<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
    <teiHeader>
        <fileDesc>
            <titleStmt>
                <title>Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico</title>
                <author>
                    <name>Emidio</name>
                    <surname>Spinelli</surname>
                </author>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <authority>ILIESI-CNR</authority>
                <availability>
                    <p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p>
                </availability>
            </publicationStmt>
            <sourceDesc>
                <bibl>
                    <title level="m">Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico</title>
                    <author>Emidio Spinelli</author>
                    <title level="a">I Saggi</title>
                    <publisher>Lithos</publisher>
                    <editor/>
                    <pubPlace>Roma</pubPlace>
                    <idno type="isbn"/>
                    <biblScope>2005, pp. </biblScope>
                    <date/>
                </bibl>
            </sourceDesc>
        </fileDesc>
    </teiHeader>
   <text>
      <body>
         <pb n="114"></pb><p><hi rend="sc">Capitolo quinto</hi></p>
         <p>COMPRENSIONE FILOSOFICA E PRASSI COMUNICATIVA</p>
         <p>
            <lb/><hi rend="it">1. A mo’ di premessa</hi><lb/>
         </p>
         <p rend="start">Nelle scuole, nelle università o anche nei liberi dibattiti, ovunque nel-<lb/>l’agone del pensiero: sembra proprio difficile negare che, in ogni tempo e<lb/>luogo, la “filosofia” scettica - le virgolette sono d’obbligo - abbia goduto,<lb/>tranne qualche più o meno fortunata eccezione, di quella che potremmo<lb/>chiamare una ‘cattiva stampa’<seg type="anchor_note" n="1">1</seg>. Si tratta di un fatto, chiaramente attestato<lb/>sin dall’antichità: i cosiddetti filosofi dogmatici, infatti, hanno sfruttato<lb/>qualsiasi occasione non solo per cercare di rintuzzare gli attacchi - spesso<lb/>di una radicalità sorprendente e ancor oggi stimolante - portati alle loro<lb/>dottrine dalle due grandi famiglie dello scetticismo antico<seg type="anchor_note" n="2">2</seg>, ma anche per<lb/>rivolgere contro i loro infaticabili avversari accuse, che ai loro occhi do-<lb/>vevano suonare definitive, una sorta di <hi rend="it">requiem</hi> filosofico <hi rend="it">contra scepticos.<lb/></hi>Un simile atteggiamento trova senza dubbio il suo terreno più fertile in<lb/>campo morale, dove i dogmatici possono credere di aver stretto in un an-<lb/>golo gli scettici, condannandoli alla più completa inattività e dunque assi-<lb/>milandoli alla vuota, impalpabile esistenza di muti vegetali<seg type="anchor_note" n="3">3</seg>. Anche all’in-<lb/>terno di altri ambiti particolari, che noi oggi chiameremmo rispettivamen-<lb/>te epistemologia e filosofia del linguaggio, la critica dogmatica ritiene tut-<lb/>tavia di saper offrire argomenti, che dovrebbero costringere gli scettici ad<lb/>abdicare, ad abbandonare il campo, da una parte gettando la spugna di<lb/>fronte alla possibilità stessa di <hi rend="it">capire</hi> l’oggetto di una qualsivoglia discus-<lb/>sione filosofica e dall’altra rinunciando a ogni pretesa di <hi rend="it">parlare</hi> sensata-<lb/>mente, di formulare espressioni linguistiche coerenti rispetto alle proprie<lb/>decantate rinunce gnoseologiche.</p>
         <p rend="start">Prendendo spunto da tali forti obiezioni di fondo, in questo capitolo<lb/>tenterò brevemente di riproporre un quadro complessivo delle puntuali<lb/>contro-argomentazioni anti-dogmatiche rinvenibili al riguardo in alcuni<lb/>passi degli scritti di Sesto Empirico, il più fecondo e ricco autore scettico-<lb/>pirroniano a noi noto. L’obiettivo ultimo sarà quello di mostrare come non<lb/>sia affatto indispensabile il possesso di un <hi rend="it">set</hi> rigido e apparentemente in-<lb/>distruttibile di dottrine dogmatiche per poter garantire a ciascuno sia la<lb/>piena comprensibilità degli argomenti altrui sia la capacità di comunicare<lb/>a tutti l’universo ricco e variegato delle proprie sensazioni e affezioni.</p>
         <p rend="pb"><pb n="115" facs="Spinelli_115.jpg"/></p>
<lb/><p><hi rend="it">2. La legittimazione della ricerca scettica</hi></p>
         <p rend="start">C’è almeno un luogo nel <hi rend="it">corpus</hi> degli scritti di Sesto Empirico, che giu-<lb/>stifica in maniera coerente la capacità scettica di esercitare la propria ana-<lb/>lisi rispetto a qualsiasi oggetto d’indagine proposto e proponibile. Esami-<lb/>niamo allora in dettaglio questo luogo sestano, contestualizzandolo e indi-<lb/>viduandone le linee argomentative essenziali.</p>
         <p rend="start">Conformemente al piano compositivo illustrato nei paragrafi di apertu-<lb/>ra dei suoi <hi rend="it">Lineamenti pirroniani</hi> (cfr. <hi rend="it">PH </hi>I 5-6), all’inizio del secondo li-<lb/>bro di quest’opera programmatica, “un manuale e quasi un breviario dello<lb/>scetticismo”<seg type="anchor_note" n="4">4</seg>, Sesto si dedica alla trattazione dello <hi rend="it">eidikos logos,</hi> ovvero<lb/>del ragionamento specificamente rivolto alla demolizione delle opinioni<lb/>dogmatiche relative alle tre canoniche parti della “cosiddetta” filosofia: lo-<lb/>gica, fisica, etica.</p>
         <p rend="start">L’intero libro secondo dei <hi rend="it">Lineamenti</hi> è quindi dedicato all’esposizio-<lb/>ne critica di concetti che, con terminologia moderna, potremmo dire oscil-<lb/>lano fra l’epistemologia e la logica <hi rend="it">stricto sensu</hi> (nell’ordine: criterio, ve-<lb/>ro, verità, segno, dimostrazione, sillogismo, induzione, definizione, divi-<lb/>sione, sofisma). Prima di addentrarsi nell’analisi tecnica di tali nozioni<lb/>dogmatiche, però, Sesto sente l’esigenza di avanzare una precisazione in-<lb/>troduttiva, abbastanza forte e chiara da poter accompagnare implicitamen-<lb/>te l’intera trattazione antidogmatica<seg type="anchor_note" n="5">5</seg>.</p>
         <p rend="start">La presa di posizione sestana nasce dall’esigenza di difendersi da at-<lb/>tacchi anti-scettici costantemente ‘inventati’ dai filosofi rivali<seg type="anchor_note" n="6">6</seg>. L’accusa<lb/>che questi pensatori dogmatici muovono mira a chiudere assolutamente al-</p>
         <p>lo	scettico ogni spazio di indagine e ha una struttura dilemmatica<seg type="anchor_note" n="7">7</seg>:</p>
         <list type="unordered">
            <item>a. o lo scettico <hi rend="it">comprende</hi> a pieno le tesi dogmatiche che indaga;</item>
            <item>b. o egli <hi rend="it">non</hi> le <hi rend="it">comprende.</hi></item>
         </list>
         <p rend="start">Se vale (a), allora non si capisce perché egli dovrebbe sollevare aporie;<lb/>se invece vale (b) allora egli si autocondanna al silenzio, non potendo cer-<lb/>to esprimere alcunché di sensato su ciò che per definizione gli risulta in-<lb/>comprensibile.</p>
         <p rend="start">Questo tipo di obiezione ha probabilmente una lunga storia alle spalle<lb/>e affonda le radici in argomentazioni sofistiche contro la possibilità stessa<lb/>del ricercare<seg type="anchor_note" n="8">8</seg>. La difesa scettica - forse spia di un dibattito ancora attuale<lb/>all’epoca di Sesto, come lascerebbe supporre l’indicazione temporale<lb/>‘ora<hi rend="it">”/nyn</hi> di <hi rend="it">PH</hi> II 4 - richiama gli avversari dogmatici alla necessità di<lb/>non giocare in modo equivoco sul verbo “comprendere” (<hi rend="it">katalambano). A<lb/></hi>esso va infatti riconosciuto un duplice significato:</p>
          <p rend="pb"><pb n="116" facs="Spinelli_116.jpg"/></p>
          <list type="unordered">
<lb/> <item>1. uno ‘debole’, ovvero quello di “intendere semplicemente” (<hi rend="it">noein ha-<lb/>plos),</hi> senza compiere il passo ulteriore di inferire dal mero concetto di<lb/>qualcosa la sua effettiva sussistenza<seg type="anchor_note" n="9">9</seg>;</item>
            <item>2. l’altro forte, pronto ad asserire l’esistenza reale di ciò che è oggetto<lb/>del <hi rend="it">noein</hi> e subito identificato con la comprensione o <hi rend="it">katalepsis</hi> stoica, ov-<lb/>vero con il procedimento tecnico di concessione dell’assenso alla rappre-<lb/>sentazione comprensiva<seg type="anchor_note" n="10">10</seg>.</item>
         </list>
         <p rend="start">Sesto mostra cosa accade nella prassi argomentativa di <hi rend="it">tutti</hi> i dogmati-<lb/>ci, qualora essi si avvalgano del secondo dei significati appena ricordati<seg type="anchor_note" n="11">11</seg>.<lb/>Per raggiungere in modo più efficace il proprio obiettivo egli mette ipote-<lb/>ticamente di fronte a un rigoroso filosofo stoico alcuni dogmi fondamen-<lb/>tali dell’epicureismo (<hi rend="it">PH</hi> II 5), ovvero nell’ordine: divisibilità della so-<lb/>stanza o <hi rend="it">ousia</hi> materiale (in atomi e vuoto, si deve integrare); negazione<lb/>della provvidenza o <hi rend="it">pronoia;</hi> equazione bene/piacere<seg type="anchor_note" n="12">12</seg>. Con abile ritorsio-<lb/>ne polemica, la contro-obiezione sestana assume anch’essa struttura di-<lb/>lemmatica:</p>
         <list type="unordered">
            <item>- o lo stoico dice di comprendere in senso forte, ma allora deve conce-<lb/>dere effettiva sussistenza alle tesi epicuree (e ai loro referenti extra-<lb/>linguistici), abbattendo così gli stessi principi basilari del proprio in-<lb/>dirizzo di pensiero;</item>
            <item>- oppure non comprende affatto, restando con ciò tagliato fuori da ogni<lb/>possibile indagine, dalla praticabilità stessa del ricercare o <hi rend="it">zetein,</hi> pro-<lb/>positivo o polemico che sia.</item>
         </list>
         <p rend="start">L<hi rend="it">’impasse</hi> appena presentata, sovvertendo dalle fondamenta qualsiasi fi-<lb/>losofia dogmatica, viene inoltre assunta da Sesto come ‘solida’ prova <hi rend="it">e con-<lb/>trariis</hi> della bontà e legittimità del proprio indirizzo<seg type="anchor_note" n="13">13</seg>. La vana sottigliezza<lb/>dei dogmatici, del resto, viene smascherata anche attraverso una complessa<lb/>argomentazione, il cui esito indiretto è ancora una volta il rafforzamento del-<lb/>la filosofia efettica.</p>
         <p rend="start">Se infatti un qualsiasi dogmatico formula asserzioni forti e assolute su<lb/>un determinato oggetto x all’interno delle cose oscure <hi rend="it">(ta adela</hi>), si danno<lb/>due alternative:</p>
         <list type="unordered">
            <item>A. egli lo fa senza aver compreso <hi rend="it">x</hi> e in tal caso non merita fiducia al-<lb/>cuna (è <hi rend="it">apistos</hi>, dice Sesto in <hi rend="it">PH</hi> II 7);</item>
            <item>B. egli lo fa avendo compreso <hi rend="it">x</hi>, e qui di nuovo secondo due modalità<lb/>opposte<seg type="anchor_note" n="14">14</seg>, ovvero</item>
         </list>
         <p rend="start">B.1. in virtù di una comprensione fondata sull’evidenza immediata<seg type="anchor_note" n="15">15</seg>; in<lb/>tal caso, però - e qui sorge la contraddizione - da un lato x non dovrebbe<lb/>esser più considerato <hi rend="it">de iure</hi> un <hi rend="it">adelon,</hi> mentre <hi rend="it">de facto</hi> su di esso conti-<lb/>nua a sussistere l’indirimibile discordanza che avvolge le cose oscure<seg type="anchor_note" n="16">16</seg>;<lb/>
         </p>
            <p rend="pb"><pb n="117" facs="Spinelli_117.jpg"/></p>
       <p>B.2. in base a un’indagine, ma allora si va a cadere nel tropo del dial-<lb/>lele<seg type="anchor_note" n="17">17</seg>, in quanto per indagare <hi rend="it">x</hi> bisogna prima averlo compreso, mentre per<lb/>comprenderlo occorre averlo prima sottoposto a indagine.<lb/>
         </p>
         <p rend="start">Le obiezioni e le difficoltà fatte valere contro il senso forte di “com-<lb/>prensione”/“comprendere” svaniscono qualora questi termini vengano in-<lb/>tesi e applicati non tecnicamente, ma nel loro uso piano e debole di “sem-<lb/>plice nozione”, accessibile anche allo scettico in relazione a ciò che gli si<lb/>impone necessariamente dall’esterno con evidenza sensibile o intelligibi-<lb/>le<seg type="anchor_note" n="18">18</seg>. Concepire qualcosa, infatti, non implica automaticamente che quel<lb/>qualcosa esista<seg type="anchor_note" n="19">19</seg>. Tenendo fede al proprio ‘abito’ (una traduzione già in-<lb/>terpretante del sostantivo <hi rend="it">diathesis</hi>) e cedendo passivamente alla forza del-<lb/>le rappresentazioni legate all’apparenza fenomenica<seg type="anchor_note" n="20">20</seg>, lo scettico può dun-<lb/>que, senza cadere in contraddizione, formarsi la nozione di un oggetto <hi rend="it">x</hi> e<lb/>continuare legittimamente a indagarlo, un’attività invece del tutto preclu-<lb/>sa a chi, come il dogmatico, pretende di aver raggiunto una volta per tutte<lb/>la piena conoscenza di <hi rend="it">x</hi> stesso<seg type="anchor_note" n="21">21</seg>.</p>
         <p>
            <lb/><hi rend="it">3. Per una comunicazione efficace</hi><lb/>
         </p>
         <p rend="start">Ammettiamo pure che questa serrata argomentazione, fondata su di un<lb/>sottile e dialettico gioco di ritorsione polemica, possa essere risultata con-<lb/>vincente: lo scettico non è condannato a restare ebete di fronte alle tesi al-<lb/>trui, ma al contrario ha tutte le carte in regola per capirle e per afferrarne<lb/>anche le sfumature più recondite. Il suo non è tuttavia un distaccato e di-<lb/>sinteressato atto di teoretica contemplazione delle dottrine altrui. Al con-<lb/>trario, egli deve essere in grado non solo di comprendere, ma anche e so-<lb/>prattutto di sviluppare fino in fondo la forza o <hi rend="it">dynamis</hi> propria del suo<lb/>abito filosofico, ovvero quell’abilità che “consiste nel contrapporre in<lb/>qualsivoglia modo le cose che appaiono e quelle che vengono pensate; da<lb/>essa, a causa dell’ugual forza presente nei fatti e discorsi contrapposti,<lb/>giungiamo dapprima alla sospensione del giudizio, subito dopo all’imper-<lb/>turbabilità” (<hi rend="it">PH</hi> I 18). Per raggiungere questo obiettivo, che, lasciando bru-<lb/>ciare le tesi altrui o anche proprie nel fuoco di una dissonanza o <hi rend="it">diapho-<lb/>nia</hi> che non conosce limiti o confini, rappresenta la <hi rend="it">condicio sine qua non<lb/></hi>di una ricerca che si proclama infinita e però (o perciò?) capace di garan-<lb/>tire a chi la pratica una forma controllata e coerente di <hi rend="it">eudaimonia,</hi> oc-<lb/>corre tuttavia servirsi di uno strumento pericoloso e insieme potente: il<lb/>linguaggio<seg type="anchor_note" n="22">22</seg>. Ecco perché in più punti dei suoi scritti, ma ancora una vol-<lb/>ta soprattutto nel primo libro dei <hi rend="it">Lineamenti pirroniani,</hi> Sesto ritiene di<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="118" facs="Spinelli_118.jpg"/></p>
<p>dover giustificare senso e ambito di valore del parlare pirroniano, rispon-<lb/>dendo in modo accurato e quasi pedante alla domanda che, nell’illustrare<lb/>sin dall’inizio di quello scritto i punti fondamentali del <hi rend="it">logos</hi> generale re-<lb/>lativo alla propria “filosofia”, aveva programmaticamente posto a se stes-<lb/>so: “in qual senso accettiamo le affermazioni scettiche” (<hi rend="it">PH</hi> I 5).</p>
         <p rend="start">Alla delineazione di questa risposta viene dunque dedicata un’intera se-<lb/>zione dei <hi rend="it">Lineamenti,</hi> per l’esattezza <hi rend="it">PH</hi> I 187-209. In questi paragrafi<lb/>l’intento di Sesto è quello di fornire un’auto-analisi del campo d’azione le-<lb/>gittimo riconoscibile alle formule linguistiche pirroniane, già più volte uti-<lb/>lizzate ad esempio nel corso dell’esame della tropologia<seg type="anchor_note" n="23">23</seg>. Egli si sforza<lb/>pertanto di chiarire quali siano le cautele da adottare per costruire un cam-<lb/>po di strumenti capaci di esprimere in modo appropriato le nostre affezio-<lb/>ni, i nostri <hi rend="it">pathe</hi><seg type="anchor_note" n="24">24</seg>. Nel far questo da una parte egli cerca di non cadere nel-<lb/>la superba precipitazione o <hi rend="it">propeteia</hi> dei dogmatici e dall’altra di non as-<lb/>sumere alcuna posizione di a-dialogico silenzio<seg type="anchor_note" n="25">25</seg>. Ciò sarebbe del resto in<lb/>aperto contrasto con l’atteggiamento di ‘filantropica terapia’, di ‘profilas-<lb/>si teorica’ richiamato nella chiusa dei <hi rend="it">Lineamenti pirroniani</hi> ed esplicita-<lb/>mente fondato sulla formulazione di argomenti o <hi rend="it">logoi</hi> accuratamente ca-<lb/>librati a seconda del tasso di ‘intossicazione dogmatica’ da combattere<seg type="anchor_note" n="26">26</seg>.<lb/>Il passo implica un uso pragmaticamente ‘curativo’ del linguaggio e meri-<lb/>ta dunque di essere letto per esteso (<hi rend="it">PH</hi> III 280-281):</p>
         <p>(280) Lo scettico, essendo filantropo, intende curare con il ragionamento, nei<lb/>limiti del possibile, la vanità e la precipitazione dei dogmatici. Come dunque i me-<lb/>dici delle affezioni corporee possiedono rimedi diversi per potenza e fra questi<lb/>somministrano quelli forti a quelli che fortemente patiscono, quelli leggeri a co-<lb/>loro che (patiscono) in modo leggero, anche lo scettico presenta in tal modo ar-<lb/>gomenti diversi per forza, (281) e rispetto a coloro che sono malati di precipita-<lb/>zione grave usa quelli solidi e in grado di eliminare vigorosamente la malattia<lb/>dogmatica della vanità, quelli più leggeri, invece, rispetto a coloro che hanno la<lb/>malattia della vanità allo stadio superficiale e facile a guarirsi e in grado di esse-<lb/>re eliminata da argomentazioni persuasive di minor peso. Perciò colui che prende<lb/>le mosse dalla scepsi non esita, a bella posta, a proporre argomenti talora vigoro-<lb/>si quanto a persuasività, talora addirittura apparentemente alquanto fiacchi, poi-<lb/>ché spesso sufficienti, per lui, a raggiungere quanto si propone.</p>
         <p rend="start">Più in generale, del resto, anche a uno sguardo superficiale appare evi-<lb/>dente che le continue precisazioni riscontrabili nei <hi rend="it">Lineamenti</hi> (come an-<lb/>che in più punti degli scritti <hi rend="it">Adversus Mathematicos</hi>) circa la valenza e il<lb/>raggio d’azione degli usi terminologico-linguistici degli scettici sono frut-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="119" facs="Spinelli_119.jpg"/></p>
<p>to di un interesse serio e filosoficamente motivato da parte di Sesto. Ecco<lb/>perché sono convinto che le sue pratiche argomentative e confutatorie non<lb/>possono essere ‘bollate’ come meramente ironiche, né come insincere o<lb/>come assolutamente incoerenti, né condannate a restare “vani tentativi”<seg type="anchor_note" n="27">27</seg>.</p>
         <p rend="start">Vediamo allora di ripercorrere nelle sue linee teoriche generali lo sfor-<lb/>zo sestano di autogiustificazione linguistica<seg type="anchor_note" n="28">28</seg>. Ciò che si può escludere<lb/>immediatamente è qualsiasi possibile identificazione delle <hi rend="it">apophaseis</hi> o<lb/><hi rend="it">phonai</hi> scettiche con quel <hi rend="it">logos apophantikos</hi> di cui parla Aristotele (cfr.<lb/>soprattutto il cap. 4 del <hi rend="it">De interpretatione</hi>). Quest’ultimo è infatti un’e-<lb/>nunciazione dotata e dotabile di un valore di verità o falsità (cfr. ad es. <hi rend="it">de<lb/>int.</hi> 5, 17a2-3). Le ‘voci’ sestane, invece, sembrano semmai essere più vi-<lb/>cine a quei discorsi che lo stesso Aristotele definisce semplicemente ‘se-<lb/>mantici’, capaci sì di significare, ma né veri né falsi: ad es. la preghiera, la<lb/>domanda, l’esortazione e altri ‘atti linguistici’. Nonostante questo statuto<lb/>non veritativo, è forse possibile individuare un oggetto extra-linguistico<lb/>quale loro ‘referente’. Non si tratta della <hi rend="it">physis</hi> delle cose, luogo di imba-<lb/>razzo o <hi rend="it">aporia</hi> sul piano conoscitivo, quanto piuttosto ciò che a noi appa-<lb/>re o è per noi evidente/manifesto<seg type="anchor_note" n="29">29</seg>. E forse utile tentare di riassumere in<lb/>uno schema le relazioni reciprocamente ammissibili fra <hi rend="it">phonai,</hi> apparen-<lb/>ze e realtà (i punti interrogativi indicano che le connessioni fra due ele-<lb/>menti sono soggette a indagine e dunque ‘incerte’)<seg type="anchor_note" n="30">30</seg>:</p>
         <p rend="start">Dietro questo schema pare muoversi la consapevolezza della differenza<lb/>esistente fra un uso del linguaggio assolutamente semplice o comune <hi rend="it">(ha-<lb/>plos/koinos</hi>), che non carica mai i termini di valenze particolari, e uno inve-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="120" facs="Spinelli_120.jpg"/></p>
<p>ce ‘tecnico’, frutto della sottigliezza o<hi rend="it">periergia</hi> dogmatica e vincolato a una<lb/>ben precisa presa di posizione teoretica. Volendo essere ancora più chiari,<lb/>potremmo così descrivere tale differenza. Da una parte abbiamo il dogma-<lb/>tico, convinto che il linguaggio sia lo strumento grazie al quale enunciare<lb/>come stanno in realtà le cose (meglio: le cose oscure, <hi rend="it">ta adela</hi>), quale è la<lb/>loro essenza al di là del modo in cui esse appaiono a noi. Dall’altra c’è lo<lb/>scettico, per il quale appare problematica la conoscibilità stessa delle cose<lb/>oscure, sia diretta sia indiretta, ovvero tramite lo ‘svelamento’ che dovreb-<lb/>be esser consentito dai ‘segni indicativi’<seg type="anchor_note" n="31">31</seg>. Per questo egli non si pronuncia<lb/>sulla loro reale natura e perfino quando si serve di determinate ‘voci’ (indi-<lb/>spensabili ad esempio, come viene ricordato in <hi rend="it">PH</hi> I 187, per dare vigore<lb/>polemico ai tropi) non le carica di alcuna intenzionalità semanticamente on-<lb/>tologica. La funzione di tali <hi rend="it">phonai</hi> viene dunque ad essere rigorosamente<lb/>circoscritta: esse si limitano a indicare una disposizione e un’affezione in-<lb/>terne<seg type="anchor_note" n="32">32</seg>. Si rivelano insomma semplicemente ostensive di un fatto della no-<lb/>stra esperienza interna, della condizione per cui noi, nel momento in cui le<lb/>proferiamo verbalmente, mostriamo di essere affetti in quella certa maniera<lb/>e in quel preciso istante o <hi rend="it">nyn</hi> rispetto agli oggetti della nostra ricerca<seg type="anchor_note" n="33">33</seg>.</p>
         <p rend="start">E chiaro, dunque, che il linguaggio viene a perdere tutta la sua carica<lb/>ontologizzante. Non essendo più incentrato su giudizi di realtà, su asseve-<lb/>razioni dogmatiche circa l’essere o il non-essere delle cose, si sottrae al ri-<lb/>gido ‘governo’ dei principi logici di identità e non-contraddizione. Esso si<lb/>trasforma dunque in un semplice “annuncio (<hi rend="it">apaggelia</hi>) di un’affezione<lb/>umana, ovvero di ciò che appare a chi la prova” <hi rend="it">(PH</hi> I 203), di un’impres-<lb/>sione sensibile o intellettiva, registrata, in tutta la sua forza persuasiva, me-<lb/>diante l’apparato espressivo di una “voce” o <hi rend="it">phone</hi><seg type="anchor_note" n="34">34</seg>. Nel caso dello scet-<lb/>tico, insomma, come è stato scritto giustamente, “il suo discorso (parola o<lb/>pensiero discorsivo) non gli appartiene più: egli non dice niente <hi rend="it">su</hi> qua-<lb/>lunque cosa ci sia, egli lascia che le cose si dicano attraverso di lui, egli<lb/>presta la sua voce ai fenomeni ‘senza riflessione né deliberazione’”<seg type="anchor_note" n="35">35</seg>.</p>
         <p rend="start">L’insieme delle considerazioni fin qui avanzate offre le coordinate più<lb/>adeguate per comprendere l’atteggiamento di testimone, quasi di “croni-<lb/>sta”, che Sesto rivendica come caratteristico del pirroniano e che viene<lb/>esplicitamente enunciato sin dal § 4 del primo libro dei <hi rend="it">Lineamenti</hi>:</p>
         <p>"A ragione, dunque, le fondamentali filosofie sembrano essere tre: dogmatica<lb/>accademica scettica. Mentre converrà ad altri parlare di quelle (due), delfindiriz-<lb/>zo scettico daremo noi al momento presente una delineazione sommaria, dopo<lb/>aver fatto questa premessa: riguardo a nessuna delle cose che saranno dette stabi-<lb/>liremo in modo dogmatico che essa sta esattamente così come ne parliamo, ma ri-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="121" facs="Spinelli_121.jpg"/></p>
<lb/><p>guardo a ciascuna forniremo un resoconto, secondo quanto ora ci appare, in virtù<lb/>di un’esperienza personale".</p>
         <p rend="start">La ricetta linguistica ed espressiva proposta da Sesto sembra descrive-<lb/>re una situazione di <hi rend="it">passività</hi> nei confronti delle apparenze, legata in mo-<lb/>do inscindibile alle condizioni soggettive in cui si verifica e senza la pre-<lb/>tesa di porsi su di un piano di validità assoluta. Tale ‘situazione psicolo-<lb/>gica’ di partenza condiziona anche il momento della ostensione linguisti-<lb/>ca delle affezioni umane. Sesto, infatti, riconosce senza difficoltà la man-<lb/>canza di rigore e proprietà assoluti delle <hi rend="it">phonai</hi> scettiche. Esse si trovano<lb/>a essere valide solo relativamente al particolare modo in cui viene usato il<lb/>linguaggio all’interno dello scetticismo stesso (al riguardo cfr. soprattutto<lb/><hi rend="it">PH</hi> I 207). Di conseguenza, avendo privato le proprie <hi rend="it">voces</hi> di ogni refe-<lb/>renzialità ontologica, lo scettico si conserva immune da ogni vano dispu-<lb/>tare intorno alle parole, da ogni deleterio <hi rend="it">phonomachein</hi> (come ribadito in<lb/><hi rend="it">PH</hi> I 195 e 207). Tutte le espressioni verbali sono infatti per lui sullo stes-<lb/>so piano. Non c’è alcun termine o discorso che possa dirsi più vero di un<lb/>altro, secondo una perfetta applicazione della prima <hi rend="it">phone</hi> analizzata da<lb/>Sesto: <hi rend="it">ou mallon,</hi> da intendere, al pari di ogni altra, “indifferentemente”<lb/><hi rend="it">(adiaphoros)</hi> e “impropriamente” (<hi rend="it">katachrestikos</hi>)<seg type="anchor_note" n="36">36</seg>. Il pirroniano rinun-<lb/>cia insomma alla possibilità di giudicare della corrispondenza linguag-<lb/>gio/realtà, mentre accetta “il semplice dire qualcosa” <hi rend="it">(to haplos legein ti),</hi></p>
         <p rend="start">il	non-filosofico (forse meglio: pre-filosofico<seg type="anchor_note" n="37">37</seg>) e non dogmatico uso de-<lb/>gli strumenti comunicativi, equivalente al comune annunciare/riferire/rac-<lb/>contare lo <hi rend="it">status</hi> delle proprie affezioni.</p>
         <p rend="start">Riprendendo alcuni spunti chiaramente evidenziati da Sesto già in <hi rend="it">PH<lb/></hi>I 13ss., potremmo allora ribadire che le <hi rend="it">phonai</hi> scettiche non hanno alcun<lb/>valore di verità, né vengono pronunciate “come effettivamente sussistenti<lb/>in senso assoluto”. Tutta la loro forza consiste nella funzione di dare una<lb/>veste linguistica a un meccanismo passivo di ricezione/impressione/tra-<lb/>smissione del fenomeno o meglio della sua <hi rend="it">phantasia</hi><seg type="anchor_note" n="38">38</seg>. Se è così, però,<lb/>sembra cadere anche l’accusa di auto-contraddittorietà spesso elevata con-<lb/>tro i pirroniani. Non rientrando infatti le loro <hi rend="it">phonai</hi> nell’ambito di una<lb/>‘semantica ontologica’, essi si sentono coerentemente legittimati a gettar-<lb/>le fra “le rovine di un incendio al quale lo scetticismo non può né vuole<lb/>sfuggire”<seg type="anchor_note" n="39">39</seg>. La metafora dei purganti cui ricorre Sesto in <hi rend="it">PH</hi> I 206 è, co-<lb/>me spesso accade, ancora più efficace<seg type="anchor_note" n="40">40</seg>:</p>
         <p>Riguardo a tutte le espressioni scettiche, infatti, occorre presupporre questo,<lb/>che non formuliamo asserzioni dogmatiche sul fatto che siano assolutamente vere,<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="122" facs="Spinelli_122.jpg"/></p>
<p>poiché invero sosteniamo che possono distruggersi addirittura da sé, eliminando se<lb/>stesse insieme a quelle cose di cui si dicono, come i purganti, fra i farmaci, non so-</p>
         <p>lo	espellono dal corpo gli umori, ma eliminano anche se stessi insieme agli umori.</p>
         <p rend="start">Sesto si compiace non solo di riproporla, ma anche di arricchirla ulte-<lb/>riormente nel paragrafo conclusivo del secondo libro del <hi rend="it">Contro i logici,<lb/></hi>grazie all’immagine del fuoco che consuma se stesso e soprattutto alla for-<lb/>tunata metafora della scala<seg type="anchor_note" n="41">41</seg>. Essa <hi rend="it">mostra,</hi> non <hi rend="it">dimostra,</hi> la prassi argo-<lb/>mentativa e linguistica degli scettici meglio di qualsiasi articolata parafra-<lb/>si e dunque merita di essere citata per esteso (<hi rend="it">M </hi>VIII 481):</p>
         <p>"e di nuovo, come non è impossibile che chi è salito verso un luogo elevato per<lb/>mezzo di una scala rovesci con il piede la scala dopo l’ascesa, così non è invero-<lb/>simile che lo scettico, arrivato a stabilire il proprio argomento per mezzo di una<lb/>scaletta, ovvero di un discorso che mostra che non esiste dimostrazione, proprio<lb/>allora distrugga anche questo stesso discorso".</p>
         <p>
            <lb/><hi rend="it">4. Le voci scettiche</hi><lb/>
         </p>
         <p rend="start">Dopo aver esposto le linee generali dell’unica forma ammissibile di ‘fi-<lb/>losofia del linguaggio’ scettico, credo sia opportuno fornire alcune preci-<lb/>sazioni su singoli elementi di dettaglio, che emergono a proposito delle va-<lb/>rie <hi rend="it">phonai</hi> prese in considerazione da Sesto e che rendono conclusivamen-<lb/>te ancor più chiaro, nella prassi dell’uso linguistico quotidiano da lui ac-<lb/>colto, l’obiettivo di fondo perseguito nella difesa di un ‘parlar chiaro’ ge-<lb/>nuinamente pirroniano. Tenterò di restare in questo caso il più aderente e<lb/>fedele possibile al testo della già citata, ricca sezione dei <hi rend="it">Lineamenti</hi> dedi-<lb/>cata alle <hi rend="it">voces</hi> scettiche (<hi rend="it">PH </hi>I 187-209), proponendo un elenco articolato<lb/>di queste ultime, di volta in volta arricchito da una sorta di necessaria-<lb/>mente sintetico, ma essenziale <hi rend="it">running commentary.</hi></p>
         <p>
            <lb/>
               
                  <lb/><hi rend="it">4.1</hi> “non più” (<hi rend="it">PH </hi>I 188-191)<seg type="anchor_note" n="42">42</seg> - Innanzi tutto viene ribadita l’unicità<lb/>d’uso delle espressioni “non più” e “nulla di più”. I pirro ni ani le impiega-<lb/>no indifferentemente e non, come vorrebbero alcuni, selettivamente a se-<lb/>conda che abbiano a che fare con indagini specifiche o generiche. Sesto<lb/>avanza quindi alcune osservazioni sia sulla forma che sul contenuto o me-<lb/>glio referente di tale “voce”<seg type="anchor_note" n="43">43</seg>.<lb/>
               </p>
            <lb/>
         
         <p rend="start">Sul piano della forma <hi rend="it">ou mallon</hi> ha evidente valore ellittico, poiché sta<lb/>per “non più (questo che quello e viceversa)”. Essa è stata inoltre espressa<lb/>in modo diverso e interscambiabile: o come mera asserzione o quale vera<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="123" facs="Spinelli_123.jpg"/></p>
<p>e propria domanda<seg type="anchor_note" n="44">44</seg>. Quest’ultima pare in ogni caso la scelta prevalente<lb/>nell’uso linguistico comune, filtrato attraverso testimonianze letterarie<seg type="anchor_note" n="45">45</seg>.</p>
         <p rend="start">Sul piano del contenuto, questa <hi rend="it">phone</hi> si limita a formulare tramite se-<lb/>gni linguistici il <hi rend="it">pathos</hi> generato dalla ugual forza o <hi rend="it">isostheneia</hi> di <hi rend="it">logoi</hi> o<lb/><hi rend="it">pragmata</hi> contrapposti<seg type="anchor_note" n="46">46</seg>. Essa ha solo la veste esteriore di un’asserzione o<lb/>di una negazione, ma in realtà viene utilizzata dai pirroniani “impropria-<lb/>mente” (<hi rend="it">katachrestikos</hi>). Non va infatti dimenticato che “il linguaggio sem-<lb/>plicemente non ha alcuna forma di espressione che indichi la mera espe-<lb/>rienza di un <hi rend="it">pathos,</hi> senza formulare un’asserzione riguardo a esso, quanto<lb/>meno non a un livello più complesso dell’interiezione”<seg type="anchor_note" n="47">47</seg>.</p>
         <p>
            <lb/>
               <lb/>
                  <lb/><hi rend="it">4.2</hi> Il ‘non dire’ o <hi rend="it">aphasia (PH </hi>I 192-193) - Coerentemente con le scel-<lb/>te di fondo del proprio ‘semplice dire’ Sesto intende <hi rend="it">phasis</hi> non nel suo si-<lb/>gnificato tecnico (<hi rend="it">idios</hi>) di proposizione unicamente affermativa, quanto<lb/>piuttosto nell’accezione comune (<hi rend="it">koinos</hi>) di <hi rend="it">vox</hi> neutra, capace tanto di af-<lb/>fermare quanto di negare (secondo una prassi già attestata in Aristotele). Il<lb/>rifiuto della <hi rend="it">phasis</hi> passa linguisticamente attraverso un <hi rend="it">propheresthai</hi> ben<lb/>più debole del tecnico <hi rend="it">legein<seg type="anchor_note" n="48">48</seg>S.</hi> Né vale nel caso delle affezioni necessarie,<lb/>rispetto alle quali è inevitabile assentire e dunque pronunciare un sì o un<lb/>no. Esso diviene dunque un efficace strumento per render manifesto il<lb/><hi rend="it">pathos</hi> soggettivo e momentaneo dello scettico<seg type="anchor_note" n="49">49</seg>, ma resta circoscritto al<lb/>campo delle cose oscure su cui invece pretendono di affermare e negare in<lb/>modo risoluto e assoluto i dogmatici. Sesto aggiunge infine che non è la<lb/>natura delle cose a determinare l'<hi rend="it">aphasia.</hi> È probabile che questa precisa-<lb/>zione abbia la funzione di differenziare la prassi neo-pirroniana dall’origi-<lb/>naria posizione di ‘indifferentismo ontologico’ e di conseguente, estrema<lb/>coerenza linguistica e morale di Pirrone<seg type="anchor_note" n="50">50</seg>.<lb/>
                  <lb/><hi rend="it"> 4.3 </hi>“forse” <hi rend="it">(PH </hi>I 194-195) - Alle ‘voci’ esplicitamente citate in questi<lb/>paragrafi è verosimile aggiungere anche l’avverbio <hi rend="it">isos,</hi> che svolge la me-<lb/>desima funzione: quella di svuotare il linguaggio scettico di qualsiasi co-<lb/>loritura dogmatica, soprattutto nel senso di una recisa negazione<seg type="anchor_note" n="51">51</seg>. Sesto<lb/>ribadisce in primo luogo il carattere ellittico delle espressioni in esame,<lb/>impiegate per amor di brevità, indifferentemente (<hi rend="it">adiaphoros</hi>) e senza sol-<lb/>levare questioni in merito alla loro presunta corrispondenza con la natura<lb/>degli stati di fatto enunciati<seg type="anchor_note" n="52">52</seg>. Egli le collega direttamente all’<hi rend="it">aphasia,</hi> re-<lb/>sa manifesta (torna il verbo <hi rend="it">deloo)</hi> dal fatto che esse lasciano costante-<lb/>mente impregiudicata l’opzione definitiva (esemplificata da un verbo tutto<lb/>dogmatico: <hi rend="it">diabebaiousthai</hi>) per il sì o per il no.<lb/>
                  <lb/><hi rend="it">4.4</hi> “Sospendo il giudizio”/<hi rend="it">epecho (PH </hi>I 196) - La spiegazione propo-<lb/>sta richiama, e può essere utilmente integrata con, le precisazioni sul <hi rend="it">ti esti<lb/></hi>dello scetticismo contenute in <hi rend="it">PH </hi>I 8-10. Al di là di qualsiasi ulteriore os-</p>
                  <p rend="pb"><pb n="124" facs="Spinelli_124.jpg"/></p>
<p>servazione teorica o storica, impossibile in questa sede, su questa, che è<lb/>quasi la bandiera e comunque una delle parole d’ordine degli scetticismi<lb/>antichi, accademico come anche pirroniano, mi limito a sottolineare lo<lb/>sforzo sestano di sottrarre anche l’aggettivo <hi rend="it">isos</hi> al <hi rend="it">diabebaiousthai</hi> dog-<lb/>matico, per legarlo invece all’ apparenza fenomenica determinata dagli ine-<lb/>vitabili impulsi sensibili, poiché “se poi sono uguali [<hi rend="it">scil.:</hi> le cose ovvero<lb/><hi rend="it">ta pragmata</hi>], non lo asseriamo in modo dogmatico: riguardo a esse, in-<lb/>fatti, diciamo ciò che ci appare nel momento in cui ci colpiscono”.<lb/>
                  <lb/><hi rend="it">4.5</hi> “nulla definisco” <hi rend="it">(PH </hi>I 197)<seg type="anchor_note" n="53">53</seg> - Anche questa <hi rend="it">phone</hi> svela (cfr. nuo-<lb/>vamente l’occorrenza di <hi rend="it">delotike</hi>) semplicemente un <hi rend="it">pathos.</hi> Lungi dall’es-<lb/>sere una spia di ‘disonestà’ o ‘codardia’ intellettuale, essa si limita a dare<lb/>veste linguistica alla condizione di stallo conoscitivo in cui si trova lo scet-<lb/>tico di fronte a ciò che ricade nell’ambito di <hi rend="it">ta adela</hi><seg type="anchor_note" n="54">54</seg>. Egli agisce ben di-<lb/>versamente dai dogmatici. Questi ultimi, infatti, posti nella medesima si-<lb/>tuazione, si lasciano precipitosamente andare all’assenso e costruiscono ri-<lb/>gide presupposizioni teoretiche, fino a cristallizzarle in un corpo di defini-<lb/>zioni<seg type="anchor_note" n="55">55</seg>. Il pirroniano invece - pur con le consuete riserve, testimoniate in<lb/>questo caso dall’occorrenza del tecnico <hi rend="it">tacha</hi> - è addirittura pronto a ren-<lb/>dere auto-referenziale la stessa espressione “nulla definisco”<seg type="anchor_note" n="56">56</seg>.<lb/>
                  <lb/><pb n="4.6"/> “tutte le cose sono indeterminate” (<hi rend="it">PH </hi>I 198-199); “tutte le cose so-<lb/>no incomprensibili (<hi rend="it">PH</hi> I 200); “non comprendo”, “non intendo” (<hi rend="it">PH</hi> I<lb/>201) - Anche qui valgono alcune precisazioni e norme d’uso più volte ri-<lb/>cordate. Prima di tutto viene fornita una sorta di avvertenza preliminare, di<lb/><hi rend="it">caveat</hi> onnipresente, che dovrebbe accompagnare il lettore delle pagine<lb/>scettiche sempre e comunque, evitandogli ogni possibile fraintendimento.<lb/>Mi riferisco alla cautela linguistica, in virtù della quale viene stabilita l’im-<lb/>mediata traducibilità/interscambiabilità di <hi rend="it">esti</hi> con <hi rend="it">phainetai</hi><seg type="anchor_note" n="51">51</seg>, più volte<lb/>reiterata nel <hi rend="it">corpus</hi> sestano<seg type="anchor_note" n="58">58</seg>. Sesto aggiunge quindi l’ulteriore precisa-<lb/>zione, per cui affermazioni come quelle esaminate in questi paragrafi, lun-<lb/>gi dall’assumere valore categorico e universale, non si estendono indistin-<lb/>tamente a <hi rend="it">tutte</hi> le cose, ma solo a quelle non evidenti indagate dai dogma-<lb/>tici<seg type="anchor_note" n="59">59</seg>. Sono queste ultime, infatti, che si sottraggono a qualsiasi possibile<lb/>determinazione epistemologica<seg type="anchor_note" n="60">60</seg> o comprensione, in quanto rispetto a es-<lb/>se sussistono opinioni, posizioni, fors’anche apparenze di ugual forza per-<lb/>suasiva e in conflitto indirimibile. Il risultato di questa purificazione onto-<lb/>logica del linguaggio è brevemente richiamato in <hi rend="it">PH</hi> I 201 e più analiti-<lb/>camente presentato in <hi rend="it">PH</hi> I 200, che forse conviene leggere per esteso:<lb/>
               </p>
            <lb/>
         <lb/>
         <p>In questo modo ci comportiamo anche quando diciamo ‘tutte le cose sono in-<lb/>comprensibili’; e infatti intendiamo ‘tutte’ alla stessa maniera e inseriamo a com-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="125" facs="Spinelli_125.jpg"/></p>
<p>pletamento ‘a me’, cosicché questo è ciò che vien detto: ‘tutte le cose, quante al-<lb/>meno ne analizzai tra quelle non evidenti indagate dogmaticamente, mi appaio-<lb/>no incomprensibili’. Questo modo di parlare, però, è proprio non di colui che si<lb/>dichiara convinto del fatto che le cose indagate dai dogmatici sono di natura tale<lb/>da essere incomprensibili, ma di chi annuncia la propria, personale affezione, ‘in<lb/>base alla quale - sostiene - penso di non aver compreso, io — fino a questo mo-<lb/>mento -, nessuna di quelle cose, a causa dell’ugual forza di ciò che a loro si op-<lb/>pone’61. Perciò anche tutte le obiezioni avanzate per farci cadere in contraddizio-<lb/>ne mi sembra che stonino di fronte alle cose da noi presentate a mo’ di annuncio.</p>
         <p rend="start">La chiusa del paragrafo rispedisce dunque al mittente le accuse di au-<lb/>tocontraddittorietà mosse da più parti contro il già ricordato atteggiamen-<lb/>to da ‘cronista’ dello scettico<seg type="anchor_note" n="62">62</seg>. In aperta e consapevole polemica con qual-<lb/>siasi forma di dogmatismo negativo, Sesto ribadisce che il ‘dire’ pirronia-<lb/>no si svolge in uno spazio di tempo definito e limitato<seg type="anchor_note" n="63">63</seg> e si trasforma in<lb/>un ‘trasparente’ annuncio di affezioni soggettivamente sperimentate.</p>
         <p>
            <lb/>
              
                  <lb/><hi rend="it">4.7</hi> “a ogni discorso...” (<hi rend="it">PH</hi> I 202-205) - Il <hi rend="it">logos</hi> di cui qui si tratta è<lb/>rappresentato da qualsivoglia asserzione dogmatica sulla natura delle cose<lb/>oscure. Come è stato opportunamente osservato, “questa sezione mostra<lb/>che gli ‘argomenti’ che Sesto ha in mente non sono solo argomenti dedut-<lb/>tivi, con premesse e una conclusione che logicamente segue dalle premes-<lb/>se, ma qualsivoglia tipo di considerazioni che vengono addotte a supporto<lb/>di un’affermazione circa il mondo esterno”<seg type="anchor_note" n="64">64</seg>.<lb/>
               <lb/>
            
         </p>
         <p rend="start">L’esposizione di una tale antilogia discorsiva, assimilata anch’essa a<lb/>una forma di annuncio della propria affezione interna, è fatta in modo tal-<lb/>mente ‘improprio’ o <hi rend="it">katachrestikos</hi> da poter assumere diversa veste gram-<lb/>maticale. “Alcuni”, infatti (difficile dire una parola definitiva sulla loro<lb/>possibile identità), preferiscono ricorrere allo iussivo “è da contrappor-<lb/>si<hi rend="it">’’/antikeisthai,</hi> da equiparare al congiuntivo esortativo “contrapponia-<lb/>mo"/<hi rend="it">antithomen,</hi> volendo con ciò quasi dare valore prescrittivo alla for-<lb/>mula<seg type="anchor_note" n="65">65</seg>. Il loro obiettivo ultimo pare quello di rafforzare la genuina ‘effica-<lb/>cia antitetica’ o <hi rend="it">dynamis antithetike</hi> dello scettico, di rinsaldarne l’abito di<lb/>contro alla precipitazione dogmatica, affinché egli sappia mantenersi saldo<lb/>nella prassi sospensiva e conquistare così la conseguente imperturbabilità<lb/>o <hi rend="it">ataraxia.</hi></p>
         <p rend="start">Comunque sia delle opzioni grammaticali attraverso cui è possibile<lb/>enunciare tale “slogan”, pare possibile trarre dal suo uso una conclusione<lb/>di carattere generale<seg type="anchor_note" n="66">66</seg>. L’attività antilogica dello scettico trova la propria<lb/>ragion d’essere nell’opposizione di <hi rend="it">logoi</hi> o opinioni dogmatiche su ciò che<lb/>è oscuro, che non sono ai suoi occhi, per usare terminologia aristotelica,<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="126" facs="Spinelli_126.jpg"/></p>
<p>né contraddittorie né contrarie. Non sono contraddittorie, perché ciò lo co-<lb/>stringerebbe a dichiararne una necessariamente vera e l’altra necessaria-<lb/>mente falsa. Né sono tuttavia contrarie (tali insomma da non poter essere<lb/>entrambe vere, ma entrambe false sì), poiché l’impossibilità più volte ri-<lb/>badita di cogliere la vera natura di <hi rend="it">ta adela</hi> impedisce anche di dichiarar-<lb/>ne la contemporanea falsità. L’unica via che resta aperta allo scettico ap-<lb/>pare dunque quella di non suppore nulla di vero né di falso “nelle cose opi-<lb/>nabili”<seg type="anchor_note" n="67">67</seg>. Si tratterebbe in tal senso di un’applicazione ‘debole’ della dia-<lb/>lettica in senso aristotelico, la quale aveva la sua funzione forse decisiva o<lb/>‘forte’ nell’essere “utile in rapporto alle scienze filosofiche, perché, se sa-<lb/>remo capaci di sviluppare le aporie in entrambe le direzioni, scorgeremo<lb/>più facilmente in ciascuna il vero ed il falso”<seg type="anchor_note" n="68">68</seg>. Lo scettico sembra accet-<lb/>tare questa prescrizione aristotelica solo in parte, ovvero solo fino al gio-<lb/>co sottile di sollevare o scoprire aporie, senza tuttavia compiere il passo ul-<lb/>teriore dell’attribuzione di verità a una delle opinioni opposte. Pur non es-<lb/>sendo una pianta o uno stupido vegetale, dunque, egli riesce probabilmen-<lb/>te a sfuggire alla confutazione del cap. 4 del quarto libro della <hi rend="it">Metafisica.<lb/></hi>Qualsiasi espressione linguistica usi, infatti, egli non intende “significare<lb/>qualcosa di qualcos’altro”, né teorizzare una semantica ontologica, perché<lb/>si accontenta di sperimentare l'ugual forza o <hi rend="it">isostheneia</hi> dei <hi rend="it">logoi</hi> con-<lb/>trapposti, così “uguali” nella loro credibilità da generare equilibrio (l'<hi rend="it">arre-<lb/>psia:</hi> cfr. <hi rend="it">PH </hi>I 190).</p>
         <p rend="end">In conclusione, quindi, credo che anche quest’ultima considerazione -</p>
         <p>
            <lb/>come e forse più delle altre avanzate in precedenza - consenta di con-<lb/>venire con Montaigne (<hi rend="it">Saggi</hi> II, 12), il quale notava giustamente come gli<lb/>scettici “avrebbero] bisogno di un linguaggio nuovo”, di un’altra forma<lb/>del dire, soprattutto perché essa deve rispondere a <hi rend="it">un’altra logica,</hi> a quel-<lb/>la che paradossalmente e forse quasi provocatoriamente si potrebbe chia-<lb/>mare una “logica a-logica”<seg type="anchor_note" n="69">69</seg>.<lb/>
            </p>
         
         <p rend="pb"><pb n="127" facs="Spinelli_127.jpg"/></p>
<lb/><p>NOTE</p>
         <p><seg type="endnote" n="1">1. È una notazione che vale già e soprattutto per Pirrone: cfr. al riguardo anche <hi rend="it">infra,<lb/></hi>cap. VI, n. 13. Fra le eccezioni di filosofi, pur dogmatici, che tuttavia hanno assegnato un<lb/>molo non unicamente negativo alla sfida scettica credo non si possa tacere la figura di He-<lb/>gel: per un primo orientamento bibliografico al riguardo si veda <hi rend="it">supra,</hi> cap. I, n. 1.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="2">2. Per un primo confronto, tematico e bibliografico, su queste due forme antiche di scet-<lb/>ticismo cfr. ancora <hi rend="it">supra,</hi> cap. I.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="3">3. Sull’accusa dogmatica di <hi rend="it">apraxia/anenergesia</hi> e sulla coerente risposta scettica cfr.<lb/><hi rend="it">infra,</hi> cap. VI.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="4">4. Dal Pra 1975(2), p. 467.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="5">5. Brunschwig 1994c, p. 227 parla di “vitale questione preliminare”. Va notato in ogni<lb/>caso che si tratta di un <hi rend="it">caveat</hi> richiamato <hi rend="it">una tantum</hi> e non di una affermazione tanto per-<lb/>sistente, ma infondata, di cui incoerentemente non vi sarebbe poi traccia in altri punti del-<lb/>l’opera (come sembrano invece sostenere Annas-Barnes 2000, p. 67, n. 2).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="6">6. In questo caso essi sono verosimilmente da identificare con filosofi stoici. È quanto<lb/>lascia supporre sia la significativa occorrenza del verbo <hi rend="it">thrylo</hi> (per il cui valore tecnico cfr.<lb/>soprattutto <hi rend="it">Μ</hi> XI 109, con relativo commento e ulteriori rinvii in Spinelli 1995, p. 286), sia<lb/>la presenza in <hi rend="it">PH</hi> II 3 di due esempi di dottrine logiche quasi certamente elaborate in am-<lb/>bito stoico: l’argomento per sottrazione e il teorema a due premesse complesse. Sulla pro-<lb/>babile struttura del primo cfr. almeno Bury 1933, p. 150, n. c; Annas-Barnes 2000, p. 67,<lb/>n. 4; Mates 1996, p. 265; su quella del secondo gettano utilmente luce non solo il rinvio ad<lb/>altri passi (sestani e non: <hi rend="it">PH</hi> II 202; <hi rend="it">Μ</hi> VIII 440-442; Gal. <hi rend="it">inst. log.</hi> VII 1; Orig. <hi rend="it">contra<lb/>Celsum</hi> VII 15), ma soprattutto le osservazioni di Mates 1953, p. 136; Frede 1974, p. 182;<lb/>Mignucci 1993, pp. 230ss. e Bobzien 1996, p. 169.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="7">7. Cfr. rispettivamente: <hi rend="it">oudamos</hi> nella chiusa di <hi rend="it">PH</hi> II 3 e per la struttura del <hi rend="it">logos</hi> se-<lb/>stano Pappenheim 1881, p. 97; Mates 1996, pp. 24-25.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="8">8. Al riguardo cfr. già le testimonianze di Platone <hi rend="it">(Men.</hi> 80d-e) e di Aristotele <hi rend="it">(an. post.<lb/></hi>I, 1, 71a29). Per la permanente attualità della questione in età ellenistica e post-ellenistica<lb/>cfr. paradigmaticamente il fr. 215f Sandbach di Plutarco. Va inoltre ricordato che Sesto di-<lb/>scute un’obiezione analoga - affiancandole una seconda soluzione, diversa e forse incom-<lb/>patibile secondo Brunschwig (1994c, sp. p. 227) - anche in un altro passo, ovvero <hi rend="it">M</hi> VIII<lb/>337ss., su cui per un primo orientamento rinvio a Spinelli 2000a, pp. 49-50; cfr. infine an-<lb/>che <hi rend="it">PH</hi> III 268; frr. 1182s. Hülser e Decleva Caizzi 1992a, pp. 281ss.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="9">9. Sul rifiuto di tale “’implicazione ontologica’” cfr. soprattutto Brunschwig 1994c, p. 228.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="10">10. La sua definizione nella seconda parte di <hi rend="it">PH</hi> II 4 può essere utilmente accostata e<lb/>confrontata con altri passi, sestani (ad es. <hi rend="it">M</hi> VII 248=fr. 333 Hülser; 402, 426; XI 183=fr.<lb/>336 Hülser) e non (DL VII 46 e Cic. <hi rend="it">Luc.</hi> 77-78). Per un primo esame della sua funzione<lb/>nell’ambito della dottrina stoica della conoscenza cfr. Annas 1990 e Ioppolo 1990.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="11">11. Per il valore da attribuire all’espressione <hi rend="it">en toi logoi, PH</hi> II4, cfr. Pappenheim 1881,<lb/>p. 98. Si noti inoltre la presenza della <hi rend="it">vox</hi> tecnica <hi rend="it">tacha,</hi> che testimonia del consueto abito<lb/>derivante dalla cautela linguistica pirroniana.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="12">12. Cfr. rispettivamente: <hi rend="it">PH</hi> III 2 (per il valore da attribuire a <hi rend="it">ousia</hi>,<hi rend="it"> contra</hi> si veda tut-<lb/>tavia Pappenheim 1881, p. 99); <hi rend="it">PH </hi>I 151, nonché <hi rend="it">PH </hi>III 219; 181, oltre a<hi rend="it">M</hi> XI 73; 77.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="13">13. In <hi rend="it">PH</hi> II 6, oltre al verbo <hi rend="it">sygcheo,</hi> che ricorre costantemente nel <hi rend="it">corpus</hi> sestano per<lb/>indicare uno sconvolgimento radicale (per i passi si veda Janáček 2000, <hi rend="it">s.v.),</hi> si noti anche</seg></p>
          <p rend="pb"><pb n="128" facs="Spinelli_128.jpg"/></p>
          <p><seg type="endnote" n="13">l’occorrenza del verbo <hi rend="it">lerein,</hi> sempre impiegato in Sesto, al pari dei suoi <hi rend="it">cognati,</hi> per bol-<lb/>lare il vano chiacchiericcio dei dogmatici: cfr. anche <hi rend="it">PH</hi> II 251 e III 122.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="14">14. Cfr. al riguardo lo schema dei due tropi: <hi rend="it">PH </hi>I 178-179, su cui si veda anche Barnes<lb/>1990c.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="15">15. Su questa particolare modalità di conoscenza o <hi rend="it">noesis,</hi> qui linguisticamente segnala-<lb/>ta tramite l’avverbio <hi rend="it">periptotikos</hi> (<hi rend="it">PH</hi> II 8; nei passi citati successivamente occorrono in-<lb/>vece l’aggettivo corrispondente o il sostantivo <hi rend="it">periptosis),</hi> cfr. almeno <hi rend="it">Μ</hi> VIII 56ss.; IX<lb/>393ss.; XI 250ss.; <hi rend="it">M</hi> I 25; III 40ss., nonché Pappenheim 1881, p. 100; per alcune conside-<lb/>razioni di carattere più generale cfr. anche Spinelli 2004.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="16">16. Cfr. in proposito anche <hi rend="it">PH</hi> II 182, nonché III 256 e 266.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="17">17. Su cui cfr. <hi rend="it">PH </hi>I 164ss. (in part.: 169), nonché le utili osservazioni di Barnes 1990b,<lb/>sp. cap. 3; Jacquette 1994.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="18">18. Per un primo esame della coppia di termini <hi rend="it">noeton/aistheton</hi> rinvio a Celluprica<lb/>1981.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="19">19. La conclusione di Sesto sembra interpretabile come una sorta di attacco <hi rend="it">ante litte-<lb/>ram</hi> contro l’inferenza necessaria sottesa a ogni varietà di ‘argomento ontologico’. Cfr. an-<lb/>che <hi rend="it">Μ</hi> VIII 381, 453; IX 49.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="20">20. Cfr. già <hi rend="it">PH</hi> I 13, su cui si veda <hi rend="it">infra,</hi> cap. VI, sp. pp. 137-138, con ulteriori rinvii bi-<lb/>bliografici.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="21">21. Cfr. soprattutto Pappenheim 1881, p. 101, nonché alcuni utili osservazioni in Hankin-<lb/>son 1995, sp. pp. 280-281; per la contrapposizione scettico/dogmatico cfr. già <hi rend="it">PH </hi>I 2-3.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="22">22. Utili spunti di riflessione sulla ‘filosofia del linguaggio’ scettica - in parte ripresi o<lb/>discussi anche in questo contributo - si possono leggere in: Stough 1984; Aubenque 1985;<lb/>McPherran 1987; Flückiger 1990; Glidden 1994; Cardullo 1994; Brunschwig 1997c; Vogt<lb/>1998, sp. cap. 2; Sluiter 2000; Castagnoli 2000; Magrin 2003.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="23">23. Per alcune osservazioni di dettaglio sulla tropologia scettica cfr. <hi rend="it">supra</hi>, cap. II.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="24">24. Per la ‘metafora strumentale’ cfr. anche DL IX 77.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="25">25. Per il corretto valore da attribuire al termine <hi rend="it">aphasia</hi> cfr. <hi rend="it">PH</hi> II 192-193 e relativo<lb/>commento <hi rend="it">infra,</hi> ma soprattutto Brunschwig 1997c.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="26">26. Cfr. al riguardo le osservazioni di Barnes 1990d, pp. 2691-2692, nonché soprattutto<lb/>quelle di Cohen 1984 e Voelke 1993.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="27">27. <hi rend="it">Pace</hi> rispettivamente: Glidden 1983; Stough 1984, sp. pp. 161-163, per un’accusa di<lb/>parziale incoerenza (cfr. tuttavia <hi rend="it">contra</hi> alcune considerazioni di Cavini 1981, pp. 544-<lb/>545); infine Caujolle-Zaslawsky 1986, pp. 317-318. Sulla questione cfr. in ogni caso le uti-<lb/>li osservazioni di McPherran 1987, sp. p. 310 e n. 39 e più in generale di Castagnoli 2000.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="28">28. Le osservazioni che seguono riprendono e in parte integrano quanto scritto in Spi-<lb/>nelli 1991.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="29">29. Sulla probabile sinonimicità fra <hi rend="it">to phainomenon</hi> e <hi rend="it">to enarges</hi> cfr. Frede 1973, sp. pp.<lb/>809 e Barnes 1990d, p. 2621, n. 46; si veda inoltre Brunschwig 1997c, sp. pp. 311-312.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="30">30. Prendo spunto da alcune indicazioni fomite da Hacking 1975, p. 181.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="31">31. Sulla cui struttura e sul cui valore cfr. almeno <hi rend="it">PH </hi>II 101-133, nonché <hi rend="it">M</hi> VIII 159-<lb/>299; cfr. anche <hi rend="it">supra,</hi> cap. IV, sp. pp. 98-100.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="32">32. Esse sono insomma indicative o <hi rend="it">menytikai,</hi> dice Sesto sempre in <hi rend="it">PH</hi> I 187; sulla fun-<lb/>zione dei verbi <hi rend="it">menyo/deloo</hi> e <hi rend="it">cognati</hi> cfr. Spinelli 1995, p. 169.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="33">33. In <hi rend="it">PH</hi> I 191, ad esempio, Sesto è molto chiaro al riguardo: “da parte nostra, &lt;infat-<lb/>ti&gt;, si intende evidenziare ciò che ci appare; quanto invece all’espressione per mezzo del-<lb/>la quale lo evidenziamo, restiamo indifferenti”; cfr. inoltre <hi rend="it">PH </hi>I 193, 200-201. Si veda an-<lb/>che Barnes 1990d, pp. 2624-2626; per le implicazioni ‘pratiche’, legate alle necessità co-</seg></p>
         <p rend="pb"><pb n="129" facs="Spinelli_129.jpg"/></p>
         <p><seg type="endnote" n="33">municative umane, derivanti dal carattere non-assertorio delle <hi rend="it">phonai</hi> scettiche cfr. Stough<lb/>1984, pp. 145-147 e Caujolle-Zaslawsky 1986, pp. 321ss.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="34">34. In DL IX 104 si parla, forse ancor più efficacemente, di <hi rend="it">exomologeseis,</hi> “confessio-<lb/>ni” o “ammissioni”. Cfr. anche Barnes 1990d, p. 2625 e relative note, il quale evoca perfi-<lb/>no un parallelo con le <hi rend="it">Ricerche</hi> di Wittgenstein (I, § 244); per una posizione leggermente<lb/>diversa cfr. invece Brunschwig 1997c, sp. pp. 318-319.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="35">35. Desbordes 1982, p. 61, la quale rinvia anche all’analogo giudizio di Naess 1968, pp.<lb/>44-45.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="36">36. Cfr. al riguardo anche <hi rend="it">PH</hi> I 191.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="37">37. Krentz 1962, p. 156; cfr. anche Cauchy 1986, p. 336.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="38">38. Cfr. anche <hi rend="it">M</hi> VIII 368 e Naess 1968, p. 10.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="39">39. Traggo quest’espressione da Russo 1975, p. X.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="40">40. Si tratta di un’immagine nata dall’esperienza quotidiana della prassi medico-farma-<lb/>ceutica e attestata sia in altri luoghi dei <hi rend="it">Lineamenti</hi> (cfr. ad es. <hi rend="it">PH </hi>I 14-15; <hi rend="it">PH</hi> II 187-188)<lb/>sia presso fonti diverse (per un primo elenco di altri passi signifcativi cfr. McPherran 1987,<lb/>p. 291, n. 5). Sui passi sestani appena menzionati e su quello citato subito dopo nel testo,<lb/>molto importanti ai fini di individuare ambito e valore delle strategie pirroniane legate alla<lb/><hi rend="it">peritrope o</hi> al <hi rend="it">perigraphein/symperigraphein,</hi> un sicuro punto di riferimento è il ricco con-<lb/>tributo di Castagnoli 2000.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="41">41. Su quest’ultima, oltre al lavoro di Castagnoli ricordato nella n. precedente, si veda-<lb/>no almeno: Chisholm 1941, pp. 383-384; Hallie-Etheridge 1985, pp. 39-40; soprattutto<lb/>Cohen 1984, pp. 417-421; McPherran 1987 e, per alcune riserve sull’apparato metaforico<lb/>sestano, Glidden 1983, pp. 242-244. Per la fortuna dell'immagine della scala cfr. ad es. la<lb/>riproposizione che ne dà Wittgenstein nel suo <hi rend="it">Tractatus logico-philosophicus,</hi> 6.54, con ul-<lb/>teriori rinvii bibliografici in Black 1967, p. 363.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="42">42. Per i cambiamenti di significato e funzione subiti dalla formula <hi rend="it">ou mallon</hi> - an-<lb/>ch’essa da considerare come “un modo di parlare non assertorio” secondo McPherran<lb/>1987, p. 297 - a partire da Democrito cfr. almeno De Lacy 1958; Graeser 1970; Burkert<lb/>1997; più in particolare sulla posizione di Pirrone cfr. Decleva Caizzi 1981a, fr. 55 e rela-<lb/>tivo commento, pp. 234-236.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="43">43. E una strategia che sembra sfruttare polemicamente distinzioni già in uso presso gli<lb/>stoici e gli esperti di grammatica: cfr. perciò Sluiter 2000, p. 116, n. 21, con ulteriori rinvii<lb/>testuali.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="44">44. Cfr. McPherran 1987, p. 296, n. 18 e anche MI 315.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="45">45. Le citazioni riportate da Sesto in <hi rend="it">PH</hi> I 189 provengono rispettivamente da Eurip.<lb/><hi rend="it">Herc.</hi> 1 e Menandro, fr. 675 Kassel-Austin; sull’occorrenza del nome proprio “Dione” cfr.<lb/>Pappenheim 1881, p. 71.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="46">46. Utili paralleli al riguardo si possono leggere in <hi rend="it">PH</hi> I 4, 15, 193, 197, 200, 201.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="47">47. Così giustamente osserva la Sluiter 2000, p. 96, la quale sottolinea anche ulteriori<lb/>elementi di vicinanza tra <hi rend="it">phonai</hi> e interiezioni. Si pensi ad es. all’uso, in questi paragrafi,<lb/>di verbi quali <hi rend="it">epiphtheggomai</hi> o ancora <hi rend="it">propheresthai</hi> piuttosto che <hi rend="it">lego,</hi> o ancora alla scel-<lb/>ta stessa del vocabolo <hi rend="it">phone,</hi> che nelle teorie linguistiche antiche “indica un suono artico-<lb/>lato senza fornire informazioni sul contenuto semantico” (cfr. ancora ivi, p. 97; si veda an-<lb/>che Mates 1996, p. 255).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="48">48. Cfr. al riguardo le osservazioni della Sluiter richiamate nella n. precedente.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="49">49. Cfr. il ricorso al verbo <hi rend="it">deloo</hi> in <hi rend="it">PH </hi>I 193, nonché <hi rend="it">PH </hi>I 14, 15.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="50">50. Cfr. il binomio <hi rend="it">aphasia/ataraxia</hi> presentato quale risultato ultimo del corretto atteg-<lb/>giamento di fronte alle cose nella parte conclusiva della testimonianza di Aristocle, <hi rend="it">ap.</hi> Eus.</seg></p>
         <p rend="pb"><pb n="130" facs="Spinelli_130.jpg"/></p>
         <p><seg type="endnote" n="50"><hi rend="it">praep. ev.</hi> XIV 18, 4=F. 4 Chiesara=Pyrrho T. 53 Decleva Caizzi, con relativo commento<lb/>in Decleva Caizzi 1981a, pp. 221 e 230ss.; cfr. anche, per spiegazioni leggermente diverse,<lb/>soprattutto l’organica trattazione di Brunschwig 1997c.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="51">51. Cfr. anche Mates 1996, p. 256.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="52">52. Sulla coppia “è possibile/non è possibile” Pappenheim 1881, p. 72 rinvia anche alle<lb/>precisazioni offerte da Aristotele nel cap. 12 del <hi rend="it">De interpretatione.</hi></seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="53">53. Sul valore di <hi rend="it">horizo</hi> cfr. anche Mates 1996, p. 257.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="54">54. La presenza di <hi rend="it">apaggeltikos</hi> e <hi rend="it">diegoumenos</hi> allude più tecnicamente alla sfera se-<lb/>mantica del semplice ‘narrare’/'annunciare’.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="55">55. Contro le “presupposizioni dogmatiche” o <hi rend="it">dogmatikai hypolepseis</hi> filosofiche e non<lb/>Sesto si era già espresso nel corso del decimo tropo: cfr. <hi rend="it">PH </hi>I 145-163, con le osservazio-<lb/>ni avanzate <hi rend="it">supra</hi>, cap. II, sp. pp. 48-50. Quanto agli <hi rend="it">horoi</hi> essi vengono attaccati in detta-<lb/>glio in <hi rend="it">PH</hi> II 205-212, su cui cfr. <hi rend="it">supra,</hi> cap. Ill, sp. pp. 68-75.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="56">56. In proposito cfr. anche DL IX 104 e Pappenheim 1881, p. 72.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="57">57. Si noti che <hi rend="it">aoristia</hi> in <hi rend="it">PH </hi>I 198 è <hi rend="it">hapax</hi> in Sesto. Né si dimentichi che le espressio-<lb/>ni in esame, “tutte le cose sono indeterminate”/“tutte le cose sono incomprensibili” risul-<lb/>tano ellittiche, dovendosi sempre sottintendere <hi rend="it">moi,</hi> o, come si legge in <hi rend="it">PH </hi>I 199: <hi rend="it">kath’he-<lb/>mas</hi> o <hi rend="it">hos pros eme</hi> o <hi rend="it">hos emoi.</hi></seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="58">58. Cfr. ad es. <hi rend="it">PH </hi>I<hi rend="it"> </hi>135 e <hi rend="it">M</hi> XI 18-19, nonché <hi rend="it">supra,</hi> cap. II, sp. p. 45; si veda inoltre<lb/>Brennan 2000, pp. 77ss.; per una spiegazione diversa cfr. tuttavia Bett 1997, pp. 58-59.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="59">59. Cfr. anche <hi rend="it">PH</hi> I 2 e 208. Sullo speciale ‘language-game’ che tale atteggiamento pre-<lb/>suppone cfr. Cohen 1984, pp. 413-414; utili indicazioni anche in Brennan 2000, pp. 79ss.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="60">60. E non ontologica com’era invece nel caso di Pirrone, dalla cui ‘metafisica’ Sesto in-<lb/>tende forse differenziarsi: cfr. al riguardo Brennan 2000, p. 91, n. 21.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="61">61. Mi pare opportuno aggiungere qui un punto fermo; cfr. anche Bury 1933, p. 119.<lb/>Inoltre, sull’occorrenza di <hi rend="it">ego</hi> cfr. Mates 1996, p. 257; il bersaglio polemico costituito dal-<lb/>la dottrina dell’assoluta incomprensibilità o <hi rend="it">akatalepsia</hi> delle cose appare chiaro agli occhi<lb/>di Sesto: si tratta dell’Accademia scettica di Cameade e Clitomaco, per cui cfr. soprattutto<lb/><hi rend="it">PHl</hi> 1-4 e 226-231.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="62">62. Significativo è il fatto che esse suonino “stonate”, come ben sottoliena il verbo usa-<lb/>to (<hi rend="it">apado</hi>), <hi rend="it">hapax</hi> in Sesto; cfr. anche la posizione enesidemea attestata in Phot. <hi rend="it">bibl.</hi> Cod.<lb/>212, 170a22.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="63">63. Cfr. <hi rend="it">achri nyn, PH </hi>I 200; <hi rend="it">hos pros to paron, PH </hi>I 201.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="64">64. Così Mates 1996, p. 258; cfr. anche Pappenheim 1881, p. 74.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="65">65. Cfr. in tal senso anche l’<hi rend="it">hapax paraggelmatikos:</hi> su di esso e sul possibile antece-<lb/>dente timoniano richiama l’attenzione Decleva Caizzi 1992a, p. 306.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="66">66. Su una linea diversa si muove Stough 1984, p. 138, n. 2.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="67">67. Ovvero <hi rend="it">en tois doxastois:</hi> tale opzione sembra radicalizzare un’intuizione già pre-<lb/>sente nel <hi rend="it">Peri antikeimenon</hi> di Aristotele: cfr. fr. 625 Gigon.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="68">68. Arist. <hi rend="it">top.</hi> I, 2, 101a34-36 (tr. di Berti 1989, p. 34).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="69">69. Sulla questione cfr. soprattutto Aubenque 1985, pp. 105-107 e McPherran 1987, p.<lb/>318, n. 55.</seg></p>
         <p rend="start">Ringrazio sinceramente Riccardo Chiaradonna, che ha avuto la pazienza di leggere e<lb/>discutere con me alcuni punti e idee di fondo di questo contributo.</p>
      </body>
   </text>
</TEI>