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         <titleStmt>
            <title>LEIBNIZ E LA ΠΕΡΙΧΩΡΗΣΙΣ</title>
            <author><name>Antonio</name>
               <surname>Lamarra</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
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            <bibl>
               <title level="m">LEIBNIZ E LA ΠΕΡΙΧΩΡΗΣΙΣ</title>
               <author>Antonio Lamarra</author>
               <title level="a">Lexicon philosophicum, Quaderni di terminologia filosofica e storia
                  delle idee</title>
               <publisher>Leo S. Olschki Editore</publisher>
               <editor>A. Lamarra, L. Procesi</editor>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope> vol. I-1985, VIII-140 pp., (Collana Lessico Intellettuale Europeo,
               XXXIV)</biblScope>
               <date>1985</date>
            </bibl>
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<titlePage>
   <docAuthor>Antonio Lamarra</docAuthor>
         <docTitle>
            <titlePart>LEIBNIZ E LA ΠΕΡΙΧΩΡΗΣΙΣ</titlePart>
         </docTitle>
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         <epigraph> <p>«Il concetto della relazione essen-<lb/>ziale di tutte le cose è il primo passo<lb/>per
            capire come le entità finite hanno<lb/>bisogno dell’universo illimitato e
            come<lb/>l’universo acquista significato e valore<lb/>a causa del suo incorporare
            l’attività<lb/>del finito».</p>
         <p><hi rend="smcap">A. N. Whitehead</hi></p></epigraph>
      </front>
      <body>
  <pb n="67" facs="LP1_67.jpg" />
         <p>Nella<hi rend="it"> Dissertatio de arte combinatoria</hi> Leibniz elogiava l’opera
            del «so-<lb/>lidissimo» Bisterfeld e, riprendendone la terminologia, gli attribuiva il
            me-<lb/>rito di aver posto al centro della sua speculazione il concetto di
            περι-<lb/>χώρησις o<hi rend="it"> immeatio</hi>. Non è questo tuttavia l’unico testo
            nel quale egli<lb/>faccia uso del vocabolo greco, come della sua traduzione latina.
            Quantunque<lb/>infatti non appartengano al suo vocabolario filosofico consueto, sia
            περιχώ-<lb/>ρησις sia<hi rend="it"> immeatio</hi> sono presenti in diversi scritti
            di Leibniz, talvolta in con-<lb/>testi di indubbio interesse speculativo. Le difficoltà
            interpretative che si frap-<lb/>pongono ad una piena comprensione di quei testi sono
            altresì notevoli e di<lb/>diverso ordine. In primo luogo vi concorre la stessa rarità
            dei termini all’in-<lb/>terno del<hi rend="it"> corpus</hi> lessicale leibniziano.
            Assenti nelle grandi opere della matu-<lb/>rità, attestati – fra gli scritti filosofici
            pubblicati in vita dall’autore – unica-<lb/>mente nella giovanile<hi rend="it">
               Dissertatio</hi>, περιχώρησις e<hi rend="it"> immeatio</hi> sono termini
            poco<lb/>frequenti nelle pagine di Leibniz e inoltre di assai ardua
            interpretazione,<lb/>anche perché mai direttamente definiti. Infine occorre considerare
            che né<lb/>περιχώρησις, né<hi rend="it"> immeatio</hi> godettero di larga diffusione
            nella storia delle ri-<lb/>spettive lingue. Donde consegue la scarsità estrema di
            testimonianze con-<lb/>cernenti il loro uso, desumibili dai consueti strumenti di
            documentazione<lb/>lessicografica.</p>
         <p>Περιχώρησις nel greco classico è termine assai raro. Se ne trova docu-<lb/>mentato
            l’impiego solo in due frammenti di Anassagora, che ne fece uso<lb/>nel significato
            etimologico di ‘rivolgimento’, ‘rotazione’, ad indicare il<lb/>movimento rotatorio che
            il νοῦς imprime alla materi<note xml:id="ftn1" place="foot" n="1">
               <p> È quanto risulta dalla consultazione del <hi rend="it">Greek-English
                  Lexicon</hi> di <hi rend="smcap">H. G. Liddel</hi><lb/>e <hi rend="smcap">R. Scott</hi>:
                  sotto l’entrata περιχώρησις – che essi traducono ‘rotation’ – non si trova<lb/>che
                  l’indicazione dei frammenti 12 e 13 di Anassagora (v. <hi rend="it">A
                     Greek-English Lexicon</hi> compi-<lb/>led by H. G. Liddel and R. Scott. A new
                  edition revised and augmented throughout by<lb/>Sir H. Stuart Jones, Oxford,
                  Clarendon Press 1940). La numerazione dei frammenti di<lb/>Anassagora si riferisce
                  naturalmente all’edizione di <hi rend="smcap">H. Diels</hi>, <hi rend="it">Die
                     Fragmente der Vorso-<lb/>kratiker</hi>, Griechisch und Deutsch, von Hermann
                  Diels, fünfte Auflage herausgegeben von<lb/>Walter Kranz, Bd. 1-3, Berlin
                  1934-1937, Bd. 2, Berlin 1935, pp. 37-39.</p>
            </note>. Come sostantivo,<lb/><pb n="68" facs="LP1_68.jpg"/>infatti, περιχώρησις trae origine dal verbo
            περιχωρέω, ‘incedere intorno’. Si<lb/>dispone di un maggior numero di testimonianze
            relativamente a περιχωρέω,<lb/>che risulta attestato, oltre che in Anassagora, in
            diversi altri autori con una<lb/>certa continuità fino al terzo secolo dopo Cristo. Due
            furono i significati<lb/>fondamentali connessi a questo verbo: quello di ‘incedere
            intorno’, ‘ince-<lb/>dere circolarmente’ (talvolta ‘passare attraverso’) e quello di
            ‘succedere’,<lb/>‘passare da uno a un altro’<note xml:id="ftn2" place="foot" n="2">Il
               Liddel-Scott distingue, come significati principali di περιχωρέω, ‘go round’
               e<lb/>‘rotate’; a quest’ultimo riporta quello più specifico di ‘to be transferred
               to’, ‘come to<lb/>in succession ‘.</note>. Nel primo significato è documentato in
            opere<lb/>di Aristofane, Plutarco, Diogene Laerzio<note xml:id="ftn3" place="foot" n="3"
               >V. <hi rend="smcap">Aristofane</hi>, <hi rend="it">Aves</hi>, 958; <hi rend="smcap"
                  >Plutarco</hi>, <hi rend="it">Pompeius</hi>, 7 e <hi rend="it"
               >Agesilaus</hi>, 39; <hi rend="smcap">Diogene Laer-<lb/>zio</hi>, <hi rend="it">De
                  Clarorum philosophorum vitis</hi>, 1, 44.</note>; nel secondo, περιχωρέω fu
            im-<lb/>piegato da Erodoto e poi da Pausania per indicare la successione di padre<lb/>in
            figlio, il trapasso del potere dinastico <note xml:id="ftn4" place="foot" n="4">V. <hi
                  rend="smcap">Erodoto</hi>, 1, 210; <hi rend="smcap">Pausania</hi>, <hi rend="it"
                  >Descriptio Graeciae</hi>, 10, 2, 7. Cfr. <hi rend="smcap">Dione Cassio</hi>,<lb/><hi
                  rend="it">Historia Romana</hi>, 40, 49, 5.</note>, e in un passo di Luciano si
            trova<lb/>in endiadi col verbo ἀμείβομαι, (‘scambiarsi’, ‘alternarsi’) <note
               xml:id="ftn5" place="foot" n="5"><hi rend="it">Vitarum Auctio</hi>, 14.</note>.</p>
         <p>Non si possiedono testimonianze lessicografiche, invece, circa l’uso di<hi rend="it"
               > im-<lb/>meatio</hi>. Se ne può congetturare per induzione il senso di ‘entrata’ o
            di ‘pene-<lb/>trazione’ a partire dal significato di<hi rend="it"> immeo</hi>,
            ‘entrare in’, ‘penetrare’; tuttavia<lb/>né i dizionari del latino classico, né quelli
            del latino medievale ne registrano<lb/>l’uso <note xml:id="ftn6" place="foot" n="6">Per
               il latino classico si sono consultati i seguenti dizionari: <hi rend="smcap"
               >Forcellini</hi>, <hi rend="smcap">Furla-<lb/>netto</hi>, <hi rend="smcap">Corradini</hi>,
                  <hi rend="smcap">Perin</hi>, <hi rend="it">Lexicon Totius Latinitatis</hi>, tt.
               1-6, Patavii 1940; <hi rend="it">Thesaurus Linguae<lb/>Latinae</hi>, Leipzig 1900
               e segg.; <hi rend="smcap">P. G. W. Glare</hi>, <hi rend="it">Oxford Latin
               Dictionary</hi>, Oxford 1982. Per<lb/>quanto riguarda invece il latino medievale, si
               sono tenuti presenti: <hi rend="smcap">Du Cange</hi>, <hi rend="it"
                  >Glossarium<lb/>Mediae et Infimae Latinitatis</hi>, tt. 1-10, 1883-1887 (ed.
               anast. Graz 1954); <hi rend="smcap">R. E. Latham</hi>,<lb/><hi rend="it">Revised
                  Medieval Latin Word-List</hi>, London 1965; <hi rend="smcap">A. Blaise</hi>, <hi
                  rend="it">Lexicon Latinitatis Medii Aevi</hi>,<lb/>Turnholti 1975; <hi rend="smcap">J.
                  F. Niermeyer</hi>, <hi rend="it">Mediae Latinitatis Lexicon Minus</hi>, Leiden
               1976. Inoltre<lb/>la dott.ssa <hi rend="smcap">Olga Weijers</hi>, attuale responsabile
               del <hi rend="it">Lexicon Latinitatis Nederlandicae Medii<lb/>Aevi</hi>
               (Amstelodami [poi: Leiden] 1970 e segg.), finora giunto alla lettera ‘C’, ha avuto
               la<lb/>cortesia di comunicarmi che negli schedari del dizionario che dirige non
               figurano testi-<lb/>monianze concernenti ‘immeatio’. Analoga risposta ho ricevuto
               anche dal professor<lb/>Paul Tombeur, direttore del CETEDOC di Louvain-la-Neuve
               (Belgio). Desidero rin-<lb/>graziare ambedue per avermi gentilmente fornito queste
               informazioni.</note>. Solo in taluni casi si trova documentato l’aggettivo di
               derivazione<lb/>verbale<hi rend="it"> immeabilis</hi>, nel senso di
            ‘inattraversabile’, ‘insormontabile’<note xml:id="ftn7" place="foot" n="7">V. <hi
                  rend="it">Thesaurus Lingue Latinae</hi>, cit.; <hi rend="it">Lexicon
                  Totius Latinitatis</hi>, cit.; <hi rend="it">Mediae Latinitatis<lb/>Lexicon
                  Minus</hi>, cit., voce ‘immeabilis’.</note>.</p>
         <pb n="69" facs="LP1_69.jpg"/>
         <p>Non è facile arguire sulla base di questi soli dati quale fosse l’esatto
            si-<lb/>gnificato che in pieno XVII secolo Bisterfeld e, dopo di lui, Leibniz
            potes-<lb/>sero attribuire ai termini περιχώρησις e<hi rend="it"> immeatio</hi>. La
            stessa relazione di sino-<lb/>nimia, che essi concordemente vi scorgono, intendendo
            l’uno come tradu-<lb/>zione dell’altro, richiede di essere spiegata. Occorre quindi
            domandarsi da<lb/>quale tradizione culturale attingessero quella terminologia e, ancora,
            quali<lb/>determinazioni peculiari il concetto di περιχώρησις o<hi rend="it">
               immeatio</hi> assumesse, una<lb/>volta inserito nella struttura teorica della
            filosofia di Leibniz. Se in generale<lb/>il significato di un termine si determina in
            funzione della posizione relativa<lb/>che esso occupa nella struttura lessicale cui
            appartiene e quindi nella dimen-<lb/>sione contestuale nella quale viene usato, in un
            caso come quello in esame<lb/>il concetto stesso di contesto deve estendersi fino a
            comprendere l’intera<lb/>storia del termine, le diverse vicende che contribuirono a
            modificarne gli<lb/>ambiti di impiego e, quando vi sia, l’evoluzione stessa del
            significato. Per<lb/>questo motivo, sebbene con il presente studio non ci si proponga di
            deli-<lb/>neare una esauriente storia semantica dei termini περιχώρησις e<hi
               rend="it"> immeatio</hi>, an-<lb/>che a tale storia si dovrà fare appello per una
            corretta interpretazione dei<lb/>passi leibniziani, nei quali essi vengono impiegati.</p>
         <p><hi rend="smcap">Bisterfeld</hi> e <hi rend="smcap">Leibniz:<hi rend="it"> immeatio
               seu</hi>
            </hi>περιχώρησις.</p>
         <p>Nella<hi rend="it"> Dissertatio de arte combinatoria</hi> il giovane Leibniz, dopo
            aver dimo-<lb/>strato in quale modo fosse possibile calcolare «dato subjecto
            praedicata»<lb/>e «dato praedicato subjecta» (<hi rend="it">Probl.</hi> II,<hi
               rend="it"> usus</hi> X)<note xml:id="ftn8" place="foot" n="8">V. <hi
                  rend="it">Dissertatio de arte combinatoria</hi>, Lipsiae 1666, in <hi
                  rend="smcap">G. W. Leibniz</hi>, <hi rend="it">Sämtliche Schriften<lb/>und
               Briefe</hi> herausgegeben von der Preussischen [oggi: Deutschen] Akademie der
               Wissen-<lb/>schaften zu Berlin, Darmstadt 1923 e segg., sechste Reihe, Bd. 1, pp.
               192-201. D’ora in<lb/>avanti ci si riferirà a questa edizione con l’abbreviazione <hi
                  rend="it">Ak</hi>, seguita dall’indicazione in<lb/>numeri romani della serie e
               del volume e da quella delle pagine in numeri arabi. Nelle<lb/>successive citazioni
               di passi tratti dalla <hi rend="it">Dissertatio</hi> inoltre si farà seguire, per
               comodità<lb/>di consultazione, il riferimento all’edizione Gerhardt (<hi
                  rend="it">Die philosophischen Schriften von G.<lb/>W. Leibniz</hi>
               herausgegeben von C. I. Gerhardt, Bd. 1-7, Berlin 1875-1890 = <hi rend="it"
               >GPh</hi>). Anche<lb/>in questo caso il numero romano indicherà il volume, mentre
               quello arabo indicherà la<lb/>pagina.</note>, chiariva come tale calcolo<lb/>dovesse
            intendersi riferito ai soli<hi rend="it"> theoremata</hi>, vale a dire alle sole
            proposizioni<lb/>universali, ma non agli enunciati singolari o alle osservazioni
            empiriche.<lb/>Più precisamente, egli definiva i primi come «propositiones quae sunt
            ae-<lb/>ternae veritatis, seu non arbitrio Dei, sed sua natura constant»<note
               xml:id="ftn9" place="foot" n="9"><hi rend="it">Ak</hi>, VI, <hi rend="it"
               >i</hi>, 199 (<hi rend="it">GPh</hi>, IV, 69).</note>. Mediante<lb/>tale
            definizione, nella quale può già essere intravisto uno dei motivi più pro-<lb/>fondi
            della successiva polemica anticartesiana, Leibniz mostra di intendere<lb/>per<hi
               rend="it"> theoremata</hi> quelle proposizioni universali, nelle quali l’inerenza
            del pre-<lb/><pb n="70" facs="LP1_70.jpg"/>dicato nel soggetto è analiticamente determinata prima e
            indipendentemente<lb/>da ogni deliberazione della volontà creatrice di Dio. Di natura
            affatto diversa<lb/>le proposizioni che appartengono al campo delle verità di fatto,
            siano esse<lb/>enunciati singolari o generalizzazioni empiriche; poiché queste,
            quand’anche<lb/>diano luogo a proposizioni universali, mantengono tuttavia la natura di
            ve-<lb/>rità contingenti che deriva loro dal primordiale atto creatore divino,
            dall’ap-<lb/>partenere dunque al piano dell’esistenza e non a quello dell’essenza.
            Delle<lb/>prime infatti, e solo di quelle, può esser data dimostrazione (<hi
               rend="it">demonstratio</hi>),<hi rend="it">
               <lb/>
            </hi>mentre la conoscenza delle seconde è affidata all’induzione (<hi rend="it"
               >inductio</hi>)<note xml:id="ftn10" place="foot" n="10"><hi rend="it"
               >Ibidem</hi>: «Admonendum denique est, totam hanc artem complicatoriam
               directam<lb/>esse ad theoremata, seu propositiones quæ sunt alternæ veritatis, seu
               non arbitrio Dei<lb/>sed sua natura constant. Omnes vero propositiones singulares
               quasi historicæ, v. g. Augus-<lb/>tus fuit Romanorum imperator, aut observationes, id
               est propositiones universales, sed<lb/>quarum Veritas non in essentia, sed existentia
               fundata est; quæque veræ sunt quasi casu,<lb/>id est Dei arbitrio, v. g. omnes
               homines adulti in Europa habent cognitionem Dei. Talium<lb/>non datur demonstratio
               sed inductio. Nisi quod interdum observatio per observationem<lb/>interventu
               Theorematis demonstrari potest».</note>.</p>
         <p>A questo proposito il giovane filosofo, ricollegandosi alla dottrina ari-<lb/>stotelica
            secondo la quale non si dà scienza che dell’universale, accennava<lb/>alle secolari
            dottrine ‘topiche’, a quella tradizione mnemotecnica dei<hi rend="it">
            loci<lb/></hi>che per tanti aspetti era venuta congiungendosi nella cultura europea
            tra<lb/>Cinque e Seicento con la tradizione combinatoria di ispirazione lulliana<note
               xml:id="ftn11" place="foot" n="11">Sulla tradizione mnemotecnica e le sue connessioni
               con il lullismo v. <hi rend="smcap">Paolo Rossi</hi>,<lb/><hi rend="it">Clavis
                  universalis. Arti mnemoniche e logica combinatoria da Lullo a Leibniz</hi>,
               Milano-Napoli<lb/>1960; <hi rend="smcap">Frances A. Yates</hi>, <hi rend="it">The
                  Art of Memory</hi>, London 1966 (trad. it. <hi rend="it">L’arte della
               memoria</hi>,<lb/>Torino 1972).</note>.<lb/>Indimostrabili per via di definizione,
            inderivabili per via di combinazione<lb/>dall’<hi rend="it">alphabetum notionum
               humanarum</hi>, le verità di fatto traggono origine dalla<lb/><hi rend="it"
               >historia</hi> (qui da intendersi in senso lato, come esperienza dell’esistente),
            mentre<lb/>il ricorso ai<hi rend="it"> loci topici</hi> ne garantisce il
               ricordo<note xml:id="ftn12" place="foot" n="12"><hi rend="it">Ak</hi>, VI, <hi
                  rend="smcap">i</hi>, 199 (<hi rend="it">GPh</hi>, IV, 69-70): «At tales
               observationes pertinent omnes propo-<lb/>sitiones particulares, quæ non sunt conversæ
               vel subalternæ universalis. Hinc igitur ma-<lb/>nifestum est, quo sensu dicatur
               singularium non esse demonstrationem, et cur profundis-<lb/>simus Aristoteles locos
               argumentorum posuerit in Topicis, ubi et propositiones sunt con-<lb/>tingentes, et
               argumenta probabilia, Demonstrationum autem unus locus est: definitio.<lb/>Verum cum
               de re dicenda sunt ea quæ non ex ipsius visceribus desumuntur, v. g.
               Christum<lb/>natum esse Bethleemi, nemo huc definitionibus deveniet: sed historia
               materiam, loci re-<lb/>miniscentiam suppeditabunt. Hæc jam locorum Topicorum origo,
               et in singulis maxi-<lb/>marum, quibus omnibus qui sint fontes, ostenderemus itidem,
               nisi timeremus ne in pro-<lb/>gressu sermonis cupiditate declarandi omnia
               abriperemur».</note>. Sebbene in questa prima fase<lb/>del pensiero di Leibniz verità
            di ragione e verità di fatto siano tenute netta-<lb/>mente distinte, tuttavia tanto la
            conoscenza dimostrativa quanto l’ordinamento<lb/>mnemotecnico delle verità empiriche
            trovano un comune fondamento nella<lb/>dottrina metafisica delle relazioni che collegano
            e pervadono l’universalità<lb/>degli enti. Ed in questo consiste il merito che, secondo
            Leibniz, occorre<lb/><pb n="71" facs="LP1_71.jpg"/>attribuire all’opera di J. H. Bisterfeld, cioè
            nell’aver posto al centro della<lb/>sua speculazione il concetto di<hi rend="it">
               immeatio</hi> ο περιχώρησις universale con l’im-<lb/>plicito riconoscimento, che
            questo comportava, del ruolo fondamentale del-<lb/>l’idea di relazione:</p>
         <p>Uno saltem verbo indigitabimus, omnia ex doctrina metaphysica relationum<lb/>Entis ad
            Ens repetenda esse, sic ut ex generibus quidem relationum Loci, ex theo-<lb/>rematis
            autem singulorum maximae efformentur. Hoc vidisse arbitror, praeter<lb/>morem
            compendiographorum solidissimum Joh. Henr. Bisterfeld in Phosporo<lb/>Catholico seu
            Epitome artis meditandi ed. Lugd. Bat. anno 1657, quae tota fundatur<lb/>in immeatione
            et περιχωρήσει, ut vocat, universali omnium in omnibus,<lb/>similitudine item et
            dissimilitudine omnium cum omnibus, quarum principia:<lb/>Relationes. Eum libellum qui
            legerit, usum artis complicatoriae magis magisque<lb/>perspiciet<note xml:id="ftn13"
               place="foot" n="13">
               <list type="unordered">
                  <item><hi rend="it">Ibidem</hi> (<hi rend="it">GPh</hi>, IV, 70). In
                     questo, come in tutti i passi che saranno citati, lo spaziato<lb/>è mio.</item>
               </list>
            </note>.</p>
         <p>Il debito di Leibniz nei confronti di Bisterfeld in realtà andava ben
            oltre<lb/>l’influenza e le suggestioni che aveva potuto suscitare in lui la lettura del
               breve<lb/><hi rend="it">Phosphorus catholicus</hi><note xml:id="ftn14"
               place="foot" n="14">
               <list type="unordered">
                  <item>Il <hi rend="it">Phosphorus catholicus seu artis meditandi epitome</hi>
                     apparve nel 1657 in appendice, ma<lb/>con numerazione delle pagine separate
                     (pp. 1-32), agli <hi rend="it">Elementa logica</hi>; chiudeva il
                     volume<lb/>il <hi rend="it">Consilium de studiis feliciter instituendis:
                        Johannis Henrici Bisterfeldii Elementorum lo-<lb/>gicorum Libri tres</hi>
                     ... Accedit, Ejusdem Authoris, <hi rend="it">Phosphorus catholicus, seu
                        artis meditandi<lb/>epitome</hi>. Cui subjunctum est, <hi rend="it"
                        >Consilium de studiis feliciter instituendis</hi>, Lugduni
                     Batavorum<lb/>1657.</item>
               </list>
            </note> e va ricercato piuttosto in diversi aspetti della sua con-<lb/>cezione della
            logica e soprattutto nel ruolo determinante assolto nel pensiero<lb/>di Bisterfeld dal
            concetto di armonia cosmica o<hi rend="it"> panharmonia</hi>, cui si
            legava<lb/>strettamente, pur senza identificarvisi, il tema della<hi rend="it">
               immeatio</hi>, come «mutua<lb/>rerum unio et communio», che l’enciclopedia del sapere
            deve riprodurre<note xml:id="ftn15" place="foot" n="15">
               <list type="unordered">
                  <item>V. <hi rend="smcap">Massimo Mugnai</hi>, <hi rend="it">Der Begriff der
                        Harmonie als metaphysische Grundlage der Lo-<lb/>gik und Kombinatorik bei
                        Johann Heinrich Bisterfeld und Leibniz</hi>, in «Studia
                     Leibnitiana»,<lb/>1973, 1, pp. 43-73. Il saggio di Mugnai illustra con ampia
                     documentazione l’influenza che<lb/>diversi temi del pensiero di Bisterfeld
                     esercitarono sulla filosofia di Leibniz, soprattutto<lb/>negli anni della sua
                     formazione. Non si può però condividere l’identificazione
                     proposta<lb/>dall’autore tra il concetto bisterfeldiano di <hi rend="it"
                        >harmonia</hi> e quello di <hi rend="it">immeatio</hi>. Sebbene
                     forte-<lb/>mente correlate, <hi rend="it">harmonia</hi> e <hi rend="it"
                        >immeatio</hi> non cessano di appartenere a campi semantici e
                     con-<lb/>cettuali distinti.</item>
               </list>
            </note>.<lb/>Inutilmente del resto si cercherebbe nelle pagine del<hi rend="it">
               Phosphorus catholicus<lb/></hi>la documentazione dell’uso bisterfeldiano di
            περιχώρησις o un chiarimento<lb/>circa l’esatto significato da attribuire al termine: di
            esso infatti Bisterfeld non<lb/>fa mai uso nelle pagine di quel testo, così come scarso
            e non particolarmente<lb/>rilevante risulta l’impiego di<hi rend="it">
               immeatio</hi><note xml:id="ftn16" place="foot" n="16">
               <list type="unordered">
                  <item>
                     <anchor type="bookmark-start" xml:id="id_bookmark0"/>V. <hi rend="it"
                        >Phosphorus catholicus</hi>, pp, 3, 20, 22-23<anchor type="bookmark-end"
                        corresp="#id_bookmark0"/>.</item>
               </list>
            </note>. Sicché la stessa citazione leibniziana,<lb/><pb n="72" facs="LP1_72.jpg"/>con l’endiadi che
            presenta tra il vocabolo greco e la stia traduzione latina,<lb/>rinvia all’attento esame
            che Leibniz aveva compiuto delle altre, ben più rile-<lb/>vanti opere di Bisterfeld.
            Certamente egli conosceva, oltre al<hi rend="it"> Phosphorus</hi>,<lb/>il<hi
               rend="it"> Philosophiae primae seminarium</hi>, gli<hi rend="it"> Elementorum
               logicorum libri tres</hi> e il<hi rend="it"> Con-<lb/>silium studendi</hi> che,
            riuniti in un unico volume, appartenevano alla sua biblio-<lb/>teca personale<note
               xml:id="ftn17" place="foot" n="17">II volume, custodito presso il Leibniz-Archiv
               della Niedersächsische Landesbi-<lb/>bliothek di Hannover, comprende, oltre ai citati
                  <hi rend="it">Elementa logica</hi>, l’importante <hi rend="it"
                  >Philosophiae<lb/>primae seminarium</hi> (<hi rend="smcap">Joh. Henrici
               Bisterfeldii</hi> ... <hi rend="it">Philosophiae primae seminarium</hi> ...
               editum<lb/>ab Adriano Heereboord, qui Dissertationem praemisit de philosophia prima
               existentia et<lb/>usu, Lugduni Batavorum 1657). Numerose e spesso assai interessanti
               le note marginali di<lb/>Leibniz, che sono state pubblicate in <hi rend="it"
               >Ak</hi>, VI, <hi rend="smcap">i</hi>, 151-161.</note>. E vi è più di un motivo per
            ritenere che Leibniz abbia avuto<lb/>conoscenza anche della raccolta di scritti
            bisterfeldiani pubblicata postuma<lb/>nel 1661 sotto il titolo di<hi rend="it">
               Bisterfieldus redivivus</hi><note xml:id="ftn18" place="foot" n="18"><hi
                  rend="it">Bisterfieldus redivivus, seu operum Joh. H. Bisterfieldi... tomus
                  primus-secundus</hi>, Hagae<lb/>Comitum 1661. La raccolta contiene quindici testi
               bisterfeldiani di varia entità e impor-<lb/>tanza; fra i più rilevanti sicuramente la
                  <hi rend="it">Logica</hi> (t. II, pp. 1-451). Per una analisi
               complessiva<lb/>del <hi rend="it">Bisterfieldus redivivus</hi>, ma in particolare
               sul tema dell’alfabeto filosofico, v. <hi rend="smcap">Paolo Rossi</hi>,<lb/><hi
                  rend="it">Clavis universalis</hi>, cit., pp. 197-200.</note>.</p>
         <p>Un esame anche sommario di questi testi mostra con evidenza la corret-<lb/>tezza del
            giudizio leibniziano: sottolineando la centralità del concetto di<lb/>περιχώρησις nelle
            opere di Bisterfeld, il giovane filosofo ne coglieva in effetti<lb/>uno dei tratti più
            caratteristici e ricorrenti. Il tema infatti è particolarmente<lb/>sviluppato da
            Bisterfeld, che vi insiste ripetutamente in tutti i suoi scritti di<lb/>più ampio
            respiro, anche se, occorre notare, in essi il termine greco non è<lb/>mai presente nella
            forma corretta riportata da Leibniz, bensì nella forma<lb/>ἐμπεριχώρησις, rafforzato
            quindi dalla premessa della preposizione ἐν. Nella<lb/><hi rend="it">Philosophia
               prima l’immeatio</hi> figura nel novero delle<hi rend="it"> notiones
            generales</hi> comprese<lb/>sotto il concetto di<hi rend="it"> unitas</hi>, uno dei
            tre attributi primi dell’ente insieme con<lb/>la<hi rend="it"> Veritas</hi> e la<hi
               rend="it"> bonitas</hi><note xml:id="ftn19" place="foot" n="19"><hi rend="it"
                  >Philosophiae primae seminarium</hi>, cit., pp. 52-53: «Attributa entis unita,
               sunt, quorum<lb/>singula omni enti conveniunt. Ea sunt, vel prima, vel non prima; seu
               priora, vel poste-<lb/>riora. Prima sunt, quae ab ipsis entis principiis per se, non
               per alia attributa, sunt,<lb/>seu emanant. Ea vulgo recensentur tria, Unitas,
               Veritas, Bonitas». <hi rend="it">Ivi</hi>, pp. 53-54: «Sub<lb/>unitate
               comprehenduntur multae notiones generales, eaeque utilissimae; in primis,
               Possi-<lb/>bilitas, [...] immeatio».</note>. L’autore definisce<hi rend="it">
            </hi>l’<hi rend="it">immeatio</hi> come «plurium unio-<lb/>num ac communionum unio
            seu conjunctio»<note xml:id="ftn20" place="foot" n="20"><hi rend="it">Ivi</hi>, p.
               56.</note> e ne ravvisa il fondamento<lb/>ontologico e metafisico in quel concetto
               di<hi rend="it"> panharmonia rerum</hi>, che egli signi-<lb/>ficativamente
            condivide con la filosofia di Comenio, come lui discepolo a<lb/>Herborn di J. H. Alsted:</p>
         <p>Ex panharmonia rerum, oritur ineffabilis earum immeatio, seu mutua<lb/>unio et communio.
            Utque panharmonia rerum, est omnis humanae praxeos, puta<lb/><pb n="73" facs="LP1_73.jpg"
            />contemplationis, actionis, et effectionis, seu veritatis, honestatis, et utilitatis,
            men-<lb/>sura et basis; ita immeatio, est omnis geneseos janua, omnisque
            analyseos<lb/>per universum [sic] Encyclopaediam clavis<note xml:id="ftn21" place="foot"
               n="21">
               <p>
                  <hi rend="it">Ivi</hi>, p. 80.</p>
            </note>.</p>
         <p>Sebbene definita come<hi rend="it"> janua</hi> di ogni sintesi e<hi rend="it">
               clavis</hi> di ogni analisi, l’<hi rend="it">immeatio<lb/></hi>per Bisterfeld non
            è concetto puramente logico, ma logico e ontologico nel<lb/>medesimo tempo. La
            distinzione tra<hi rend="it"> immeatio realis</hi> e<hi rend="it"> immeatio
               mentalis,</hi> intesa<lb/>quale rispecchiamento o<hi rend="it"> pictura</hi>
            della prima, viene espressamente affrontata<lb/>nel terzo capitolo degli<hi
               rend="it"> Elementa logica </hi>(<hi rend="it">De argumentis in genere</hi>).
            Il tema, come<lb/>lascia presagire il titolo del capitolo, si inquadra nel contesto
            dell’esposizione<lb/>della dottrina topica dell’<hi rend="it">argumentum,</hi>
            considerato come<hi rend="it"> instrumentum inven-<lb/>tionis</hi>:</p>
         <p>Argumentum est, instrumentum inventionis quod mentem rebus thema no-<lb/>tificantibus
            congrue applicat. Ciceroni dicitur Locus inventionis, h.e. herma seu<lb/>index
            meditationis <note xml:id="ftn22" place="foot" n="22"><hi rend="it">Elementa
               logica</hi>, cit., p. 4.</note>.</p>
         <p>Bisterfeld nella sua esposizione esamina quindi le tre<hi rend="it">
            affectiones</hi> proprie del-<lb/>1’<hi rend="it">argumentum</hi>, considerato<hi
               rend="it"> in genere</hi>:<hi rend="it"> relatio</hi>,<hi rend="it">
               nexus</hi>,<hi rend="it"> immeatio</hi><note xml:id="ftn23" place="foot" n="23"
                  ><hi rend="it">Ivi</hi>, pp. 4-5: «Argumentum consideratur in genere et
               specie. In genere videndae<lb/>sunt ejus affectiones et usus. Affectiones sunt,
               relatio, nexus et immeatio».</note><hi rend="it">.</hi> La<hi rend="it">
               relatio</hi> è quella<lb/><hi rend="it">affectio</hi> in virtù della quale «thema
            et argumentum se mutuo respiciunt»<note xml:id="ftn24" place="foot" n="24"><hi
                  rend="it">Ivi</hi>, p. 5.</note>;<lb/>mentre il<hi rend="it"> nexus</hi>
            consiste nel<hi rend="it"> gradus</hi> della relazione e può essere
            necessario<lb/>oppure contingente. Nel primo caso – afferma Bisterfeld, rifacendosi alla
            ter-<lb/>minologia peripatetica – si avranno proposizioni necessarie che, in
            quanto<lb/>tali ricadono nel dominio della<hi rend="it"> logica analytica</hi>; nel
            secondo caso proposizioni<lb/>contingenti e di competenza della<hi rend="it">
               topica</hi><note xml:id="ftn25" place="foot" n="25"><hi rend="it">Ivi</hi>, pp.
               5-6: «Nexus est relationis gradus. Estque vel necessarius, vel contingens.<lb/>[...]
               Necessario disjunguntur, quorum unum non potest esse cum altero, ut Homo non
               po-<lb/>test esse brutum: Contingenter disjunguntur: quae ita disjunguntur ut possint
               conjungi,<lb/>ut homo et sapientia. Doctrina Logica de necessariis, Peripateticis
               dicitur analytica, de con-<lb/>tingentibus, Topica».</note>. L’<hi rend="it"
               >immeatio</hi> infine, come<hi rend="it"> affectio<lb/></hi>dell’<hi
               rend="it">argumentum,</hi> «est relationum concursus, quo unum argumentum
               admittit<lb/>aliud»<hi rend="sup">
            </hi>
            <note xml:id="ftn26" place="foot" n="26"><hi rend="it">Ivi</hi>, p. 6.</note>.<hi
               rend="sup">
            </hi>Come si accennava, tale concorso di relazioni deve, però, inten-<lb/>dersi come
            ontologicamente fondato: l’<hi rend="it">immeatio mentalis</hi>, in quanto
            «mutua<lb/>cogitationum humanarum unio ac communio», riflette infatti l’<hi
               rend="it">immeatio<lb/>realis</hi>, «mutua rerum in natura occurrentium unio et
               communio»<note xml:id="ftn27" place="foot" n="27">
               <p><hi rend="it">Ivi</hi>, pp. 6-7: «[Immeatio] Realis, est mutua rerum in natura
                  occurrentium unio<lb/>et communio: quae se maxime exerit in rebus sublimioribus,
                  puta divinis ac spirituali-<lb/>bus, [...]. Immeatio mentalis est, mutua
                  cogitationum humanarum unio ac com-<lb/>munio; qua modo prorsus admirabili
                  mutuoque quodam illapsu se mutuo explicant, pro-<lb/>bant ac amplificant et
                  multiplicant, unde necessario resultat Immeatio artium et notio-<lb/>num
                  secundarum, maxime logicarum». Poco oltre l’autore aggiungeva: «Usus i m m e a
                  -<lb/>t i o n i s est infinitus, idque tam in genesi quam in analysi. Cum nam
                  notiones logicae<lb/>debeant repraesentare rerum habitudines: hae vero tam
                  mirifice inter se sint compositae<lb/>ac complicatae, ut uno simplici termino
                  Logico exsi (sic) hauriri nequeant, aut rerum na-<lb/>tura ignoranda, aut
                  praesentissimum immeationis auxilium adhibendum est».<lb/>Nell’esemplare custodito
                  presso il Leibniz-Archiv la prima occorrenza del termine ‘im-<lb/>meatio’ presenta
                  una doppia sottolineatura di mano di Leibniz. La distinzione tra <hi rend="it"
                     >immeatio<lb/>realis</hi> e <hi rend="it">immeatio mentalis</hi> sarà
                  ripresa da Bisterfeld anche nella <hi rend="it">Logica</hi>: «Immeatio
                  est<lb/>realis vel mentalis, generalis vel specialis. Immeatio realis est rerum in
                  natura intima<lb/>unio, indeque proficiscens, ineffabilis communio, haec est basis
                  et norma mentalis. Im-<lb/>meatio mentalis ineffabilis est inexplicabilis
                  cogitationum penetratio, qua unus con-<lb/>ceptus alterum parit, nutrit, ac auget;
                  quam qui intelligit, nae sibi jure gratulari potest!<lb/>Hinc oritur inexausta
                  verborum immeatio ac copia» (<hi rend="it">op. cit.</hi>, p. 18).</p>
            </note>.</p>
         <pb n="74" facs="LP1_74.jpg"/>
         <p>Il riferimento alla tradizionale dottrina dei<hi rend="it"> loci</hi>, il richiamo
            alla distinzione<lb/>tra<hi rend="it"> analytica</hi> e<hi rend="it">
            topica</hi>, la stessa definizione di<hi rend="it"> immeatio</hi> in termini di
            relazione<lb/>sono tutti elementi che inducono a ritenere che Leibniz, allorché citava
            Bi-<lb/>sterfeld nella<hi rend="it"> Dissertatio</hi>, avesse presenti anche queste
            pagine degli<hi rend="it"> Elementa<lb/>logica</hi>. Nelle stesse pagine, in un
            passo di estremo interesse storico e interpre-<lb/>tativo, l’autore si soffermava
            inoltre a considerare l’origine del concetto di<lb/><hi rend="it">immeatio·.</hi>
            proprio perché vi annette la massima importanza, egli infatti av-<lb/>verte la necessità
            di spiegare il significato di un termine, per se stesso raro<lb/>e poco perspicuo. Il
            testo bisterfeldiano consente di identificare senza margini<lb/>di dubbio nella teologia
            patristico-scolastica la tradizione speculativa alla<lb/>quale ascrivere l’origine del
            concetto di περιχώρησις e, per suo tramite, anche<lb/>di quello di<hi rend="it">
               immeatio</hi>. Non bisogna però vedere in quella tradizione la fonte<lb/>immediata
            del concetto bisterfeldiano. Prima di lui, «acutiores quidam phi-<lb/>losophi» già
            avevano scorto la possibilità di estendere all’intera sfera natu-<lb/>rale quella
            relazione di περιχώρησις, che era stata originariamente elaborata<lb/>in ambito
            teologico:</p>
         <p>Immeatio est mutua rerum unio &amp; communio. Hanc primum observa-<lb/>runt Theologi in
            SS. Trinitate, eamque vocarunt ἐμπεριχώρησιν. q.d. inexisten-<lb/>tiam, quorum industriâ
            acutiores quidam philosophi excitati, deprehenderunt i m -<lb/>meationem diffundi per
            naturam, ejusque adeo picturam Encyclopædiam<note xml:id="ftn28" place="foot" n="28">
               <p><hi rend="it">Elementa logica</hi>, cit., p. 6. Cfr. <hi rend="it"
                  >Logica</hi>, cit., pp. 17-18: «Infinita est instrumentorum<lb/>Logicorum
                  immeatio. Immeatio est quidam profundissimus terminus, sed a paucis,
                  quod<lb/>sciam, authoribus usurpatus aut explicatus, soli ferme Theologi de
                  personarum Divina-<lb/>rum ἐμπεριχωρήσει, immeatione, pie disserunt. Nos igitur
                  vocem utilissimam,<lb/>sed satis intricatam aliquantulum extricare conabimur.
                  Immeatio aliquando pro<lb/>intima rerum unione: aliquando pro intima unitorum
                  habitudine ac respectu sumitur:<lb/>haec enim habitudo est intimae unionis
                  proles». Sul concetto teologico di περιχώρησις<lb/>v. <hi rend="it"
                     >Dictionnaire de Théologie Catholique</hi>, voll. 1-15, Paris 1930-1950, voce
                  ‘circuminsession’<lb/>(come sinonimi del termine in entrata sono elencati: <hi
                     rend="it">circumincession</hi>, <hi rend="it">circumsession</hi>, <hi
                     rend="it">circum-<lb/>permeatio</hi>, <hi rend="it">permeatio</hi>,
                  ἐμπεριχώρησις, περιχώρησις, ἐνύπαρξις); <hi rend="it">Lexicon für Theologie
                     und Kir-<lb/>che</hi>, herausgegeben von J. Höfer un Κ. Rahner, Bd. 1-11,
                  Freiburg 1957-1967, voce ‘Pe-<lb/>richorese’.</p>
            </note>.</p>
         <pb n="75" facs="LP1_75.jpg"/>
         <p>Se il tema della περιχώρησις, che è così determinante per la filosofia
            di<lb/>Bisterfeld, affonda le sue radici nella teologia trinitaria dei Padri e, per
            questa<lb/>via, può essere ricondotto al concetto scolastico di<hi rend="it">
               inexistentia</hi>, tuttavia non<lb/>deve venire identificato con quest’ultimo. L’<hi
               rend="it">immeatio</hi>, quale egli la intende in<lb/>accordo con gli «acutiores
            philosophi» che lo hanno preceduto, è concetto<lb/>di portata ontologica generale, non
            più prerogativa esclusiva delle tre per-<lb/>sone di cui è costituito il Dio unico del
            cristianesimo. Tale trasposizione<lb/>dalla teologia all’ontologia non implica un
            disconoscimento della περιχώρη-<lb/>σις, come relazione inerente alla trinità divina,
            che al contrario nel pensiero<lb/>di Bisterfeld assume il ruolo di paradigma e di
            fondamento per ogni altra<lb/>possibile relazione, sia essa di natura ontologica ovvero
            logica. Nel primo<lb/>libro della<hi rend="it"> Logica </hi>l’<hi rend="it"
               >immeatio</hi> delle persone divine è detta «fons omnis creatae<lb/>convenientiae et
               differentiae»<note xml:id="ftn29" place="foot" n="29"><hi rend="it">Logica</hi>,
               cit., p. 18: «Immeatio specialis est quae certis rebus competit. Sic<lb/>prima,
               omnique admiratione dignissima est Sacrosanta divinarum Personarum immea-<lb/>tio,
               quae est fons omnis creatae convenientiae et differentiae, qua et cum Creatore
               et<lb/>cum seipsis concordans ».</note>e nella<hi rend="it"> Philosophia
            prima</hi> tanto la molteplicità,<lb/>quanto il mutuo richiamarsi delle relazioni
            trovano il proprio ultimo fonda-<lb/>mento nel mistero della trinità. «Universa Logica,
            nihil est aliud, quam rela-<lb/>tionum speculum», afferma Bisterfeld in un passo
            dedicato alla analisi della<lb/>«mirifica relationum varietas», sul quale in seguito si
            soffermerà l’attenzione<lb/>del giovane Liebniz<note xml:id="ftn30" place="foot" n="30"
                  ><hi rend="it">Philosophiae primae seminarium</hi>, cit., p. 185: «Plane
               mirifica, est, relationum, tum<lb/>varietas, tum societas. Varietas plane est
               ineffabilis et incomprehensibilis. Vulgo dicitur,<lb/>relationes esse debilissimae
               entitatis; quod cum grano salis est accipiendum. Rectius dice-<lb/>retur, quod sint
               frequentissimae et efficacissimae entitatis. Omnia quippe argumenta
               con-<lb/>sentanea, exprimunt relationes convenientiae, dissentanea, disconvenientiae:
               et universa<lb/>Logica, nihil est aliud, quam relationum speculum». Sul suo esemplare
               Leibniz segnò<lb/>con un tratto di penna verticale la seconda parte del passo; si
               distingue chiaramente la<lb/> dicitura ‘NB’.</note>. Tuttavia la stupefacente
            molteplicità delle relazioni<lb/>è bilanciata dalla loro riconducibilità a trama, a
            concorso di rapporti; la<hi rend="it"> va-<lb/>rietas relationum</hi> si esplica nel
            quadro della loro<hi rend="it"> societas</hi> e tale<hi rend="it"> societas</hi>
            è ancora<lb/>una volta περιχώρησις,<hi rend="it"> immeatio,</hi> concetto mediante
            il quale Bisterfeld sulla<lb/>scorta di una millenaria tradizione teologica cerca la
            conciliazione di unità<lb/>e molteplicità:</p>
         <p>Hanc varietatem excipit mira relationum societas, quam Graeci
            ἐμπεριχώρησιν,<lb/>circumincessionem, nos, immeationem, vocare solemus: quae nihil
            est<lb/>aliud, quam varius relationum concursus, combinatio, et complicatio.
               Admirabilis<lb/><pb n="76" facs="LP1_76.jpg"/>vero haec, tum varietas, tum societas, relationum, primo
            et ultimo fundatur, in<lb/>adorando SS. Trinitatis mysterio<note xml:id="ftn31"
               place="foot" n="31"><hi rend="it">Ivi</hi>, pp. 185-186.</note>.</p>
         <p>Come negli<hi rend="it"> Elementa Logicae,</hi> così anche nella<hi rend="it">
               Philosophia prima</hi> è riscon-<lb/>trabile, sia pure in maniera più velata, il
            riferimento alla tradizione teologica<lb/>scolastica. Ed è nuovamente un indizio di
            natura linguistica che consente di<lb/>individuare la tradizione dalla quale Bisterfeld
            eredita il concetto di περιχώ-<lb/>ρησις, per distaccarsene immediatamente tanto sul
            piano teorico quanto su<lb/>quello lessicale. Non si deve a Bisterfeld la resa di
            περιχώρησις con<hi rend="it"> circumin-<lb/>cessio</hi>, vero e proprio calco
            semantico del termine greco; essa invece rinvia<lb/>alla lunga e complessa storia della
            parola e del suo significato. La preferenza<lb/>accordata ad<hi rend="it">
            immeatio</hi> appare quindi intenzionale, volta a marcare il distacco<lb/>di Bisterfeld
            da quella tradizione teologica che aveva a lungo teorizzato il<lb/>problema della
            περιχώρησις come<hi rend="it"> circumincessio</hi> o come<hi rend="it">
               inexistentia</hi>.</p>
         <p>La maggior aderenza semantica di<hi rend="it"> circumincessio</hi> al significato
            etimologico<lb/>di περιχώρησις non deve indurre a ritenere che l’opposizione tra<hi
               rend="it"> circumin-<lb/>cessio</hi> e<hi rend="it"> immeatio</hi> in
            Bisterfeld fosse direttamente connessa al valore semantico<lb/>dei due termini. Per
            quanto si è potuto appurare, le fonti lessicografiche del-<lb/>l’epoca, ancorché non
            particolarmente numerose, concordano nell’attestare<lb/>come traduzioni di περιχώρησις
               sia<hi rend="it"> circumincessio</hi> sia<hi rend="it"> permeatio</hi>,
            termine la cui<lb/>affinità di significato con<hi rend="it"> immeatio</hi> non può
            sfuggire.</p>
         <p>Tra i dizionari filosofici del Seicento di più larga diffusione solo il<hi rend="it"
               > Le-<lb/>xicon philosophicum</hi> del Micraelius comprende una breve voce dedicata a
            περι-<lb/>χώρησις. Il significato attestato è quello di ‘compenetrazione reciproca’ e
            gli<lb/>equivalenti latini forniti sono<hi rend="it"> circumincessio</hi> e<hi
               rend="it"> permeatio</hi>:</p>
         <p>Περιχώρησις, permeatio et circumincessio est, cum res unitae sine confusione<lb/>et
            exaequatione se mutuo penetrant<note xml:id="ftn32" place="foot" n="32"><hi rend="smcap"
                  >Joh. Micraelii</hi>, <hi rend="it">Lexicon philosophicum</hi>, Stetini 1657
               (ed. anastatica Düsseldorf<lb/>1966), p. 987.</note>.</p>
         <p>Il Micraelius non fa cenno di<hi rend="it"> immeatio</hi>, termine che non figura
            tra le entrate<lb/>del suo dizionario, come del resto<hi rend="it"> permeatio</hi>.
            È attestata invece<hi rend="it"> circumincessio<lb/></hi>con una definizione che non
            si discosta da quella di περιχώρησις:</p>
         <p>Circumincessio, περιχώρησις, intima et mutua praesentia rei in alio, cui unitur<note
               xml:id="ftn33" place="foot" n="33"><hi rend="it">Ivi</hi>, p. 276.</note>.</p>
         <p>Viceversa, nel settecentesco, monumentale<hi rend="it"> Grosses vollständiges
               Universal-Le-<lb/>xicon</hi> di J. H. Sedler non compare l’entrata<hi rend="it">
               circumincessio</hi>, mentre è attestata<lb/><pb n="77" facs="LP1_77.jpg"/><hi rend="it"
            >permeatio,</hi> cui rinvia anche l’entrata περιχώρησις. La voce dedicata a<hi
               rend="it"> permeatio<lb/></hi>riporta, quasi traducendo, la definizione di
            περιχώρησις del Micraelius:</p>
         <p>Permeatio, circumincessio, περιχώρησις, ist, wenn Dinge, die vereiniget sind,<lb/>ohne
            Unordnung sich einander wechselweise penetriren<note xml:id="ftn34" place="foot" n="34"
                  ><hi rend="smcap">Johann Heinrich Sedler</hi>, <hi rend="it">Grosses
                  vollständiges Universal-Lexicon, aller Wissenschaf-<lb/>ten und Künste</hi>, Bd.
               1-64, Leipzig und Halle 1732-1750, Bd. 27 (1741), p. 510.</note>.</p>
         <p>Le definizioni del Micraelius e quella che, molto probabilmente ne dipende,<lb/>dello
            Sedler ribadiscono il significato di περιχώρησις come mutua unione o<lb/>compenetrazione
            che già si è potuto riscontrare negli scritti di Bisterfeld.<lb/>I due lessici e, in una
            certa misura, lo stesso Bisterfeld, inoltre, documentano<lb/>come tra Sei e Settecento
            vocaboli etimologicamente tanto distanti, quali<lb/><hi rend="it"
            >circumincessio</hi> e<hi rend="it"> immeatio</hi> o<hi rend="it">
            permeatio</hi>, potessero concorrere a designare il mede-<lb/>simo significato.</p>
         <p>È legittimo ora domandarsi per quali itinerari storici e culturali il si-<lb/>gnificato
            di περιχώρησις nel corso dei secoli potesse venire così radicamente<lb/>trasformato, e
            nello stesso tempo chiedersi se, e in quale misura, non sia da<lb/>registrare una
            parallela evoluzione semantica anche del termine,<hi rend="it">
               circumincessio</hi>,<hi rend="it">
               <lb/>
            </hi>che più fedelmente ne rendeva il senso in latino <note xml:id="ftn35" place="foot"
               n="35">Un’ampia documentazione dell’uso sia di περιχωρέω sia di περιχώρησις nelle
               opere<lb/>dei Padri greci è desumibile da <hi rend="it">A Patristic Greek
               Lexicon</hi>, edited by G. W. H. Lampe,<lb/>Clarendon Press, Oxford 1961 (si è però
               consultata la quarta edizione, Oxford 1976).<lb/>Si vedano inoltre: <hi rend="smcap">L.
                  Prestige</hi>, Περιχωρέω <hi rend="it">and</hi> περιχώρησις <hi rend="it"
                  >in the Fathers</hi>, in «The Journal<lb/>of Theological Studies», XXIX (1928),
               pp. 242-252; <hi rend="smcap">J. Stead</hi>, <hi rend="it">Perichoresis in the
                  Christo-<lb/>logical Chapters of the De Trinitate of Pseudo-Cyril of
               Alexandria</hi>, in «Dominican Studies»,<lb/>VI (1953), pp. 12-20. Per quanto
               concerne in particolare la storia del termine ‘circumin-<lb/>cessio’ v. <hi rend="smcap"
                  >August Deneffe</hi>, <hi rend="it">Perichoresis, circumincessio,
                  circuminsessio. Eine terminologische<lb/>Untersuchung</hi>, in «Zeitschrift für
               katholische Theologie», XLVII (1923), pp. 497-532.</note>.</p>
         <p>La resa di περιχώρησις con<hi rend="it"> circumincessio,</hi> termine ignoto al
            latino classico,<lb/>si deve con ogni probabilità a Burgundione da Pisa e alla
            traduzione che egli<lb/>effettuò nel XII secolo del<hi rend="it"> De fide
            orthodoxa</hi> di Giovanni Damasceno<note xml:id="ftn36" place="foot" n="36">V. <hi
                  rend="smcap">Α. Deneffe</hi>, <hi rend="it">Perichoresis</hi>, cit., pp. 510-511;
               cfr. <hi rend="smcap">A. Blaise</hi>, <hi rend="it">Lexicon Latinitatis<lb/>Medii
                  Aevi</hi>, cit., voce ‘circumincessio’, p. 181a.</note>.<hi rend="it">
               Circumin-<lb/>cessio</hi> e<hi rend="it"> circumincedo</hi> non furono in effetti
            le uniche traduzioni latine medievali<lb/>di περιχώρησις e di περιχωρέω, ma certo
            risultarono le più fortunate, entrando<lb/>ben presto a far parte del lessico teologico
            scolastico.</p>
         <p>Mediante quei termini Burgundione introduceva nella teologia occiden-<lb/>tale un
            concetto che nell’opera del Damasceno possedeva un grado già molto<lb/>elevato di
            specificità. Περιχώρησις infatti è il vocabolo che nel<hi rend="it"> De fide
               ortho-<lb/>doxa</hi> sta ad indicare la mutua compenetrazione e inabitazione delle
            tre per-<lb/>sone divine. Tuttavia per trovare le prime tracce dell’impiego di
               περιχώρησις<lb/><pb n="78" facs="LP1_78.jpg"/>e di περιχωρέω, come termini tecnici del lessico
            filosofico-teologico greco,<lb/>occorre risalire ancora più indietro nel tempo, fino ai
            grandi maestri di Cap-<lb/>padocia. Gregorio di Nazianzio nel IV secolo è il primo
            autore che fa uso del<lb/>verbo περιχωρέω in un contesto squisitamente teologico: egli
            vi ricorre per<lb/>spiegare la compresenza delle due nature, quella divina e quella
            umana, nel-<lb/>l’unica persona del Cristo <note xml:id="ftn37" place="foot" n="37"><hi
                  rend="smcap">Gregorio di Nazianzio</hi>, <hi rend="it">Epistola</hi> 101: «ὥσπερ
               καὶ τὸ διὰ Χριστοῦ γεγονέναι<lb/>τὰ πάντα, καὶ κατοικεῖν Χριστὸν ἐν ταῖς καρδίαις
               ὑμῶν, οὐ κατὰ τὸ φαινόμενον τοῦ θεοῦ, ἀλλὰ<lb/>κατὰ τὸ νοούμενον κιρναμένον ὥσπερ τῶν
               φύσεων, οὕτω δὴ καὶ τῶν κλήσεων, καὶ περιχω-<lb/>ρουσῶν εἰς ἀλλήλας τῷ λόγῳ τῆς
               συμφυΐας» («quemadmodum et illud, Per Christum omnia<lb/>facta esse, et <hi
                  rend="it">Christum in cordibus vestris habitare</hi>, non secundum id Dei quod
               oculis cernitur,<lb/>sed secundum id quod intellectu percipitur, commixtis videlicet,
               ut naturis, ita etiam nomi-<lb/>nibus, atque ob arctissimam conjunctionem inter se
               vicissim commeantibus»); si citano<lb/>i testi dall’edizione Migne (<hi rend="it"
                  >Patrologiae cursus completus ... Series Graeca</hi> ... accurante <hi rend="smcap"
                  >J.-P.<lb/>Migne</hi>, voll. 1-162, Parisiis-Turnholti 1857-1904, vol. 37, p. 181,
               C). In seguito questa<lb/>edizione sarà indicata dalla sigla MG, seguita
               dall’indicazione del volume e della pagina.<lb/>L’edizione Migne riporta per i testi
               di Gregorio la traduzione latina di J. de Billy (1569).<lb/>È interessante notare
               come la ΣΥΝΑΓΩΓΗ del grammatico alessandrino Esichio (V se-<lb/>colo d. C.)
               indicasse, quale significato di περιχωρέω, συμμίσγεμαι (‘mi unisco’,
               ‘sono<lb/>unito’, ‘sono mescolato’. V. ΗΣΥΧΙΟΥ ΓΡΑΜΜΑΤΙΚΟΥ ΑΛΕΞΑΝΔΡΙΝΟΥ
               ΣΥΝΑ-<lb/>ΓΩΓΗ ΠΑΣΩΝ ΛΕΞΕΩΝ ΚΑΤΑ ΣΤΟΚΕΙΟΝ, ΕΚ ΤΩΝ ΑΡΙΣΤΑΡΧΟΥ, ΚΑΙ ΑΠΙΩ-<lb/>ΝΟΣ, ΚΑΙ
               ΗΛΙΟΔΩΡΟΥ, entrata ‘περιχωρεῖ'’. Si è consultato il lessico di Esichio
               nel-<lb/>l’edizione settecentesca curata da Joannes Alberti, ΗΣΥΧΙΟΥ ΛΕΞΙΚΟΝ, <hi
                  rend="it">Hesychii<lb/>Lexicon</hi>, tt. 1-2, Lugduni Batavorum 1746.</note>.
            È da supporre che nel suo uso linguistico Gre-<lb/>gorio si rifacesse al significato di
            περιχωρέω come ‘succedere’ o ‘alternarsi’<lb/>che, attestato già in epoca classica, era
            ancora presente nel lessico dei suoi<lb/>tempi. Lo stesso Gregorio del resto ce ne offre
            l’esempio. In un passo del-<lb/>1<hi rend="it"> ‘Oratio</hi> XVIII egli afferma a
            proposito della vita e della morte che «εἰς ἄλ-<lb/>ληλα περιχωρεῖ πως καὶ
            ἀντικαθίσταται», espressione che nella versione cin-<lb/>quecentesca riportata dal Migne
            viene tradotto «inter se in alterius locum<lb/>subit»<note xml:id="ftn38" place="foot"
               n="38"><hi rend="smcap">Gregorio di Nazianzio</hi>, <hi rend="it">Oratio</hi> XVIII,
               42 (MG, 35,1041 A) : «ζωὴ γοῦν καὶ θάνα-<lb/>τος, ταῦθ' ἅπερ λέγεται, πλεῖστον
               ἀλλήλων διαφέρειν δοκοῦντα, εἰς ἄλληλα περιχωρεῖ πως<lb/>καὶ ἀντικαθίσταται» («Vita
               quippe et mors, quod dicitur, tametsi plurimum inter se dis-<lb/>sidere videantur,
               inter se tamen quodammodo i m m e a n t, atque altera in alterius lo-<lb/>cum
               subit»).</note>. E, ancora, nell’<hi rend="it">Oratio</hi> XXII Gregorio,
            sostenendo che sia il pia-<lb/>cevole sia lo spiacevole ingenerano sazietà, argomenta
            che ciò avviene poi-<lb/>ché l’uno trapassa e si muta nell’altro, dal momento che «πάντα
            εἰς ἄλληλα<lb/> περιχωρεῖ καὶ περιτρέπεται» («cunctaque inter se vicissim i m m e e n
            t<lb/>et convertantur»)<note xml:id="ftn39" place="foot" n="39"><hi rend="it"
               >Oratio</hi> XXII, 4 (MG, 35, 1136 Β): «καὶ πλησμονὴ πάντων, οὐ τῶν ἀλγεινῶν
               μόνον,<lb/>ἀλλ' ἤδη καὶ τῶν ἡδίστων, καὶ πάντα εἰς ἄλληλα περιχωρεῖ τε καὶ περιτρέπεται («omnium-<lb/>que non
               modo molestarum sed etiam jucundissimarum rerum saturitas et fastidium
               tandem<lb/>oboriatur, cunctaque inter se vicissim immeent, et
               convertantur»).</note>.<lb/><pb n="79" facs="LP1_79.jpg"/>Analogamente, tre secoli più tardi, Massimo
            il Confessore nel suo com-<lb/>mento al<hi rend="it"> De divinis nominibus</hi>
            sosterrà che il divenire compete a tutto ciò che<lb/>è soggetto al nascere e al morire,
            a tutto ciò che si muta in altro, come la<lb/>notte e il giorno, la primavera e
            l’estate, «καὶ ὅσα κατὰ ἀντιπεριχώρησιν»<lb/>(«quae sibi invicem succedunt»)<note
               xml:id="ftn40" place="foot" n="40"><hi rend="smcap">Massimo il Confessore</hi>, <hi
                  rend="it">Scholia in Librum de divinis nominibus</hi>, 5, 8 (MG, 4, 328
               A).<lb/>La traduzione latina è quella del gesuita P. Lansell (1615).</note>. Ed è
            proprio nella<hi rend="it"> Disputatio cum Pyrrho<lb/></hi>di Massimo il Confessore
            che si troverà finalmente un nuovo esempio del-<lb/>l’uso del sostantivo περιχώρησις,
            undici secoli dopo Anassagora. A proposito<lb/>della connessione che intercorre tra la
            parola fisicamente percepibile e il suo<lb/>significato intellegibile, Massimo afferma
            che essi sono inscindibilmente le-<lb/>gati e che se ne può cogliere «τὴν αὐτῶν δι’ ὅλου
            εἰς ἀλληλα περιχώρησιν» <note xml:id="ftn41" place="foot" n="41"><hi rend="it"
                  >Disputatio cum Pyrrho</hi>, MG, 91, 337 C: «καὶ ἐπὶ τοῦ κατὰ προφορὰν δὲ λόγου
               ὡσαύ-<lb/>τως, καὶ τὴν ἐγκειμένην τῷ λόγῳ ὁρῶμεν ἔννοιαν, καὶ τὸν ὑποκείμενον τᾖ
               ἐννοίᾳ λόγον, καὶ<lb/>τὴν αὐτῶν δι’ ὅλου εἰς ἀλληλα περιχώρησιν· καὶ οὔτε τῇ διαφορᾷ
               αὐτῶν τὸδιάφορον τῶν προ-<lb/>σώπων συνεισάγεται, οὔτε τῇ ἄκρᾳ ἑνώσει τὸ
               συγκεχυμένον» (« Simili quoque ratione in ser-<lb/>mone qui ore profertur, videmus
               tum sensum qui sermoni inest, tum sensui subjectum<lb/>sermonem, eorumque inter se ex
               toto circumimmeationem: ac neque cum<lb/>horum distinctione, personarum distinctio
               infertur, nec cum summa unione confusio»).<lb/>La traduzione latina è di F. Combefis
               (1674). La spaziatura è mia.</note>.</p>
         <p>L’idea di unione, di intima e scambievole compenetrazione di entità per<lb/>se stesse
            distinte non si sovrapponeva, pertanto, al primitivo significato di<lb/>περιχώρησις come
            movimento circolare, ma in qualche modo ne costituiva<lb/>la conseguenza e l’esito, per
            quanto almeno è lecito parlare di unità fra tutto<lb/>ciò che è connesso da una
            alternanza ciclica, da un reciproco richiamarsi<note xml:id="ftn42" place="foot" n="42"
               >Un’opinione diversa esprime <hi rend="smcap">H. A. Wolfson</hi>, nel suo <hi
                  rend="it">The Philosophy of the Church<lb/>Fathers</hi> (Cambridge (Mass.),
               Harvard University Press 1956, pp. 418-428). Riportando il<lb/>concetto patristico di
               περιχώρησις a quello stoico di ἀντιπαρέκτασις, Wolfson identifica<lb/>il significato
               di περιχώρησις senz’altro con quello di mutua e completa penetrazione e, in<lb/>base
               a tale interpretazione del termine, commenta il passo sopra citato dell’<hi
                  rend="it">Epistola</hi> 101<lb/>di Gregorio di Nazianzio. Pur senza entrare
               nel merito della questione concernente un<lb/>eventuale influsso di temi stoici nella
               storia dell’evoluzione semantica di περιχώρησις, oc-<lb/>corre però rilevare come
               tale interpretazione porrebbe inevitabilmente in contrasto l’uso<lb/>di περιχωρέω
               presente nell’<hi rend="it">Epistola</hi> 101 con quello attestato nelle <hi
                  rend="it">Orationes</hi> XVIII e XXII.<lb/>In queste ultime la relazione di
               περιχώρησις, ponendo in rapporto termini antitetici (ζωή-<lb/>θάνατος;
               ἀλγεινά-ἥδιστα), non può infatti essere intesa quale reciproca e totale
               compene-<lb/>trazione fra i termini correlati. Cfr. <hi rend="smcap">L. Prestige</hi>,
                  <hi rend="it">God in Patristic Thought</hi>, London 1956,<lb/>pp.
            291-300.</note>.<lb/>Tuttavia περιχώρησις e περιχωρέω non assunsero la veste di
            autentici termini<lb/>tecnici del lessico teologico né in Gregorio, né in Massimo il
            Confessore, che<lb/>similmente a lui ne fece uso in senso esclusivamente cristologico.
            Perché<lb/>questo avvenga compiutamente occorrerà attendere l’opera di Giovanni
            Da-<lb/>masceno e in particolare la sua riflessione intorno al problema della
            trinità.<lb/>Per il grande teologo di Damasco infatti περιχώρησις sta ad indicare in
            primo<lb/>luogo la interpenetrazione reciproca delle tre persone divine. Egli è il
               primo<lb/><pb n="80" facs="LP1_80.jpg"/>autore ad usare περιχώρησις in questo significato e tuttavia,
            sebbene seguiti<lb/>ad impiegarlo anche in senso cristologico (pure in connessione con
            la dot-<lb/>trina della<hi rend="it"> communicatio idiomatum),</hi> nei suoi scritti
            il significato trinitario del<lb/>termine diviene preminente<note xml:id="ftn43"
               place="foot" n="43">V. <hi rend="it">De fide orthodoxa</hi>, 1, 8 (MG, 94, 829
               A); 1, 14 (MG, 94, 860 B); 3, 5 (MG,<lb/>94, 1000 B); 4, 18 (MG, 94, 1181 Β). <hi
                  rend="it">De recta sententia</hi>, 1 (MG, 94, 1424 A); <hi rend="it"
                  >Contra Jaco-<lb/>bitas</hi>, 78 (MG, 94, 1476 Β); <hi rend="it">De natura
                  composita contra Acephalos</hi>, 4 (MG, 95, 118 D).</note>.</p>
         <p>Esprimere l’interpenetrazione delle persone divine secondo il modello<lb/>offerto dalla
            περιχώρησις, riflette una concezione dinamica della trinità, se-<lb/>condo la quale
            l’unità dell’essenza di Dio implica il reciproco irrompere<lb/>nelle altre di ciascuna
            delle tre persone; una concezione cioè in cui sotto il<lb/>concetto di περιχώρησις
            rimangano solidali sia l’idea di circolarità sia quella<lb/>di unione o meglio di
               unità<note xml:id="ftn44" place="foot" n="44">Su questo aspetto della concezione
               trinitaria del Damasceno ha particolarmente<lb/>insistito <hi rend="smcap">Th. De
                  Ré́gnon</hi>, nel suo <hi rend="it">Études de théologie positive sur la Sainte
                  Trinité</hi>, Paris 1892,<lb/>chap. IV, <hi rend="it">De la
               circuminsession</hi>, pp. 409-427.</note>. Tale connotazione semantica era ancora
            pre-<lb/>sente nell’etimo dei vocaboli latini coniati da Burgundione: mediante il<lb/>«
            circum incedere » della sua traduzione del<hi rend="it"> De fide orthodoxa</hi> egli
            consegnava<lb/>intatto al lessico teologico occidentale il complesso significato che nel
            corso<lb/>dei secoli si era andato sedimentando attorno al concetto di περιχώρησις.</p>
         <p>I termini<hi rend="it"> circumincedo</hi> e<hi rend="it"> circumincessio</hi> e,
            per loro mezzo, il concetto che<lb/>designavano incontrarono una notevole fortuna. Il
            vocabolario latino della<lb/>περιχώρησις, sebbene non figuri nelle opere di Pietro
            Lombardo e di Tommaso<lb/>d’Aquino, è documentato negli scritti di Bonaventura e di
            Alberto Magno,<lb/>di Duns Scoto e di Occam, solo per citare i maggiori fra gli autori
            tra XIII<lb/>e XIV secolo<note xml:id="ftn45" place="foot" n="45">V. <hi rend="smcap">A.
                  Deneffe</hi>, <hi rend="it">Perichoresis</hi>, cit., pp. 511-516 e
            520-522.</note>. Non si intende qui neppure tratteggiare una storia del con-<lb/>cetto
            teologico di<hi rend="it"> circumincessio</hi>, una storia che attraversa la
            riflessione trinitaria<lb/>senza interruzione quasi fino ai nostri giorni e che peraltro
            è già stata per<lb/>tanta parte oggetto di studio. Tuttavia è quantomeno necessario
            notare come<lb/>nel passaggio dal pensiero patristico greco a quello scolastico latino,
            dalla<lb/>περιχώρησις, dunque, alla<hi rend="it"> circumincessio</hi>, si consumi
            ben più che un semplice<lb/>mutamento di codice linguistico.</p>
         <p> Il deciso prevalere dell’accezione trinitaria di quei termini, nonché la<lb/>diversa
            temperie problematica e culturale propria alla filosofia scolastica ri-<lb/>spetto agli
            orizzonti speculativi dei Padri greci concorsero infatti al sempre<lb/>più marcato
            distacco del significato di ‘circumincessio’ da quell’idea di mo-<lb/>vimento circolare
            o rotatorio, che in origine era parte ineliminabile del con-<lb/>cetto di περιχώρησις, e
            al tempo stesso ne favorivano la sempre più completa<lb/>identificazione con l’idea di
            unione e di compenetrazione reciproca. Cosic-<lb/>ché quest’ultima, che in origine si
            configurava come il risultato stesso cui<lb/><pb n="81" facs="LP1_81.jpg"/>dà luogo la περιχώρησις,
            finisce progressivamente col prevalere su quell’idea<lb/>di movimento circolare che ne
            aveva costituito il fondamento, fino ad espun-<lb/>gerla del tutto dal significato
            linguistico e concettuale della<hi rend="it"> circumincessio</hi>.<hi rend="it">
               <lb/>
            </hi>Al punto che, quando lungo il tredicesimo secolo si affiancò a<hi rend="it">
               circumincessio<lb/></hi>la variante di origine francofona<hi rend="it">
               circuminsessio</hi>, perdutasi la memoria del-<lb/>l’origine del termine si accreditò
            un’erronea etimologia secondo la quale ‘cir-<lb/>cuminsessio’ sarebbe derivata da
            ‘circuminsideo’, verbo col quale alla di-<lb/>namica<hi rend="it">
            </hi>dell’<hi rend="it">incedere</hi> si sostituiva la staticità<hi rend="it">
            </hi>dell’<hi rend="it">insidere</hi><note xml:id="ftn46" place="foot" n="46">Questa
               etimologia è ancora attestata dal <hi rend="it">Grande Dizionario della Lingua
                  Italiana</hi>,<lb/>diretto da <hi rend="smcap">S. Battaglia</hi> (Torino 1961 e
               segg.), dove alla voce ‘circuminsessione’ si legge:<lb/>«Voce dotta, lat. mediev. <hi
                  rend="it">circuminsessio</hi>, <hi rend="it">-onis</hi>, comp. da <hi
                  rend="it">circum</hi> ‘intorno’ e dal tema di <hi rend="it"
               >in-<lb/>sidere</hi> ‘sedere sopra’» (vol. III, Torino 1964).</note>. Tale processo
            di<lb/>mutamento semantico, del resto, trova un ulteriore riscontro
            linguistico<lb/>proprio nelle traduzioni di περιχώρησις, storicamente meno fortunate
               di<hi rend="it"> cir-<lb/>cumincessio,</hi> imperniate sulla radice del verbo<hi
               rend="it"> meare</hi>, quali<hi rend="it"> commeatio</hi>,<hi rend="it">
               permeatio<lb/></hi>e<hi rend="it"> immeatio</hi>: tutti i termini nel cui
            significato l’idea di circolarità è ormai com-<lb/>pletamente assente. Tra il 1644 e il
            1650 il celebre teologo gesuita Denys<lb/>Petau (Petavius) pubblicava a Parigi i<hi
               rend="it"> Theologica dogmata</hi> e nel secondo libro<lb/>dell’opera, il<hi
               rend="it"> De trinitate</hi>, dedicava un capitolo al problema della
               περιχώρη-<lb/>σις<note xml:id="ftn47" place="foot" n="47">Si è consultata l’opera di
               D. Petau nell’edizione ottocentesca curata da J.-B. Four-<lb/>nials: <hi
                  rend="it">Dogmata theologica Dionysii Petavii</hi> ... Editio nova ... curante
               J.-B. Fournials, tt. 1-8,<lb/>Parisiis 1865-1867. Il capitolo sulla περιχώρησις (<hi
                  rend="it">De Trinitate</hi>, l. IV, c. 16) è intitolato:<lb/>«<hi
                  rend="it">De</hi> περιχωρήσει, <hi rend="it">quam</hi> circuminsessionem
                  <hi rend="it">vocant</hi>» (<hi rend="it">ivi</hi>, t. 3, pp. 76-87).
               Questo il lusin-<lb/>ghiero giudizio espresso da P. Bayle a proposito di Petau: «Il
               regenta le Rhéthorique dans<lb/>leur [des Jesuites] College de Paris, et puis la
               Theologie avec une capacité extraordinaire.<lb/>Ce fut l’un des plus savans
               personnages de l’Europe» (<hi rend="it">Dictionnaire historique et
               critique</hi>,<lb/>edizione Amsterdam 1734, vol. IV, pp. 612-613).</note>.
            L’esposizione di Petavius per la ricchezza di documentazione testuale<lb/>e per l’ampia
            sintesi della storia del concetto è ancora oggi una lettura da cui<lb/>non può
            prescindere chi voglia studiare la evoluzione della nozione teologica<lb/>di
            περιχώρησις. L’accurato esame dei testi dei Padri greci mostrava chiara-<lb/>mente a
            Petavius la divergenza profonda tra il senso che quel termine aveva<lb/>posseduto nelle
            opere di Gregorio, di Massimo e del Damasceno e il signi-<lb/>ficato del vocabolo
               latino<hi rend="it"> circuminsessio,</hi> tanto se inteso come «existentia
            rei<lb/>unius in alia» o «praesentia mutua», quanto se inteso, in virtù della
            pretesa<lb/>derivazione da<hi rend="it"> circuminsidere,</hi> come ‘<hi
               rend="it">circumplecti</hi>’,<hi rend="it">
            </hi>‘<hi rend="it">circumsistere</hi>’ o<hi rend="it">
            </hi>‘<hi rend="it">circum-<lb/>fundi</hi>’<note xml:id="ftn48" place="foot" n="48"
                  ><hi rend="smcap">D. Petau</hi>, <hi rend="it">Dogmata theologica</hi>, cit., t.
               3, p. 78 A.</note>. Egualmente inadeguate risultavano quindi le traduzioni<hi
               rend="it"> permeatio<lb/></hi>o <hi rend="it">immeatio</hi>:</p>
         <p>Quare non istic valet<hi rend="it"> immeare</hi>, ac se mutuo<hi rend="it">
               penetrare</hi>, sed quasi per orbem, et<lb/>circuitum alia in aliorum venire locum,
            quae nunquam simul, et in eodem loco con-<lb/>sistunt<note xml:id="ftn49" place="foot"
               n="49"><hi rend="it">Ibidem</hi>.</note>.</p>
         <lb/>
         <pb n="82" facs="LP1_82.jpg"/>
         <p>L’annotazione di Petavius si riferisce al passo citato di Massimo il Confes-<lb/>sore,
            tratto dal suo commento al<hi rend="it"> De divinis nominibus,</hi> ma possiede un
            valore<lb/>affatto generale. Poco più oltre infatti Petavius afferma:</p>
         <p>Quamobrem non est περιχώρησις, si universe loquamur, mutua in se rerum,<lb/>velut
            personarum divinarum, exsistentia, et immeatio, sive penetratio; sed<lb/>habitudo
            ejusmodi, ut aut eaedem res velut per orbem in se invicem incurrant,<lb/>alternisque
            succedant, siquidem contrariae sunt, nec simul esse possint; aut posita<lb/>una, etiam
            et altera ponatur, ac vicissim consequentia valeat. Quemadmodum in<lb/>his, quae relata
            dicuntur, inest περιχώρησις; nam si Pater est, etiam Filius erit;<lb/>et si Filius est,
            erit Pater; quae περιχώρησις non efficit, ut res una in altera sit, sed<lb/>ut opposita
            sit ei, atque ex adverso respondeat<note xml:id="ftn50" place="foot" n="50"><hi
                  rend="it">Ivi</hi>, p. 78 B.</note>.</p>
         <p>Sebbene Petavius nella sua analisi facesse propri i risultati cui era pervenuta<lb/>la
            filologia greca rinascimentale<note xml:id="ftn51" place="foot" n="51">Sia l’uso
               classico sia quello patristico di περιχωρέω e di περιχώρησις erano
               infatti<lb/>documentati già dal <hi rend="it">Lexicon sive dictionarium
                  graecolatinum</hi>
               <hi rend="smcap">G. Budaei</hi>, <hi rend="smcap">I. Tausanii</hi>, <hi rend="smcap">R.
                  Con-<lb/>stantini</hi>, pubblicato in due tomi, senza indicazione di luogo, nel
               1562 <hi rend="it">apud Joannem Cris-<lb/>pinum</hi> (v. t. II, p. 1425). Ad esso
               si rifaceva quindi il <hi rend="it">Thesaurus graecae linguae</hi> di
               Henry<lb/>Estienne (Henricus Stephanus), il quale registrava a proposito di
               περιχώρησις tanto l’ori-<lb/>ginario significato di ‘movimento circolare’, quanto
               quello teologico di ‘unione’, non<lb/>senza rilevare la difficoltà di una spiegazione
               che rendesse ragione del passaggio dal primo<lb/>al secondo significato del termine:
               «Περιχώρησις, εως, ἡ, Reditus per circuitum, ut si di-<lb/>catur esse περιχώρησις
               mortis et vitae: sequendo locum quem attuli ex Greg. Naz. in Πε-<lb/>ριχωρῶ. At
               sequendo eam huius verbi signif. cui primus locus datus est, περιχώρησις
               δυ-<lb/>ναστείας s. ἀρχῆς diceretur, quum alicui tandem cedit, s. quum ad aliquem
               devenit Impe-<lb/>rium // Unio, ἕνωσις, Bud., qui affert haec ex Damasceno, loquente
               de Trinitate: Ἁδιά-<lb/>στατοι γὰρ αἱ ὑποστσεις καὶ ἀνεκφοίτητοι ἀλλήλων εἰσίν,
               ἀσυγχύτως ἔχουσαι τὴν ἐν ἀλ-<lb/>λήλαις περιχώρησιν. Sed videndum an non alia
               interpr. minus libera invenire possit»<lb/>(ΘΗΣΑΥΡΟΣ ΤΗΣ ἙΛΛΗΝΙΚΗΣ ΓΛΩΣΣΗΣ. <hi
                  rend="it">Thesaurus graecae linguae</hi> ab <hi rend="smcap">Henrico<lb/>
               Stephano</hi> constructus, voll. 1-8, (s. i. l.) anno 1572, voce ‘περιχώρησις’. Si è
               però con-<lb/>sultata l’edizione Parisiis 1831-1865, voll. 1-8, che riporta la voce
               citata al vol. 6, pp. 985-<lb/>986). Cfr. <hi rend="it">ivi</hi>, voce ‘περιχωρῶ’
               (vol. VI, p. 985): «[...] Idem περιχωρεῖν reddit, Circuitu<lb/>redire: afferens ex
               Greg. Naz., de morte et vita: Εἰς ἄλληλα περιχωρεῖ πως καὶ
            ἀντικα-<lb/>θίσταται».</note>, tuttavia ancora per diverso tempo il con-<lb/>cetto di
            περιχώρησις rimase legato all’idea di unione e di interpenetrazione e lo<lb/>stesso
               termine<hi rend="it"> circumincessio</hi> fu avvertito come sinonimo di<hi
               rend="it"> permeatio</hi> e di<lb/><hi rend="it">immeatio.</hi></p>
         <p>È in questo quadro di riferimento teorico e semantico che nella prima<lb/>metà del
            Seicento Bisterfeld, con un’intuizione nella quale concorrono ele-<lb/>menti
            enciclopedistici e pansofici, forse non disgiunti da suggestioni plato-<lb/>niche,
            scorgerà la possibilità di porre il concetto di περιχώρησις al centro della<lb/>sua
            ontologia, facendone con ciò stesso il fondamento tanto della logica<lb/>quanto
            dell’enciclopedia. Con quali autori debbano essere identificati gli<lb/><pb n="83" facs="LP1_83.jpg"
            />«acutiores philosophi» che in questo lo avrebbero preceduto e ai quali<lb/>egli allude
            così ellitticamente, è problema che, allo stato attuale delle ricerche,<lb/>rimane
            sostanzialmente aperto. Tuttavia l’esplicito riferimento di Bisterfeld<lb/>alla
            connessione tra<hi rend="it"> immeatio</hi> e<hi rend="it"> encyclopaedia</hi>
            sembra indicare proprio quella<lb/>tradizione pansofica, nella quale il tema della
            corrispondenza da parte a parte<lb/>fra cielo e terra, fra macrocosmo e microcosmo, era
            stato sviluppato in una<lb/>prospettiva enciclopedistica. Non appare quindi azzardato
            pensare a quegli<lb/>autori che tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento
            avevano dato<lb/>vita alla tradizione della cosiddetta «fisica mosaica» e che,
            proponendosi<lb/>di fondare una filosofia naturale che si accordasse con lo studio della
            Bibbia,<lb/>si erano particolarmente soffermati sul tema della corrispondenza tra
            uomo,<lb/>inteso come<hi rend="it"> imago Dei</hi>, e mondo della natura. Questi
            autori e in special modo<lb/>lo spagnolo F. Valles e il teologo riformato L. Danaeus,
            del resto, avevano<lb/>avuto in quegli anni una notevole influenza sull’ambiente
            intellettuale più<lb/>vicino a Bisterfeld, su Comenio e sul loro maestro comune,
               Alsted<note xml:id="ftn52" place="foot" n="52">
               <p> Sull’importanza della tradizione della «fisica mosaica» nell’ambiente culturale
                  degli<lb/>enciclopedisti di Herborn v. l’<hi rend="it">Introduzione</hi> di
                     <hi rend="smcap">Marta Fattori</hi> al volume <hi rend="it">Opere di
                  Comenio</hi>,<lb/>Torino 1974, pp. 32-34. Si noti che sia Valles sia Danaeus erano
                  noti anche al giovane<lb/>Leibniz. Il primo è citato infatti nello <hi
                     rend="it">Specimen quaestionum philosophicarum ex jure
                  collectarum</hi><lb/>(1664), <hi rend="it">Ak</hi>, VI, <hi rend="smcap">i</hi>,
                  92; mentre una menzione del secondo si trova nella <hi rend="it">Nova methodus
                     dis-<lb/>cendae docendaeque Jurisprudentiae</hi> (1667), <hi rend="it"
                  >Ak</hi>, VI, <hi rend="smcap">i</hi>, 319.</p>
            </note>. Bister-<lb/>feld, lo si è visto, è pienamente consapevole della matrice
            trinitaria del con-<lb/>cetto di περιχώρησις, ma nello stesso tempo testimonia di un
            processo che<lb/>fu insieme di secolarizzazione e di generalizzazione del suo ambito
            denota-<lb/>tivo <note xml:id="ftn53" place="foot" n="53">Tale processo fu probabilmente
               favorito dalla concezione agostiniana dell’anima,<lb/>intesa come rappresentazione
               della trinità. L’analogia del rapporto tra l’anima e le sue fa-<lb/>coltà con quello
               sussistente tra l’unità dell’essenza e la triplicità delle persone divine
               con-<lb/>sentiva infatti di concepire in termini di περιχώρησις o di <hi
                  rend="it">circumincessio</hi> anche la relazione<lb/>fra le tre facoltà
               dell’anima. V. <hi rend="smcap">Alberto Magno</hi>, <hi rend="it">Summa theologiae.
                  In</hi> II <hi rend="it">P.</hi>, <hi rend="it">Tract.</hi> XII,<lb/><hi
                  rend="it">quaest.</hi> 71 (<hi rend="smcap">Alberti Magni</hi>, Opera omnia, cura
               ac labore A. Borgnet, voll. 1-38, Parisiis<lb/>1890-1899, vol. 33, Parisiis 1895, pp.
               31-32): «Et his duobus modis solis secundum Augus-<lb/>tinum in libro XV de
               Trinitate, circumincedunt se potentiae, ut unaquaeque alias con-<lb/>tineat: quia
               quidquid meminit et intellegit de Deo et de seipsa, hoc est, de vero et bono<lb/>quod
               Deus est, et de vero et bono quod ipsa est, hoc totum diligit: et quidquid
               diligit<lb/>de se vel de Deo, hoc meminit et intelligit. [...] Quaerunt enim, In quo
               anima est reprae-<lb/>sentativa Trinitate? Hoc enim patet, quod in memoria,
               intelligentia, et voluntate, et ordine<lb/>naturae quo altera est ex altera inter
               eas, et circumincessionem earum qua una est tota<lb/>in altera respectu veri et boni
               quod Deus est, et respectu veri et boni quod anima est, si-<lb/>cut una quaelibet
               personarum tota est in Trinitate, tota est in altera per identitatem essen-<lb/>tiae.
               Et si objicitur per Glossam super illud Ecclesiastici, XVII, 1: <hi rend="it"
                  >Secundum imaginem suam<lb/>fecit illum</hi>; quae dicit quod homo in hoc ad
               imaginem Dei factus est, quod imitatur tres<lb/>personas in unitate essentiae per
               tres potentias in unitate substantiae animae: quia, sicut<lb/>ex memoria et
               intelligentia voluntas sive amor, ita ex Patre Filius, et ex utroque Spi-<lb/>ritus
               sanctus, cum hoc dictum sit per Augustinum, quod ex memoria est intelligentia,<lb/>et
               ex utroque voluntas». Due secoli più tardi l’umanista olandese Johann Wessel
               Gansfort<lb/>parlerà di «intrinseca conceptuum nostrorum circuminsessio et illapsus
               mutuus» (v.<lb/><hi rend="smcap">J. W. Fuchs</hi>, <hi rend="smcap">O. Weijers</hi>, <hi
                  rend="it">Lexicon Latinitatis Nederlandicae</hi>, cit., voce
               ‘circumincessio’).</note>. Con Bisterlfed la περιχώρησις perde la caratteristica di
            relazione spe-<lb/><pb n="84" facs="LP1_84.jpg"/>cifica ed esclusiva della trinità cristiana, per assumere
            la fisionomia di rela-<lb/>zione universale fra gli enti, comune a Dio come alle sue
            creature. Essa quindi<lb/>acquista il rilievo di relazione ontologica generale, alla
            quale la περιχώρησις<lb/> divina offre ad un tempo il modello esemplare e il fondamento. La
            trasposi-<lb/>zione del concetto di περιχώρησις dalla teologia all’ontologia,
               l’estensione<lb/>della<hi rend="it"> circumincessio</hi> dall’infinito al
               finito<note xml:id="ftn54" place="foot" n="54">Dal punto di vista teologico a rigore
               si poteva parlare di <hi rend="it">circumincessio perfecta</hi> solo<lb/>con
               riferimento a Dio. Si veda, per citare un diffuso lessico teologico del primo
                  Seicento,<lb/><hi rend="smcap">J. Altenstaig</hi>, <hi rend="smcap">J. Titz</hi>,
               Lexicon theologicum, Coloniae Agrippinae 1619 (ed. anast. Hilde-<lb/>sheim-New York
               1974), p. 141, voce ‘circumincessio’: «<hi rend="smcap">Circumincessio</hi>. De qua
               vide<lb/>in dictione <hi rend="it">Inexistentia</hi>, est, ut scribit sanctus
               Bona[ventura] d. 19, q. 4, l. 1, qua dicitur<lb/>quod unus est in alio, et econverso.
               [...] Et hoc, ut ait Bona[ventura] proprie et perfecte<lb/>in solo Deo est, quia
               circumincessio in essendo ponit distinctionem similem et unitatem.<lb/>Et quoniam in
               solo Deo est unitas cum distinctione, ita quod distinctio est inconfusa et<lb/>unitas
               indistincta: hinc est quod in solo Deo est circumincessio perfecta».</note>, era
            tuttavia la premessa teoretica-<lb/>mente necessaria sia dell’uso bisterfeldiano di<hi
               rend="it"> immeatio</hi> sia del peculiare modo<lb/>leibniziano di intendere la
            περιχώρησις.</p>
         <p><hi rend="smcap">Leibniz</hi>: περιχώρησις <hi rend="it">rerum.</hi></p>
         <p>Nonostante l’indiscutibile influenza della lettura dei testi bisterfeldiani<lb/>sulla
            formazione filosofica di Leibniz, qualora la presenza del tema della<lb/>περιχώρησις nei
            suoi scritti fosse limitata al passo che si è citato dalla<hi rend="it">
               Disser-<lb/>tatio</hi> del 1666 – a ben vedere non molto di più di una citazione –
            non sarebbe<lb/>lecito parlare di un uso leibniziano dei termini in questione e
            tantomeno di<lb/>una presenza del concetto da essi espresso negli scritti del filosofo.
            Ma il<lb/>tema della περιχώρησις, quantunque non appartenga al novero dei
            problemi<lb/>cruciali della filosofia di Leibniz e quindi non assuma mai un ruolo
            premi-<lb/>nente nella struttura teorica e lessicale della sua speculazione, doveva
            con-<lb/>tinuare a percorrere l’opera leibniziana molto oltre il suo esordio
            giovanile.<lb/>Se il positivo giudizio di Leibniz su Bisterfeld è ampiamente noto alla
            critica,<lb/>che in diverse occasioni vi ha richiamato l’attenzione, assai meno noto è
            il<lb/>fatto che il concetto di περιχώρησις, unitamente al vocabolario latino che
            l’ac-<lb/>compagna, sono presenti nella filosofia di Leibniz ben al di là dei limiti
            del<lb/>suo pensiero giovanile e sicuramente per motivi in larga misura
            indipendenti<lb/>dall’influsso diretto esercitato su di esso dai testi di Bisterfeld.
            Non solo<lb/>infatti esiste un notevole divario cronologico tra gli anni della stesura
               della<lb/><hi rend="it">Dissertatio</hi>, delle letture bisterfeldiane, e quelli
            in cui cadono le succes-<lb/>sive testimonianze concernenti la περιχώρησις, ma è anche
               considerevole<lb/><pb n="85" facs="LP1_85.jpg"/>la diversità dei contesti teorici e culturali che
            fecero loro da sfondo. Né<lb/>costituisce elemento di secondaria importanza il fatto che
            Leibniz possedesse<lb/>un’ampia conoscenza diretta tanto della tradizione
            patristico-scolastica, e<lb/>in particolare del<hi rend="it"> De fide orthodoxa</hi>
            di Giovanni Damasceno, quanto delle<lb/>penetranti pagine che Petavius aveva dedicato
            allo studio delle complesse<lb/>vicende semantiche e dottrinali della περιχώρησις<note
               xml:id="ftn55" place="foot" n="55">La conoscenza dei <hi rend="it">Theologica
                  dogmata</hi> risale agli anni della giovinezza di Leibniz,<lb/>che, anche in
               seguito, dimostrò sempre di nutrire una grande ammirazione per l’opera
               di<lb/>Petavius. V. <hi rend="it">Nova Methodus</hi>, cit., <hi rend="it"
               >Ak</hi>, VI, <hi rend="smcap">i</hi>, 319; <hi rend="it">De Ratione perficiendi et
                  emendandi ency-<lb/>clopaediam Alstedii</hi>, <hi rend="it">ivi</hi>, VI, <hi
                  rend="smcap">ii</hi>, 396; <hi rend="smcap">Marii Nizolii</hi>
               <hi rend="it">De veris principiis et vera ratione philo-<lb/>sophandi contra
                  pseudophilosophos</hi> libri IV, <hi rend="it">Dissertatio praeliminaris</hi>,
                  <hi rend="it">ivi</hi>, VI, <hi rend="smcap">ii</hi>, 402 e 423; <hi rend="smcap"
                  >L.<lb/>Dutens</hi>, <hi rend="it">Gothofredi Guilielmi Leibnitii ... Opera
                  omnia</hi>, Genevae 1768, vol. V, p. 570; <hi rend="it">Leib-<lb/>niz a Des
                  Bosses</hi>, 2 luglio 1710, <hi rend="it">GPh</hi>, II, 407; <hi rend="it"
                  >Essais de theodicée</hi>, <hi rend="it">Discours préliminaire</hi>, §
                  6,<lb/><hi rend="it">ivi</hi>, VI, 53. Probabilmente agli anni 1691-1695
               appartengono infine le note di lettura dei<lb/><hi rend="it">Theologica
               dogmata</hi>, pubblicate da G. Grua in <hi rend="smcap">G. W. Leibniz</hi>, <hi
                  rend="it">Textes inédits</hi>, tt. I-II, P.U.F.,<lb/>Paris 1948, t. I, pp.
               332-338.</note>.</p>
         <p>In un senso che non sembra discostarsi molto da quello attribuito da<lb/>Petavius al
            termine greco, l’endiadi «immeatio seu perichôrèsis» (così nel<lb/>testo), è documentata
            in uno degli scritti di carattere giuridico pubblicati<lb/>da G. Grua, la<hi
               rend="it"> Tabula juris</hi>, databile attorno agli anni 1690-1696:</p>
         <p>Honor non tantum intus prodest animo voluptate, sed et extra augendo po-<lb/>tentiam.
            Contra et patrimonii et potentiae augmentum auget animi voluptatem,<lb/>est in iis
            immeatio seu perichôrèsis<note xml:id="ftn56" place="foot" n="56"><hi rend="smcap">G. W.
                  Leibniz</hi>, <hi rend="it">Textes inédits</hi>, cit., t. II, p. 797.</note>.</p>
         <p>Più tarda, probabilmente della fine del 1705 la<hi rend="it"> Synopsis</hi>
            preparata da Leibniz<lb/>in vista della pubblicazione della traduzione latina
               dell’opera<hi rend="it"> An Exposition<lb/>of the Thirty Nine Articles of the
               Church of England</hi> di Gilbert Burnet, vescovo<lb/>di Salisbury, cui attendeva in
            quel periodo lo Jablonski e per la quale era<lb/>prevista una prefazione dello stesso
               Leibniz<note xml:id="ftn57" place="foot" n="57">L’opera di G. Burnet era stata
               pubblicata a Londra nel 1699. Sulla vicenda della<lb/>progettata traduzione si veda
               la nota che G. Grua dedica all’argomento, <hi rend="it">ivi</hi>, p. 453.</note>.
            Come dice il titolo si tratta<lb/>di una sorta di sommario o indice dello sviluppo
            argomentativo della proget-<lb/>tata prefazione. Verso la fine della<hi rend="it">
               Tractatio de Deo</hi> Leibniz annota:</p>
         <p>Origo rerum. Ultima ratio rerum.</p>
         <p>Inspicit omnia possibilia, et eligit optimum.</p>
         <p>Rerum perichôrèsis<note xml:id="ftn58" place="foot" n="58">
               <anchor type="bookmark-start" xml:id="id_bookmark2"/><hi rend="it">Ivi</hi>, p.
                  475.<anchor type="bookmark-end" corresp="#id_bookmark2"/>
            </note>.</p>
         <p>Il progetto di pubblicazione non andò in porto, ma lo schema della<hi rend="it">
               Synopsis<lb/></hi>fu utilizzato da Leibniz negli anni immediatamente successivi
               (1706-1709)<lb/><pb n="86" facs="LP1_86.jpg"/>per la stesura della<hi rend="it"> Causa
               Dei</hi><note xml:id="ftn59" place="foot" n="59"><hi rend="it">Causa Dei per
                  justitiam ejus, cum caeteris ejus perfectionibus, cunctisque actionibus
                  conci-<lb/>liatam</hi>, Amstelodami 1710, in <hi rend="it">GPh</hi>, VI,
               437-462.</note>. In una prima redazione, forse della fine del<lb/>1706, il passo
            citato della<hi rend="it"> Synopsis</hi>, diviene:</p>
         <p>Nempe ex combinatione edam Sapientiae et Bonitatis electio optimae rerum<lb/>seriei nata
            est, adeoque harmonia mirifica et περιχώρησις omnium prodiit, quae<lb/>facit ut omnia
            sint aptissime colligata, nec ordo quidem sit inter voluntates Dei<lb/>antecedentes, pro
            gradu bonitatis in objecto, sed ut revera decretum Dei unicum<lb/>sit tantum si rem
            curatius expendas, nempe quo ex infinitis possibilibus Universi<lb/>formulis optimam, id
            est hanc ipsam quae extitit, existere debere decrevit. Nam<lb/>sapiens nihil statuii,
            nisi omnibus expensis<note xml:id="ftn60" place="foot" n="60">
               <p><hi rend="it">GPh</hi>, III, 34-35. Tuttavia nella redazione definitiva della
                     <hi rend="it">Causa Dei</hi> l’accenno alla<lb/>περιχώρησις non sarà più
                  presente.</p>
               <p>Ancora un interessante esempio della presenza del concetto di περιχώρησις <hi
                     rend="it">rerum</hi> negli<lb/>scritti della maturità di Leibniz si trova
                  nelle <hi rend="it">Animadversiones circa assertiones aliquas Theo-<lb/>riae
                     Medicae verae</hi>, che il filosofo compose, probabilmente nel 1708, in
                  polemica con la <hi rend="it">Theoria<lb/>medicinae verae</hi>, pubblicata da
                  G. E. Stahl in quello stesso anno (Halae 1708): «Causis in-<lb/>ternis eventuum
                  corporeorum, materiae scilicet et formae, seu massae et entelechiae,
                  ac-<lb/>cedunt causae externae, nempe efficientes et finales. Et quidem causas
                  efficientes conce-<lb/>dunt philosophi omnes: sed finales negant Epicuraei, et
                  horum sequaces; qui putant,<lb/>inter innumeras alias combinationes materiae
                  quasdam casu contigisse caeteris commo-<lb/>diores, atque ita animalia esse orta;
                  et oculos non structos esse visus gratia, sed videre<lb/>animal, quia evenit, ut
                  oculi apte structi essent. Verum enim vero, haec sententia, ex al-<lb/>tioribus
                  quibusdam principiis de rerum ortu et περιχωρήσει, demonstrative
                     refutatur»<lb/>(<hi rend="smcap">G. G. Leibnitii</hi>
                  <hi rend="it">Opera omnia</hi>, studio Ludovici Dutens, Genevae 1768, vol. II,
                     <hi rend="it">pars se-<lb/>cunda</hi>, p. 132). Il punto nodale delle
                  obiezioni di Leibniz a Stahl, come della controversia<lb/>che ne sarebbe seguita,
                  era costituito dal problema del rapporto tra anima e corpo. Nelle<lb/><hi
                     rend="it">Animadversiones</hi> inoltre l’autore del sistema dell’armonia
                  prestabilita insisteva particolar-<lb/>mente sulla necessità teorica di
                  reintrodurre in filosofia le cause finali e, insieme, di con-<lb/>cepirne il ruolo
                  rispetto alle cause efficienti in termini di parallelismo, un parallelismo
                  in<lb/>tutto analogo a quello sussistente tra principio materiale e principio
                  formale, tra corpo<lb/>e anima (vedi <hi rend="it">ivi</hi>, p. 133). Le <hi
                     rend="it">Animadversiones</hi>, unitamente ai successivi testi della
                  polemica<lb/>tra Leibniz e Stahl, furono pubblicati per la prima volta dallo
                  stesso Stahl nel suo <hi rend="it">Ne-<lb/>gotium otiosum, seu</hi> Σχιαμαχία,
                  Halae 1720.</p>
            </note>.</p>
         <p>Ma la testimonianza più tarda e di gran lunga la più significativa che sia nota<lb/>a
            chi scrive, appartiene all’importantissimo epistolario che Leibniz intrat-<lb/>tenne col
            gesuita Barthélemy Des Bosses negli anni tra il 1706 e il 1716 <note xml:id="ftn61"
               place="foot" n="61">V. <hi rend="smcap">Vittorio Mathieu</hi>, <hi rend="it">Leibniz
                  e Des Bosses, 1704-1714</hi>, Torino 1960, che resta lo<lb/>studio più completo ed
               esauriente su questo epistolario.</note>.<lb/>In un passo estremamente pregnante
            della lettera inviata da Hannover il 7<lb/>novembre 1710, un testo dunque posteriore di
            oltre quaranta anni alla<hi rend="it"> Dis-<lb/>sertatio</hi>, Leibniz torna ad
            usare il termine περιχώρησις, ancora una volta nella<lb/>locuzione ‘περιχώρησις rerum’,
            in stretta e significativa correlazione con<lb/><pb n="87" facs="LP1_87.jpg"/>il problema della armonia
            prestabilita <note xml:id="ftn62" place="foot" n="62">In un recente articolo sul
               carteggio inedito tra Leibniz e J. Lenfant, Giuseppe<lb/>Tognon ha richiamato
               l’attenzione su questa lettera e, in special modo, sull’evocazione<lb/>leibniziana
               del concetto di περιχώρησις (<hi rend="smcap">G. Tognon</hi>, <hi rend="it">G. W.
                  Leibniz: Dinamica e Teologia.<lb/>Il carteggio inedito con Jacques Lenfant</hi>
                  [<hi rend="it">1693</hi>], in «Giornale Critico della Filosofia
               Italiana»,<lb/>LXI (LXIII), fasc. III, settembre-dicembre 1982, pp. 278-329).
               L’autore ricorda la ma-<lb/>trice patristica del concetto e segnala la presenza negli
               archivi di Hannover di un interes-<lb/>sante carteggio inedito (1700-1702) intercorso
               tra Leibniz e il domenicano Michel Lequien,<lb/>che in quegli anni curava l’edizione
               delle opere di Giovanni Damasceno.</note>. Questa lettera, che appartiene
            al-<lb/>l’ultima fase della filosofìa di Leibniz, mostra con evidenza la connessione
            del<lb/>concetto di περιχώρησις con alcuni dei temi più specifici della
            speculazione<lb/>leibniziana. Essa inoltre apre uno scorcio di estremo interesse su uno
            dei nodi<lb/>problematici più rilevanti del suo pensiero: quello del rapporto tra
            teoria<lb/>dell’armonia prestabilita, teoria del rapporto rappresentativo (o
            espressivo)<lb/>e idea dell’infinito attuale. Il ricorso in quel contesto
            all’espressione ‘περιχώ-<lb/>ρησις rerum’ richiede quindi una spiegazione che ne
            rintracci le motivazioni<lb/>e il senso all’interno della struttura teorica del pensiero
            di Leibniz.</p>
         <p>Con la lettera del 7 novembre 1710 Leibniz concludeva uno scambio<lb/>epistolare
            piuttosto nutrito intercorso con Des Bosses intorno ad un’obie-<lb/>zione che
            quest’ultimo aveva avanzato a varie riprese nel corso dell’anno e<lb/>che tuttavia era
            inizialmente passata inosservata agli occhi del filosofo. In<lb/>realtà la difficoltà
            intravista dal gesuita era di non poco momento, soprat-<lb/>tutto per le conseguenze che
            ne scaturivano sul piano teologico, tanto più<lb/>che sembrava potersi derivare con
            perfetta coerenza da uno dei nodi teorici<lb/>fondamentali del sistema leibniziano:
            dalla teoria del rapporto espressivo<lb/>che intercorre tra le sostanze spirituali e i
            corpi, dunque dal cuore stesso di<lb/>quel<hi rend="it"> systhème nouveau</hi> che –
            quantomeno nelle intenzioni dell’autore – doveva<lb/>risolvere uno dei problemi più
            rilevanti lasciati aperti dal cartesianismo.<lb/>L’obiezione di Des Bosses può essere
            riassunta in questi termini: posto che<lb/>tra corpi e sostanze spirituali non si dia
            possibilità di mutua influenza, e che<lb/>però i movimenti meccanicamente determinati
            dei primi corrispondano<lb/>esattamente alle azioni libere delle seconde, la perfetta
            conoscenza dell’uni-<lb/>verso materiale si tradurrebbe in una altrettanto piena
            capacità di previsione<lb/>delle azioni liberamente determinate, proprie delle sostanze
            spirituali. La<lb/>conoscenza dei futuri contingenti dunque, lungi dal configurarsi come
            pre-<lb/>rogativa esclusiva dell’intelletto divino, verrebbe ricondotta dalla
            filosofia<lb/>di Leibniz nell’ambito delle possibilità che la scienza del mondo fisico
            of-<lb/>frirebbe se non all’uomo, a creature razionali dotate di poteri
            conoscitivi<lb/>superiori.</p>
         <p>Tale obiezione fu sottoposta da Des Bosses al giudizio di Leibniz una<lb/><pb n="88" facs="LP1_88.jpg"
            />prima volta e in una forma molto concisa nella breve lettera inviata da Co-<lb/>lonia
            il 25 marzo 1710:</p>
         <p>Dum solidissimum tuum ad motas ab Amico Benedictino difficultates contra<lb/>Harmoniam
            praestabilitam relego responsum, incidit forte dubitatio quam nec ab<lb/>Amico nec a
            Baylio tangi video, nempe: Ex Harmonia corporis et animae praesta-<lb/>bilita prorsus
            sequi videtur: si creatura quaepiam tam perfecta condita foret, ut<lb/>totius universi
            mechanismum perspectum haberet, fore ut non praesentia duntaxat<lb/>arcana cordium sed
            et futura quaecumque libera (saltem ea quae naturae ordinem<lb/>minime transcendunt)
            certo et infallibiliter cognosceret ac praesciret<note xml:id="ftn63" place="foot"
               n="63"><hi rend="it">GPh</hi>, II, 402.</note>.</p>
         <p>Nella lettera di risposta, che porta la data del 2 maggio, Leibniz, mentre<lb/>esprime
            la propria soddisfazione per il giudizio positivo formulato dal suo<lb/>corrispondente
            circa la polemica intercorsa col padre Lamy, tralascia comple-<lb/>tamente di esaminare
            la questione sottopostagli da Des Bosses<note xml:id="ftn64" place="foot" n="64">È
               questo l’unico accenno alla precedente lettera di Des Bosses: «Gaudeo quod<lb/>tibi
               non displicent quae Patri Lamio Benedectino responsui», <hi rend="it">ivi</hi>,
               404.</note>. Questi<lb/>dunque torna a sollecitare una risposta da parte di Leibniz,
            il quale però,<lb/>nella lettera del 2 luglio, confessa di non ricordare neppure quale
            fosse la<lb/>conseguenza che Des Bosses riteneva di poter trarre dalla sua teoria
            della<lb/>armonia prestabilita<note xml:id="ftn65" place="foot" n="65">Scriveva Des
               Bosses il 14 giugno: «Memini in alterutro epistolio meo postremo<lb/>Tuam de quodam
               Harmoniae praestabilitae consectario quaesivisse sententiam, de quo<lb/>quid Tibi
               videbatur, gratum erit intelligere», <hi rend="it">ivi</hi>, 406. Leibniz
               risponde: «Non memini<lb/>quale sit Harmoniae praestabilitae corollarium, de quo meam
               sententiam quaesisse dicis»,<lb/><hi rend="it">ivi</hi>, 407.</note>. Costretto
            da questa affermazione di Leibniz a ritor-<lb/>nare in maniera esplicita sull’argomento,
            il gesuita si accinge allora a formu-<lb/>lare nuovamente il problema, precisandone le
            motivazioni e i contenuti.<lb/>Il 18 luglio egli scrive a Leibniz:</p>
         <p>Consectarium quod ex Harmonía praestituta deduci posse videbatur, hoc erat:<lb/>si
            liberis nostrae mentis actionibus motus corporis sola necessitate medianica
            sine<lb/>ullo mentis influxu consequentes ad amussim respondeant, jam soli Deo
            propria<lb/>non erit humani cordis arcanorum et futurorum libere contingentium scientia,
            cum<lb/>mens aliqua creata tam vasta tamque nobilis extare possit, quae totius
            universi<lb/>mechanismum penitus et adaequate perspectum habeat. Ex hac notitia omnes
            qui<lb/>sunt quique erunt motus corporum pervidebit ac praevidebit, non aliter
            atque<lb/>astronomi quibus coeli mechanismus ex pacto perspectus est, futuros
            planetarum<lb/>motus exacte praesagiunt. Hoc si dederis, jam certe et omnes mentium
            humanarum<lb/>actiones liberas, etiam futuras, utpote motibus illis corporeis
            respondentes prospi-<lb/>cere certo poterit, sicuti si constaret duo Horologia, alterum
            Europaeum, Ame-<lb/><pb n="89" facs="LP1_89.jpg"/>ricanum alterum accurate sibi invicem congruere semper,
            ubi Europaei statum no-<lb/>vero, ejus quoque quod in America est, Constitutionem
            habuero perspectam<note xml:id="ftn66" place="foot" n="66"><hi rend="it">Ivi</hi>,
               408.</note>.</p>
         <p>La risposta del filosofo questa volta non si fa attendere. Già il 4 agosto<lb/>egli
            invia a Des Bosses la missiva contenente le delucidazioni richieste.</p>
         <p>Leibniz mostra di apprezzare molto l’obiezione sollevata dal gesuita,<lb/>perché – come
            egli afferma – appartiene al novero di quelle obiezioni che<lb/>offrono l’occasione di
            analizzare più in profondità la tesi contro cui sono<lb/>rivolte. E in questo caso di
            ribadire il legame essenziale che nel pensiero di<lb/>Leibniz si instaura tra la
            dottrina dell’armonia prestabilita e l’idea di infinito<lb/>in atto. L’obiezione di Des
            Bosses infatti riposa sul presupposto che, almeno<lb/>in linea di principio, una
            sostanza spirituale creata sia in grado di conseguire<lb/>una conoscenza piena e
            completa del mondo materiale. Orbene, tale possi-<lb/>bilità è inammissibile dal punto
            di vista leibniziano, secondo il quale la ma-<lb/>teria risulta attualmente divisa
            all’infinito, di modo che ogni sua più piccola<lb/>parte si presenta come un mondo
            composto di un numero infinito di crea-<lb/>ture<note xml:id="ftn67" place="foot" n="67"
                  ><hi rend="it">Ivi</hi>, 409: «Objectionem, quam nuperrimae Tuae contra
               Harmoniam praestabili-<lb/>tam continent, in prioribus non observaveram; nam alioqui
               respondissem statim, cum ex<lb/>earum sit numero, quibus maxime delector, quod rei
               uberius illustrandae occasionem prae-<lb/>bent. Id ipsum nempe quod Mundus, materia,
               mens, a finita mente perfecte comprehendi<lb/>non debent, inter cetera argumenta mea
               est, quibus probo, materiam non ex atomis com-<lb/>poni, sed actu subdividi in
               infinitum, ita ut in qualibet materiae particula sit mundus qui-<lb/>dam infinitarum
               numero creaturarum. Si vero Mundus esset Aggregatum Atomorum,<lb/>posset accurate
               pernosci a mente finita satis nobili».</note>. Da ciò consegue l’impossibilità per
            qualsiasi creatura finita, quali<lb/>che ne siano i poteri conoscitivi ipotizzabili, di
            pervenire ad una conoscenza<lb/>completa dello stesso universo fisico e quindi, in virtù
            del rapporto rappre-<lb/>sentativo che connette questo all’universo delle sostanze
            immateriali, alla<lb/>capacità di prevedere le libere determinazioni di queste ultime:</p>
         <p>Porro quia nulla pars materiae perfecte cognosci a creatura potest, hinc appa-<lb/>ret,
            nullam etiam Animam perfecte ab ea cognosci posse, cum per Harmoniam il-<lb/>lam
            praestabilitam exacte materiam repraesentet. Itaque quod objectio Tibi visum<lb/>est,
            argumentum videri potest in rem meam<note xml:id="ftn68" place="foot" n="68"><hi
                  rend="it">Ibidem</hi>.</note>.</p>
         <p>Des Bosses però non si mostra ancora del tutto soddisfatto di questa<lb/>risposta.
            Sebbene infatti egli sia pronto a riconoscere che nella filosofia di<lb/>Leibniz i due
            principi, quello dell’armonia prestabilita e quello della divi-<lb/>sione all’infinito
            della materia, sono effettivamente congiunti, tuttavia tale<lb/>connessione gli pare
            piuttosto un dato di fatto che un’esigenza sistematica.<lb/><pb n="90" facs="LP1_90.jpg"/>Egli quindi
            esprime il timore che altri, anche contro la volontà di Leibniz,<lb/>possa separare i
            due principi e, considerando l’attributo dell’inconoscibilità<lb/>come caratteristica
            esclusiva del divino, tragga dalla filosofìa di Leibniz le<lb/>conclusioni prospettate
            dalla propria obiezione<note xml:id="ftn69" place="foot" n="69"><hi rend="it">Des
                  Bosses a Leibniz</hi>, 11 ottobre 1710: «Quod ad objectionem nuperam
               respondes,<lb/>mihi non penitus improvisum accidit et perplacet. At vereor extiturum
               aliquem, qui Tuis<lb/>ingratiis copulet illa duo principia, et Harmoniam praestitutam
               a te mutuetur, cum aliis<lb/>vero sat multis incomprehensibilitatis attributum soli
               Deo tribuentibus creaturam quam-<lb/>libet corpoream ab alia creata mente satis
               nobili comprehendi, et penitus pernosci posse<lb/>contendat. Sed vitio tibi dandum
               non est, neque novum, ex opinionum quae seorsim spec-<lb/>tatae probabilitatem habent
               conjunctione monstra nasci. Praeterea, quid si dicat aliquis<lb/>infinitatem
               creaturae nihil obstare quominus a creata mente, quae et ipsa infinita sit,
               com-<lb/>prehendi queat», <hi rend="it">ivi</hi>, p. 411.</note>.</p>
         <p>La lettera di Leibniz del 7 novembre contiene quindi un ulteriore chia-<lb/>rimento
            della questione, volto a dissipare i timori di Des Bosses. Leibniz<lb/>in primo luogo
            ribadisce la propria convinzione riguardo alla connessione<lb/>inscindibile che lega la
            dottrina dell’armonia prestabilita alla concezione della<lb/>materia come attualmente
            divisa all’infinito:</p>
         <p>Qui Harmoniam praestabilitam admittet, non poterit non etiam admittere<lb/>doctrinam de
            divisione Materiae actuali in partes infinitas. Sed idem aliunde con-<lb/>sequitur,
            nempe ex natura motus fluidorum, et ex eo quod corpora omnia gradum<lb/>habent
               fluiditatis<note xml:id="ftn70" place="foot" n="70"><hi rend="it">Ivi</hi>, p.
               412.</note>.</p>
         <p>Inoltre, prosegue Leibniz, se l’attributo dell’inconoscibilità fosse proprio<lb/>solo di
            Dio, ben maggiori sarebbero le nostre speranze nel campo della<lb/>scienza della natura.
            In realtà non vi è parte del mondo naturale suscettibile<lb/>di conoscenza perfetta non
            solo da parte dell’uomo, ma neppure di qualsi-<lb/>voglia intelligenza creata, per il
            fatto che una tale conoscenza dovrebbe pre-<lb/>supporre quella percezione simultanea e
            distinta dell’infinito che è preclusa<lb/>all’intelletto finito di qualsiasi creatura.
            Tale implicazione dell’infinito nel<lb/>processo conoscitivo della materia non è qui
            vista, come nella lettera prece-<lb/>dente, solo quale effetto della costituzione
            interna della materia, considerata<lb/>in ogni sua singola parte; bensì, a partire da
            quella, come la risultanza del-<lb/>l’implicazione universale che connette ciascuna
            porzione del mondo mate-<lb/>riale, con la totalità stessa dell’universo, la
               περιχώρησις<hi rend="it"> rerum</hi>:</p>
         <p>Incomprehensibilitatis attributum utinam soli Deo proprium esset, major nobis<lb/>spes
            esset noscendae naturae, sed nimis verum est nullam esse partem naturae,<lb/>quae a
            nobis perfecte comprehendi possit, idque ipsa rerum περιχώρησις<hi rend="it">
            </hi>probat.<lb/>Nulla creatura quantumvis nobilis, infinita simul distincte percipere
            seu comprehen-<lb/>dere potest; quin imo qui vel unam partem materiae comprehenderet,
            idem com-<lb/><pb n="91" facs="LP1_91.jpg"/>prehenderet totum Universum ob eandem περιχώρησιν quam dixi.
            Mea principia<lb/>talia sunt, ut vix a se invicem divelli possint. Qui unum bene novit,
            omnia novit<note xml:id="ftn71" place="foot" n="71"><hi rend="it"
            >Ibidem</hi>.</note>.</p>
         <p>È dunque in ragione della ‘περιχώρησις rerum’ che l’infinito si radica nel<lb/>processo
            finito della conoscenza del mondo materiale ed è ancora a causa<lb/>di tale rapporto tra
            le parti e il tutto che la conoscenza completa di una qual-<lb/>siasi porzione della
            realtà fisica comporterebbe la conoscenza dell’intero uni-<lb/>verso. Inoltre, occorre
            sottolineare, la περιχώρησις non è impiegata da Leibniz<lb/>come categoria
            esclusivamente ontologica; questa infatti si riflette nella strut-<lb/>tura sistematica
            dello stesso discorso filosofico che pone l’ontologia come<lb/>proprio oggetto. Tale
            almeno è la convinzione di Leibniz riguardo al pro-<lb/>proprio sistema, i cui principi
            – contrariamente all’opinione di Des Bosses –<lb/>sono talmente solidali, così
            reciprocamente inclusivi, da non poter essere<lb/>separati l’uno dall’altro. Da questo
            punto di vista l’affermazione: «Qui unum<lb/>bene novit, omnia novit», presenta un
            duplice livello interpretativo; essa<lb/>appartiene in primo luogo alla descrizione
            ontologica e metafisica del mon-<lb/>do, propria della filosofia di Leibniz, ma al tempo
            stesso ci viene offerta co-<lb/>me una asserzione che ha per oggetto quella stessa
            filosofia e ne descrive<lb/>l’inscindibile rapporto tra i principi fondamentali<note
               xml:id="ftn72" place="foot" n="72">Un accenno in questo senso si trova anche in <hi
                  rend="smcap">Christiane Fremont</hi>, <hi rend="it">L’Être et
               la<lb/>relation</hi>, Paris, Vrin 1981, p. 153. Il volume consta di una prima parte
               monografica (<hi rend="it">L’Être<lb/>et la relation</hi>, pp. 13-69), cui segue
               una scelta di 35 lettere di Leibniz a Des Bosses, tradotte<lb/>in francese sulla base
               dell’edizione Gerhardt e annotate dall’autrice (<hi rend="it">Lettres de Leibniz
                  au<lb/>R. P. Des Bosses</hi>, pp. 70-209). Quantunque l’autrice abbia avuto cura
               di accogliere nella<lb/>propria bibliografia solo testi in lingua francese, è
               nondimeno sorprendente il fatto che<lb/>non si sia consultata la monografia di V.
               Mathieu dedicata a quel carteggio.</note>.</p>
         <p>Leibniz in questa lettera intende περιχώρησις nel senso scolastico, che<lb/>era stato
            anche quello di Bisterfeld, di interpenetrazione reciproca, ma nello<lb/>stesso tempo ne
            potenzia enormemente il significato. Non vi è più neppure<lb/>in lui alcun accenno
            all’idea di circolarità, quale condizione per l’instaurarsi<lb/>della relazione di
            περιχώρησις, ma è scomparso nei suoi scritti anche ogni<lb/>riferimento al valore
            emblematico e fondante della περιχώρησις trinitaria.<lb/>Da questo punto di vista il
            processo di secolarizzazione del concetto è docu-<lb/>mentato da Leibniz in maniera
            ancora più decisa di quanto non fosse in pre-<lb/>cedenza. Eppure, sotto un certo
            aspetto, il concetto leibniziano di περιχώρησις<lb/>appare più aderente a quello della
            tradizione teologica della stessa<hi rend="it"> immeatio<lb/></hi>bisterfeldiana. La
            περιχώρησις <hi rend="it">rerum</hi> non indica solo il sussistere di un
            nu-<lb/>mero infinito di relazioni che connettono tra di loro le singole parti
            dell’uni-<lb/>verso, ma ne specifica la natura come di relazioni che pongono in
            corrispon-<lb/>denza ciascuna di quelle parti con l’insieme delle altre. La struttura
               relazionale<lb/><pb n="92" facs="LP1_92.jpg"/>che pervade l’universo leibniziano associa, ai vari
            livelli della realtà, i singoli<lb/>elementi all’insieme totale di cui fanno parte;
            l’interpenetrazione che la πε-<lb/>ριχώρησις<hi rend="it"> rerum</hi> denota in
            Leibniz è quella tra il tutto e le parti che lo com-<lb/>pongono<note xml:id="ftn73"
               place="foot" n="73">Cfr. <hi rend="it">Nouveaux essais sur l’entendement
               humain</hi>, II, 26 (<hi rend="it">Ak</hi>, VI, <hi rend="smcap">vi</hi>, 228):
               «Autrement<lb/>il n’y a point de terme si absolû ou si detaché, qu’il n’enferme des
               relations, et dont la<lb/>parfaite analyse ne mene à d’autres choses et même à toutes
               les autres ; de sorte qu’on peut<lb/>dire, que les termes relatifs marquent
               expressement le rapport, qu’ils contiennent. J’oppose<lb/>ici l’absolû au relatif, et
               c’est dans un autre sens, que je l’ai opposé ci-dessus au borné».</note>. Solo questo
            può fare della περιχώρησις quel concetto mediante<lb/>il quale è possibile affermare che
            dalla conoscenza completa di una singola<lb/>porzione di materia conseguirebbe la
            conoscenza dell’intero universo. Una<lb/>tale conseguenza non sarebbe neppure possibile,
            se Leibniz non concepisse<lb/>la struttura della materia in termini di infinito in atto,
            secondo un’idea di<lb/>infinito forgiata sul modello del continuo matematico. Tuttavia
            questo è<lb/>requisito necessario, ma non sufficiente per spiegare il nesso che,
            secondo<lb/>Leibniz, vige tra l’universo nella sua totalità e le sue parti infinite.
            Tale nesso,<lb/>che non può certo essere di natura fisica, deve essere ricondotto al
            fonda-<lb/>mentale concetto di rappresentazione. In ragione delle proprietà del
            continuo,<lb/>procedendo indefinitamente nella suddivisione della materia se ne
            otter-<lb/>ranno porzioni comunque infinite e tali che «in qualibet materiae
            partícula<lb/>sit mundus quidam infinitarum numero creaturarum»<note xml:id="ftn74"
               place="foot" n="74"><hi rend="it">Leibniz a Des Bosses</hi>, 4 agosto 1710; <hi
                  rend="it">Gph</hi>, II, 409. V. nota 67.</note>. Conoscere perfet-<lb/>tamente
            una singola porzione di materia equivarrebbe dunque a conoscere<lb/>un numero infinito
            di creature, ma la conoscenza perfetta anche di una sola<lb/>creatura comporterebbe per
            Leibniz la conoscenza del mondo nella sua to-<lb/>talità, poiché la sua nozione completa
            ne costituisce una rappresentazione.<lb/>Ciascuna porzione di materia, per quanto
            piccola, potrebbe condurre alla co-<lb/>noscenza dell’intero universo, poiché essa
            stessa ne contiene un numero<lb/>infinito di rappresentazioni, di parti in cui si
            compendia e si proietta il tutto.</p>
         <p>Una conferma dell’interpretazione del concetto leibniziano di περιχώρη-<lb/>σις che si
            propone sembra potersi ricavare anche dall’analisi di alcuni passi<lb/>del<hi
               rend="it"> De libertate</hi>, uno scritto probabilmente coevo alla stesura del<hi
               rend="it"> Discours<lb/>de metaphysique</hi><note xml:id="ftn75" place="foot"
               n="75">V. <hi rend="it">Nouvelles lettres et opuscules inédits de Leibniz</hi>,
               précédés d’une introduction par <hi rend="smcap">A.<lb/>Foucher de Careil</hi>, Paris
               1857, pp. 178-185.</note>. Leibniz vi descrive, con alcune interessanti
            annotazioni<lb/>circa la propria biografia filosofica, l’itinerario teorico mediante il
            quale gli<lb/>si prospettò la possibilità di offrire una soluzione al dibattuto problema
            del<lb/>rapporto tra libertà umana e prescienza divina. Giunto quasi sul punto
            di<lb/>«cadere nel baratro» dell’identificazione di libertà e necessità<note
               xml:id="ftn76" place="foot" n="76"><hi rend="it">Ivi</hi>, p. 178.</note>, ne era
               stato<lb/><pb n="93" facs="LP1_93.jpg"/>ritratto dall’analisi di un concetto apparentemente molto
            distante, quello<lb/>dell’infinito matematico<note xml:id="ftn77" place="foot" n="77"
                  ><hi rend="it">Ivi</hi>, pp. 179-180: «Tandem nova quaedam atque inexpectata
               lux oborta est unde<lb/>minime sperabam: ex considerationibus scilicet mathematicis
               de natura infiniti».</note>. Leibniz si convinse allora che tanto le
            difficoltà<lb/>inerenti all’idea di continuo quanto quelle relative alla natura della
            libertà<lb/>derivassero, come da una fonte comune, dall’idea stessa di infinito<note
               xml:id="ftn78" place="foot" n="78"><hi rend="it">Ivi</hi>, p. 180: «Duo sunt
               nimirum labyrinthi humanae mentis, unus circa composi-<lb/>tionem continui, alter
               circa naturam libertatis, et ex eodem infiniti fonte oriuntur».</note>.
            Egli<lb/>aveva quindi distinto il necessario dal certo, le verità necessarie da
            quelle<lb/>contingenti: le prime riconducibili all’identità di soggetto e predicato,
            ri-<lb/>chiesta dai suoi principi logici, mediante un processo finito di analisi;
            mentre<lb/>le seconde implicavano un processo all’infinito. Libero e contingente si
            dirà<lb/>dunque tutto quanto può venire espresso mediante una proposizione che<lb/>non
            sia riducibile a proposizione identica per mezzo di una analisi finita<note
               xml:id="ftn79" place="foot" n="79">V. <hi rend="it">ivi</hi>, pp. 181-182:
               «Nimirum necessaria propositio est cujus contrarius implicat<lb/>contradictionem,
               qualis est omnis identica aut derivativa in identicas resolubilis; et tales<lb/>sunt
               veritates quae dicuntur metaphysicae vel geometricae necessitatis. [...] Sed in
               veri-<lb/>tatibus contingentibus, etsi praedicatum insit subjecto, nunquam tamen de
               eo potest de-<lb/>monstrari, neque unquam ad aequationem seu identitatem revocari
               potest propositio,<lb/>sed resolutio procedit in infinitum, Deo solo vidente non
               quidem finem resolutionis qui<lb/>nullus est, sed tamen connexionem terminorum sic
               involutionem praedicati in subjecto,<lb/>quia ipse videt quidquid seriei
            inest».</note>.<lb/>L’irriducibilità di una proposizione contingente a proposizione
            identica, ov-<lb/>vero al principio di contraddizione, deriva dal numero infinito di
            ragioni<lb/>che ne determinano l’inclusione del predicato nel soggetto. Ne consegue
            che<lb/>tutte le verità di fatto sono espresse da verità contingenti, per due
            motivi<lb/>distinti, ma correlati: perché l’universo, infinito in atto, si compone di
            un<lb/>numero infinito di creature e, inoltre, perché ogni creatura, in quanto
            so-<lb/>stanza individuale, è in relazione con tutte le altre e nella propria
            nozione<lb/>completa rappresenta l’universo stesso:</p>
         <p>Sciendum igitur et omnes creaturas characterem quemdam impressum habere<lb/>divinas
            infinitatis, atque hunc esse multorum mirabilium fontem, quibus humana<lb/>mens in
            stuporem datur.</p>
         <p>Nimirum nulla est portio materiae tam exigua, in quâ non sit quidam infini-<lb/>tarum
            numero creaturarum mundus, neque ulla est substantia individualis creata<lb/>tam
            imperfecta, quin in omnes alias agat, et ab omnibus aliis patiatur, et notione<lb/>sua
            completâ (qualis in divina mente est), complectatur totum universum, et quid-<lb/>quid
            est, fuit, eritve, neque ulla est veritas facti seu rerum individualium, quin
            ab<lb/>infinitarum rationum serie dependeat; cui seriei quidquid inest a Deo solo
            pervi-<lb/>deri potest<note xml:id="ftn80" place="foot" n="80"><hi rend="it"
               >Ivi</hi>, pp. 180-181.</note>.</p>
         <pb n="94" facs="LP1_94.jpg"/>
         <p>L’universo come infinito in atto, l’interconnessione reciproca come re-<lb/>lazione che
            ne connette le parti e, al tempo stesso, lo riproduce in ciascuna<lb/>di esse, sono temi
            che Leibniz sviluppa in maniera analoga in questo passo,<lb/>come nello scambio
            epistolare con Des Bosses, che si è esaminato. Nella<lb/>lettera del 7 novembre 1710
            quegli stessi concetti richiamavano nella strut-<lb/>tura lessicale del discorso
            leibniziano l’antico termine greco περιχώρησις,<lb/>forse come il più adatto ad
            esprimerne sinteticamente la forte coesione teo-<lb/>rica. Non sorprende pertanto la
            presenza del vocabolario latino della pericwv-<lb/>rhsi~ anche nel paragrafo finale
               del<hi rend="it"> De libertate.</hi> Leibniz, riepilogando le pro-<lb/>prie
            conclusioni circa il problema del rapporto tra necessità e contingenza,<lb/>terminava
            rinviando al passo sopra citato e ricordando ancora ima volta la<lb/>natura di infinito
            in atto, propria dell’universo, e la generale e mutua compe-<lb/>netrazione delle sue
            parti, «rerum mutua permeatio ac nexus»:</p>
         <p>His autem probe consideratis, non puto difficultatem in hoc argumento nasci<lb/>posse,
            cujus non solutio ex dictis derivari queat. Admissâ enim hâc notione neces-<lb/>sitatis
            quam admittunt omnes, quod scilicet ea demum necessaria sint, quorum con-<lb/>trarium
            implicat contradictionem, facile apparet naturam demonstrationis atque<lb/>analysim
            consideranti ne dari posse, imo debere veritates quae nulla analysi ad ve-<lb/>ritates
            identicas vel contractionis principium reducuntur, sed infinitam rationum<lb/>seriem
            suppeditant uni Deo perspectam, atque eam esse naturam omnium quae<lb/>libera et
            contingentia appellantur. (Sed maxime eorum quae locum et tempus in-<lb/>volvunt) ex
            ipsâ infiníiate partium universi<hi rend="it"> rerumque mutuâ permeatione ac
                  nexu</hi>,<emph><hi rend="it">
               </hi></emph>satis<lb/>supra ostensum est<note xml:id="ftn81" place="foot" n="81"><hi
                  rend="it">Ivi</hi>, p. 185; il corsivo è mio.</note>.</p>
      </body>
   </text>
</TEI>
