggi, tutti apparentemente,<lb/>e totalmente, arbitrari: la soluzione verrà costruita grazie all’approfondimento<lb/>di quel concetto di relazione che nella<hi rend="it"> Dissertatio</hi> del 1666 era stato ancora pen-<lb/>sato come modello metafisico della realtà e che successivamente, soprattutto<lb/>dopo il soggiorno parigino e i progressi nel calcolo, assumerà soprattutto un<lb/>carattere logico-simbolico. L’arbitrarietà dei segni in quanto tali, cioè in un<lb/>loro confronto estrinseco, non impedisce, ed anzi favorisce, il fatto che tra le<lb/>loro relazioni, in corrispondenza di un medesimo contenuto, si constata una<lb/>corrispondenza o regolarità che induce a rinvenire nella realtà un originale<lb/>principio d’ordine<note xml:id="ftn49" place="foot" n="49">«Si characteres ad ratiocinandum adhiberi possint, in illis aliquem esse situm comple-<lb/>xum, ordinem, qui rebus convenit, si non in singulis vocibus (quanquam et hoc melius foret)<lb/>saltem in earum conjunctione et flexu. Et hunc ordinem variatum quidem in omnibus linguis<lb/>quodammodo respondere... Nam etsi characteres sint arbitrarii, eorum tamen usus et connexio<lb/>habet quiddam quod non est arbitrarium, scilicet proportionem quandam inter characteres et<lb/>res, et diversorum characterum easdem res exprimentium relationes inter se. Et haec proportio<lb/>sive relatio est fundamentum veritatis», <hi rend="it">Dialogus</hi>, GP, VII, 192; anche <hi rend="it">De lingua rationali</hi>, AK, VI,<lb/>IV-1, 143-144; «Nemo autem vereri debet, ne characterum contemplatio nos a rebus abducat,<lb/>imo contra ad intima rerum ducet», a Tschirnhaus, GM, IV, 461.</note>.</p>
         <p>Qual è allora il rapporto tra immaginazione e carattere, tra segno e imma-<lb/>ginazione? Se tutti i segni possibili potessero essere immaginati bisognerebbe<lb/>concludere o che l’immaginazione è una facoltà rappresentativa inesauribile e<lb/>indipendente, oppure che essa non è altro che una facoltà duplicativa limitata<lb/><pb n="55" facs="LP3_55.jpg"/>al reale che è fuori di noi, cioè che essa funziona solo dove l’analogia si dà<lb/>ancora «naturalmente», emotivamente o figurativamente. Questo solo conside-<lb/>rando l’affermazione leibniziana che i segni in quanto tali non hanno rilevanza<lb/>e che dalla loro apparente arbitrarietà non può discendere alcuna affermazione<lb/>valida sul reale. La risposta cambia e si complica se invece teniamo conto di<lb/>altre affermazioni leibniziane riguardanti il duplice strutturarsi del processo<lb/>conoscitivo razionale, per idee o per definizioni o caratteri che non è che il<lb/>passo successivo alla distinzione tra idee e concetti<note xml:id="ftn50" place="foot" n="50">Cfr. <hi rend="it">Meditationes</hi>..., GP, IV, pp. 422 sgg. e il § 24 del <hi rend="it">Discours</hi>, <hi rend="it">ivi</hi>, pp. 449-450.</note>.</p>
         <p>Il conoscere per idee è originariamente limitato dalla nostra maggiore o<lb/>minore capacità di immaginare, cioè mantener presenti, i contenuti di cono-<lb/>scenza attraverso le rappresentazioni che di essi riusciamo a formarci. Il pro-<lb/>cesso che si attua mediante le definizioni o i caratteri «si aggiunge a quello<lb/>delle idee affinché i nostri pensieri vengano fermati e così possano essere sem-<lb/>pre chiari a noi e agli altri in modo che il nostro processo di pensiero possa<lb/>essere colto con un solo sguardo»<note xml:id="ftn51" place="foot" n="51">Cfr. gli <hi rend="it">Elementa philosophiae arcanae de summa rerum</hi> del 1675, editi dallo <hi rend="smcap">Jagodinski</hi>, Kazan<lb/>1913, tr. it. in <hi rend="smcap">M. Mugnai</hi>, <hi rend="it">Leibniz e la logica simbolica</hi>, Firenze 1973, pp. 34-36, da cui citiamo. «La<lb/>definizione è infatti la spiegazione dei caratteri. Ogni processo razionale che si svolge per defini-<lb/>zioni contiene in sé il processo delle idee», <hi rend="it">ivi</hi>, p. 34.</note>. Solo una connessione di definizioni dà<lb/>luogo alla dimostrazione e il rapporto che sussiste tra il processo razionale che<lb/>si attua attraverso delle definizioni e quello che si attua tramite le idee è simile<lb/>– dice Leibniz – al rapporto sussistente tra il procedimento geometrico che si<lb/>svolge mediante disegni e quello che invece si attua immaginando semplice-<lb/>mente le figure, le quali in questo caso sono di per sé vaghe e incerte<note xml:id="ftn52" place="foot" n="52"><hi rend="it">Ivi</hi>, 34-35.</note>.<lb/>Ragionando per figure restiamo infatti inchiodati ad una conoscenza di tipo<lb/>finito, mentre gli unici due limiti che «la raison nous prescrit» sono i seguenti:<lb/>«Il est necessaire de continuer la synthese jusqu’à ce qu’on la puisse changer<lb/>en Analyse<note xml:id="ftn53" place="foot" n="53">Cfr. n. 70 e AK, VI, VI, 368 (libro IV, cap. 2, 7).</note>; il est utile de continuer la synthese jusqu’à ce qu’on voye des<lb/>progressions à l’infini»<note xml:id="ftn54" place="foot" n="54"><hi rend="it">Projet et Essais pour arriver à quelque certitude pour finir une bonne partie des disputes et pour avancer<lb/> l’art d’inventer</hi>, in <hi rend="it">Opuscules</hi>..., cit., p. 180.</note>.</p>
         <p>Finora però Leibniz non ha detto nulla di decisivo riguardo alla superiori-<lb/>tà del pensare per dimostrazioni. Perchè le figure immaginate sono di per sé<lb/>vaghe e incerte? Decisiva è al riguardo l’osservazione leibniziana che il «ragio-<lb/>namento mediante rappresentazioni» è un ragionamento per analogia somma-<lb/>ria che non è dato al di fuori della naturalità della memoria e della percezione<lb/><pb n="56" facs="LP3_56.jpg"/>di un oggetto immediato<note xml:id="ftn55" place="foot" n="55">
               <p>	Si noti che la distinzione tra idee e concetti, o tra idee e pensieri in atto consente a<lb/>Leibniz di precisare contro l’empirismo che l’oggetto del pensiero non deve essere necessaria-<lb/>mente esterno. Anzi, in virtù dell’impianto monadologico dell’universo e dell’armonia prestabi-<lb/>lita come tecnica metafisica di relazioni tra sostanze e corpi, Leibniz può subito affermare che<lb/>solo Dio è l’oggetto esterno immediato, l’unico oggetto che possa intervenire direttamente<lb/>nell’anima: «N’est-il pas vray que l’idée est l’objet de la pensée? TH. Je l’avoue pourveu que je<lb/>vous adjoutiés que c’est un objet immédiat interne. Et que cet objet est une expression de la<lb/>nature ou des qualités des choses. Si l’idée estoit la forme de la pensée, elle naistroit et cesseroit<lb/>avec les pensées actuelles qui y repondent, mais en estant l’objet elle pourra estre antérieure et<lb/>postérieure aux pensées. Les objets externes sensibles ne sont que mediats parce qu’ils ne sauroient<lb/>agir immediatement sur l’ame. Dieu seul est l’objet externe immédiat. On pourroit dire que<lb/>l’ame même est son objet immediat interne; mais c’est en tant qu’elle contient les idées ou ce<lb/>qui repond aux choses», AK, VI, VI, 108.</p>
         </note>. L’analogia rappresentativa è un ragionamento ele-<lb/>mentare che procede per associazioni estrinseche e che ha il suo limite princi-<lb/>pale nel non sapersi estendere più di tanto in ampiezza e soprattutto in succes-<lb/>sione<note xml:id="ftn56" place="foot" n="56">«Non possiamo unire in un solo pensiero idee diverse (benché possiamo unirle per<lb/>mezzo dei caratteri e rappresentarci così simultaneamente tutta la serie dei diversi pensieri) così<lb/>non possiamo giudicare della possibilità di un pensiero se non rappresentandoci simultaneamen-<lb/>te le singole idee. Cosa che può accadere solo mediante percezione sensibile (<hi rend="it">sentiendo</hi>) ovvero<lb/><hi rend="it">immaginando</hi> nello stesso tempo i caratteri di tutte le idee, il che si verifica dopo esserci rappre-<lb/>sentati all’<hi rend="it">immaginazione</hi> i singoli caratteri che appartengono ad una sola idea. E poiché talvolta il<lb/>numero dei caratteri è così grande da non poter essere presente tutto alla <hi rend="it">immaginazione</hi>, è neces-<lb/>sario ricorrere al disegno materiale, cosicché procedendo con ordine all’esame dei caratteri sia-<lb/>mo certi, passando ai caratteri successivi, che quelli precedenti non sono scomparsi. Pertanto in<lb/>noi non vi è nessuna idea del circolo, essa è invece in Dio che pensa tutte le cose simultanea-<lb/>mente», <hi rend="it">Elementa</hi>, tr. it. cit., p. 36.</note>. L’associazione leibniziana di memoria e immaginazione ci obbliga<lb/>così ad affermare che l’immaginazione non esaurisce l’uso e le potenzialità dei<lb/>caratteri usati nel pensare, essendo solo il luogo in cui essi si danno senza<lb/>alcuna garanzia di verità, sparsi e provvisoriamente ordinati come lo sono gli<lb/>atti immediati di pensiero che spontaneamente si presentano alla nostra mente<lb/>e che noi organizziamo per l’analogia che si instaura tra le relative strutture o<lb/>«habitudines»<note xml:id="ftn57" place="foot" n="57">«Quando procediamo nel ragionamento mediante rappresentazioni o mediante idee<lb/>senza ricorrere a disegni o alle definizioni, siamo tratti in errore dalla memoria e spesso ci sem-<lb/>bra di aver dimostrato ciò che invece non abbiamo dimostrato. Ed è questa la fonte di ogni<lb/>errore; procediamo infatti per <hi rend="it">analogia</hi>, spesso senza curarci di far mente locale su ciò intorno a<lb/>cui verte il problema... Separatamente ho l’idea di ciò che chiamo “qualcosa”, di ciò che chiamo<lb/>“più grande”, di ciò che chiamo “pensiero”, pensandoli l’uno dopo l’altro. Non connetto le idee<lb/>di queste cose tra sé, ma successivamente solo i vocaboli, ossia i caratteri e mi <hi rend="it">immagino</hi> di avere<lb/>l’idea di ciò di cui non si può pensare nulla di più grande come se pensassi tutte queste cose<lb/>simultaneamente, e questo appunto ci fa sbagliare...», <hi rend="it">ivi</hi>, p. 35. L’associazione tra immaginazio-<lb/>ne e memoria è confermata anche dal loro uso strumentale associato: «Ut his qui <hi rend="it">imaginatione</hi><lb/>firma non valent ad res attente considerandas succurritur figuris et characteribus, ita his qui<lb/><hi rend="it">memoria</hi> non valent nec multa simul sibi exhibere possunt, succurritur ope Tabularum. Characte-<lb/>ristica vero et tabulis et analysi auxiliatur», (1680), <hi rend="it">Opuscules</hi>..., cit., p. 562.</note>. Quello che cambia pertanto non è il giudizio leibniziano<lb/><pb n="57" facs="LP3_57.jpg"/>sull’idea della analogia come schema interpretativo del mondo, quanto piutto-<lb/>sto l’uso del concetto di rappresentazione che, attentamente esaminato, risulte-<lb/>rebbe più ristretto rispetto a quello di espressione<note xml:id="ftn58" place="foot" n="58">«Tanto utiliora sunt signa, quanto magis notionem rei signatae exprimunt, ita ut non<lb/>tantum repraesentationi, sed et ratiocinationi inservire possint», GP, VII, 204.</note>. Oltre il presente dell’im-<lb/>maginazione si danno infatti delle esperienze conoscitive 
che non hanno<lb/>immediatamente il carattere di rappresentazioni compiute e che sono il frutto<lb/>di un livello superiore di analisi. Il conoscere per concetti distinti «involvit<lb/>tantum alterius rei possibilitatem» mentre il conoscere immaginativo produce<lb/>una credenza ingenua di realtà e non riconosce che la contraddizione diretta e<lb/>simultanea perché «ex omni imaginatione determinati sumus ad credendum<lb/>existere quod imaginamur, nisi quid obstet, id est nisi aliquid simul imagine-<lb/>mur, quod cum eo est incompatibile»<note xml:id="ftn59" place="foot" n="59"><hi rend="it">De affectibus</hi> 1679, in <hi rend="smcap">Grua</hi>, <hi rend="it">Textes inédits</hi>..., cit, II, p. 531. Si tratta di un testo capitale<lb/>della formazione filosofica di Leibniz, ancora inesplorato, dove si trovano numerosi estratti dal<lb/><hi rend="it">Trattato delle passioni</hi> di Descartes.</note>.</p>
         <p>VII. Dove Leibniz torna a concordare con Descartes e gli altri Moderni è nel<lb/>segnalare i rischi che si corrono quando si applica l’immaginazione alle scienze<lb/>matematiche e alla fisica<note xml:id="ftn60" place="foot" n="60">Cfr. la lettera di Descartes a Mersenne del luglio 1641: «Toute cette science [la mate-<lb/>matica] que l’on pourrait peut-estre croire la plus soumise à notre imagination, parce que elle ne<lb/>considere que les grandeurs, les figures et les mouvements, n’est nullement fondée sur ses fanto-<lb/>mes, mais seulement sur les notions claires et distinctes de notre esprit; ce que scauent assez<lb/>ceux qui l’ont tant soit peu approfondie», A. T., III, 395. In questa sede non consideriamo<lb/>l’aggettivo <hi rend="it">imaginaire</hi> applicato al campo dei numeri – per la prima volta da Cardano –: alcune<lb/>interessanti notazioni sui numeri immaginari nel XVII secolo in <hi rend="smcap">P. Costabel</hi>, <hi rend="it">Démarches originales<lb/>de Descartes savant</hi>, Paris 1982 e nella nota a p. 64 della traduzione di <hi rend="smcap">E. Lojacono</hi> degli <hi rend="it">Essais</hi> di<lb/>Cartesio, Torino 1983, cit. in <hi rend="smcap">J.-R. Armogathe</hi>, <hi rend="it">L’imagination de Mersenne à Pascal</hi>, in <hi rend="it">Imagina-<lb/>tio/Phantasia. Atti</hi>..., cit., di prossima pubblicazione: cfr. anche <hi rend="smcap">G. Giorello</hi>, <hi rend="it">Gli oscuri labirinti:<lb/>calcolo e geometria nel Cinquecento e Seicento</hi>, in <hi rend="it">Storia d’Italia</hi>, Annali III, Torino 1983, pp. 276 sgg.</note>. La posizione dei Moderni a questo proposito è<lb/>ormai radicale, ad una sola uscita: anche per Leibniz le verità necessarie delle<lb/>matematiche hanno principi indipendenti dai sensi e questa asserzione risulta<lb/>fondata nel comportamento dello stesso Euclide «qu’il demontre souvent par<lb/>la raison ce qui se voit assez par l’esperience et par les images sensibles»<note xml:id="ftn61" place="foot" n="61">AK, VI, VI, 43. Si noti che per Leibniz la matematica può comunque essere definita<lb/>«scientia imaginabilium», <hi rend="it">Opuscules</hi>..., cit., 556, in quanto non ha per oggetto solo le nozioni che<lb/>hanno fondamento nel sensibile, ma anche tutte le idee distinte prodotte dalla immaginazione<lb/>(cfr. GM, VII, 205; GP, VI, 501). Si tratta di una interessante estensione di ambito e di un<lb/>superamento della concezione tradizionale dell’algebra come scienza della pura quantità.</note>.<lb/><pb n="58" facs="LP3_58.jpg"/>Nelle numerose dichiarazioni «scientifiche» leibniziane vediamo applicata una<lb/>duplice forma di distinzione tra immagine e idea. La prima è quella classica<lb/>che distingue tra immaginazione sensibile e analisi concettuale esatta:</p>
         <p>Les connoissances des figures non plus que celles des nombres ne dépendent pas<lb/>de l’<hi rend="it">imagination</hi> quoyqu’elle y serve... Cette image claire ou ce sentiment qu’on peut<lb/>avoir d’un decagone regulier ou d’un poids de 99 livres, ne consiste que dans une idee<lb/>confuse, puisqu’elle ne sert point à decouvrir la nature et les proprietés de ce poids ou<lb/>du decagone regulier, ce qui demande un’idee distincte...<note xml:id="ftn62" place="foot" n="62">AK, VI, VI, 261-262. A Locke che riteneva inevitabile che nei «raisonnemens qui<lb/>regardent l’eternité ou quelque autre infini nous sommes sujets à nous embrouiller dans de<lb/>manifestes absurdités», Leibniz risponde che il caso specifico gli sembra un buon esempio<lb/>dove «regne la meme confusion de l’<hi rend="it">image</hi> avec l’idée. Nous avons une idée complete ou juste de<lb/>l’eternité, puisque nous en avons la définition, quoyque nous n’en ayions aucune <hi rend="it">image</hi> ; mais on<lb/>ne forme point l’idée des infinis par la composition des parties, et les erreurs qu’on commet en<lb/>raisonnant sur l’infini ne viennent point du defaut de l’<hi rend="it">image»</hi>, <hi rend="it">ivi</hi>, 262.</note>.</p>
         <p>Haec autem vis insita distincte quidem intelligi potest, sed non explicari<hi rend="it"> imaginabi-<lb/>liter</hi>; nec sane ita explicari debet, non magis quam natura animae, est enim Vis ex<lb/> earum rerum numero, quae non<hi rend="it"> imaginatione</hi> sed intellectu attinguntur<note xml:id="ftn63" place="foot" n="63">GP, IV, 507.</note>.</p>
         <p>Per idea distinta in questo caso Leibniz intende la idea esatta costituita da<lb/>definizioni: anche «les deux geometries, celle de l’aveugle et celle du paraliti-<lb/>que, se rencontrent et s’accordent et même reviennent aux mêmes idees, quoi-<lb/>qu’il n’y ait point d’images communes. Ce qui fait voir combien distinguer les<lb/>images des idees exactes, qui consistent dans les definitions»<note xml:id="ftn64" place="foot" n="64">AK, VI, VI, 137. «L’<hi rend="it">imagination</hi> ne nous sauroit fournir une image commune aux trian-<lb/>gles acutangles et obtusangles et cependant l’idée du triangle leur est commune», <hi rend="it">ivi</hi>, 375. Che il<lb/>ragionare per definizioni sia faticoso e che contenga molte insidie lo dimostrano gli errori com-<lb/>piuti dallo stesso Euclide in quella «derniere Analyse» di cui gli Antichi non erano riusciti a<lb/>venire a capo: «Le principe des principes est le bon usage des idées et des experiences; mais en<lb/>l’approfondissant, on trouvera qu’à l’égard des idées, ce n’est autre chose que de lier les defini-<lb/>tions par le moyen des Axiomes identiques... Euclide par exemple a mis parmi les Axiomes ce<lb/>qui revient à dire que deux droites ne se peuvent rencontrer qu’une seule fois. L’<hi rend="it">imagination</hi> prise<lb/>de l’experience des sens ne nous permet pas de nous figurer plus d’une rencontre de deux droi-<lb/>tes, mais... si quelqu’un croit que cette <hi rend="it">imagination</hi> donne la liaison des idées distinctes, il n’est<lb/>pas assez instruit de la source de la vérité, et quantité de propositions demonstrables par d’autres<lb/>anterieures passeroient chez lui pour immédiates. C’est ce que bien de gens qui ont repris Eucli-<lb/>de n’ont pas assez consideré : ces sortes d’<hi rend="it">images</hi> ne sont qu’idées confuses et celuy qui ne connoit<lb/>la ligne droite que par ce moyen ne sera pas capable d’en rien demontrer. C’est pourquoi Eucli-<lb/>de faute d’une idée distinctement exprimée, c’est à dire d’une definition de la ligne droite... a<lb/>eté obligé de recourir à deux Axiomes qui lui ont tenu lieu de definition...», <hi rend="it">ivi</hi>, 451.</note>.</p>
         <p>Più interessante è un secondo uso del termine<hi rend="it"> image</hi> che il nostro fa nel<lb/>trattare delle realtà fisiche: in questo caso vediamo inserirsi prepotente la con-<lb/><pb n="59" facs="LP3_59.jpg"/>cezione fenomenistica del movimento e della sostanza materiale, preludio alla<lb/>concezione fenomenistica dello spazio e del tempo elaborata nella discussione<lb/>con il Clarke. Si tratta di uno dei punti più complessi della filosofia scientifica<lb/>leibniziana: posto che «la grandeur n’a point d’images en elle même et que<lb/>celles qu’on en a ne dependent que de la comparaison aux organes et aux<lb/>autres objets»<note xml:id="ftn65" place="foot" n="65">AK, VI, VI, 263.</note>, nemmeno il movimento gode di uno statuto scientifico certo<lb/>perché esso non è che un «phenomene reel»<note xml:id="ftn66" place="foot" n="66">Vedi n. 25. L’epistolario con il Clarke è in GP, VII, 347-421 o in <hi rend="it">Correspondance Leibniz-<lb/>Clarke</hi>, par <hi rend="smcap">A. Robinet</hi>, Paris 1957.</note>.</p>
         <p>L’immagine dei corpi non rappresenta un dato sensibile esterno, né consi-<lb/>ste in una di quelle idee che Dio – «autore sia delle cose che della mente» –<lb/>ha impresso nella mente affinchè si possa trarre dalle operazioni su di essa<lb/>«tutto ciò che corrisponde perfettamente a quanto deriva dalla natura delle<lb/>cose»<note xml:id="ftn67" place="foot" n="67"><hi rend="it">Quid sit idea</hi>, GP, VII, 264 o AK, VI, IV-3, 453.</note>. A meno che qui non si intenda per natura delle cose il progetto meta-<lb/>fisico complessivo della realtà: rispondendo nel 1710 ad Hartsoeker sulla divi-<lb/>sibilità all’infinito della materia e sulla sua coesione – «le mouvement conspi-<lb/>rant» – Leibniz contrappone nettamente la visione ingenua ed immaginifica<lb/>degli atomi alla considerazione metafisica dell’universo «ou il n’y point de par-<lb/>tie de la matiere qui ne soit cultivée, et qui n’enferme un monde entier de<lb/>creatures differentes»<note xml:id="ftn68" place="foot" n="68">GP, III, 507.</note>:</p>
         <p>Les Atomes sont l’effect de la foiblesse de nostre<hi rend="it"> imagination</hi>, qui aime à se reposer<lb/> et à se hâter à venir à une fin dans les sousdivisions ou analyses ; il n’en est pas ainsi<lb/> dans la nature qui vient de l’infini et va à l’infini. Aussi les Atomes ne satisfont ils<lb/> qu’à l’<hi rend="it">imagination</hi>, mais il choquent les raisons supérieures<note xml:id="ftn69" place="foot" n="69">
            <hi rend="it">Ibidem</hi>.</note>.</p>
         <p>Bisogna inoltre soffermarsi un attimo sull’originale tentativo leibniziano<lb/>di costruire un’analisi delle figure, una<hi rend="it"> Analysis situs</hi>, che consentisse di applica-<lb/>re il principio di economia dei mezzi anche alla Geometria, onde riuscire a<lb/>superare i limiti di quell’immaginazione geometrica delle figure che i geome-<lb/>tri, in mancanza di meglio, erano ancora costretti ad usare abbondantemente.<lb/>«La voie dell’Algebre en Geometrie est asseurée mais elle n’est pas la meilleu-<lb/>re... elle oblige souvent a des grands detours et souvent les Geometres peu-<lb/>vent demonstrer en peu de mots, ce qui est fort long par la voye du calcul».<lb/>Quando la Geometria supera gli «Elemens» semplici, «l’imagination se per-<lb/>droit dans la multitude des figures, si l’Algebre ne venoit a son secours jusqu’à<lb/>ce qu’on etablisse une characteristique propre à la Geometrie, qui marque les<lb/>
            <lb/><pb n="60" facs="LP3_60.jpg"/>situations comme l’Arithmetique marque les grandeurs. Ce qui est faisable et<lb/>seroit d’une grande utilité tant pour les decouvertes que pour aider l’imagina-<lb/>tion»<note xml:id="ftn70" place="foot" n="70">
            <p><hi rend="it">Projet et Essais</hi>..., cit., p. 181.</p>
            </note>. Con intuizioni matematiche sempre più potenti Leibniz tenta di avan-<lb/>zare nel dominio della<hi rend="it"> Characteristica universalis</hi>, alla ricerca della dimostrazione<lb/>degli stessi Assiomi:</p>
         <p>[Il y a] un default plus general, dont Euclide même n’est pas exemt, et c’est qu’on<lb/>suppose des axiomes qu’on pourroit demontrer. Il est vray que ce defaut ne nuit pas à<lb/>la certitude, quand ces axiomes sont justifiés par une infinité d’experiences comme le<lb/>sont ceux des Mathématiciens. Mais ce defaut nuit à la perfection de l’esprit et c’est la<lb/>principale raison pourquoy la synthese des Geometres n’a pu estre changé encore en<lb/>Analyse. On s’etonnera peut estre de ce que je dis icy, mais il faut scavoir que l’Alge-<lb/>bre, l’Analyse de Viete et Descartes, est plus tost l’Analyse des nombres que des<lb/>lignes...<note xml:id="ftn71" place="foot" n="71"><hi rend="it">Ibidem</hi>. Anche <hi rend="it">Opuscules</hi>..., pp. 540-541, 543, 545, 546-547, <hi rend="it">De Calculo Situum</hi>, pp. 548-556.<lb/>Tra la letteratura critica sulla <hi rend="it">Analysis situs</hi> cfr. <hi rend="smcap">H. Freudenthal</hi>, <hi rend="it">Leibniz und die Analysis situs</hi>, in<lb/>«Studia Leibniziana» 1972, 4, pp. 61-69; <hi rend="smcap">J. Echeverria</hi>, <hi rend="it">La caractéristique géométrique de Leibniz en<lb/>1679</hi>, con edizione critica di testi, Paris, Thèse d’Etat 1980. Per una storia della questione si<lb/>tenga presente, prima di Grassmann (1844), la discussione di <hi rend="smcap">J. H. Lambert</hi>, <hi rend="it">De universaliori calculi<lb/>idea disquisitio, una cum adnexo specimine</hi>, in «Nova Acta Eruditorum», 1765, pp. 441-473.</note>
         </p>
         <p><hi rend="it">Immaginazione e vita morale</hi></p>
         <p>VIII. Anche se non se ne dà una teoria è impossibile negare che nella filosofia<lb/>leibniziana non vi sia la presenza della tematica dell’immaginazione: essa è<lb/>proporzionale alla cura che il filosofo mette nell’organizzare la gerarchia delle<lb/>conoscenze a cavallo di quella delle sostanze. L’ampio spazio offerto alla<lb/>dimensione animale e vitalistica nell’universo impone un largo uso della<lb/>dimensione immaginativa come dimensione costitutiva di quella realtà appa-<lb/>rente che coinvolge più di quanto si pensi la natura e il comportamento<lb/>dell’uomo: egli resta così intimamente unito alla natura animale da distaccar-<lb/>sene solo in virtù di un innatismo e di una condizione originale da riscoprire e<lb/>perfezionare con cura e fatica<note xml:id="ftn72" place="foot" n="72">Duplicemente esemplare il seguente passo dove si mostra che il rafforzamento dell’im-<lb/>maginazione, finalizzato nell’uomo alla <hi rend="it">vis cogitandi</hi>, comporta un’applicazione di tipo corporale:<lb/>«felicitas hominis summa consistit in perfectione eius quam maxime aucta... Est enim perfectio<lb/>excellentior sanitatis gradus. Uti morbus consistit in laesa facultatum functione, ita perfectio<lb/>consistit in potentiae seu facultatis adjumento. Humanarum facultatum potissima est <hi rend="it">vis cogitandi</hi>.<lb/>Vis cogitandi juvari potest vel per remedia corporis vel per remedia mentis. Remedia corporis<lb/>sunt corpora quae ipsis organis corporeis applicantur quibus torpor discutitur, <hi rend="it">imaginatio firmatur</hi>,<lb/>sensuus acuuntur... Remedia Menti praescripta consistunt in certis cogitandi modis, quibus aliae<lb/>cogitationes faciliores redduntur...», <hi rend="it">Opuscules</hi>..., cit., p. 429, senza data.</note>. Dove parlava dell’associazione immaginativa<lb/><pb n="61" facs="LP3_61.jpg"/>degli animali, Leibniz era giunto a dire che si sarebbe potuto chiamarla anche<lb/>«consequence et raisonnement dans un sens fort éténdu», anche se – aggiunge-<lb/>va – avrebbe preferito consacrare questi termini all’uomo, secondo l’uso cor-<lb/>rente, restringendone il significato alla conoscenza di qualche ragione del lega-<lb/>me tra le percezioni, che le sensazioni non sanno fornire da sole<note xml:id="ftn73" place="foot" n="73">AK, VI, VI, 143.</note>.</p>
         <p>Ciò che deve essere osservato, però, è che il passaggio dall’associazioni-<lb/>smo psicologico estrinseco a quello razionale, intrinseco, alla ragione del lega-<lb/>me, non avviene senza costi e senza lotte. Se i vantaggi della condizione uma-<lb/>na pienamente realizzata sono evidenti e riassumibili nella capacità di anticipa-<lb/>re l’avvenimento anziché subirlo, nondimeno la nascita al mondo della ragio-<lb/>ne rappresenta per l’uomo anche l’ingresso al mondo dell’inquietudine e a<lb/>quello della volizione tormentosa.</p>
         <p>Il tema dell’inquietudine radicale dell’uomo occupa uno dei più straordi-<lb/>nari e difficili passaggi della filosofia leibniziana e il fatto che Leibniz vi si<lb/>accosti in una prospettiva organicistica e psicologistica giustifica la presenza<lb/>significativa dei termini che noi stiamo studiando. L’immaginazione oltre che<lb/>essere la facoltà dove l’immagine veste l’idea e dove poi il concetto si libera<lb/>dall’idea originalmente pensata, è prima di tutto la soglia tra la psicologia della<lb/>sensazione e quella del profondo. Ed è proprio l’ammettere l’esistenza di que-<lb/>sta altra linea di frontiera che consente di spezzare la comoda equazione empi-<lb/>rista di<hi rend="it"> Uneasiness</hi> = desiderio e piacere, posta a gran voce dal Locke. Se per<lb/>Filalete «ou il y a de l’inquietude, il y a du desir»<note xml:id="ftn74" place="foot" n="74">AK, VI, VI, 192. Ci troviamo al capitolo XXI del libro II dei <hi rend="it">Nouveaux Essais</hi>.</note>, per Teofilo le cose sono<lb/>molto più complesse e i termini vanno ribaltati: dove c’è desiderio ci sarà<lb/>sempre inquietudine<note xml:id="ftn75" place="foot" n="75"><hi rend="it">Ibidem</hi>.</note>, ma non vale il contrario, perché i gradi dell’inquietu-<lb/>dine superano di volta in volta l’oggetto del desiderio, applicandosi alla natura<lb/>stessa della volizione e del desiderio di felicità – «chemin par des plaisirs» –<lb/>che non ha limiti e che può crescere all’infinito, «car nous ne savons pas jus-<lb/>qu’où nos connoissances et nos organes peuvent estre portés dans toute cette<lb/>eternité qui nous attend»<note xml:id="ftn76" place="foot" n="76"><hi rend="it">Ivi</hi>, 194.</note>. Senza contare 1’«aiguillon» dei dolori inappercet-<lb/>tibili dei quali la nozione di dolore non è altro che l’appercezione<note xml:id="ftn77" place="foot" n="77"><hi rend="it">Ivi</hi>, 188 sgg.</note>. L’inquie-<lb/>tudine è vissuta anche senza che la si conosca ed è costitutiva del nostro essere<lb/>sempre «affecté» et «jamais sans quelque action et mouvement qui ne vient<lb/><pb n="62" facs="LP3_62.jpg"/>que de ce que la nature travaille tousjours à se mettre mieux à son aise»<note xml:id="ftn78" place="foot" n="78"><hi rend="it">Ibidem</hi>; «Je trouve que l’inquietude est essentielle à la felicité des creatures, la quelle ne<lb/>consiste jamais dans une parfaite possession qui les rendroit insensibles et comme stupides, mais<lb/>dans un progrès continuel et non interrompu à des plus grand biens, qui ne peut manquer<lb/>d’estre accompagné d’un desir ou du moins d’une inquietude continuelle... qui ne va pas jusqu’à<lb/>incommoder, mais qui se borne à ces elemens ou rudimens de la douleur... lesquels ne laissent<lb/>pas d’estre suffisans pour servir d’eguillon, et pour exciter la volonté», <hi rend="it">ivi</hi>, 189.</note>.<lb/>Anch’essa però, quando alle pulsioni si riesce ad associare un preciso piacere<lb/>ed un preciso dolore, arriva ad organizzarsi e a manifestarsi in una sorta di<lb/>speciale memoria emotiva dove le percezioni sono «ou des sensations nouvel-<lb/>les ou des<hi rend="it"> imaginations</hi> restées de quelque sensation passée (accompagnées ou<lb/>non accompagnées du souvenir), qui renouvellant les attraits que ces mêmes<lb/>images avoient dans ces sensations precedentes, renouvellent aussi les impul-<lb/>sions anciennes à proportions de la<hi rend="it"> vivacité de l’imagination</hi>»<note xml:id="ftn79" place="foot" n="79"><hi rend="it">Ivi</hi>, 192. A proposito della vivacità dell’immaginazione si veda anche nei <hi rend="it">Nouveaux Essais</hi><lb/>la discussione al libro II, cap. II, §§ 11-13: mentre Locke distingue la vivacità di spirito dal<lb/>giudizio per il fatto che solo quest’ultimo può rappresentare nettamente le idee, mentre la prima<lb/>proprietà arriva solo a richiamarle, Leibniz nega che il giudizio possa consistere nella rappresen-<lb/>tazione perché anche questa operazione può,
 appunto, essere semplice «vivacité d’imagination».<lb/>Per Leibniz il giudizio consiste nell’esame delle proposizioni secondo ragione: l’argomento <hi rend="it">a<lb/>contrario</hi> che lo conferma è quello classico del folle: «un fol universel manque de jugement<lb/>presque en toute occasion. Cependant la <hi rend="it">vivacité de son imagination</hi> le peut rendre agreable», AK,<lb/>VI, VI, 145-146.</note>.</p>
         <p>È interessante notare che questo tipo di «vivacité de l’imagination» trova<lb/>per Leibniz la sua incarnazione negli Entusiasti e nei visionari, che rappresen-<lb/>tano una sorta di degenerazione e insieme di potenziamento solo animale della<lb/>natura razionale umana. Ai visionari e agli Entusiasti il vantaggio di parlare<lb/>bene, animatamente e dottamente, «leur vient en bonne partie d’une forte<hi rend="it"> ima-<lb/>gination</hi> que la passion anime et d’une memoire heureuse qui a bien retenu les<lb/>manieres de parler des livres prophetiques»<note xml:id="ftn80" place="foot" n="80">GP, V, 488.</note>. Non ci stupiremo allora di<lb/>vedere che per Leibniz, come per gran parte degli scienziati del suo tempo,<lb/>l’Entusiasmo è sinonimo di malattia dell’animo, sinonimo di invasamento. Ma<lb/>diversamente da Shaftesbury che dell’Entusiasmo aveva fatto l’occasione per<lb/>un gustoso pamphlet contro l’invasamento poetico, Leibniz riprende la que-<lb/>stione ampiamente dibattuta nel suo tempo come una questione di sostanza,<lb/>perché all’interno della sua concezione estetica e filosofica l’entusiasta indiret-<lb/>tamente viene a spezzare l’armonia dell’universo e la costruzione di un’etica<lb/>razionale e comunicativa che su di essa è modellata. Per guarire «des gens<lb/>sanguins et des gens coleres [qui] peuvent bien avoir aussi une<hi rend="it"> forte imagination,<lb/><pb n="63" facs="LP3_63.jpg"/>et c’est ce qui fait l’Enthusiasme</hi><note xml:id="ftn81" place="foot" n="81"><hi rend="it">Remarques sur un petit Livre traduit de l’anglois, intitulé Lettre sur l’Enthousiasme, publiée à la Haye<lb/>en 1709, ou l’on montre l’usage de la Raillerie</hi>, GP, III, 409. Nella lettera a Rémond dell’11.II.1715<lb/>Leibniz racconta di aver steso le note senza conoscere il nome dell’autore inglese e di averle<lb/>fatte leggere solo all’Elettrice. Diverso e molto positivo sarà il giudizio successivo sullo Shaftsbury:<lb/> cfr. <hi rend="smcap">E. Ravier</hi>, <hi rend="it">Bibliographie des oeuvres de Leibniz</hi>, Paris 1937, n. 192 e GP, IV, 381.</note>» non vale la ricetta del motteggio e della beffa,<lb/>perché si tratta di un rimedio che può avere effetto controproducente, favo-<lb/>rendo l’irritazione e lo spirito di martirio degli invasati, e che può anche essere<lb/>pericolosamente applicato contro chi con la forza e la necessaria ostinazione<lb/>difende pubblicamente la Religione. In questo caso il risultato sarebbe solo<lb/>quello di fornire ulteriori ragioni ad un atteggiamento libertino che faceva del-<lb/>la tolleranza e del culto della ragione individuale la regola di vita<note xml:id="ftn82" place="foot" n="82">«De dire que la raillerie est l’unique remede dont on se puisse servir avec succès, pour<lb/>guérir ces maladies melancoliques et hypocondriaques qui font donner dans l’Enthousiasme,<lb/>c’est de quoi je doute... Les fanatiques la prennent pour une espece de martyre, et se croient<lb/>honnorés en souffrant pour la verité... Je ne crois pas que la raillerie soit le moyen de convertir<lb/>les hétérodoxes. Les railleurs en matière de Religion passent dans l’esprit de ceux qu’on raille,<lb/>non seulement pour ennemis de la Religion raillée, mais encor pour ennemis de toute Religion,<lb/>et en un mot pour des impies.», <hi rend="it">Remarques</hi>..., cit., 411.</note>.</p>
         <p>In realtà il caso degli Entusiasti non è che un caso specifico ed esemplare<lb/>di quel sopravvento della natura sulla ragione che rende difficile il suo rappor-<lb/>to con la fede. La natura è subordinata alla fede come lo è alla ragione, e l’uso<lb/>della ragione, lungi da essere fonte di empietà, è l’alleato più potente della<lb/>«solida pietà»: tutta la vita intellettuale e spirituale di Leibniz, dalla<hi rend="it"> Confessio<lb/>philosophi</hi> del 1673 al<hi rend="it"> Systema Theologicum</hi> del 1686 fino al prologo degli<hi rend="it"> Essais de<lb/>Théodicée</hi> del 1710 è accompagnata dalla presenza costante di questa formula<lb/>latina per esprimere l’ordine che regna tra fede e ragione<note xml:id="ftn83" place="foot" n="83">Cfr. GP, VI, 25; i testi di <hi rend="smcap">Grua</hi> della sezione I, volume I dei <hi rend="it">Textes inédits</hi>..., cit., pp. 72-<lb/>147 e <hi rend="smcap">O. Baruzi</hi>, <hi rend="it">Leibniz et l’organisation religieuse de la terre</hi>, Paris 1907 (rist. Aalen 1975). Numerosi<lb/>sono tuttavia i materiali ancora inediti: in particolare attiriamo l’attenzione del lettore sul fatto<lb/>che nella condanna leibniziana non è compreso il Giansenismo, a cui è riservato un trattamento<lb/>del tutto particolare e finora non indagato. A tal proposito stiamo preparando un saggio.</note>. Così in Leibniz,<lb/>più che in ogni altro filosofo contemporaneo, appaiono nettissimi i termini del<lb/>grande dibattito spirituale e letterario che alla fine del Seicento si svolse tra gli<lb/>esponenti delle ortodossie e i movimenti politico-religiosi, i mistici e gli spiri-<lb/>tuali : egli, più di altri attento al nuovo e informato su ogni più piccola disputa,<lb/>attraverso i suoi scritti e i suoi numerosissimi appunti ci lascia trasparire tutta<lb/>la concretezza delle vicende senza perdere di vista l’orizzonte concettuale di<lb/>un’apologetica razionalista: ogni forma di teologia mistica conduce a confusio-<lb/>ni di tipo averroistico o spinoziano e se alla ragione umana è dato di elevarsi<lb/><pb n="64" facs="LP3_64.jpg"/>al di sopra dei sensi non può essere dato di rinunciare ad agire e a conosce-<lb/>re<note xml:id="ftn84" place="foot" n="84">«Homo bestiam, genii hominem trascendunt... Neque enim dubium esse debet intelli-<lb/>gentias esse ita homines superiores, ut quodam externi sensus genere sentiant atque ut sic dicam<lb/>odorentur, quae vix ac ne vix quidem nos longa assequimur catena ratiocinationum. Atque hoc<lb/>est quod mystici volunt interdum in ipso rationis silentio vim quandam divinam sese in nobis<lb/>aperire. Etsi enim nunquam in nobis cesset ratio, cessat tamen interdum agitatio rationis ab<lb/>appetitu, et ut sic dicam cura proprietatis, uti in somnis, ubi res velut nobis indifferentes ac<lb/>longe infra nos depressas interdum affectuum vacui spectamus», <hi rend="it">Textes inédits</hi>..., cit., I, 147;<lb/>anche GP, VI, 53-56 (<hi rend="it">Essais de Th.</hi>, Discours §§ 7-10). Sull’associazione di Averroè con Spinoza<lb/>vedi anche il <hi rend="it">De Accidentibus</hi> edito da <hi rend="smcap">Grua</hi>, <hi rend="it">Textes inédits</hi>..., cit, II, 546: «Sequetur ergo omnes<lb/>sublatas esse de natura substantias mutabiles, qua ratione incideremus in dogmata Spinosae et<lb/>Averroistarum, et quorundam veterum qui solum Deum tanquam substantiam sive Naturam<lb/>considerantes, creaturas non aliter quam ut Dei modos habent». Interessante è un giudizio su<lb/>Chr. Thomasius: «Je ne suis pas aussi dans son sentiment lorsqu’il fait l’amour anterieur à la<lb/>lumiere», <hi rend="it">ivi</hi>, I, 87.</note>
         </p>
         <p>Il est vray que les Weigeliens, Boehmistes, Trembleurs, Quietistes, Labadistes et<lb/>autres personnes semblables paroissent aussi travailler à ces detachements des vanités<lb/>du monde, mais tout ce qu’il disent de l’abnegation, aneantissement, silence, en se<lb/>servant de mille beaux termes, ne scauroit estre solide, qu’autant qu’il se reduit à pre-<lb/>ferer le bien general et les plus grandes expressions des perfections divines à toutes les<lb/>considerations des choses du monde<note xml:id="ftn85" place="foot" n="85"><hi rend="it">Textes inédits</hi>..., cit., I, 92.</note>.</p>
         <p>Oltre che un rifiuto per ogni spirito settario, in Leibniz agisce la convin-<lb/>zione che il fenomeno possa essere ricondotto più di quanto sembri ad una<lb/>particolare fenomenologia della retorica e dei sentimenti che, in connessione<lb/>con alterazioni più o meno accentuate del meccanismo psicofisiologico, abusa<lb/>dell’immaginazione come luogo privilegiato della presenza e della immediatez-<lb/>za del dato, a discapito della attenzione alle ragioni della dimostrazione.</p>
         <p>Est enim affectus<hi rend="it"> quorundam imaginationis</hi> potius quam mentis, et grandia verba<lb/>translationesque audaces quibus illi mysticam theologiam exercent, ardorem faciunt<lb/>sine luce. Plerumque quid dicant non intelligunt, neque id curant, modo mirifica<lb/>dicant, quibus animae teneriores perculsae velut in Ecstasin rapiuntur. Sed tantum<lb/>interest inter<hi rend="it"> pietatem solidam</hi> et sacrum hunc furorem, quantum inter prudentis hominis<lb/> deliberatam fortitudinem et alienatae mentis temeritatem... Flatu enim levissimo<lb/> impellentur ac saepe Reipublicae pariter ac sibi magnum dant malum, qui ad quidvis<lb/> in causa Dei faciendum patiendumque parati re certis principiis carent, et ab homini-<lb/>bus eloquentia validis atque fortasse ambitionem religione tegentibus circumagun-<lb/>tur<note xml:id="ftn86" place="foot" n="86"><hi rend="it">Ivi</hi>, I, 8 e 89.</note>.</p>
         <p>IX. Osservando con attenzione il versante psicologico del sistema leibniziano<lb/>
            <lb/><pb n="65" facs="LP3_65.jpg"/>si può notare che nell’intimo dell’uomo si ripresenta lo stesso dramma che su<lb/>scala cosmica si è compiuto tra l’infinità dei possibili all’avvento del mondo:<lb/>come là ogni possibile tendeva all’esistentifìcazione<note xml:id="ftn87" place="foot" n="87">Cfr. <hi rend="it">Opuscules</hi>..., cit., 532 e GP, VII, 299-300.</note> e solo Dio ha avuto<lb/>l’autorità di scegliere e creare i compossibili, così nell’anima di ogni essere<lb/>umano creato ogni sorta di<hi rend="it"> inclinations </hi>– insensibili, sensibili ma confuse, distin-<lb/>te e razionali – intervengono legittimamente e con ugual diritto a produrre<lb/>l’ordine e l’armonia del dominio di sé. Nella costruzione del necessario auto-<lb/>controllo interiore, che coincide con la realizzazione del modello di perfezione<lb/>umana, l’immaginazione può giocare ruoli diversi e, senza risultarne svilita,<lb/>può diventare insieme sinonimo di materialità e di concretezza – è il sostrato<lb/>di percezioni e di sensazioni passate in cui si formano i ricordi associati di esse<lb/>– e anche sinonimo di falsità e comoda illusione, come quando Leibniz stigma-<lb/>tizza «le Principe imaginaire d’une indifférence parfaite ou d’équilibre dans la<lb/>quelle quelques uns voudroient faire consister l’essence de la liberté»<note xml:id="ftn88" place="foot" n="88">AK, VI, VI, 196. Cfr. <hi rend="it">Essais de Théodicée</hi>, I, 46-49 e III, 423. «In actionibus voluntariis<lb/>mentis nostrae non datur necessitas, sed tamen nec indifferentia... Si quis perfecte scrutari posset<lb/>plexus et recessus mentis semper inventurus esset, posse rationem reddi cur hoc potius quam<lb/>illud voluerimus, quae tamen non semper ex rerum comprehensione, sed etiam persaepe ex<lb/><hi rend="it">imaginationibus</hi> et affectibus proficiscitur. Quanto perfectior est voluntas, tanto magis ab indifferen-<lb/>tia abest», <hi rend="it">Textes inédits</hi>..., cit., II, 551.</note>. Eppu-<lb/>re anche questi due suoi aspetti costituiscono per l’uomo due possibili vie<lb/>d’uscita dalla minorità e dalla colpa. È la sua materialità che rende l’immagi-<lb/>nazione uno strumento importante per la costruzione morale dell’uomo per-<lb/>ché, per non farci cadere nel precipizio della miseria del piacere immediata-<lb/>mente presente, la ragione stessa se ne serve e vi «oppose les<hi rend="it"> images</hi> des plus<lb/>grands biens ou maux à venir» anche quando le ragioni sensibili delle nostre<lb/>conclusioni vengono a mancare fino a ridursi a «<hi rend="it">images faibles</hi> ou même dans les<lb/><hi rend="it">pensées sourdes</hi> que donnent les mots ou signes destitués d’une explication actuel-<lb/>le»<note xml:id="ftn89" place="foot" n="89">AK, VI, VI, 189.</note>. Oppure, quando ci si trova di fronte all’errore e al consapevole peccato<lb/>dell’uomo, non occorre ipotizzare immediatamente la presenza di una qualche<lb/>speciale potenza<hi rend="it"> transcendente</hi> che offusca la ragione e «qui transforme le mal en<lb/>bien et le bien en mal, et l’indifferent en bien ou en mal»<note xml:id="ftn90" place="foot" n="90"><hi rend="it">Essais de Théodicée</hi>, Remarques sur le livre de l’origin du mal..., GP, VI, 430. Sulla teodi-<lb/>cea del King cfr. <hi rend="smcap">S. Nelli</hi>, <hi rend="it">Teodicea e libero arbitrio nel De origine mali di W. King</hi>, in «Annali Ist. Fil.<lb/>Univ. Firenze», VI, 1984, pp. 77-114.</note>, perché le cause<lb/>del nostro errore non sono molto lontane e semmai anche troppo vicine,<lb/>nell’immaginazione. All’oscura causa trascendente invocata dal vescovo angli-<lb/>cano W. King, l’oscura potenza elettiva che donerebbe «le surplus de bien et<lb/><pb n="66" facs="LP3_66.jpg"/>de mal... [et] qui fait paraître le choses bonnes ou mauvaises comme l’on<lb/>veut»<note xml:id="ftn91" place="foot" n="91">
            <hi rend="it">Ivi</hi>, 431.</note>, Leibniz contrappone la forza della psicologia e della fisiologia, perché<lb/>«une impression forte, ou souvent repetée peut changer considérablement nos<lb/>organes, notre<hi rend="it"> imagination</hi>, notre<hi rend="it"> mémoire</hi>, et même notre<hi rend="it"> raisonnement</hi>. Il arrive<lb/>qu’un homme à force d’avoir souvent raconté un mensonge qu’il a peut estre<lb/>inventé, vient à le croire enfin lui-même. Et comme on se répresente souvent<lb/>ce qui plait, on le rend aisé à concevoir, et on le croit aisé à effectuer»<note xml:id="ftn92" place="foot" n="92"><hi rend="it">Ivi</hi>, 430.</note>.</p>
         <p>Ciò significa que «les erreurs ne sont donc jamais volontaires, absolument<lb/>parlant, quoique la volonté y contribue bien souvent d’une maniere indirecte,<lb/>à cause du plaisir qu’on prend à s’abandonner à certaines pensées, ou à cause<lb/>de l’aversion qu’on se sent pour d’autres»<note xml:id="ftn93" place="foot" n="93"><hi rend="it">Ibidem</hi>.</note>. In questo caso però l’affermazio-<lb/>ne leibniziana comporta non pochi problemi di coerenza con il principio<lb/>monadologico pluralista e di responsabilità umana personale sul quale si fon-<lb/>dava il sistema, perché essa procede nella direzione di un trasferimento della<lb/>imputabilità dal singolo alla specie fino a risalire al genere animale, riservando<lb/>la possibilità di una imputazione per dolo solo nei confronti di una condotta<lb/>posta in essere da quell’uomo in assoluta libertà di autodeterminazione che<lb/>d’altra parte, vista la struttura teodiceica del sistema del mondo, pareva non<lb/>darsi mai. A ben vedere l’analisi della immaginazione in campo morale è la<lb/>porta d’accesso ad una importante riflessione sull’idea di imputazione che nella<lb/>filosofia di Leibniz regge non pochi e oscuri passaggi della teodicea.</p>
         <p>In realtà la considerazione dell’intervento della immaginazione nell’ambi-<lb/>to morale non è che un aspetto del più vasto problema leibniziano della fonda-<lb/>zione razionale dell’etica. Leibniz ha sempre osservato che dell’etica si dà una<lb/>scienza, perché la teoria etica non dipende dall’esperienza, ma dalle definizio-<lb/>ni, e quindi lo studio dell’etica sarà lo studio della validità razionale delle defi-<lb/>nizioni, proprio come accadeva per la matematica. Ma, pur resa indipendente<lb/>dall’empiria e resa autonoma dal dogma della rivelazione – «le droit universel<lb/>est le même pour Dieu et pour les hommes»<note xml:id="ftn94" place="foot" n="94"><hi rend="it">Essais de Théodicée</hi>, Discours 35-38, GP, VI, 70 sgg.; II, 121, GP, VI, 174-175. Tra gli<lb/>interpreti che più hanno insistito sul fondamento assolutamente razionale dell’etica leibniziana<lb/>cfr. <hi rend="smcap">E. Cassirer</hi>, <hi rend="it">Leibniz System</hi>..., Marburg 1902, tr. it. Bari 1986.</note> –, Leibniz non misconosce<lb/>l’origine psicologica della teoria etica, ed anzi, attraverso lo studio della sua<lb/>particolare genesi, arriva a formulare una raffinata teoria psicologica il cui<lb/>aspetto più innovativo sta nell’aver fornito alla volontà un carattere attivo,<lb/>originario e coessenziale alla coscienza. Se per Descartes la volontà era subor-<lb/>dinata al pensiero, configurandosi come un momento secondario della vita<lb/><pb n="67" facs="LP3_67.jpg"/>morale, per il filosofo tedesco la volontà non è meno originaria del pensiero e<lb/>la coscienza è originariamente disposta in una duplice direzione: la<hi rend="it"> perfezione</hi> è<lb/>la coincidenza di quel reale metafisico e di quell’ideale etico che si dà nell’ar-<lb/>monia di un agire sapiente. L’esperienza psicologica dell’uomo sta quindi ad<lb/>indicare che la coscienza pratica non è che una esplicitazione o una implicita-<lb/>zione di un atto teoretico, e l’unità che l’uomo sente di essere nella propria<lb/>coscienza gli deriva dall’unitarietà dell’essere razionale e dell’essere appetiti-<lb/>vo<note xml:id="ftn95" place="foot" n="95">Cfr. n. 26. Si noti anche la distinzione terminologica che Leibniz stabilisce tra <hi rend="it">cogitatio</hi> e<lb/><hi rend="it">sententia</hi>: la sentenza rappresenta il versante pratico del conoscere ed è interscambiabile con la<lb/>definizione della volontà: «Si quis iam definitionem sententiae substituat in definitione volunta-<lb/>tis, is videbit voluntatem esse cogitationem de bono et malo cum agenti conatu conjunctam»,<lb/><hi rend="it">Textes inédits</hi>..., cit., I, 14. «Sententia est cogitatio practica, seu cogitatio cum agendi conatu.<lb/>Hoc scilicet discrimen est inter simplicem cogitationem seu <hi rend="it">imaginationem</hi>, repraesentationem, et<lb/>inter sententiam, quod is qui aliquam sententiam habet paratus est ad agendum modo aliquo qui<lb/>sit huic sententiae conformis», <hi rend="it">ibidem</hi>: anche II, 512, 543.</note>.</p>
         <p>X. Che l’immaginazione svolga un ruolo importante nella dimensione morale<lb/>e quindi nella vita concreta e quotidiana degli uomini, Leibniz non può impe-<lb/>dirsi di riconoscerlo quando esamina più da vicino la validità pratica del pen-<lb/>sare per definizioni e le caratteristiche dei pensieri che ne costituiscono l’alfa-<lb/>beto. La loro funzione principale consiste nel superamento dei contenuti mate-<lb/>riali dell’immaginazione: sono pensieri «ciechi e simbolici», costruiti su segni<lb/>e caratteri e «ad essi non corrispondono nello spirito né immagini, né figure»,<lb/>ma nondimeno «alcuni di questi pensieri sono distinti»<note xml:id="ftn96" place="foot" n="96">GP, VII, 555. L’espressione <hi rend="it">pensées sourdes</hi> compare per la prima volta in una lettera a<lb/>Sophia nel maggio del 1697. Si veda come per i cartesiani invece i pensieri sordi o clandestini<lb/>agiscano al di là di ogni possibile percezione: <hi rend="smcap">F. Lamy</hi>, <hi rend="it">De la connoissance de soi même</hi>, Paris 1700,<lb/>t. III, p. 383.</note>. Ad un certo<lb/>momento Leibniz li chiamerà «pensées sourdes» traducendo in francese<lb/>l’espressione «cogitationes caecae» che nel<hi rend="it"> De arte combinatoria</hi> indicava quei<lb/>pensieri che non contengono una visione sintetica perspicua del proprio ogget-<lb/>to, come ad esempio il pensiero del chiliagono<note xml:id="ftn97" place="foot" n="97">È interessante notare che la traduzione leibniziana del latino <hi rend="it">caecus</hi> nel francese <hi rend="it">sourd</hi>,<lb/>riferita ai pensieri, molto probabilmente è mutuata dai testi della nuova matematica dei numeri<lb/>dove già si dava la presenza del sermine latino <hi rend="it">surdus</hi> per indicare i numeri irrazionali: «de<lb/>numeris irrationalibus sive surdis», <hi rend="smcap">Clavius</hi>, <hi rend="it">Opera matematica</hi>, Mainz 1612, p. 38 e poi <hi rend="smcap">Descar-<lb/>tes</hi>, «ut enim in Arithmetica quaedam quaestiones numeris rationalibus absolvuntur, aliae tan-<lb/>tum numeris surdis, aliae denique <hi rend="it">imaginari</hi> quidem possunt, sed non solvi», A.T., X, 157 (lettera<lb/>a Beeckman 26.III.1619), traduzione francese con «quantité sourde» in <hi rend="it">Calcul</hi>..., A.T., X, 667. È<lb/>l’unica notazione sfuggita all’attenzione di <hi rend="smcap">G. Micheletti</hi> nel suo prezioso articolo <hi rend="it">I pensieri sordi<lb/>e l’inconscio</hi>, in «Il Cannocchiale», 1985, pp. 45-58, da noi abbondantemente utilizzato.</note>. Il ragionamento costruito<lb/><pb n="68" facs="LP3_68.jpg"/>con questo genere di pensieri presenta due svantaggi sostanziali: il primo con-<lb/>siste nel fatto che un pensare per segni non sempre consente di cogliere le<lb/>contraddizioni che si celano in concetti apparentemente funzionanti – è il caso<lb/>del moto più veloce –, l’altro è che un pensare smaterializzato, svincolato dalla<lb/>sensibilità e dalla mediazione immaginativa, rende l’uomo incapace di control-<lb/>lare le proprie passioni e incapace di affrontare l’esperienza morale del «video<lb/>meliora proboque, deteriora sequor», una delle esperienze più problematiche<lb/>che la filosofia si sia trovata a risolvere<note xml:id="ftn98" place="foot" n="98">Cfr. AK, VI, VI, 185 ma soprattutto nella <hi rend="it">Teodicea</hi> i §§ 147-166.</note>.</p>
         <p>Il problema è di principio: non basta ridurre l’immaginazione nel consue-<lb/>to modello dell’assenza di validità conoscitiva, perché immediatamente una<lb/>tale assenza pone il problema di qualificare dialetticamente una «presenza».<lb/>Leibniz la cerca nell’ambito morale e nella funzione emotiva che l’immagina-<lb/>zione svolge al servizio della volontà, capace come è di adattarsi allo schema<lb/>alternativo della scelta: l’immaginazione può esaltare le attrattive sia del male<lb/>che del bene perché è trasparente rispetto ai possibili oggetti della volontà. Un<lb/>pensiero tutto «caratteristico» invece non «tocca» né «scuote» l’animo dal tor-<lb/>pore interiore in cui si trova il filosofo e lo scienziato quando sperimentano<lb/>l’uso rapido e logico della facoltà intellettuale<note xml:id="ftn99" place="foot" n="99">AK, VI, VI, 186.</note>, cosicché nel momento della<lb/>scelta morale, che riguarda non solo la tecnica del pensare, ma la totalità della<lb/>nostra natura, corpo ed anima, risulta difficile operare una scelta equilibrata.<lb/>La materialità dell’esistenza – sostiene Leibniz – ha quel carattere di immedia-<lb/>tezza che il pensiero logico non ha.</p>
         <p>Nous supposons et croyons, ou plustost nous recitons seulement sur la foy d’au-<lb/>truy ou tout au plus sur celle de la memoire de nos raisonnemens passés, que le plus<lb/>grand bien est dans le meilleur parti ou le plus grand mal dans l’autre. Mais quand<lb/>nous ne les envisageons point, nos pensèes et nos raisonnemens contraires au senti-<lb/>ment sont une espece de psittacisme, qui ne fournit rien pour le present à l’esprit, et si<lb/>nous ne prenons point de mesures pour y remedier, autant en emporte le vent<note xml:id="ftn100" place="foot" n="100"><hi rend="it">Ibidem</hi>.</note>.</p>
         <p>Nel combattimento tra «la carne e lo spirito, lo spirito soccombe spesso<lb/>perché non si serve al meglio dei propri vantaggi», e poiché questo combatti-<lb/>mento «non è altra cosa che l’opposizione delle differenti tendenze che sorgo-<lb/>no dai pensieri confusi e da quelli distinti» – continua Leibniz – occorrerà esa-<lb/>minare più da vicino questa sorta di pensieri.</p>
         <p>In effetti se ogni pensiero chiaro è necessariamente anche distinto, non è<lb/>altrettanto vero che ogni pensiero distinto sia anche chiaro perché «pensieri<lb/>distinti sono d’ordinario chiari solo in potenza»: essi – dice Leibniz – potrebbe-<lb/>
            <lb/><pb n="69" facs="LP3_69.jpg"/>ro esserlo se volessimo prenderci la briga di penetrare il senso delle parole o<lb/>dei caratteri, ma non facendolo, o per negligenza o per mancanza di tempo,<lb/>opponiamo «des paroles nues, ou du moins des<hi rend="it"> images</hi> trop foibles à des senti-<lb/>mens vifs»<note xml:id="ftn101" place="foot" n="101"><hi rend="it">Ivi</hi>, 187.</note>.</p>
         <p>Numerose sarebbero le implicazioni teoriche – soprattutto in ambito psi-<lb/>copedagogico – che potremmo trarre da questa particolare piega dell’analisi<lb/>leibniziana in merito alla caratteristica «antipsicagogica» qui data alla raziona-<lb/>lità morale: al di là della individuazione di eventuali precorrimenti, resta il<lb/>fatto che l’immagine tutta novecentesca di un Leibniz padre del riduzionismo<lb/>logico, e teorico della valenza universale del principio di ragion sufficiente<lb/>quale nucleo della tecnica metafisica moderna, non tien conto della ricchezza<lb/>dei testi leibniziani, che ci mostrano un filosofo pienamente consapevole della<lb/>irriducibilità della natura umana a macchina pensante. Per quanto ‘sterilizzata’<lb/>e superata in dignità razionale da altre forme di pensiero, l’immaginazione<lb/>leibniziana non perde il suo peculiare carattere<hi rend="it"> alogico</hi> che ne fa una manifesta-<lb/>zione complessa e indispensabile sia della passività che della attività della<lb/>monade. Essa è generatrice di quei pensieri involontari che costituiscono l’am-<lb/>biente naturale della coscienza ed è quindi situata alla congiunzione tra perce-<lb/>zione ed appercezione, quale Giano bifronte.</p>
         <p>La traccia di questa sua origine profonda ce la fornisce il linguaggio<lb/>comune, che dell’immaginazione condivide l’equivocità. Le varie lingue tra-<lb/>sgrediscono le regole universali della dimostrabilità, e dal confronto di due di<lb/>esse, la francese e la tedesca, Leibniz trae l’occasione per un’elegante conferma<lb/>delle sue tesi sulla intrinseca debolezza di ogni tipo di pensiero fatto valere<lb/>isolatamente.</p>
         <p>Il nous vient des pensées involontaires, en partie de dehors par les objets qui<lb/>frappent nos sens, et en partie au dedans, à cause des impressions (souvent insensibles)<lb/>qui restent des perceptions précedentes, qui continuent leur action et qui se melent<lb/>avec ce qui vient de nouveau. Nous sommes passifs à cet égard, et même quand on<lb/>veille, des<hi rend="it"> images</hi> (sous lesquelles je comprends non seulement les representations des<lb/>figures mais encor celles des sons et d’autres qualités sensibles) nous viennent comme<lb/>dans les songes, sans estre appellées. La langue Allemande les appelle<hi rend="it"> Fliegende Gedan-<lb/>ken</hi>, comme qui diroit des pensées volantes, qui ne sont pas en nostre pouvoir, et où il<lb/>y a quelques fois bien des absurdités qui donnent des scrupules aux gens de bien et de<lb/>l’exercice aux casuistes et directeurs des consciences»<note xml:id="ftn102" place="foot" n="102"><hi rend="it">Ivi</hi>, 177.</note>.</p>
         <p>Forse, nella osservazione finale, vi è dell’ironia sottile, ma è certo che se<lb/>Leibniz dimostra di voler restare a pieno titolo tra i razionalisti e i moralisti<lb/><pb n="70" facs="LP3_70.jpg"/>«du grand siècle» – «mais nostre esprit s’appercevant de quelque image qui luy<lb/>revient, peut dire : halte là, et l’arrester pour ainsi dire»<note xml:id="ftn103" place="foot" n="103"><hi rend="it">Ibidem</hi>.</note> – molto ha scritto e<lb/>concepito in direzione diversa, preparando il terreno ad una nuova stagione<lb/>nella quale l’immaginazione e la fantasia si costituiranno in facoltà spirituali<lb/>dominanti, con una tale carica poietica e sociale da generare un’arte di vita<lb/>che si imporrà sia sul dotto moralismo gesuitico che sul dotto libertinismo del<lb/>secolo diciassettesimo.</p>
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