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                <title>Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico</title>
                <author>
                    <name>Emidio</name>
                    <surname>Spinelli</surname>
                </author>
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                <authority>ILIESI-CNR</authority>
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                    <p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p>
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                    <title level="m">Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico</title>
                    <author>Emidio Spinelli</author>
                    <title level="a">I Saggi</title>
                    <publisher>Lithos</publisher>
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                    <pubPlace>Roma</pubPlace>
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                    <biblScope>2005, pp. </biblScope>
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         <p><hi rend="sc">Capitolo terzo</hi></p>
         <p>INDUZIONE E DEFINIZIONE: CONTRO LA LOGICA DOGMATICA</p>
         <p rend="start"><hi rend="it">1.</hi> Per affrontare in modo adeguato il tema di questo capitolo il testo as-<lb/>solutamente privilegiato è ancora una volta tratto dai <hi rend="it">Lineamenti Pirro-<lb/>niani</hi> di Sesto Empirico. Si tratta per l’esattezza di alcuni paragrafi del se-<lb/>condo libro, che presenta, anche a uno sguardo superficiale, una struttura<lb/>estremamente coerente. Dopo alcuni paragrafi iniziali volti a giustificare<lb/>in generale la possibilità stessa della ricerca da parte degli scettici<seg type="anchor_note" n="1">1</seg>, in que-<lb/>sto libro Sesto attacca nell’ordine le nozioni dogmatiche (soprattutto - ma<lb/>non solamente - stoiche) di criterio, di vero e verità, di segno, di dimo-<lb/>strazione, di sillogismo. E a questo punto, in <hi rend="it">PH</hi> II 204, che viene inseri-<lb/>ta una menzione, polemica ma purtroppo assolutamente fuggevole, del<lb/>procedimento induttivo, mentre i successivi §§ 205-212 vengono dedicati<lb/>alla trattazione, in alcuni punti quasi ironicamente mordace, dello stru-<lb/>mento logico della definizione. Queste sezioni dei <hi rend="it">Lineamenti pirroniani,<lb/></hi>per la verità poco studiate dalla critica sestana, credo meritino invece di es-<lb/>sere indagate a fondo e commentate in modo analitico, allo scopo di cer-<lb/>care risposte convincenti almeno a due dei problemi interpretativi che es-<lb/>se sollevano.</p>
         <p rend="start">	A. Il primo spinge innanzi tutto a ricostruire la struttura e l’attendibilità<lb/>delle obiezioni sestane (anche in rapporto alla funzione filosofica che gli<lb/>autori da lui presi di mira riconoscono alle categorie logiche in questione).</p>
         <p rend="start">	B. Il secondo, che è anche il più ovvio per chiunque decida di investi-<lb/>re tempo e dottrina sugli scritti di Sesto, ha sapore ‘dossografico’ e impo-<lb/>ne quanto meno il tentativo di individuare le fonti del resoconto sestano,<lb/>se e fin dove possibile attraverso un confronto critico con altri testimoni,<lb/>coevi e non, anch’essi impegnati a trasmettere e sistemare cognizioni lo-<lb/>giche di provenienza più antica<seg type="anchor_note" n="2">2</seg>. </p>
         <p rend="start"><hi rend="it">2.</hi> Cominciamo dunque, dal sintetico, ma densissimo passo conservato <lb/> in <hi rend="it">PH</hi> II 204 e ricostruiamone brevemente i contenuti. La sua struttura ar-<lb/>gomentativa è semplice e lineare. Senza citare i suoi avversari (celati die-<lb/>tro un anonimo “vogliono/<hi rend="it">’’boulontai</hi>), Sesto inizia con l’attribuire loro la<lb/>seguente definizione: l’induzione è quel procedimento in virtù del quale si<lb/>vuole dare fiducia e plausibilità<seg type="anchor_note" n="3">3</seg> all’universale prendendo le mosse dai<lb/>particolari. Su questa base di partenza si innesta l’obiezione di Sesto, che<lb/>rispetta una consolidata struttura dilemmatica, cui egli ricorre costante-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="62" facs="Spinelli_62.jpg"/></p>
         <p>mente in funzione antidogmatica. Chi accetta quella definizione, infatti,<lb/>dovrà concedere di esser giunto a stabilire l’universale:</p>
         <list type="unordered">
            <item><hi rend="it">(a)</hi> o dopo aver percorso tutti i particolari;</item>
            <item><hi rend="it">(b)</hi> o dopo averne esaminati solo alcuni.</item>
         </list>
         <p rend="start">Se vale <hi rend="it">(b),</hi> tuttavia, l’induzione non potrà vantare alcuna solida base,<lb/>sarà nel linguaggio di Sesto “priva di saldezza” (<hi rend="it">abebaios</hi>), dal momento<lb/>che fra i casi non presi in considerazione potrebbe pur sempre nasconder-<lb/>si un possibile contro-esempio, capace di vanificare la pretesa forza onni-<lb/>comprensiva dell’universale<seg type="anchor_note" n="4">4</seg>.</p>
         <p rend="start">Accogliere <hi rend="it">(a),</hi> del resto; equivale a condannarsi a una sorta di ‘fatica<lb/>di Sisifo’<seg type="anchor_note" n="5">5</seg>, poiché risulta impossibile abbracciare assolutamente tutti i ca-<lb/>si particolari, visto il loro carattere numericamente infinito<seg type="anchor_note" n="6">6</seg>. Dall’imper-<lb/>corribilità di entrambe le alternative sembra conseguire in modo quasi au-<lb/>tomatico e neutro, come attesta anche l’uso dell’impersonale<lb/>“capita”/<hi rend="it">symbainei,</hi> la mancata saldezza dell’induzione, il suo vacillare<seg type="anchor_note" n="7">7</seg>.</p>
         <p rend="start">Fin qui il tessuto dell’argomentazione di Sesto, che conviene subito va-<lb/>lutare sia nella sua portata storica, cercando di individuare il reale bersa-<lb/>glio della sua polemica, sia nel suo più ampio significato teorico.</p>
         <p rend="start">Da quest’ultimo punto di vista, al di là delle consonanze - in verità dif-<lb/>ficilmente attribuibili a un influsso diretto - che alcuni critici hanno volu-<lb/>to individuare con filosofi moderni<seg type="anchor_note" n="8">8</seg>, il confronto più produttivo appare<lb/>senz’altro quello con la critica al metodo induttivo sviluppata da Hume. Si<lb/>tratta di un accostamento già proposto ed esaminato a fondo da Eike von<lb/>Savigny, attraverso un confronto critico fra testi sestani e passi humeani,<lb/>che non è qui il caso di riproporre in dettaglio. Mi limiterò dunque a cita-<lb/>re il suo giudizio conclusivo, che suona a tutto vantaggio del filosofo pir-<lb/>roniano e delle sue obiezioni, di cui von Savigny sottolinea opportuna-<lb/>mente il carattere radicale e privo di compromessi: “l’argomentazione<lb/>complessiva di Hume contro la possibilità di raggiungere una conoscenza<lb/>sicura su stati di cose non sperimentati già si trova anticipata in Sesto mil-<lb/>le e cinquecento anni prima”<seg type="anchor_note" n="9">9</seg>. Al di là di possibili influssi diretti della cri-<lb/>tica sestana sulle argomentazioni di Hume<seg type="anchor_note" n="10">10</seg>, quello che preme rilevare è<lb/>nell’ordine:</p>
         <list type="unordered">
            <item>a. non tanto un presunto ‘primato cronologico’ da attribuire a Sesto<seg type="anchor_note" n="11">11</seg>,<lb/>quanto piuttosto il fatto che, stando alle nostre testimonianze, egli sia l’u-<lb/>nico autore che ci ha trasmesso un’argomentazione anti-induttiva formal-<lb/>mente strutturata, benché estremamente compressa;</item>
            <item>b. la legittimità teorica di tale attacco pirroniano contro un metodo di<lb/>conoscenza dell’universale, che pretende di coglierlo attraverso la colle-<lb/>zione sistematica dei singoli casi. L’obiezione di Sesto, infatti, conserva il<lb/>
            </item>
            <item><p rend="pb"><pb n="63" facs="Spinelli_63.jpg"/></p>
<lb/>suo peso nei confronti di qualsiasi forma di induzione che non possa dirsi<lb/>perfetta<seg type="anchor_note" n="12">12</seg>, ovvero contro ogni procedimento di implicazione induttiva che<lb/>non sappia tenere sotto rigoroso controllo tutti i dati sussunti sotto l’uni-<lb/>versale, senza alcuna possibile eccezione<seg type="anchor_note" n="13">13</seg>.</item>
         </list>
         <p rend="start">Se decidiamo a questo punto di spostare l’indagine sul piano storico e<lb/>cerchiamo di stabilire con chi Sesto stia polemizzando in <hi rend="it">PH </hi>II 204, il no-<lb/>stro compito appare più arduo.</p>
         <p rend="start">Guardando alla struttura complessiva di queste sezioni del secondo li-<lb/>bro dei <hi rend="it">Lineamenti pirroniani,</hi> potremmo essere indotti a formulare una<lb/>prima ipotesi. In <hi rend="it">PH </hi>II 213, infatti, appoggiandosi sull’autorità di “alcuni<lb/>fra i dogmatici”, che avevano considerato la dialettica “scienza sillogisti-<lb/>ca, induttiva, definitoria, divisoria”, Sesto sembra voler ricondurre anche<lb/>la propria trattazione sotto il medesimo schema. Egli ammette infatti di<lb/>aver già trattato di sillogismi (cfr. <hi rend="it">PH</hi> II 193-203), di induzione <hi rend="it">(PH </hi>II 204,<lb/>appunto) e di definizioni <hi rend="it">(PH</hi> II 205-212, come vedremo subito) e di ac-<lb/>cingersi ora a esaminare brevemente anche l’ultima sezione della dialetti-<lb/>ca: quella sulla divisione <hi rend="it">(PH </hi>II 213-228). Questa sorta di ‘indice temati-<lb/>co’ corrisponde - a parte l’ordine inverso: divisione, definizione, induzio-<lb/>ne, sillogismo - alla partizione della dialettica offerta nel <hi rend="it">Didaskalikos</hi> di<lb/>Alcinoo<seg type="anchor_note" n="14">14</seg>. Si potrebbe dunque supporre che oltre alla forma esterna della<lb/>divisione Sesto possa aver fatto tesoro anche di alcuni elementi contenuti-<lb/>stici del manuale di Alcinoo. Al di là dell’ovvia constatazione secondo cui<lb/>una simile supposizione andrebbe di volta in volta verificata rispetto agli<lb/>argomenti presenti nei singoli ‘capitoli’ sestani, mi sembra verosimile<lb/>escludere tale dipendenza almeno nel caso della induzione o <hi rend="it">epagoge.</hi> Se<lb/>infatti mettiamo a confronto <hi rend="it">PH</hi> II 204 e il passo del <hi rend="it">Didaskalikos</hi> (v. 157,<lb/>44-158, 4 H.=p. 10 Whittaker) in cui l’induzione viene identificata con<lb/>“qualsiasi procedimento che, per mezzo di ragionamenti, va o dal simile al<lb/>simile o dai particolari all’universale; e l'induzione si rivela utilissima per<lb/>mettere in moto le nozioni naturali”, tale confronto induce a una certa cau-<lb/>tela, anzi forse a un ragionevole sospetto. Solo una delle due accezioni del<lb/>metodo induttivo, per l’esattezza quella che implica “un avanzamento nel<lb/>pensiero”<seg type="anchor_note" n="15">15</seg>, in una direzione che va dal particolare all’universale, infatti, è<lb/>oggetto di attenzione da parte di Sesto. L’altra, quella che presuppone<lb/>“l’addurre casi particolari”<seg type="anchor_note" n="16">16</seg>, sempre con lo sguardo rivolto a ciò che è<lb/>universale, sembra essere invece ignorata<seg type="anchor_note" n="17">17</seg>. La polemica sestana passa<lb/>inoltre del tutto sotto silenzio la spiegazione offerta da Alcinoo a giustifi-<lb/>cazione dell’utilità del procedimento induttivo, quel caratteristico <hi rend="it">pout-<lb/>pourri</hi> - figlio di un consapevole ‘sincretismo mediopiatonico’ - che me-<lb/>scola un concetto aristotelico (<hi rend="it">epagoge,</hi> appunto) a un verbo di chiara<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="64" facs="Spinelli_64.jpg"/></p>
<p>ascendenza platonica (“metter in moto”, <hi rend="it">anakinein:</hi> cfr. <hi rend="it">Men.</hi> 85b), il cui<lb/>oggetto, le “nozioni naturali” o <hi rend="it">physikai ennoiai,</hi> viene espresso mediante<lb/>uno dei più noti termini tecnici del pensiero stoico<seg type="anchor_note" n="18">18</seg>.</p>
         <p rend="start">Considerazioni analoghe possono essere fatte valere anche nel caso di<lb/>un altro testo legato con ogni verosimiglianza a classificazioni originatesi<lb/>in ambito medioplatonico e volte a riconoscere a Platone “un uso metodi-<lb/>co intensivo dell’<hi rend="it">epagoge</hi>”<seg type="anchor_note" n="19">19</seg>. Mi riferisco a un passo della <hi rend="it">Vita di Platone<lb/></hi>di Diogene Laerzio (III 53): la fonte laerziana<seg type="anchor_note" n="20">20</seg> nega anch’essa esplicita-<lb/>mente che l’induzione abbia un solo senso e gliene attribuisce - come Al-<lb/>cinoo - due. Subito dopo, però, in modo per la verità alquanto ingarbu-<lb/>gliato e problematico, le due accezioni sembrano confluire in una defini-<lb/>zione unica, che dovrebbe abbracciarle entrambe: “l’induzione è infatti un<lb/>ragionamento che per mezzo di alcune cose vere conclude in modo appro-<lb/>priato al vero che è simile a esse”<seg type="anchor_note" n="21">21</seg>. Né la veste terminologica, né gli ele-<lb/>menti concettuali di spicco di questa definizione (l’accenno alla verità dei<lb/>punti di partenza e di quello di arrivo dell’induzione, così come quello al<lb/>“simile”) sembrano aver nulla a che fare con il resoconto di Sesto. Egli, del<lb/>resto, non accenna neppure ad altre possibili e sottili suddivisioni, lunga-<lb/>mente discusse invece nel testo laerziano, che parla di due usi del <hi rend="it">logos</hi> in-<lb/>duttivo, rispettivamente per la confutazione e per la dimostrazione, e poi<lb/>suddivide quest’ultimo in un’applicazione retorica e in una dialettica. L’u-<lb/>nico, labile e per nulla cogente elemento di affinità compare proprio a pro-<lb/>posito dell’accezione dialettica della <hi rend="it">epagoge,</hi> definita in Diogene Laerzio<lb/>(III 55) come lo stabilimento dell’universale per mezzo dei particolari:<lb/>“l’altro (processo) è proprio della dialettica e per mezzo di esso si dimo-<lb/>stra l’universale con i particolari”; e ancora, poco più avanti: “e la stessa<lb/>proposizione universale è stabilita da alcune proposizioni particolari”; ve-<lb/>ramente poco, per arrivare a postulare una fonte comune e una trattazione<lb/>parallela Sesto/Diogene.</p>
         <p rend="start">Scartata questa prima ipotesi di una provenienza medioplatonica della<lb/>tesi sulla <hi rend="it">epagoge</hi> attaccata da Sesto, se ne potrebbe avanzare una secon-<lb/>da, fondata sulla sensazione - tutta da verificare, però - che la formula-<lb/>zione sestana di <hi rend="it">PH</hi> II 204 sia insieme generica e unica nella sua artico-<lb/>lazione concettuale. Pur senza concedere una dipendenza diretta dalla<lb/>trattazione di Alcinoo, si potrebbe allora ipotizzare che essa servisse a co-<lb/>prire entrambi i sensi di <hi rend="it">epagoge</hi> esplicitamente citati nel <hi rend="it">Didaskalikos.<lb/></hi>Se questo fosse vero e se potesse essere effettivamente attribuita a Sesto<lb/>una più o meno consapevole fusione fra metodo di somiglianza e - per<lb/>dirla con Ross - ‘metodo di avanzamento’, si aprirebbe la strada a una se-<lb/>conda ipotesi, il cui unico punto di appoggio, però, sarebbe legato alla na-<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="65" facs="Spinelli_65.jpg"/></p>
<p>tura delle critiche sestane. Su questo piano, un confronto con alcuni pas-<lb/>si del <hi rend="it">De signis</hi> di Filodemo<seg type="anchor_note" n="22">22</seg> potrebbe autorizzare a credere che coloro<lb/>che vogliono “render credibile” l’universale facendo leva sui particolari,<lb/>ovvero attraverso un’inferenza induttiva a base empirica, siano filosofi<lb/>epicurei. Contro di loro Sesto riassumerebbe - e sintetizzerebbe a modo<lb/>suo - obiezioni di derivazione stoica, che miravano a difendere un con-<lb/>cetto di implicazione logicamente necessaria e dunque assolutamente co-<lb/>gente. Nel resoconto filodemeo tali critiche suonavano così: “quando noi<lb/>procediamo per somiglianza, perciò, il processo si rivelerà senz’altro in-<lb/>finito, dal momento che non ci è chiaro se una cosa è tale in quanto <hi rend="it">(qua)<lb/></hi>tale, con il risultato che l’inferenza è incompleta” (<hi rend="it">de signis,</hi> VI, 36-VII,<lb/>3); e ancora: “ed egli [<hi rend="it">scil.</hi> Dionisio di Cirene] dice che l’aggiunta è vuo-<lb/>ta, che qualora nulla sia in conflitto, allora dovremmo far uso del metodo<lb/>per somiglianza. Come sarà possibile, infatti, stabilire che nulla è in con-<lb/>flitto, né fra le cose che appaiono né fra le cose precedentemente dimo-<lb/>strate?” (<hi rend="it">de signis,</hi> VII, 38-VIII, 7)<seg type="anchor_note" n="23">23</seg>. Benché una delle più proficue chia-<lb/>vi di lettura delle argomentazioni sestane sia quella che contempla la pos-<lb/>sibilità di interpretarle come una consapevole e camaleontica utilizzazio-<lb/>ne delle tesi di una scuola dogmatica contro quelle di un’altra, non credo<lb/>che le obiezioni contenute in <hi rend="it">PH</hi> II 204 alludano ad alcuna positiva dife-<lb/>sa di metodologie logiche necessarie. Né tanto meno credo che la defini-<lb/>zione del procedimento induttivo possa nascondere un’allusione alla tesi<lb/>epicurea secondo cui “la somiglianza fra due soggetti è così forte che di-<lb/>venta ‘inconcepibile’ che un predicato essenziale dell’uno non debba ap-<lb/>partenere all’altro”<seg type="anchor_note" n="24">24</seg>.</p>
         <p rend="start">Ricapitolando, mi sembra legittimo affermare che nessuna delle due<lb/>ipotesi appena discusse, nonostante alcuni (deboli) elementi di verosimi-<lb/>glianza, colga in pieno i punti di riferimento storici e teorici del richiamo<lb/>sestano alla <hi rend="it">epagoge</hi> e il senso esatto delle critiche che egli avanza. Ecco<lb/>perché ritengo necessario esplorare una terza possibilità, che poi si rivela<lb/>la più semplice, la più immediata e quella che più armonicamente si inse-<lb/>risce nel tessuto complessivo dei paragrafi che stiamo esaminando.</p>
         <p rend="start">Cominciamo dalla definizione attaccata da Sesto. E ragionevole pensa-<lb/>re che essa non faccia altro che echeggiare - mediatamente, come vedre-<lb/>mo subito - la nota tesi aristotelica espressa nei <hi rend="it">Topici</hi> (I, 12, 105a13-14):<lb/>“induzione d’altra parte è la via che dagli oggetti singoli porta all’univer-<lb/>sale”. Ciò che consente di parlare legittimamente di eco mediata, più che<lb/>di lettura diretta e fedele riproduzione del dettato aristotelico, è il con-<lb/>fronto con un passo del <hi rend="it">Commento ai Topici</hi> di Alessandro di Afrodisia<lb/>(<hi rend="it">CAG </hi>II, 2, 85-87), che presenta più di una corrispondenza con <hi rend="it">PH</hi> II 204.<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="66" facs="Spinelli_66.jpg"/></p>
<p>Alessandro, infatti, subito dopo aver parafrasato la sopracitata formula<lb/>di Aristotele (cfr. 86, 9-10), inserisce una breve, ma significativa notazione<lb/>polemica. Egli ritiene (ivi, 10-13) che non parlino correttamente coloro che<lb/>assimilano la <hi rend="it">epagoge</hi> a “un discorso che va dal simile al simile”. L’indu-<lb/>zione in senso proprio, infatti, ha come funzione quella di mostrare l’uni-<lb/>versale, che non può essere equiparato a ciò a partire da cui esso viene col-<lb/>to<seg type="anchor_note" n="25">25</seg>. La transizione dal simile al simile, invece, lungi dal rappresentare<lb/>un’altra accezione del metodo induttivo, potrebbe essere piuttosto intesa<lb/>come equivalente all’esempio (<hi rend="it">to paradeigma</hi>)<seg type="anchor_note" n="26">26</seg>. Questa breve precisazio-<lb/>ne critica, molto verosimilmente diretta contro troppo ‘eclettiche’ dottrine<lb/>medioplatoniche quali quelle precedentemente menzionate di Alcinoo e<lb/>della fonte di Diogene Laerzio (III 53ss.), consente ad Alessandro di Afro-<lb/>disia di restringere il senso di <hi rend="it">epagoge</hi> mediante la seguente definizione:<lb/>“il discorso che mostra e rende credibile l’universale per mezzo dei parti-<lb/>colari, questo, infatti, è induzione” (86, 13-15). Al di là della notazione che<lb/>Alessandro è l’unico, fra le fonti in lingua greca a nostra disposizione, a ri-<lb/>correre al verbo <hi rend="it">pistousthai</hi><seg type="anchor_note" n="27">27</seg>, significativo mi pare il fatto che sia la restri-<lb/>zione di ambito del metodo induttivo, sia il ricorso alla voce verbale <hi rend="it">pi-<lb/>stousthai</hi> si ritrovino in <hi rend="it">PH</hi> II 204. Esso sembra anzi presentare un ulterio-<lb/>re elemento di ‘vicinanza’ rispetto al <hi rend="it">Commento</hi>, le cui argomentazioni<lb/>vanno dunque analizzate ancora più attentamente. Dopo aver accennato al-<lb/>le figure che nei <hi rend="it">Topici</hi> venivano addotte quali esempi di eccellenti cono-<lb/>scitori dell’universale <hi rend="it">via</hi> induzione<seg type="anchor_note" n="28">28</seg>, Alessandro nel suo <hi rend="it">Commento</hi> ri-<lb/>corda (86, 19-24) la differenza - già chiaramente enunciata nel testo ari-<lb/>stotelico<seg type="anchor_note" n="29">29</seg> e che egli interpreta “sul piano dell’utile” - fra sillogismo (do-<lb/>tato di necessità, cogenza e maggiore efficacia contro gli amanti del con-<lb/>traddire: cfr. 87, ls.) e induzione, dotata invece di maggior forza persuasi-<lb/>va e chiarezza, in virtù del suo fondarsi sulle particolari cose sensibili, co-<lb/>muni e note a tutti. Ciò gli permette di ribadire (cfr. ivi, 24ss.) che la <hi rend="it">epa-<lb/>goge,</hi> avendo a che fare con ciò che è probabile <hi rend="it">(to pithanon</hi>) e non certo<lb/>con ciò che è necessario (<hi rend="it">to anagkaion),</hi> si rivela più debole del sillogismo,<lb/>non essendo in grado di percorrere tutti i casi particolari a causa del loro<lb/>numero infinito, del loro essere <hi rend="it">adiexiteta</hi> (ivi, 27-28). Al di là delle suc-<lb/>cessive osservazioni critiche di Alessandro sui limiti della <hi rend="it">epagoge,</hi> che si<lb/>muovono su di un terreno diverso<seg type="anchor_note" n="30">30</seg>, va notato che il richiamo all’impossi-<lb/>bilità di esaminare per via induttiva tutti gli infiniti casi particolari costi-<lb/>tuisce il punto di forza anche del primo corno dell’attacco dilemmatico lan-<lb/>ciato da Sesto. Certo, una tale consonanza non può oscurare la profonda<lb/>differenza dei contesti in cui la critica compare, né la diversa funzione che<lb/>essa viene chiamata a svolgere. Mentre Alessandro di Afrodisia si propone<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="67" facs="Spinelli_67.jpg"/></p>
<p>unicamente di restringere l’ambito di validità della <hi rend="it">epagoge</hi> alla sfera del-<lb/>la persuasività (del tutto accettabile nella sua prospettiva filosofica, anche<lb/>se priva della forza necessitante propria della dimostrazione sillogistica),<lb/>Sesto mira dal canto suo a negarle qualsiasi valenza o funzione positiva.</p>
         <p rend="start">Se teniamo presente un simile intento, inoltre, possiamo forse dare al<lb/>nostro passo una più armonica collocazione all’interno del piano compo-<lb/>sitivo generale del secondo libro dei <hi rend="it">Lineamenti pirroniani.</hi> Bisogna infat-<lb/>ti ricordare che fin da <hi rend="it">PH</hi> II 195-197 “Sesto [...] volge la sua attenzione<lb/>alla logica peripatetica”<seg type="anchor_note" n="31">31</seg> e, prendendo in esame i presunti sillogismi ana-<lb/>podittici aristotelici, li accusa di cadere in una <hi rend="it">petitio principii</hi> o - più tec-<lb/>nicamente - sotto gli inevitabili colpi del tropo del diallele, poiché in essi<lb/>si pretende di dedurre sillogisticamente conclusioni particolari a partire da<lb/>una premessa universale che, in realtà, a sua volta si basa sulla collezione<lb/>di casi particolari <hi rend="it">via inductionis</hi><seg type="anchor_note" n="32">32</seg>. Mostrata così l’infondatezza degli ana-<lb/>podittici di provenienza peripatetica (e a seguire, per scrupolo di comple-<lb/>tezza, anche di quelli stoici: cfr. <hi rend="it">PH </hi>II 198-203), è verosimile supporre che<lb/>Sesto senta la necessità di completare il proprio attacco anti-peripatetico.<lb/>Ecco dunque spiegata la presenza e il significato di <hi rend="it">PH</hi> II 204, che può es-<lb/>sere considerato come una coda o ripresa di tale ‘attenzione polemica’<seg type="anchor_note" n="33">33</seg>,<lb/>volta in questa occasione a demolire quel procedimento induttivo che Ari-<lb/>stotele stesso aveva presentato come condizione necessaria per conoscere<lb/>i primi principi (<hi rend="it">ta prota</hi>)<seg type="anchor_note" n="34">34</seg>.</p>
         <p rend="start">Che nel redigere questa ‘coda polemica’ Sesto possa essersi servito di<lb/>materiale risalente al <hi rend="it">Commento ai Topici</hi> di Alessandro di Afrodisia po-<lb/>trebbe essere, alla luce delle considerazioni fin qui svolte, quanto meno pro-<lb/>babile (un’ipotesi che, se accettata, risulterebbe gravida di conseguenze per<lb/>la fissazione della cronologia sestana)<seg type="anchor_note" n="35">35</seg>. Naturalmente, resta sempre aperta<lb/>un’altra strada. Nulla esclude, infatti, che i due testi siano indipendenti e che<lb/>nell’elaborare la sua critica Sesto abbia costruito uno schema argomentati-<lb/>vo del tutto personale. Ciò potrebbe essere confermato non solo dalla non<lb/>perfetta sovrapponibilità della sua trattazione rispetto a quella di Alessandro<lb/>(o anche a quella di altre presunte ‘fonti’ citate in precedenza), ma anche da<lb/>alcuni indizi lessicali, come la presenza di verbi alla prima persona singola-<lb/>re (cfr. all’inizio “ritengo<hi rend="it">”/nomizo</hi> e in chiusura di paragrafo il parentetico<lb/>“penso”/<hi rend="it">oimai</hi>). E questo dovrebbe spingere a porre nella giusta luce le cri-<lb/>tiche di Sesto: analogamente a quanto accade in altre sezioni dei suoi scrit-<lb/>ti, infatti, esse si rivelerebbero frutto di un’originale presa di posizione nei<lb/>confronti del metodo induttivo, di cui egli - forse un po’ sbrigativamente,<lb/>come mostra l’uso dell’espressione “facile da <hi rend="it">rigettare”/euparaiteton,</hi> un al-<lb/>tro <hi rend="it">hapax</hi> - pretende sia possibile liberarsi con estrema facilità.</p>
         <p rend="pb"><pb n="68" facs="Spinelli_68.jpg"/></p>
<p><hi rend="it">3.</hi> Passiamo ora alla sezione dedicata alle definizioni (<hi rend="it">PH</hi> II 205-212=<lb/>fr. 623 Hülser). Sesto dichiara di voler dire solo poche cose su questo ar-<lb/>gomento e appare chiaro fin dalle prime righe di <hi rend="it">PH</hi> II 205 che il suo sarà<lb/>un attacco generalizzato rivolto in linea di principio contro tutti i filosofi<lb/>non pirroniani che si sono occupati di definizioni o <hi rend="it">horoi,</hi> accomunati sot-<lb/>to l’etichetta di dogmatici (<hi rend="it">hoi dogmatikoi</hi>)<seg type="anchor_note" n="36">36</seg>. La loro presuntuosa attività<lb/>teoretica viene indicata tramite l’espressione verbale “farsi gran<lb/>vanto’/<hi rend="it">megaphronein,</hi> attestata solo nei <hi rend="it">Lineamenti pirroniani</hi> e forse pre-<lb/>sa in prestito dal lessico polemico enesidemeo<seg type="anchor_note" n="37">37</seg>; ancor più esattamente, il<lb/>loro “trattamento logico” delle definizioni<seg type="anchor_note" n="38">38</seg> viene bollato mediante un vo-<lb/>cabolo, “presentazione tecnica” o più precisamente <hi rend="it">technologia,</hi> che, in-<lb/>sieme al verbo correlato <hi rend="it">technologeo,</hi> Sesto usa sempre per stigmatizzare<lb/>l’attitudine dogmatica a creare argomentazioni sottili, astratte o addirittu-<lb/>ra capziose, non solo in campo grammaticale, retorico e geometrico<seg type="anchor_note" n="39">39</seg> ma<lb/>anche e soprattutto logico<seg type="anchor_note" n="40">40</seg>. La precisazione aggiunta da Sesto, secondo<lb/>cui è proprio “nella parte logica della cosiddetta filosofia” che i dogmati-<lb/>ci fanno rientrare a pieno titolo la disamina delle definizioni, benché pos-<lb/>sa a prima vista apparire superflua e direi quasi scontata in riferimento al-<lb/>la tradizione scolastica platonica - meglio medioplatonica - e peripatetica,<lb/>si rivela determinante ai fini dell’esatta identificazione del bersaglio stoi-<lb/>co che egli ha di mira in questi paragrafi. Di quali stoici si tratta?<lb/>
         </p>
         <p rend="start">Una prima risposta può essere azzardata grazie al confronto con una te-<lb/>stimonianza parallela di Diogene Laerzio, che, proprio per il fatto di esse-<lb/>re probabilmente costruita sulla mescolanza di tradizioni diverse, si rivela<lb/>del massimo aiuto<seg type="anchor_note" n="41">41</seg>. In DL VII 41 (=fr. 33 Hülser), infatti, leggiamo che<lb/>sulla legittimità o meno di dedicare un capitolo a sé stante anche alla de-<lb/>finizione in senso specifico, allo <hi rend="it">horikon eidos,</hi> si era sviluppato un dibat-<lb/>tito fra gli stoici. Alcuni avevano respinto questa possibilità e avevano<lb/>semplicemente aggiunto una sezione sulle definizioni a mo’ di appendice<lb/>della parte dedicata alla fonetica<seg type="anchor_note" n="42">42</seg>; altri invece l’avevano accolta a pieno<lb/>titolo, aggiungendola, accanto a quella che si occupa di canoni e criteri,<lb/>alle sezioni dedicate alla retorica e alla dialettica, e sostenendo che essa<lb/>serve “per la conoscenza della verità: attraverso i concetti, infatti, si affer-<lb/>rano le cose”<seg type="anchor_note" n="43">43</seg>. A quale di queste due ‘fazioni’ stoiche<seg type="anchor_note" n="44">44</seg> Sesto sta rispon-<lb/>dendo in questi paragrafi? Quale delle due posizioni stoiche diventa og-<lb/>getto dei suoi attacchi? Poiché si tratta di un problema dossografico di un<lb/>certo rilievo, anche per individuare meglio punti di riferimento e fonti del-<lb/>la trattazione sestana, preferirei affrontarlo subito, anche se questo impo-<lb/>ne di lasciare per un attimo da parte i singoli punti dell’articolata critica<lb/>sestana (conservati in <hi rend="it">PH</hi> II 207-212 - non monoliticamente antistoici,<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="69" facs="Spinelli_69.jpg"/></p>
<p><hi rend="it">pace</hi> Prantl - e su cui tornerò in ogni caso nella parte finale di questo con-<lb/>tributo), per concentrarsi invece su <hi rend="it">PH </hi>II 212.</p>
         <p rend="start">Qui compaiono due ‘definizioni di definizione’ che stanno lì a ricapi-<lb/>tolare - credo - alcuni (noti e diffusi) bersagli della polemica sestana. Sul-<lb/>la seconda (“un discorso che mostra l’essenza”) credo sussistano pochi<lb/>dubbi attribuzionistici<seg type="anchor_note" n="45">45</seg>: essa appare infatti come la registrazione della<lb/>ben nota posizione aristotelica paradigmaticamente espressa, ad esempio,<lb/>nei <hi rend="it">Topici</hi><seg type="anchor_note" n="46">46</seg>.</p>
         <p rend="start">Quanto alla prima (“un discorso che ci induce, per mezzo di un rapi-<lb/>do ricordo, al concetto delle cose che sottostanno alle espressioni”), cre-<lb/>do sia invece necessario un supplemento di indagine. In primo luogo oc-<lb/>corre notare come essa ricompaia - benché purtroppo sempre anonima-<lb/>mente - nello pseudo-Galeno: esattamente identica nelle <hi rend="it">Definizioni me-<lb/>diche</hi><seg type="anchor_note" n="47">47</seg> e quasi identica nel capitolo 11 della <hi rend="it">Historia philosopha,</hi> in cui la<lb/>formula di cui ci stiamo occupando sembra esplicitamente presentata co-<lb/>me esempio di “definizione concettuale” o <hi rend="it">ennoematikos horos,</hi> ben di-<lb/>stinta da un altro tipo di definizione, indicata come essenziale (<hi rend="it">ousiodes)<seg type="anchor_note" n="48">48</seg>.<lb/></hi>Quest’ultima testimonianza sembrerebbe confermare che la formula con-<lb/>servata da Sesto allude a una concezione dello <hi rend="it">horos</hi> inteso come “artico-<lb/>lazione linguistica di una generica ‘concezione’ (<hi rend="it">ennoia</hi>)”<seg type="anchor_note" n="49">49</seg>. Quanto alla<lb/>sua origine, si può congetturare che essa sia stata coniata da pensatori<lb/>stoici in polemica con la dottrina epicurea<seg type="anchor_note" n="50">50</seg>. Gli epicurei, infatti, consi-<lb/>deravano le prenozioni o <hi rend="it">prolepseis,</hi> equiparate non a caso a “ciò che sta<lb/>sotto le parole” <hi rend="it">(ta hypotetagmena tois phthoggois</hi>)<seg type="anchor_note" n="51">51</seg>, come verità auto-<lb/>evidenti e afferrabili immediatamente, all’atto stesso dell’enunciazione<lb/>del nome comune che le indica<seg type="anchor_note" n="52">52</seg>, senza alcun ricorso a ulteriori specifi-<lb/>cazioni via <hi rend="it">horos.</hi></p>
         <p rend="start">Se tentiamo di ricapitolare gli elementi fondamentali che caratterizzano<lb/>la prima ‘definizione di definizione’ presente in <hi rend="it">PH</hi> II 212, la cui paternità<lb/>stoica pare fortemente probabile, scopriamo che essi sono i seguenti:</p>
         <list type="unordered">
            <item>1. la forza sinteticamente rammemorativa dello <hi rend="it">horos·,<lb/></hi>e conseguentemente</item>
            <item>2. la sua capacità di renderci noto il concetto che sta dietro la denomi-<lb/>nazione delle cose.</item>
         </list>
         <p rend="start">Quello che colpisce, in ogni caso, è che la formulazione riportata da Se-<lb/>sto appare lontana tanto dall’asciutta tesi di Crisippo, secondo cui lo <hi rend="it">horos<lb/></hi>sarebbe “riproduzione di ciò che è proprio”, quanto dalla più articolata<lb/>presentazione di Antipatro, che lo qualifica come “un discorso fondato su<lb/>un’analisi puntuale” (cfr. DL VII 60=fr. 621 Hülser)<seg type="anchor_note" n="53">53</seg>. Insomma, più che<lb/>mettere a tema la ricerca di quella caratteristica assolutamente peculiare o<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="70" facs="Spinelli_70.jpg"/></p>
<p>essenziale in cui anche per gli stoici - o almeno per alcuni di loro in mo-<lb/>do preminente - pare consistere la funzione ‘ontologica’ dell’attività defi-<lb/>nitoria, essa sembra insistere sul ruolo ‘epistemologico’ dello <hi rend="it">horos</hi><seg type="anchor_note" n="54">54</seg>. Am-<lb/>messo che sia così, si potrebbe avanzare l’ulteriore ipotesi secondo cui la<lb/>‘definizione della definizione’ conservata da Sesto (e dallo pseudo-Galeno<lb/>nei passi sopracitati) risalga direttamente agli anonimi pensatori stoici<lb/>menzionati da Diogene Laerzio in VII 41-42. Come abbiamo già avuto<lb/>modo di ricordare, infatti, erano proprio questi ultimi ad attribuire alla de-<lb/>finizione il potere di farci afferrare le cose per mezzo dei concetti e dun-<lb/>que di promuovere la conoscenza della verità<seg type="anchor_note" n="55">55</seg>. A sostegno di tale ipotesi<lb/>possono inoltre essere fatte valere alcune notazioni terminologiche relati-<lb/>ve a <hi rend="it">PH</hi> II 206-207, la cui importanza potrà essere apprezzata a pieno,<lb/>però, solo tornando a esaminare la struttura argomentativa globale delle<lb/>obiezioni sestane.</p>
         <p rend="start">Riprendiamo dunque il filo della nostra analisi dalle linee conclusive di<lb/><hi rend="it">PH </hi>II 205. Dovendo scegliere il tipo di attacco da portare alle definizioni<lb/>tanto osannate dai dogmatici, Sesto non sembra interessato a discutere del-<lb/>la loro validità formale, come conferma il fatto che egli restringe imme-<lb/>diatamente il raggio d’azione della propria critica alla questione ‘pragma-<lb/>tica’ della loro utilità. Anzi, con un ulteriore scarto, che forse rivela l’ori-<lb/>ginalità della sua impostazione, egli invita il proprio lettore<seg type="anchor_note" n="56">56</seg> a considera-<lb/>re tutte le possibili sfumature messe in evidenza dai suoi avversari unica-<lb/>mente sotto due ‘capitoli’. La necessità attribuita dai dogmatici alle defi-<lb/>nizioni sembra infatti scaturire dal fatto che in qualsiasi campo si ricorre a<lb/>esse per due motivi: o per la conoscenza o per l’insegnamento. Una volta<lb/>segnati in questo modo i confini dell’oggetto di indagine, Sesto enuncia il<lb/>proprio piano di attacco: basterà mostrare che le definizioni non servono a<lb/>nessuno dei due scopi appena menzionati, per far cadere in contraddizio-<lb/>ne la fatica dogmatica, già di per sé vana<seg type="anchor_note" n="57">57</seg>.</p>
         <p rend="start">A questo scopo a partire da <hi rend="it">PH</hi> II 207 vengono accumulati uno dietro<lb/>l’altro - per la verità senza una conseguenzialità perfettamente coerente -<lb/>argomenti specifici e relativi esempi, senza che Sesto si preoccupi di rive-<lb/>lare esplicitamente l’identità dei suoi avversari. Vediamo dunque innanzi<lb/>tutto di esporre gli argomenti, cercando contemporaneamente di capire an-<lb/>che contro chi essi potrebbero essere diretti.</p>
         <p rend="start">Il primo degli ambiti in cui le definizioni sarebbero necessariamente<lb/>utili è quello della comprensione <hi rend="it">(pros katalepsin).</hi> La contro-argomenta-<lb/>zione di Sesto si articola in due punti, che egli pretende siano correlati l’u-<lb/>no all’altro (cfr. il <hi rend="it">kai gar</hi> a metà di <hi rend="it">PH</hi> II 207), ma che in realtà sembra-<lb/>no costituire linee di attacco diverse e strutturalmente distinte.</p>
        <p rend="pb"><pb n="71" facs="Spinelli_71.jpg"/></p>
<p>1. Il primo sembra assumere l’aspetto di un argomento eristico (<hi rend="it">eri-<lb/>stikos logos):</hi> chi non conosce l’oggetto di indagine non potrà definirlo,<lb/>mentre chi lo conosce si limita a riformulare ciò che gli è già noto per mez-<lb/>zo di una definizione, che dunque non ha alcuna funzione rivelatrice di<lb/>nuova conoscenza.<lb/>
            <lb/>2. Il secondo pone i dogmatici di fronte a una secca alternativa<seg type="anchor_note" n="58">58</seg>:<lb/>
         </p>
         <list type="unordered">
            <item>a. o essi pretendono di definire tutte le cose e in realtà finiscono per non<lb/>definirne nessuna, poiché non riescono a percorrerle davvero tutte nella lo-<lb/>ro infinità numerica (la loro condanna sarebbe in tal caso quella di un re-<lb/>gresso all'infinito);</item>
            <item>b. oppure essi ammettono che esistono cose la cui comprensione non ci<lb/>è data tramite definizione e allora nulla esclude che, analogamente, anche<lb/>tutte le altre realtà, senza distinzione alcuna, possano essere conosciute<lb/>senza l’ausilio della definizione.</item>
         </list>
         <p rend="start">Questa prima batteria di critiche, che non sembra brillare per origina-<lb/>lità, ma solleva questioni epistemologiche ancora vive all’epoca di Sesto<seg type="anchor_note" n="59">59</seg>,<lb/>merita attenzione soprattutto per alcune peculiarità linguistiche. Innanzi<lb/>tutto, appare verosimile supporre che l’uso di “comprensione” (<hi rend="it">katalepsis)<lb/></hi>alluda a polemica anti-stoica<seg type="anchor_note" n="60">60</seg>. Se teniamo presente, inoltre, la completa<lb/>interscambiabilità fra “comprendo”/<hi rend="it">katalambano</hi> e “conosco”<hi rend="it">/gignosko<lb/></hi>che emerge da <hi rend="it">PH</hi> II 207, potremmo essere spinti a mettere in relazione il<lb/>nostro passo proprio con la tesi, più volte ricordata, di quegli stoici men-<lb/>zionati da Diogene Laerzio, secondo i quali l’attività definitoria rappresen-<lb/>ta un contributo “per la conoscenza della verità” (<hi rend="it">pros epignosin tes<lb/>aletheias).</hi></p>
         <p rend="start">Anche contro la presunta necessità delle definizioni a fini didattici<lb/>(<hi rend="it">pros didaskalian</hi>)<seg type="anchor_note" n="61">61</seg> Sesto solleva in <hi rend="it">PH </hi>II 208 un’obiezione molto rapida,<lb/>che fa leva su di un’argomentazione speculare rispetto a quella già incon-<lb/>trata in <hi rend="it">PH</hi> II 207 e analoga a quella cui egli ricorre quando demolisce la<lb/>tesi dell’origine convenzionale del linguaggio. L’attenzione viene richia-<lb/>mata sul momento iniziale, rispettivamente dell’attività di imposizione dei<lb/>nomi e dell’elaborazione delle definizioni. Nel caso dei nomi, infatti, si de-<lb/>ve ammettere che il primo e imprescindibile passo è quello di conoscere le<lb/>cose cui si applicano le espressioni linguistiche, che dunque sono inutili<lb/>per coloro che, pur desiderando apprendere quelle stesse cose, ancora non<lb/>ne hanno conoscenza<seg type="anchor_note" n="62">62</seg>. Allo stesso modo, per quanto riguarda le defini-<lb/>zioni si deve riconoscere che se è vero che chi per primo ha conosciuto una<lb/>cosa lo ha fatto senza ricorrere alla definizione, di essa può tranquilla-<lb/>mente fare a meno anche chi, venuto per la prima volta a contatto con quel-<lb/>la stessa cosa, intende apprenderla.</p>
         <p rend="pb"><pb n="72" facs="Spinelli_72.jpg"/></p>
<p>Con <hi rend="it">PH</hi> II 209 inizia una serie di critiche filosoficamente più consi-<lb/>stenti, il cui legame con quelle appena esaminate, però, non appare com-<lb/>pletamente giustificato, né viene in qualche modo esplicitato da Sesto, che<lb/>si limita a introdurle con un “ancora<hi rend="it">”/eti,</hi> probabile indizio di una compo-<lb/>sizione fatta per aggiunte successive, non del tutto amalgamate fra loro. La<lb/>prospettiva da cui si muovono queste nuove obiezioni è invece molto chia-<lb/>ra. Sesto sembra in primo luogo accogliere in tutto e per tutto (riportando-<lb/>la fedelmente, come mostra il ricorso a verbi alla terza persona plurale:<lb/>“giudicano<hi rend="it">’’/epikrinousi</hi> e due volte “dicono”/<hi rend="it">phasi)</hi> la convinzione dog-<lb/>matica secondo cui la validità di una definizione va giudicata a partire dal-<lb/>le cose che sotto di essa ricadono. Posta questa premessa, si dovrà conclu-<lb/>dere che è viziosa qualsiasi definizione che ricomprenda qualcosa di estra-<lb/>neo a tutti o anche solo ad alcuni dei <hi rend="it">definienda</hi><seg type="anchor_note" n="63">63</seg>.</p>
         <p rend="start">A sostegno della conclusione appena menzionata Sesto aggiunge, nel-<lb/>la seconda parte di <hi rend="it">PH</hi> II 209, esempi concreti di definizioni invalide. Non<lb/>si può infatti definire l’uomo “animale razionale immortale”, perché nes-<lb/>suno dei singoli appartenenti al genere umano è dotato di immortalità; né<lb/>“animale razionale mortale grammatico”, perché alcuni uomini non hanno<lb/>- né coltivano, potremmo aggiungere - il dono della grammatica<seg type="anchor_note" n="64">64</seg>.</p>
         <p rend="start">A queste considerazioni ed esemplificazioni Sesto sovrappone in <hi rend="it">PH</hi> II<lb/>210ss. una serie di obiezioni, che sembrano scaturire direttamente dalla<lb/>sua penna piuttosto che riprodurre passivamente tesi altrui.</p>
         <p rend="start">La prima è più radicale - anche se introdotta con la consueta cautela scet-<lb/>tica, contrassegnata dall’uso dell’espressione tecnica “forse<hi rend="it">”/tacha</hi> - era sta-<lb/>ta già sfruttata in precedenza contro il procedimento induttivo: se è vero che<lb/>la definizione si giudica dai casi particolari che essa copre, allora risulterà<lb/>impossibile decidere della sua validità a causa dell’infinità di questi ultimi.</p>
         <p rend="start">La seconda sembra quasi una variazione sul tema del momento inizia-<lb/>le dell’apprendimento, che abbiamo già incontrato e che qui viene ripro-<lb/>posta a partire dai casi particolari (<hi rend="it">ta kata meros</hi>): infatti, se il criterio di<lb/>giudizio è costituito dai casi particolari e se questi ultimi vengono cono-<lb/>sciuti prima e indipendentemente rispetto alle definizioni, allora esse non<lb/>servono affatto alla conoscenza né all’insegnamento.</p>
         <p rend="start">La terza, infine, sembra allargare l’orizzonte della critica. Essa nega in-<lb/>fatti alle definizioni non solo qualsiasi utilità a scopo conoscitivo o didat-<lb/>tico, ma anche qualsiasi efficacia sul piano della chiarezza comunicativa<lb/>(<hi rend="it">sapheneia</hi>): esse avvolgono gli oggetti da definire nell’oscurità piuttosto<lb/>che far luce su di essi, al punto da risultare addirittura ridicole.</p>
         <p rend="start">In <hi rend="it">PH </hi>II 211 troviamo una mordace esemplificazione di questo ruolo ne-<lb/>gativo delle definizioni, su cui Sesto dichiara di voler impiantare una sorta<lb/>
         </p>
         <p rend="pb"><pb n="73" facs="Spinelli_73.jpg"/></p>
<p>di <hi rend="it">divertissement</hi> filosofico, quasi a stemperare la <hi rend="it">gravitas</hi> della sua anali-<lb/>si<seg type="anchor_note" n="65">65</seg>. Facendo leva su una delle funzioni tradizionalmente riconosciute alla<lb/>definizione, quella di fornire un discorso in luogo di un nome (cfr. <hi rend="it">e.g.</hi> Ari-<lb/>st., <hi rend="it">top.,</hi> I, 5, 102al-2), Sesto si diverte a immaginare una sorta di dialogo<lb/>surreale fra due interlocutori, in cui uno dei due, invece di servirsi sempli-<lb/>cemente di nomi d’uso e senso comune, pretendesse di sostituirli con defi-<lb/>nizioni tecnicamente perfette, ma gravide di conseguenze ridicole. In que-<lb/>sto ipotetico incontro, il nostro curioso interlocutore non porrebbe doman-<lb/>de del tipo: “o uomo, hai per caso incontrato un uomo a cavallo che trasci-<lb/>na un cane?”, ma ricorrerebbe a perifrasi del tipo: “o animale razionale mor-<lb/>tale, capace di ricevere intelletto e scienza, ti si è fatto incontro un animale<lb/>in grado di ridere, a unghia larga, capace di ricevere scienza politica, acco-<lb/>modato con le sue parti sferiformi su di un animale mortale in grado di ni-<lb/>trire e che trascina un animale quadrupede in grado di abbaiare?”. L’effetto<lb/>di scherno che suscita un simile stravolgimento della consuetudine o <hi rend="it">sy-<lb/>netheia</hi> linguistica e del carattere assolutamente piano di alcuni suoi termi-<lb/>ni è sotto gli occhi di tutti<seg type="anchor_note" n="66">66</seg>. Quel che è più grave, conclude Sesto, è che chi<lb/>si dedicasse incautamente a una simile attività rischierebbe non solo di ca-<lb/>dere nel ridicolo, ma addirittura di perdere la capacità stessa di esprimersi<lb/>su oggetti a tutti noti, come appunto l’uomo; egli si condannerebbe insom-<lb/>ma, nel linguaggio sestano, a un incondizionato silenzio, a una radicale<lb/><hi rend="it">aphasia,</hi> estremo risultato negativo dell’inutilità della prassi definitoria<seg type="anchor_note" n="67">67</seg>.</p>
         <p rend="start">Al di là del piacere che può suscitare nel lettore questa forse inconsa-<lb/>pevole, ma senz’altro efficace applicazione sestana del motto epicureo se-<lb/>condo cui “bisogna ridere e insieme filosofare” (cfr. <hi rend="it">GV</hi> 41), credo che gli<lb/>esempi riportati in <hi rend="it">PH </hi>II 211 meritino di essere più accuratamente valuta-<lb/>ti sul piano della loro probabile filiazione storico-filosofica. Da questo<lb/>punto di vista - e concentrando l’attenzione sulla formula definitoria di<lb/>uomo<hi rend="it">/anthropos</hi><seg type="anchor_note" n="68">68</seg> - una serie di conclusioni possono essere avanzate con<lb/>ragionevole certezza.</p>
         <p>
            <lb/>1. In primo luogo sembra legittimo riconoscere dietro l’impianto gene-<lb/>rale della critica sestana l’influsso di Epicuro, il quale, come apprendiamo<lb/>da un passo del Commento anonimo al <hi rend="it">Teeteto di</hi> Platone (col. XXII, 39-<lb/>47), riteneva che “i nomi sono più chiari delle definizioni, e che sarebbe<lb/>davvero ridicolo se, invece di dire ‘Salve, Socrate’, uno dicesse ‘Salve ani-<lb/>male razionale mortale’”<seg type="anchor_note" n="69">69</seg>.<lb/>
            <lb/>2. Tale analogia di fondo non impedisce di pensare che Sesto abbia rie-<lb/>laborato in modo personale la critica epicurea, facendo ricorso anche ad al-<lb/>tre fonti. Un primo indizio in tal senso potrebbe essere costituito dal fatto<lb/>che egli non si limita alla formula definitoria breve di uomo come “ani-</p>
            <p rend="pb"><pb n="74" facs="Spinelli_74.jpg"/></p>
<p>ale razionale mortale”, ma aggiunge l’espressione “capace di ricevere in-<lb/>telletto e scienza”. È impossibile in questa sede ripercorrere in tutta la sua<lb/>estensione la lunga storia dell’etichetta “animale razionale mortale” e del-<lb/>la sua appendice<seg type="anchor_note" n="70">70</seg>. Basterà dire che le sue radici vanno probabilmente in-<lb/>dividuate in un lavoro di sintesi di tesi appartenenti alla tradizione plato-<lb/>nica e stoica, più che peripatetica<seg type="anchor_note" n="71">71</seg>, svoltosi forse fra II e III secolo d.C. in<lb/>ambiente medio- o neoplatonico<seg type="anchor_note" n="72">72</seg>.<lb/>
            <lb/>3. A ciò va aggiunto che la cosiddetta ‘definizione lunga’ è presente in<lb/>altri due punti del <hi rend="it">corpus</hi> sestano, coerentemente ricordata, in entrambi i<lb/>casi, in un contesto di critica contro il criterio “dal quale”, da indentifica-<lb/>re appunto con l’uomo. Al di là della differenza di struttura delle obiezio-<lb/>ni nelle due opere sestane, occorre purtroppo registrare che sia in <hi rend="it">PH</hi> II 26,<lb/>sia in <hi rend="it">M </hi>VII 269 Sesto non rivela l’identità dei suoi avversari. Nel secon-<lb/>do passo, però, egli offre indicazioni un po’ più generose dello scarno “al-<lb/>tri” (<hi rend="it">alloi</hi>) che si legge nel primo. Analizziamo allora più da vicino il testo<lb/>di <hi rend="it">M</hi> VII 269, in cui i sostenitori della ‘definizione lunga’ di uomo vengo-<lb/>no presentati come una sorta di sottogruppo di un insieme più vasto. Se-<lb/>sto, infatti, presenta dapprima la tesi di alcuni filosofi (<hi rend="it">tines ton philo-<lb/>sophon</hi>), i quali hanno fornito, per mezzo di un discorso, insegnamenti sul-<lb/>l’uomo considerato dal punto di vista del genere, convinti di poter così far<lb/>emergere il concetto degli uomini particolari. Solo a questo punto egli ag-<lb/>giunge: “fra costoro, poi, alcuni definirono in questo modo.. <hi rend="it">.</hi>"/<hi rend="it">touton de<lb/>hoi men houtos apedosan...</hi><lb/>
         </p>
         <p rend="start">Chi sono costoro? È difficile dare una risposta soddisfacente al riguar-<lb/>do. Azzardo comunque un’ipotesi, ben consapevole della sua fragilità. Nel<lb/>brano del Commento anonimo al <hi rend="it">Teeteto</hi> di Platone, subito dopo la critica<lb/>di Epicuro precedentemente ricordata, leggiamo la replica dell’autore me-<lb/>dioplatonico, il quale sottolinea che le definizioni non servono per saluta-<lb/>re, né per la loro maggiore concisione rispetto ai nomi, ma “per dispiega-<lb/>re le concezioni comuni. Ciò non avviene se non si coglie ciascun genere<lb/>e le differenze”<seg type="anchor_note" n="73">73</seg>.</p>
         <p rend="start">Questa attività di chiarimento e spiegazione delle nozioni comuni o <hi rend="it">koi-<lb/>nai ennoiai</hi><seg type="anchor_note" n="14">14</seg>, potrebbe essere adombrata, in <hi rend="it">M</hi> VII 269, anche dietro il<lb/>compito affidato da “alcuni filosofi” al <hi rend="it">logos</hi> che definisce “l’uomo gene-<lb/>rico” (<hi rend="it">ton genikon anthropon),</hi> visto che è proprio da un simile sforzo che<lb/>essi ritengono potrà emergere (ancora un verbo che si caratterizza per la<lb/>presenza della preposizione <hi rend="it">ana</hi>-: <hi rend="it">anakypto)</hi> la corretta concezione dei par-<lb/>ticolari. Il bersaglio di Sesto sarebbero quindi filosofi medioplatonici, al<lb/>cui interno dovrebbero essere collocati anche gli autori della definizione<lb/>lunga di <hi rend="it">anthropos,</hi> minuziosamente criticata in <hi rend="it">M</hi> VII 270ss.</p>
       <p rend="pb"><pb n="75" facs="Spinelli_75.jpg"/></p>
<p>4. Al di là di questa proposta attribuzionistica, il cui carattere forte-<lb/>mente ipotetico è sotto gli occhi di tutti, l’unica conclusione certa riguar-<lb/>do all’identità dei pensatori che difendono la ‘definizione lunga’ è di ca-<lb/>rattere negativo<seg type="anchor_note" n="75">75</seg>: non è infatti possibile identificarli in alcun modo con<lb/>Platone, cui Sesto attribuisce (sia in <hi rend="it">M</hi> VII 281, sia nel corrispondente pas-<lb/>so di <hi rend="it">PH</hi> II 28) una definizione di uomo diversa: “animale privo di ali, bi-<lb/>pede, a unghia larga, capace di ricevere scienza politica”, che si fonda ve-<lb/>rosimilmente su di una rielaborazione di materiale risalente alle pseudo-<lb/>platoniche <hi rend="it">Definizioni</hi><seg type="anchor_note" n="76">76</seg> e che può essere utilmente confrontata con la se-<lb/>conda delle formule utilizzate in <hi rend="it">PH</hi> II 211 per rimpiazzare il nome co-<lb/>mune uomo. Quest’ultima infatti, confermando in primo luogo la ricchez-<lb/>za dossografica del resoconto di Sesto, appare costruita sulla base di un’i-<lb/>ronica mescolanza di vari caratteri distintivi dell’uomo: due di essi, “a un-<lb/>ghia larga” e “capace di ricevere scienza politica”, sono direttamente attri-<lb/>buibili a Platone<seg type="anchor_note" n="77">77</seg>; il terzo, invece, “in grado di ridere”, appartiene a una<lb/>tradizione scolastica abbastanza diffusa<seg type="anchor_note" n="78">78</seg>, forse anch’essa originatasi in<lb/>ambito medio- o neoplatonico<seg type="anchor_note" n="79">79</seg> e qui fedelmente registrata da Sesto<seg type="anchor_note" n="80">80</seg>.<lb/>
         </p>
         <p rend="start">L’insieme delle critiche che abbiamo appena ripercorso permette a Se-<lb/>sto di trarre in <hi rend="it">PH</hi> II 212 la conclusione che si era riproposto di raggiun-<lb/>gere: sono completamente inutili tutte le definizioni dogmatiche, qui para-<lb/>digmaticamente riassunte nelle due formulazioni che abbiamo visto risali-<lb/>re rispettivamente la prima a determinati pensatori stoici, la seconda alla<lb/>tradizione peripatetica. Che questi due esempi non esauriscano il campo di<lb/>indagine, però, sembra confermato dalla clausola aggiuntiva “sia ciò che<lb/>si voglia” (<hi rend="it">eite ho bouletai tis).</hi> Essa lascia aperta la possibilità che Sesto<lb/>fosse almeno parzialmente a conoscenza dell’intenso lavorìo classificato-<lb/>rio delle definizioni svolto dalle più importanti scuole filosofiche dell’e-<lb/>poca<seg type="anchor_note" n="81">81</seg>. Egli si sente dunque legittimato a scagliare contro i loro svariati e<lb/>spesso conflittuali tentativi un’ulteriore critica: quella di ricadere sotto il<lb/>tropo della dissonanza o <hi rend="it">diaphonia,</hi> su cui Sesto dice sì di non voler insi-<lb/>stere, per ragioni interne al carattere ‘ipotipotico’ del suo scritto, ma che<lb/>chiaramente rappresenta la forma più radicale e il punto più alto dell’ar-<lb/>mamentario antidogmatico messo in campo dai neo-pirroniani.</p>
         <p rend="pb"><pb n="76" facs="Spinelli_76.jpg"/></p>
<lb/><p>NOTE</p>
         <p><seg type="endnote" n="1">1	Cfr. al riguardo <hi rend="it">infra</hi>, cap. V.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="2">2	Accenno solamente, infine, al fatto che i temi affrontati in questi paragrafi non com-<lb/>paiono nella trattazione parallela dei libri <hi rend="it">Contro i logici</hi> (<hi rend="it">M</hi> VII-VIII; cfr. in ogni caso <hi rend="it">M<lb/></hi>IX 92s., su cui mi limito per ora a rinviare a Caujolle-Zaslawsky 1994, pp. 234s.). Ciò in-<lb/>viterebbe a tornare ad analizzare la spinosa questione della probabile cronologia relativa<lb/>degli scritti sestani, un tema che esula tuttavia dallo scopo del presente contributo.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="3">3	Questa è la doppia sfumatura probabilmente rinvenibile dietro la voce verbale <hi rend="it">pi-<lb/>stousthai.</hi></seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="4">4	O come Sesto aveva già ricordato poco prima in <hi rend="it">PH </hi>II 195, “qualora anche appaia, fra<lb/>i particolari, un solo caso contrario agli altri, la proposizione universale non risulta sana”.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="5">5	Per attaccare il vuoto affaticarsi dei dogmatici Sesto ricorre al verbo <hi rend="it">mochtheo,</hi> che<lb/>nei suoi scritti indica sempre la vanità di uno sforzo o di una fatica senza speranza di ri-<lb/>sultati: cfr. anche <hi rend="it">Μ</hi> XI 172.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="6">6	Si noti come quest’ultima caratteristica, su cui si tornerà a insistere anche successi-<lb/>vamente in <hi rend="it">PH</hi> II 210, venga qui linguisticamente ribadita attraverso una doppia espres-<lb/>sione: “essendo i particolari infiniti e illimitati” (a<hi rend="it">peiron onton... kai aperioriston,</hi> que-<lb/>st’ultimo di nuovo un <hi rend="it">hapax).</hi></seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="7">7	II verbo <hi rend="it">saleuo</hi> indica sempre, in Sesto, una radicale messa in discussione, una for-<lb/>ma di attacco che va alle fondamenta dell’oggetto in questione: per i passi cfr. Janáček<lb/>2000<hi rend="bold">, </hi><hi rend="it">s.v.</hi>.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="8">8	Cfr. <hi rend="it">e.g.</hi> Pappenheim 1881, p. 141, il quale pensa ad esempio a Schopenhauer <hi rend="it">(Mon-<lb/>do,</hi> II, 9) o Trendelenburg <hi rend="it">(Elementa logices Aristotelae,</hi> Berlin 18747, § 34, p. 112): né l’u-<lb/>no né l’altro menzionano il precedente sestano.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="9">9	von Savigny 1975, p. 280.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="10">10	Per la verità poco probabili e da ascrivere piuttosto alla mediazione di Bayle: cfr. an-<lb/>cora ivi, p. 270, n. 2; Annas 2000.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="11">11	Cfr. al riguardo <hi rend="it">infra,</hi> pp. 64-65, per l’accenno alle critiche stoiche.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="12">12	Cfr. Hallie-Etheridge 1985, pp. 105-106, n. 4; Hankinson 1995, p. 211.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="13">13	Secondo alcuni interpreti a questo tipo di accusa sembra sfuggire una delle più note<lb/>pagine aristoteliche sulla <hi rend="it">epagoge (an. pr.,</hi> II, 23), dal momento che “possiamo interpreta-<lb/>re ‘tutti i casi’ in due modi: o come un esame di ogni <hi rend="it">caso individuale</hi> che ricade sotto un<lb/>certo predicato o come un esame di ogni <hi rend="it">specie</hi> separata che ricade sotto di esso. Aristote-<lb/>le non ci dice esplicitamente che cosa ha in mente, ma il suo esempio biologico si adatta<lb/>meglio alla seconda interpretazione (di conseguenza, sarebbe ogni <hi rend="it">specie</hi> priva di bile, non<lb/>ogni animale individuale privo di bile, che dovremmo includere nella nostra rassegna, e<lb/>questa non è una richiesta irragionevole” (Smith 1989, p. 221). Sulla questione cfr. anche<lb/>Caujolle-Zaslawsky 1994, pp. 230-231.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="14">14	Cfr. 153, 30-32 H.=p. 3 Whittaker; sui problemi testuali e sull’ aggiunta <hi rend="it">analytikon<lb/></hi>di Prantl, accolta da Dillon 1993, cfr. il giudizio più cauto di Whittaker 1990, comm. <hi rend="it">ad<lb/>loc.</hi> Cfr. anche Giusta 1986, pp. 177-178, sp. n. 60 e soprattutto Mansfeld 1992, pp. 125-<lb/>131; avendo infine come oggetto primario di indagine il <hi rend="it">De divisione</hi> di Boezio (cfr. sp. 18,<lb/>4ss.), Magee 1998 offre una discussione accurata di altre fonti che riportano <hi rend="it">divisiones</hi> ana-<lb/>loghe, prima e dopo Porfirio: cfr. ivi, sp. pp. XLIVss.</seg></p>
         <p rend="pb"><pb n="77" facs="Spinelli_77.jpg"/></p>
<lb/><p><seg type="endnote" n="15">15	Ross 1949, p. 483; per opportuni rinvii testuali cfr. Bayer 1997, p. 121 e n. 28. </seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="16">16	Ross 1949, p. 483; altri rinvii testuali ancora in Bayer 1997, p. 121, n. 27. Dillon 1993,<lb/>p. 77 pensa che tale accezione possa derivare da un’interpretazione di Plat, <hi rend="it">polit.</hi> 278a-b; es-<lb/>sa potrebbe forse essere accostata anche al cosiddetto «similarity-method» (cfr. Long-Sedley<lb/>1987, v. 1, sp. p. 96: una sorta di naturale ‘estensione’ del primo tipo di induzione).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="17">17	Sulle molte ‘facce’ che la <hi rend="it">epagoge</hi> sembra assumere già in Aristotele, oltre alle ri-<lb/>flessioni di Ross 1949, pp. 483-485, cfr. Bourgey 1955, pp. 58ss.; Brunschwig 1967, p.<lb/>XXXII, n. 2; Hintikka 1980, il quale pare mirare a riconciliarle tutte e a mostrarne la reci-<lb/>proca compatibilità. Per il dibattito sulla possibilità di individuare un significato di riferi-<lb/>mento basilare dell’induzione aristotelica cfr. ora Bayer 1997, pp. 121-123.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="18">18	Si noti che <hi rend="it">physikai ennoiai</hi> è il termine preferito da Alcinoo “per le forme così come<lb/>percepite dall’intelletto incarnato nella materia”: Dillon 1993, p. 77; sull’uso e il valore di<lb/>quest’espressione cfr. anche Schrenk 1993, sp. p. 346, n. 13, nonché pp. 356-359 e ora Boys-<lb/>Stones 2005, sp. pp. 216ss. Sul complesso tentativo operato da Alcinoo di assimilazione o<lb/>integrazione di elementi di epistemologia non solo e non tanto stoica, quanto soprattutto ari-<lb/>stotelica, sullo sfondo di una convinta ‘ortodossia’ platonica, utili indicazioni offre ancora<lb/>una volta Schrenk 1993; più in generale cfr. anche Donini 1988 e il già citato Boys-Stones<lb/>2005; per un ampliamento della prospettiva verso Plotino cfr. infine Chiaradonna 2006.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="19">19	Caujolle-Zaslawsky 1991, p. 518.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="20">20	Non tanto in polemica con il Peripato (come vorrebbe Brisson 1992, p. 3705, n. 395),<lb/>quanto piuttosto, forse, riprendendone e adattandone alcune tesi (cfr. Caujolle-Zaslawsky<lb/>1991, p. 520).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="21">21	Forse va corretto al plurale il tradito <hi rend="it">heautoi</hi>? Seguo in tal senso un suggerimento di<lb/>Brisson 1992, p. 3705, n. 397.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="22">22	Per la cui interpretazione sono debitore, oltre che delle notazioni offerte dai De Lacy<lb/>nella loro edizione (1978), soprattutto della fine analisi proposta da Sedley 1982. Per il di-<lb/>battito che essa ha suscitato cfr. almeno Barnes 1988a e Long 1988.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="23">23	Per la risposta epicurea a tali contro-esempi, che prefigura un confronto di più am-<lb/>pio respiro fra empirismo e razionalismo, cfr. ancora Sedley 1982, pp. 256ss.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="24">24	Ivi, p. 257.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="25">25	Esso, insomma - potremmo glossare a nostra volta - non è sullo stesso piano (per<lb/>valore ontologico? per statuto logico? per entrambe le ragioni?) rispetto ai particolari. Su<lb/>questa importante differenza e sul ruolo che essa gioca nella dottrina di Alessandro cfr.<lb/>Tweedale 1984.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="26">26	II cui carattere parziale, limitato e la cui differenza dalla <hi rend="it">epagoge</hi> erano stati già con<lb/>chiarezza sottolineati dallo stesso Aristotele <hi rend="it">(an. post.,</hi> II, 24, 69al3-19: il brano solleva al-<lb/>cuni problemi esegetici, sui quali mi limito a rinviare a Smith 1989, sp. pp. 222-223).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="27">27	L’intento di Alessandro è forse quello di rendere immediatamente evidente il risul-<lb/>tato raggiungibile tramite induzione, quella <hi rend="it">pistis,</hi> che in più punti del <hi rend="it">corpus</hi> aristotelico<lb/>viene fatta scaturire <hi rend="it">ek tes epagoges:</hi> per i passi cfr. l'<hi rend="it">Index</hi> del Bonitz, <hi rend="it">s. v. pistis;</hi> si veda<lb/>anche l’occorrenza di <hi rend="it">piston</hi> in <hi rend="it">de caelo,</hi> I, 7, 276al4.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="28">28	86, 15-19: il nocchiero e l’auriga, cui vengono qui aggiunti lo stratega, il medico, il<lb/>geometra, il musico, l’architetto.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="29">29	Cfr. <hi rend="it">e.g. an. post.,</hi> II, 7, 92a34-b3? Su questa differenza insiste anche la testimonianza<lb/>di Clemente Alessandrino <hi rend="it">(strom.</hi> VIII, 6, 90, 24-28), che, ponendo come punto di partenza<lb/>della <hi rend="it">epagoge</hi> la sensazione o <hi rend="it">aisthesis</hi> e come suo punto d’approdo l’universale, ovvero <hi rend="it">to<lb/>katholou,</hi> le attribuisce la capacità di mostrare non <hi rend="it">to ti esti,</hi> ma solo <hi rend="it">hoti estin e ouk estin.</hi></seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="30">30	Cfr. ivi, 28ss. Più in generale su quelle che potremmo chiamare “le limitazioni del-<lb/>l’induzione” nello stesso Aristotele cfr. ora Bayer 1997, pp. 130ss.</seg></p>
         <p rend="pb"><pb n="78" facs="Spinelli_78.jpg"/></p>
<lb/><p><seg type="endnote" n="31">31	Mates 1996, p. 284.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="32">32	Cfr. <hi rend="it">epagogikos,</hi> sicuramente attestato in <hi rend="it">PH </hi>II 195 e 197 e forse da inserire in lacu-<lb/>na in <hi rend="it">PH</hi> II196, dove troviamo anche l’espressione “per via induttiva” (<hi rend="it">kata ton epagogikon<lb/>tropon).</hi></seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="33">33	Cfr. anche Caujolle-Zaslawsky 1994, pp. 233-234. Molto critica nei confronti del-<lb/>l’atteggiamento di Sesto rispetto alla logica peripatetica in generale, forse a lui nota solo<lb/>per via manualistica, è Julia Annas, la cui conclusione sottolinea che egli “rivela solo una<lb/>conoscenza superficiale e cerca senza successo di far entrare materiale aristotelico in un’ar-<lb/>gomentazione scettica progettata per materiale stoico” (Annas 1992, p. 225). Cfr. anche<lb/>Repici Cambiano 1981, p. 693.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="34">34	Cfr. <hi rend="it">e.g. an. post.,</hi> Il, 19, 100b2-5; I, 18, 81a38-b9; cfr. anche, alla luce della funzio-<lb/>ne dialettica dell’induzione, <hi rend="it">top.,</hi> I, 2, 101a36-b4. Utili osservazioni in Weil 1975, pp. 95-<lb/>96 e su II, 19, oltre ai comm. <hi rend="it">ad loc.</hi> di Ross 1949 e di Barnes 19942, la decisa, ‘originale’<lb/>messa a punto complessiva di Bayer 1997. L’esempio della battaglia e dell’esercito in fu-<lb/>ga, metafora del processo induttivo in 100a10ss., potrebbe far pensare a una genesi del ter-<lb/>mine da ambito militare e tattico, dove esso era molto diffuso? Cfr. in tal senso Caujolle-<lb/>Zaslawsky 1991, pp. 511-513.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="35">35	Si dovrebbe allora spostarne il <hi rend="it">floruit</hi> ancora più avanti rispetto alla cronologia tra-<lb/>dizionale, che, come conclude Dal Pra (1975(2), p. 463), pone “il periodo centrale della vita<lb/>di Sesto [...] fra il 180 ed il 220 d.C.”?</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="36">36	Per confronto con la notizia che leggiamo in DL VIII 48=fr. 622 Hülser - la cui fon-<lb/>te esplicita è Favorino - potremmo supporre che con tale etichetta anche Sesto intendesse<lb/>alludere quanto meno a Pitagora (o forse meglio ad alcuni pitagorici, sulle cui tesi siamo<lb/>fuggevolmente informati da un passo dei <hi rend="it">Placita</hi> pseudo-plutarchei : cfr. <hi rend="it">Dox. gr.</hi> 282, 18-<lb/>28), poi soprattutto a Socrate e al suo circolo - dunque alla tradizione del platonismo -, in-<lb/>fine ad Aristotele e agli stoici.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="37">37	Cfr. soprattutto <hi rend="it">PH</hi> I 180; II 194 e Deleva Caizzi 1992a, p. 290, n. 23.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="38">38	Così Mates 1996, p. 161.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="39">39	Cfr. <hi rend="it">M</hi> I 43, 97, 99, 123, 141 <hi rend="it">(bis),</hi> 170-171, 270; II 18, 52, 55; III 105.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="40">40	Oltre a <hi rend="it">PH</hi> II 205, cfr. <hi rend="it">PH</hi> II 247, 249, 255, contro i dialettici, su cui cfr. Ebert 1991,<lb/>pp. 194-206; <hi rend="it">M</hi> VIII 87, 257, 406, 428, 435, 442, contro gli stoici (dubbi su tale differen-<lb/>ziazione dialettici/stoici si possono tuttavia leggere in Atherton 1993, pp. 424ss.); per<lb/>un’occorrenza ‘etica’ cfr. <hi rend="it">M</hi> XI 40.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="41">41	Cfr. Mansfeld 1986, pp. 365 e 371.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="42">42	Cfr. DL VII 44, 60-62 e le conclusioni di Mansfeld 1986, p. 367.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="43">43	DL VII 42 (= fr. 33 Hülser); su tale espressione cfr. anche Cic. <hi rend="it">Tusc.</hi> V, 72 (=fr. 78<lb/>Hiilser) e Goldschmidt, 1985(4), p. 165.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="44">44	La prima cristallizzatasi in manuali di logica ispirati forse ad Antipatro e Archede-<lb/>mo, impegnati a rielaborare, e se necessario ‘correggere’, dottrine di Crisippo; la seconda<lb/>invece più antica, perché più vicina - e fedele - agli insegnamenti di quest’ultimo; ripro-<lb/>pongo qui alcune delle conclusioni tratte da Mansfeld 1986, pp. 351-373 riguardo alla se-<lb/>zione <hi rend="it">kata meros</hi> del resoconto laerziano; cfr. anche Atherton 1993, p. 63.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="45">45	Concorde al riguardo il giudizio dei commentatori sestani: cfr. Pappenheim 1881, p.<lb/>143 e Annas-Bames 2000, p. 125, n. 311. <hi rend="it">Contra</hi> si vedano tuttavia le argomentazioni di<lb/>Rieth 1933, pp. 38-39.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="46">46	Cfr. <hi rend="it">top.</hi> I, 5, 101b38; si noti tuttavia come in Sesto l’originaria voce verbale da <hi rend="it">se-<lb/>maino</hi> venga sostituita dall’esplicativo <hi rend="it">delon,</hi> che trova corrispondenza nella parte perifra-<lb/>stica del Commento di Alessandro di Afrodisia ai <hi rend="it">Topici</hi> (cfr. <hi rend="it">e.g. CAG </hi>II, 42, 22-27) e che</seg></p>
          <p rend="pb"><pb n="79" facs="Spinelli_79.jpg"/></p>
          <p><seg type="endnote" n="46">sembra essere invece accolto come genuinamente aristotelico in <hi rend="it">Schol. Dionys. Thr.</hi> p. 107,<lb/>1 -2=fr. 627 Hülser.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="47">47	<hi rend="it">def. med.</hi> XIX, 348, 17ss. K. (def. l-6=fr. 624 Hülser): qui essa è significativamente<lb/>accostata a una formulazione sicuramente stoica, anzi più esattamente di Antipatro: cfr. an-<lb/>che subito <hi rend="it">infra.</hi></seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="48">48	Accenno solo a un altro passo, che meriterebbe ben più ampia trattazione. Un’oppo-<lb/>sizione fra definizione essenziale/definizione concettuale analoga, ma non perfettamente<lb/>identica a quella attestata in <hi rend="it">PH</hi> II 212 compare in un passo di Porfirio conservato da Sim-<lb/>plicio <hi rend="it">(in. cat.</hi>, 213, 10-28=fr. 70 Smith). Benché il contesto in cui tale opposizione viene<lb/>menzionata sia assolutamente peculiare (risposta porfiriana alle aporie orali di Plotino), an-<lb/>che qui vengono distinti da una parte le definizioni essenziali (<hi rend="it">ousiodeis horoi),</hi> che sono<lb/>in grado di insegnare l’essenza delle cose oggetto di definizione e su cui massimo è il di-<lb/>saccordo fra diversi pensatori qualificati come <hi rend="it">hoi heterodoxoi,</hi> e dall’altra le definizioni<lb/>concettuali (<hi rend="it">ennoematikoi horoi</hi>), che riguardano la qualità <hi rend="it">(peri tes poiotetos),</hi> si basano<lb/>su ciò che è a tutti noto (prenozioni/<hi rend="it">prolepseis</hi> o nozioni <hi rend="it">comuni/koinai ennoiai,</hi> appunto)<lb/>e su cui vige dunque accordo completo. Nonostante l’aggiunta di esempi riferibili <hi rend="it">anche</hi> a<lb/>dottrine stoiche, mi pare che Porfirio voglia alludere in generale a tutti i possibili tipi di de-<lb/>finizioni essenziali e concettuali e non <hi rend="it">esclusivamente</hi> a tesi stoiche: sulla questione cfr. an-<lb/>che Mansfeld 1992, p. 79, n. 5.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="49">49	Così Long-Sedley 1987, v. 1, p. 194, con ulteriori rinvii testuali.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="50">50	A un’origine <hi rend="it">direttamente</hi> epicurea pensa invece Besnier 1994.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="51">51	Cfr. Epicuro, <hi rend="it">Ep. Hdt.</hi> 37; si veda anche l’espressione <hi rend="it">to protos hypotetagmenon in<lb/></hi>DL X 33.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="52">52	Cfr. ancora ivi e la testimonianza di Diogeniano, <hi rend="it">ap.</hi> Eus., <hi rend="it">praep. ev.</hi> IV 3, 6; si ve-<lb/>da più in generale l’analisi puntuale di Striker 1996, pp. 37-42.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="53">53	Per altre testimonianze su queste due formule cfr. rispettivamente fr. 627 e forse, no-<lb/>nostante l’imprecisione, fr. 625; nonché i frr. 621, 624, 626 Hülser. Cfr. inoltre la testimo-<lb/>nianza di Alessandro di Afrodisia, il quale da una parte tende a sovrapporle, dall’altra sem-<lb/>bra fraintendere la carica di ‘essenzialità’ attribuita dagli stoici a ciò che è peculiare o pro-<lb/>prio (<hi rend="it">idion</hi>): si veda al riguardo il fr. 628 Hülser e <hi rend="it">infra,</hi> n. 64.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="54">54	Cfr. ancora Long-Sedley 1987, v. 1, p. 194.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="55">55	Un discorso a sé meriterebbe il problema dalla vicinanza concettuale riscontrabile<lb/>fra lo <hi rend="it">horos</hi> com’è inteso da questi pensatori (“un discorso che ci induce, per mezzo di un<lb/>rapido ricordo, al concetto delle cose che sottostanno alle espressioni”) e la nozione, sem-<lb/>pre stoica, di <hi rend="it">hypographe</hi> (cfr. <hi rend="it">e.g.</hi> DL VII 60=fr. 621 Hülser). Utili osservazioni in propo-<lb/>sito si possono intanto leggere in Besnier 1994, pp. 124ss.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="56">56	La presenza della seconda persona (“troverai’<hi rend="it">’/heureseis)</hi> dà un tono di vivace imme-<lb/>diatezza all’argomentazione sestana, ma non so se consenta anche di formulare ipotesi cogenti<lb/>sulla sua provenienza. In altri termini, Sesto potrebbe in questo caso riprodurre fedelmente<lb/>concreti scambi dialettici o addirittura il vivo di una ‘lezione’ che lo aveva visto impegnato in<lb/>prima persona. A meno che non si voglia sottoscrivere il ritratto che molti ne danno di copi-<lb/>sta (ebete?), che ripete passivamente e meccanicamente le parole presenti nella sua fonte.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="57">57	L’uso dell'<hi rend="it">hapax mataioponia</hi> (che potremmo rendere con “vano sforzo”, <hi rend="it">PH</hi> II 206)<lb/>fa il paio con l’espressione verbale da <hi rend="it">mochtheo</hi> usata in <hi rend="it">PH</hi> II 204 (su cui cfr. <hi rend="it">supra,</hi> n. 5) e<lb/>forse serve a far comprendere sin dall’inizio la sostanziale analogia fra una delle critiche<lb/>avanzate contro l’induzione e una delle obiezioni rivolte alla presunta forza delle definizioni.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="58">58	Esso sembra inoltre presentare un’analogia di struttura con alcune critiche di parte epi-<lb/>curea conservate nel fr. 258 Us.; cfr. in proposito le osservazioni di Besnier 1994, pp. 126-127.</seg></p>
         <p rend="pb"><pb n="80" facs="Spinelli_80.jpg"/></p>
<lb/><p><seg type="endnote" n="59">59	Cfr. <hi rend="it">e.g.</hi> Plut., fr. 215f Sandbach, in cui vengono confutate le dottrine dell’intuizio-<lb/>ne potenziale, delle concezioni naturali o delle prenozioni, storicamente avanzate nell’or-<lb/>dine da peripatetici, stoici ed epicurei per controbattere il noto paradosso del <hi rend="it">Menone</hi> (80d-<lb/>e); sulla questione cfr. anche Long-Sedley 1987, v. 1, p. 89.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="60">60	Cfr. Atherton 1993, pp. 62-63; si potrebbe pensare, in alternativa, che si tratti della<lb/>ritraduzione in termini stoici di questioni sollevate in generale contro la forza degli <hi rend="it">horoi.</hi></seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="61">61	Si noti come anche in questo caso possano esser chiamati in causa passi paralleli di<lb/>dottrina stoica: cfr. ad es. Agost. <hi rend="it">de civ. Dei</hi>, VIII, 7=fr. 347 Hülser.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="62">62	Cfr. <hi rend="it">PH</hi> III 268; <hi rend="it">MXl</hi> 242 e I 38; per un primo commento cfr. Spinelli 1995, pp. 393-<lb/>394; Bett 1997, sp. pp. 243-248 (con un tentativo di parallelo rispetto al sopracitato para-<lb/>dosso del <hi rend="it">Menone);</hi> Glidden 1994; infine Atherton 1993, p. 430 e n.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="63">63	Si potrebbe pensare che si tratti di tesi stoiche per confronto con <hi rend="it">Μ</hi> XI 8-13 (=fr. 629<lb/>Hülser): qui, infatti, sullo sfondo di un’equivalenza non linguistico-sintattica, ma di strut-<lb/>tura logica fra definizione, universale (su cui cfr. anche Cic. <hi rend="it">Luc.</hi> 21) e divisione perfetta,<lb/>viene esplicitamente attribuita a Crisippo la convinzione secondo cui “non solo l’universa-<lb/>le è comprensivo di tutte le cose particolari, ma anche la definizione si estende a tutte le<lb/>specie dell’oggetto dato, come ad es. quella dell’uomo a tutti gli uomini secondo la specie,<lb/>quella del cavallo a tutti i cavalli. Se poi viene introdotto anche un solo caso falso, l’uno e<lb/>l’altra, sia l’universale sia la definizione, divengono falsi”. Sulla questione mi limito a rin-<lb/>viare a Spinelli 1995, pp. 151ss. e Bett 1997, pp. 53-56.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="64">64	Quest’ultimo contro-esempio, in particolare, sembra avere un ‘colore’ peripatetico,<lb/>poiché individua la non validità della definizione nel fatto che essa si limita a enunciare un<lb/>‘proprio’ (cfr. <hi rend="it">e.g.</hi> Arist., <hi rend="it">top.</hi> I, 5, 102al8-21), non l’essenza individuale oggettiva o per-<lb/>fezione di uomo. Una critica analoga viene avanzata da Alessandro di Afrodisia nel suo<lb/>Commento ai <hi rend="it">Topici</hi> (43, 2-8) contro una definizione (“uomo=animale che ride”), che ai<lb/>suoi occhi esemplifica la tesi stoica dello <hi rend="it">horos</hi> come restituzione del proprio o <hi rend="it">idiou apo-<lb/>dosis;</hi> sul probabile fraintendimento che opera dietro tale obiezione di Alessandro cfr. in<lb/>ogni caso Long-Sedley 1987, v. 1, p. 194: <hi rend="it">idion</hi> pare infatti indicare per lui non l’essenza<lb/>stoica, ma il proprio aristotelico (cfr. <hi rend="it">e.g.</hi> il quarto dei significati di <hi rend="it">idion</hi> individuato da<lb/>Porfirio nella sua <hi rend="it">Isagoge</hi>: <hi rend="it">CAG</hi> IV, 1, 12, 17-20).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="65">65	È una strategia cui egli aveva fatto ricorso già nel primo libro dei <hi rend="it">Lineamenti pirro-<lb/>niani </hi>(<hi rend="it">PH </hi>I 62-78), nel lungo <hi rend="it">excursus</hi> antistoico dedicato all’ironica esaltazione delle qua-<lb/>lità del cane: cfr. al riguardo <hi rend="it">supra,</hi> cap. II, sp. p. 35.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="66">66	Per un altro gustoso caso di ridicolizzazione del tecnicismo definitorio cfr. anche<lb/>Cic., <hi rend="it">div.</hi> II, 64, 133 e per alcuni rinvii testuali e bibliografici Pease 1963, pp. 561-562 e<lb/>Schäublin 1991, p. 390.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="67">67	E per questa ragione che credo non vi sia alcun bisogno di correggere il tradito <hi rend="it">apha-<lb/>sian</hi> in <hi rend="it">asapheian,</hi> come proponeva dubitativamente in apparato Mutschmann, seguito ora<lb/>da Annas-Barnes 2000, p. 125, n. av e da Pellegrin 1997, p. 323, n. 1.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="68">68	Si noti tuttavia fin d’ora che le specie chiamate in causa nella satirica scenetta co-<lb/>struita da Sesto in <hi rend="it">PH</hi> II 211 - uomo, cavallo, cane - sembrano costituire esempi standar-<lb/>dizzati nella trattazione medioplatonica della <hi rend="it">scala entis</hi>: cfr. <hi rend="it">e.g.</hi> Sen. <hi rend="it">ep.</hi> 58, 9 e soprat-<lb/>tutto Mansfeld 1992, pp. 85ss.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="69">69	Qui e in seguito le traduzioni dell’Anonimo sono tratte da Bastianini-Sedley 1995. Cfr.<lb/>inoltre Annas-Bames 2000, p. 125, n. 308; sulla presenza del nome proprio ‘Socrate’, rite-<lb/>nuta fuorviante da Sedley (Bastianini-Sedley 1995, p. 512), cfr. infine Besnier 1994, p. 122.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="70">70	Un lavoro già minuziosamente compiuto, del resto, da DeDurand in un importante<lb/>articolo del 1973.</seg></p>
         <p rend="pb"><pb n="81" facs="Spinelli_81.jpg"/></p>
<lb/><p><seg type="endnote" n="71">71	Sottolinea invece con forza la centralità della componente peripatetica Pappenheim<lb/>1881, p. 143, alle cui conclusioni possono essere accostate quelle della Repici Cambiano<lb/>1981, pp. 693-694, n. 12; cfr. anche Annas-Bames 2000, p. 74, n. 39.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="72">72	Cfr. in tale direzione l’ipotesi di Telfer, che pensa ad Ammonio, cit. in DeDurand<lb/>1973, p. 333 e soprattutto la presenza della definizione lunga nella <hi rend="it">Isagoge</hi> di Porfirio<lb/>(<hi rend="it">CAG</hi> IV 1, 15, 5-6) e nel suo Commento alle <hi rend="it">Categorie</hi> (ivi, 60, 1, 21). Si noti comunque<lb/>che DeDurand, seguendo le conclusioni di Hirzel e Witt, sembra propendere piuttosto per<lb/>la paternità di Antioco, che avrebbe così realizzato una consapevole operazione di ecletti-<lb/>smo filosofico: cfr. DeDurand 1973, sp. pp. 341-344.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="73">73	Col. ΧΧIII, 5-12: il fatto che Sesto taccia di questa replica lascia supporre o che egli<lb/>non ritenga rilevante menzionare la posizione medioplatonica difesa dall’Anonimo commen-<lb/>tatore in questo specifico punto della sua trattazione, ma accenni poi a essa altrove, ad esem-<lb/>pio, come vedremo subito, in <hi rend="it">M</hi> VII 269; oppure che egli semplicemente la ignori del tutto.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="74">74	Qui indicata da <hi rend="it">anaploo,</hi> altrove da verbi dal significato equivalente come <hi rend="it">anaptys-<lb/>so</hi> e <hi rend="it">diarthroo:</hi> cfr. col. XLVII, 42-45. Si noti comunque che tale interpretazione del pro-<lb/>cedimento definitorio viene attribuita anche a pensatori stoici, da Crisippo (cfr. DL VII 199:<lb/>qualche dubbio al riguardo si legge in Long-Sedley 1987, v. 2, p. 196) a Epitteto: per ulte-<lb/>riori riferimenti testuali cfr. Bastianini-Sedley 1995, p. 535. Sul meccanismo di esplicazio-<lb/>ne, sistematizzazione e adattamento ai casi particolari delle prenozioni o nozioni comuni<lb/>utili osservazioni offre Goldschmidt 1985(4), pp. 161-165.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="75">75	Cfr. DeDurand 1973, p. 336, η. 44.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="76">76	Cfr. 415a; si veda anche DL VI 40. Si potrebbe pensare anche a spunti presenti in al-<lb/>cuni dialoghi tardi di Platone: cfr. al riguardo Mansfeld 1992, p. 81.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="77">77	Stando almeno alla sopracitata definizione di uomo accettata come genuinamente<lb/>platonica da Sesto (o forse dalla fonte che a lui l’ha trasmessa in modo distorto? Cfr. per<lb/>questa ipotesi DeDurand 1973, p. 338).</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="78">78	Per i rinvii testuali a passi tratti da Quintiliano, Porfirio, Clemente Alessandrino,<lb/>Giovanni Damasceno, Marziano Capella cfr. Mansfeld 1992, p. 82, n. 13, il quale suppone<lb/>anche che “la fonte ultima sia a quanto pare Arist. <hi rend="it">de part. an.</hi> Γ 10. 673a8”.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="79">79	O piuttosto stoico (?), se prestiamo fede al passo del Commento ai <hi rend="it">Topici</hi> di Ales-<lb/>sandro di Afrodisia citato <hi rend="it">supra,</hi> n. 64, che andrebbe aggiunto ai rinvii di Mansfeld.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="80">80	Come sembra confermare il fatto che <hi rend="it">gelastikon</hi> è un <hi rend="it">hapax</hi> nella sua prosa.</seg></p>
         <p><seg type="endnote" n="81">81	E di cui resta traccia nel <hi rend="it">de definitionibus</hi> di Mario Vittorino, piccolo trattato che ar-<lb/>riva a contare ben quindici tipi diversi di definizione, probabilmente sulla scorta di una pre-<lb/>cedente analisi, altrettanto capillare, di Porfirio, come ha ipotizzato Hadot 1971, p. 177.</seg></p>
         <p rend="start">Ringrazio Julia Annas, Richard Bett, Bruno Centrone, Riccardo Chiaradonna, Tiziano<lb/>Dorandi, Gabriele Giannantoni (che qui ricordo con commozione), David Sedley, che han-<lb/>no avuto la pazienza di leggere una prima versione di questo contributo, offrendo utili<lb/>commenti. Un grazie sincero va anche a Bernard Besnier e Carlos Lévy, che mi hanno for-<lb/>nito utili indicazioni e suggerimenti nel corso della discussione seguita alla presentazione<lb/>orale di questo lavoro, avvenuta il 3 maggio 1997 a Parigi nell’ambito del «Seminario di<lb/>filosofia ellenistica e romana», organizzato dallo stesso Lévy; e a Walter Cavini, con il<lb/>quale ho avuto modo di discutere una successiva versione in occasione di un Seminario te-<lb/>nutosi il 25 marzo 1998 presso la cattedra di Storia della Filosofia Antica - Dipartimento<lb/>di Filosofia, Università degli Studi di Bologna.</p>
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