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            <title>SUITÀ: STORIA DI UN TERMINE APPARENTEMENTE IGNOTO</title>
            <author><name>Aldo </name>
               <surname>Duro</surname>
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            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability><p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p></availability>
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               <title level="m">SUITÀ: STORIA DI UN TERMINE APPARENTEMENTE IGNOTO</title>
               <author>Aldo Duro</author>
               <title level="a">Lexicon philosophicum, Quaderni di terminologia filosofica e storia delle idee</title>
               <publisher>Leo S. Olschki Editore</publisher>
               <editor>A. Lamarra, L. Procesi</editor>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
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            <docAuthor>Aldo Duro</docAuthor>
            <docTitle><titlePart><hi rend="it">SUITÀ</hi>: STORIA DI UN TERMINE APPARENTEMENTE IGNOTO</titlePart></docTitle>
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         <p>Fare l’analisi delle accezioni e degli usi di<hi rend="it"> suità</hi> significa, per me, tracciare<lb/>la storia di una conquista<note xml:id="ftn1" place="foot" n="1">Di una conquista, nel senso che mi son trovato a dover percorrere un cammino a ri-<lb/>troso, dalle attestazioni più recenti a quelle via via più antiche, seguendo il filo delle ci-<lb/>tazioni che di volta in volta trovavo negli autori, nei lessici, nei repertori consultati: pro-<lb/>cedimento che, dal punto di vista metodologico, è certamente empirico, ma è anche quello<lb/>più fruttuoso, e forse l’unico che si possa adottare quando si avvii una ricerca origi-<lb/>nale, priva di elementi già noti e segnalati da altri. È una conquista, comunque, nella quale<lb/>non sono stato solo. Suggerimenti e consigli mi sono stati amichevolmente offerti dal<lb/>prof. Piero Fiorelli per le prime attestazioni giuridiche di<hi rend="it"> suitas</hi>, dalla prof. A. M. Barto-<lb/>letti Colombo e dal prof. Pier Giorgio Peruzzi per la consultazione del<hi rend="it"> Digesto</hi> e delle<lb/>Glosse; di prezioso aiuto per le ricerche bio-bibliografiche mi sono stati i colleghi dott.<lb/>Paolo Mazzantini, e in particolare il dott. Federico Pelle, bibliotecario alla Casanatense.</note> che si è maturata lentamente e per gradi. Certa-<lb/>mente a un altro studioso, dotato di specifica preparazione nel campo del<lb/>diritto e della filosofia, il primo impatto con il termine non sarebbe così<lb/>traumatico come è stato per me. Ma di questo fatto mi rendo conto soltanto<lb/>adesso, alla conclusione della ricerca; devo anzi dire che, al suo inizio, do-<lb/>vunque mi rivolgessi per aiuto, più che provocare sorpresa per la mia igno-<lb/>ranza, ottenevo confessioni di ignoranza da parte degli interpellati<note xml:id="ftn2" place="foot" n="2">In qualche caso, invece, è avvenuto l’opposto: qualcuno dei docenti di diritto co-<lb/>mune, a cui ho esposto l’oggetto della mia indagine, sentiva la parola così familiare da<lb/>suggerirmi di cercarne attestazioni precoci in testi dove non poteva ancora essere presente<lb/>come espressione verbale ma solo come concetto: concetto che soltanto più tardi i compi-<lb/>latori di indici e repertori di quei testi hanno tradotto didascalicamente in<hi rend="it"> suitas</hi>.</note>. Eppure,<lb/>come dimostrerà la documentazione raccolta, si tratta di parola in circola-<lb/>zione da secoli, sia pure con presenza limitata a testi giuridici e filosofici.</p>
         <p>Il mio primo incontro con<hi rend="it"> suità</hi> è avvenuto durante la preparazione delle<lb/>Concordanze della<hi rend="it"> Scienza nuova 1725</hi> di G. B. Vico <note xml:id="ftn3" place="foot" n="3">Pubblicate (1981) nella collana del Lessico Intellettuale Europeo, di cui formano il<lb/>XXV volume. Le<hi rend="it"> Concordanze</hi> erano state precedute nel 1979 dalla pubblicazione, in ri-<lb/>stampa anastatica (vol. XVIII della stessa collana), dell’opera di Vico originariamente edita<lb/>a Napoli nel 1725 e nota agli studiosi come<hi rend="it"> Scienza nuova prima</hi>.</note>, quando la mia attenzione<lb/>fu attratta da questo passo (cap. II, p. 69):</p>
         <p>si appiccarono alle<hi rend="it"> XII Tavole</hi> moltissimi diritti e ragioni, che furono alla plebe<lb/>da’ nobili dopo molto tempo e molte contese comunicati, come, sei anni dopo,<lb/><pb n="42" facs="LP1_42.jpg"/><hi rend="it">i Connubj</hi>,<hi rend="it"> che con gli auspicj i padri si avevano riserbati nella Tav. XI</hi>, cui dipen-<lb/>denze sono <hi rend="it">patria potestà</hi>,<hi rend="it"> testamenti</hi>,<hi rend="it"> tutele</hi>,<hi rend="it"> suità</hi>,<hi rend="it"> agnazioni</hi>,<hi rend="it"> gentilità</hi>.</p>
         <p>In una lettura analitica e segmentale come quella che usualmente si fa<lb/>per ridurre un testo a concordanze o a indici statistici, e in cui l’attenzione è<lb/>attratta dalle parole singole o da contesti brevi e frammentati, sfuggono<lb/>necessariamente certi nessi che si colgono invece con facilità in una lettura<lb/>continuata dell’opera nella sua successione testuale. Presa così isolata, mi<lb/>parve dapprima che la parola<hi rend="it"> suità</hi> potesse essere l’astratto di<hi rend="it"> suo</hi> o più esatta-<lb/>mente del lat.<hi rend="it"> suus</hi> in locuzioni come<hi rend="it"> sui iuris</hi>, ed esprimesse quindi la pienezza<lb/>dei diritti dell’uomo libero non più soggetto all’autorità del<hi rend="it"> pater familias.<lb/></hi>Non ne ero però convinto, e il dubbio si accrebbe quando ritrovai nel mio<lb/>schedario altri esempi, provenienti dall’elaborazione elettronica delle opere<lb/>di A. Rosmini (che avevo diretto per conto del Centro per il Lessico rosmi-<lb/>niano dell’Istituto di filosofia dell’Università di Genova); erano esempi in<lb/>cui il termine compariva con significati nettamente diversi da quello vichiano.<lb/>Tornato alla lettura della<hi rend="it"> Scienza nuova</hi>, mi è stato facile trovare la chiave<lb/>dell’interpretazione esatta: poche pagine prima, infatti, lo stesso concetto<lb/>sviluppato a p. 69 mediante una serie di sostantivi astratti, viene anticipato<lb/>in forma più concreta, con perfetto parallelismo. Enunciando i vari<hi rend="it"> Capi<lb/></hi>della legge delle XII Tavole, il Vico menziona esplicitamente</p>
         <p>il Capo dove i<hi rend="it"> plebei sieno Padri di famiglia</hi>...; e quello dove<hi rend="it"> facciano solenni Testamenti</hi>,<lb/> e<hi rend="it"> dieno i Tutori a’ figliuoli</hi>;... e l’altro dove i loro<hi rend="it"> retaggi </hi>vadano<hi rend="it"> ab intestato agli eredi<lb/>suoi</hi>, in difetto<hi rend="it"> agli agnati</hi>, e finalmente<hi rend="it"> a’ gentili</hi>.</p>
         <p>La sovrapposizione dei due contesti risulta perfetta; e<hi rend="it"> suità</hi> si spiega così,<lb/>con le parole stesse del Vico, come il diritto che l’<hi rend="it">heres suus</hi> ha di ereditare i<lb/>beni del<hi rend="it"> pater familias</hi> anche se questo muore senza testamento.</p>
         <p>Nella redazione successiva, rielaborata e molto ampliata, della<hi rend="it"> Scienza<lb/>nuova</hi>, nota come<hi rend="it"> Scienza nuova 1744</hi> (che è l’anno in cui fu pubblicata, postuma<note xml:id="ftn4" place="foot" n="4">F. Nicolini ha più volte ripubblicato questa redazione, che viene di solito indicata<lb/>come<hi rend="it"> seconda</hi>, ma talvolta come<hi rend="it"> terza</hi>, considerando seconda quella del 1730. Le citazioni<lb/>che seguono sono basate sull’edizione Nicolini del 1911-16 (1° vol. 1911, 2° vol. 1913,<lb/>3° vol. 1916).</note>),<lb/>il Vico riprende la questione in due luoghi, nel libro I, sez. I, § 108 (p. 107):</p>
         <p>Quindi, – accorti i plebei che non potevan essi trammandar<hi rend="it"> ab intestato</hi> i campi<lb/>a’ loro congionti, perché non avevano suità, agnazioni, gentilità (per le quali ragioni<lb/>correvano allora le successioni legittime), perché non celebravano matrimoni so-<lb/>lenni, e nemmeno ne potevano disponere in testamento, perché non avevano pri-<lb/>vilegio di cittadini, – fecero la pretensione de’ connubi de’ nobili...;<lb/><pb n="43" facs="LP1_43.jpg"/>e nel libro II, sez. V, capo I, § 598 (pp. 521-22):</p>
         <p>e così i plebei, non essendo ancor cittadini, come ivan morendo, non potevano<lb/>lasciare i campi<hi rend="it"> ab intestato</hi> a’ congionti, perché non avevano suità, agnazioni, gen-<lb/>tilità, ch’erano dipendenze tutte delle nozze solenni; nemmeno disponerne in testa-<lb/>mento, perché non erano cittadini.</p>
         <p>In contesti simili a questo, il termine compare anche in altri luoghi del<lb/>libro IV, sempre in unione con<hi rend="it"> agnazione </hi>(o<hi rend="it"> agnazioni</hi>) e<hi rend="it"> gentilità</hi><note xml:id="ftn5" place="foot" n="5">Sono, nella citata ediz. Nicolini, a pag. 512, dove si dice che, prima della legge delle<lb/>XII Tavole, i retaggi si erano conservati soltanto nell’ordine de’ nobili, «perché essi soli<lb/>avevano dovuto avere suità, agnazioni, gentilità»; a p. 871: «de’ quali [auspìci] dapprima<lb/>furono dipendenze tutte le ragioni civili così pubbliche come private...; e le private furo-<lb/>no nozze, patria potestà, suità, agnazioni, gentilità, successioni legittime, testamenti e<lb/>tutele»; a p. 905, dove si afferma che nella<hi rend="it"> patria potestà</hi>,<hi rend="it"> suità</hi>,<hi rend="it"> agnazione</hi>,<hi rend="it"> gentilità</hi>, ecc.<lb/>«consiste tutto il corpo del diritto romano», e similmente a p. 928, dove «nozze, patria<lb/>potestà, suità, agnazione, gentilità, dominio quiritario o sia civile, mancipazioni, usuca-<lb/>pioni, stipulazioni, testamenti, tutele ed eredità» sono dette le<hi rend="it"> ragioni</hi> «propriae civium<lb/>Romanorum»; e ancora nel<hi rend="it"> Ragionamento primo dintorno alla Legge delle XII Tavole</hi>, ivi,<lb/>p. 1110: «quelle [leggi] che fanno il maggior corpo del diritto romano, le quali sono din-<lb/>torno al connubio, alla patria potestà, alla suità, agnazione, gentilità, alle quindi prove-<lb/>nienti successioni legittime, all’usucapione, alla mancipazione e stipulazione...».</note>. In forma<lb/>latina,<hi rend="it"> suitas</hi> ricorre nel<hi rend="it"> De constantia iurisprudentis</hi>, pt. II (<hi rend="it">De constantia phi-<lb/>lologiae</hi>), cap. XXXIII, là dove il Vico afferma che dai connubi derivarono<lb/>i tre grandi istituti sociali, «domus, familiae, gentes», che a loro volta die-<lb/>dero origine ai principali istituti giuridici: «ex domibus iura suitatis, ex<lb/>familiis iura adgnationis, ex gentibus iura gentilicia provenere»<note xml:id="ftn6" place="foot" n="6">
               <p>Si tengano presenti anche questi altri luoghi della<hi rend="it"> Scienza nuova 1744</hi> (citiamo sempre<lb/>dall’ediz. Nicolini 1911-16): «se si considerano le successioni legittime, ovvero le coman-<lb/>date dalla Legge delle XII Tavole: – ch’al padre di famiglia difonto succedessero in primo<lb/>luogo i suoi, in lor difetto gli agnati, e ’n mancanza di questi i gentili ...» (l. IV, sez. XII,<lb/>cap. 2°; p. 874); e più brevemente: «la Legge delle XII Tavole... serbava... le successioni<lb/><hi rend="it">ab intestato</hi> dentro i suoi, gli agnati e finalmente i gentili» (l. II, sez. V, cap. 6°; p. 588),<lb/>dove <hi rend="it">i suoi</hi> sta per<hi rend="it"> sui heredes</hi>. Cit. anche, nel<hi rend="it"> De constantia philologiae</hi>, cap. XX [§ 75]: «Et<lb/>lege XII Tabularum hereditatem primum suis, deinde adgnatis, tandem gentilibus redire<lb/>disertissimis verbis cautum» (cioè: dalla Legge delle XII Tavole è stato disposto con<lb/>parole estremamente chiare che l’eredità andasse prima di tutto agli eredi propri, quindi<lb/>agli agnati, e infine ai gentili, ossia agli appartenenti alla<hi rend="it"> gens</hi>).</p>
            </note>.</p>
         <p>Nella relativa varietà dei passi citati si rivela chiaramente l’interesse<lb/>centrale da cui tutti sono ispirati, e il riferimento costante alla legge decem-<lb/>virale. In una interpretazione storico-giuridica del pensiero vichiano si do-<lb/>vrebbe certamente sottoporre ad esame critico le opinioni dell’autore circa<lb/>i momenti e gli avvenimenti su cui egli ritorna con tanto appassionata insi-<lb/>stenza. Ma essendo nostro proposito fare la storia di un termine e non quella<lb/>degli istituti giuridici romani, possiamo esimerci dal seguire il Vico nelle<lb/>sue disquisizioni sul diritto bonitario e quello quiritario, sulla rogazione<lb/><pb n="44" facs="LP1_44.jpg"/>canuleia, sulla<hi rend="it"> confarreatio</hi>, sul<hi rend="it"> testamentum calatis comitiis</hi>, e sul diretto rapporto<lb/>tra<hi rend="it"> auspicia</hi>,<hi rend="it"> connubia</hi> e «suità». Per questa parte, e in particolare per l’ipotesi<lb/>di una provenienza esterna della legge delle XII Tavole (il Vico polemizza<lb/>energicamente con quanti la ritenevano importata da Atene), basterà rin-<lb/>viare ai dottissimi commenti di F. Nicolini, e soprattutto alla lunga nota<lb/>su<hi rend="it"> Il Vico e la questione delle XII Tavole</hi>, in appendice al vol. 3° della<hi rend="it"> Scienza<lb/>nuova 1744</hi> (ediz. 1911-16, pp. 1061-1090), che precede il «Ragionamento<lb/>primo [del Vico] dintorno alla Legge delle XII Tavole venuta da fuori in<lb/>Roma»; e al § 110 del<hi rend="it"> Commento storico alla seconda Scienza nuova</hi> (Roma,<lb/>Ediz. di storia e letteratura, 1978, pp. 68-69).</p>
         <p>Per tutte le notizie relative al diritto ereditario romano, il Vico poteva<lb/>attingere a numerose fonti storiche e giuridiche latine, oltre che ai frammenti<lb/>delle XII Tavole e più specialmente alla Tavola V, là dove è scritto «Si inte-<lb/>stato moritur, cui suus heres nec escit, adgnatus proximus familiam habeto. Si<lb/>adgnatus nec escit, gentiles familiam [habento]»<note xml:id="ftn7" place="foot" n="7">
               <p>	Così nell’ediz. di S. Riccobono, in<hi rend="it"> Fontes iuris Romani antejustiniani</hi>, Pars prima, Fi-<lb/>renze 1909, p. 33. Nel latino arcaico,<hi rend="it"> escit</hi> sta per<hi rend="it"> erit</hi>. Il sost.<hi rend="it"> familia</hi>, in tema di successioni,<lb/>significava «patrimonio», ossia il complesso dei beni che costituiscono l’eredità.</p>
         </note>. Ma in nessuna di quelle<lb/>fonti compare mai l’astratto<hi rend="it"> suitas</hi>, che non è voce del latino classico né tardo,<lb/>e neppure, come vedremo, medievale in senso stretto. Si parla sempre e sol-<lb/>tanto di<hi rend="it"> heres suus</hi>, espressione (cui spesso viene aggiunto<hi rend="it"> et necessarius</hi>) che<lb/>indica semplicemente l’erede, cioè il discendente diretto del<hi rend="it"> pater familias</hi>,<lb/>il solo cui spettasse legalmente il titolo di<hi rend="it"> heres</hi>; gli altri<hi rend="it"> agnati</hi> potevano, in<lb/>mancanza di<hi rend="it"> filii familias</hi>, ereditare, ma non avevano diritto alla denomina-<lb/>zione di<hi rend="it"> heredes</hi> (di qui la contrapposizione di<hi rend="it"> sui</hi> a<hi rend="it"> extranei</hi>)<note xml:id="ftn8" place="foot" n="8">Rimandiamo, per questa interpretazione di<hi rend="it"> heres</hi>, e più generalmente per l’istituto<lb/>delle successioni in Roma, a <hi rend="smcap">V. Arangio Ruiz</hi>,<hi rend="it"> Istituzioni di diritto romano</hi>, 9<hi rend="sup">a</hi> ediz., Napoli<lb/> 1947, cap. XXV, pp. 508 sgg. Chi fossero gli<hi rend="it"> heredes sui</hi> è specificato a p. 536: «L’antico<lb/>costume [cioè il primo sistema successorio romano] non conosceva altri eredi che i<hi rend="it"> sui</hi>:<lb/>tali sono i figli rimasti in potestà dell’ereditando fino alla sua morte, la moglie<hi rend="it"> in manu</hi>...,<lb/>e tutti quelli fra i discendenti di grado ulteriore... che per la premorienza o emancipa-<lb/>zione degli ascendenti intermedii divengono<hi rend="it"> sui iuris</hi> alla morte dell’ereditando». Un’altra<lb/>precisazione è in<hi rend="smcap"> P. De Francisci, </hi><hi rend="it">Sintesi storica del diritto romano</hi>, Ediz. dell’Ateneo, Roma<lb/> 1948, p. 118, con riferimento alla giurisprudenza pontificale, successiva alle XII Tavole:<lb/>«l’<hi rend="it">heres suus</hi>, cioè il<hi rend="it"> filius familiae</hi>, sia<hi rend="it"> ab intestato</hi> sia testamentario, si distingue sempre dagli<lb/>altri chiamati per il fatto che egli succede<hi rend="it"> ipso iure</hi>, senza bisogno di un’accettazione espressa,<lb/>e succede anche nolente, per cui venne detto<hi rend="it"> heres necessarius</hi>». Sono tutte interpretazioni<lb/>che, ovviamente, si rifanno alle fonti del diritto romano, al<hi rend="it"> Corpus iuris</hi> in primo luogo,<lb/>e ai commenti dei glossatori. Esplicite definizioni per<hi rend="it"> heres suus</hi> si trovano, per es., in<hi rend="it"> Inst.<lb/></hi>2.19.2: «Sui autem et necessarii heredes sunt veluti filius filia nepos neptisque ex filio<lb/>et deinceps ceteri liberi, qui modo in potestate morientis fuerint... Sed sui quidem heredes<lb/>ideo appellantur, quia domestici heredes sunt et vivo quoque patre quodammodo domini<lb/>existimantur... Necessarii vero ideo dicuntur, quia omnimodo, sive velint sive nolint,<lb/>tam ab intestato quam ex testamento heredes fiunt». E si può aggiungere, a integrazione, il<lb/><hi rend="it">Casus</hi> premesso da Francesco Accursio a<hi rend="it"> Inst.</hi> 3. 1: «dicatis mihi, si placet, qui intelliguntur<lb/>sui heredes? Ad hoc respon[deo]: Amice, sui heredes intelliguntur qui in potestate morien-<lb/>tis sunt, de cuius haereditate tractatur: veluti filius et filia: nepos, et neptis, et descendentes<lb/>ex filio pronepos, et proneptis...». Quanto agli<hi rend="it"> agnati</hi>, cfr. la definizione di<hi rend="smcap"> E. Volterra</hi>,<lb/><hi rend="it">Istituzioni di diritto romano</hi>, Roma 1961, p. 682: «Adgnatio è il rapporto che intercorre fra<lb/>il<hi rend="it"> pater familias</hi> e coloro che sono sottoposti alla sua<hi rend="it"> patria potestas</hi> o, nel caso di donne,<lb/>alla sua<hi rend="it"> manus</hi>, nonché il rapporto che intercorre fra coloro che sono sottoposti o sono<lb/>stati sottoposti... alla medesima<hi rend="it"> patria potestas</hi>». E per i<hi rend="it"
> gentiles</hi>: «La dottrina romanistica<lb/>tende a considerare tali gli appartenenti alla medesima gente, ma la nozione appare incerta<lb/>a vari studiosi moderni » (ivi, p. 794).</note>.</p>
         <pb n="45" facs="LP1_45.jpg"/><p>Traendo le deduzioni da quanto fin qui detto, a me pare che, là dove il<lb/>Vico afferma, nella<hi rend="it"> Scienza nuova prima</hi>, che<hi rend="it"> suità</hi> è una delle dipendenze dei<lb/><hi rend="it">connubia</hi>, il termine<hi rend="it"> suità</hi> debba essere inteso non tanto come «condizione di<lb/><hi rend="it">heres suus</hi>» quanto come diritto del<hi rend="it"> filius familias</hi> all’eredità, o, in senso ancora<lb/>più ampio, come rapporto che, nella trasmissione ereditaria, sia legittima sia<lb/>intestata, si istituisce tra il<hi rend="it"> pater</hi> e il<hi rend="it"> filius familias</hi>, per cui il secondo ha diritto<lb/>di ereditare dal primo, ma nello stesso tempo al primo è consentito trasmet-<lb/>tere i suoi beni al secondo (diritto quindi ambivalente, che ai plebei era ne-<lb/>gato fintantoché erano loro negati i<hi rend="it"> connubia patrum</hi>, la facoltà cioè di cele-<lb/>brare nozze solenni al modo dei patrizi).</p>
         <p>Ma torniamo al problema, più strettamente linguistico, delle attestazioni<lb/>di<hi rend="it"> suitas</hi> e della sua prima apparizione scritta.</p>
         <p>Il Ducange la definisce «Vox JC. [= Jurisconsultorum] frequentissima<lb/>quae extraneitati opponitur», e si appoggia all’autorità di due giuristi dei<lb/>quali torneremo a parlare, Angelus Perillus (cioè Angelo de’ Perigli) e<lb/>Johannes Raynaudus, vissuti l’uno nel 15° e l’altro nel 16° secolo, autori di<lb/>due trattati sulla<hi rend="it"> suità.</hi> Non vi è motivo di mettere in dubbio la dichiarazione<lb/>del Ducange circa l’alta frequenza della parola tra i giureconsulti. Ma di<lb/>quali giureconsulti si tratta? Non certo di quelli della classica e tarda latinità,<lb/>dal momento che i lessici relativi a tali epoche la ignorano, e un attento spoglio<lb/>del<hi rend="it"> Corpus iuris civilis</hi> ne esclude in modo assoluto la presenza.</p>
         <p>Considerando ormai acquisite per la datazione di<hi rend="it"> suitas</hi> le due indicazioni<lb/>del Ducange, ho continuato a cercare nei lessici specializzati. Non ho trovato<lb/>attestazioni più antiche nel<hi rend="it"> Lexicon philosophicum</hi> di R. Goclenius (Francoforte,<lb/>1613), che conforta la sua definizione di<hi rend="it"> suitas</hi> con l’autorità di E. Vulteio<lb/>e di A. Alciato:</p>
         <p>Ut Chymici dicunt<hi rend="it"> oleitas</hi>, ab<hi rend="it"> oleo</hi>, pro essentia olei vel unctuositate; sic Iure-<lb/>consult.<hi rend="it"> Suitas</hi> a<hi rend="it"> suis</hi>, ut<hi rend="it"> ius habere suitatis</hi>. Sic D. Vultejus quoque in comment.<lb/>Institut. loquitur<note xml:id="ftn9" place="foot" n="9">Si tratta del giureconsulto Ermanno Vulteio (Hermann Vulteius), vissuto tra il<lb/>1565 e il 1634, del quale avremo ancora occasione di parlare. Il passo in cui egli dà tale<lb/>definizione della<hi rend="it"> suitas</hi> (riferendosi a<hi rend="it"> Inst.</hi> 2.13) è nel<hi rend="it"> Commentarius in «Institutiones iuris civilis»<lb/>a Iustiniano compositas</hi>, § 9 «Heres suus quis et cur ita dicatur», a p. 274 della 4<hi rend="sup">a</hi> ediz., <anchor type="bookmark-start" xml:id="id_bookmark0"/>
               <lb/>Marburgo 1613 (l’opera fu pubblicata nel 1598 – è questa la data assegnata da B. Croce<lb/>
            <anchor type="bookmark-end" corresp="#id_bookmark0"/>nella sua<hi rend="it"> Bibliografia Vichiana</hi>, Napoli 1947-48, p. 850, n.<hi rend="it"> b</hi> –, ma nei repertori bibliogra-<lb/>fici e nei cataloghi è di solito citata la 4<hi rend="sup">a</hi> edizione), ed è il seguente: «Hic<hi rend="it"> suus</hi> dictus<lb/>est, quod sit domesticus in propriis quodammodo existens, ex quo dicitur<hi rend="it"> Suitas</hi>, quae<lb/>est heredis sui qualitas, dominii continuationem necessitatemque successionis ipso iure<lb/>inducens». In forma pressoché identica, la definizione è ripetuta in altra opera del Vul-<lb/>teio,<hi rend="it"> Jurisprudentiae Romanae a Justiniano compositae</hi>, l. I, cap. LXXII, Marburgo 1610,<lb/>p. 395; ma, come vedremo, le definizioni di Vulteio e di Alciato risalgono tutte a una<lb/>stessa fonte, che ha la sua prima formulazione (tra i documenti da noi reperiti) in Angelo<lb/>de’ Perigli.</note>... Etsi autem<hi rend="it"> suitas</hi> apud veteres non reperiatur, tamen ab usu<lb/><pb n="46" facs="LP1_46.jpg"/>huius vocis non abhorremus... Suitas autem... est sui haeredis qualitas. – Alcia-<lb/>tus<note xml:id="ftn10" place="foot" n="10">Andrea Alciato, vissuto dal 1492 al 1550 (si diceva<hi rend="it"> mediolanensis</hi> ma si ritiene che<lb/>fosse nato ad Alzate presso Como), fu illustre studioso e docente di giurisprudenza, oltre<lb/>che dotto umanista, autore, fra altre opere, di una serie di<hi rend="it"> Adnotationes</hi> al Codice di<lb/>Giustiniano. I suoi scritti giuridici sono raccolti nei quattro grossi tomi dell’<hi rend="it">Opera omnia</hi>,<lb/>Basilea 1582.</note> suitatem definit, quod sit qualitas haeredum, qui primum in paterna potestate<lb/>locum obtinent, continuationem domimi, ac necessitatem successionis inducens.</p>
         <p>Tra i lessici limitati alla lingua del diritto, il termine è registrato nel<hi rend="it"> Le-<lb/>xicon iuridicum iuris Caesarei et canonici</hi> del giurista tedesco Joannes Calvinus<lb/>(Kahl)<note xml:id="ftn11" place="foot" n="11">Stampato a Francoforte nell’anno 1600, e successivamente più volte ristampato;<lb/>citiamo dalla ristampa del 1622.</note>, e definito indirettamente, attraverso due citazioni. La prima è tratta<lb/>dal giureconsulto tolosano Jean de Coras<note xml:id="ftn12" place="foot" n="12">Più noto con il nome latinizzato Joannes Corasius (non Corrasius!), in ital. Corasio,<lb/>vissuto tra il 1513 e il 1572; l’opera cui si riferisce il Calvinus ha per titolo<hi rend="it"> Miscellaneo-<lb/>rum iuris civilis </hi>(<hi rend="it">libri sex</hi> nella 1<hi rend="sup">a</hi> ediz. del 1549,<hi rend="it"> libri septem</hi> in quella, pubbl. postuma,<lb/>del 1590, che noi, e probabilmente anche il Calvinus, abbiamo avuto sott’occhio).</note>:</p>
         <p>Suitas apud Dd. [= Doctores] nostros est sui haeredis qualitas. Sunt autem<lb/>qui cum apud veteres probatosque autores hanc vocem non legerint, ut inso-<lb/>lentem et parum Latinam refugiant. Sed cum Cicero Appietatem et Lentulitatem<lb/>dixerit, Pollioque Titum Livium Patavinitatem quandam sonare scripserit: nos-<lb/>terque Domitius Ulpia[nus] peregrinitatem...<note xml:id="ftn13" place="foot" n="13"><hi rend="it">Appietas</hi> e<hi rend="it"> Lentulitas</hi> sono voci coniate per ironia da Cicerone (<hi rend="it">Ep.</hi> 3.7.5) per indi-<lb/>care la discendenza di Appio e rispettivamente l’antica nobiltà della famiglia dei Lentuli.<lb/><hi rend="it">Patavinitas</hi> è in Quintiliano,<hi rend="it"> Inst. orat.</hi> I. 5 («Pollio deprehendit in Livio Patavinitatem»),<lb/>e VIII. 1 («in Tito Livio, mirae facundiae viro, putat inesse Pollio Asinius quandam Pa-<lb/>tavinitatem»).<hi rend="it"> Peregrinitas</hi> si trova nel<hi rend="it"> Digesto</hi>, 2.4.10.6 («Si per poenam deportationis ad<lb/>peregrinitatem redactus sit patronus») e proviene dal libro V del commentario di Ulpiano<lb/><hi rend="it">ad edictum</hi>; ma il termine, che indicava la condizione di forestiero, contrapposta a quella<lb/>di cittadino romano («conditio peregrini hominis; cui opponitur Romana civitas»: così<lb/>il Forcellini), era già in Svetonio,<hi rend="it"> Claud.</hi> 15, e nel senso nostro in 16.2 (<hi rend="it">redigere in pere-<lb/>grinitatem</hi> «privare della cittadinanza»).</note> ego etiam Suitatem libere dixerim<lb/>(ait Corr. 3 Misc. 16 num. 9) nec in his quae paulatim usu recepta sunt, ad docendum<lb/>tamen apta Grammaticorum regulis tam superstitiose iuris professores obstringi,<lb/>nec tam anxie solicitos esse oportet. Haec Corras[ius]<note xml:id="ftn14" place="foot" n="14">
               <p>Ecco il testo esatto del Corasio, come si legge a p. 273 dell’ediz. 1590 (l. III,<lb/>cap. XVI, nn. 7, 8, 9): «Hanc autem sui haeredis qualitatem, scriptores nostri<hi rend="it"> suitatem<lb/></hi>vocaverunt. Sunt autem qui, cum apud veteres probatosque authores hanc vocem non le-<lb/>gerint, ut insolentem et parum latinam refugiant. Sed cum Cicer[o]<hi rend="it"> Appietatem</hi> et<hi rend="it"> Lentu-<lb/>litatem</hi> dixerit, Pollioque Titum Livium<hi rend="it"> Patavinitatem</hi> quandam sonare scripserit: noster-<lb/>que Domitius Ulpianus<hi rend="it"> perigrinitatem</hi> [sic]... ego etiam<hi rend="it"> suitatem</hi> libere dixerim: nec in<lb/>his quae paulatim usu recepta sunt, ad docendum tamen apta, grammaticorum regulis<lb/>tam superstitiose iuris professores obstringi, nec tam anxie solicitos esse oportet».</p>
               <p>Altri passi del Corasio, ai quali il Calvinus rinvia, sono nel cap. 2° del libro I, che ha<lb/>come rubrica «Non satis a nostratibus animadversum, quando datione substituti vulgaris<lb/>suitas tollatur» (ivi, pp. 4 sgg.).</p>
            </note>.</p>
         <pb n="47" facs="LP1_47.jpg"/><p>La seconda ripete, con qualche variante, la definizione del de’ Perigli<lb/>(«Suitas est ius quoddam intellectuale...») sulla quale dovremo soffermarci<lb/>più avanti.</p>
         <p>La dichiarazione del Ducange circa la frequenza del termine tra i giu-<lb/>reconsulti è confermata anche dall’erudito e bibliografo tedesco Martino<lb/>Lipenio (1630-1692), che nella sua<hi rend="it"> Bibliotheca realis iuridica</hi><note xml:id="ftn15" place="foot" n="15">Stampata a Francoforte nel 1679; noi citiamo dall’edizione di Lipsia del 1757.</note> elenca (p. 382) i<lb/>nomi di dieci giuristi impegnatisi nella trattazione dell’istituto romano della<lb/><hi rend="it">suitas</hi>. Li trascriviamo nell’ordine alfabetico in cui li ha disposti Lipenio:</p>
         <p>Fab.<hi rend="smcap"> Accorombonus</hi>, cioè Fabio Accoramboni (1502-1559), per il suo<lb/>commento alla lex<hi rend="it"> Qui se patris</hi> del Codice di Giustiniano, l. 6°, tit. 14°<hi rend="it"> Unde<lb/>liberi</hi><note xml:id="ftn16" place="foot" n="16">Commento che si può leggere nel vol. VIII<hi rend="it"> Repetitionum seu Commentariorum iuris<lb/>civilis</hi>, Lugduni 1553.</note> ;</p>
         <p>Georg. Ignat.<hi rend="smcap"> Baehr</hi>, come autore di uno scritto<hi rend="it"> De iure suitatis</hi> (Argen-<lb/>toduni, 1721);</p>
         <p>Henr. Dav.<hi rend="smcap"> Chuno</hi>, cioè Cunone, come autore (non meglio da noi identifi-<lb/>cato) di una<hi rend="it"> Dissertatio de suitate</hi> (Heidelberg, 1666);</p>
         <p>Io.<hi rend="smcap"> Garron</hi>, ossia Joannes de Garronibus o de Garonis, anch’egli autore<lb/>non bene identificato di un<hi rend="it"> De suitate</hi> pubblicato, secondo il Lipenio, a Lione<lb/>(Lugduni) nel 1553;</p>
         <p>Angelo<hi rend="smcap"> de Periglis</hi> de Perusio, cioè il giureconsulto perugino Angelo<lb/>de’ Perigli (morto nel 1447), di cui parleremo tra poco, così come di Io.<lb/><hi rend="smcap">Pyrrhus</hi>, ossia Joannes Pyrrhus Anglebermeus o Jean Pyrrhus d’Angle-<lb/>berme (sec. 16°), e di Io.<hi rend="smcap"> Raynaudus</hi>, cioè Jean Regnaud (sec. 16°);</p>
         <p>Ern. Frid.<hi rend="smcap"> Schroeterus</hi>, cioè Ernst Friedrich Schroeter (1621-1676),<lb/>autore di una<hi rend="it"> Bipertita tractatio iuridica, una de suitate, altera de testamento patris<lb/>inter liberos</hi> (pubbl. a Jena nel 1661);</p>
         <p>Erasmus<hi rend="smcap"> Ungepauer</hi>, professore di diritto a Jena, vissuto tra il1582<lb/>e il1659 o 1660, autore anch’egli di uno scritto<hi rend="it"> De suitate</hi>;</p>
         <p>e infine il giurista Caspar<hi rend="smcap"> Ziegler</hi> (1621-1690), autore, insieme con molte<lb/>altre notevoli monografie di diritto civile e canonico, di una<hi rend="it"> Disputatio de<lb/>suitate</hi> (Wittenberg, 1662).</p>
         <pb n="48" facs="LP1_48.jpg"/><p>In successione non alfabetica ma cronologica, più adatta al nostro di-<lb/>scorso, i dieci giuristi potrebbero essere disposti all’incirca in quest’ordine:<lb/>de’ Perigli, Accoramboni, Garron, Pyrrhus, Raynaudus, Ungepauer, Schroe-<lb/>ter, Ziegler, Cunone e Baehr (per quest’ultimo abbiamo qualche perplessità,<lb/>perché il Lipenio potrebbe aver citato una ristampa dell’opera, con data<lb/>quindi posteriore a quella della prima pubblicazione).</p>
         <p>Le dissertazioni del de’ Perigli, del Raynaudus, del Pyrrhus sono ripor-<lb/>tate, tutte e tre di seguito, nel tomo VIII, pt. 2<hi rend="sup">a</hi>, di quello che il Lipenio cita<lb/>come<hi rend="it"> Tr. Tr.</hi>, cioè<hi rend="it"> Tractatus Tractatuum</hi>, titolo con cui viene di solito indicato<lb/>il<hi rend="it"> Tractatus illustrium in utraque tum Pontificii, tum Caesarei iuris facultate Iuriscon-<lb/>sultorum.</hi></p>
         <p>Delle tre, soltanto la prima, del de’ Perigli, ha per noi un interesse rile-<lb/>vante, sia perché è fra i più antichi testi che documentino l’uso e la diffusione<lb/>del termine, sia per la maggiore frequenza con cui<hi rend="it"> suitas</hi> vi ricorre, sia infine<lb/>perché le<hi rend="it"> quaestiones</hi> sono sviluppate attraverso definizioni per noi preziose.</p>
         <p>I titoli delle tre dissertazioni, pur articolandosi diversamente, contengono<lb/>tutti il termine<hi rend="it"> suitas</hi>: «Tractatus<hi rend="it"> Suitatis</hi>, clarissimi doctoris D. Angeli de<lb/>Periglis Perusini...»<note xml:id="ftn17" place="foot" n="17">
            <p>	Seguono le parole «quem inseruit in repetitione l. in suis. ff. de liber. et posthu.<lb/>dum Patavij ad concurrentiam D. Pau. de Cast. legeret, Anno domini M.cccc.xxxj».<lb/>La trattazione, cioè, aveva fatto parte di una<hi rend="it"> repetitio</hi> sulla legge<hi rend="it"> In suis heredibus </hi>(<hi rend="it">Dig.</hi> 28.2.<lb/><hi rend="it">De liberis et postumis heredibus instituendis vel exheredandis</hi>), tenuta dall’autore a Padova nel<lb/>1431. Le<hi rend="it"> repetitiones</hi> erano un genere di lezioni caratteristico nell’insegnamento del diritto,<lb/>consistente nella spiegazione particolareggiata di testi di legge che già erano stati oggetto<lb/>di vere e proprie lezioni. A Padova, in particolare, le lezioni (e quindi anche le<hi rend="it"> repeti-<lb/>tiones</hi>) erano tenute non da un solo professore o lettore ma da due in concorrenza tra loro,<lb/>e il de’ Perigli aveva come concorrente (così c’informa il sottotitolo sopra trascritto) il giu-<lb/>rista Paolo di Castro. Sulla consuetudine padovana della «concorrenza», cfr.<hi rend="smcap"> B. Nardi</hi>,<lb/><hi rend="it">Saggi sull’aristotelismo padovano</hi>, Sansoni [1958], pp. 123-24: «L’istituto della concorrenza<lb/>a Padova esigeva che per ogni materia professata i lettori ordinari fossero due, e che leg-<lb/>gessero e commentassero gli stessi testi negli stessi giorni e alla stessa ora. Gli studenti<lb/>potevano ascoltare la lezione dell’uno o dell’altro concorrente, scambiandosi poi gli ap-<lb/>punti e le impressioni, e avviare discussioni, sollevando obiezioni alla fine della lezione,<lb/>e continuando le discussioni, avviate entro l’aula, al circolo dei filosofi, che più tardi ebbe<lb/>la sede sotto il portico del podestà, a pochi passi dal Bò. L’intento perseguito con l’istituto<lb/>della concorrenza era quello di obbligare i professori a tenersi al corrente ed a studiare ».</p>
            </note>; «Tractatus D. Ioannis Raynaudi, Legum Doctoris,<lb/><hi rend="it">de Suitate</hi>, et Extraneitate»<note xml:id="ftn18" place="foot" n="18">La data, qui non indicata, è il 1549, che è anche la data da assegnare al<hi rend="it"> Tractatus<lb/></hi>del Pyrrhus. Del Raynaudus può interessare, oltre al titolo, questo breve passo (ivi, p. 153 v.)<lb/>in cui, usando il termine<hi rend="it"> suitas</hi>, spiega l’espressione<hi rend="it"> heres suus</hi>: «Et dicitur hoc casu pro tanto<lb/>haeres suus; quia succedit in ius suum, scilicet defuncti, ... non quod sit suus simpliciter,<lb/>sed referendo<hi rend="it"> suitatem</hi> ad hanc qualitatem, qua est haeres». Per<hi rend="it"> heres suus</hi> si veda anche la<lb/>n. 8 qui sopra. (Avvertiamo che, data l’alternanza esistente, nell’<hi rend="it">usus scribendi</hi> medievale<lb/>e umanistico, tra le grafie<hi rend="it"> heres</hi> e<hi rend="it"> haeres</hi>, e loro derivati, noi, nel riprodurre i passi, abbiamo<lb/>rispettato sempre la<hi rend="it"> lectio</hi> del testo, così com’è offerta, di volta in volta, dall’edizione di<lb/>cui ci siamo serviti; e analogo comportamento abbiamo adottato in altri casi consimili:<lb/>per es., per<hi rend="it"> postumus</hi> e<hi rend="it"> posthumus</hi>.</note>; «Tractatus singularis D. Ioannis Pirrhi Angle-<lb/>bermaei Aurelien.<hi rend="it"> de Suitate</hi> et haereditate per fictionem transmittenda».</p>
         <pb n="49" facs="LP1_49.jpg"/><p>Il de’ Perigli fa precedere alla trattazione una<hi rend="it"> Praefatio cum divisionibus</hi>, che<lb/>trascriviamo parzialmente:</p>
         <p>Ad istam subtilem et difficilem atque utilem<hi rend="it"> suitatis</hi> materiam declarandam per<lb/>X. principales questiones... Ideo primum videndum erit, quid sit<hi rend="it"> suitas</hi>. Secundo,<lb/>quo iure sit introducta. Tertio, quot sint eius species. Quarto, qui sint aut appel-<lb/>lentur sui haeredes. Quinto, unde<hi rend="it"> suitas</hi> originem sumpsit aut causata fuit. ... Nono,<lb/>qui, et quot sint<hi rend="it"> suitatis</hi> effectus. Ultimo, quot, et quibus modis<hi rend="it"> suitas</hi> tollatur aut<lb/>impediatur.</p>
         <p>Segue un<hi rend="it"> Summarium</hi>, in cui si ripetono con varianti le formulazioni pre-<lb/>cedenti. Del testo vero e proprio, basterà riferire le poche righe della<hi rend="it"> Prima<lb/>questio</hi>, in cui è data una definizione di<hi rend="it"> suitas</hi> che sarà poi largamente accolta<lb/>e riecheggiata da altri giuristi:</p>
         <p><hi rend="it">Suitas</hi> tamen ita diffiniri, aut describi potest, ut sit ius quoddam intellectuale,<lb/>et directum propter patriam potestatem, et quandam domesticitatem dominij bo-<lb/>norum ascendentium continuationem ad successores proximos post mortem im-<lb/>mediate inducens... Dixi intellectuale, quia potius oculis intellectus percipitur...<lb/>Dixi directum, quia non utile, neque flexibile, aut subalternabile de uno ad alium,<lb/>quia iura<hi rend="it"> suitatis</hi> non habet nisi qui primum locum tempore mortis tenuit, aut tem-<lb/>pore quo intestatus decessit.</p>
         <p>Così com’è qui enunciata, la definizione è sicuramente del de’ Perigli,<lb/>e sviluppa un passo del<hi rend="it"> Digesto</hi> (28.2.11); ma era stata già parzialmente for-<lb/>mulata da Baldo degli Ubaldi, come nota Filippo Decio nel suo commento<lb/>alla legge<hi rend="it"> Qui se patris </hi>(<hi rend="it">Cod.</hi> 6.14.3)<note xml:id="ftn19" place="foot" n="19"><hi rend="it"> Ph. Decii Mediolanensis... In Digestum vetus et Codicem Commentarij</hi>, Venetiis, apud<lb/>Iuntas, 1609, c. 200. Il giurista Filippo Decio, vissuto all’incirca tra il 1454 e il 1536, ha<lb/>trattato più volte nelle sue opere (anche nei<hi rend="it"> Consilia sive Responsa</hi>, oltre che nei<hi rend="it"> Commentarii</hi>)<lb/>dell’istituto della<hi rend="it"> suità</hi>.</note> :</p>
         <p>... videndum est, quid sit suitas. Et Bal[dus] in lege<hi rend="it"> apud hostes... </hi>[<hi rend="it">= Cod.</hi> 6.55.8]<lb/>posuit diffinitionem, et dicit, quod est quoddam intellectuale, quod haeres etiam<lb/>ignorans haereditati immiscetur, et non mirum, quia est quaedam continuatio<lb/>dominij... Baldus tamen ibi videtur talem diffinitionem reprobare. Ideo est alia<lb/>plenior diffinitio, quam posuit Ang[elus] de Periglis, in repe[titione] dictae legis<lb/><hi rend="it">in suis...</hi> quod est quoddam ius intellectuale directum...</p>
         <pb n="50" facs="LP1_50.jpg"/><p>Il luogo di Baldo a cui Decio rinvia appartiene ai<hi rend="it"> Commentari al Codice </hi><note xml:id="ftn20" place="foot" n="20"><hi rend="it">	Baldi Ubaldi Perusini Iurisconsulti... In sextum Codicis librum Commentaria</hi>,<hi rend="it"> </hi>Venetiis,<lb/>1599, c. 187<hi rend="it">v</hi>.</note>,<lb/>ed è il seguente:</p>
         <p>... quaero, quid est existentia sui haeredis? Respon[deo] est quoddam intellectuale,<lb/>per quod quis immiscetur haereditati per legem etiam ignorans. Nimirum, quia<lb/>est quaedam continuatio dominij, ut ff.<hi rend="it"> de lib. et post.</hi> l.<hi rend="it"> in suis </hi>[<hi rend="it">= Dig.</hi> 28.2.11].</p>
         <p>Ma l’istituto della<hi rend="it"> suitas</hi> non è qui indicato da Baldo con il nome che a<lb/>noi interessa, bensì con la perifrasi<hi rend="it"> existentia sui haeredis</hi>. Troviamo invece<lb/>usato il termine stesso in un altro luogo dei<hi rend="it"> Commentari</hi> (c. 40<hi rend="it">r</hi>), dove Baldo<lb/>commenta la legge<hi rend="it"> Qui se patris</hi>:</p>
         <p>triplex est qualitas haeredum, nam quidam sunt sui et necessarij, quidam neces-<lb/>sarij tamen, quidam voluntarij, et sui necessarij possunt ex texto, et ab intestato,<lb/>SUITAS autem defert ei successionem cum administratione.</p>
         <p>E un altro esempio ancora è nelle sue<hi rend="it"> Prelezioni alle Istituzioni</hi><note xml:id="ftn21" place="foot" n="21"><hi rend="it">Baldi etc. Praelectiones in quatuor Institutionum libros</hi>, Venetiis 1599, c. 27<hi rend="it">r</hi>, rubr. <hi rend="it">De<lb/>haeredum qualitate et differentia</hi>, § 4.</note> :</p>
         <p>Beneficium nam SUITATIS perdit filius, etiam si de eius commodo tractetur,<lb/>si habet vulgariter substitutum, ut dixi in prin[cipio], item cum habet cohaeredem<lb/>extraneum.</p>
         <p>Ho trascritto in lettere maiuscole<hi rend="it"> suitas</hi>, perché sono queste le prime atte-<lb/>stazioni che mi è stato possibile trovare dell’uso della parola.</p>
         <p>La scoperta di<hi rend="it"> suitas</hi> in Baldo consente infatti di retrodatare l’attestazione<lb/>del termine, nell’uso scritto, di almeno cinquantanni rispetto alla<hi rend="it"> repetitio<lb/></hi>di A. de’ Perigli. Non sono riuscito a risalire più indietro. La ricerca in Bar-<lb/>tolo da Sassoferrato è sembrata per un momento dare buon esito, quando nel<lb/>Repertorio delle sue opere<note xml:id="ftn22" place="foot" n="22">Che ha per titolo <hi rend="it">Gemma legalis seu Compendium aureum Propositionum, Sententiarum,<lb/>Regularumque omnium memorabilium, quas tum Bartolus a Saxoferrato... scriptas reliquit</hi>, Vene-<lb/>tiis, apud Iuntas, 1615.</note> sono comparsi, nel tomo XI, due rinvii contenenti<lb/>il termine cercato: «<hi rend="it">Suitatis</hi> sola existentia confirmat tabulas pupillares»,<lb/>«Et tollitur<hi rend="it"> suitatis</hi> existentia per dationem substituti vulgaris». Ma le due<lb/>frasi non appartengono al testo di Bartolo, bensì a una<hi rend="it"> Additio</hi> al testo, che<lb/>è opera di un giurista seriore.</p>
         <p>Niente più che una breve illusione si è dimostrata la speranza di scoprire<lb/>attestazioni di<hi rend="it"> suitas</hi> addirittura nel<hi rend="it"> Corpus iuris</hi> o almeno nei suoi glossatori,<lb/>speranza suscitata dalla consultazione dell’indice alla<hi rend="it"> Glossa ordinaria</hi> compi-<lb/>lato dal benedettino pamplonese Estevan Daoyz, indice nel quale figura,<lb/><pb n="51" facs="LP1_51.jpg"/>al suo ordine alfabetico, il lemma<hi rend="it"> suitas</hi> seguito da 10 enunciati che rinviano<lb/>alle rispettive leggi, e che qui trascriviamo testualmente (limitandoci a dare<lb/>forma moderna ai riferimenti)<note xml:id="ftn23" place="foot" n="23"><hi rend="it">Iuris civilis septimus tomus continens absolutissimum indicem et summam omnium quae con-<lb/>tinentur tam in textu quam in glossa... Authore Stephano Daoyz Pampilonensi</hi>, Venetiis 1610.</note>:</p>
         <p>Suitas operatur continuationem dominij de patre in filium,<hi rend="it"> Dig.</hi> 28.2.11.</p>
         <p>Suitatem, ita, quod non sit haeres necessarius, non tollit datio cohaeredis<lb/>extranei,<hi rend="it"> Dig.</hi> 12.1.41.</p>
         <p>Suitatis existentia tollitur per dationem vulgaris substituti, et ita substitutio<lb/>vulgaris impedit filium suum haeredem esse avo,<hi rend="it"> Dig.</hi> 28.2.16.</p>
         <p>Suitatis existentia tollitur per exhaeredationem filii,<hi rend="it"> Dig.</hi> 28.6 (<hi rend="it">De vulgari et<lb/>pupillari substitutione</hi>) 10.4.</p>
         <p>Suitatis existentia confirmat testamentum patris et pupilares tabulas absque alia<lb/>aditione vel immixtione,<hi rend="it"> Dig.</hi> 28.6.12.</p>
         <p>per Suitatis existentiam licet confirmetur testamentum patris, non tamen con-<lb/>firmantur legata relicta in testamento patris, ut ipse teneatur solvere,<hi rend="it"> Dig.</hi> 28.6.12<lb/>in fine.</p>
         <p>Suitas confirmat tabulas pupilares, ita quod potest succedi pupilo ex substitu-<lb/>tione pupilari repudiare paterna haereditate...,<hi rend="it"> ibidem</hi>.</p>
         <p>Suitas non potest esse sine patria potestate,<hi rend="it"> Inst.</hi> 1.13.4, gl.<hi rend="it"> ut quia ex uxore</hi>,<lb/>ad verbum<hi rend="it"> fierent.</hi></p>
         <p>Suitas non capit nisi unum gradum,<hi rend="it"> Inst.</hi> 3.1.2 c. finem.</p>
         <p>in Suitate facit locum quis quomodocumque exeat patris potestatem,<hi rend="it"> ibidem</hi>.</p>
         <p>L’indice, però, interessa più la storia dell’istituto giuridico che non la<lb/>sua denominazione. In nessuno dei luoghi indicati nei riferimenti, infatti, si<lb/>tratti del testo o delle relative glosse, è presente il termine<hi rend="it"> suitas</hi>, che è da at-<lb/>tribuirsi pertanto al compilatore dell’indice.</p>
         <p>La stessa cosa pare si debba dire del lungo elenco di definizioni di<hi rend="it"> suitas<lb/></hi>(con rinvio ai luoghi nei quali autori vari ne avevano trattato, sia in generale<lb/>sia per particolari aspetti) che il giurista piceno Giovanni Bertachini, vissuto<lb/>nella seconda metà del sec. 15°, include nel suo utilissimo<hi rend="it"> Repertorio</hi><note xml:id="ftn24" place="foot" n="24">Pubblicato per la prima volta a Roma nel 1481 e più volte ristampato in seguito,<lb/>il<hi rend="it"> Repertorio</hi> registra, disponendoli in ordine alfabetico, istituti e questioni studiati o trattati<lb/>dalla dottrina giuridica (diritto civile e canonico).</note>. Non<lb/>ho potuto fare personalmente la faticosa verifica, che, se fatta in seguito<lb/>da qualche volenteroso, potrebbe riservare qualche gratificante sorpresa.</p>
         <p>Questo accertato divario tra la frequenza con cui il termine ricorre negli<lb/>indici e repertori, e la relativa rarità con cui è presente nei testi (ma solo da<lb/>un certo momento in poi), ha una sua ragione. Né per il legislatore né per il<lb/>glossatore,<hi rend="it"> suitas</hi> è un «istituto»; solo più tardi, nei commentatori,<hi rend="it"> suitas</hi><lb/><pb n="52" facs="LP1_52.jpg"/>rappresenta la generalizzazione, la designazione astratta, di quell’istituto che<lb/>era stato tradizionalmente espresso, fin dalla quinta delle XII Tavole, con<lb/>la formula<hi rend="it"> heres suus</hi>, ridotta poi (ma con significato più intenso e anche più<lb/>ampio) nel semplice<hi rend="it"> suus</hi>; è perciò un termine nato tardi, per comodità degli<lb/>estensori degli indici e dei repertori, oltre che nella pratica dell’insegnamento.<lb/>E questo è in modo incontrovertibile confermato da una frase di A. de’ Pe-<lb/>rigli, che intenzionalmente abbiamo omesso nel citare la sua<hi rend="it"> prima questio</hi>.<lb/>Dopo «immediate inducens», infatti, il testo così continua (ne facciamo una<lb/>trascrizione interpretativa, sciogliendo le abbreviazioni):</p>
         <p>Licet enim non soleat ab effectibus considerari, ut dixit Bartolus in dicta lege<lb/>prima in principio,<hi rend="it"> Dig.</hi> [41.2.],<hi rend="it"> de acquirenda </hi>[<hi rend="it">vel amittenda</hi>]<hi rend="it"> possessione</hi>, tamen cum<lb/>iste terminus<hi rend="it"> suitas</hi> magistraliter inductus videatur, ut ipsam suitatem demonstret,<lb/>non videtur posse nisi penes effectus considerari, ut in hac lege fecit iurisconsultus.</p>
         <p>Di questo contesto, che avrebbe bisogno di chiarimenti linguistici e<lb/>giuridici, vogliamo isolare soltanto l’affermazione centrale, che ha per noi<lb/>un’importanza veramente risolutiva:<hi rend="it"> iste terminus SUITAS magistraliter in-<lb/>ductus videtur</hi>, cioè, in traduzione libera: «riteniamo che questo termine<hi rend="it"> suitas<lb/></hi>sia stato introdotto nell’insegnamento». Il de’ Perigli esclude, implicitamente,<lb/>che sia un termine<hi rend="it"> textualis</hi>, usato cioè nei testi. E poiché l’insegnamento era<lb/>orale,<hi rend="it"> suitas</hi> ha tardato ad avere testimonianze scritte; ma già nel secondo<lb/>Trecento, quando Baldo degli Ubaldi scriveva i suoi<hi rend="it"> Commentarii</hi> e le sue<lb/><hi rend="it">Praelectiones</hi>, la parola era comunemente nota e accettata.</p>
         <p>Nell’età del Vico, dunque (e ritorniamo così al punto di partenza di<lb/>questa nostra faticosa, ma certamente non esaustiva, ricerca),<hi rend="it"> suitas</hi> aveva da<lb/>più di tre secoli pacifica diffusione tra gli interpreti di diritto comune e gli<lb/>studiosi di diritto romano. Chiunque si dedicasse allo studio del<hi rend="it"> Corpus iuris</hi>,<lb/>come civilista o come storico, quando affrontava il tema delle successioni<lb/>ereditarie doveva necessariamente servirsi di quel termine astratto così agile<lb/>per tradurre il concetto della «existentia (o qualitas) sui heredis». Un som-<lb/>mario e rapido spoglio di giuristi del sec. 16° ha rivelato la presenza di<hi rend="it"> suitas<lb/></hi>in Filippo Decio, già citato, nel Cuiacio<note xml:id="ftn25" place="foot" n="25">Jacques Cujas, o Iacobus Cuiacius, giurista di Tolosa (1522-1590). Si vedano, tra<lb/>l’altro, i rinvii dell’Index del tomo primo («sive Papinianus»),<hi rend="it"> Operum postumorum quae<lb/>de iure reliquit</hi>, Lutetiae Parisiorum 1658, e dell’Index delle<hi rend="it"> Recitationes ad diversos Digestorum<lb/>titulos</hi> (ivi), dai quali risulta ch’egli si era interessato soprattutto del rapporto tra<hi rend="it"> suità</hi> e<lb/><hi rend="it">agnazione</hi>.</note> e nell’Hotman<note xml:id="ftn26" place="foot" n="26">
               <p>François Hotman, o Franciscus Hot(o)manus, giurista francese di origine tedesca<lb/>(1524-1590), che nel tomo I delle Opere e nei<hi rend="it"> Consilia</hi> si occupò specialmente di<hi rend="it"> suitas<lb/>regia </hi>o<hi rend="it"> regalis</hi>.</p>
         </note>. Il Vico conosceva<lb/><pb n="53" facs="LP1_53.jpg"/>gli scritti di A. Alciato, e aveva molta familiarità con le opere del Cuiacio<lb/>e dell’Hotman; in ciascuno di loro, pertanto, poteva avere incontrato il ter-<lb/>mine<hi rend="it"> suitas</hi>. Va detto peraltro che, per quanto riguarda più da vicino la storia<lb/>e l’interpretazione del diritto romano, e le istituzioni civili in genere, egli<lb/>considerava suo maestro quell’Ermanno Vulteio, giurista e filologo di Mar-<lb/>burgo, che abbiamo visto citato da Goclenio per la sua definizione di<hi rend="it"> suitas</hi>.<lb/>Il Vico ne fa più volte il nome nelle sue opere (nel<hi rend="it"> De uno universi iuris</hi>, nel<lb/><hi rend="it">De constantia iurisprudentis</hi>, e una volta nella<hi rend="it"> Scienza nuova 1744</hi><note xml:id="ftn27" place="foot" n="27">Ediz. Nicolini, 1911-16, p. 876.</note>), sempre con<lb/>espressioni di alta stima e venerazione, giudicandolo il migliore, il<hi rend="it"> prin-<lb/>ceps</hi> «di quanti mai scrissero sulle instituzioni civili»: giudizio, questo,<lb/>che egli stesso dichiara, nelle prime pagine dell’<hi rend="it">Autobiografia</hi>, di aver sen-<lb/>tito pronunciare da don Felice Aquadies «valoroso lettor primario di leggi»<lb/>nella sua scuola, e d’averne tenuto allora gran conto, tanto da chiedere in pre-<lb/>stito a un altro giurista, Nicolò Maria Giannettasio (che invece gliela regalò),<lb/>una copia del<hi rend="it"> Commentario</hi> del Vulteio, autore sul quale egli intendeva stu-<lb/>diare da sé le istituzioni civili. Ci pare dunque legittimo supporre che, se Vul-<lb/>teio non fu l’unico veicolo attraverso il quale giunse al Vico il termine<hi rend="it"> suitas</hi>,><lb/>il suo<hi rend="it"> Commentario</hi> fu certamente il testo su cui egli meditò più a lungo e più<lb/>intensamente intorno alle istituzioni civili di Roma, delle quali il diritto suc-<lb/>cessorio è una parte rilevante; e la sua consuetudine gli rese familiare quel<lb/>termine, da lui reso nella forma italiana<hi rend="it"> suità</hi>.</p>
         <p>Prima del Vico, però, aveva adoperato<hi rend="it"> suità</hi>, nella forma italiana, un<lb/>giurista fra i più celebrati del suo tempo<note xml:id="ftn28" place="foot" n="28">Del quale tuttavia non si trova menzione nelle opere vichiane, stando, perlomeno,<lb/>a quanto risulta dagli indici dei nomi che le correda. Il De Luca ha anche il grande merito<lb/>di essere stato un tenace assertore dell’uso della lingua italiana nelle opere giuridiche e<lb/>nelle opere di scienza in genere.</note>, Giambattista De Luca (1614-1683),<lb/>che nel<hi rend="it"> Dottor volgare</hi> usa la parola almeno due volte, riferendola non al di-<lb/>ritto successorio romano, ma al diritto comune in genere:</p>
         <p>quando si tratta di quei successori, li quali nella robba del morto abbiano la ragione<lb/>della suità, come sono li figli, e gli altri descendenti in podestà, overo... che ab-<lb/>biano la ragione del sangue, perché gli sia dovuta la legittima.</p>
         <p>A somiglianza di quel che dalla legge si dispone nel figliolo di fameglia ingrato,<lb/>che perda li privilegij, et i favori della suità, e della patria podestà...<note xml:id="ftn29" place="foot" n="29">Libro I, pt. II<hi rend="it"> Delle successioni</hi>, cap. 3°, § 3; e l. IV, pt. V<hi rend="it"> Di alcuni decreti del Con-<lb/>cilio di Trento</hi>, cap. 3°, § 11. Altro esempio di<hi rend="it"> suità</hi> è in<hi rend="it"> Istituta civile</hi>, pubblicata postuma<lb/>a cura di S. Simbeni (Pesaro, 1733), l. I, p. 89.</note>.</p>
         <p>Se non ci sono sfuggite altre importanti testimonianze, il De Luca anti-<lb/>cipa dunque di oltre cinquant’anni (rispetto al Vico) la data d’ingresso di<lb/><pb n="54" facs="LP1_54.jpg"/><hi rend="it">suità</hi> nel linguaggio giuridico italiano. Documenti successivi pèrdono inte-<lb/>resse, in quanto sono da considerare riecheggiamenti di giuristi precedenti. La<lb/>citazione che ne facciamo va quindi intesa solo come un contributo, certa-<lb/>mente incompleto, a un futuro indice di frequenza, o di presenza, del ter-<lb/>mine in testi giuridici di tempi più vicini a noi<note xml:id="ftn30" place="foot" n="30">Sono esempi che mi sono stati gentilmente comunicati, in aggiunta ad altre pre-<lb/>ziose indicazioni, dall’amico prof. Piero Fiorelli; e provengono dagli spogli che l’Istituto<lb/>di documentazione giuridica di Firenze aveva avviato per il progettato Vocabolario giu-<lb/>ridico italiano.</note>.</p>
         <p>Innanzi tutto, un passo della<hi rend="it"> Scienza della legislazione</hi> di G. Filangieri<lb/>(vol. III, pt. III, p. 100), del 1784, che ripete molto da vicino i contesti vi-<lb/>chiani:</p>
         <p>Siccome la plebe non aveva ancora<hi rend="it"> nozze solenni</hi>, così ella non ne aveva neppure<lb/>gli effetti civili quali sono<hi rend="it"> Patria potestà</hi>,<hi rend="it"> suità</hi>,<hi rend="it"> agnazioni</hi>,<hi rend="it"> gentilità</hi>,<hi rend="it"> successioni legitime</hi>.<note xml:id="ftn31" place="foot" n="31">Niente più che una parafrasi del Vico è in<hi rend="smcap"> B. Croce</hi>,<hi rend="it"> La filosofia di G. Vico</hi> (citiamo<lb/>dall’ediz. Laterza 1965, p. 189): «senza le nozze solenni, senza gli auspicî, i plebei non<lb/>potevano esercitare in effetto il diritto quiritario dei campi, e non potevano tramandarlo<lb/>ai loro congiunti, essendo privi di suità, di agnazione e di gentilità».</note>
         </p>
         <p>Di un comparatista (se così si può dire) del sec. 18°, Antonio Zuanelli,<lb/>è la definizione che segue (in<hi rend="it"> Concordanza del diritto comune col veneto</hi>, 1773,<lb/>l. II, tit. XIX, p. 111):</p>
         <p>La suità è qualità di quegli eredi i quali ottengono il primo luogo nell’eredità<lb/>degli ascendenti paterni: e contiene due requisiti, cioè la paterna potestà sopra esso<lb/>erede, e la preminenza del grado, introdotta dalla ragion civile.</p>
         <p>Le questioni di diritto ereditario interessano, ovviamente, anche i notai.<lb/>Ecco infatti due testimonianze del perugino Antonio Pacini, nel suo trat-<lb/>tato<hi rend="it"> Il notaio principiante istruito</hi> (1771-1788), che riguardano entrambe il caso<lb/>della sostituzione nella successione testamentaria<note xml:id="ftn32" place="foot" n="32">Sono, rispettivamente, alle pp. 249 e 252 del tomo VII, ediz. 1796.</note>:</p>
         <p>... certi diritti di trasmissione, che passano dal primo Istituito agli eredi suoi, e ri-<lb/>gettano affatto il Sostituito. Questi diritti sono speciatamente tre, l’uno è detto di<lb/>Suità «<hi rend="it">potentia Suitatis</hi>», il secondo Gius di Sangue «<hi rend="it">jus Sanguinis</hi>», il terzo gius di<lb/>potersi deliberare «<hi rend="it">jus deliberandi</hi>»;</p>
         <p>... un figlio perciò non avendo adita l’eredità paterna, in cui era istituito, seb-<lb/>bene in forza di suità trasmetta questa all’Erede chiamato da Lui, pure non conse-<lb/>guirà questa trasmissione, ma sarà a questo erede preferito il sostituito volgarmente<lb/>dal Padre per la teorica comunemente abbracciata, cioè, che la sostituzione toglierà<lb/>la suità.<lb/><pb n="55" facs="LP1_55.jpg"/>E ancora di «diritto attivo di suità nella successione» parla G. Calza<lb/> da Gattinara nel suo<hi rend="it"> Dizionario teorico-pratico del notariato</hi> (1827; vol. III,<lb/> p. 249).</p>
         <p>Con il sec. 19°, però, c’è uno spostamento di significato nell’uso del ter-<lb/>mine tra i giuristi.<hi rend="it"> Suità</hi> non è più in relazione diretta con il lat.<hi rend="it"> heres suus</hi>,<lb/>ma diventa l’astratto semplicemente di<hi rend="it"> suo</hi>,<hi rend="it"> suo proprio</hi>, per indicare – con ri-<lb/>ferimento al «dominio» ossia alla piena proprietà – una proprietà indi-<lb/>pendente ed esclusiva, che non ammette cioè la comunione del bene con<lb/>altri. È questa, se interpretiamo esattamente, l’accezione con cui l’usa G. D.<lb/>Romagnosi nel suo trattato<hi rend="it"> Della condotta delle acque</hi><note xml:id="ftn33" place="foot" n="33">1<hi rend="sup">a</hi> ediz. 1822-25; citiamo dalla 2<hi rend="sup">a</hi> ediz., in<hi rend="it"> Opere</hi>, Firenze 1832-39, vol. IV, pt. II,<lb/>p. 941.</note>:</p>
         <p>È proprio del possesso dei dominii divisi di essere<hi rend="it"> esclusivo</hi> quanto la stessa<lb/>proprietà reale. Difatti essa consiste in un dominio indipendente ed esclusivo in<lb/>quanto viene attribuito a taluno. Essa dire si potrebbe in generale una<hi rend="it"> suità di diritto</hi>.<lb/>Se dunque il possesso è riferibile al dominio, questo possesso sarà di sua natura<lb/>indipendente ed esclusivo del rispettivo possessore al quale viene attribuito. Ma<lb/>perciò stesso ch’egli è<hi rend="it"> esclusivo</hi>, esso ripugna ad una comunanza con altri.</p>
         <p>È dello stesso tempo all’incirca questo ragionamento sul valore e l’uso<lb/>di<hi rend="it"> suità</hi> in rapporto con i valori di<hi rend="it"> gius</hi>,<hi rend="it"> autorità</hi> e<hi rend="it"> proprietà</hi>, nel trattato<hi rend="it"> Della<lb/>procedura penale</hi> di Niccola Nicolini<note xml:id="ftn34" place="foot" n="34">Napoli, 1828-32, vol. I, §§ 119, 120, 121.</note>:</p>
         <p><hi rend="it">... mente</hi>,<hi rend="it"> parola</hi>,<hi rend="it"> mano</hi> nell’individuo, diventano nella persona civile i fonti<lb/>della<hi rend="it"> suità</hi>, e quindi I. del<hi rend="it"> gius</hi> nel senso di diritto proprio; II. del<hi rend="it"> gius</hi> nel senso di<lb/>legislazione; III. della<hi rend="it"> tutela</hi>.</p>
         <p>... Come dalla<hi rend="it"> suità</hi> viene l’idea della<hi rend="it"> proprietà</hi>, così dalla<hi rend="it"> proprietà</hi> viene l’idea<lb/>dell’<hi rend="it">autorità</hi>.</p>
         <p>[Nelle XII Tavole]<hi rend="it"> auctoritas</hi> è voce principale di dritto, nel senso appunto di<lb/>quella<hi rend="it"> proprietà</hi> e<hi rend="it"> dritto proprio</hi> che poi si disse<hi rend="it"> dominio</hi>. Tal che può sostenersi che la<lb/>voce<hi rend="it"> ius</hi>, la quale cominciò dalla idea individuale e particolarissima di<hi rend="it"> suità</hi>, e passò<lb/>quindi a quella di<hi rend="it"> proprietà</hi>, quando in fine si estese alla significazione generalissima<lb/>di ogni dritto, ebbe bisogno di un’altra voce, la quale ritraesse una delle particolari<lb/>sue specie, cioè la<hi rend="it"> proprietà civile</hi> di un fondo appartenente all’individuo; e questa<lb/>voce fu<hi rend="it"> auctoritas</hi>.</p>
         <p>L’interpretazione del discorso del Nicolini non è molto facile; sembra<lb/>ch’egli intenda<hi rend="it"> suità</hi> in un senso affine a «diritto personale» o forse a «piena<lb/>capacità giuridica» ossia «idoneità dell’individuo a essere soggetto di di-<lb/>ritto». Comunque sia, il campo semantico è diverso da quello da noi esami-<lb/><pb n="56" facs="LP1_56.jpg"/>nato nelle pagine precedenti, anche se in qualche modo influenzato da quello.<lb/>Che si tratti di un nuovo filone, non tuttavia così ben differenziato come<lb/>quello che scopriremo tra poco nel linguaggio più propriamente filosofico,<lb/>sembra confermato dalla presenza di<hi rend="it"> suitas</hi>, o più esattamente della locuzione<lb/><hi rend="it">bonum suitatis</hi>, nel trattato<hi rend="it"> De augmentis scientiarum</hi> (1622-23) di Francis Bacon<note xml:id="ftn35" place="foot" n="35">Citiamo dall’ediz. delle opere complete,<hi rend="it"> The works of F. Β.</hi>, Londra 1858 sgg., vol. I.</note>,<lb/>in una serie di formule tra loro molto simili: «Nominetur prima<hi rend="it"> bonum<lb/>individuale</hi>, sive<hi rend="it"> suitatis</hi>; posterior<hi rend="it"> bonum communionis</hi>» (717); «Partitio<hi rend="it"> boni<lb/>individualis</hi>, vel<hi rend="it"> suitatis</hi>, in bonum activum, et bonum passivum» (722);<lb/>«Repetamus igitur jam et persequamur primum bonum individuale, et<lb/>suitatis» (ivi); «inditus est unicuique rei triplex appetitus, quatenus ad<lb/>bonum suitatis, sive individui» (724); e particolarmente importante, per la<lb/>sinonimia più varia che s’accompagna all’espressione e la spiega: «Postquam<lb/>igitur de bono suitatis (quod etiam<hi rend="it"> particulare</hi>,<hi rend="it"> privatum</hi>,<hi rend="it"> individuale</hi>, appellare<lb/>solemus) jam dixerimus...» (726)<note xml:id="ftn36" place="foot" n="36">
               <p>Le versioni inglesi di Bacone, cominciando da quella dei curatori dell’<hi rend="it">Opera omnia<lb/></hi>da cui citiamo, J. Speeding, R. L. Ellis e D. D. Heath, non traducono letteralmente<lb/><hi rend="it">suitatis</hi>, ma rendono tutta la locuzione con<hi rend="it"> Individual or Self-good</hi>. Nella versione fran-<lb/>cese delle<hi rend="it"> Opere</hi> di Bacone, curata da A. Lasalle (Digione 1801), l’espressione è tradotta<lb/><hi rend="it">bon individuel ou personnel</hi>.</p>
            </note>.</p>
         <p>La testimonianza baconiana fa giustamente supporre che il nuovo signifi-<lb/>cato non si sia formato in ambiente giuridico ma filosofico. Il bene individuale<lb/>cui Bacone allude non è la proprietà materiale, trasmessa o trasmissibile per<lb/>successione ereditaria, ma il bene morale, ch’egli distingue appunto in<hi rend="it"> bonum<lb/>individuale</hi> e<hi rend="it"> bonum communionis</hi>. E la<hi rend="it"> suitas</hi> dei passi citati rientra, sia pure con<lb/>particolari connotazioni, in quel più generale significato di «individualità,<lb/>particolarità, peculiarità» che ora analizzeremo.</p>
         <p>Facendo di nuovo riferimento al Rosmini, e assumendo le sue attesta-<lb/>zioni come punto di partenza per una ricerca che procederà anch’essa a ri-<lb/>troso, va subito dichiarato che nella filosofia del secolo 19°<hi rend="it"> suità</hi> ricorre con<lb/>un’accezione propria, indipendente da quella legata al diritto successorio<lb/>romano e ai commentatori del<hi rend="it"> Corpus iuris civilis</hi>. Un’accezione peraltro non<lb/>univoca: per i mistici e i teologi, così come per la filosofia idealistica,<hi rend="it"> suità<lb/></hi>equivale a «individualità, personalità, carattere proprio e distintivo»; negli<lb/>scritti di psicologia equivale a «sentimento, consapevolezza di sé». La forma<lb/>latina corrispondente,<hi rend="it"> suitas</hi>, non è più l’astratto di<hi rend="it"> suus</hi>, aggettivo possessivo,<lb/>ma del pronome riflessivo<hi rend="it"> se</hi>, per cui sarebbe più giustificata e meno ambigua<lb/>la forma<hi rend="it"> seitas</hi>, in ital.<hi rend="it"> seità</hi>, che infatti si trovano talvolta usate (così come<lb/>il francese<hi rend="it"> séité</hi> e l’inglese<hi rend="it"> seity</hi>).</p>
         <p>Di Rosmini, siamo costretti a citare i vari luoghi con una certa ampiezza,<lb/><pb n="57" facs="LP1_57.jpg"/>per aiutarci nell’interpretazione dei singoli contesti, non sempre perspicui.<lb/>Dalla<hi rend="it"> Psicologia</hi><note xml:id="ftn37" place="foot" n="37">L’opera, in 2 volumi, fu pubblicata nel 1846-50; abbiamo utilizzato l’ediz. di Mi-<lb/>lano 1887.</note>:</p>
         <p>... l’essenza d’un io, d’un individuo, ecc. non è l’essenza d’un altro io, d’un altro<lb/>individuo, ecc., ma l’essenza d’un io non ha nulla che appartenga all’essenza d’un<lb/>altro io; consistendo appunto in questo l’indole del sussistente, di non aver<lb/>nulla di comune con un altro sussistente... Ora si replica: se molti io convengono<lb/>nell’esser io, nell’avere la<hi rend="it"> suità</hi>, dunque hanno qualche cosa di comune. – E bene,<lb/>replichiamo anche noi, che la<hi rend="it"> suità</hi> è un’essenza comune, ma non è l’essenza di nessun<lb/>io (vol. I, p. 135).</p>
         <p>E altrove (vol. I, p. 586):</p>
         <p>Tuttavia queste [anime sensitive] non hanno ancora una suità, ad esse non<lb/>compete il<hi rend="it"> sé</hi>, né loro si addice in proprio alcun pronome personale. Ma l’uomo<lb/>pensa e parla di loro, come avessero un’esistenza in sé, e loro applica i pronomi<lb/>personali...: non vuole con ciò attribuir loro la propria suità, ma quel modo ogget-<lb/>tivo e soggettivo di essere, senza il quale egli nulla concepisce. Perocché questo<lb/>modo suppone, che «l’ente abbia un atto suo proprio, sia in sé stesso qualche cosa,<lb/>e però abbia un<hi rend="smcap"> sé</hi>, una personalità» ... Alcune [sostanze] finalmente sono soggetti<lb/>perfetti, perché hanno il<hi rend="smcap"> sé</hi>, e quindi si può a tutta ragione dire di esse che hanno<lb/>un’esistenza in<hi rend="smcap"> sé</hi>; queste sono le sostanze intellettive le quali e sono anti-principio<lb/>e non dipendono da niuna sostanza contingente né antecedente, né conseguente<lb/>ad esse; ma dipendono soltanto dall’essere eterno e divino. Queste sole hanno<lb/>la<hi rend="it"> suità</hi>, e possono dire: Io ...</p>
         <p>Più compiuto e più definito è lo sviluppo del concetto nel § 75 del vol. II<lb/>(p. 55), che tratta della individualità del sentimento:</p>
         <p>è nella natura del sentimento che si dee trovare la nota caratteristica, che fa<lb/>distinguere il sentimento proprio da tutti gli altri sentimenti, dai sentimenti non<lb/>proprj. Or qual sarà questa nota caratteristica che fa distinguere all’uomo il senti-<lb/>mento proprio da tutti gli altri? Ella dee essere certamente, per dirlo di nuovo,<lb/>un<hi rend="it"> quid</hi> che nel sentimento stesso immediatamente si percepisca. Ora questo<hi rend="it"> quid<lb/></hi>che è nel sentimento proprio, e che è una parte del sentimento proprio, che di-<lb/>stingue il sentimento proprio da tutti gli altri sentimenti, è appunto ciò che v’ha<lb/>d’incomunicabile nel sentimento, ond’esso riceve il nome di proprio, e se si vuole<lb/>esprimerlo con un vocabolo generale ed astratto, gli si darà acconciamente il nome<lb/>di<hi rend="it"> suità</hi>. Che se poi si vuole un altro vocabolo il quale pronunci la suità di colui<lb/>che parla e ragiona e non di ogni uomo qualsiasi, proporremo di arricchire la lingua<lb/>nostra filosofica della parola<hi rend="it"> meità</hi>, che risponde a quella di cui fanno tanto uso i<lb/>Tedeschi,<hi rend="it"> Ichheit</hi>. Sì, la proprietà, la suità, la meità è un<hi rend="it"> quid</hi> del sentimento che si<lb/><pb n="58" facs="LP1_58.jpg"/>percepisce come tutte le altre parti del sentimento e come tutti gli altri sentimenti<lb/>per l’essenza dell’essere che si ravvisa in essi. Questo<hi rend="it"> quid</hi> sensibile è il principio<lb/>dell’individuazione e diviene anche quello della personalità, e questo esiste anche<lb/>prima di essere percepito. Ciò posto egli è chiaro che nella percezione del senti-<lb/>mento proprio noi percipiamo noi stessi, quando la parola<hi rend="it"> noi stessi</hi> si prende per<lb/>significare la proprietà del sentimento, ossia la suità che è la nota caratteristica di<lb/>tal sentimento.</p>
         <p>È significativo che nell’ultimo dei passi riferiti il Rosmini faccia menzione<lb/>di<hi rend="it"> meità</hi> e la metta in relazione con il tedesco<hi rend="it"> Ichheit</hi>; pur trattandosi di una<lb/>corrispondenza inesatta<note xml:id="ftn38" place="foot" n="38">L’equivalente ital. di<hi rend="it"> Ichheit</hi> è, semmai,<hi rend="it"> egoità</hi>, se non vogliamo accettare il raris-<lb/>simo<hi rend="it"> iità</hi>;<hi rend="it"> meità</hi> traduce più propriamente il ted.<hi rend="it"> Meinheit</hi>.</note>, essa ci consente di stabilire i rapporti del filosofo<lb/>roveretano con la filosofia tedesca del suo tempo<note xml:id="ftn39" place="foot" n="39">Per la violenta critica mossa dal Rosmini alla logica e dialettica hegeliana, si veda<lb/>tra l’altro il saggio di B. Spaventa,<hi rend="it"> Hegel confutato da Rosmini</hi>, in<hi rend="it"> Opere</hi>, a cura di G. Gen-<lb/>tile, Firenze 1972, pp. 151 sgg.</note>. È molto più probabile,<lb/>infatti, che la<hi rend="it"> suità</hi> di Rosmini sia un calco del ted.<hi rend="it"> Selbstheit</hi> che non che sia<lb/>una prosecuzione del lat. moderno<hi rend="it"> suitas</hi> (diverso dalla<hi rend="it"> suitas</hi> dei giurecon-<lb/>sulti), di cui diremo tra poco.</p>
         <p>Ma di Rosmini dobbiamo fare ancora un’altra citazione, da un’opera di<lb/>carattere ontologico e trascendentale questa volta, la<hi rend="it"> Teodicea</hi><note xml:id="ftn40" place="foot" n="40">Milano 1845, cap. VII, § 423, p. 275.</note>:</p>
         <p>Ogni entità non intellettiva-morale è priva di suità; quindi ella non può riferir<lb/>nulla a<hi rend="smcap"> sé</hi> stessa, né il bene, né il male, perché questo<hi rend="smcap"> sé</hi>, a cui la riferisca, non<lb/>esiste; e siamo noi che col linguaggio e coll’immaginazione glielo prestiamo.</p>
         <p>E ancora nelle righe successive si parla di «ente che ha suità» e di dare<lb/>«un’intelligenza, una suità a quell’ente che non l’ha».</p>
         <p>Va detto qui che, mentre la<hi rend="it"> suità</hi> di Vico e degli altri giuristi è ignorata<lb/>dai lessici italiani, la<hi rend="it"> suità</hi> filosofica ha trovato spazio in alcuni dizionari.<lb/>Registra la voce, per es., il Tommaseo-Bellini, il quale cita il passo rosmi-<lb/>niano della<hi rend="it"> Psicologia</hi>, vol. II, p. 55, facendolo precedere da una definizione<lb/>procurata dallo stesso Rosmini: «Proprietà che ha l’uomo di sentire se stesso,<lb/>e percepire il sentimento della propria personalità» (che è, notiamo, il signi-<lb/>ficato psicologico, non quello ontologico, del termine). Il Battaglia, ossia il<lb/><hi rend="it">Grande Dizionario della lingua italiana</hi> (UTET), non è ancora giunto alla voce<lb/><hi rend="it">suità</hi><note xml:id="ftn41" place="foot" n="41">Ma ha già raccolto nel suo schedario una decina di esempi, che mi sono stati gene-<lb/>rosamente anticipati, alcuni per me nuovi e dei quali ho potuto qui tenere conto.</note>, ma registra il suo quasi-sinonimo<hi rend="it"> meità,</hi> con la definizione «Concetto<lb/>e consapevolezza del proprio io; l’essere cosciente di sé di fronte o in con-<lb/><pb n="59" facs="LP1_59.jpg"/>trapposizione all’oggetto», confortata dalla citazione di una parte diversa<lb/>dello stesso passo della<hi rend="it"> Psicologia</hi> rosminiana citata dal Tommaseo-Bellini<note xml:id="ftn42" place="foot" n="42">
               <p>Se, come a me sembra, l’ital.<hi rend="it"> suità</hi> è l’equivalente più prossimo del ted.<hi rend="it"> Selbstheit</hi>,<lb/>nelle definizioni che ne danno il Tommaseo-Bellini e il Battaglia esso sembra corrispondere<lb/>piuttosto al ted.<hi rend="it"> Selbstbewusstsein</hi>.</p>
            </note>.</p>
         <p>Il Dizionario Enciclopedico Italiano (Treccani) privilegia il significato<lb/>metafisico su quello psicologico, in quanto definisce<hi rend="it"> suità</hi> «Termine filosofico,<lb/>usato raramente, per indicare l’essere per sé dell’assoluto, della divinità, e in<lb/>particolare la sua spontaneità, il suo non dipendere da altri che da sé stesso»<note xml:id="ftn43" place="foot" n="43">Una definizione molto simile era data da C. Ranzoli nel suo<hi rend="it"> Dizionario di scienze<lb/>filosofiche</hi>, Hoepli, Milano 1926, p. 1102: «Vocabolo poco in uso, che vale spontaneità<lb/>considerata come carattere di Dio, dell’assoluto, dello spirito; si suol opporre a<hi rend="it"> totalità</hi>».</note>.</p>
         <p>In alcuni dizionari bilingui italiano-tedesco che ho consultato,<hi rend="it"> suità</hi> si<lb/>trova registrato nella parte dove l’italiano è la lingua di partenza, ma non<lb/>compare in traduzione dove l’italiano è la lingua d’arrivo.</p>
         <p>Il Rigutini-Bulle, per es., traduce<hi rend="it"> suità</hi> «Gefühl seiner selbst; Selbst-<lb/>bewusstsein», che è soltanto uno dei significati di<hi rend="it"> suità</hi> e non il più proprio<lb/>(nel linguaggio della psicologia, infatti,<hi rend="it"> Selbstbewusstsein</hi> viene solitamente<lb/>reso in ital. con «autocoscienza», «autoconsapevolezza» o «consapevolezza<lb/>di sé stesso», talora con «autoconcetto», tutti equivalenti dell’ingl.<hi rend="it"> Self-<lb/>consciousness</hi>), ma non avviene l’inverso; neanche<hi rend="it"> Selbstheit</hi>, che è il termine<lb/>tedesco più vicino all’ital.<hi rend="it"> suità</hi>, è tradotto così, ma è spiegato con i termini<lb/>più generici di «individualità, personalità».</p>
         <p>Come per il significato giuridico, così per quello filosofico<hi rend="it"> suità</hi> è voce<lb/>esclusiva della lingua italiana; in altre lingue gli stessi concetti sono espressi<lb/>con altri termini che sono calchi o traduzioni ma formati con radici diverse<lb/>dall’ital.<hi rend="it"> suo</hi> o dal lat.<hi rend="it"> suus</hi> (o<hi rend="it"> sui</hi>, <hi rend="it">se</hi>). Il vocabolo non nasce però come italiano<lb/>ma come latino,<hi rend="it"> suitas</hi>: è la stessa forma che era stata coniata sull’aggettivo<lb/><hi rend="it">suus</hi> dai giureconsulti del tardo Medioevo e che abbiamo così largamente docu-<lb/>mentata nelle pagine precedenti, ma con un significato e un valore nuovo,<lb/>indipendente dall’altro, in quanto si ricollega, come abbiamo detto, piuttosto<lb/>al pronome<hi rend="it"> se</hi> che all’aggettivo<hi rend="it"> suus</hi>. E nasce non in età umanistica o preuma-<lb/>nistica ma più tardi, presumibilmente alla fine del sec. XVI se non addirittura<lb/>agli inizi del XVII. Le attestazioni prodotte dal gesuita olandese M. Sandaeus<lb/>(Maximilian van der Sandt)<note xml:id="ftn44" place="foot" n="44">In<hi rend="it"> Pro theologia mystica clavis</hi> (Colonia 1640), secondo quanto afferma l’<hi rend="it">Historisches<lb/>Wörterbuch der Philosophie</hi> di J. Ritter e Κ. Gründer (Basel-Stuttgart, 1976) sotto il doppio<lb/>lemma<hi rend="smcap"> Ichheit, Egoität</hi>: «<hi rend="it">Egoitas</hi>,<hi rend="it"> Suitas</hi>,<hi rend="it"> Meitas</hi>,<hi rend="it"> Ipsitas</hi>, abstracta sunt ab<hi rend="it"> Ego</hi>,<hi rend="it"> Se</hi>,<hi rend="it"> Me</hi>,<hi rend="it"><lb/>Ipse</hi>: quae non raro occurrunt in recentium Mysticorum scriptis, maxime in latinam lin-<lb/>guam ex alieno idiomate transfusis».</note> e da J. Micraelius<note xml:id="ftn45" place="foot" n="45">Nel suo<hi rend="it"> Lexicon philosophicum</hi> (2<hi rend="sup">a</hi> ediz.,1662), sotto il lemma<hi rend="smcap"> Haecceitas</hi>:<lb/>«... principium individuationis ... dicitur etiam<hi rend="it"> Ecceitas</hi>, eo modo quo quid dicitur<lb/><hi rend="it">Ipseitas ...</hi>,<hi rend="it"> Suitas</hi>,<hi rend="it"> ... Tuitas</hi>».<hi rend="it"> Haecceitas</hi> (che risale a Duns Scoto o almeno alla scuola<lb/>scotistica) e<hi rend="it"> ipseitas</hi> sembra siano considerati sinonimi anche da Goclenio, che così scrive<lb/>a proposito di<hi rend="smcap"> Haecceitas</hi>: «Barbari ut<hi rend="it"> Perseitas</hi> a<hi rend="it"> per se</hi>, sic et<hi rend="it"> Haecceitas</hi> dicunt ab<hi rend="it"> Haec<lb/></hi>pro differentia individuante. Sic<hi rend="it"> Ipseitas</hi> Paul. Scalig. ab<hi rend="it"> ipse</hi>...». Con l’indicazione ab-<lb/>breviata<hi rend="it"> Paul. Scalig.</hi> Goclenio intende riferirsi al teologo croato Pavao Skalić, altrimenti<lb/>noto col nome latinizzato Paulus Scalichius o Scaliger (nato a Zagabria nel 1534 e morto<lb/>nel 1575); il passo cui egli allude è il seguente: «Ipseitas enim uniuscuiusque tunc maxime<lb/>est ipsa, cum in ipsa sunt omnia, ut in ipsa omnia sint ipsa»: è la<hi rend="it"> conclusio</hi> n. 165 della<lb/>sezione<hi rend="it"> De mundo intellectuali</hi> facente parte delle<hi rend="it"> Conclusiones... in omni genere scientiarum<lb/></hi>stampate nell’opera dello stesso Skalić<hi rend="it"> Encyclopediae, seu Orbis disciplinarum, tam sacrarum<lb/>quam prophanarum, Epistemon</hi>…, Basileae 1559. Ma qui non pare che<hi rend="it"> ipseitas</hi> possa dirsi<lb/>equivalente di<hi rend="it"> haecceitas</hi>; mentre infatti<hi rend="it"> haecceitas</hi> individua ciò che distingue un ente da<lb/>un altro,<hi rend="it"> ipseitas</hi> è ciò che individua l’elemento di identità in cui possono riconoscersi tutti<lb/>i possibili enti (è questa l’interpretazione dell’amico prof. Giorgio Stabile, che mi ha anche<lb/>aiutato nell’individuazione dello Skalić e 
nel reperimento del passo).</note> nella prima metà del Sei-<lb/><pb n="60" facs="LP1_60.jpg"/>cento, accomunando<hi rend="it"> suitas</hi> con termini approssimativamente sinonimi o so-<lb/>stitutivi come<hi rend="it"> ipseitas</hi> (o<hi rend="it"> ipsitas</hi>),<hi rend="it"> egoitas</hi> e altri, non lasciano dubbi; anticipare la<lb/>nascita del termine (o, più propriamente, del significato) all’età medievale e<lb/>alla filosofia scolastica, come fanno alcuni dizionari, ci sembra arbitrario.</p>
         <p>In modo analogo a<hi rend="it"> suitas</hi><note xml:id="ftn46" place="foot" n="46">Esitiamo a dire: sul modello di<hi rend="it"> suitas</hi>; non è infatti da escludere che<hi rend="it"> meitas</hi> sia an-<lb/>teriore a<hi rend="it"> suitas</hi>, così come in tedesco<hi rend="it"> Meinheit</hi> sembra anteriore a<hi rend="it"> Seinheit</hi>.</note>, sono stati coniati<hi rend="it"> meitas</hi> e<hi rend="it"> tuitas</hi>, menzionati<lb/>negli stessi lessici o trattati che parlano di<hi rend="it"> suitas</hi>, e che si possono considerare<lb/>quasi articolazioni o flessioni di<hi rend="it"> suitas</hi> quando il concetto che con questo<lb/>termine si esprime sia riferito alla 1<hi rend="sup">a</hi> o alla 2<hi rend="sup">a</hi> persona. Analogamente, in<lb/>ambito germanico, accanto o sul modello di<hi rend="it"> Selbheit</hi>, poi<hi rend="it"> Selbstheit</hi>, sono<lb/>stati coniati<hi rend="it"> Ichheit</hi> e persino<hi rend="it"> Wirheit</hi>, o, sulla base del possessivo,<hi rend="it"> Meinheit</hi>,<hi rend="it"><lb/>Deinheit</hi>, <hi rend="it">Seinheit</hi>, mentre<hi rend="it"> Unserheit</hi> si troverebbe già, come hapax, nel sec. XIV<lb/>in J. Tauler <note xml:id="ftn47" place="foot" n="47">Si veda il lemma<hi rend="smcap"> Ichheit, Egoität</hi> nel cit.<hi rend="it"> Dizionario filosofico</hi> di Ritter-Gründer,<lb/>e, per<hi rend="it"> Deinheit</hi> e<hi rend="it"> Seinheit</hi>, le rispettive voci nel<hi rend="it"> Deutsches Wörterbuch</hi> di J. e W. Grimm.</note>.</p>
         <p>Di tutti questi termini, il più radicato nel linguaggio filosofico è<hi rend="it"> Ichheit<lb/>,</hi>già in uso in Germania nel sec. XV, forse anteriormente a<hi rend="it"> egoitas</hi> che è il suo<lb/>esatto corrispondente latino<note xml:id="ftn48" place="foot" n="48">Secondo il Ritter-Gründer (<hi rend="it">loc. cit.</hi>),<hi rend="it"> Ichheit</hi> è attestato per la prima volta in Johannes<lb/>de Francfordia o de Francofurdia, ossia Johann von Diepurg, intorno al 1430;<hi rend="it"> egoitas</hi>,<lb/>invece, nella traduz. latina della<hi rend="it"> Theologia Deutsch</hi> fatta da S. Castellio (cioè dall’umanista<lb/>savoiardo Sébastien de Castillon) nel 1557.</note>.</p>
         <p>Si deve presumere che<hi rend="it"> suità</hi>,<hi rend="it"> meità</hi>,<hi rend="it"> ipseità</hi>,<hi rend="it"> egoità</hi>,<hi rend="it"> ecceità</hi> siano stati usati<lb/>in forma italiana già prima del sec. XIX, anche se al momento attuale<lb/>non disponiamo di testimonianze offerte dai lessici; d’altra parte, non sor-<lb/>prende che tali voci continuassero a essere adoperate nella forma latina in<lb/>un’età in cui in gran parte d’Europa, e così anche in Italia, la lingua latina<lb/>cedeva solo lentamente il campo alle lingue nazionali nelle opere di scienza.<lb/><pb n="61" facs="LP1_61.jpg"/>Nella filosofia dell’Ottocento esse sono costantemente presenti, e con fre-<lb/>quenza maggiore di quanto si possa dedurre dalle scarse attestazioni che ne<lb/>danno i dizionari generali e i lessici specializzati.</p>
         <p>D’introduzione senza dubbio recente dev’essere il rarissimo<hi rend="it"> iità</hi> (respinto<lb/>anche per ragioni di eufonia), che si trova adoperato, per es., nel<hi rend="it"> Dizionario<lb/>delle idee</hi> del Centro di studi filosofici di Gallarate<note xml:id="ftn49" place="foot" n="49">Firenze, Sansoni, 1977, p. 583.</note> al lemma<hi rend="smcap"> io-autocoscienza<lb/>,</hi>nella traduzione di un passo di Heidegger<note xml:id="ftn50" place="foot" n="50"><hi rend="smcap">M. Heidegger</hi>,<hi rend="it"> Sein und Zeit</hi>, Halle 1927, § 64; l’articolo è firmato da A. Guzzo.</note>: «Se il se-stesso appartiene alle<lb/>determinazioni essenziali del<hi rend="it"> Dasein</hi>, la cui<hi rend="it"> essenza</hi> consiste nell’esistenza,<lb/>allora Iità e Ipseità (<hi rend="it">Ichheit</hi> u.<hi rend="it"> Selbstheit</hi>) andranno concepite esistenzialmente».</p>
         <p>Dalla filosofia il termine<hi rend="it"> suità</hi> è recentemente passato, sia pure con basso<lb/>indice di frequenza, anche al linguaggio giuridico<note xml:id="ftn51" place="foot" n="51">Non però come «cavallo di ritorno», dato il fondamentale divario semantico tra<lb/>le due<hi rend="it"> suità</hi>, quella che, per intenderci, chiameremo vichiana e quella rosminiana.</note> e in genere alla lingua<lb/>colta, con lo stesso significato generale, cioè «individualità», «carattere pe-<lb/>culiare e differenziante», ma riferito anche a enti diversi dalla persona. Per<lb/>es., in Santi Romano<note xml:id="ftn52" place="foot" n="52"><hi rend="it">Ordinamento giuridico</hi>, 2<hi rend="sup">a</hi> ediz., Firenze [1946], p. 187.</note>: «L’istituzione<note xml:id="ftn53" place="foot" n="53">Nel significato che lo stesso autore definisce poco prima: «Per istituzione noi in-<lb/>tendiamo ogni ente o corpo sociale».</note> è un ente chiuso, che può venire<lb/>in considerazione in sé e per sé, appunto perché ha una propria individualità ».<lb/>Affermazione che nel sommario del capitolo si precisa così: «Il nostro con-<lb/>cetto di istituzione e i suoi caratteri fondamentali: 1)...; 2)...; 3) suità del-<lb/>l’istituzione».</p>
         <p>Significato non diverso ha<hi rend="it"> suità</hi> in una breve recensione dedicata da A.<lb/>Massart a un articolo sui contratti agrari pubblicato in Spagna<note xml:id="ftn54" place="foot" n="54">L’articolo spagnolo è di Luís Martín Ballestero y Costea, «Contratos agrarios»,<lb/>pubbl. in<hi rend="it"> Revista de derecho agrario</hi>, Zaragoza 1967-68, voll. IV-V, pp. 157 sgg.; la recen-<lb/>sione è apparsa in<hi rend="it"> Rivista di diritto agrario</hi>, a. 50 (1971), pt. I, pp. 147-48. Avevo sperato<lb/>che il recensore avesse reso con<hi rend="it"> suità</hi> il corrispondente termine spagnolo usato dal recen-<lb/>sito; e m’attendevo di potere per questa via avviare una sommaria indagine anche nell’am-<lb/>bito spagnolo. Questa corrispondenza invece non c’è (così mi assicura il prof. Massart,<lb/>a cui, data la grande difficoltà di trovare nelle biblioteche la rivista di Zaragoza, mi sono<lb/>rivolto). Debbo di conseguenza rinunciare, per ora, a questo supplemento di ricerca, che mi<lb/>auguro di poter riprendere tra non molto.</note>:</p>
         <p>Posto... il carattere di<hi rend="it"> suità</hi> del contratto (agrario), soprattutto a causa della<lb/>colorazione squisitamente economico-giuridica e sociale da esso assunta, il prof.<lb/>Ballestero ne passa in rassegna tutti i tipi esistenti nell’ordinamento giuridico del<lb/>suo Paese.<lb/><pb n="62" facs="LP1_62.jpg"/>Molto più personale (e, per così dire, anomalo) è l’uso che ne fa un altro<lb/>giurista, F. Antolisei, in un contesto che riguarda l’imputabilità penale<note xml:id="ftn55" place="foot" n="55">
               <p> <hi rend="smcap">F. Antolisei</hi>,<hi rend="it"> Manuale di diritto penale</hi>, 5<hi rend="sup">a</hi> ediz., Giuffrè, Milano 1963, p. 253.</p>
            </note>:</p>
         <p>affinché un atto sia rilevante per il diritto e possa dar luogo a responsabilità pe-<lb/>nale, ... basta che sia attribuibile al volere ... Nell’attribuibilità al volere (<hi rend="it">suitas</hi>)<lb/>consiste il «nesso psichico» che è il primo fattore dell’elemento soggettivo del<lb/>reato, nesso che è sempre indispensabile affinché un atto esterno, positivo o negativo,<lb/>possa considerarsi «proprio» dell’autore ed essergli posto a carico.</p>
         <p>Anche in questo passo, comunque, il senso generale del termine è sempre<lb/>«l’essere proprio, l’appartenere strettamente alla persona», e si colloca perciò,<lb/>sia pure marginalmente, nel filone semantico tradizionale.</p>
         <p>Riassumendo la nostra rassegna, possiamo concludere che<hi rend="it"> suità</hi> in en-<lb/>trambi i suoi usi, giuridico e filosofico, è l’adattamento italiano del latino<lb/>tardo-medievale e umanistico<hi rend="it"> suitas</hi>, coniato dapprima dai giureconsulti nella<lb/>pratica dell’insegnamento per indicare la qualità o condizione di<hi rend="it"> suus heres</hi>,<hi rend="it"><lb/></hi>assunto poi dai filosofi per esprimere i concetti di «individualità, personalità»,<lb/>«l’essere sé stesso», «il sentimento di sé». Nel primo suo valore,<hi rend="it"> suitas</hi> e<lb/><hi rend="it">suità</hi> non hanno sinonimi; né hanno adattamenti in altre lingue. Nel secondo,<lb/>gli stessi concetti possono essere espressi con altri termini equivalenti, coniati<lb/>in forma latina (anche prima di<hi rend="it"> suitas</hi>) e poi adattati nelle varie lingue nazionali:<lb/><hi rend="it">haecceitas</hi>,<hi rend="it"> egoitas</hi>,<hi rend="it"> ips</hi>[<hi rend="it">e</hi>]<hi rend="it">itas</hi>,<hi rend="it"> meitas</hi>, ecc., da cui l’ital.<hi rend="it"> ecceità</hi>,<hi rend="it"> egoità</hi>,<hi rend="it"> ips</hi>[<hi rend="it">e</hi>]<hi rend="it">ità</hi>,<hi rend="it"><lb/>meità</hi>, il fr.<hi rend="it"> eccéité</hi>,<hi rend="it"> égoité</hi>,<hi rend="it"> ipséité</hi>,<hi rend="it"> moïté</hi><note xml:id="ftn56" place="foot" n="56">L’esistenza di<hi rend="it"> moïté</hi> in francese è attestata dal<hi rend="it"> Dict. de la langue philosophique</hi> di <hi rend="smcap">P.<lb/>Foulquié</hi> (Presses Univ. de France, 4<hi rend="sup">a</hi> ediz., 1982, s.v.<hi rend="smcap"> ipséité</hi>): «Néol. proposé par Cla-<lb/>parède [cioè dallo psicologo e pedagogista ginevrino Édouard Claparède, 1873-1940]<lb/>pour traduire l’all.<hi rend="it"> Ichheit</hi>»; cfr. anche Ritter-Gründer,<hi rend="it"> loc. cit.</hi>, col. 24: «Das franzö-<lb/>sische<hi rend="it"> moiité</hi> bleibt in seinem Kontext an die germanische Mystik Geknüpft».</note>, l’ingl.<hi rend="it"> haecceity</hi>,<hi rend="it"> egoity</hi>,<hi rend="it"> ipseity</hi>. La serie<lb/>si arricchisce con le traduzioni e i calchi; così in tedesco si coniano (ora dal<lb/>pronome, ora dal possessivo)<hi rend="it"> Ichheit</hi>.<hi rend="it"> Meinheit</hi>,<hi rend="it"> Seinheit</hi>, e persino<hi rend="it"> Deinheit</hi>,<hi rend="it"><lb/>Wirheit</hi>,<hi rend="it"> Unserheit</hi>, sui quali finisce col predominare<hi rend="it"> Selbheit</hi> poi<hi rend="it"> Selbstheit</hi>; e<lb/>parallelamente nascono in inglese, su base indigena,<hi rend="it"> sameness</hi>,<hi rend="it"> selfness</hi> e<hi rend="it"> selfhood</hi>,<hi rend="it"><lb/>thisness</hi>,<hi rend="it"> thatness</hi><note xml:id="ftn57" place="foot" n="57">Secondo l’<hi rend="it">Oxford English Dictionary</hi>, il termine<hi rend="it"> sameness</hi> (spiegato «the quality<lb/>of being the same; identity») è attestato già nel 1581, nelle<hi rend="it"> Positions</hi> del pedagogista R.<lb/>Mulcaster, e si troverà poi anche nel<hi rend="it"> Saggio sull’Intelletto umano</hi> di Locke (1690).<hi rend="it"> Selfness</hi>,<lb/>più raro di<hi rend="it"> selfhood</hi>, è datato dal 1611,<hi rend="it"> selfhood</hi> dal 1649. Ha notevole interesse per la nostra<lb/>ricerca la nota introduttiva al lemma<hi rend="it"> selfhood</hi> dell’<hi rend="it">Oxford Dict.</hi>, che dice: «In origine rap-<lb/>presenta il ted.<hi rend="it"> selbheit</hi>, ma rende anche<hi rend="it"> ichheit</hi>,<hi rend="it"> meinheit</hi>, e<hi rend="it"> eigenheit</hi>», ciò che viene subito dopo<lb/>documentato con la traduzione di alcuni passi delle<hi rend="it"> Epistole</hi> del filosofo e mistico ted. Ja-<lb/>kob Böhme, fatta da J. Ellistone (1649), in ognuno dei quali<hi rend="it"> selfhood</hi> corrisponde a una<lb/>parola diversa del testo originale.<hi rend="it"> Thisness</hi> e<hi rend="it"> thatness</hi> («the quality or condition of being<lb/>‘this, ‘that’») sono attestati tutti e due in K. Digby,<hi rend="it"> Observations up
on Religio Medici<lb/></hi>86, opera del 1642 (ediz. 1644).</note>.<lb/><pb n="63" facs="LP1_63.jpg"/>Se non possiedono adattamenti diretti del lat.<hi rend="it"> suitas</hi>, il francese e l’inglese<lb/>conoscono un altro termine, molto simile (ma formato dal pronome riflessivo<lb/>lat.<hi rend="it"> se</hi> anziché dal possessivo<hi rend="it"> suus</hi>), cioè<hi rend="it"> séité</hi> e<hi rend="it"> seity</hi>. Il Littré (e così il<hi rend="it"> Grand<lb/>Larousse de la langue française</hi>) registra<hi rend="it"> séité</hi> come termine della filosofia sco-<lb/>lastica indicante «la qualité du soi», con la sola citazione del Diderot<note xml:id="ftn58" place="foot" n="58">Non mi è stato possibile controllare la citazione, che il Littré, con riferimento ge-<lb/>nerico, dichiara tratta dall’opera<hi rend="it"> Opinions des anciens philosophes</hi> (è il tomo XIV delle<hi rend="it"> Oeuvres<lb/>complètes</hi> di A. Diderot).</note>:<lb/>«La séité ou le soi, la quiddité ou le ce». L’<hi rend="it">Oxford Dictionary</hi> registra<lb/><hi rend="it">seity</hi><note xml:id="ftn59" place="foot" n="59">L’esistenza di un latino mediev.<hi rend="it"> seitas</hi>, asserita dall’<hi rend="it">Oxford Dict.</hi>, non trova per ora<lb/>conferma nei lessici.</note> come sinon, raro di<hi rend="it"> selfhood</hi> «that which constitutes the self», docu-<lb/>mentato la prima volta con un esempio del saggista R. Steele nel giornale<lb/><hi rend="it">The Tatler</hi> (1709): «Scotus, to distinguish the Race of Mankind, gives every<lb/>Individual of that Species what he calls a Seity, something peculiar to<lb/><hi rend="it">himself</hi>».</p>
         <p>In italiano<hi rend="it"> seità</hi> (pur essendo più di<hi rend="it"> suità</hi> adatto ad esprimere le varie<lb/>accezioni della filosofia, della mistica e della psicologia) non ha attecchito.<lb/>Ci è noto per ora un solo esempio<note xml:id="ftn60" place="foot" n="60">Cortesemente partecipatomi dalla Redazione del Battaglia.</note>, contemporaneo, dello scrittore Tom-<lb/>maso Landolfi (<hi rend="it">Un amore del nostro tempo</hi>, Firenze 1965, p. 115), il cui signifi-<lb/>cato è però estravagante rispetto alla semantica tradizionale della parola in<lb/>inglese e in francese: «Negli stessi volti femminili non scorgevo se non una<lb/>cifra incomprensibile, gelosa, annodata su se medesima, custode d’egoismo,<lb/>perlomeno di... di seità». Che vuol dire qui<hi rend="it"> seità</hi>? sentimento vivo della pro-<lb/>pria personalità? eccessiva coscienza di sé? presunzione? sussiego? Se non si<lb/>vuol pensare a un riecheggiamento del ted.<hi rend="it"> Selbstheit</hi>, che ha anche queste<lb/>accezioni, sarà da ritenersi più probabilmente una innovazione (questa sì «in-<lb/>dividuale e personale») del Landolfi stesso.</p>
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