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                <title>Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico</title>
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                    <name>Emidio</name>
                    <surname>Spinelli</surname>
                </author>
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                <authority>ILIESI-CNR</authority>
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                    <p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p>
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                    <title level="m">Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico</title>
                    <author>Emidio Spinelli</author>
                    <title level="a">I Saggi</title>
                    <publisher>Lithos</publisher>
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                    <pubPlace>Roma</pubPlace>
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                    <biblScope>2005, pp. </biblScope>
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        <p rend="pb"><pb n="82" facs="Spinelli_82.jpg"/></p>
<lb/><p rend="start"><hi rend="sc">Capitolo quarto<lb/></hi><hi rend="it">NON SCIRE PER CAUSAS…</hi></p>
         <p>
            <lb/><hi rend="it">1.</hi> In modo forse inizialmente inconsapevole e poi via via, a partire da<lb/>Platone e Aristotele, con una coscienza sempre più chiara del problema,<lb/>si può dire che i filosofi antichi non abbiano mai cessato di cercare una<lb/>spiegazione o un insieme di spiegazioni, in grado di rendere conto della<lb/>struttura della realtà attraverso l’individuazione di quelle cause profonde,<lb/>che sole renderebbero conto della regolarità di processi finalmente sotto-<lb/>posti a controllo e addirittura inseribili in una catena coerente di predi-<lb/>zioni proiettate verso il futuro. <hi rend="it">Scire per causas</hi>: questo potrebbe essere<lb/>
         </p>
         <p rend="start">lo	<hi rend="it">slogan</hi> riassuntivo di un simile sforzo interpretativo, indirizzato a spie-<lb/>gare come stanno e come funzionano le cose nel mondo. Si tratta di uno<lb/>sforzo che pone al centro dell’attenzione quel concetto di causa, che an-<lb/>cora oggi continua a costituire un punto di riferimento ineliminabile dei<lb/>dibattiti epistemologici e che mette immediatamente in gioco una serie di<lb/>altre nozioni, proprie di ambiti disciplinari fra loro diversi, talora anche<lb/>conflittuali.</p>
         <p rend="start">Per render conto della complessità concettuale di tale questione, pos-<lb/>siamo ad esempio aprire la pagina introduttiva di un utilissimo volume<lb/>della serie degli 'Oxford Readings in Philosophy'; qui i curatori (Ernest<lb/>Sosa e Michael Tooley), nel presentare una ricca antologia di articoli di<lb/>autori di primo piano, fra cui Mackie, Davidson, Anscombe, von Wright,<lb/>Salmon, David Lewis, scrivono testualmente:</p>
         <p rend="start">"causazione, condizionali, spiegazione, conferma, disposizioni e leggi for-<lb/>mano un intreccio di argomenti strettamente correlati nell’ambito della metafi-<lb/>sica, della filosofia del linguaggio e della filosofia della scienza. In aggiunta, la<lb/>causazione gioca un ruolo importante in connessione con molti problemi in al-<lb/>tre aree filosofiche, soprattutto quelle della filosofia della mente e dell’episte-<lb/>mologia"<seg type="anchor_note" n="1">1</seg>.</p>
         <p rend="start">Analizzare in dettaglio un simile intreccio - magari anche solo all’in-<lb/>terno del mondo antico, rispetto al quale sarebbero in ogni caso necessarie<lb/>connessioni ancora più ampie, con concetti quali quelli di azione, respon-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb">
<pb n="83" facs="Spinelli_83.jpg"/></p>
<p>sabilità, scopo, senso, tipici delle conseguenze etiche della dottrina delle<lb/>cause - esula dallo scopo di questo contributo<seg type="anchor_note" n="2">2</seg>. Anziché inseguire mete<lb/>così ampie e articolate, ho preferito piuttosto perseguire un obiettivo più<lb/>limitato. Ecco perché mi concentrerò unicamente su alcuni momenti della<lb/>lunga battaglia condotta dal neo-pirronismo antico contro la pretesa dog-<lb/>matica di fornire spiegazioni causali soddisfacenti e rigorose, nella spe-<lb/>ranza, però, di poter quanto meno sfiorare alcuni temi importanti di teoria<lb/>della conoscenza, anche nei punti di contatto che essi possono vantare ri-<lb/>spetto alla riflessione epistemologica contemporanea.</p>
         <p>
            <lb/><hi rend="it">2.</hi> I testi a nostra disposizione impongono la prima, inevitabile strozza-<lb/>tura a qualsiasi indagine sull’attacco scettico allo <hi rend="it">scire per causas.</hi> Non ab-<lb/>biamo infatti frammenti o testimonianze relativi al movimento filosofico<lb/>scettico, che riferiscano di un interesse per un simile attacco prima del I<lb/>sec. a.C.: non nei presunti ‘precursori’ dell’attitudine scettica, come ad<lb/>esempio Senofane; né nell’altrettanto presunto fondatore dell’indirizzo pir-<lb/>roniano, ovvero Pirrone, o nel suo entusiasta ‘araldo’ Timone; né, infine,<lb/>nella tendenza scettica inaugurata all’interno dell’Accademia da Arcesilao.<lb/>Certo, un discorso a sé meriterebbero le obiezioni di Carneade, conservate<lb/>nel <hi rend="it">de fato</hi> di Cicerone, contro la complessa dottrina delle cause elaborata<lb/>da Crisippo. Benché esse introducano a questioni filosoficamente rilevanti<lb/>
         </p>
         <p>
            <lb/>anche per le implicazioni che hanno, contro ogni pretesa deterministica,<lb/>sul piano dell’esatta individuazione dello spazio riconoscibile alla libertà<lb/>dell’agente in campo morale - non posso e non voglio occuparmene in<lb/>questa sede<seg type="anchor_note" n="3">3</seg>, visto che l’obiettivo dichiarato è quello di esaminare i con-<lb/>torni della battaglia anti-causale esclusivamente in ambito pirroniano, anzi<lb/>meglio neo-pirroniano.<lb/>
         </p>
         <p rend="start">Fortunatamente questo obiettivo si rivela del tutto praticabile. Non<lb/>mancano infatti testimonianze sulle critiche contro l’uso di spiegazioni<lb/>causali relative proprio al ‘rifondatore’ del pirronismo antico: Enesidemo.<lb/>Il testimone privilegiato, in questo caso, è per noi Sesto Empirico, che ri-<lb/>porta - con evidente intento ‘ipotipotico’, a mo’ di schizzo, ma anche con<lb/>una certa ricchezza di particolari - i modi o ‘tropi’, se si preferisce i tipi di<lb/>argomentazione, per l’esattezza otto, elaborati da Enesidemo ‘contro gli<lb/>aitiologisti’. Analizziamo allora in dettaglio questa testimonianza (<hi rend="it">PH</hi> I<lb/>180-186), cercando di far emergere contemporaneamente sia il nucleo es-<lb/>senziale della posizione enesidemea sia la particolare attitudine di Sesto<lb/>nei confronti del suo predecessore.</p>
         <p rend="pb">
<pb n="84" facs="Spinelli_84.jpg"/></p>
<p>Da quest’ultimo punto di vista possiamo dire subito che il modo in cui<lb/>Sesto introduce gli otto tropi sembra confermare la relazione dialettica di<lb/>‘contiguità e distanza’ che egli intrattiene rispetto a Enesidemo. Da una<lb/>parte, infatti, nei paragrafi che precedono quelli che stiamo esaminando,<lb/>vengono presentati, a lungo e con dovizia di particolari, i dieci tropi della<lb/>sospensione del giudizio (in <hi rend="it">PH </hi>I 36-163: cfr. al riguardo <hi rend="it">supra,</hi> cap. II), i<lb/>cinque (di Agrippa, aggiungiamo) in <hi rend="it">PH</hi> I 164-177, i due ‘riassuntivi’ in<lb/><hi rend="it">PH</hi> I 178-179 (da “noi” trasmessi, sottolinea Sesto). A questi, d’altra par-<lb/>te, “alcuni”<seg type="anchor_note" n="4">4</seg> - <hi rend="it">seti.</hi> Enesidemo, come veniamo a scoprire immediatamen-<lb/>te - hanno aggiunto/affiancato altri modi di portata più ristretta. Anche<lb/>questi ultimi, comunque, sono (da “noi”, ribadisce Sesto) ugualmente uti-<lb/>lizzabili. Essi agiscono contro la superbia dogmatica, soprattutto nel cam-<lb/>po ben definito delle presunte spiegazioni scientifiche particolari, proprie<lb/>della loro <hi rend="it">physiologia.</hi><seg type="anchor_note" n="5">5</seg></p>
         <p rend="start">Mostrare l’infondatezza (l’aggettivo usato da Sesto è infatti <hi rend="it">mochte-<lb/>ros</hi>), la non giustificabilità delle singole <hi rend="it">aitiologiai,</hi> piuttosto che la loro<lb/>falsità: è questo l’intento circoscritto perseguito da Enesidemo con i suoi<lb/>otto tropi. Esso non va confuso con, o semplicemente sovrapposto a, un al-<lb/>tro tipo di attacco, molto più radicale, che la tradizione pirroniana aveva<lb/>sollevato contro il concetto di causa, contro la possibilità stessa di consi-<lb/>derare qualcosa causa di qualcos’altro: è quello di cui ci occuperemo fra<lb/>poco, analizzando in particolare il passo conservato in <hi rend="it">PH</hi> III 13-29 (e al-<lb/>tre testimonianze a esso collegate o collegabili). Una cosa possiamo co-<lb/>munque dirla sin d’ora. L’analisi comparata delle due trattazioni anticau-<lb/>sali appena menzionate mostra un Sesto molto più interessato alla demoli-<lb/>zione radicale che alle specifiche argomentazioni enesidemee, le quali<lb/>paiono menzionate soprattutto per una sorta di scrupolo di ‘completezza<lb/>bibliografica’. Ciononostante il resoconto sestano risulta apprezzabile sul<lb/>piano storiografico, se non altro perché, seppure in parafrasi, conserva ter-<lb/>minologia tecnica di Enesidemo<seg type="anchor_note" n="6">6</seg>.</p>
         <p rend="start">Il valore subordinato o meramente collaterale riconosciuto da Sesto<lb/>agli otto tropi, non armonicamente ‘cuciti’ rispetto alla trattazione prece-<lb/>dente, si manifesta anche nel tentativo che egli compie in <hi rend="it">PH</hi> I 185-186 di<lb/>mostrare come al raggiungimento del medesimo scopo potrebbero “forse”<lb/>bastare i cinque tropi di Agrippa<seg type="anchor_note" n="7">7</seg>. Ammesso infatti che i dogmatici avan-<lb/>zino una determinata spiegazione causale (C), essi verranno a trovarsi co-<lb/>munque intrappolati nella rete di Agrippa, per ragioni che possono per co-<lb/>modità essere ricapitolate nel seguente schema:</p><p rend="pb"><pb n="85" facs="Spinelli_85.jpg"/></p>
<lb/>
         <p rend="start">La confutazione enesidemea delle <hi rend="it">aitiologiai</hi> dogmatiche, forse parte<lb/>integrante di un più ampio attacco contro i <hi rend="it">dogmata</hi> che i filosofi ‘positi-<lb/>vi’ avevano elaborato per spiegare ciò che è non-evidente, era probabil-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb">
<pb n="86" facs="Spinelli_86.jpg"/></p>
<p>mente contenuta nel quinto libro dei suoi <hi rend="it">Discorsi pirroniani</hi><seg type="anchor_note" n="8">8</seg>. La parafra-<lb/>si che ne offre Sesto, non accennando in alcun punto alla eventualità di di-<lb/>versi o più numerosi elenchi, rispetta probabilmente sia il numero, sia l’or-<lb/>dine originari, registrando perfino l’accenno a un possibile uso polemico<lb/>‘misto’ degli otto tropi (cfr. <hi rend="it">PH </hi>I 185).</p>
         <p rend="start">Di questi ultimi è opportuno offrire ora un resoconto, il più possibile li-<lb/>neare e ordinato.</p>
         <list type="unordered">
            <item>1. Il primo tropo combatte la convinzione dogmatica secondo cui una<lb/>determinata causa non manifesta (C) sarebbe confermata da osservazioni<lb/>relative a ciò che appare (A). Il disaccordo che regna fra i dogmatici sma-<lb/>schera l’infondatezza di tale pretesa. Non esiste infatti alcuna A che possa<lb/>essere considerata quale concorde conferma di C.</item>
         </list>
         <p rend="start">Due diverse notazioni possono essere aggiunte a commento di questo<lb/>tropo. La prima è di carattere terminologico: il vocabolo greco che corri-<lb/>sponde a “conferma”, <hi rend="it">epimartyresis,</hi> è sicuramente tratto dal lessico tecni-<lb/>co della scuola epicurea, alla cui prosa e al cui armamentario concettuale<lb/>Enesidemo più volte ricorre - ovviamente piegandoli ai propri intenti po-<lb/>lemici, come vedremo anche oltre - nell’elaborazione degli otto tropi<seg type="anchor_note" n="9">9</seg>.</p>
         <p rend="start">La seconda osservazione, di più ampia portata storico-filosofica, si fon-<lb/>da sull’accostamento, proposto da alcuni interpreti, fra l’obiezione enesi-<lb/>demea e la tesi di Quine (e Duhem), che sottolinea il carattere sottodi-<lb/>mensionato delle teorie rispetto ai dati da spiegare. Anche Enesidemo, in-<lb/>fatti, pare convinto che “qualsiasi insieme di dati possa essere organizzato<lb/>e spiegato da almeno due (e di fatto da infinitamente molte) teorie diverse<lb/>e incompatibili”<seg type="anchor_note" n="10">10</seg>.</p>
         <list type="unordered">
            <item>2. La convinzione appena enunciata costituisce la migliore introduzio-<lb/>ne alla comprensione dell’esatto ambito di riferimento del secondo tropo<lb/>anticausale. Di fronte a un determinato oggetto x (aggiungerei: non-evi-<lb/>dente), passibile di una molteplicità indefinita di spiegazioni tutte ugual-<lb/>mente persuasive e valide, i dogmatici insistono spesso nel richiamarsi a<lb/>un’unica causa<seg type="anchor_note" n="11">11</seg>.</item>
         </list>
         <p rend="start">Ancora una volta occorre rilevare come il ricorso alle spiegazioni mul-<lb/>tiple fosse parte integrante della filosofia di Epicuro. Egli lo sfruttava so-<lb/>prattutto per evitare ogni caduta nel mitologismo eziologico, limitandone<lb/>l’applicazione al campo di <hi rend="it">ta meteora</hi><seg type="anchor_note" n="12">12</seg>. Diverso appare invece il caratte-<lb/>re specifico dell’obiezione di Enesidemo. Egli sembra infatti presupporre<lb/>la possibilità che le spiegazioni multiple valgano indistintamente per qual-<lb/>siasi oggetto e dunque suggerire la necessità di non preferirne alcuna, non<lb/>potendo noi stabilire quale di esse sia vera<seg type="anchor_note" n="13">13</seg>. L’attacco di Enesidemo sem-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb">
<pb n="87" facs="Spinelli_87.jpg"/></p>
<p>bra in ogni caso colpire indifferentemente sia quei dogmatici che <hi rend="it">di fatto<lb/></hi>optano per una soluzione unica, compiendo così una scelta arbitraria, assi-<lb/>milabile all’assunzione ingiustificata di un’ipotesi contro cui far valere il<lb/>quarto tropo di Agrippa; sia quelli che stabiliscono solo <hi rend="it">in linea di princi-<lb/>pio</hi> la preferibilità di una causa rispetto alle altre.</p>
         <list type="unordered">
            <item>3. Il terzo tropo è probabilmente rivolto in modo specifico contro le<lb/>dottrine atomistiche, che infatti offrono spiegazioni di singoli fatti o even-<lb/>ti del tutto ordinati ricorrendo a cause ultime prive di ordine<seg type="anchor_note" n="14">14</seg>. La polemi-<lb/>ca ha forse radici più antiche e mira a ribadire che spiegare fatti fra loro<lb/>distinti non implica automaticamente dar conto della loro connessione in<lb/>un tutto ordinato<seg type="anchor_note" n="15">15</seg>.</item>
            <item>4. Il quarto tropo sembra essere “niente di più che un caso speciale del<lb/>secondo tropo”<seg type="anchor_note" n="16">16</seg>. Se infatti il problema di partenza è quello di offrire una<lb/>soluzione per comprendere il mondo delle cose non manifeste e le sue ca-<lb/>ratteristiche, resta sempre aperta la possibilità di ricorrere quanto meno a<lb/>due spiegazioni alternative:</item>
         </list>
         <list type="unordered">
            <item>a. potremmo infatti ipotizzare, per estensione analogica, che in esso tut-<lb/>to accada o si formi <hi rend="it">allo stesso modo</hi> “in cui accadono le cose che ap-<lb/>paiono”;</item>
            <item>b. <hi rend="it">forse</hi> potremmo tuttavia anche supporre che in esso tutto accada o si<lb/>formi <hi rend="it">non allo stesso modo</hi> “in cui accadono le cose che appaiono”, ma di-<lb/>versamente<seg type="anchor_note" n="17">17</seg>.</item>
         </list>
         <p>
            <lb/>I dogmatici optano precipitosamente per (a). Anche in questa occasio-<lb/>ne l’allusione potrebbe essere ad alcune tesi atomistiche, che attribuisco-<lb/>no ai componenti ultimi del reale proprietà - ad es. resistenza, peso, soli-<lb/>dità - registrabili solo a proposito delle cose manifeste. Enesidemo, inve-<lb/>ce, si limita a proporre l’equipollenza delle due possibili soluzioni (a) e<lb/>(b). Egli sembra quasi voler mettere in guardia contro qualsiasi ingiustifi-<lb/>cato oltrepassamento dell’orizzonte della nostra esperienza; o, con termi-<lb/>nologia più tecnica, negare qualsiasi indebito passaggio inferenziale dal<lb/>mondo fenomenico a quello delle cose non evidenti. Il bersaglio pare dun-<lb/>que essere un’attitudine epistemologica tipica non solo della dottrina ato-<lb/>mistica, ma anche dello stoicismo, nonché della medicina razionalistica<seg type="anchor_note" n="18">18</seg>.<lb/>
         </p>
         <p rend="start">Gli ultimi quattro tropi sembrano implicarsi a vicenda. Il tipo di obie-<lb/>zioni che essi - insieme al terzo tropo - sollevano sembra essere inoltre più<lb/>moderato, soprattutto in confronto con i tropi 1, 2 e 4, al punto che li si può<lb/>etichettare come scettici “solo nel più povero dei sensi”<seg type="anchor_note" n="19">19</seg>.</p>
         <p>
            <lb/>5. Il quinto tropo sembra partire dalla concessione secondo cui si pos-<lb/>sono individuare metodi comuni per i procedimenti scientifici<seg type="anchor_note" n="20">20</seg>. Nono-<lb/>stante questo possibile punto d’accordo, che dovrebbe essere garanzia di</p>
           <p rend="pb"><pb n="88" facs="Spinelli_88.jpg"/></p>
<p>reciproco e affidabile controllo, ogni scuola dogmatica resta acriticamen-<lb/>te fedele alle proprie ipotesi e di conseguenza preferisce servirsi di cause<lb/>esplicative unicamente in accordo con esse.<lb/>
            <lb/>6. Il sesto tropo insiste su un ‘vizio’ tipico<seg type="anchor_note" n="21">21</seg> di molte teorie scientifiche.<lb/>Esse, pur di non mettere in discussione i propri fondamenti euristici, con-<lb/>tinuano ad accogliere solo quei fatti che parlano a favore delle proprie ipo-<lb/>tesi di partenza, ignorandone altri, pur se dotati di pari plausibilità (o<lb/><hi rend="it">pithanotes</hi>).<lb/>
            <lb/>7. Il settimo modo estende il raggio d’azione del sesto, evidenziando un<lb/>errore spesso (ma dunque, implicitamente, non sempre) commesso dai<lb/>dogmatici. Essi ricorrono a cause la cui inaffidabilità è legata al contrasto<lb/>
         </p>
         <p rend="start">o	incompatibilità che esse rivelano non solo rispetto alle cose manifeste,<lb/>ma anche alle stesse ipotesi di partenza che dovrebbero far loro da fonda-<lb/>mento ultimo.</p>
         <p>
            <lb/>8. La debolezza individuata dall’ottavo e ultimo tropo risiede nella pre-<lb/>tesa dogmatica di offrire per fatti o eventi che sono oggetto di dubbio o che<lb/>ancora sottostanno all’indagine spiegazioni altrettanto incerte o ancora da<lb/>indagare<seg type="anchor_note" n="22">22</seg>. Insomma, l’attacco enesidemeo si chiude con un netto rifiuto<lb/>di qualsiasi tentativo di chiarire <hi rend="it">obscurum per obscurius</hi>.<lb/>
         </p>
         <p>
            <lb/><hi rend="it">3.</hi> Se passiamo a esaminare le linee di fondo dell’attacco che Sesto<lb/>muove al concetto di causa in generale, possiamo dire subito che esso non<lb/>appare relegato in una sorta di appendice, come accadeva a quanto pare nel<lb/>caso degli otto tropi enesidemei, aggiunti quasi solo per amore di comple-<lb/>tezza. Al contrario, le obiezioni anticausali si inseriscono in un piano com-<lb/>positivo coerente, di cui vale la pena forse individuare i tratti essenziali.<lb/>Tali obiezioni, infatti, si trovano nei paragrafi iniziali della prima parte del<lb/>terzo libro dei <hi rend="it">Lineamenti pirroniani,</hi> dedicata all’esame critico delle dot-<lb/>trine fisiche avanzate dai dogmatici. La trattazione risponde anche in que-<lb/>sto caso sin dall’inizio alle esigenze di brevità richiamate già nei paragra-<lb/>fi iniziali dello scritto (cfr. <hi rend="it">PH</hi> I 4). Sesto aggiunge tuttavia una precisa-<lb/>zione importante: verranno attaccate le tesi di fondo che sorreggono la fi-<lb/>sica dogmatica, non le dottrine specifiche che la caratterizzano, secondo<lb/>un metodo che era stato già introdotto in precedenza<seg type="anchor_note" n="23">23</seg>.<lb/>
         </p>
         <p rend="start">Coerentemente con questa impostazione del problema viene scelto co-<lb/>me primo tema quello legato alla determinazione dei principi <hi rend="it">(archai)</hi> del-<lb/>la realtà, che la dossografia antica tendeva a presentare come oggetto spe-<lb/>cifico delle indagini fisiologiche fin dalla cosiddetta Scuola di Mileto<seg type="anchor_note" n="24">24</seg>.<lb/>Per semplificare ulteriormente l’argomento da trattare, Sesto accoglie<lb/>quindi una secca bipartizione dei principi stessi in materiali/attivi, che vie-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="89" facs="Spinelli_89.jpg"/></p>
<p>ne ricondotta all’accordo di un’anonima maggioranza di pensatori <hi rend="it">(PH</hi> III<lb/>2: <hi rend="it">para tois pleistois).</hi> Dal confronto con il passo parallelo del <hi rend="it">Contro i fi-<lb/>sici</hi> veniamo a sapere qualcosa in più, ovvero che essa era stata proposta<lb/>da coloro che più accuratamente si erano occupati di fisica, anzi ancora più<lb/>esattamente dai migliori fra di loro (cfr. rispettivamente <hi rend="it">M</hi> IX 4 e 12). Ben-<lb/>ché la bipartizione in sé sia una sorta di luogo comune, largamente diffu-<lb/>so e di cui possiamo ricostruire la presenza già in Platone e Aristotele<seg type="anchor_note" n="25">25</seg>, è<lb/>innegabile che essa fu particolarmente sfruttata in ambito stoico<seg type="anchor_note" n="26">26</seg>.</p>
         <p rend="start">Dovendo iniziare la sua confutazione Sesto sceglie di occuparsi dei<lb/>principi attivi (<hi rend="it">drastikai</hi>)<seg type="anchor_note" n="21">21</seg>, il cui peso specifico, in fisica, è maggiore e che<lb/>dunque rispondono meglio alla sua esigenza di demolire le fondamenta di<lb/>tale disciplina.</p>
         <p rend="start">Nell’impostare l’esame polemico della questione Sesto si lascia guida-<lb/>re dalla <hi rend="it">opinio communis</hi> e ferma la propria indagine su quanto di più at-<lb/>tivo o produttivo si possa immaginare: la divinità<seg type="anchor_note" n="28">28</seg>. La batteria incrociata<lb/>delle sue obiezioni porta a concludere che l’esistenza del supremo princi-<lb/>pio causale, oltre a non poter essere colta in modo evidente e fenomenica-<lb/>mente diretto, non può essere dimostrata neppure indirettamente, ovvero a<lb/>partire da ciò che essa dovrebbe operare o portare a compimento<seg type="anchor_note" n="29">29</seg>.</p>
         <p>
            <lb/>
               <lb/>
                  <lb/><hi rend="it">3.1</hi> È a questo punto (<hi rend="it">PH</hi> III 13), che Sesto, dopo aver ironicamente<lb/>sottolineato come l’incapacità dogmatica a produrre contro-argomentazio-<lb/>ni davvero efficaci rispetto alle obiezioni scettiche rischi di trasformarsi<lb/>solo in sterile invettiva<seg type="anchor_note" n="30">30</seg>, offre un’ulteriore restrizione di campo per la sua<lb/>polemica. La trattazione sarà infatti circoscritta - in modo più generale<lb/>(<hi rend="it">koinoteron</hi>) - all’accezione di “causa attiva”<seg type="anchor_note" n="31">31</seg>. La promessa di affrontare<lb/>la questione seguendo uno schema consolidato, che prevede prima l’esa-<lb/>me del concetto (<hi rend="it">epinoia</hi> o <hi rend="it">ennoia</hi>) dell’oggetto di indagine, seguendo le<lb/>affermazioni degli stessi dogmatici e poi quello della sua essenza o sussi-<lb/>stenza <hi rend="it">(ousia/hypostasis),</hi> non pare tuttavia mantenuta. Sesto, infatti arti-<lb/>cola il suo attacco in modo alquanto confuso: prima chiama in causa la<lb/><hi rend="it">diaphonia</hi> dogmatica in merito alla determinazione sia del concetto<seg type="anchor_note" n="32">32</seg> sia<lb/>dell’esistenza reale di una causa; poi cita, quasi di sfuggita e senza ulte-<lb/>riori specificazioni, le opposte tesi sull’essenza, corporea o incorporea,<lb/>dello <hi rend="it">aition</hi>;<seg type="anchor_note" n="33">33</seg> infine fornisce la definizione concettuale generale da cui<lb/>propriamente sarebbe dovuto partire.<lb/>
               </p>
            <lb/>
         
         <p rend="start">Stando all’espressione che la introduce (<hi rend="it">koinoteron kat’autous</hi>), tale defi-<lb/>nizione viene presentata come una sorta di ricapitolazione generale valida<lb/>per tutti i dogmatici<seg type="anchor_note" n="34">34</seg>: causa è “ciò a causa del cui agire si genera l’effetto”<seg type="anchor_note" n="35">35</seg>.</p>
         <p rend="start">L’insistenza sul <hi rend="it">di’ho</hi> ha fatto pensare a una sorta di calco della nozio-<lb/>ne stoica di causa<seg type="anchor_note" n="36">36</seg>, propria già di Zenone e di Crisippo secondo quanto<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="90" facs="Spinelli_90.jpg"/></p>
<p>testimonia un passo di Stobeo (SVF I 89 e II 336=Long-Sedley 55 A). Mi<lb/>sembra tuttavia opportuno aggiungere, con Barnes, che siamo qui di fron-<lb/>te a una sorta di ‘santificazione’ stoica di un luogo comune<seg type="anchor_note" n="37">37</seg>. Quello che<lb/>comunque appare innegabile e che è stato ragionevolmente sottolineato,<lb/>con dovizia di confronti testuali, è “che la nozione di causa all’epoca di<lb/>Sesto era cambiata in modo tale da essere ristretta a realtà che possono fa-<lb/>re una qualche cosa o un’altra e così esser causa di qualcosa”. Si tratta -<lb/>in questo caso sì - di un cambiamento avvenuto soprattutto sotto l’influs-<lb/>so degli stoici: per loro, infatti, “una causa è un corpo che fa una qualche<lb/>cosa o un’altra e nel far questo determina che un altro corpo sia affetto in<lb/>modo tale che qualcosa divenga vero di esso”<seg type="anchor_note" n="38">38</seg>. Proprio il carattere triadi-<lb/>co di un simile modo di intendere la causalità, del resto, sembra emergere<lb/>dal passo successivo dell’esposizione di Sesto. Egli, infatti, forte di una de-<lb/>finizione di partenza comune - o meglio: ormai comunemente condivisa<seg type="anchor_note" n="39">39</seg></p>
         <p>
            <lb/>- ha buon gioco nel mostrare come subito si riproponga la <hi rend="it">diaphonia</hi> in<lb/>campo dogmatico in merito sia all’individuazione esatta della causa, che<lb/>oscilla a quanto pare fra un oggetto (il sole) e una sua proprietà (il suo ca-<lb/>lore), sia in merito agli effetti che dalla causa derivano. Alcuni infatti ri-<lb/>tengono che essa sia causa degli appellativi (sole ‘scioglimento’ della<lb/>cera), altri dei predicati (sole ‘sciogliersi’ della cera). Il confronto con<lb/>altre fonti consente di attribuire la prima posizione a pensatori legati ad<lb/>Aristotele, la seconda a filosofi stoici (in particolare Cleante e Archede-<lb/>mo)<seg type="anchor_note" n="40">40</seg>. Benché si tratti di una disputa ricca di implicazioni importanti sul<lb/>piano linguistico e ontologico, essa merita solo una fuggevole menzione e<lb/>sembra dunque rappresentare agli occhi di Sesto - che negli esempi ad-<lb/>dotti in <hi rend="it">PH</hi> sembra privilegiare la considerazione dell’effetto quale “ap-<lb/>pellativo” - qualcosa di “decisamente triviale”, probabilmente “non cen-<lb/>trale per il suo scopo polemico”<seg type="anchor_note" n="41">41</seg>.<lb/>
         </p>
         <p rend="start">Seguendo di nuovo uno scrupolo di completezza tassonomica, più che<lb/>un reale e profondo interesse filosofico, Sesto registra in <hi rend="it">PH</hi> III 15 la se-<lb/>guente partizione del concetto generale di causa<seg type="anchor_note" n="42">42</seg>, intesa come efficiente<lb/><hi rend="it">di’ho</hi> e nel suo rapporto di simultaneità con l’effetto:</p>
         <list type="unordered">
            <item>a. alcune cause sono costitutive (<hi rend="it">synektika</hi>); b. altre cooperanti (<hi rend="it">synai-<lb/>tia</hi>); c. altre infine ausiliarie (<hi rend="it">synerga</hi>)<seg type="anchor_note" n="43">43</seg>.</item>
         </list>
         <p rend="start">La suddivisione viene posta sotto l’autorità anonima di <hi rend="it">hoi pleious.</hi> Di<lb/>chi si tratta?</p>
         <p rend="start">Volendo seguire con fedeltà assoluta le indicazioni che ci dà Seneca do-<lb/>vremmo escludere immediatamente proprio gli stoici, i quali, a differenza<lb/>di Platone e di Aristotele, evitano qualsiasi proliferazione di cause, qual-<lb/>siasi <hi rend="it">turba causarum,</hi> limitandosi a porre la capacità di causazione tutta e<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="91" facs="Spinelli_91.jpg"/></p>
<p>unicamente nel principio attivo <hi rend="it">(id quod facit),</hi> nella <hi rend="it">ratio scilicet faciens,<lb/>id est deus; ista enim quaecumque rettulistis non sunt multae et singulae<lb/>causae, sed ex una pendent, ex ea quae facit</hi><seg type="anchor_note" n="44">44</seg>.</p>
         <p rend="start">Stando a quanto ci dicono altre fonti, però, i primi responsabili della<lb/>moltiplicazione delle cause - della produzione di uno <hi rend="it">smenos aition,</hi> come<lb/>dice Alessandro di Afrodisia (cfr. SVF II 945) - sembrano essere per l’ap-<lb/>punto gli stoici. Ad alcuni di loro (ovvero, quanto meno, a Posidonio) so-<lb/>no state ricondotte non solo una più generale propensione (di colore peri-<lb/>pateticheggiante) allo <hi rend="it">aitiologein</hi><seg type="anchor_note" n="45">45</seg>, ma anche bipartizioni, tripartizioni e<lb/>quadripartizioni nella discussione dei differenti tipi di cause. In particola-<lb/>re è Plutarco (SVF II 997) a informarci di una distinzione posta da Crisip-<lb/>po fra due tipi di cause: quella perfetta (o <hi rend="it">autoteles)</hi> e quella semplice-<lb/>mente iniziale/antecedente (o <hi rend="it">prokatarktike).</hi> Nel senso della medesima bi-<lb/>partizione sembrano pronunciarsi sia la testimonianza di Gellio, priva tut-<lb/>tavia di qualsiasi sottile differenziazione terminologica rispetto al funzio-<lb/>namento del meccanismo causale (cfr. SVF II 1000), sia quella, la più an-<lb/>tica al riguardo e quella quantitativamente più estesa, del <hi rend="it">de fato</hi> di Cice-<lb/>rone (cfr. SVF II 974)<seg type="anchor_note" n="46">46</seg>.</p>
         <p rend="start">Se prescindiamo dai testi appena ricordati, nessun’altra fonte attribui-<lb/>sce esplicitamente agli stoici la paternità di ulteriori, più complesse distin-<lb/>zioni fra vari tipi di cause<seg type="anchor_note" n="47">47</seg>. Abbiamo tuttavia una testimonianza di Gale-<lb/>no, nell’operetta <hi rend="it">de causis contentiuis,</hi> che riconosce agli stoici il primato<lb/>di ‘inventori’ del termine di <hi rend="it">causa contentiua</hi> o <hi rend="it">coniuncta</hi> (ovvero, nella<lb/>retro-traduzione greca, di <hi rend="it">aition synektikon).</hi> Essa va intesa come la ten-<lb/>sione o forza fisica esercitata dal <hi rend="it">pneuma</hi> per tenere insieme o mantenere<lb/>nel loro stato tutti gli elementi del reale<seg type="anchor_note" n="48">48</seg>. Si tratta dunque di <hi rend="it">una</hi> causa -<lb/>identica all' <hi rend="it">unico pneuma,</hi> che tutto permea di sé. Per influsso stoico, co-<lb/>me ci informa ancora Galeno, essa entra a far parte di una più ampia e<lb/>complessa classificazione proposta dal ‘promotore’ della scuola medica<lb/>pneumatica, Ateneo di Attalia. A lui - del quale ci vien detto significativa-<lb/>mente: <hi rend="it">conversatus enim fuit cum Posidonio</hi> - va ricondotta la tripartizio-<lb/>ne delle cause, formulata per esigenze diagnostiche e terapeutiche, in:</p>
         <p rend="center"><hi rend="it">coniunctae=synektika/antecedentes=proegoumena/procatarcticae=prokatarktika</hi>49.</p>
         <p rend="start">È questo terreno di incontro fra riflessioni filosofiche e considerazioni<lb/>mediche, che costituisce il punto di avvio di classificazioni fra loro diverse,<lb/>spesso anzi concorrenti dei fattori causali e che conduce anche alla modifi-<lb/>ca del senso originario di alcuni termini. È il caso ad es. dello <hi rend="it">aition syn-<lb/>ektikon,</hi> inteso innanzi tutto in senso <hi rend="it">plurale</hi> dalla prassi medica - dal so-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="92" facs="Spinelli_92.jpg"/></p>
<p>pracitato Ateneo, ma anche da Galeno - in modo quindi molto più lasco o<lb/>meglio improprio (<hi rend="it">katachrestikos</hi>), al punto da arrivare a indicare cause non<lb/>solo dell’essere e del permanere delle cose<seg type="anchor_note" n="50">50</seg>, ma anche del loro generarsi,<lb/>del loro divenire e del prodursi di eventi o sequenze di eventi<seg type="anchor_note" n="51">51</seg>.</p>
         <p rend="start">Mi sembra insomma di poter dire che è proprio l’interesse eziologico<lb/>della medicina antica per un’analisi attenta alle differenti cause in gioco<lb/>nei processi patologici di nascita, crescita e decorso di quelle particolaris-<lb/>sime forme di alterazione che sono le malattie, che determina nell’ordine:</p>
         <list type="unordered">
            <item>la produzione di una <hi rend="it">turba causarum·,</hi></item>
            <item>lo slittamento semantico di termini originariamente coniati in ambi-<lb/>to filosofico, forse per esigenze di pura spiegazione teorica o ancor più li-<lb/>mitatamente per risolvere problemi di carattere etico, verso significati<lb/>maggiormente rispondenti alla concreta prassi quotidiana della medicina.</item>
         </list>
         <p rend="start">L’insieme del lavorìo classificatorio messo in moto da questa utilizza-<lb/>zione medica di categorie filosofiche e le probabili reazioni o i verosimili<lb/>aggiustamenti di matrice filosofica finirono con il dar vita a un materiale<lb/>molto eterogeneo, tipico di quello che è stato definito una sorta di <hi rend="it">Schul-<lb/>betrieb</hi> (o ‘attività routinaria di scuola’) e particolarmente caro ai resoconti</p>
         <p>
            <lb/>soprattutto dossografici - così diffusi a partire dall’età imperiale<seg type="anchor_note" n="52">52</seg>.<lb/>
         </p>
         <p rend="start">Alla luce di queste considerazioni, vanno lette testimonianze finora a<lb/>mio avviso ‘iper-valutate’ nella ricostruzione di una presunta classificazio-<lb/>ne plurima delle cause di matrice stoica<seg type="anchor_note" n="53">53</seg>. Penso non solo alla lista offerta<lb/>da Alessandro di Afrodisia, nel passo già ricordato relativo allo “sciame di<lb/>cause” (cfr. ancora SVF II 945), in cui non c’è tuttavia nessuna <hi rend="it">esplicita<lb/></hi>menzione degli stoici e la cui incompletezza sembra ammessa dallo stesso<lb/>autore, che infatti, non volendo tirar per le lunghe il discorso, attribuisce ai<lb/>suoi anonimi avversari la seguente distinzione di <hi rend="it">aitia: ta meri prokatar-<lb/>ktika, ta de synaitia, ta de hektika, ta de synektika, ta de allo ti</hi><seg type="anchor_note" n="54">54</seg>. Penso in<lb/>realtà soprattutto alla lunga testimonianza, assolutamente composita e non<lb/>omogenea, di Clemente Alessandrino (cfr. <hi rend="it">strom.</hi> VIII, 9), che invece von<lb/>Arnim riteneva in più punti fedele registrazione di diverse opinioni stoiche<lb/>e che egli inseriva, con selezione e tagli discutibili, nel capitolo del secon-<lb/>do libro degli <hi rend="it">Stoicorum Veterum Fragmenta</hi> intitolato <hi rend="it">de causis</hi><seg type="anchor_note" n="55">55</seg>.</p>
         <p rend="start">Per correttezza e continuità ermeneutica, comunque, lo stesso ragio-<lb/>namento e lo stesso atteggiamento interpretativo va applicato alle <hi rend="it">Defini-<lb/>zioni mediche</hi> (nonché alla <hi rend="it">Introductio</hi> e alla <hi rend="it">historia philosopha</hi>) pseu-<lb/>do-galeniche e naturalmente al nostro passo dei <hi rend="it">Lineamenti pirroniani.</hi> Se<lb/>proviamo allora a mettere in parallelo le notizie ricavabili da questi tre au-<lb/>tori (Clemente Alessandrino<seg type="anchor_note" n="56">56</seg>/ps.-Galeno<seg type="anchor_note" n="57">57</seg>/Sesto), possiamo forse co-<lb/>gliere meglio non solo il terreno comune cui essi verosimilmente si rifan-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="93" facs="Spinelli_93.jpg"/></p>
<p>no - e che sembra giustificare l’uso da parte di Sesto di un’etichetta ano-<lb/>nima e riepilogativa come “i più” - ma anche alcune peculiarità della sua<lb/>testimonianza.</p>
         <p rend="start">Evidenti analogie balzano agli occhi anche a uno sguardo superficiale.<lb/>Ad esempio mi sembra opportuno sottolineare che in tutti e tre gli autori<lb/>“la caratterizzazione dell’<hi rend="it">aition synektikon</hi> in base al fatto che quando es-<lb/>so è presente, l’effetto è presente, quando scompare anche l’effetto scom-<lb/>pare e quando si intensifica anche l’effetto si intensifica interessava so-<lb/>prattutto i medici”<seg type="anchor_note" n="58">58</seg>, preoccupati di fornire una definizione funzionale di<lb/>cause sufficienti alla determinazione dell’effetto patologico, nonché si-<lb/>multanee o co-temporali e insieme co-varianti nell’intensità rispetto al-<lb/>l’effetto stesso. La partizione sestana sembra dal canto suo insistere, forse<lb/>più delle altre, sulla presenza e sulla diversa distribuzione di una determi-<lb/>nata forza fisica nell’effetto<seg type="anchor_note" n="59">59</seg>. E ciò vale non solo come abbiamo visto nel<lb/>caso della causa ‘costitutiva’, ma anche di quella cooperante - i due buoi<lb/>impegnati a tirare l’aratro, ‘concause’, direi, il cui agire combinato può es-<lb/>sere identificato come <hi rend="it">aition synektikon -</hi> e ausiliaria - la terza persona<lb/>che aggiunge solo un piccolo sostegno allo sforzo di due uomini impegnati<lb/>a trasportare un peso. Anche questa insistenza potrebbe rispondere alla ne-<lb/>cessità tipicamente medica di descrivere la malattia e le sue cause in ter-<lb/>mini pragmaticamente fisiologici<seg type="anchor_note" n="60">60</seg>.</p>
         <p rend="start">La differenza più marcata rispetto al resoconto di Clemente Alessan-<lb/>drino e all’elenco molteplice, quasi disordinato dello pseudo-Galeno, en-<lb/>trambi pronti a inserire nella lista anche le cause cosiddette <hi rend="it">prokatar-<lb/>ktika<seg type="anchor_note" n="61">6</seg>61,</hi> consiste comunque nel fatto che Sesto dedica a queste ultime una<lb/>trattazione a sé, esterna allo schema plurimo delle cause caratterizzate<lb/>dalla simultaneità temporale rispetto all’effetto<seg type="anchor_note" n="62">62</seg>. Egli riferisce al riguar-<lb/>do la posizione di anonimi <hi rend="it">enioi,</hi> che per l’appunto non si limitano ad<lb/>analizzare cause ed effetti nella loro relazione di co-temporalità, ma par-<lb/>lano di cause presenti di eventi futuri. Non credo si tratti di pensatori legati<lb/>alla tradizione pirroniana, visto che sistematicamente Sesto ricorre al pro-<lb/>nome <hi rend="it">enioi</hi> per indicare filosofi o gruppi, che nulla hanno a che fare con lo<lb/>scetticismo<seg type="anchor_note" n="63">63</seg>. Né ritengo si possa pensare a una qualche allusione alla<lb/>dottrina stoica della connessione fatale delle cause e al ruolo ‘procatarcti-<lb/>co’ attribuito alla <hi rend="it">heimarmene;</hi> si deve quindi puntare lo sguardo altrove.<lb/>L’esempio addotto (attuale, forte esposizione al sole -&gt; febbre futura), in-<lb/>fatti, riporta ancora una volta all’ambito medico<seg type="anchor_note" n="64">64</seg>, al cui interno si può<lb/>supporre fossero soprattutto esponenti della tendenza razionalistica a ri-<lb/>conoscere peso, valore e funzione delle ‘cause procatarctiche’, da indivi-<lb/>duare nella loro relazione con la <hi rend="it">physis</hi> dello stato patologico, in modo da<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="94" facs="Spinelli_94.jpg"/></p>
<p>indirizzare verso la corretta scelta terapeutica<seg type="anchor_note" n="65">65</seg>. Può essere utile ricorda-<lb/>re, in proposito, che Galeno - mosso forse da una “preoccupazione <hi rend="it">clini-<lb/>ca” -</hi> dedica un intero trattato (il <hi rend="it">de causis procatarcticìs)</hi> allo sforzo di<lb/>“validare la nozione per cui i fattori antecedenti, esterni operanti sul cor-<lb/>po di un paziente sono causalmente rilevanti per la successiva condizione<lb/>di quel paziente”<seg type="anchor_note" n="66">66</seg>. Il suo bersaglio dichiarato e ripetuto è in questo caso<lb/>costituito da Erasistrato e dagli erasistratei, ai quali egli attribuisce, forse<lb/>con un eccesso non disinteressato di semplificazione polemica, una nega-<lb/>zione, un rifiuto totale di qualsiasi ruolo esplicativo per le presunte ‘cau-<lb/>se procatarctiche’, ovvero per fattori - da Galeno ritenuti invece patoge-<lb/>ni - come ad es. il caldo e il freddo. Questi ultimi - secondo l’Erasistrato<lb/>del <hi rend="it">de causis procatarcticis</hi> - non possono essere considerati responsabi-<lb/>li della malattia, in quanto essa non consegue necessariamente alla loro<lb/>comparsa e soprattutto in quanto non sono, per usare una terminologia già<lb/>impiegata in precedenza, co-temporali e co-varianti rispetto a essa: in<lb/>quanto, insomma, non sono cause <hi rend="it">synektika</hi><seg type="anchor_note" n="61">61</seg>.</p>
         <p rend="start">Alla luce di questo dibattito o scontro teorico, si potrebbe essere tenta-<lb/>ti di ricondurre al medesimo ambito anche la posizione di quei <hi rend="it">tines,</hi> men-<lb/>zionati subito dopo da Sesto, i quali respingono <hi rend="it">tout court</hi> le cause ante-<lb/>cedenti, identificandoli appunto con Erasistrato e/o con i suoi seguaci.<lb/>L’opposizione degli anonimi <hi rend="it">tines</hi> sestani, però, sembra sorretta da argo-<lb/>mentazioni diverse rispetto a quelle attestate da Galeno e che abbiamo ap-<lb/>pena ricordato<seg type="anchor_note" n="68">68</seg>. Essi, infatti, assumendo una posizione più radicale, ne-<lb/>gano che una causa preceda nel tempo ciò che essa produce, poiché attri-<lb/>buiscono allo <hi rend="it">aition</hi> una relatività e contemporaneità cronologiche assolu-<lb/>te rispetto al proprio effetto<seg type="anchor_note" n="69">69</seg>. Si tratta di un’obiezione ripresa nella parte<lb/>più propriamente <hi rend="it">destruens</hi> dell’attacco sestano, sia successivamente in<lb/><hi rend="it">PH</hi> III 25, sia, con ulteriori sviluppi, in <hi rend="it">PH</hi> III 26-27 (cfr. anche DL IX<lb/>98). Prima di esaminare in dettaglio i singoli punti di tale attacco, però,<lb/>conviene forse fornire il quadro complessivo in cui esso si inserisce, che<lb/>costituisce uno dei molti, chiari esempi di quella <hi rend="it">dynamis antithetike</hi> ri-<lb/>vendicata da Sesto come cifra distintiva della propria <hi rend="it">agoge,</hi> come genui-<lb/>na risposta alla domanda <hi rend="it">ti esti skepsis</hi> (cfr. <hi rend="it">PH</hi> I 8-10).</p>
         <p>
            <lb/>
               <list type="unordered">
                  <item><hi rend="it">3.2</hi> Causalità: <hi rend="it">pro</hi> e <hi rend="it">contra (PH </hi>III 17-29)</item>
               </list>
            <lb/>
         </p>
         <p rend="start">L’insieme di questi paragrafi mira a costruire una tipica equipollenza di<lb/>ragioni a favore e contro l’esistenza della causa, dotate agli occhi di Sesto<lb/>di ugual tasso di plausibilità (cfr. le molte occorrenze del vocabolario del-<lb/>la <hi rend="it">pithanotes:</hi> ad es. <hi rend="it">PH</hi> III 17, 19-20, 29).</p>
         <p rend="start">In apertura vengono riassunte alcune argomentazioni, la cui paternità<lb/>non viene qui specificata, ma che chiaramente risalgono al ‘partito’ dei dog-<lb/>
         </p>
         <p rend="start">matici, come infatti viene precisato nel passo parallelo di <hi rend="it">Μ </hi>IX 206. Esse<lb/>difendono l’esistenza della causa, fondandosi nell’ordine:</p>
         <list type="unordered">
            <item>a. sull’evidenza di alcuni processi naturali (aumento, diminuzione, ge-<lb/>nerazione, corruzione, moto nella sua accezione più generale e ordinata<lb/>struttura dell’universo)<seg type="anchor_note" n="70">70</seg>, la cui stessa negazione di apparenza richiede-<lb/>rebbe comunque una spiegazione causale <hi rend="it">PH</hi> III 17)<seg type="anchor_note" n="71">71</seg>;</item>
            <item>b. sul principio in base al quale è impensabile una relazione causale<lb/>indiscriminata fra le cose, o, meglio ancora, sulla convinzione che “se ciò<lb/>che porta a conseguenze impossibili è, anch’esso, impossibile, e se la<lb/>non-esistenza di una causa porta a molte conseguenze impossibili, si de-<lb/>ve affermare che anche la non-esistenza di una causa fa parte delle cose<lb/>impossibili”; la citazione è tratta da <hi rend="it">M</hi> IX 203 (tr. Russo), un passo che,<lb/>oltre ad appoggiarsi su esempi leggermente diversi, rende esplicito quan-<lb/>to è a mio avviso tacitamente presupposto in <hi rend="it">PH</hi> III 18, circoscritto alla<lb/>presentazione di conseguenze impossibili sul piano zoologico o meteo-<lb/>rologico<seg type="anchor_note" n="72">72</seg>;</item>
            <item>c. sulla nota strategia della <hi rend="it">peritrope</hi> o autocontraddittorietà imputabi-<lb/>le a chi voglia negare l’esistenza della causa, poiché tale negazione non<lb/>può essere proposta senza addurre una causa, pena la sua infondatezza, né<lb/>ricorrendo a una causa, pena la palese ammissione della necessità di una<lb/>causa, comunque (<hi rend="it">PH</hi> III 19); un’obiezione simile nella struttura argo-<lb/>mentativa e sempre di matrice dogmatica era già stata registrata da Sesto a<lb/>difesa della forza dimostrativa del segno (cfr. <hi rend="it">PH</hi> II 131)<seg type="anchor_note" n="73">73</seg> e della neces-<lb/>sità della stessa <hi rend="it">apodeixis</hi> (cfr. <hi rend="it">PH</hi> II 188-192).</item>
         </list>
         <p rend="start">Quanto alla non esistenza della causa, invece, sembra si potesse sce-<lb/>gliere fra una quantità notevole di obiezioni, come infatti dichiara di voler<lb/>fare Sesto in <hi rend="it">PH</hi> III 20<seg type="anchor_note" n="74">74</seg>. Quelle che egli decide di registrare qui, fatta sal-<lb/>va la loro distanza dagli attacchi moderni (humeani specialmente) e al di là<lb/>delle possibili fallacie e debolezze, che pure alcuni interpreti hanno voluto<lb/>intravedere in esse<seg type="anchor_note" n="75">75</seg>, sembrano avere alcune ben definite caratteristiche.</p>
         <list type="unordered">
            <item>1. Esse - tranne forse che in un caso, come vedremo - non sono so-<lb/>vrapponibili alle argomentazioni, esposte lungamente, ma anche in modo<lb/>un po’ meccanico nel passo parallelo di <hi rend="it">M</hi> IX 210ss.<seg type="anchor_note" n="76">76</seg></item>
            <item>2. Alcune di loro si fondano con ogni verosimiglianza sulla tropologia<lb/>di Agrippa, in quanto utilizzano polemicamente:</item>
         </list>
         <list type="unordered">
            <item>a. il diallele (<hi rend="it">PH</hi> III 20-22), poiché la causa si concepisce come tale so-</item>
         </list>
         <p rend="start">lo	in relazione all’effetto e viceversa, così che entrambi hanno bisogno di<lb/>un rinvio reciproco per giustificarsi; un argomento analogo, con una mag-<lb/>giore insistenza sull’elemento temporale della relazione causa/effetto, vie-<lb/>ne riproposto anche successivamente in <hi rend="it">PH</hi> III 28; quanto vi si legge può<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="96" facs="Spinelli_96.jpg"/></p>
<p>essere forse accostato alle analoghe critiche mosse riguardo al segno in <hi rend="it">PH<lb/></hi>II 119-12077;</p>
         <p>
            <lb/>b. la <hi rend="it">diaphonia</hi> (<hi rend="it">PH</hi> III 23), poiché sussiste uno scontro, capace di mi-<lb/>nare perfino la concepibilità del concetto di <hi rend="it">aition<seg type="anchor_note" n="78">78</seg>,</hi> fra chi ha affermato<lb/>esser qualcosa causa di qualcos’altro, chi lo ha negato e chi invece ha adot-<lb/>tato la sospensione scettica del giudizio al riguardo<seg type="anchor_note" n="79">79</seg>; tale <hi rend="it">diaphonia</hi> vie-<lb/>ne esplicitamente ribadita, quale frutto di un accettabile <hi rend="it">epilogizesthai,<lb/></hi>nella conclusione di <hi rend="it">PH</hi> III 29 e lì rafforzata non solo grazie al ricorso al-<lb/>la tipica <hi rend="it">phone</hi> pirroniana “non più” (“qualcosa è causa non più di quanto<lb/>non lo sia”), ma anche mediante il rinvio interno alle precedenti aporie sol-<lb/>levate in merito al segno, al criterio, alla dimostrazione<seg type="anchor_note" n="80">80</seg>;<lb/>
            <lb/>c. il modo ipotetico (<hi rend="it">PH</hi> III 23), visto che è illegittimo, o almeno tanto<lb/>legittimo quanto la proposizione opposta, assumere semplicemente e sen-<lb/>za causa che una causa esista; tale argomentazione viene subito integrata<lb/>
         </p>
         <p>
            <lb/>- con abile ritorsione della mossa dogmatica già vista in <hi rend="it">PH</hi> III 19 - dal-<lb/>l’accusa di cadere in una forma viziosa di circolarità<seg type="anchor_note" n="81">81</seg>, nel caso in cui si<lb/>voglia invece dare una causa dell’essere qualcosa causa;<lb/>
         </p>
         <list type="unordered">
            <item>d. il regresso all'infinito (<hi rend="it">PH</hi> III 24: impossibile risalire all’infinito nel-<lb/>la serie di ciò che è causa della causa della causa...)·</item>
         </list>
         <p>
            <lb/>3. Oltre alle critiche di colore agrippano, viene registrata (<hi rend="it">PH</hi> III 25 e<lb/>26 <hi rend="it">in.</hi>) un’obiezione, che riposa in generale “su due fondamentali e indi-<lb/>scutibili tesi relative alle cause efficienti: in primo luogo, le cause efficienti<lb/><hi rend="it">producono</hi> i loro effetti; in secondo luogo, le cause efficienti sono <hi rend="it">corre-<lb/>lative</hi> rispetto ai loro effetti”<seg type="anchor_note" n="82">82</seg>. Le due tesi, però, si elidono a vicenda: la<lb/>prima, infatti, induce a porre la causa come cronologicamente anteriore ri-<lb/>spetto al suo effetto, laddove la seconda impone di pensare alla loro asso-<lb/>luta contemporaneità (cfr. anche <hi rend="it">PH</hi> lll 16).<lb/>
            <lb/>4. L’ultimo attacco <hi rend="it">(PH</hi> III 26 <hi rend="it">ex.</hi>-27), di cui abbiamo a quanto sembra<lb/>un’esposizione parallela in <hi rend="it">M</hi> IX 232-236<seg type="anchor_note" n="83">83</seg>, viene posto sotto l’autorità di<lb/>anonimi <hi rend="it">tines.</hi> Per confronto con un passo di Galeno (<hi rend="it">CP</hi> XVI 199-201),<lb/>che conserva un’argomentazione analoga, Hankinson pensa si tratti di Ero-<lb/>filo, le cui obiezioni sembrerebbero essere all’opera anche in altre sezioni<lb/>‘anti-aitiologiche’ del <hi rend="it">corpus</hi> sestano<seg type="anchor_note" n="84">84</seg>. Non sono però mancati interpreti,<lb/>che hanno considerato l’intera sezione di <hi rend="it">M </hi>IX 210ss. come direttamente<lb/>dipendente da Enesidemo, esplicitamente citato, del resto, in <hi rend="it">M</hi> IX 218<seg type="anchor_note" n="85">85</seg>.<lb/>Se questa ipotesi è attendibile, potremmo ritenerlo fonte ispiratrice <hi rend="it">anche<lb/></hi>delle obiezioni contenute in <hi rend="it">PH</hi> III 25-27. Dietro l’etichetta <hi rend="it">tines</hi><seg type="anchor_note" n="86">86</seg> ci sa-<lb/>rebbero allora i suoi attacchi contro le cause in generale, contenuti forse o<lb/>nel secondo libro o nella prima parte del quinto libro dei suoi <hi rend="it">Discorsi pir-<lb/>roniani<seg type="anchor_note" n="87">87</seg>.</hi><lb/>
            <lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="97" facs="Spinelli_97.jpg"/></p>
<p>Al di là di qualsiasi problema attribuzionistico, comunque, va notato<lb/>come la critica di Sesto si muova ancora sul piano delle determinazioni<lb/>temporali, che entrano in gioco nella relazione causa/effetto<seg type="anchor_note" n="88">88</seg>. Appare<lb/>dunque legittimo leggerlo alla luce delle considerazioni svolte a proposito<lb/>di <hi rend="it">PH</hi> III 25-26 <hi rend="it">in.</hi> (cfr. subito <hi rend="it">supra,</hi> punto 3). L’argomentazione ha una<lb/>struttura trilemmatica ed è così schematizzabile:</p>
         <p rend="start">Delle tre ipotesi, (c) può essere immediatamente scartata, in quanto<lb/>semplicemente ridicola<seg type="anchor_note" n="89">89</seg>; (b) non regge, se si accetta l’inserzione della<lb/>causa nel novero dei relativi, con il corollario della necessaria contempo-<lb/>raneità cronologica di questi ultimi; (a), infine, va a urtare contro il carat-<lb/>tere efficiente attribuito alla causa, che sembra imporne l’esistenza prima<lb/>che l’effetto venga da essa prodotto.</p>
         <p>
            <lb/><hi rend="it">4.</hi> Come già si accennava, <hi rend="it">PH</hi> III 29 offre una conclusione, che potrem-<lb/>mo definire ortodossamente pirroniana. L’<hi rend="it">isostheneia</hi> degli opposti <hi rend="it">logoi<lb/></hi>avanzati dai dogmatici e anche - forse <hi rend="it">disserendi causa</hi> - da esponenti del-<lb/>la tradizione neo-pirroniana o più in generale medica induce infatti ad adot-<lb/>tare una sana <hi rend="it">epoche</hi> in merito alla reale sussistenza o <hi rend="it">hypostasis</hi> della cau-<lb/>sa. Possiamo però pensare che questa sia l’ultima parola di Sesto? Siamo le-<lb/>gittimati a concludere che questa sospensione del giudizio generalizzata si-<lb/>gnifichi anche il rifiuto di qualsiasi altro possibile meccanismo esplicativo<lb/>di ciò che accade nella realtà? Senza moltiplicare inutilmente i rinvii, sarà<lb/>sufficiente opporre un contro-esempio forte a qualsiasi negativa conclusio-<lb/>ne. Un esame attento dei paragrafi finali di un breve trattato della polemica<lb/>anti-enciclopedica sestana, il <hi rend="it">Contro gli astrologi,</hi> ci consentirà infatti di ri-<lb/>spondere negativamente a quelle domande e soprattutto di rintracciare un<lb/>modello di spiegazione in più punti e sotto più aspetti vicino a soluzioni ac-<lb/>colte con favore da alcune tendenze dell’epistemologia contemporanea.<lb/>
         </p>
         <p rend="start">Senza entrare nei dettagli delle obiezioni presenti nel <hi rend="it">Contro gli astro-<lb/>logi,</hi> appare necessario individuare con esattezza il bersaglio polemico di<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="98" facs="Spinelli_98.jpg"/></p>
<p>Sesto. Egli circoscrive il suo attacco alla <hi rend="it">genethlialogia</hi> o “dottrina delle na-<lb/>tività” (cfr. <hi rend="it">M</hi> V 1-2), una presunta <hi rend="it">techne</hi> che si regge su di una premessa<lb/>teorica di fondo chiara e chiaramente enunciata: il dogma della ‘simpatia’<lb/>universale, connesso alla convinzione che gli influssi astrali modifichino gli<lb/>eventi terrestri. Su questo sfondo teorico vengono subito ribaditi i due pun-<lb/>ti di riferimento basilari degli oroscopi caldaici: la funzione di <hi rend="it">cause effi-<lb/>cienti</hi> riconosciuta ai sette pianeti rispetto alle vicende della vita umana e la<lb/>funzione co-operante svolta al riguardo dalle differenti parti dello zodiaco<lb/>(cfr. <hi rend="it">M</hi> V 4-5). Sembra dunque chiaro il bersaglio dell’attacco sestano: si<lb/>tratta di quella che Anthony Long ha definito “hard astrology”, legata alla<lb/>tesi fortissima secondo cui “i corpi celesti sono sia segni <hi rend="it">sia</hi> cause delle vi-<lb/>cende umane”, esplicitamente distinta da una astrologia “soft”, che si limi-<lb/>ta invece a considerarli <hi rend="it">solo</hi> segni e non anche cause<seg type="anchor_note" n="90">90</seg>.</p>
         <p rend="start">È su questo terreno che si muovono i rilievi avanzati da Sesto negli ul-<lb/>timi paragrafi dello scritto. Qui, infatti, egli sembra concedere la funzione<lb/>semantica degli astri: essi sono segni, ma che tipo di segni? Stando alla<lb/>presentazione che gli stessi fautori della dottrina delle natività forniscono<lb/>del loro metodo; o meglio: stando alla ‘traduzione’ delle loro tesi che Se-<lb/>sto propone, seguendo le proprie classificazioni di carattere semiologico,<lb/>la relazione che lega le configurazioni astrali da una parte e i diversi even-<lb/>ti della vita umana dall’altra dovrebbe essere assimilata a quella che sus-<lb/>siste fra i <hi rend="it">segni rammemorativi</hi> e ciò che essi significano, ovvero nel no-<lb/>stro caso le vicende che toccheranno in sorte all’uomo, equiparate così a<lb/>realtà solo <hi rend="it">temporaneamente</hi> non evidenti (cfr. <hi rend="it">M</hi> V 103)<seg type="anchor_note" n="91">91</seg>.</p>
         <p rend="start">Secondo Sesto, però, questo atteggiamento denota una profonda ‘mala-<lb/>fede epistemologica’. Molto più coerentemente, infatti, gli astrologi da lui<lb/>combattuti dovrebbero considerare gli astri <hi rend="it">stricto sensu</hi> come <hi rend="it">segni indi-<lb/>cativi</hi> di qualcosa - gli eventi futuri delle singole esistenze - che risulta per<lb/>noi <hi rend="it">per natura</hi> non evidente (cfr. <hi rend="it">ibid.</hi>)<seg type="anchor_note" n="92">92</seg>. Ha quindi ragione Jonathan Bar-<lb/>nes, quando conclude che le tesi degli astrologi risultano false perché “la<lb/>natura che essi pretendono di osservare non è aperta all’indagine umana”<seg type="anchor_note" n="93">93</seg>.</p>
         <p rend="start">Per poter apprezzare fino in fondo la specifica angolatura della critica<lb/>di Sesto credo sia indispensabile una piccola digressione, per mettere a te-<lb/>ma più in generale la dottrina del segno nell’antichità classica e il tipo di<lb/>razionalità inferenziale che essa propone e utilizza, stando almeno alla ri-<lb/>costruzione sestana<seg type="anchor_note" n="94">94</seg>.</p>
         <p rend="start">Sesto presenta in <hi rend="it">PH</hi> II 97-103 (=fr. 1026 Hülser) un piccolo sunto di<lb/>semiotica dogmatica<seg type="anchor_note" n="95">95</seg>. La fonte che sfrutta è forse stoica, ma egli la piega<lb/>in ogni caso a un intento chiaramente antistoico<seg type="anchor_note" n="96">96</seg>. La sua analisi prelimi-<lb/>nare può essere utilmente schematizzata in questo modo<seg type="anchor_note" n="97">97</seg>:</p>
         <p rend="pb"><pb n="99" facs="Spinelli_99.jpg"/></p>
<lb/><p rend="start">Queste distinzioni preliminari servono a determinare, sempre sulla scia<lb/>di tesi dogmatiche, l’esatto campo di applicazione dei segni (cfr. anche <hi rend="it">M<lb/></hi>VIII 148-155). Essi infatti risultano inutili sia nel caso delle cose evidenti,<lb/>la cui conoscibilità non ha bisogno di mediazione alcuna, sia in quello del-<lb/>le cose assolutamente non evidenti, di cui non vi è comprensione alcuna.<lb/>Due diversi tipi di segno, invece, sembrano individuabili riguardo alle co-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="100" facs="Spinelli_100.jpg"/></p>
<p>se momentaneamente non evidenti e a quelle per natura non evidenti, a ul-<lb/>teriore conferma “che agli occhi di Sesto l’elemento cruciale consiste nel-<lb/>la natura dei significati”<seg type="anchor_note" n="98">98</seg>. Si tratta rispettivamente del segno rammemo-<lb/>rativo e di quello indicativo. Il primo è fondato sull’associazione mnemo-<lb/>nica di due <hi rend="it">pathe</hi> connessi in modo evidente e costante nell’esperienza, se-<lb/>condo rapporti di contemporaneità, anteriorità o posteriorità cronologica,<lb/>come ad es.: fumo —> fuoco; cicatrice —> ferita; ferita/colpo al cuore —&gt;<lb/>morte, utilizzato appunto anche nel nostro passo in <hi rend="it">Μ</hi> V 103". Il secondo<lb/>è invece ritenuto dai dogmatici<seg type="anchor_note" n="100">100</seg> in grado di condurre “per natura” da ciò<lb/>che è evidente a ciò che non lo è, ad es.: movimenti del corpo <hi rend="it">—></hi> anima; o<lb/>sudore -&gt; pori ‘ intellegibili ’ della pelle<seg type="anchor_note" n="101">101</seg>. Quasi a voler immediatamente<lb/>indicare al proprio lettore il bersaglio per eccellenza della polemica che<lb/>sarà sviluppata successivamente a partire da <hi rend="it">PH </hi>II 104, Sesto aggiunge in<lb/><hi rend="it">PH</hi> II 101 la definizione che gli stoici davano del segno indicativo<seg type="anchor_note" n="102">102</seg>.<lb/>Esclusivamente contro quest’ultimo, in quanto mera invenzione e finzione<lb/>dei dogmatici, si rivolgono gli attacchi dei pirroniani<seg type="anchor_note" n="103">103</seg>. Essi, senza cade-<lb/>re in alcuna forma di dogmatismo negativo, si limitano - in tutta since-<lb/>rità<seg type="anchor_note" n="104">104</seg> - a esporre l’ugual forza dei <hi rend="it">logoi</hi> a favore e contro l’esistenza di ta-</p>
         <p>
            <lb/>li segni e si lasciano invece guidare, anche in questo caso evitando accu-<lb/>ratamente qualsiasi forma di adesione dogmatica, dai soli segni ramme-<lb/>morativi, la cui forza euristica, benché limitata al piano fenomenico, risul-<lb/>ta continuamente confermata dalla vita quotidiana<seg type="anchor_note" n="105">105</seg>.<lb/>
         </p>
         <p rend="start">Credo che la critica sestana conservata nel § 103 del <hi rend="it">Contro gli astro-<lb/>logi</hi> diventi più chiara alla luce dello schema appena discusso. La nostra<lb/>vita futura, infatti, rientra sicuramente fra le cose <hi rend="it">non-evidenti,</hi> se anche<lb/>non assolutamente, quanto meno per natura; ma allora la si potrebbe co-<lb/>noscere solo per mezzo di <hi rend="it">segni indicativi,</hi> sulla cui sussistenza ed effica-<lb/>cia tuttavia indirimibile è la <hi rend="it">diaphonia,</hi> non certo per via di <hi rend="it">segni ramme-<lb/>morativi,</hi> un ruolo che in nessun modo possiamo riconoscere agli astri e al-<lb/>la loro disposizione.</p>
         <p rend="start">Sesto non sembra accontentarsi di questa prima batteria di obiezioni e<lb/>per questo ricorre alla più volte sperimentata tecnica della dimostrazione<lb/>per assurdo. Ammettiamo pure che si possa concedere quanto pretendono<lb/>i Caldei. Per poter giungere a formulare una previsione davvero salda, che<lb/>consenta di conoscere la <hi rend="it">relazione di causalità</hi> fra una determinata confi-<lb/>gurazione delle stelle e un determinato effetto sulla terra, dovremmo esse-<lb/>re in grado di co-osservare questi due aspetti insieme e ripetutamente; do-<lb/>vremmo verificare in modo non occasionale che quanto risulta dal nesso<lb/>astrale rimane costante <hi rend="it">in tutti i possibili casi esaminati</hi> <hi rend="it">(epi panton).</hi> Se<lb/>gli astrologi vogliono dare un fondamento accettabile alle loro previsioni,<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="101" facs="Spinelli_101.jpg"/></p>
<p>bisogna che la configurazione delle stelle sia oggetto di osservazione em-<lb/>pirica non una sola volta, ma <hi rend="it">pollakis epi pollon,</hi> affinché possa davvero<lb/>funzionare da indizio o segno rivelatore di un certo modo di vita. Il para-<lb/>digma di riferimento positivo diventa qui quello della medicina empirica,</p>
         <p>
            <lb/>i cui principi Sesto mostra di accettare. Essa, infatti, verifica e accerta il<lb/>nesso costante e letale esistente fra una ferita inferta al cuore e la compar-<lb/>sa della morte <hi rend="it">in una molteplicità di casi</hi> (Dione, Teone, Socrate “e molti<lb/>altri”: cfr. <hi rend="it">M</hi> V 104), al punto da arrivare a considerare la prima come <hi rend="it">ai-<lb/>tion</hi> della seconda<seg type="anchor_note" n="106">106</seg>.<lb/>
         </p>
         <p rend="start">La portata epistemologica di questa conclusione sestana può essere for-<lb/>se adeguatamente apprezzata - pur conservando la massima cautela e sen-<lb/>za voler utilizzare né la categoria del ‘precorrimento’ né una sorta di retro-<lb/>proiezione storico-filosofica - qualora si istituisca un parallelo non solo e<lb/>non tanto con la critica di Hume al concetto di causa<seg type="anchor_note" n="107">107</seg>, quanto piuttosto<lb/>con alcune prese di posizione teoriche di Carl G. Hempel, più esattamen-<lb/>te del ‘primo Hempel’<seg type="anchor_note" n="108">108</seg>. Anche per questo autore, “a buon diritto consi-<lb/>derato uno dei padri dell’epistemologia contemporanea”<seg type="anchor_note" n="109">109</seg>, “ogni spiega-<lb/>zione scientifica comporta, esplicitamente o per implicazione, una sussun-<lb/>zione dei suoi oggetti sotto regolarità generali che forniscono una com-<lb/>prensione sistematica dei fenomeni empirici mostrando che essi rientrano<lb/>in una connessione nomica”<seg type="anchor_note" n="110">110</seg>. Si tratta di un “principio” o “cardine” del-<lb/>la teoria di Hempel, almeno nella sua formulazione iniziale. Esso, come<lb/>spiega opportunamente Maria Carla Galavotti, “afferma che qualsiasi spie-<lb/>gazione adeguata deve trasmettere un’informazione tale da mostrare che<lb/>l’evento che si vuole spiegare era da attendersi se non con certezza -<lb/>com’è il caso della spiegazione deterministica - almeno con un considere-<lb/>vole grado di probabilità”<seg type="anchor_note" n="111">111</seg>.</p>
         <p rend="start">Se ritorniamo per un attimo al tipo di spiegazione legittima accolta da<lb/>Sesto nel caso dell’eventuale <hi rend="it">relazione di causalità</hi> fra segni celesti e svi-<lb/>luppo futuro della vita umana, il parallelo si fa ancor più interessante. Pro-<lb/>prio alla luce del principio che abbiamo appena ricordato, infatti, Hempel<lb/>si ritiene autorizzato a stabilire un’identità di struttura fra ‘spiegazione’ e<lb/>‘previsione’, fra le quali corre una differenza meramente pragmatica, poi-<lb/>ché “ogni spiegazione rappresenta una potenziale previsione”<seg type="anchor_note" n="112">112</seg>. Alla luce<lb/>di leggi o comunque di regolarità statistiche fondate e di determinate con-<lb/>dizioni iniziali, appare insomma possibile sia <hi rend="it">spiegare,</hi> in un momento cro-<lb/>nologico successivo, un fatto già avvenuto, sia <hi rend="it">prevedere</hi> un evento futuro.</p>
         <p rend="start">Tornando al passo conclusivo del <hi rend="it">Contro gli astrologi,</hi> Sesto fa notare<lb/>come sia proprio l’esigenza di individuare un nesso costante, una regola-<lb/>rità generale, addirittura forse una “connessione nomica” fra <hi rend="it">explanans</hi> ed<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="102" facs="Spinelli_102.jpg"/></p>
<p><hi rend="it">explanandum</hi> a non poter essere soddisfatta nella prassi astrologica, e que-<lb/>sto per due motivi. In primo luogo perché - per ammissione dei suoi stes-<lb/>si cultori, molto probabilmente debitori in tal caso di speculazioni cosmo-<lb/>logiche di provenienza stoica - quel segno del cielo così importante ai fi-<lb/>ni della relazione di conseguenzialità appena ricordata si offre allo sguar-<lb/>do solo ogni 9977 anni. In secondo luogo perché nulla esclude che l’accu-<lb/>mulo e la trasmissione delle conoscenze - la <hi rend="it">historike paradosis,</hi> di cui<lb/>probabilmente si facevano gran vanto gli astrologi<seg type="anchor_note" n="113">113</seg> - vengano improvvi-<lb/>samente interrotti da eventi o di peso universale (ad es., secondo alcuni,<lb/>una distruzione cosmica) o di portata più ristretta (cfr. <hi rend="it">M</hi> V 105).</p>
            <p rend="start">Il	campo di riferimento delle critiche sestane appena esaminate sembra<lb/>dunque essere, con terminologia cara ai nostri attuali dibattiti filosofici,<lb/>quello della determinazione esatta delle procedure corrette che presiedono<lb/>al funzionamento delle nostre conoscenze. La posta in gioco appare eleva-<lb/>ta e va al di là di una polemica circoscritta al “naufragio epistemologico”<lb/>dell’astrologia: l’intento che si lascia cogliere dietro l’attacco sestano sem-<lb/>bra infatti metter capo all’enunciazione di una sorta di modello di spiega-<lb/>zione alternativo (per l’esattezza quello medico, nella sua versione empi-<lb/>rica). Gli astri così come gli altri fenomeni celesti o terrestri potrebbero es-<lb/>sere indagati in modo legittimo, se non si cedesse alla tentazione dogma-<lb/>tica di stabilire nessi inferenziali cogenti e necessari, ma ci si accontentas-<lb/>se piuttosto di esplorare ed esibire soltanto quelle connessioni garantite da<lb/>un’osservazione empirica ripetuta e costante, molto verosimilmente sor-<lb/>retta, sul versante teorico di fondo, da un’implicita fiducia nella regolarità<lb/>del corso della natura<seg type="anchor_note" n="114">114</seg>. In un contesto di questo tipo l’insistenza sul ruo-<lb/>lo della <hi rend="it">teresis</hi> e della memoria pare difficilmente interpretabile come un<lb/>mero diversivo dialettico; essa va piuttosto intesa come “una spiegazione<lb/>non-teoretica del modo in cui giungiamo ad avere conoscenza specialisti-<lb/>ca”, senza dover ricorrere ad alcun tipo di inferenza razionale <hi rend="it">stricto sen-<lb/>su</hi><seg type="anchor_note" n="115">115</seg>. Una simile conclusione non vale tuttavia in senso assoluto né deve<lb/>farci dimenticare che perfino lo scettico - vicino alle posizioni della me-<lb/>dicina empirica - può accogliere una forma di generalizzazione empirica<lb/>solo a patto di circoscriverla entro limiti di validità ben precisi, quelli già<lb/>ricordati a proposito dei segni rammemorativi ed enunciati nel modo più<lb/>perspicuo in un passo del <hi rend="it">Contro i logici,</hi> che è opportuno riportare qui per<lb/>esteso (<hi rend="it">Μ</hi> VIII 288)<seg type="anchor_note" n="11">11</seg>6;</p>
         <p rend="start">e anche se noi ammettiamo che l’uomo differisce dagli altri animali in base sia<lb/>a ragione sia a rappresentazione transitiva sia a nozione di conseguenzialità, tut-<lb/>tavia non concederemo certo che egli sia tale anche rispetto alle cose non eviden-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="103" facs="Spinelli_103.jpg"/></p>
<p>ti e soggette a indirimibile discordanza, ma che rispetto alle cose che appaiono<lb/>egli possiede una certa conseguenzialità empirico-osservativa <hi rend="it">(teretiken tina ...<lb/>akolouthian),</hi> in virtù della quale, ricordando cosa ha osservato insieme a cosa e<lb/>cosa prima di cosa e cosa dopo cosa, dall’incidenza di ciò che precede fa riemer-<lb/>gere la memoria delle restanti cose.</p>
         <p rend="start">Benché queste considerazioni sestane lascino trasparire lo scenario di<lb/>uno scetticismo per nulla “rozzo”, bensì indirizzato verso una positiva,<lb/>perfino raffinata accettazione di “un’alternativa empiristica alle costruzio-<lb/>ni razionalistiche”<seg type="anchor_note" n="117">117</seg>, valida a proposito di ogni specialistica <hi rend="it">techne</hi> e pro-<lb/>babilmente accostabile all’elaborata forma di “memorismo” autorevol-<lb/>mente attribuita di recente a Menodoto<seg type="anchor_note" n="118">118</seg>, occorre tuttavia rimanere cauti.<lb/>Solo così sarà possibile evitare qualsiasi schiacciamento prospettico, met-<lb/>tendo in risalto piuttosto la peculiarità della soluzione proposta da Sesto,<lb/>che in qualsiasi polemica anti-dogmatica non poggia su alcuna tesi forte,<lb/>relativa alla struttura o essenza della realtà. Dietro il suo atteggiamento<lb/>continua insomma ad agire quella sorta di pregiudiziale “convinzione” pir-<lb/>roniana, secondo cui ogni tentativo di afferrare la verità, di stabilire “come<lb/>stanno veramente le cose” appare destinato a un inevitabile scacco euristi-<lb/>co, che si trasforma tuttavia a sua volta nella garanzia di una sana, libera-<lb/>toria atarassia, genuina forma di felicità aperta agli uomini<seg type="anchor_note" n="119">119</seg>.</p>
         <p rend="pb"><pb n="104" facs="Spinelli_104.jpg"/></p>
<p rend="start">NOTE</p>
         <p><seg type="endnote" n="1">1. Sosa-Tooley 1993, p. 1.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="2">2. Per un primo orientamento, ricco di rinvii testuali, cfr. almeno il lavoro di Hankinson<lb/>1998a; più specificamente sulla filosofia ellenistica cfr. anche Hankinson 1999.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="3">3. Mi limito a rinviare in proposito alla trattazione di loppolo 1994b, sp. pp. 4523ss.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="4">4. Occorre ricordare in proposito che l’etichetta <hi rend="it">tines</hi> sembra utilizzata quasi sistemati-<lb/>camente nel <hi rend="it">corpus</hi> sestano per indicare esponenti della tradizione neo-pirroniana: cfr. al<lb/>riguardo Dumont 1966, p. 228.</seg></p>
            <p><seg type="endnote" n="5">5. Contro il tipico e deleterio “gran vantarsi” (<hi rend="it">mega phronein, PH</hi> I 180) dogmatico Se-<lb/>sto si scaglia anche in altri punti dei suoi scritti: cfr. <hi rend="it">PH</hi>ll 194, 205 (si veda anche <hi rend="it">supra,<lb/></hi>cap. Ill, sp. p. 68) e <hi rend="it">M</hi> VII 27; si tratta, del resto, di un tema già caro alla polemica timo-<lb/>niana: cfr. Decleva Caizzi 1992a, p. 290, n. 23. Va inoltre ricordato che la centralità del ruo-<lb/>lo delle spiegazioni causali o <hi rend="it">aitiologiai</hi> viene ad es. menzionata in modo topico, dalle fon-<lb/>ti antiche, a proposito di un Democrito (cfr. soprattutto DK 68 B 118) o di un Posidonio<lb/>(cfr. <hi rend="it">e.g.</hi> Strab. II 3, 8=T. 85 E.-K.; altri rinvii in Barnes 1990d, p. 2651, n. 160). Quest’ul-<lb/>timo potrebbe essere stato il bersaglio privilegiato di Enesidemo, come sembra accadere<lb/>anche in altre occasioni e su altri temi: cfr. ad es., in merito alla <hi rend="it">querelle</hi> interpretativa su<lb/>Eraclito, <hi rend="it">PH</hi> I 210-212; per ulteriori rinvii cfr. anche Spinelli 1997a e 2002, dove si trova-<lb/>no anche alcune ipotesi interpretative sulla difficile questione del cosiddetto eraclitismo di<lb/>Enesidemo, tema molto difficile e su cui torna ora per esteso - ma con conclusioni non<lb/>sempre condivisibili - Polito 2004. Per il ruolo riconosciuto allo <hi rend="it">aitiologein</hi> da Epicuro cfr.<lb/>infine almeno <hi rend="it">Ep. Hdt.</hi> 78 e 80 e per ulteriori rinvii Barnes 1990d, p. 2651, n. 162.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="6">6. E quanto lascerebbe supporre la densa presenza di <hi rend="it">hapax</hi> nella prosa sestana di <hi rend="it">PH</hi> I<lb/>181-183 (come ad esempio: <hi rend="it">euepiphoria, polytropos,</hi> § 181; <hi rend="it">epiphaino, epiteloumai, idia-<lb/>zontos,</hi> § 182<hi rend="it">; phoratos,</hi> § 183; <hi rend="it">epimiktos,</hi> § 185). Cfr. inoltre il <hi rend="it">phesi</hi> di <hi rend="it">PH</hi> I 181 (sul cui<lb/>esatto valore cfr. Barnes 1990d, p. 2657, n. 179) e 185. Degna di nota, infine, è l’espres-<lb/>sione <hi rend="it">kath ’ous oietai ...</hi> <hi rend="it">(PH</hi> I 180), che compare identica nel resoconto di Fozio (<hi rend="it">bibl.<lb/></hi>Cod. 212, 170b21-22): cfr. al riguardo Decleva Caizzi 1992a, p. 290, n. 24.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="7">7. Cfr. in tal senso lo <hi rend="it">isos</hi> di <hi rend="it">PH</hi> I 185, cui va verosimilmente attribuito valore tecnico:<lb/>cfr. anche Mates 1996, p. 255.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="8">8. Di questo avviso già Pappenheim 1881, p. 68, che rinvia perciò a Phot. <hi rend="it">bibl.</hi> Cod. 212,<lb/>170bl7-22; cfr. anche, sulla stessa linea, Hankinson 1995, p. 121. Sul piano terminologico<lb/>va rilevata in <hi rend="it">PH</hi> I 181 l’occorrenza di <hi rend="it">ta aphane,</hi> vocabolo forse originariamente preferi-<lb/>to da Enesidemo rispetto a <hi rend="it">ta adela.</hi></seg></p>
            <p><seg type="endnote" n="9">9. Per un’accurata testimonianza sestana sulla dottrina epicurea della <hi rend="it">epimartyresis</hi> si<lb/>veda almeno <hi rend="it">M</hi> VII 210-216; cfr. anche Barnes 1990d, pp. 2662-2664 e Hankinson 1995,<lb/>p. 345, n. 1.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="10">10. Barnes 1990d, p. 2668; cfr. anche Hankinson 1998a, p. 213.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="11">11. Si noti che <hi rend="it">pollakis</hi> in <hi rend="it">PH</hi> 1181 va riferito alla voce verbale da <hi rend="it">aitiologeo,</hi> non a <hi rend="it">ou-<lb/>ses</hi>: così anche Barnes 1990d, p. 2665, n. 206, il quale opportunamente rinvia, a ulteriore<lb/>chiarimento del senso da attribuire al secondo tropo, a <hi rend="it">M</hi> VIII 219-220, un passo di proba-<lb/>bile origine enesidemea. Interessante è anche il confronto con <hi rend="it">Μ</hi> VIII 201-202, dove com-<lb/>pare un tipo di obiezione analoga, rivolta tuttavia contro il segno indicativo.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="12">12. Cfr. al riguardo le molte indicazioni presenti nella <hi rend="it">Epistola a Pitocle;</hi> per l’estensio-<lb/>ne di tale atteggiamento metodologico anche ad altri ambiti cfr. almeno Lucr. VI 703-711.</seg></p>
            <p rend="pb"><pb n="105" facs="Spinelli_105.jpg"/></p>
<lb/><p><seg type="endnote" n="13">13. Cfr. Barnes 1990d, pp. 2666-2667, il quale rinvia giustamente a <hi rend="it">M</hi> IX 29.</seg></p>
            <p><seg type="endnote" n="14">14. II rinvio più immediato, che tuttavia andrebbe analizzato più da vicino per le sue<lb/>implicazioni dossografiche, potrebbe essere a <hi rend="it">M</hi> IX 111-113, ove troviamo obiezioni<lb/>(stoiche) contro la teoria democritea del vortice: cfr. in proposito Spinelli 1997b, pp. 166-<lb/>167. Non mancano tuttavia rinvii legittimi ad analoghe tesi epicuree: cfr. Lucr. V 416-508;<lb/>772-924.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="15">15. Hankinson 1995, p. 215 rinvia ad alcuni passi di Aristotele: <hi rend="it">metaph.</hi> V, 3 e 30; VI, 2-<lb/>3; <hi rend="it">phys.</hi> II, 4-6 e alla trattazione di Sorabji 1980, cap. I.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="16">16. Barnes 1990d, p. 2667.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="17">17. Cfr. in <hi rend="it">PH</hi> I 182 l’uso tecnico di <hi rend="it">tacha</hi>, tipica <hi rend="it">phone</hi> neo-pirroniana, su cui si veda<lb/><hi rend="it">PH</hi> I 194-195, nonché <hi rend="it">infra,</hi> cap. V, sp. p. 123.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="18">18. Essa viene combattuta più volte in sede logica da Sesto, ma è messa in discussione<lb/>anche da parte epicurea (cfr. ad es. Philod. <hi rend="it">de sign.</hi> X, 1-XI, 8); lo <hi rend="it">analogismos</hi> della me-<lb/>dicina razionalistica viene invece attaccato dalla setta empirica (cfr. Gal. <hi rend="it">de sectis</hi> I 78<lb/>K.=24 Deichgräber, la cui eco ricompare anche nella trattazione enesidemea secondo Bar-<lb/>nes 1990d, pp. 2667-2668; cfr. anche Brunschwig 1997b, p. 576). Sulla posizione eneside-<lb/>mea cfr. anche Andriopoulos 1989, sp. p. 11.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="19">19. Cfr. Barnes 1990d, sp. pp. 2656-2661 (la citazione è a p. 2661). Sull’efficacia pole-<lb/>mica dei primi tropi insiste Hankinson 1995, pp. 213-214, il quale esplora anche le relati-<lb/>ve, possibili contro-obiezioni dogmatiche.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="20">20. Su <hi rend="it">ephodos, PH</hi> I 183, e le molte sfumature di significato che esso assume in Sesto<lb/>cfr. Ebert 1991, p. 256 e n. 22.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="21">21. Ma forse non per questo endemico o assolutamente incurabile, come fa notare<lb/>Hankinson 1995, p. 216.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="22">22. <hi rend="it">Aporos</hi> va allora inteso come sinonimo di <hi rend="it">zetoumenos,</hi> secondo quanto propone Bar-<lb/>nes 1990d, p. 2660. Hankinson 1995, p. 217 interpreta il tropo alla luce della relazione che<lb/>si stabilisce nel caso dell’inferenza dogmatica dell’esistenza dei pori sulla pelle a partire<lb/>dal fenomeno del sudore, suscettibile già di per sé di spiegazioni diverse e controverse.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="23">23. Cfr. anche <hi rend="it">PH</hi> II 84; l’efficacia di tale metodo, contro l’opposto modo di procedere del-<lb/>l'Accademia scettica, viene illustrata e difesa in dettaglio nel passo parallelo di <hi rend="it">MI</hi> X 1-4.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="24">24. E forse ancora prima, con una retrodatazione a Omero di cui resta traccia anche in<lb/>Sesto: cfr. ΜIX 4.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="25">25. La lista sestana in <hi rend="it">Μ</hi> IX 4-11 va da Omero agli stoici; cfr. al riguardo Hankinson<lb/>1995, p. 237.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="26">26. Cfr. DL VII 134 e Sen. <hi rend="it">ep.</hi> 65, 2 (=Long-Sedley 55 E), oltre a <hi rend="it">M</hi> IX 11 (=SVF II 301).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="27">27. In <hi rend="it">Μ</hi> IX 4 abbiamo <hi rend="it">drasterioi</hi> o ancora, in <hi rend="it">Μ</hi> IX 12, l’equivalente <hi rend="it">poietikai;</hi> per al-<lb/>tre denominazioni sinonimiche delle cause o principi efficienti cfr. Barnes 1990d, pp. 2652-<lb/>2653, n. 164, nonché Mansfeld 2001b, sp. pp. 38-40.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="28">28. Cfr. anche la testimonianza riportata nel cap. 16 della pseudo-galenica <hi rend="it">Historia phi-<lb/>losopha</hi> (<hi rend="it">=Dox. gr.</hi> 608, 15-16). Nell’impostazione appena descritta, inoltre, Sesto si mo-<lb/>stra forse relativamente indipendente rispetto alla tradizione del suo indirizzo di pensiero:<lb/>cfr. al riguardo Barnes 1990d, p. 2654, n. 172.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="29">29. Per questo tipo di critica, che attacca la comprensibilità di un’attività, scienza o arte<lb/>che sia (nel nostro caso quella del ‘governo del mondo’), mostrando la non sussistenza dei<lb/>suoi presunti effetti, cfr. anche <hi rend="it">M</hi> XI 188, 197ss. e <hi rend="it">PH </hi>III 243.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="30">30. Per il valore e la funzione dell’avverbio <hi rend="it">pragmatikos</hi> cfr. <hi rend="it">Μ </hi>I 7; V 106; VI 38 e 68,<lb/>con le osservazioni di Spinelli 1995, pp. 380-381 e Blank 1998, p. 84; si noti inoltre che<lb/><hi rend="it">blasphemein</hi> è <hi rend="it">hapax</hi> in Sesto.</seg></p>
         <p rend="pb"><pb n="106" facs="Spinelli_106.jpg"/></p>
         <p><seg type="endnote" n="31">31. Qui <hi rend="it">energetikos</hi> è di nuovo <hi rend="it">hapax</hi> nel <hi rend="it">corpus</hi> sestano. Si noti inoltre sin d’ora quan-<lb/>to segue: 1) <hi rend="it">aition</hi> e <hi rend="it">aitia</hi> - che erano stati a quanto pare distinti da Crisippo (come attesta<lb/>Stobeo in SVF II 336=Long-Sedley 55 A, su cui utili indicazioni si leggono in Frede 1987d,<lb/>p. 129; per una interpretazione diversa cfr. Bobzien 1999, pp. 199-202, criticata tuttavia da<lb/>Mansfeld 2001a, sp. pp. 106-109), senza che tale distinzione si imponesse in modo cogen-<lb/>te all’interno della scuola stoica (cfr. al riguardo SVF II 356 e soprattutto Ioppolo 1994b,<lb/>pp. 4497-4498) - finiscono con l’essere usati in modo interscambiabile da Sesto (cfr. Bar-<lb/>nes 1990d, p. 2650, n. 158; Ioppolo 1994b, p. 4497, nn. 6 e 12; Mates 1996, p. 291); 2)<lb/>manca in <hi rend="it">PH</hi> un attacco specificamente rivolto contro la nozione di agente/paziente, tema<lb/>lungamente trattato, invece, in M IX 237-251, su cui cfr. almeno Hankinson 1998a, pp.<lb/>283-285.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="32">32. I dogmatici formulano <hi rend="it">ennoiai</hi> di causa che sono “dissonanti” e “strani” o <hi rend="it">allokotoi,<lb/></hi>altro <hi rend="it">hapax</hi> in Sesto.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="33">33. Per un’opposizione analoga formulata nell’ambito della medicina dogmatica, per l’e-<lb/>sattezza da Erofilo, cfr. Gal. <hi rend="it">CP</hi> XVI 200, nonché <hi rend="it">infra,</hi> n. 84. In <hi rend="it">Μ</hi> IX 364 quali sosteni-<lb/>tori dell’incorporeità della causa vengono menzionati Platone e i pitagorici; utile potrebbe<lb/>essere al riguardo il confronto con passi platonici (ad es.: <hi rend="it">Phaed.</hi> 97a-99d) o con un brano<lb/>degli <hi rend="it">Elementi di Teologia</hi> di Proclo (75-80), su cui utili indicazioni offre Dodds 1963(2), pp.<lb/>240-244.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="34">34. Cfr. al riguardo Barnes 1990d, p. 2668, che opportunamente rinvia a <hi rend="it">PH </hi>II 118; si<lb/>vedano inoltre Rieth 1933, p. 138 e Ioppolo 1994b, p. 4493, n. 2.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="35">35. Sul valore di <hi rend="it">energoun</hi> cfr. Barnes 1990d, p. 2675; il termine utilizzato per indicare<lb/>l’effetto, <hi rend="it">apotelesma,</hi> sembrerebbe estraneo al lessico tecnico dei primi stoici, i quali pre-<lb/>ferivano forse parlare di <hi rend="it">symbebekos</hi> (cfr. ad es. SVF I 89=Long-Sedley 55 A, da cfr. con<lb/>SVF II 509=Long-Sedley 51 B), come sottolinea a più riprese Duhot 1989, <hi rend="it">e.g.</hi> pp. 214 e<lb/>218-220; cfr. anche Bobzien 1999, p. 198, nonché Mansfeld 2001b, sp. pp. 27-28.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="36">36. Cfr. paradigmaticamente Hankinson 1998b, p. 21.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="37">37. Barnes 1990d, p. 2669 e n. 219 per l’indicazione di altri passi pertinenti, fra cui me-<lb/>rita di essere ricordata la ‘definizione’ del <hi rend="it">Cratilo</hi> platonico (413a): <hi rend="it">di’ ho gar ginetai,<lb/>tout’esti to aition</hi>; sulle cause in Platone cfr. almeno i testi raccolti in Dörrie-Baltes 1996,<lb/>sp. pp. 118-201 (comm.: pp. 387-538), nonché Sedley 1998 e Casertano 2002.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="38">38. Entrambe le citazioni sono tratte da Frede 1987d, risp. pp. 127 e 138; per ulteriori,<lb/>utili rinvii testuali cfr. ancora ivi, sp. pp. 126-127 e Barnes 1990d, p. 2671, n. 223; su tale<lb/>“cambiamento di prospettiva” e sulle sfumature interpretative che esso comporta cfr. inol-<lb/>tre Ioppolo 1994b.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="39">39. Anche se poi nei fatti aperta sempre e di nuovo al disaccordo, visto che ad es. per gli<lb/>stoici il <hi rend="it">di ’ho</hi> si riferisce unicamente all’agente inteso come causa efficiente, mentre per un<lb/>peripatetico esso abbraccia senz’altro anche la causa finale.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="40">40. Cfr. ad es. Clem. Al. <hi rend="it">Strom.</hi> VIII, 9, 26, 4 (e Long-Sedley 1987, vol. 2, p. 333) e 30,<lb/>2; <hi rend="it">M</hi> IX 211 (=SVF II 341=Long-Sedley 55 B) e per altri rinvii Barnes 1990d, p. 2671, n.<lb/>230. Su tale differenza dottrinale interessante mi sembra la conclusione di Duhot 1989, p.<lb/>217: “la vera opposizione risiede nel fatto che Aristotele, da un punto di vista intuitivo, con-<lb/>cepisce l’effetto come una cosa e gli stoici come l’apparizione di qualche cosa. (...) Del re-<lb/>sto, se si guarda alla questione con una certa obiettività, si constata che i dossografi aveva-<lb/>no ben visto, su questo punto, l’opposizione fra una filosofia del nome e una filosofia del<lb/>verbo”. Utili considerazioni al riguardo si leggono anche in Rieth 1933, p. 140.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="41">41. Cfr. Barnes 1990d, p. 2672, il quale analizza in dettaglio la questione, anche con<lb/>l’ausilio di formalizzazioni esplicative: cfr. ivi, pp. 2672-2676.</seg></p>
         <p rend="pb"><pb n="107" facs="Spinelli_107.jpg"/></p>
         <p><seg type="endnote" n="42">42. Hankinson 1998b, p. 27 fa notare come tale tripartizione sia assente dagli scritti au-<lb/>tentici di Galeno; diverso il discorso per quelli spurii: cfr. al riguardo <hi rend="it">infra,</hi> pp. 92-94.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="43">43. Nel caso (a) la mia traduzione è debitrice di un suggerimento di Enrico Berti, che qui<lb/>ringrazio. Un’altra resa possibile è quella di “immediate”: essa, oltre a sottolineare il si-<lb/>gnificato di un tipo di causa, che non ha bisogno di mediazione per compiere il suo effet-<lb/>to, riprende quella di Tescari (che oscilla fra “immediate” e il calco “sinettiche”) e di Bury<lb/>(“immediate”), mentre Hossenfelder, Gallego Cao/Muñoz Diego e Pellegrin preferiscono<lb/>rispettivamente “für sich zureichend”, “suficientes” e “parfaites”; Annas/Barnes optano per<lb/>“comprehensive”, Mates per “conclusive”. Per quanto riguarda (b), la mia resa coincide<lb/>con quella di Pellegrin (“coopérantes”) e si avvicina a quella di Annas/Barnes (“co-opera-<lb/>tive”), laddove Tescari, Hossenfelder e Gallego Cao/Munoz Diego si allineano nel tradur-<lb/>re rispettivamente “concausali”, “Mitursachen”, “concausas”; Mates e Bury infine si deci-<lb/>dono entrambi per “associate”. Rispetto al terzo gruppo (c), la mia traduzione si muove nel-<lb/>la stessa direzione di quelle di Hossenfelder (“Hilfsursachen”), Annas/Barnes (“auxiliary”)<lb/>e Pellegrin (“auxiliares”), mentre Tescari e Bury preferiscono “cooperanti”/”cooperant”;<lb/>Gallego Cao/Munoz Diego “coadyvantes” e Mates lo strano calco “synergistic”.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="44">44. Cfr. rispettivamente Sen. <hi rend="it">ep.</hi> 65, 4 e 12=SVF II 346a.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="45">45. Posidonio, però, rappresenta forse in tal senso un <hi rend="it">unicum·,</hi> cfr. al riguardo il passo già<lb/>citato di Strabone (=T. 85 E.-K.), nonché <hi rend="it">supra,</hi> n. 5.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="46">46. Non è questa la sede per occuparsi in dettaglio di una questione teoricamente così<lb/>complessa, ma mi sembra opportuno offrire almeno una piccola digressione sui motivi<lb/>che spingono Crisippo a proporre la bipartizione di cui ci stiamo occupando. In proposi-<lb/>to, dobbiamo essere molto cauti e, nonostante l’influsso che essa ha esercitato, ridimen-<lb/>sionare forse l’attendibilità proprio della presentazione ciceroniana. Con discutibile coe-<lb/>renza teorica, infatti, essa attribuisce sì a Crisippo una distinzione delle cause in due cop-<lb/>pie opposte (cause <hi rend="it">perfectae et principales</hi> vs. <hi rend="it">adiuuantes et proximae),</hi> ma pretende poi<lb/>di accreditarla come soluzione positiva di alcune difficoltà legate alla coesistenza del fa-<lb/>to e della libera volontà del soggetto umano. Crisippo, stando a Cicerone, risolverebbe ta-<lb/>li difficoltà facendo del primo, attraverso lo stimolo fornito dalla rappresentazione (o<lb/><hi rend="it">phantasia),</hi> una causa esterna e cronologicamente anteriore, che si limita a dare l’avvio<lb/>all’azione, ma non la necessita e attribuendo <hi rend="it">solo</hi> alla seconda l’efficacia decisiva di cau-<lb/>sa interna e simultanea, legata all’esercizio di un assenso (o <hi rend="it">sygkatathesis),</hi> incondizio-<lb/>nato, sottratto alla sempiterna catena causale del fato e perciò libero. Fatta salva la ge-<lb/>nuina paternità crisippea della bipartizione che stiamo esaminando, mi sembra di poter<lb/>dire che essa va inserita in un “quadro teorico” diverso da quello ciceroniano, come è sta-<lb/>to opportunamente sottolineato da Pier Luigi Donini. Tenendo conto non solo delle testi-<lb/>monianze già menzionate, ma anche di altri passi decisivi, ad es. di Diogeniano e soprat-<lb/>tutto di Alessandro di Afrodisia, Donini ha infatti sostenuto che “a questo punto si può<lb/>capire a che cosa doveva servire, per Crisippo, la distinzione delle cause. Essa serviva ef-<lb/>fettivamente a stabilire che cosa sia in potere dell’uomo, ma non già per contrapporlo (co-<lb/>me assurdamente vorrebbe far intendere Cicerone) a quel che dipende dal fato, bensì per<lb/>distinguerlo da quel che non è in nostro potere, restando inteso che sia quel che è in po-<lb/>tere dell’uomo, sia quel che non lo è, dipende comunque e ugualmente dal fato ed è sot-<lb/>toposto alla necessità” (Donini 1975, p. 222). Non doveva essere diverso, forse, l’obietti-<lb/>vo perseguito da Posidonio, nella forte limitazione da lui imposta al presunto potere cau-<lb/>sale della ricchezza, fattore unicamente antecedente ed esteriore, cui può forse cedere l’a-<lb/>nima dei “molti” o <hi rend="it">pollai,</hi> ma non quella perfetta del saggio: cfr. Sen. <hi rend="it">ep.</hi> 87, 31-34 (=F.<lb/>170 E.-K.), con il relativo commento in Edelstein-Kidd 1988, pp. 628ss. Tornando infine</seg></p>
          <p rend="pb"><pb n="108" facs="Spinelli_108.jpg"/></p>
          <p><seg type="endnote" n="46">sul significato e sulla relazione reciproca dei due tipi di causa ricordati da Cicerone, su<lb/>cui sono stati versati fiumi di inchiostro, mi limito soltanto a dire che, nonostante le sot-<lb/>tili ed erudite argomentazioni di Görler 1987, mi sembra che l’espressione del <hi rend="it">de fato</hi> pre-<lb/>senti una coppia di endiadi e testimoni dello sforzo ciceroniano, non sempre preciso e at-<lb/>tendibile, di rendere in latino una terminologia greca di partenza già di per sé fluida e non<lb/>tassativamente codificata: cfr. al riguardo anche Duhot 1989, p. 170 e soprattutto la fine<lb/>analisi di Schröder 1989 e 1990; utili indicazioni anche in Ioppolo 1994b, pp. 4505ss. e<lb/>Forschner 19952, pp. 96-97; cfr. infine Bobzien 1999, sp. pp. 204-218 e più in generale<lb/>Bobzien 1998.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="47">47. Si potrebbe obiettare citando come esempio la partizione delle cause conservata in<lb/>Cic. <hi rend="it">top.</hi> 58-61. Non posso qui dedicare spazio a una disamina attenta e completa del pas-<lb/>so, rispetto al quale condivido tuttavia il fondato giudizio di Anna Maria Ioppolo 1994b, p.<lb/>4532: “è chiaro quindi che Cicerone utilizza nei ‘Topica’ una classificazione di cause che<lb/>è dovuta all’influenza di più scuole filosofiche e che con ogni probabilità risente anche de-<lb/>gli sviluppi che il concetto di causa aveva avuto nelle scuole mediche”; cfr. anche Bobzien<lb/>1999, p. 234, n. 85. Si può infine supporre che Crisippo utilizzasse per la causa antecedente<lb/>il termine <hi rend="it">proegoumenos:</hi> cfr. ad es. la testimonianza del <hi rend="it">de fato</hi> pseudo-plutarcheo (574e),<lb/>con ulteriori rinvii in Valgiglio 1993, p. 181, n. 265.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="48">48. Oltre a SVF II 407, per la testimonianza di Galeno cfr. Long-Sedley 55 F, nonché 55<lb/>H (=SVF II 356) per il primato dell’invenzione stoica; per ulteriori testi pertinenti cfr.<lb/>Hankinson 1987a, p. 81, n. 5; si veda anche Mansfeld 2001b, sp. pp. 49-50.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="49">49. Cfr. anche ps-Gal. <hi rend="it">defined.</hi> XIX 392 K. (def. 155).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="50">50. È questa caratterizzazione che spinge Frede 1987d, p. 145 a porre lo <hi rend="it">aition syne-<lb/>ktikon</hi> stoico come analogo alla causa formale di Aristotele; sulla stessa linea anche For-<lb/>schner 19952, p. 92; cfr. tuttavia anche Hankinson 1987a, p. 83, n. 12, nonché le equilibra-<lb/>te osservazioni di Ioppolo 1994b, p. 4503.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="51">51. Cfr. al riguardo almeno i passi di Galeno conservati in SVF II 355 e 356 (=Long-<lb/>Sedley 55 H).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="52">52. Per l’accenno allo <hi rend="it">Schulbetrieb</hi> cfr. in part. Pohlenz 1940, pp. 111-112 e Schroder<lb/>1990, sp. p. 8; cfr. inoltre Hankinson 1987a, p. 84, n. 18; Duhot 1989, pp. 228 e 232-233;<lb/>Sharples 1991, p. 199; Ioppolo 1994b, sp. pp. 4538 e 4545. Appare in ogni caso difficile<lb/>rendere coerente tale coacervo tassonomico, riconducendolo ad es. a due schemi triadici<lb/>alternativi, come vorrebbe Frede 1987d, pp. 138ss. Per l’ipotesi che un contributo attivo e<lb/>importante alla classificazione delle cause sia stato apportato da seguaci di Erofilo e di<lb/>Erasistrato cfr. Kollesch 1973, sp. p. 124; per la trasformazione della nozione di <hi rend="it">aition syn-<lb/>ektikon</hi> (“containing-sustaining cause”) nel neoplatonismo e soprattutto in Proclo cfr. an-<lb/>che Steel 2002.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="53">53. Ancora più radicale in proposito il giudizio conclusivo di Duhot 1989, p. 240, il qua-<lb/>le nega carattere “realmente stoico” a tutte le liste di cause, da ricondurre piuttosto a “co-<lb/>loro che avevano bisogno di distinguere parecchi livelli di causalità, ovvero i medici”; <hi rend="it">con-<lb/>tra</hi> cfr. già Rieth 1933, pp. 138-139.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="54">54. Su questo passo cfr. in particolare Sharples 1983, pp. 153-154, il quale difende an-<lb/>che la lezione <hi rend="it">hektika</hi> in luogo di <hi rend="it">aktika.</hi></seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="55">55. Cfr. SVF II 347-351, nonché SVF I, p. XLVI.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="56">56. Cfr. <hi rend="it">e.g.</hi> la sua testimonianza in SVF II 351 (=Long-Sedley 55 E); cfr. anche SVF<lb/>II 346, un passo in cui Clemente Alessandrino, oltre a riproporre la sinonimicità di <hi rend="it">syn-<lb/>ektikon</hi> e <hi rend="it">autoteles</hi> (su cui appare tuttavia lecito nutrire qualche dubbio: cfr. in proposito<lb/>Schröder 1990, p. 237 e Ioppolo 1994b, sp. pp. 4540-4542; <hi rend="it">contra</hi> cfr. invece Bobzien</seg></p>
          <p rend="pb"><pb n="109" facs="Spinelli_109.jpg"/></p>
         <p><seg type="endnote" n="56">1999, sp. pp. 239-240), fornisce di nuovo un elenco di cause <hi rend="it">(prokatarktika-synektika-syn-<lb/>erga-ta de hon ouk aneu,</hi> riproposto con il solo scambio fra <hi rend="it">synektika</hi> e <hi rend="it">synaitia</hi> in Basil.<lb/><hi rend="it">Spir. Sanct. PG</hi> 32, 5ab) non sovrapponibile a dottrina stoica e corredato da un esempio,<lb/>quello dell’apprendimento, anch’esso difficilmente riconducibile a matrice stoica.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="57">57. Cfr. <hi rend="it">e.g. def. med.</hi> XIX 393 K. (def. 157, 159-160): tutto ciò sembra valere, almeno<lb/>in parte, anche per i metodici: cfr. ps-Diosc. <hi rend="it">de iis...</hi>,<hi rend="it"> Prooem.,</hi> II 51, 15-52, 6, cit. in Kol-<lb/>lesch 1973, p. 120 e già in Pohlenz 1940, p. 108, con ulteriori rinvii a testi di Celio Aure-<lb/>liano e Sorano.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="58">58. Ioppolo 1994b, p. 4542; cfr. anche ivi, p. 4540; per le occorrenze all’interno della<lb/>setta metodica cfr. la n. precedente.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="59">59. Per questa ipotesi interpretativa cfr. Frede 1987d, pp. 143ss.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="60">60. Letti da questo punto di vista gli esempi sestani risultano perfettamente comprensi-<lb/>bili né possono essere negativamente giudicati, alla stregua di battute di cattivo gusto o di<lb/>chiarimenti ingannevoli, come vorrebbe Rieth 1933, pp. 141, n. 2 e 149.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="61">61. La medesima quadripartizione si ritrova anche in ps.-Gal. <hi rend="it">hist. phil.</hi> 19 (<hi rend="it">Dox. gr.</hi> 611,<lb/>8-15), dove inoltre le definizioni delle cause <hi rend="it">synektika-synaitia-synerga</hi> sono praticamente<lb/>identiche a quelle sestane, mentre manca ogni tipo di esempio. Quanto alla traduzione del<lb/>termine greco <hi rend="it">prokatarktika,</hi> ho preferito renderlo con “antecedenti”, come già Tescari e<lb/>Bury (“antecedenti”/“antecedent”), Pellegrin (“antécédentes”) e direi anche Hossenfelder<lb/>(“vorangehenden”), mentre Annas/Barnes preferiscono “preparatory”, Mates “proximate”<lb/>e Gallego Cao/Muñoz Diego la strana espressione “fundamentos previos”. Più in generale,<lb/>per un primo orientamento sul dibattito teorico fra le scuole mediche in merito alle spiega-<lb/>zioni causali cfr. Hankinson 1998a, cap. IX.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="62">62. Credo si possa dunque condividere la conclusione di Duhot 1989, p. 234: “ciò con-<lb/>ferma che queste cause sono utilizzate da molte scuole, generalmente mediche, che, intor-<lb/>no a una base comune, ne danno interpretazioni differenti a seconda dei loro bisogni con-<lb/>cettuali”.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="63">63. Cfr. al riguardo Decleva Caizzi 1992a, p. 308.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="64">64. L’esempio torna nello pseudo-Galeno: <hi rend="it">def. med.</hi> XIX 392 K. (def. 155).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="65">65. Non mancano tuttavia passi, sempre in Galeno e in particolare nel <hi rend="it">de sectis,</hi> in cui,<lb/>nell’ambito della determinazione della <hi rend="it">syndrome</hi> dei fattori rilevanti in uno specifico caso<lb/>clinico (ad es.: morso di un cane impazzito -» insorgere della rabbia), l’accettazione delle<lb/>cause antecedenti viene attribuita <hi rend="it">anche</hi> ai medici empirici. Bisogna tuttavia evitare conclu-<lb/>sioni affrettate e indebite accuse di dogmatismo mascherato. Come suggerisce giustamente<lb/>Hankinson 1998a, p. 321, infatti, “ciò che i razionalisti tratteranno come genuina causa (che<lb/>come tale richiede che sia vera una qualche spiegazione della sua operatività), gli empirici<lb/>lo considerano piuttosto come un mero segno, un evento opportunamente concatenato con<lb/>qualche risultato futuro. Chiamatele cause se volete (gli empirici, come i pirroniani, non fan-<lb/>no questioni di terminologia), nella misura in cui il termine non venga inteso per connotare<lb/>una qualche confidenza nell’esistenza di una verità causale arcana rispetto alla questione in<lb/>esame”; cfr. inoltre Perilli 2004, sp. pp. 137-140. Su questo aspetto e sulla possibilità che<lb/>anche i pirroniani parlino ‘non teoreticamente’ di cause cfr. infine <hi rend="it">infra,</hi> n. 106.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="66">66. Hankinson 1998b, p. 45.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="67">67. Cfr. almeno Gal. <hi rend="it">CP</hi> II 9-10; VII 46; soprattutto VIII 96-114; nella stessa direzione,<lb/>di conseguenza., potrebbe essere letto anche <hi rend="it">CP</hi> XIII 162, qualora si accetti l’ipotesi inter-<lb/>pretativa avanzata da Hankinson 1998b, sp. pp. 253-254, che individua nello <hi rend="it">ipse ... dux</hi> ci-<lb/>tato nel testo proprio Erasistrato; incline ad attribuire direttamente a Erofilo il rigetto delle<lb/>cause antecedenti in quest’ultimo passo di Galeno è, sia nella traduzione sia nel commen-</seg></p>
          <p rend="pb"><pb n="110" facs="Spinelli_110.jpg"/></p>
          <p><seg type="endnote" n="67">to, von Staden 1989: cfr. ivi, Herophil. T 58 e ancora pp. 130 e 136; sulla questione cfr. an-<lb/>che ora Perilli 2004, sp. pp. 186-188.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="68">68. Né si può sottovalutare il valore che sembra avere costantemente in Sesto l’etichet-<lb/>ta <hi rend="it">tines:</hi> cfr. <hi rend="it">supra,</hi> n. 4.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="69">69. Non mi sembra accettabile l’interpretazione di Barnes 1990d, p. 2670, n. 225, se-<lb/>condo cui Sesto probabilmente aggiunge <hi rend="it">hyparchon</hi> in <hi rend="it">PH </hi>III 16, “per mostrare che (nel<lb/>gergo corrente) la causazione non è una relazione intensionale”; cfr. anche ivi, p. 2683, n.<lb/>267. Tale interpretazione riposa infatti su di una errata traduzione, poiché <hi rend="it">hyparchon</hi> e <hi rend="it">on<lb/></hi>sono due participi riferiti <hi rend="it">entrambi</hi> a <hi rend="it">aition</hi> (“la causa, sussistendo come relativa ed essen-<lb/>do relativa all’effetto”) secondo un uso stilistico attestato anche in altri passi del <hi rend="it">corpus</hi> se-<lb/>stano: cfr. ad es. <hi rend="it">PH </hi>II 120; <hi rend="it">M</hi> VIII 454 e XI 38. In una direzione analoga, del resto, va an-<lb/>che la traduzione che lo stesso Barnes, insieme a Julia Annas, propone per il nostro passo<lb/>in Annas-Barnes 2000, p. 147.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="70">70. Su di un piano insieme fisico e teologico, che potrebbe far pensare a dottrina ad es.<lb/>platonica (cfr. Plat. <hi rend="it">Tim.</hi> 28a5-6) e/o stoica (cfr. sul concetto di <hi rend="it">dioikeisthai</hi> i rinvii offerti<lb/>daValgiglio 1993, pp. 181-182).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="71">71. Per una possibile replica attribuita a <hi rend="it">hoi aporetikoi</hi> cfr. <hi rend="it">Μ</hi> IX 209; su tale etichetta<lb/>cfr. almeno Decleva Caizzi 1992a, pp. 307ss.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="72">72. Alcuni esempi sono già sfruttati in Lucr. I 159-173; erano forse diventati di casa an-<lb/>che nella tropologia scettica?</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="73">73. II rinvio è reso del resto esplicito nel passo parallelo di <hi rend="it">Μ</hi> IX 205-206.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="74">74. Per questo ricorrente accorgimento polemico cfr. almeno <hi rend="it">PH</hi> I 58, 85; II 130; e an-<lb/>cora <hi rend="it">PH</hi> III 20, 245, 273.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="75">75. Cfr. Barnes 1990d, pp. 2676ss.; si vedano anche Mates 1996, p. 292; Hankinson<lb/>1998a, pp. 279-280.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="76">76. Cfr. al riguardo ancora Barnes 1990d, p. 2653, n. 167, il quale esprime una valuta-<lb/>zione analogamente negativa, al punto di trovare “più interessante” la trattazione di <hi rend="it">PH</hi>: cfr.<lb/>ancora ivi, p. 2677.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="77">77. Cfr. anche Hankinson 1998a, pp. 278-279, nonché, per l’eco di una formula crisip-<lb/>pea in <hi rend="it">PH</hi> III 21-22, Mansfeld 2001a, sp. p. 109.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="78">78. Pur concessa da Sesto: per questa sua strategia cfr. i rinvii in Barnes 1990d, p. 2676,<lb/>n. 247.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="79">79. Per una descrizione più ampia di tale scontro cfr. <hi rend="it">Μ </hi>IX 195.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="80">80. Cfr. rispettivamente <hi rend="it">PH</hi> II 104-133, 18-79 e 144-192.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="81">81. Non del tutto identica, però, al diallele: cfr. al riguardo <hi rend="it">PH</hi> I 61 e le osservazioni di<lb/>Barnes 1990d, p. 2680, n. 260.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="82">82. Cfr. Barnes 1990d, pp. 2682-2683, il quale si mostra estremamente critico nei con-<lb/>fronti della correttezza e validità di tali obiezioni; sulla questione cfr. anche Hankinson<lb/>1998a, pp. 280-283.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="83">83. Cfr. tuttavia ancora Barnes 1990d, p. 2682, n. 265.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="84">84. Cfr. ad es. <hi rend="it">Μ</hi> IX 210-217, sp. 212-214; sulla questione cfr. Hankinson 1998a, pp.<lb/>300-302; ulteriori rinvii anche in von Staden 1989, p. 137.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="85">85. Per un primo orientamento in proposito rinvio a Dal Pra 1975(2), pp. 376ss; per la pa-<lb/>ternità enesidemea dell’intera sezione di <hi rend="it">PH</hi> III 17-29 sembra pronunciarsi Andriopoulos<lb/>1989, sp. pp. 12ss., senza tuttavia addurre ragioni cogenti.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="86">86. Anonima, ma forse allusivamente neo-pirroniana: cfr. al riguardo ancora <hi rend="it">supra,</hi> n. 4.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="87">87. Cfr. in proposito il resoconto di Fozio, rispettivamente in <hi rend="it">bibl.</hi> Cod. 212, 170b5 e<lb/>18-19; sulla questione cfr. anche Decleva Caizzi 1992a, p. 291, nn. 27 e 28.</seg></p>
         <p rend="pb"><pb n="111" facs="Spinelli_111.jpg"/></p>
<lb/><p><seg type="endnote" n="88">88. Sull’attendibilità di questo approccio rispetto al carattere processuale delle relazioni<lb/>causali cfr. le osservazioni di Hankinson 1998a, p. 282, nonché quelle di Andriopoulos<lb/>1989, sp. pp. 14-16.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="89">89. Cfr. tuttavia l’ipotesi ardita, ma ben argomentata di una possibile ‘backward causa-<lb/>tion’ in Dummett 1954, ricordata anche da Hankinson 1998a, p. 281.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="90">90. Cfr. Long 1982, p. 170, n. 19 e pp. 185-187; più in generale cfr. anche Spinelli<lb/>2000b, <hi rend="it">passim.</hi></seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="91">91. II verbo utilizzato, <hi rend="it">symparatero,</hi> ricorre sempre e solo per descrivere il meccanismo<lb/>inferenziale debole all’opera nel caso dei segni rammemorativi: cfr. <hi rend="it">PH </hi>II 100-101 e i pas-<lb/>si paralleli in <hi rend="it">Μ</hi> VIII 152 e 154; e ancora <hi rend="it">Μ</hi> VIII 143. Utili osservazioni e ulteriori rinvii al<lb/>riguardo si possono leggere in Desbordes 1990, p. 178. Per la possibilità che anche agli oc-<lb/>chi degli stoici “il tipo di segno cui i segni divinatori maggiormente somigliano sia il ‘se-<lb/>gno rammemorativo’” cfr. Long-Sedley 1987, vol. 1, p. 265.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="92">92. Non a caso Sesto ricorre qui al verbo <hi rend="it">endeiknymai,</hi> utilizzato nello stesso senso an-<lb/>che in altri passi: cfr. ad es. <hi rend="it">Μ</hi> VIII 195; 208; 263 <hi rend="it">(bis);</hi> 264; 274 <hi rend="it">(bis).</hi> La considerazione<lb/>degli astri come “segni <hi rend="it">condizionali"</hi> (Bobzien 1998, p. 176, n. 75) inviati direttamente da-<lb/>gli dei è sicuramente stoica, molto probabilmente già crisippea: cfr. almeno <hi rend="it">M</hi> IX 132; Cic.<lb/><hi rend="it">fat.</hi> 14-15 e soprattutto Cic. <hi rend="it">div.</hi> II, 63, 130 (=SVF II 1189).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="93">93. Barnes 1988b, p. 73.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="94">94. Non sempre perspicua si rivela in proposito la recente, lunga disamina di Allen 2001,<lb/>sp. pp. 87ss.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="95">95. Per una diversa accezione del concetto di segno in ambito stoico cfr. le testimonian-<lb/>ze di Filodemo e Dionisio di Cirene raccolte sotto i frr. 1032-1035 Hülser.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="96">96. Si tratterebbe di Cleante secondo Ebert 1991, sp. pp. 78, 290-291 e 298. Al di là di<lb/>qualsiasi questione di paternità, si può concordare sul fatto che il resoconto di <hi rend="it">PH</hi> appare<lb/>qualitativamente ‘superiore’ rispetto a quello di <hi rend="it">Μ</hi> VIII 141-155 e 244-256. Cfr. ancora<lb/>Ebert 1991, pp. 38ss.,49ss. e 74, che pensa a Zenone come possibile fonte di <hi rend="it">M</hi>; cfr. anche<lb/>Frede 1987d, p. 188. Sulla ‘paternità’ della classificazione discussa da Sesto sono state for-<lb/>mulate ipotesi differenti: stoici-dialettici secondo Ebert; l’empirismo medico per Sedley,<lb/>Kudlien, Hülser e soprattutto ora, sulla scia di alcune osservazioni già avanzate da Philip-<lb/>pson, Allen 2001, le cui tesi sono tuttavia in più punti discutibili. Più in generale sulla ‘se-<lb/>miotica’ o ‘semiologia’, scettica e non, cfr. almeno Sedley 1982; Burnyeat 1982b; Glidden<lb/>1983; Ebert 1987; Manetti 1987, sp. pp. 135-160; Chiesa 1990.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="97">97. Riprendo qui un suggerimento di Manetti 1987, p. 150; per una classificazione leg-<lb/>germente diversa cfr. <hi rend="it">M</hi> VIII 317-319 e le osservazioni di Hankinson 1995, p. 344, n. 6.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="98">98. Chiesa 1990, p. 156. Cfr. anche la testimonianza dello ps.-Galeno in <hi rend="it">hist. phil.</hi> 9, <hi rend="it">Dox.<lb/>gr.</hi> 605, 10-18=fr. 1027 Hülser; un resoconto leggermente diverso si legge invece in DL IX<lb/>96-97, mentre <hi rend="it">M</hi> VIII 143 menziona una partizione dei segni considerati <hi rend="it">koinos/idios,</hi> che<lb/>secondo alcuni interpreti non sarebbe perfettamente sovrapponibile a quella discussa nei<lb/><hi rend="it">Lineamenti: </hi>cfr. ad es. Manetti 1987, sp. pp. 147-148 e 150.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="99">99. Cfr. anche ps.-Gal. <hi rend="it">def. med.</hi> XIX 396 K. (def. 176) e <hi rend="it">opt. sect.</hi> I 149 K. e per altri<lb/>rinvii testuali Burnyeat 1982b, p. 234, n. 95.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="100">100. Da tutti, filosofi e medici: cfr. <hi rend="it">M</hi> VIII 156 e 285.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="101">101. Cfr. anche <hi rend="it">M</hi> VIII 155; in base a <hi rend="it">Μ</hi> VIII 173 dovremmo aggiungere anche: ros-<lb/>sore —> vergogna. Per un’interpretazione radicalmente diversa e non dogmatica del con-<lb/>cetto di <hi rend="it">deixis</hi> cfr. quanto Sesto riferisce a proposito della medicina metodica: <hi rend="it">PH</hi> I 240.<lb/>Più in generale ancora sul concetto di <hi rend="it">endeixis</hi> e sul suo valore euristico cfr. Kudlien<lb/>1991.</seg></p>
         <p rend="pb"><pb n="112" facs="Spinelli_112.jpg"/></p>
<lb/><p><seg type="endnote" n="102">102. Al di là dei problemi testuali legati a questo passo, per le “conseguenze devastanti”<lb/>della polemica sestana cfr. Hankinson 1995, p. 202; Chiesa 1990, p. 151.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="103">103. Cfr. l’occorenza di verbi come <hi rend="it">platto, anaplatto,</hi> quest’ultimo forse già di casa nel<lb/>lessico enesidemeo: cfr. Phot. <hi rend="it">bibl.</hi> Cod. 212, 170b28. Sesto attacca probabilmente la ver-<lb/>sione filosofica della distinzione segni rammemorativi/segni indicativi: cfr. Burnyeat<lb/>1982b, p. 212, n. 48.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="104">104. <hi rend="it">Pace</hi> Glidden 1983, sp. pp. 241-243.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="105">105. Ancora più chiaro risulta l’atteggiamento metodologico sestano in <hi rend="it">Μ</hi> VIII 159-160.<lb/>Per le radici di questa posizione cfr. <hi rend="it">PH</hi> I 23-24, su cui si veda <hi rend="it">infra,</hi> cap. VI, sp. pp. 146-<lb/>147; cfr. anche <hi rend="it">M</hi> VIII 156-158; e inoltre Barnes 1992, pp. 4251-4252; Chiesa 1990, p. 153;<lb/>Hankinson 1995, p. 203.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="106">106. Per l’esatta costituzione del testo in <hi rend="it">Μ</hi> V 104 rinvio alle considerazioni avanzate in<lb/>Spinelli 2000b, sp. p. 97, n. 35. L’esempio del ferimento mortale al cuore - per cui si veda<lb/>anche <hi rend="it">M</hi> VIII 254-255 - rientra esplicitamente nella casistica dei segni rammemorativi: cfr.<lb/><hi rend="it">M</hi> VIII 153 e 157. Esso viene inoltre classificato fra quei nessi fattuali di cui abbiamo co-<lb/>stantemente esperienza in Gal. <hi rend="it">subf. emp.</hi> 58, 18-20. Per il ruolo che esso svolge fra i ‘prin-<lb/>cipi’ dell’arte medica empirica, cfr. anche più in generale ivi, 44, 4-51, 9 (sp. 44, 15 ss.),<lb/>mentre per una lettura che ne sottolinea il carattere necessario e non reciprocabile cfr.<lb/>Quint. V 9, 5 e 7. Per la possibilità che anche i medici empirici accettino “di parlare (non-<lb/>teoreticamente) di cause” cfr. anche Hankinson 1995, p. 349, n. 15.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="107">107. Su tale questione mi limito a rinviare alla trattazione generale di von Savigny 1975.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="108">108. Per un primo orientamento sul <hi rend="it">covering law model</hi> proposto da Hempel, sulle criti-<lb/>che da esso suscitate e sui successivi aggiustamenti o ripensamenti avanzati ancora da<lb/>Hempel non posso che rinviare alle utilissime osservazioni di Wolters 2000; cfr. anche i<lb/>saggi raccolti in Zorzato 1992, nonché Kistler 2002, sp. pp. 638-645.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="109">109. Così si esprime Maria Carla Galavotti nell’<hi rend="it">Introduzione</hi> alla traduzione italiana di<lb/>Hempel 1986, p. 9.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="110">110. Ivi, p. 228.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="111">111. Ivi, p. 12.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="112">112. Così Wolters 2000, p. 218.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="113">113. E quanto possiamo ricavare anche dalla testimonianza di Cicerone (in positivo: <hi rend="it">div.<lb/></hi>I, 1, 2; 19, 36-37; in negativo: II, 46, 97) e di Favorino (<hi rend="it">ap.</hi> Gell. <hi rend="it">ΝΑ</hi> XIV, 1, 2 e 17). Una<lb/>menzione a sé merita infine un passo di Tolemeo (<hi rend="it">tetr.</hi> I 2, 10ss.), che pare in più punti - a<lb/>cominciare dalla valutazione positiva della <hi rend="it">syneches historia</hi> degli astrologi - quasi una ri-<lb/>sposta puntuale alle critiche qui registrate da Sesto.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="114">114. Cfr. al riguardo Hankinson 1987b, pp. 346-347.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="115">115. Cfr. Frede 1990, p. 249; per la possibilità - all’interno di una <hi rend="it">techne</hi> specialistica<lb/>che abbia a che fare con <hi rend="it">ta phainomena</hi> - di fondare su osservazioni empiriche e resocon-<lb/>ti ripetuti addirittura un sistema di <hi rend="it">theoremata</hi> cfr. soprattutto <hi rend="it">M</hi> VIII 291. Vale la pena di<lb/>ricordare, in ogni caso, che la <hi rend="it">teresis</hi> non è “un’ipotesi esplicativa o un’inferenza - essa è<lb/>semplicemente un accumulo di osservazioni congiunte, è <hi rend="it">empeiria.</hi> Né la <hi rend="it">teresis</hi> è una con-<lb/>gettura causale”: così Barnes 1988b, p. 72; cfr. anche Blank 1998, pp. 212-213 e più in ge-<lb/>nerale, sul concetto sestano di esperienza<hi rend="it">/teresis,</hi> Spinelli 2004.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="116">116. Più in generale sulla questione cfr. alcuni passi di Galeno (sp. <hi rend="it">subf. emp.</hi> 58, 15ss.<lb/>e <hi rend="it">meth. med.</hi> X 126 Κ.), nonché le utilissime osservazioni di Frede 1990, p. 243; inte-<lb/>ressanti considerazioni si leggono anche in Chisholm 1941 (il quale inoltre, accostando-<lb/>la ‘entusiasticamente’ all’empirismo scientifico contemporaneo, definisce riassuntiva-<lb/>mente la teoria filosofica di Sesto come “una chiara affermazione dei principi essenziali</seg></p>
          <p rend="pb"><pb n="113" facs="Spinelli_113.jpg"/></p>
          <p><seg type="endnote" n="116">di positivismo, pragmatismo e behaviorismo”: ivi, 372); Porro 1987, sp. pp. 256-259 e<lb/>Chiesa 1997, pp. 31-49.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="117">117. Barnes 1988b, p. 70.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="118">118. Cfr. Frede 1990, pp. 248-249.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="119">119. Per questo atteggiamento di fondo della scelta filosofica pirroniana cfr. almeno <hi rend="it">PH<lb/></hi>I 12 e 26-29, nonché <hi rend="it">infra,</hi> cap. VI.</seg></p>
         <p rend="start">Una prima, ridotta versione di questo contributo è stata presentata in occasione del ‘Se-<lb/>minario annuale di filosofia antica’, organizzato presso l’Università degli Studi di Pavia nei<lb/>giorni 4-6 aprile 2002; colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che sono intervenuti<lb/>durante la discussione e che mi hanno fornito utili spunti di riflessione.</p>
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