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         <titleStmt>
            <title>SESTO E GLI SCETTICI</title>
            <author>
               <name>Fernanda</name>
               <surname>Decleva Caizzi</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p rend="start">Biblioteca digitale Progetto Agora</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
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            <bibl>
               <title level="m">SESTO E GLI SCETTICI</title>
               <author>Fernanda Decleva Caizzi</author>
               <title level="a">Elenchos. Rivista di studi sul pensiero antico</title>
               <publisher>Bibliopolis</publisher>
               <editor/>
               <pubPlace>Napoli</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope>Anno XIII - 1992, Fasc. 1-2, pp. 277-327</biblScope>
               <date/>
            </bibl>
         </sourceDesc>
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         <titlePage>
            <docAuthor>Fernanda Decleva Caizzi</docAuthor>
            <docTitle>
               <titlePart>SESTO E GLI SCETTICI</titlePart>
            </docTitle>
         </titlePage>
      </front>
      <body>
<p rend="pb"><pb n="279" facs="Ele92_279.jpg"/></p>
<p rend="start">Per trattare in modo esauriente del rapporto che intercorre tra Sesto<lb/>e la
            tradizione scettica, sarebbe necessario affrontare e risolvere in via<lb/>preliminare
            una serie complessa di problemi in relazione tra loro, ciascuno<lb/>dei quali tuttavia
            esigerebbe un’indagine a sé stante.</p>
         <p rend="start">In questo studio, che si presenta per necessità alquanto limitato negli<lb/>obiettivi e
            i cui risultati richiederanno ulteriori verifiche, mi propongo:<lb/>(1) di mettere a
            fuoco, in termini generali, alcune di quelle che mi paiono<lb/>le principali questioni
            sollevate dal rapporto tra Sesto e la tradizione scet-<lb/>tica; (2) di analizzare l’uso
            che Sesto fa dei nomi usati per indicare gli<lb/>Scettici; (3) di segnalare alcuni brani
            nei quali, in questa fase della ricerca,<lb/>mi sembra si manifestino con più evidenza
            le tracce ο dell’intervento per-<lb/>sonale di Sesto ο della presenza di materiale
            risalente alla più antica tradi-<lb/>zione pirroniana.</p>
         <p rend="titlep"><hi rend="it">1. Sesto come autore</hi></p>
         <p rend="start">È opportuno premettere che, per studio del rapporto tra Sesto e gli<lb/>Scettici, si
            intende in questa sede principalmente l’individuazione di mo-<lb/>menti di uno sviluppo
            storico all’interno della tradizione scettica, e non<lb/>l’analisi delle argomentazioni
            scettiche così come si presentano in Sesto,<lb/>in quanto patrimonio dello scetticismo.</p>
         <p rend="start">Questa precisazione appare necessaria perché la sua opera
            costituisce,<lb/>essenzialmente, un repertorio di argomentazioni volte a
               controbilanciare
</p>
<p rend="pb"><pb n="280" facs="Ele92_280.jpg"/></p>
<p>
            le teorie dogmatiche per ottenere l’isostenia da
            cui nasce la sospensione<lb/>e la conseguente imperturbabilità. In questa prospettiva,
            ciò che conta<lb/>è soprattutto l’argomentazione e la sua efficacia, non colui che se ne
            ser-<lb/>ve; l’intento primario di Sesto non è di far emergere il proprio
            contributo<lb/>personale, ma di esibire lo scetticismo all’opera, offrendo gli
            strumenti<lb/>necessari a combattere il dogmatismo, in tutte le molteplici forme in
            cui<lb/>esso si è manifestato ο può manifestarsi. Il modello sembra essere
            quello<lb/>della pratica della medicina, dove ciò che conta è la descrizione dei
            vari<lb/>tipi di malattie e l’applicazione degli opportuni rimedi, non il nome
            di<lb/>chi, nel corso del tempo, li ha escogitati ο messi in opera per la
            prima<lb/>volta.</p>
         <p rend="start">Così, mentre le citazioni degli avversari, cioè dei filosofi dogmatici,<lb/>abbondano,
            non solo per quanto riguarda l’esposizione dei contenuti, ma<lb/>anche per quanto
            riguarda i nomi dei filosofi che hanno avanzato questa<lb/>ο quella teoria, non
            altrettanto si può dire che avvenga nel caso degli<lb/>Scettici.</p>
         <p rend="start">La folla dei filosofi dogmatici e delle loro opinioni si presenta infatti<lb/>già di per
            sé, non diversamente dalla infinita varietà di usi, costumi, per-<lb/>cezioni, come
            riprova di una discordanza insuperabile. D’altra parte, Se-<lb/>sto deve anche mostrare
            che per quanto si cerchi, per quanto varie siano<lb/>le tesi, nessuna regge agli
            attacchi dello scettico; quanto più esaustiva<lb/>è la serie delle teorie dogmatiche che
            vengono passate in rassegna e scon-<lb/>fitte, tanto maggiore è il successo dello
            scettico.</p>
         <p rend="start">Per poter confutare in modo efficace le opinioni dogmatiche occorre<lb/>che se ne colga
            l’ἔννοια, e dunque è necessario esporle in modo ampio<lb/>e preciso. Ma non si deve mai
            perdere di vista il fatto che, mentre la<lb/>caratteristica tipica dei dogmatici è la
            περιεργία, l’affaticarsi in eccesso<lb/>e del tutto vanamente a escogitare teorie in
            ogni ambito dello scibile e<lb/>su ogni dettaglio<note xml:id="ftn1" place="foot" n="1"
                  >Cfr.<hi rend="it"> Sexti Empirici Opera,</hi> rec.<hi rend="smcap"> H.
               Mutschmann</hi> et<hi rend="smcap"> J. Mau, iv:</hi><hi rend="it"> Indices,</hi>
                  coll.<lb/><hi rend="smcap">K. Janáček</hi>, Leipzig 1962<hi rend="sup">2</hi>,<hi
                  rend="it"> s.vv.</hi> περιεργία, περίεργος, περιέργως. Significativo il<lb/>fatto
               che l’avverbio ἀπεριέργως compaia una sola volta, in <hi rend="it"><hi rend="it"
                  >PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 240, a proposito<lb/>dei metodici. Il tema ha una lunga
               tradizione alle spalle; cfr.<hi rend="smcap"> Plat.</hi><hi rend="it"> apol.</hi>
                  19<hi rend="smcap"> β</hi>: Σω-<lb/>κράτης [...] περιεργάζεται ζητῶν τά τε ὑπὸ γῆς
               καὶ οὐράνια. Esso compare con fre-<lb/>quenza anche in Filone di Alessandria.</note>,
            lo scettico aspira ad ottenere un risultato massimo
</p>
<p rend="pb"><pb n="281" facs="Ele92_281.jpg"/></p>
<p>
            con il minimo dei
            mezzi perché non vuole farsi trascinare sullo stesso<lb/>terreno degli avversari<note
               xml:id="ftn2" place="foot" n="2">Che il movente originario che spinge verso la
               ricerca filosofica sia lo stesso per<lb/>i dogmatici e per lo scettico, risulta bene
                  da<hi rend="it"> PH</hi>
               <hi rend="smcap">i </hi>12; 26; ma, una volta scoperto, come<lb/>per caso<hi
                  rend="it"> (PH</hi>
               <hi rend="smcap">i </hi>26; 29, cfr.<hi rend="it"> infra</hi>, § 5, I) donde nasce
               l’imperturbabilità, tra dogmatici<lb/>e scettici si apre un baratro. Lo scettico,
               mosso dalla propria filantropia, si impegnerà<lb/>soltanto nella cura della malattia
                  dogmatica<hi rend="it">
               </hi>(<hi rend="it">PH</hi>
               <hi rend="smcap">iii </hi>280-281); cfr. <hi rend="smcap">A. J. Voelke,</hi><hi
                  rend="it"> Soigner<lb/>par le Logos: la Thérapeutique de Sextus Empiricus,</hi>
                  in<hi rend="it"> Le Scepticisme antique. Perspectives<lb/>historiques et
                  systématiques</hi> (Actes du colloque International sur le Scepticisme
               antique,<lb/> 1-3 juin 1988, édités par <hi rend="smcap"> A.-J. Voelke</hi>),
               Lausanne 1990, pp. 181-94. </note>; il suo obiettivo è dunque quello di
            individuare<lb/>ed impiegare le armi più efficaci a minare alla base le costruzioni
               nemi-<lb/>che<note xml:id="ftn3" place="foot" n="3">Su questo punto cfr.<hi rend="it"
                  > infra</hi>, § 2.</note>; talora tuttavia sarà necessario concedere alcune
            premesse all’av-<lb/>versario per mostrare che anche ciò che ne consegue è esposto alla
               critica<lb/>scettica<note xml:id="ftn4" place="foot" n="4">Cfr. <hi rend="it"><hi
                     rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 76; <hi rend="smcap">ii</hi> 96; 192; 194; <hi rend="smcap"
                  >iii</hi> 273; <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">viii</hi> 183; 262, dove si dice che oc-<lb/>corre fare concessioni
               all’avversario per far avanzare la ζήτησις (cfr. τὴν ἐποχὴν [...]<lb/>προβαίνειν in
                  <hi rend="smcap">viii</hi> 300); 296; <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">v</hi> 86.</note>. Il fatto che spesso la discussione delle tesi
            generali sia seguita<lb/>da quella delle tesi particolari ο che ne dipendono nasce
            dall’esigenza<lb/>di ottenere a scopo persuasivo, anche sul piano della quantità,
            quell’equili-<lb/>brio che, sul piano meramente razionale, è già stato raggiunto dalla
            critica<lb/>all’argomento più generale<note xml:id="ftn5" place="foot" n="5">Potrebbe
               essere di grande interesse lo studio della relazione che intercorre<lb/>tra la
               tecnica retorica giudiziaria e l’organizzazione del materiale scettico.</note>.</p>
         <p rend="start">Un’indagine che si proponga come obiettivo di ricostruire, per<lb/>quanto possibile, i
            momenti storici della discussione tra gli Scettici e<lb/>i dogmatici dovrà trovare il
            modo di andare oltre il quadro di insieme<lb/>offerto da Sesto. In primo luogo, dovrà
            cercare di rispondere a questa<lb/>domanda: posto che dogmatici e Scettici si
            confrontano in una sorta<lb/>di dibattito, dove argomenti, controargomenti, nuovi
            argomenti e nuovi<lb/>controargomenti vengono esposti in successione, in quali casi si
            tratta<lb/>di una successione meramente concettuale, dominata dall’intento di
            at-<lb/>tualizzare la discussione, e in quali si può pensare ad una
            successione<lb/>storica?</p>
         <p rend="start">Mi limiterò a citare due dei molti esempi possibili; il primo è costi-<lb/>tuito
            dall’inizio di <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi>, dove viene esposta l’obiezione di parte dogma-<lb/>tica (φασὶ
            γάρ κτλ.) relativa al fatto che lo scettico ο καταλαμβάνει
</p>
<p rend="pb"><pb n="282" facs="Ele92_282.jpg"/></p>
<p>
            ciò di cui si parla
            oppure no. Quanto segue mostra che gli avversari di<lb/>cui si parla sono Epicurei e
               Stoici<note xml:id="ftn6" place="foot" n="6">Cfr.<hi rend="smcap"> K. Hülser,</hi><hi
                  rend="it"> Die Fragmente zur Dialektik der Stoiker ( = F.D.S.),</hi>
               Stuttgart<lb/>1987-88, v. p. 1182.</note>, e forse soprattutto questi
            ultimi:<lb/>contro quali Scettici erano rivolte le accuse di parte dogmatica, e a
            quan-<lb/>do risalgono? La replica di Sesto è incentrata sui tropi della
            discordanza<lb/>e del diallelo, e dunque rientra pienamente nell’alveo pirroniano, ma
            che<lb/>cosa siamo in grado di dire sul momento d’origine della polemica<note
               xml:id="ftn7" place="foot" n="7">Si pensi anche al problema sollevato da<hi rend="it"
                  > Μ</hi><hi rend="smcap"> vii</hi> 433-435, che riporta un dibat-<lb/>tito tra
               Stoici e Scettici che sembrerebbe riguardare Stoici tardi, cfr. <hi rend="smcap">K.
                  Hülser,<lb/></hi><hi rend="it">F.D.S.,</hi> I, pp. 388-9; analogamente<hi
                  rend="it"> Μ</hi>
               <hi rend="smcap">viii</hi> 258, se il Basilide ivi citato è lo stoico<lb/>che sarebbe
               stato maestro di Marco Aurelio. A Stoici tardi sembra rivolto anche<lb/><hi rend="it"
                  >PH</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 65 (cfr.<hi rend="it"> infra</hi>, § 5).</note>?</p>
         <p rend="start">Analogo interrogativo sollevano i primi paragrafi di <hi rend="it"><hi rend="it"
            >M</hi></hi>
            <hi rend="smcap">iii</hi>. Qui, la<lb/>trattazione contro i geometri prende le mosse dal
            problema delle “ipote-<lb/>si” di cui essi si servono per le loro deduzioni; subito
            all’inizio viene<lb/>citato Timone, a conferma del fatto che è giusto usare anche per le
            confu-<lb/>tazioni dei geometri il metodo che deve essere usato in generale contro<lb/>i
            fisici:</p>
         <p rend="start">καὶ γὰρ ὁ Τίμων ἐν τοῖς πρὸς τοὺς φυσικοὺς τοῦτο ὑπέλαβε δεῖν ἐν<lb/>πρώτοις ζητεῖν,
            φημὶ δὲ τὸ εἰ ἐξ ὑποθέσεως τι ληπτέον.</p>
         <p rend="start">Segue una serie di argomenti di critica all’uso di ipotesi; quindi, ven-<lb/>gono
            esposti degli argomenti riguardanti i principi fondamentali su cui<lb/>la scienza si
            basa, a cominciare dal punto (§ 19 sgg.) del quale si offre<lb/>una definizione che
            viene sottoposta a critica; infine (§ 28), appare la<lb/>menzione di Eratostene:</p>
         <p rend="start">ἀλλ’ εἰώθασι πρὸς τὰς τοιαύτας ἐπιχειρήσεις ὑπαντῶντες οἱ περὶ τὸν<lb/> Ἐρατοσθένη
            λέγειν ὅτι τὸ σημεῖον οὔτε ἐπιλαμβάνει τινὰ τόπον οὔτε<lb/>καταμετρεῖ τὸ διάστημα τῆς
            γραμμῆς, ῥυὲν δὲ ποιεῖ τὴν γραμμήν.</p>
         <p rend="start">Sembra di poter ricavare dall’insieme del brano che la definizione<lb/>di punto esposta
            al § 19 fosse di Eratostene, e che egli la difendesse con-<lb/>tro gli attacchi
            descritti da Sesto. Se così fosse, e non si trattasse di mate-<lb/>riale accademico,
            esso potrebbe risalire, almeno nelle linee generali, al
</p>
<p rend="pb"><pb n="283" facs="Ele92_283.jpg"/></p>
<p>
            pirronismo antico (benché la
            modalità della citazione di Timone all’inizio<lb/>del libro non induca facilmente a
            pensare che egli sia la fonte di tutto<lb/>quanto segue).</p>
         <p rend="start">Ma, forse più di ogni altra cosa, la condizione preliminare necessaria<lb/>per valutare
            nel modo più soddisfacente il rapporto tra Sesto e la tradi-<lb/>zione filosofica a cui
            egli si riallaccia sarebbe quella di poter disporre<lb/>di alcune conoscenze non facili
            da acquisire: prima di tutto, dovremmo<lb/>avere più familiarità con la personalità di
            Sesto come autore, per indivi-<lb/>duare ciò che gli appartiene e ciò che non gli
            appartiene. Poco ο nulla<lb/>sappiamo di lui come persona, e quel poco che sappiamo è
            controverso<lb/>(adesione all’empirismo ο al metodismo, per fare l’esempio più noto).
            Ma,<lb/>pur servendocene molto, troppo poco conosciamo anche la sua opera.<lb/>Mentre
            questi ultimi anni hanno visto un fiorire di studi filosofici sulle<lb/>argomentazioni,
            manca a tutt’oggi una ricerca sistematica sulla lingua e<lb/>lo stile di Sesto, che sia
            in grado di offrire strumenti di riferimento per<lb/>valutare il suo modo di citare e
            manipolare le fonti. Mi limiterò a fare<lb/>alcuni esempi.</p>
         <p rend="start">Sarebbe utile disporre di ricerche sistematiche su:<lb/>
         <list type="simple">
            <item> — la presenza di termini rari ο attestati solo in determinati periodi<lb/>storici;</item>
            <item> — l’occorrenza di specifiche forme linguistiche nelle parti espositive,<lb/>in
               quelle argomentative ο nei brani di raccordo;</item>
            <item> — la presenza di<hi rend="it"> hapax legomena</hi> attestati solo in Sesto; essa
               può<lb/>indicare scelte stilistiche personali di Sesto ο della sua fonte;</item>
            <item> — le caratteristiche della lingua e dello stile in relazione alla lettera-<lb/>tura
               contemporanea (ad esempio la predilezione per le forme composte<lb/>con due
               preposizioni, per gli aggettivi verbali, ecc.);</item>
            <item> — la reale incidenza di quello che Janáček ha chiamato il gusto per<lb/>la<hi
                  rend="it"> variatio</hi><note xml:id="ftn8" place="foot" n="8">Si tratta di un
                  elemento certamente molto importante per evitare giudizi pre-<lb/>cipitosi, ma che
                  non sempre appare confermato, come risulta dal fatto che spesso<lb/>Sesto non si
                  sforza di evitare ripetizioni a breve distanza.</note></item>
            <item> — tutti i brani in cui Sesto sembra esprimere giudizi di carattere<lb/>personale; le
               parti proemiali; gli epiloghi dei vari libri<note xml:id="ftn9" place="foot" n="9"
                  >Non mancano passi nei quali Sesto presenta dei giudizi che indicano
                  l’ade-<lb/>sione ad una soluzione rispetto ad un’altra. Talora egli interviene
                  direttamente, sotto-<lb/>lineando la propria posizione rispetto all’argomento di
                  cui sta trattando ο che si ac-<lb/>cinge a trattare. Cfr. l’uso della prima
                  persona in <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
                  <hi rend="smcap">i</hi> 232; 237; 329; <hi rend="smcap">ii</hi> 9; 10;<lb/>22; 98;
                  204; 212). Tutto questo dovrà essere studiato sistematicamente e senza
                  pre-<lb/>giudizi sulle qualità intellettuali ο letterarie
            dell’autore.</note>.</item>
         </list>
         </p>
<p rend="pb"><pb n="284" facs="Ele92_284.jpg"/></p>
<p rend="start">Solo allorché queste esigenze cominceranno a venire soddisfatte, sarà<lb/>possibile
            formulare su Sesto giudizi meno impressionistici, sottoporre a<lb/>seria verifica i
            luoghi comuni della storiografia sullo scetticismo e arric-<lb/>chire realmente le
            nostre informazioni<note xml:id="ftn10" place="foot" n="10">L’elenco dei giudizi su
               Sesto potrebbe essere lungo, ma con poche voci di-<lb/>scordi; cfr., per tutti, <hi
                  rend="smcap">V. Brochard,</hi><hi rend="it"> Les Sceptiques Grecs</hi>, Paris
                  1923<hi rend="sup">2</hi>, p. 322, nel<lb/>quadro di un giudizio abbastanza
               impietoso: «rien de moins personnel que ce livre:<lb/>c’est l’oeuvre collective d’une
               école, c’est la<hi rend="it"> somme</hi> de tout le scepticisme» e, ancora<lb/>di
               recente, <hi rend="smcap">U. Burkhard,</hi><hi rend="it"> Die angebliche
                  Heraklit-Nachfolge des Skeptikers Aenesidem</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>Bonn 1973, p. 31: «Sextus, der bekanntlich kein sehr selbstständiger Autor
               war».<lb/>A partire dai<hi rend="it"> Prolegomena to Sextus Empiricus</hi>, “Acta
               Universitatis Palackianae Olo-<lb/>mucensis” <hi rend="smcap">iv</hi>), Olomouc 1948,
                 <hi rend="smcap"> K. Janáček</hi> ha aperto la strada a studi destinati
               a<lb/>correggere anche giudizi di questo tipo, mostrando tra l’altro l’incidenza che
               una<lb/>migliore conoscenza di Sesto ha per quanto riguarda la corretta valutazione
               dei fram-<lb/>menti estratti dalla sua opera (cfr.<hi rend="it"> Prolegomena
               cit.,</hi> p. 10).</note>.</p>
         <p rend="start">La mancanza di riferimenti cronologici sicuri, sia per la sua vita,<lb/>sia per la
            stesura delle opere e i loro reciproci rapporti<note xml:id="ftn11" place="foot" n="11"
               >Anche su questo punto il nostro debito verso Janáček è grande, anche se le<lb/>sue
               conclusioni sono forse meno sicure di quanto egli ritenga. Non sono del
               tutto<lb/>persuasa dagli argomenti che lo inducono a datare <hi rend="it"><hi
                     rend="it">PH</hi></hi> prima di <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vii-xi</hi>, posto che<lb/>i rinvii interni non contengono nessuna
               indicazione certa in questo senso; in <hi rend="it"><hi rend="it"
                  >PH</hi></hi><lb/><hi rend="smcap">i</hi> 222, il rinvio con il verbo al presente,
               διαλαμβάνομεν, riguarda la parte perduta<lb/>di <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vii-xi</hi>, come sembra risultare dal fatto che anche <hi rend="it"
                  >Μ</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 106 rinvia alla stessa<lb/>opera, nella parte conservata
                  (<hi rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
               <hi rend="smcap">viii 299</hi> sgg.), sempre con un presente (δείκνυται);<lb/>cfr.
               anche <hi rend="smcap">J. Blomqvist,</hi><hi rend="it"> Die Skeptika des Sextus
                  Empiricus</hi>, «Gräzer Beiträge»,<hi rend="smcap"> ii<lb/>(1974)</hi> pp.<hi
                  rend="smcap"> 7-14.</hi> Dubbi sulla cronologia proposta da Janáček avanza anche
                  <hi rend="smcap">J. Brun-<lb/>schwig,</hi><hi rend="it"> Sextus Empiricus on the
                  kriterion</hi>, in<hi rend="it"> The Question of “Eclecticism”. Studies<lb/>in
                  Later Greek Philosophy,</hi> ed. by <hi rend="smcap">J. M. Dillon</hi> &amp; <hi rend="smcap">A.
                  A. Long</hi>, Berkeley<hi rend="smcap"> 1988,</hi> pp.<lb/><hi
                  rend="smcap">145-75,</hi> v. p.<hi rend="smcap"> 152</hi> nota<hi rend="smcap">
               9.</hi></note>, rende difficile<lb/>collocarlo con precisione rispetto al quadro
            concettuale nel quale si muo-<lb/>vono personaggi come Plutarco, Favorino, Luciano,
            Galeno, Menodoto,<lb/>Teodosio, le anonime fonti di Diog. Laert. <hi rend="smcap"
            >ix</hi> e di Clem.<hi rend="it"> strom.</hi>
            <hi rend="smcap">viii</hi> 5<lb/>e 7. Ancora più complesso è stabilire dove, in che
            misura e tramite<lb/>quali mediazioni Sesto dipenda da autori legati alla tradizione
            scettica,<lb/>ma più lontani nel tempo: Agrippa, Enesidemo, Timone.</p>
<p rend="pb"><pb n="285" facs="Ele92_285.jpg"/></p>
<p rend="start">È chiaro che questa indagine, data la perdita di quasi tutta la lettera-<lb/>tura
            precedente e parallela, difficilmente potrà pervenire a risultati defini-<lb/>tivi. Ma
            una maggiore attenzione al dettaglio, tenendo presente il quadro<lb/>generale, può
            offrire utili elementi per distinguere i caratteri propri dello<lb/>scetticismo di Sesto
            prima di tutto, e quindi anche per ricostruire in modo<lb/>più soddisfacente lo sviluppo
            storico della tradizione pirroniana.</p>
         <p rend="start">In una situazione in cui l’identità di intenti prevale sulle differenze,<lb/>dove il
            contributo personale del singolo tende a passare in secondo piano<lb/>rispetto al
            successo dell’impresa a cui partecipa, qualunque dato che aiuti<lb/>a spezzare il
            monolito scettico potrà servire ad individuare e ricostruire<lb/>almeno qualche aspetto
            delle molte stratificazioni che costituiscono il pir-<lb/>ronismo.</p>
         <p rend="titlep">2.<hi rend="it"> Pirroniani e Accademici</hi></p>
         <p rend="start">Posta la presenza nella storia dello scetticismo di due diversi indi-<lb/>rizzi, quello
            accademico e quello pirroniano, è necessario stabilire se Sesto<lb/>distingua sempre tra
            i due, o, se non è così, quale sia il livello di intera-<lb/>zione. È evidente che non è
            possibile ricostruire ciò che è specificamente<lb/>pirroniano, e tanto meno cogliere lo
            sviluppo del movimento, se non si<lb/>è in grado di assegnare al pirronismo quello che è
            del pirronismo, all’Acca-<lb/>demia quello che è dell’Accademia. E questo appare un
            compito in appa-<lb/>renza abbastanza semplice, ma in realtà estremamente difficile.</p>
         <p rend="start">L’elemento più ovvio che garantisce il riferimento a materiale acca-<lb/>demico è la
            presenza del nome di singoli Accademici ο del termine<lb/>Ἀκαδημαϊκοί<note
               xml:id="ftn12" place="foot" n="12">L’elenco delle occorrenze dell’aggettivo e del
               sostantivo Ἀκαδημία come<lb/>equivalente di “Accademia scettica” e della loro
               distribuzione nell’opera indica una<lb/>presenza molto concentrata in<hi rend="it">
                  PH</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> e<hi rend="it"> Μ</hi><hi rend="smcap"> vii</hi>, solo
               sporadica altrove. Lo riporto perciò<lb/>qui, escludendo le occorrenze nei titoli dei
               capitoli, con l’indicazione dei paragrafi,<lb/>che possono contenere più di una
               citazione: 12 volte in <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi> (<hi rend="smcap"
               >i</hi> 4; 220; 226; 229;<lb/>231; 232; 235); 13 volte in <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vii-xi</hi> (<hi rend="smcap">vii</hi> 169; 175; 179; 201; 252; 331;
               389 (incerta);<lb/>401 (bis); 409; 412; <hi rend="smcap">ix</hi> 1; 2 volte in <hi
                  rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">i-v</hi> (<hi rend="smcap">ii</hi> 20; 43).</note>, che all’epoca di
            Sesto indicava inequivocabilmente la<lb/>fase scettica della scuola platonica<note
               xml:id="ftn13" place="foot" n="13">Ancora in Enesidemo, a stare all’esposizione di
               Fozio, il termine tecnico “ac-<lb/>cademico” non sembra presente; Enesidemo usava οἱ
               ἀπὸ τῆς Ἀκαδημίας (169 b 38;<lb/>170 a 14; 23), mentre Fozio si serve di οἱ
               Ἀκαδημαϊκοί dove chiaramente riassume<lb/>con parole proprie (169 b 37; 170 a 40).
                  In<hi rend="it"> Μ</hi><hi rend="smcap"> vii</hi> 143 l’uso di<hi rend="smcap">
               </hi>οἱ Πλατωνικοί potrebbe<lb/>essere un indizio che il brano è tratto da fonte
               accademica (cfr.<hi rend="smcap"> P. Natorp,</hi><hi rend="it"> Forschun-<lb/>gen
                  zur Geschichte des Erkenntnisproblems im Altertum,</hi> Berlin 1884, rist.
               Darmstadt<lb/>1965, p. 69 nota 1).</note>.</p>
<p rend="pb"><pb n="286" facs="Ele92_286.jpg"/></p>
<p rend="start">La questione della differenza tra i due indirizzi scettici ha occupato<lb/>a lungo sia
            gli antichi sia i moderni. In questa sede mi limito a richiamare<lb/>soltanto i passi in
            cui Sesto sottolinea in modo esplicito la differenza<lb/>tra Accademici e Pirroniani.
            Semplificando, si può dire che essa riguarda<lb/>principalmente</p>
         <list type="simple">
            <item>(1) il problema del “dogmatismo negativo” (<hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 1-3; <hi rend="smcap">i</hi> 226);</item>
            <item>(2) il compromesso che il ricorso al πιθανόν comporta rispetto allo<lb/>scetticismo
               rigoroso (<hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 226 sgg.);</item>
            <item>(3) alcuni aspetti di metodo.</item>
         </list>
         <p rend="start">Il primo punto sembrerebbe offrire uno strumento facile per indivi-<lb/>duare le
            differenze; ogni volta che siamo di fronte ad asserzioni negative<lb/>di carattere
            generale (“metadogmatiche”) del tipo “nulla è comprensi-<lb/>bile”, ecc. si tratterebbe
            di materiale accademico. In realtà non è affatto<lb/>così perché Sesto ci informa
            esplicitamente che, anche se talora per bre-<lb/>vità lo scettico usa forme negative che
            sembrano avvicinarlo ai dogmatici<lb/>(“positivi” ο “negativi” che siano), si deve
            sottintendere la corretta<lb/>espressione scettica (cfr. <hi rend="it"><hi rend="it"
               >PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 200); quanto ad asserzioni negative su og-<lb/>getti
            particolari, valga come esempio un caso come <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 69<note xml:id="ftn14" place="foot" n="14">Un altro caso di
               negazione solo apparentemente dogmatica è quello di<hi rend="it"> Μ</hi><hi
                  rend="smcap"> vii<lb/></hi>343, dove, confutando l’esistenza del criterio, Sesto
               scrive: οὐκ ἄρα εὑρίσκειν τἀληθὲς<lb/>ὁ ἄνθρωπος πέφυκεν; è probabile che la frase
               «l’uomo dunque per natura non può<lb/>trovare il vero» non sia che la negazione della
               premessa stoica “l’uomo può per natura<lb/>trovare il vero” ed abbia la funzione di
               creare la situazione di isostenia che sola<lb/>porta alla sospensione.</note>, dove
            si<lb/>conclude: ὥστε καὶ διὰ ταῦτα ἀνύπαρκτον ἄν εἴη τὸ κριτήριον τὸ δι’<lb/>οὗ. Questo
            deve essere valutato alla luce di quello che verrà detto in<lb/><hi rend="it">PH</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 79; gli argomenti negativi usati dallo scettico non vengono
            presen-<lb/>tati come veri, basta che essi abbiano valore persuasivo, cioè che
            siano<lb/>in grado di costituire un efficace contrappeso rispetto a quelli dogmatici:</p>
         <p rend="start">εἰδέναι δὲ χρὴ ὅτι οὐ πρόκειται ἡμῖν ἀποφήνασθαι ὅτι ἀνύπαρκτόν ἐστι<lb/>τὸ κριτήριον [τὸ]
            τῆς ἀληθείας (τοῦτο γὰρ δογματικόν)· ἀλλ’ ἐπεὶ οἱ</p>
<p rend="pb"><pb n="287" facs="Ele92_287.jpg"/></p>
<p rend="start">δογματικοὶ πιθανῶς δοκοῦσι κατεσκευακέναι ὅτι ἔστι τι κριτήριον<lb/>ἀληθείας, ἡμεῖς αὐτοῖς
            πιθανοὺς δοκοῦντας εἶναι λόγους ἀντεθήκαμεν,<lb/>οὔτε ὅτι ἀληθείς εἰσι διαβεβαιούμενοι
            οὔτε ὅτι πιθανώτεροι τῶν ἐναν-<lb/>τίων, ἀλλα διὰ τὴν φαινομένην ἴσην πιθανότητα τούτων
            τε τῶν λόγων<lb/>καὶ τῶν παρὰ τοῖς δογματικοῖς κειμένων τὴν ἐποχὴν συνάγοντες<note
               xml:id="ftn15" place="foot" n="15">Cfr. <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 133: πλὴν ἀλλ’ οὕτω πιθανῶν καὶ πρὸς <lb/>τὸ εἶναι σημεῖον καὶ
               πρὸς τὸ μὴ εἶναι λόγων φερομένων, οὐ μᾶλλον εἶναι σημεῖον ἢ μὴ εἶναι ῥητέον;<hi
                  rend="it"> PH</hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> 17;<lb/>20; 29 sulla causa e soprattutto <hi rend="it"
               >Μ</hi>
               <hi rend="smcap">viii</hi> 159-161 sullo σκεπτικὸν ἔθος. Per la πιθανότης<lb/>degli
               argomenti scettici, cfr. <hi rend="smcap">A. J. Voelke,</hi><hi rend="it"> Soigner
                  par le Logos cit.</hi></note>.</p>
         <p rend="start">È opportuno soffermarsi un poco più a lungo sul punto (3).</p>
         <p rend="start">Si tratta di un punto centrale su cui tornerò, sia pur brevemente,<lb/>più avanti. Per
            ora basti osservare che questo modo di procedere, se non<lb/>consente di caratterizzare
            le asserzioni negative come accademiche, aiuta<lb/>però a distinguere Accademici e
            Pirroniani per quel che riguarda il punto<lb/>due, cioè per l’uso del πιθανόν, che
            appare qui rivolto essenzialmente<lb/>al destinatario, e non riguarda né la condizione
            gnoseologica del soggetto<lb/>scettico che elabora l’argomento né il grado di
            approssimazione al vero.</p>
         <p rend="start">In<hi rend="it"> Μ</hi><hi rend="smcap"> vii</hi> 262, dopo aver esposto la διαφωνία sul
            criterio e le posizioni<lb/>dei singoli filosofi, Sesto sottolinea l’importanza di
            adottare, nella critica,<lb/>un atteggiamento adeguato:</p>
         <p rend="start">πειρασόμεθα &lt;οὖν&gt; κατὰ τὸ δυνατὸν ἑκάστη τῶν τοιούτων στάσεων τὰς<lb/>ἀπορίας
            ἐφαρμόττειν, ἵνα μὴ κατ’ ἄνδρα πάντας τοὺς κατηριθμημένους<lb/>φιλοσόφους ἐπιόντες
            ταυτολογεῖν ἀναγκαζώμεθα.</p>
         <p rend="start">In <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">ix</hi> 1, Sesto contrappone esplicitamente il metodo scettico
            a<lb/>quello accademico. Passando ad affrontare la fisica, egli dichiara che
            adot-<lb/>terà lo stesso metodo usato per la logica:</p>
         <p rend="start">τὸν αὐτὸν δὲ τρόπον τῆς ζητήσεως πάλιν ἐνταύθα συστησόμεθα, οὐκ<lb/>ἐμβραδύνοντες τοῖς
            κατὰ μέρος, ὁποῖόν τι πεποιήκασιν οἱ περὶ τὸν<lb/>Κλειτόμαχον καὶ ὁ λοιπὸς τῶν
            Ἀκαδημαϊκῶν χορός (εἰς ἀλλοτρίαν γὰρ<lb/>ὕλην ἐμβάντες καὶ ἐπὶ συγχωρήσει τῶν ἐτεροίως
            δογματιζομένων ποιού-<lb/>μενοι τοὺς λόγους ἀμέτρως ἐμήκυναν τὴν ἀντίρρησιν), ἀλλὰ τὰ
            κυριώ-<lb/>τατα καὶ τὰ συνεκτικώτατα κινοῦντες, ἐν οἷς ἠπορημένα ἕξομεν καὶ
            τὰ<lb/>λοιπά.</p>
<p rend="pb"><pb n="288" facs="Ele92_288.jpg"/></p>
<p rend="start">Segue il celebre paragone dell’assedio, per vincere il quale occorre<lb/>abbattere le
            fondamenta delle fortificazioni, quindi viene esposta una si-<lb/>militudine tratta
            dall’ambito della caccia<note xml:id="ftn16" place="foot" n="16">Non sono in grado di
               dire chi siano i τινές che hanno usato questa simili-<lb/>tudine, ma il contesto e il
               tema stesso indirizzano a cercarli all’interno della tradi-<lb/>zione
            pirroniana.</note>.</p>
         <p rend="start">Interessante è il fatto che qui, riferendosi agli Accademici, Sesto usi<lb/>il perfetto
            (ὁποῖόν τι πεποιήκασιν), che indica la presenza della prospet-<lb/>tiva
            storico-temporale così come avviene per οἱ ἀπὸ τοῦ Πύρρωνος in<lb/><hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 1-6 (su cui cfr.<hi rend="it"> infra,</hi> § 11), mentre si
            serve normalmente del presente<lb/>allorché riporta argomentazioni specifiche,
            accademiche ο scettiche.</p>
         <p rend="start">In <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">viii</hi> 337 a, nel capitolo che sottopone a critica la
            dimostrazione,<lb/>Sesto osserva:</p>
         <p rend="start">ἐπεὶ δὲ ἐμμεθόδους προσήκει ποιεῖσθαι τὰς ἀντιρρήσεις, ζητητέον τίνι<lb/>μάλιστα δεῖ
            ἀποδείξει ἐνίστασθαι. καὶ δὴ ἐὰν μὲν ταῖς ἐπὶ μέρους καὶ<lb/>καθ’ ἑκάστην τέχνην ἀποδείξεσιν
            ἐνίστασθαι θέλωμεν, ἀμέθοδον ποιη-<lb/>σόμεθα τὴν ἔνστασιν, ἀπείρων οὐσών τῶν τοιούτων
            ἀποδείξεων.</p>
         <p rend="start">Viceversa, prosegue Sesto, se si attacca la dimostrazione in gene-<lb/>rale, che
            comprende quelle particolari, verranno eliminate tutte le dimo-<lb/>strazioni <note
               xml:id="ftn17" place="foot" n="17">Come mi ha fatto notare J. Barnes — che ringrazio
               anche per altre osserva-<lb/>zioni alla prima versione di questo studio —, in Diog.
               Laert. <hi rend="smcap">ix</hi> 91 si sostiene una<lb/>tesi differente (τῶν κατὰ
               μέρος ἀπιστουμένων ἀποδείξεων, ἄπιστον εἶναι καὶ τὴν γενι-<lb/>κὴν ἀπόδειξιν):
               entrambi i testi mostrano che vi era una tradizione pirroniana che<lb/>si scostava da
               quella che Sesto difende.</note>.</p>
         <p rend="start">Il concetto di comprensività (σκεπτικώτερα, καθολικώτερα, κυριώ-<lb/>τατα,
               συμπεριγράφειν<hi rend="it"> PH</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 206; <hi rend="smcap">ii</hi> 84 bis, <hi rend="smcap">iii</hi>
            1) che appare in questi<lb/>passi è un tema ricorrente in Sesto<note xml:id="ftn18"
               place="foot" n="18"><hi rend="smcap">H. von Arnim</hi>, <hi rend="it"> Quellenstudien
                  zu Philo von Alexandria,</hi> Berlin<hi rend="smcap"> 1888,</hi> pp.<lb/>54 sg.,
               non rende giustizia allo scetticismo schematico di Sesto, mettendolo a
               con-<lb/>fronto con la personalità geniale di Carneade, capace di adattarsi via via
               all’avversa-<lb/>rio: «Die Durcharbeitung des dogmatischen Stoffes nach den
               hergebrachten Formen<lb/>ist fast zu einem mechanischen Process geworden».</note>.
            Ciò che è più generale e fondativo, se<lb/>eliminato, porta con sé il resto (<hi
               rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">iii</hi> 18). Il paragone dell’assedio compare,<lb/>con uguale rilievo
            metodologico, in <hi rend="it">ΡΗ</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 84, <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 40.</p>
         <p rend="start">Analogamente, il tema della lunghezza, della misura, torna con fre-<lb/>quenza in tutte
            le opere<note xml:id="ftn19" place="foot" n="19">Cfr.<hi rend="it"> Index, s.vv.</hi>
               συντομία, σύντομος, συντόμως, μακρηγορεῖν, μακρολογεῖν, ecc.</note>, e dunque è
            qualcosa che per Sesto è molto im-
</p>
<p rend="pb"><pb n="289" facs="Ele92_289.jpg"/></p>
<p>
            portante, anche se non sempre egli sembra
            applicare nei fatti ciò che pre-<lb/>dica in teoria. In<hi rend="it"> Μ</hi><hi
               rend="smcap"> vii</hi> 435 conclude un dibattito tra Stoici e Scettici<lb/>con queste
            parole:</p>
         <p rend="start">πάρεστι δέ, εἴ τινι φίλον εστί, καὶ τὰς ἄλλας ἀπορίας τὸν ἀντερωτῶντα,<lb/>ὡς ἔθος
            ἔχουσιν αὐτοὶ τοῖς σκεπτικοῖς &lt;...&gt;<note xml:id="ftn20" place="foot" n="20">Con
                  Mutschmann,<hi rend="it"> alii alia.</hi></note> προσάγειν· δεδηλωμένου<lb/>μέντοι
            τοῦ κατὰ τὴν ἐπιχείρησιν χαρακτῆρος οὐκ ἀνάγκη μακρηγορεῖν.</p>
         <p rend="start">Si tenga presente, subito dopo, il σύντομος λόγος che sarà sufficiente<lb/>contro gli
            Accademici.</p>
         <p rend="start">In termini generali, si può certamente scorgere nell’insistenza su que-<lb/>sto punto
            l’esigenza di differenziarsi da uno scetticismo che muove dalla<lb/>premessa
            dell’avversario, qualunque essa sia e qualunque carattere essa<lb/>abbia, senza aver di
            mira l’insieme della teoria dogmatica e dunque la<lb/>connessione logica che lega le
            singole asserzioni del sistema; forse però,<lb/>oltre alla mancanza di limite e dunque
            all’eccessiva lunghezza delle criti-<lb/>che scettiche che questo procedimento può
            generare, Sesto mette in guar-<lb/>dia contro di esso anche per paura che lo scettico
            possa essere scambiato<lb/>per un particolare esemplare della razza dei dogmatici, colui
            che in appa-<lb/>renza più gli assomiglia: il dialettico<note xml:id="ftn21"
               place="foot" n="21">In <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 229 sgg. Sesto affronta il problema dei sofismi e polemizza
               contro<lb/>gli Stoici che ritengono utile la dialettica per sfuggire ai sofismi. In
               questo contesto,<lb/>mostra che, eventualmente, sarà il tecnico in grado di
               distruggere il sofisma, e ricorre<lb/>ad esempi medici connessi con il metodismo,
               coerentemente con l’interesse prevalente<lb/>in <hi rend="it"><hi rend="it"
               >PH</hi></hi>. Il problema di come comportarsi nei confronti dei sofismi ritorna
               nella tradi-<lb/>zione empirica; si veda<hi rend="smcap"> Gal.</hi><hi rend="it">
                  subfig. emp.</hi>
               <hi rend="smcap">xi</hi> (pp. 80 sgg. Deichgräber); cfr. anche<lb/><hi rend="it"
                  >arter.</hi>
               <hi rend="smcap">iv</hi>, p. 721 K.;<hi rend="it"> opt. doctr.</hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> 1, p. 45 K.; (<hi rend="smcap">ii</hi> 237-240); e, ancora,
               in <hi rend="smcap">ii</hi> 244-245,<lb/>Sesto cita l’aneddoto di Erofilo e Diodoro
               definendolo χαρίεν ἀπομνημόνευμα (cfr.<lb/>anche, subito sotto, ἐχαριεντίσατο), così
               come, in <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">ix</hi> 3, definisce χαριέστερον l’argo-<lb/>mentazione di carattere
               generale rispetto a quella κατὰ μέρος (χαρίεις è un aggettivo<lb/>molto raro in
               Sesto: cfr. <hi rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
               <hi rend="smcap">viii</hi> 325: ταῦτά γέ τοι καὶ σφόδρα χαριέντως ἀπεικάζουσιν<lb/>οἱ
               σκεπτικοὶ τοὺς περὶ ἀδηλων ζητοῦντας τοῖς ἐν σκότῳ ἐπί τινα σκοπὸν τοξεύουσιν<lb/> (cfr.
                  <hi rend="smcap">Luc.</hi><hi rend="it"> Herm.</hi> 49, p. 791). Anche l’uso a
               proposito di Crantore in<hi rend="it"> Μ</hi>
               <hi rend="smcap">xi</hi> 52 mostra<lb/>l’apprezzamento di Sesto per paragoni ben
               trovati.</note>.</p>
         <p rend="start">Questo insieme di considerazioni può forse aiutarci a chiarire un par-<lb/>ticolare
            problema: il modo in cui, in <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 180-186, vengono presentati<lb/>gli otto tropi di Enesidemo
            contro le spiegazioni causali.</p>
<p rend="pb"><pb n="290" facs="Ele92_290.jpg"/></p>
<p rend="start">Sesto introduce la trattazione in maniera caratteristica, facendo men-<lb/>zione del
            contributo di “alcuni” Scettici, ma richiamandosi subito alla<lb/>tradizione scettica
            nel suo complesso (ἐφιστώμεν); una volta trovati, infat-<lb/>ti, gli strumenti scettici
            diventano patrimonio comune dell’indirizzo. Tut-<lb/>tavia, alcuni indizi mostrano che
            Sesto sembra mantenere verso questi<lb/>specifici tropi un certo distacco, per non dire
            una vera e propria riser-<lb/>va<note xml:id="ftn22" place="foot" n="22"
               >Sull’atteggiamento verso i tropi precedenti, cfr.<hi rend="it"> infra</hi>, §
            5.</note> (§ 180):</p>
         <p rend="start">ὥσπερ δὲ τοὺς τρόπους &lt;τῆς&gt; ἐποχῆς παραδίδομεν, οὕτω καὶ τρόπους<lb/>ἐκτίθενταί τινες
            καθ’ οὓς ἐν ταῖς κατὰ μέρος αἰτιολογίαις διαποροῦντες<lb/>ἐφιστώμεν τοὺς δογματικοὺς διὰ τὸ
            μάλιστα ἐπὶ ταύταις αὐτοὺς μέγα<lb/>φρονεῖν<note xml:id="ftn23" place="foot" n="23">Cfr.<hi
                  rend="it"> PH</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 194 (ἐπεὶ μάλιστα ἐπ’ αὐτοῖς μέγα φρονοῦσιν e<hi rend="it">
                  Μ</hi><hi rend="smcap"> vii</hi> 27 (τὸ μέγα<lb/>καὶ σεμνὸν τῶν δογματικῶν αὔχημα). Il
               tema del vano orgoglio dei dogmatici risale<lb/>almeno a Timone.</note>. καὶ δὴ
            Αἰνησίδημος ὀκτὼ τρόπους παραδίδωσι καθ’ οὓς<lb/>οἴεται<note xml:id="ftn24" place="foot"
               n="24">Degno di nota è il fatto che la stessa espressione compare in<hi rend="smcap">
                  Phot.<lb/></hi>170 b 17-22: προβάλλεται αὐτῷ καὶ ὁ πέμπτος λόγος τὰς κατὰ τῶν
               αἰτίων ἀπορητικὰς<lb/>λαβάς, μηδὲν μὲν μηδενὸς αἴτιον ἐνδιδοὺς εἶναι, ἠπατῆσθαι δὲ τοὺς
               αἰτιολογοῦντας<lb/>φάσκων, καὶ τρόπους ἀριθμών καθ’ οὓς οἴεται αὐτοὺς αἰτιολογεῖν
               ὑπαχθέντας εἰς τὴν<lb/>τοιαύτην περιενέχθαι πλάνην. Poiché è impensabile un elemento
               comune tra Sesto e<lb/>Fozio che non sia l’opera stessa di Enesidemo, sembra naturale
               dedurne che egli<lb/>stesso usava l’espressione ὡς οἴομαι<hi rend="it">
               </hi>(<hi rend="it">vel sim.</hi>); nel resoconto di Fozio, come ha notato<lb/><hi
                  rend="smcap">K. Janáček</hi>, <hi rend="it">Zur Interpretation des
                  Photios-Abschnittes über Ainesidemos,</hi> «Eirene», <hi rend="smcap"
               >xiv</hi><lb/>(1976) p. 96, essa assume un valore ironico; credo che il fatto che sia
               ripresa anche<lb/>in quello di Sesto potrebbe essere significativo.</note> πᾶσαν
            δογματικὴν αἰτιολογίαν ὡς μοχθηρὰν ἐλέγχων ἀπο-<lb/>φήνασθαι κτλ.</p>
         <p rend="start">Per prima cosa, Sesto distingue i tropi dell’ἐποχή, cioè i dieci e i<lb/>cinque
            descritti nei capitoli precedenti, da questi, che riguardano le spiega-<lb/>zioni
            causali particolari; al § 185 aggiunge un commento (τάχα δ’ ἂν καὶ<lb/>οἱ πέντε τρόποι τῆς
            ἐποχής ἀπαρκοῖεν πρὸς τὰς αἰτιολογίας) che sembra<lb/>indicare come, ai suoi occhi,
            questi tropi non siano realmente necessari; la<lb/>presenza degli avverbi attenuativi
            τάχα, ἴσως indica anzi che egli esprime<lb/>un parere personale, suggerendo che i cinque
            tropi — elaborati successi-<lb/>vamente agli otto tropi di Enesidemo — li rendano di
            fatto superflui<note xml:id="ftn25" place="foot" n="25"><hi rend="smcap">K.
               Janáček</hi>, <hi rend="it"> Prolegomena cit.</hi>, pp. 24-5, ritiene che il καὶ δή,
               che introduce<lb/>la menzione di Enesidemo, corrisponda all’uso di questa particella
               con funzione intro-<lb/>duttiva allorché si presentano più casi (qui, si tratterebbe
               della versione degli otto<lb/>tropi rispetto ad altri menzionati ma non indicati
               specificamente alla fine dell’elenco,<lb/>e ai cinque tropi); credo però (1) che al §
               185 la frase che inizia con τάχα δ’ ἂν<lb/>contenga il pensiero di Sesto, e vada dunque
               staccata da quanto precede e (2) che <lb/>il valore della particella sia piuttosto di
               esprimere una sorta di riserva, enfatizzando<lb/>la citazione. Comunque stiano le
               cose, questo modo di introdurre il nome di Enesi-<lb/>demo va sottolineato, poiché si
               tratta, per<hi rend="it"> PH</hi>, di un<hi rend="it"> unicum.</hi></note>.</p>
<p rend="pb"><pb n="291" facs="Ele92_291.jpg"/></p>
<p rend="start">Probabilmente, la spiegazione, ο almeno una delle possibili spiega-<lb/>zioni,
            dell’atteggiamento di Sesto nei confronti di questi tropi va ricon-<lb/>dotta al
            problema di metodo più generale toccato nei passi sopra citati:<lb/>attaccando nei tropi
            i singoli tipi di spiegazioni causali, Enesidemo scen-<lb/>deva sul terreno degli
            argomenti κατά μέρος, ο, per dir meglio, seguiva<lb/>i dogmatici nelle particolari
            applicazioni dei loro presupposti, cosa che<lb/>lo scettico deve per quanto possibile
               evitare<note xml:id="ftn26" place="foot" n="26">Per il problema sollevato da <hi
                  rend="smcap"> E.Brehier,</hi><hi rend="it"> Pour l’histoire du scepticisme
                  anti-<lb/>que. Les tropes d’Enésidème contre la logique inductive</hi>, «Revue des
               Etudes Ancien-<lb/>nes»,<hi rend="smcap"> xx (1918)</hi> pp.<hi rend="smcap">
               69-76,</hi> secondo il quale Enesidemo qui non attaccherebbe la<lb/>causa in quanto
               tale, ma piuttosto «les procédés arbitraires qu’emploient les dogma-<lb/>tiques pour
               remonter des effets aux causes», si veda ora <hi rend="smcap">J. Barnes,</hi><hi
                  rend="it"> Ancient Skepticism<lb/>and Causation</hi>, in<hi rend="it"> The
                  Skeptical Tradition</hi>, ed. by<hi rend="smcap"> M. Burnyeat</hi>, Berkeley<hi
                  rend="smcap"> 1983,</hi> pp.<lb/><hi rend="smcap">149-203,</hi> v. pp.<hi
                  rend="smcap"> 155</hi> sgg.</note>. Questo non significa, pe-<lb/>raltro, che
            Sesto non apprezzasse, in generale, quelle che Fozio chiama<lb/>le ἀπορητικαὶ λαβαί<note
               xml:id="ftn27" place="foot" n="27">II riassunto che Fozio fa del quinto libro dei<hi
                  rend="it"> Discorsi pirroniani</hi> indica chia-<lb/>ramente che il libro constava
               di due parti; la prima era di carattere più generale,<lb/>volta a negare ogni tipo di
               causa, la seconda era rivolta a confutare coloro che si<lb/>servono di spiegazioni
               causali facendole rientrare nelle tipologie indicate dagli otto<lb/>tropi. Per il
               termine λαβαί cfr. anche<hi rend="smcap"> Phot</hi>. 170 b 17-18: προβάλλεται [...]
               τὰς λαβάς.</note> di Enesidemo e a cui si richiama, senza appa-<lb/>renti riserve, in
               <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">ix</hi> 218<note xml:id="ftn28" place="foot" n="28">Non è detto,
               tuttavia, che Sesto attinga il materiale esposto in questo passo<lb/>dallo stesso
               libro che conteneva gli otto tropi.</note>:</p>
         <p rend="start">ἀφελέστερον μὲν οὖν οὕτω τινὲς παραμυθοῦνται τὰ τοῦ ἐκκειμένου λόγου<lb/>λήμματα· ὁ δὲ
            Αἰνησίδημος διαφορώτερον ἐπ’ αὐτῶν ἐχρήτο ταῖς περὶ<lb/>τῆς γενέσεως ἀπορίαις.</p>
         <p rend="start">Penso si possa affermare che la critica di Sesto nei confronti di una<lb/>polemica
            scettica tendente a valorizzare le argomentazioni “particolari”
</p>
<p rend="pb"><pb n="292" facs="Ele92_292.jpg"/></p>
<p>
            rispetto a quelle
            generali sia rivolta prima di tutto alla tradizione accade-<lb/>mica, ma,
            indirettamente, e più blandamente, anche a degli Scettici che<lb/>avevano adottato
            analoghi procedimenti: forse tra costoro vi era proprio<lb/>Enesidemo. Questo potrebbe
            ricollegarsi anche alla polemica di Sesto con-<lb/>tro l’eccessiva lunghezza che un
            metodo di questo tipo comporta, che<lb/>rende meno efficace l’opera dello scettico.
            Ricordo che di μακραί στοι-<lb/>χειώσεις Αΐνησιδήμου parla esplicitamente Aristocle<note
               xml:id="ftn29" place="foot" n="29"><hi rend="it">Ap.</hi>
               <hi rend="smcap">Eus.</hi><hi rend="it"> praep. evang.</hi>
               <hi rend="smcap">xiv</hi> 18, 16.</note>.</p>
         <p rend="start">Tornando alla più generale questione della differenza tra Pirroniani<lb/>ed Accademici,
            si deve osservare che, proprio mentre ribadisce le diffe-<lb/>renze rispetto agli
            Accademici, Sesto ci mostra anche il terreno comune:<lb/>entrambe le correnti scettiche
            elaborano argomenti contro i dogmatici;<lb/>questo rende il passaggio di materiale
            dall’una all’altra non solo possibile<lb/>ma naturale. Tanto più che poi Sesto non
            procederà ad applicare con<lb/>piena coerenza i principi affermati all’inizio di <hi
               rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">ix</hi> — abbattere le fonda-<lb/>menta e portare con ciò nella rovina
            tutto l’edificio — ma si dilungherà<lb/>a sua volta negli argomenti κατὰ μέρος<note
               xml:id="ftn30" place="foot" n="30">Ho accennato all’inizio che uno dei motivi di
               questo fatto va ricercato nel-<lb/>l’esigenza di raggiungere un equilibrio
               complessivo tra gli argomenti frutto della πε-<lb/>ριεργία dogmatica e i
               controargomenti scettici. Questa è una tipica tecnica persuasiva,<lb/>largamente
               utilizzata in campo giudiziario.</note>.</p>
         <p rend="start">Per quel che riguarda, infine, le argomentazioni vere e proprie, ap-<lb/>pare evidente
            che Sesto in molti casi presenta come proprie degli Scettici<lb/>argomentazioni che noi
            sappiamo essere state utilizzate dagli Accademici.</p>
         <p rend="start">Poiché tuttavia risulta sufficientemente chiaro che egli distingue co-<lb/>stantemente
            le due tradizioni, è difficile stabilire quanto e se sia cosciente<lb/>di questi
            passaggi dall’una all’altra; troppo scarse sono le nostre informa-<lb/>zioni sul modo in
            cui il patrimonio antidogmatico si è via via costituito<lb/>ed è stato trasmesso, e
            dunque non è facile dire quanto deliberato sia<lb/>in lui l’intento di occultare gli
            imprestiti e di attribuire allo scetticismo<lb/>pirroniano quello che originariamente
            non gli apparteneva.</p>
<p rend="pb"><pb n="293" facs="Ele92_293.jpg"/></p>
<p rend="titlep">3.<hi rend="it"> I nomi degli Scettici</hi></p>
         <p rend="start">In <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 7 Sesto offre spiegazioni<note xml:id="ftn31" place="foot"
               n="31"> II passo è parallelo a<hi rend="smcap"> Diog. Laert. ix 70,</hi> ma con
               alcune differenze di ri-<lb/>lievo. Una di queste è che il termine σκεπτικός non
               viene spiegato: a questo scopo<lb/>risponde tutto <hi rend="it">ΡΗ</hi> I.</note> sulla nomenclatura
            scettica:</p>
         <p rend="start">ἡ σκεπτικὴ τοίνυν ἀγωγὴ καλεῖται μὲν καὶ ζητητικὴ ἀπὸ ἐνεργείας<lb/>τῆς κατὰ τὸ ζητεῖν καὶ
            σκέπτεσθαι, καὶ ἐφεκτικὴ ἀπὸ τοῦ μετὰ τὴν<lb/>ζήτησιν περὶ τὸν σκεπτόμενον γινομένου πάθους,
            καὶ ἀπορητικὴ ἤτοι ἀπὸ<lb/>τοῦ περὶ παντὸς ἀπορεῖν καὶ ζητεῖν, ὡς ἔνιοί φασιν, ἢ ἀπὸ τοῦ
            ἀμη-<lb/>χανεῖν πρὸς συγκατάθεσιν ἢ ἄρνησιν, καὶ Πυρρώνειος ἀπὸ τοῦ φαίνεσθαι<lb/>ἡμῖν τὸν
            Πύρρωνα σωματικώτερον καὶ ἐπιφανέστερον τῶν πρὸ αὐτοῦ<lb/>προσεληλυθέναι τῇ σκέψει.</p>
         <p rend="start">Dei vari vocaboli che indicano la tradizione scettica non accademica,<lb/>“pirroniano” è
            il più specifico e quello che dunque meglio di ogni altro,<lb/>apparentemente, potrebbe
            essere usato ad indicare i filosofi che costitui-<lb/>scono l’oggetto della presente
            indagine; tuttavia esso non è né il più fre-<lb/>quente né quello da tutti accolto, come
            risulta dal passo sopra citato e<lb/>dal confronto con la posizione di Teodosio nella
            forma in cui ci è riferita<lb/>da Diog. Laert. <hi rend="smcap">ix</hi> 70. Dopo aver
            difeso la legittimità di fregiarsi dell’ap-<lb/>pellativo “pirroniano”<note
               xml:id="ftn32" place="foot" n="32">Sull’ipotesi che Sesto risponda a Teodosio<hi
                  rend="it">
               </hi>(<hi rend="it">ap.</hi><hi rend="smcap"> Diog. Laert. ix 70)</hi> e
               non<lb/>viceversa, cfr.<hi rend="it"> Pirrone. Testimonianze,</hi> a cura di<hi
                  rend="smcap"> F. Decleva Caizzi</hi>, (“Elenchos” v),<lb/>Napoli<hi rend="smcap">
                  1981,</hi> test.<hi rend="smcap"> 40-41</hi> e il commento alle pp.<hi
                  rend="smcap"> 200</hi> sgg.; sulla stessa linea<hi rend="smcap"> J.
                  Bar-<lb/>nes,</hi><hi rend="it"> Diogene Laerzio e il Pirronismo,</hi> in<hi
                  rend="it"> Diogene Laerzio storico del pensiero antico,<lb/></hi>«Elenchos»,<hi
                  rend="smcap"> vii (1986)</hi> pp.<hi rend="smcap"> 383-427,</hi> v. p.<hi
                  rend="smcap"> 421</hi> nota<hi rend="smcap"> 57.</hi></note> — difendendo con ciò
            stesso il titolo della pro-<lb/>pria opera e il diritto a riallacciarsi ad una
            tradizione che trovava in Pir-<lb/>rone un punto primario di riferimento — Sesto se ne
            serve in realtà con<lb/>estrema parsimonia. Questo sembra differenziarlo rispetto ad
            Enesidemo,<lb/>per il quale, almeno a stare al resoconto di Fozio, il richiamo a
            Pirrone<lb/>era determinante. I nomi preferiti da Sesto sono certamente “scettico”<lb/>e
            “scepsi”; nel passo sopra citato di <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi> è a questo
            nome, senza dubbio<lb/>il principale, che viene associata una nomenclatura tecnica
            parallela: “ze-<lb/>tetici”, “efettici”, “aporetici”, “pirroniani”.</p>
         <p rend="start">L’esame complessivo dell’opera di Sesto mostra che, nell’uso di
</p>
<p rend="pb"><pb n="294" facs="Ele92_294.jpg"/></p>
<p>
            questi aggettivi,
            egli si comporta in modo coerente e che, là dove si pre-<lb/>sentano<note xml:id="ftn33"
               place="foot" n="33">“Zetetico” non ritorna altrove, ma verbo e sostantivo sono, come
               è ben<lb/>noto, frequentissimi.</note>, essi sono costantemente usati per indicare
            gli Scettici in cui<lb/>Sesto si riconosce<note xml:id="ftn34" place="foot" n="34"
               >Sappiamo da Aulo Gellio (<hi rend="it">ΝA</hi>
               <hi rend="smcap">ix</hi> 5, probabilmente dipendente da Favorino)<lb/>che a cavallo
               tra il I e il II secolo d.C. le cose non stavano precisamente in questo<lb/>modo;
               anche fonti più tarde attestano la confusione tra Accademia e pirronismo.<lb/>In
               questa sede mi limito ad esaminare l’uso di Sesto.</note>.</p>
         <p rend="titlep">4.<hi rend="it"> I Pirroniani</hi></p>
         <p rend="start">Come ho accennato sopra, ad eccezione di <hi rend="it">PH</hi> I,
            l’aggettivo “pirro-<lb/>niano” compare solo nelle menzioni dei titoli delle opere di
            Sesto e di<lb/>Enesidemo<note xml:id="ftn35" place="foot" n="35">A parte il titolo
               Πυρρώνειοι ὑποτυπώσεις (cfr. <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">iii </hi>279), l’aggettivo<lb/>πυρρώνειος compare in: <hi rend="it"
                     ><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i </hi>7; 11 (ὁ Πυρρώνειος φιλόσοφος); 14; 217 (a proposito<lb/>di
               Protagora: διὸ καὶ δοκεῖ κοινωνίαν ἔχειν πρὸς τοὺς Πυρρωνείους); 232, 234 (a
               propo-<lb/>sito di Arcesilao; πάνυ μοι δοκεῖ τοῖς Πυρρωνείοις κοινωνεῖν λόγοις [...]
               φασὶν ὅτι<lb/>κατὰ μὲν τὸ πρόχειρον Πυρρώνειος ἐφαίνετο εἶναι); <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">viii</hi> 215 (ὁ δὲ Αἰνησίδημος ἐν<lb/>τῷ τετάρτῷ τῶν Πυρρωνείων λόγων);
                  <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 283 (περὶ ὧν ἐν τοῖς Πυρρωνείοις διεξήλ-<lb/>θομεν); <hi
                  rend="smcap">vi</hi> 58 (ἐν τοῖς Πυρρωνείοις ὑπομνηματιζόμενοι); <hi rend="smcap"
                  >vi</hi> 61 (ἤδη μὲν παρεστήσαμεν<lb/>ἐν τοῖς Πυρρωνείοις). In<hi rend="it">
               Μ</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 283 = <hi rend="smcap">vi</hi> 58, 61, il rinvio ἐν τοῖς
                  Πυρρωνείοις<hi rend="it"> scil.<lb/></hi>λόγοις<hi rend="it"> (vel</hi>
               ὑπομνήμασι) allude a<hi rend="it"> Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vii-xi</hi> (e ai libri perduti che li precedevano, per<lb/>cui si
                  veda<hi rend="smcap"> K. Janáček,</hi><hi rend="it"> Die Hauptschrift des Sextus
                  Empiricus als Torso erhalten?,<lb/></hi>«Philologus», <hi rend="smcap">cvii</hi>
               (1963) pp. 271-7, cfr. <hi rend="smcap">cxxi</hi> (1977) p. 91;<hi rend="smcap"> J.
                  Blomqvist,</hi><hi rend="it"> Die Skep-<lb/>tika des Sextus Empiricus</hi>, cit.);
               Sesto usa anche, per rinviare alla propria opera mag-<lb/>giore, Σκεπτικά (<hi
                  rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 61), Σκεπτικὰ ὑπομνήματα (<hi rend="it"><hi rend="it"
               >M</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 29; <hi rend="smcap">ii</hi> 106); come Σκεπτικά essa<lb/>è
               citata da Diog. Laert. <hi rend="smcap">ix</hi> 116.</note>. Si potrebbe dunque
            pensare che esso venga adottato, più<lb/>ancora che per distinguere un’opera da altre di
            analogo argomento dello<lb/>stesso autore, per segnalare l’indirizzo nel quale il suo
            autore si riconosce<lb/>e differenziarne lo scritto dalle opere scettiche di altri, per
            esempio di<lb/>Accademici. Questo fu certo l’intento di Enesidemo<note xml:id="ftn36"
               place="foot" n="36">Dopo Enesidemo, e prima di Sesto, il termine “pirronismo” compare
               in<lb/>Aristocle, Plutarco, Anon.<hi rend="it"> comm. in Plat. Theaet.</hi>,
                  Favorino<hi rend="it"> (ap.</hi> Aul. Gell.), Galeno<lb/>(ma non in Filone di
               Alessandria).</note>; e, studiando la<lb/>presenza di Enesidemo nell’opera di Sesto,
            non si deve trascurare questa<lb/>coincidenza terminologica che presuppone da parte sua
            una scelta precisa
</p>
<p rend="pb"><pb n="295" facs="Ele92_295.jpg"/></p>
<p>
            rispetto alla tendenza, che Galeno<note xml:id="ftn37"
               place="foot" n="37"><hi rend="smcap">Gal.</hi>
               <hi rend="it"> subfig. emp.</hi> p. 35 Bonnet (pp. 42 sg. Deichgräber):<hi rend="it">
                  Omnes medici qui<lb/>colunt emperiam sicut et philosophi dicti squeptici eam que a
                  viro renuentes nuncupatio-<lb/>nem a dispositione que secundum animam deposcunt
                  cognosci, et secundum hoc [...] seip-<lb/>sos autem neque acronios (licet acron
                  primus preses fuerit sermonum empiricorum) at<lb/>vero neque a timone neque a
                  philino neque serapione qui acrone quidem posteriores,<lb/>priores vero aliis
                  empericis facti sunt.</hi></note> attribuisce espressamente agli em-<lb/>pirici e
            che è rappresentata, per noi, dagli Σκεπτικὰ κεφάλαια di Teodo-<lb/>sio, ad evitare
            deliberatamente di prendere il nome da una persona<note xml:id="ftn38" place="foot"
               n="38">Cfr.<hi rend="smcap"> Diog. Laert. ix 70.</hi> Che anche i Pirroniani, come
               gli Accademici, invo-<lb/>cassero dei predecessori per la propria posizione scettica,
               risulta da Galeno<hi rend="it">
               </hi>(<hi rend="it">in Hipp.<lb/>de off. med. comm.</hi><hi rend="smcap"> xvii</hi>
               2, p. 658 Κ.: αὐτοί οὖν οἱ τοῦ Πύρρωνος εἰς παλαιοτάτους<lb/>ἄνδρας ἀνάγουσι τὴν ἑαυτών
               προαίρεσιν), qualora οἱ παλαιότατοι ἄνδρες non si riferisca,<lb/>semplicemente,
               proprio a Pirrone.</note>.</p>
         <p rend="start">Sesto usa il termine “pirroniano” come equivalente di “scettico”<lb/>e difende la sua
            scelta, forse anche perché questo rientra nella strategia<lb/>di differenziazione dalla
            tradizione accademica che evidentemente gli sta<lb/>a cuore in <hi rend="it"><hi
                  rend="it">PH</hi></hi>. D’altra parte, il fatto che il termine non ricorra in <hi
               rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap"><lb/>vii</hi>-<hi rend="smcap">xi</hi> non è particolarmente significativo,
            posto che la parte corrispon-<lb/>dente a <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> è andata perduta (si noti che l’aggettivo non ricorre
            neppure<lb/>in <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">ii-iii</hi>)<note xml:id="ftn39" place="foot" n="39">Nel trarre delle
               conclusioni da indagini di tipo statistico sui libri di Sesto,<lb/>sarà bene tener
               sempre presente la perdita della prima parte dell’opera maggiore,<lb/>il cui
               contenuto doveva corrispondere, probabilmente, a <hi rend="it"><hi rend="it"
               >PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i.</hi></note>.</p>
         <p rend="start">Al posto di “pirroniano”, Sesto usa due volte la locuzione οἱ ἀπὸ<lb/>(τοῦ) Πύρρωνος, in
               <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 1 e 5. La stessa forma compare in Enesidemo<lb/><hi rend="it"
               >(ap.</hi> Phot., dove si legge anche οἱ κατὰ Πύρρωνα), alternata a οἱ
            Πυρ-<lb/>ρώνειοι; questo modo di esprimersi indica “coloro che si ispirano a”, ο<lb/>“si
            riallacciano a” Pirrone, e può riferirsi sia ai seguaci immediati, sia<lb/>a quelli più
            lontani nel tempo. Non a caso fu adottato da Enesidemo,<lb/>nel quadro della sua
            operazione di rilancio del pirronismo<note xml:id="ftn40" place="foot" n="40">Per
               l’analisi di alcune delle notizie che Fozio offre su Enesidemo si veda F.<lb/><hi
                  rend="smcap">Decleva</hi> C<hi rend="smcap">aizzi,</hi><hi rend="it"> Aenesidemus
                  and the Academy</hi>, «The Classical Quarterly»,<hi rend="smcap">
               xlii<lb/></hi>(1992) pp. 176-89.</note>. Nel caso<lb/>di Sesto, è possibile stabilire
            che il riferimento è diretto ai Pirroniani<lb/>della fase antica, per due ragioni: la
            prima, che essi comparivano nel qua-<lb/>dro del dibattito sulla grammatica che
            coinvolse la scuola epicurea; la
</p>
<p rend="pb"><pb n="296" facs="Ele92_296.jpg"/></p>
<p>
            seconda, che Sesto ribadisce la propria adesione
            all’indirizzo in <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 7<lb/>con un’espressione che rivela anche la distanza
            cronologica rispetto a<lb/>coloro di cui ha precedentemente parlato (cfr.<hi rend="it">
               infra, </hi>§ 11).</p>
         <p rend="titlep">5.<hi rend="it"> Gli Scettici</hi></p>
         <p rend="start"><hi rend="it">PH</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> offre, e questo non stupisce, il numero di gran lunga più
            alto<lb/>di presenze di σκεπτικός e σκέψις: 79 (escludendo i titoli dei capitoli)<note
               xml:id="ftn41" place="foot" n="41">Per quanto riguarda le occorrenze negli altri
               libri, basti rilevare preliminar-<lb/>mente il forte scarto tra <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vii-xi</hi> e <hi rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i-vi.</hi> Quanto alle frequenze, ne dò conto qui<lb/>di seguito, a
               scopo indicativo, con l’avvertenza che in alcuni passi non risulta
               imme-<lb/>diatamente chiaro se σκέψις abbia significato tecnico: <hi rend="it"><hi
                     rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">ii:</hi> 12 volte: §§ 1; 2; 3;<lb/>6; 10 (bis); 14; 45; 222; 253;
               258; 259; <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi>: 7 volte: §§ 65; 118; 135; 235;<lb/>280 (bis); 281; <hi
                  rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vii</hi>: 13 volte: §§ 1; 27; 28; 29; 49; 89; 264; 343; 433 (bis);
               435;<lb/>440; 443; in 28 e 89 σκέψις ha il significato di “indagine”; 264 è
               particolarmente<lb/>interessante perché è riferito a Socrate: Σωκράτης μὲν ἠπόρησε
               μείνας ἐν τῇ σκεψει.<lb/>In <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">viii</hi>: 27 volte: §§ 1; 75; 85; 159; 160; 161 (bis); 183; 191;
               279; 285; 295;<lb/>298; 299; 325; 328; 334; 349; 351; 440; 463; 470; 471; 473; 474;
               476; 481. Da<lb/>segnalare<hi rend="smcap"> viii</hi> 191: ἀλλ’ οἱ μέν φασιν αὐτὰ<hi
                  rend="it">
               </hi>(<hi rend="it">sc.</hi> τὰ ἄδηλα) μὴ καταλαμβάνεσθαι, ὥσπερ<lb/>οἱ ἀπὸ τῆς ἐμπειρίας
               ἰατροὶ καὶ οἱ ἀπὸ τῆς σκέψεως φιλόσοφοι κτλ. (cfr. <hi rend="smcap">viii</hi>
               328:<lb/>οἱ δὲ ἐμπειρικοὶ ἀναιροῦσιν (<hi rend="it">scil.</hi> τὴν ἀπόδειξιν) [...]
               οἱ δὲ σκεπτικοὶ ἐν ἐποχῇ ταύτην<lb/>ἐφύλαξαν). In <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">ix</hi>, 9 occorrenze sono sicuramente tecniche: §§ 49; 59; 191;
               194;<lb/>195; 312; 331; 338; 366); le altre in <hi rend="smcap">ix </hi>1
               (ἐπίσκεψις); 2; 195; 331. In <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">x</hi>: 9 occor-<lb/>renze: §§ 5; 6; 15; 20; 49; 86; 237; 284; 310.
               In <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">xi</hi>: 16 volte: §§ 1 (bis); 19;<lb/>68; 111 (bis); 140; 144; 149
               (bis); 155; 165; 167; 217; 243; 257. In <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">i-vi</hi> la situa-<lb/>zione di insieme muta notevolmente: nella
               parte proemiale di <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> su 4 occorrenze<lb/>(§§ 26; 28; 29; 33), tutte sono rinvii ad
               altra opera di Sesto tranne § 28. In <hi rend="it">Μ</hi><lb/>
               <hi rend="smcap">i</hi><hi rend="it">
               </hi>(<hi rend="it">Contro i grammatici</hi>) 7 occorrenze (57; 95; 160; 305; 306;
               315; 320), di cui solo<lb/>ἐπίσκεψις al § 95 sembra generico. In <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 106 compare un rinvio ad altra opera di<lb/>Sesto. In v,
               compare 4 volte la forma composta ἐπίσκεψις in senso generico. La stati-<lb/>stica
               andrebbe completata con lo studio dell’uso del verbo, dove peraltro la
               distin-<lb/>zione del significato tecnico da quello non tecnico è spesso assai
               difficile da stabilire. </note>.</p>
         <p rend="start">La distribuzione è abbastanza costante nei vari paragrafi, ma con<lb/>eccezioni degne di
            nota. Nessuno dei due termini compare nei paragrafi<lb/>sui tropi, né in quelli degli
            ἀρχαιότεροι σκεπτικοί (<hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 36), né in quelli<lb/>dei νεώτεροι σκεπτικοί (<hi rend="it"><hi
                  rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 164), né negli otto tropi attribuiti espressa-<lb/>mente a
            Enesidemo (<hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 180). Di per sé, questo fatto non dimostra<lb/>che “scettico”
            come equivalente di “pirroniano” non fosse un termine
</p>
<p rend="pb"><pb n="297" facs="Ele92_297.jpg"/></p>
<p>
            usato da Enesidemo, ma il
            fatto che esso non compaia né nel resoconto<lb/>di Fozio né in quello di Aristocle<note
               xml:id="ftn42" place="foot" n="42">Cfr., in generale,<hi rend="smcap"> G.
                  Striker,</hi><hi rend="it"> Sceptical Strategies</hi>, in<hi rend="it"> Doubt and
                  Dogmatism,<lb/></hi>ed. by <hi rend="smcap">M. Schofield</hi>, <hi rend="smcap">M.
                  Burnyeat</hi> and<hi rend="smcap"> J. Barnes</hi>, Oxford 1980, pp. 54-83,
               v.<lb/>p. 54 nota 1; <hi rend="smcap">D. Sedley,</hi><hi rend="it"> The Motivation of
                  Greek Skepticism</hi>, in<hi rend="it"> The Skeptikal Tradi-<lb/>tion</hi>, cit.,
               pp. 9-29, v. p. 21; sulla questione della presenza del termine in Filone,<lb/><hi
                  rend="smcap">K. Janáček,</hi><hi rend="it"> Das Wort “skeptikos” in Philons
                  Schriften</hi>, «Listy Filologicke», <hi rend="smcap">cii</hi> (1979)<lb/>pp.
               65-8; diversamente <hi rend="smcap">H. Tarrant,</hi><hi rend="it"> Scepticìsm or
                  Platonism? The Philosophy of the<lb/>Fourth Academy,</hi> Cambridge 1985, pp.
               22-3. Resta aperto il problema della terminolo-<lb/>gia greca corrispondente alla
               versione armena di<hi rend="smcap"> Phil.</hi><hi rend="it"> quaest. in gen.</hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> 33. Se il<lb/>termine accostato ad “Accademici” era
               effettivamente, come sembrerebbe, σκεπτικοί,<lb/>si dovrebbe supporre che la
               tecnicizzazione del vocabolo sia avvenuta ad Alessandria,<lb/>a cavallo tra la fine
               del I a.C. e l’inizio del I d.C. La testimonianza di <hi rend="it"><hi rend="it"
                  >PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 210<lb/>(οἱ περὶ τὸν Αἰνησίδημον ἔλεγον ὁδὸν εἶναι τὴν
               σκεπτικὴν ἀγωγήν κτλ.) non è significa-<lb/>tiva, perché il contesto mostra che Sesto
               riporta il pensiero di Enesidemo servendosi<lb/>della propria terminologia.</note>
            induce a ritenere che effettivamente<lb/>Enesidemo non se ne servisse, perlomeno nella
            fase iniziale della sua<lb/>attività.</p>
         <p rend="start">L’uso di οι σκεπτικοί, οἱ ἀπὸ τῆς σκέψεως, è normalmente generico<lb/>e si riferisce
            globalmente all’indirizzo nel suo insieme, ma vi sono dei<lb/>casi in cui Sesto, pur non
            facendone il nome, allude chiaramente a degli<lb/>individui ο a gruppi particolari;
            molti di questi casi si presentano in <hi rend="it">
               <hi rend="it">PH<lb/></hi>
            </hi><hi rend="smcap">i</hi> e su alcuni di essi mi soffermerò brevemente<note
               xml:id="ftn43" place="foot" n="43">Non mancano allusioni (per lo più con il pronome
               τινές) a Scettici che assu-<lb/>mono una particolare posizione all’interno della
               scuola anche in altri libri di Sesto:<lb/>per es., <hi rend="it">PH</hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> 183; <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">viii</hi> 32; 171; <hi rend="smcap">ix</hi> 1, ecc. Anche l’ultima
               parte di <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> (§ 210 sgg.)<lb/>presuppone delle fonti appartenenti
               all’indirizzo, la cui identificazione è tuttora assai<lb/>controversa.</note>.</p>
         <p rend="start">(I) <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 30: τινὲς δὲ τῶν δοκίμων σκεπτικῶν προσέθηκαν τούτοις
            καὶ<lb/>τὴν ἐν ταῖς ζητήσεσιν ἐποχήν.</p>
         <p rend="start">Diog. Laert. <hi rend="smcap">ix</hi> 107<note xml:id="ftn44" place="foot" n="44">Τέλος
               δὲ οἱ σκεπτικοί φασι τὴν ἐποχήν, ᾗ σκιᾶς τρόπον ἐπακολουθεῖ ἡ<lb/>ἀταραξία, ὥς φασιν οἵ τε
               περὶ τὸν Τίμωνα καὶ Αἰνεσίδημον.</note> ci consente di identificare con sufficiente
            sicu-<lb/>rezza nelle persone di Timone e Enesidemo gli “Scettici illustri” che
            po-<lb/>sero come fine l’ ἐποχὴ ἐν ταῖς ζητήσεσιν; ma tutto il capitolo di cui la
            frase<lb/>citata costituisce la conclusione solleva il problema delle sue fonti,
            posto
</p>
<p rend="pb"><pb n="298" facs="Ele92_298.jpg"/></p>
<p>
            che anche l’immagine dell’atarassia che segue la sospensione come
            l’ombra<lb/>il corpo è esplicitamente riferita a Timone e Enesidemo da Diogene
            Laer-<lb/>zio. Sarà dunque opportuno soffermarsi brevemente su questi
            paragrafi<lb/>ponendoli a confronto con quanto sappiamo del primo pirronismo.</p>
         <p rend="start">Dopo aver definito il τέλος<note xml:id="ftn45" place="foot" n="45">Le definizioni
               proposte richiamano quelle stoiche (cfr.<hi rend="it"> S.V.F.</hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> 2 = Ar.<lb/>Did.<hi rend="it"> ap.</hi><hi rend="smcap">
                  Stob.</hi><hi rend="it"> ecl.</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> p. 46 W.;<hi rend="it"> S.V.F.</hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> 3 =<hi rend="smcap"> Stob.</hi><hi rend="it"> ecl.</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 76, 16 W.).</note>, Sesto prosegue (§ 25):</p>
         <p rend="start">φαμέν δὲ ἄχρι νῦν<note xml:id="ftn46" place="foot" n="46">La precisazione è cautelativa,
               e corrisponde a <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 4: non significa “fin<lb/>d’ora”<hi rend="it"> vel sim.,</hi>
               ma “fino ad oggi”; si tenga presente la giusta osservazione del Fabri-<lb/>cius (<hi
                  rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi> p. 17 nota<hi rend="it"> f</hi>): «nimirum
               non vult Scepticus futuro tempori praescribere,<lb/>quo fortasse ut aliter sentiat,
               inducere ipsum possit, itaque tantum narrat, quid sibi<lb/>hactenus de fine Scepticae
               videatur, et videatur ἀδοξάστως, sine alius sententiae<lb/>praeiudicio ».</note>
            τέλος εἶναι τοῦ σκεπτικοῦ τὴν ἐν τοῖς κατὰ δόξαν<lb/>ἀταραξίαν καὶ ἐν τοῖς κατηναγκασμένοις
            μετριοπάθειαν.</p>
         <p rend="start">Punto di partenza dell’attività filosofica non appare qui esplicitamen-<lb/>te la
            ricerca della felicità, ed in generale Sesto evita il termine, carico<lb/>di significati
            “dogmatici”, ma che questo sia in ogni caso il movente sot-<lb/>tinteso risulta da <hi
               rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">xi</hi> 110 sgg.; 141 sgg.; il punto di divergenza tra quan-<lb/>to ci
            è detto di Pirrone e quello che qui si dice è il fatto che il primo<lb/>passo non è
            rappresentato dall’esame della natura delle cose, da cui deriva<lb/>il fatto che le
            sensazioni non sono né vere né false, ma, in prospettiva<lb/>gnoseologica, dallo sforzo
            di cogliere (καταλαβεῖν) quali rappresentazio-<lb/>ni<note xml:id="ftn47" place="foot"
               n="47">Mentre Timone parlava, per Pirrone, di αἰσθήσεις καὶ δόξαι, qui si parla
               di<lb/>φαντασίαι, secondo la terminologia invalsa con gli Stoici. Si ricordi però che
               il voca-<lb/>bolo viene usato da Timone (fr. 44 Diels) per Parmenide.</note> siano
            false e quali vere (cfr. <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 12); l’impossibilità di farlo a cau-<lb/>sa della discordanza di
            egual peso ha portato ad ἐπέχειν. ἐπισχόντι<note xml:id="ftn48" place="foot" n="48"
               >L’anafora ἐπέσχον· ἐπισχόντι (§ 25); ἐπέσχον· ἐπισχοῦσι (§ 29) ha
               l’evidente<lb/>scopo di sottolineare il punto centrale.</note> δὲ<lb/>αὐτῷ τυχικῶς
            παρηκολούθησεν ἡ ἐν τοῖς δοξαστοῖς ἀταραξία (§ 26).</p>
         <p rend="start">L’avverbio τυχικῶς compare solo qui e subito sotto al § 29, e indica<lb/>che ci si
            colloca nella prospettiva di come l’evento si è manifestato al<lb/>soggetto coinvolto;
            il fatto che l’imperturbabilità nasca “per caso”, dalla<lb/>rinuncia a cercare, va
            inteso non nel senso che «lo scettico non ha nes-
</p>
<p rend="pb"><pb n="299" facs="Ele92_299.jpg"/></p>
<p>
            suna garanzia che la sospensione
            abbia sempre come conseguenza la im-<lb/>perturbabilità»<note xml:id="ftn49"
               place="foot" n="49"><hi rend="smcap">H. Flückiger</hi>, <hi rend="it">Sextus
                  Empiricus. Grundriss der pyrrhonischen Skepsis.</hi> Buch<lb/><hi rend="smcap"
               >i</hi> — Selektiver Kommentar, Bern-Stuttgart 1990, p. 38.</note>, ma nel quadro di
            un racconto (cfr. l’uso degli aoristi)<lb/>che descrive una “inaspettata scoperta”. Il
            paragone dell’ombra e del<lb/>corpo conferma che non si mette in discussione il nesso
            sospensione-<lb/>imperturbabilità.</p>
         <p rend="start">La precisazione ἐν τοῖς δοξαστοῖς<note xml:id="ftn50" place="foot" n="50">Per la
               connessione tra giudizi, opinioni e infelicità, cfr. <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">xi</hi> 110 sgg., che<lb/>discute tesi dogmatiche assimilabili allo
               stoicismo (cfr. anche <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> 240).</note> corrisponde al κατὰ δόξαν
            della<lb/>definizione iniziale (§ 25) e all’oggetto delle ζητήσεις della frase
            finale<lb/>(§ 30) sugli Scettici illustri; essa presuppone la distinzione che porta
            all’in-<lb/>troduzione del concetto di μετριοπάθεια<note xml:id="ftn51" place="foot"
               n="51">
               <hi rend="smcap">Diog. Laert. ix</hi> 108 fa menzione di Scettici che posero come
               fine l’ ἀπάθεια<lb/>e di altri che parlarono di πραότης. Sesto ignora deliberatamente
               questo punto, salvo<lb/>ad usare una volta (<hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> 235) ἀπαθής come sinonimo di ἀτάραχος: ἐν μὲν
               δοξαστοῖς<lb/>ἀπαθὴς μένει, ἐν δὲ τοῖς κατηναγκασμένοις μετριοπαθεῖ. Per il ruolo
               dell’ ἀπάθεια in<lb/>Pirrone, cfr. test. 6; 10; 15 AB; 16; 69 Caizzi e il relativo
               commento.</note>, adottato dagli Scettici in un<lb/>contesto difensivo, di pari passo
            con l’affermazione del “fenomeno” come<lb/>criterio pratico.</p>
         <p rend="start">Segue (§ 28) il raccontino su Apelle, che riuscì a riprodurre la<lb/>schiuma di un
            cavallo allorché, avendovi ormai rinunciato, lanciò sul di-<lb/>pinto la sua spugna.
               Hossenfelder<note xml:id="ftn52" place="foot" n="52"><hi rend="it">Sextus Empiricus.
                  Grundriß der pyrrhonischen Skepsis</hi>, Eingeleitet und über-<lb/>setzt von <hi
                  rend="smcap">M. Hossenfelder</hi>, Frankfurt a<hi rend="smcap">.M.</hi> 1985, p.
            33.</note> osserva che il paragone è singolare,<lb/>perché ciò che si produce nel
            pittore è un gesto d’ira, non l’imperturbabi-<lb/>lità. Ma ciò che la storia vuole
            sottolineare è<hi rend="it">
            </hi>l’<hi rend="it">esito inatteso,</hi> che sorge<lb/>dalla<hi rend="it">
            rinuncia</hi> ai tentativi, e nulla più di questo. Il parallelo con Diog.<lb/>Laert. <hi
               rend="smcap">ix</hi> 107 autorizza a supporre che la fonte principale di Sesto
            per<lb/>l’insieme del capitolo sia Enesidemo, il quale a sua volta citava Timone.</p>
         <p rend="start">È del tutto naturale pensare che di Apelle, pittore di corte di Ales-<lb/>sandro,
            parlasse proprio Timone e che magari egli dovesse il racconto<lb/>a Pirrone<note
               xml:id="ftn53" place="foot" n="53">II passo non è menzionato in<hi rend="it"> Textes
                  Grecs et Latins relatifs à l’histoire de la<lb/>peinture ancienne,</hi> publiés,
               traduits et commentés par <hi rend="smcap">A. Reinach</hi>, Paris 1921
               (rist.<lb/>Chicago 1981). Il fatto che non esistano — almeno a stare alla raccolta
               del Reinach —<lb/>versioni parallele dell’aneddoto potrebbe confermare che esso fu
               trasmesso in un<lb/>ambiente relativamente chiuso, quale dovette essere quello
               pirroniano.</note>. A favore di quest’ipotesi parla un aspetto dell’analogia,
            il
</p>
<p rend="pb"><pb n="300" facs="Ele92_300.jpg"/></p>
<p>
            fatto che essa appare poco congrua per uno scettico che insista sulla
            pe-<lb/>rennità della ricerca: il fatto di non cercare più si adatta invece
            assai<lb/>bene a quanto sappiamo di Pirrone.</p>
         <p rend="start">La corrispondenza concettuale tra quanto segue in Diog. Laert. <hi rend="smcap"
            >ix</hi><lb/>107-108 e Sesto<note xml:id="ftn54" place="foot" n="54">Non è tuttavia
               chiaro come debba essere intesa l’osservazione di Sesto che<lb/>alcuni Scettici
               illustri “aggiunsero” ad atarassia e metriopatia (προσέθηκαν τούτοις)<lb/>la
               sospensione. Essi parlavano di tutte e tre, ο solo della sospensione? e in
               quale<lb/>rapporto le ponevano? Il problema dovrebbe essere affrontato in relazione
               con quanto<lb/>Sesto scrive di Arcesilao <hi rend="it">(PH</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 232), dove si considera l’ ἐποχή come fine comune<lb/>agli
               Scettici e ad Arcesilao, mentre è proprio degli Scettici osservare che ad
               essa<lb/>segue l’atarassia. Qui, come nell’analogia corpo-ombra, l’accento sembra
               posto sulla<lb/>sospensione. Cfr., su questa questione, <hi rend="smcap">D.
                  Sedley,</hi><hi rend="it"> The Motivation of Greek Skepti-<lb/>cism,</hi> cit.,
               p. 20.</note> induce a ritenere che già Enesidemo distinguesse ciò<lb/>che dipende da
            noi e ciò a cui, non dipendendo da noi, non possiamo<lb/>sottrarci. Resta aperto il
            problema se questa distinzione risalisse già allo<lb/>stesso Timone; molti indizi fanno
            pensare che Enesidemo facesse appello<lb/>a Timone per la sua presentazione del
            pirronismo, una presentazione nella<lb/>quale il problema difensivo della compatibilità
            dello scetticismo con la<lb/>vita trovava largo spazio.</p>
         <p rend="start">Che l’insieme del passo di Sesto rispecchi una fonte antica è con-<lb/>fermato dall’uso
            di ἀόχλητον,<hi rend="it"> hapax,</hi> cui corrisponde la definizione<lb/>di ἀταραξία
            come ψυχῆς ἀοχλησία καὶ γαληνότης in <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 10: in que-<lb/>sta definizione, il primo sostantivo è a sua
            volta un<hi rend="it"> hapax</hi><note xml:id="ftn55" place="foot" n="55">I termini non
               sono frequenti, ma attestati ad indicare il fine per un contem-<lb/>poraneo di
               Timone, Ieronimo di Rodi. Cfr. <hi rend="smcap">F. Wehrli,</hi><hi rend="it"> Die
                  Schule des Aristoteles</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>x:<hi rend="it"> Hieronymos von Rhodos</hi>, Basel-Stuttgart 1969, pp. 30 sgg.,
               che richiama la pre-<lb/>senza del tema in Epicuro. Sono molto frequenti, invece, le
               forme positive ὄχλημα,<lb/>ὀχληρός, ὄχλησις, ὄχλος, ecc.</note>, il se-<lb/>condo
            compare in<hi rend="it"> Μ</hi>
            <hi rend="smcap">xi</hi> 141 insieme all’altro<hi rend="it"> hapax</hi>, ἡσυχία,
            riferito a<lb/>Timone.</p>
         <p rend="start">Infine, si noti che questo è l’unico passo, in tutta l’opera di Sesto,<lb/>dove alcuni
            Scettici sono detti “illustri”. Questo fatto andrà tenuto pre-<lb/>sente da parte di chi
            riesamini l’insieme della testimonianza di Sesto<lb/>su Enesidemo.</p>
<p rend="pb"><pb n="301" facs="Ele92_301.jpg"/></p>
<p rend="start"><hi rend="smcap">(II) </hi><hi rend="it">PH</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 36: παραδίδονται τοίνυν συνήθως παρὰ τοῖς ἀρχαιοτέροις
            σκεπ-<lb/>τικοῖς τρόποι, δι’ ὧν ἡ ἐποχὴ συνάγεσθαι δοκεῖ, δέκα τὸν ἀριθμόν,<lb/>οὓς καὶ
            λόγους καί τόπους συνωνύμως καλοῦσιν.<lb/>§ 164: οἱ δὲ νεώτεροι σκεπτικοὶ παραδιδόασιν
            τρόπους τῆς ἐποχής<lb/>πέντε τούσδε κτλ.<lb/>§ 178: παραδιδόασιν δὲ καὶ δύο τρόπους
            ἐποχῆς ἑτέρους</p>
         <p rend="start">Per quel che riguarda gli autori dei tropi, Sesto stesso (<hi rend="it"><hi rend="it"
               >M</hi></hi>
            <hi rend="smcap">vii</hi> 345)<lb/>ci informa che tra gli Scettici più antichi va
            annoverato Enesidemo<note xml:id="ftn56" place="foot" n="56">È difficile dire con
               sicurezza quale valore abbia, qui come in altri casi, il<lb/>plurale: sostituisce
               semplicemente un singolo nome (come accade spesso per forme<lb/>del tipo οἱ περί
               ecc.), oppure indica deliberatamente un gruppo di persone e dunque<lb/>è indizio
               dell’esistenza di una comunità in qualche misura “scolastica”?</note>;<lb/>D.L. <hi
               rend="smcap">ix</hi> 88 attribuisce espressamente i cinque tropi a οἱ περὶ
            Ἀγρίππαν.<lb/>Se anche Sesto allude ad Agrippa con l’espressione “Scettici più
            recenti”,<lb/>dovranno essergli attribuiti anche i due tropi.</p>
         <p rend="start">In ogni caso, lasciando da parte il dibattuto problema della paternità<lb/>dei tropi, è
            interessante osservare che Sesto presenta questi tre gruppi<lb/>di tropi come un insieme
            unitario, racchiuso tra i §§ 31-35, dove si dice<lb/>che, in termini generali, la
            sospensione nasce dalla contrapposizione delle<lb/>cose:</p>
         <p rend="start">(§ 31) γίνεται τοίνυν αὕτη, ὡς ἂν ὁλοσχερέστερον εἴποι τις, διὰ τῆς<lb/>ἀντιθέσεως τῶν
            πραγμάτων<lb/>(§ 35) ὑπὲρ δὲ τοῦ τάς ἀντιθέσεις ταύτας ἀκριβέστερον ἡμῖν
            ὑποπεσεῖν,<lb/>καὶ τοὺς τρόπους ὑποθήσομαι δι’ ὧν ἡ ἐποχὴ συνάγεται</p>
         <p rend="start">e il § 179:</p>
         <p rend="start">τοσαῦτα μὲν οὖν καὶ περὶ τῶν τρόπων τῆς ἐποχῆς ἐπὶ τοῦ παρόντος<lb/>ἀρκέσει λελέχθαι.</p>
         <p rend="start">Che si tratti di un insieme unitario è mostrato sia dal fatto che il pas-<lb/>saggio dai
            dieci tropi ai cinque non richiede particolari spiegazioni (§ 163):</p>
         <p rend="start">οὕτω μὲν οὖν διὰ τῶν δέκα τρόπων καταλήγομεν εἰς τὴν ἐποχήν. οἱ δὲ<lb/>νεώτεροι σκεπτικοὶ
            παραδιδόασι τρόπους τῆς ἐποχής πέντε τούσδε,<lb/>πρῶτον μέν</p>
<p rend="pb"><pb n="302" facs="Ele92_302.jpg"/></p>
<p rend="start">sia anche dal fatto che, a fugare ogni dubbio, dopo l’esposizione dei cin-<lb/>que tropi
            egli sente il bisogno di sottolineare che coloro che hanno posto<lb/>questi tropi non
            hanno inteso sostituire i dieci, ma solo affiancar loro<lb/>uno strumento che consente
            di confutare la precipitazione dei dogmatici<lb/>in modo più vario (§ 177):</p>
         <p rend="start">τοιούτοι μὲν καὶ οἱ παρὰ τοῖς νεωτέροις παραδιδόμενοι πέντε τρόποι·<lb/>οὓς ἐκτίθενται
            οὐκ ἐκβάλλοντες τοὺς δέκα τρόπους, ἀλλ’ ὑπέρ τοῦ ποι-<lb/>κιλώτερον καὶ διὰ τούτων σὺν
            ἐκείνοις ἐλέγχειν τὴν τῶν δογματικῶν προπέτειαν.</p>
         <p rend="start">Questo è tanto più significativo se si considera che il contenuto del<lb/>capitolo
            preliminare, tutto centrato sulla ἀντίθεσις τῶν πραγμάτων, è<lb/>chiaramente
            introduttivo ai dieci tropi e non a tutto l’insieme.</p>
         <p rend="start">Nessuna particolare riserva viene avanzata da Sesto sui cinque e due<lb/>tropi, a
            differenza di quanto accade per i dieci. Ma in quest’ultimo caso<lb/>è chiaro che le sue
            espressioni di cautela rispecchiano la particolare situa-<lb/>zione della tradizione sui
            dieci tropi — cioè quella di essere tramandati<lb/>in numero, con ordine, con contenuti
            differenti — e non hanno nulla<lb/>a che fare con i tropi in quanto tali<note
               xml:id="ftn57" place="foot" n="57">§ 35: ὑπέρ δὲ τοῦ τὰς ἀντιθέσεις ταύτας
               ἀκριβέστερον ἡμῖν ὑποπεσεῖν, καὶ τοὺς<lb/>τρόπους ὑποθήσομαι δι’ ὧν ἡ ἐποχὴ συνάγεται,
               οὔτε περὶ τοῦ πλήθους οὔτε περὶ τῆς<lb/>δυνάμεως αὐτῶν διαβεβαιούμενος· ἐνδέχεται γὰρ
               αὐτούς καὶ σαθροὺς εἶναι καὶ πλείους<lb/>τῶν λεχθησομένων. § 38: χρώμεθα δὲ τῇ τάξει ταύτῃ
               θετικώς. § 39: ταῦτα μὲν περὶ<lb/>τῆς ποσότητος αὐτῶν κατὰ τὸ πιθανὸν λέγομεν. Su tutto
               questo, cfr.<hi rend="smcap"> J. Annas-J. Bar-<lb/>nes,</hi><hi rend="it"> The Modes
                  of Scepticism. Ancient Texts and Modem Interpretations</hi>, Cambridge<lb/>1985;
               sul significato di σαθρός,<hi rend="it"> ibid.</hi>, pp. 49 sg.</note>.</p>
         <p rend="start">All’interno dei dieci tropi, per la cui analisi cominciamo a disporre<lb/>di eccellenti
               strumenti<note xml:id="ftn58" place="foot" n="58">In specie lo studio di Annas e
               Barnes citato alla nota precedente. Quello<lb/>che ancora manca è un commento
               continuo all’opera di Sesto che affronti sistematica-<lb/>mente l’esegesi del testo
               nelle molteplici prospettive necessarie alla sua piena com-<lb/>prensione.</note>, si
            trova un brano particolarmente interessante<lb/>per chi voglia concentrare la propria
            attenzione su Sesto come autore:<lb/>si tratta dei §§ 62-78, che costituiscono una sorta
            di appendice al primo<lb/>tropo. In questa sede<note xml:id="ftn59" place="foot" n="59"
               >II brano è stato analizzato come ripresa della supposta caricatura del
               “ci-<lb/>nico” in<hi rend="smcap"> Plat.</hi><hi rend="it"> resp.</hi><hi
                  rend="smcap"> ii 374 e-376 c</hi> da<hi rend="smcap"> K. A. Neuhausen,</hi><hi
                  rend="it"> Platons “philosophischer”<lb/>Hund bei Sextus Empiricus</hi>,
               «Rheinisches Museum», <hi rend="smcap">cxviii</hi> (1975) pp. 240-64 (si
               legga<lb/>anche la divertente ricostruzione di<hi rend="smcap"> J. E. B.
                  Mayor,</hi><hi rend="it"> King James I. on the reasoning<lb/>faculty in dogs,</hi>
               «The Classical Review», <hi rend="smcap">xii</hi> (1898) pp. 93-6); Neuhausen
               tuttavia<lb/>trascura forse troppo il problema del bersaglio polemico di Sesto e
               dunque le vere<lb/>motivazioni per la stesura del brano e le conseguenti implicazioni
               cronologiche. Spero<lb/>di potermene occupare più ampiamente in un prossimo
               futuro.</note> mi limiterò a segnalare alcuni degli elementi che
</p>
<p rend="pb"><pb n="303" facs="Ele92_303.jpg"/></p>
<p>
            mi inducono a
            ritenere che si tratti di un contributo in cui la componente<lb/>di intervento personale
            di Sesto gioca un ruolo importante.</p>
         <p rend="start">Si ribadisce più volte che il brano è un’aggiunta, un di più (§ 62:<lb/>ἐκ περιουσίας, §
            63: ἐκ πολλοῦ τοῦ περιόντος, § 78 ἐκ περιόντος); esso<lb/>è introdotto come un esempio
            del fatto che gli Scettici non disdegnano<lb/>di scherzare, prendere in giro i dogmatici
            (§ 62):</p>
         <p rend="start">καὶ γὰρ καταπαίζειν<note xml:id="ftn60" place="foot" n="60">II verbo nella forma
               composta compare solo qui; oltre che qui (<hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 221 ri-<lb/>guarda Socrate e non ci interessa), παίζειν
               compare in <hi rend="smcap">ii</hi> 211, altro passo ironico<lb/>particolarmente
               interessante: si tratta del capitolo<hi rend="it"> Sulle definizioni (PH</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 205-212),<lb/>dove l’analisi stilistica rivela una serie di
               vocaboli di uso raro ο tardo (χρησιμεύειν,<lb/>ἀναγκαιότης, ματαιοπονία, ἐπισκυκλέω),
               una conclusione in prima persona (ἣν διὰ τὴν<lb/>προαίρεσιν τῆς γραφῆς παρίημι νῦν —
               τοσαῦτα μὲν καὶ περὶ ὅρων ἀπόχρη μοι νῦν<lb/>λελέχθαι) e l’inserzione, a proposito della
               definizione, di un esempio deliberatamente<lb/>grottesco (una variante più banale e
               imprecisa del quale, riferita ad Epicuro, si legge<lb/>nel<hi rend="it"> Commentario
                  anonimo al Teeteto</hi> (PBerol. inv. 9782), xxn 39-47, cfr.<hi rend="it">
               CPF</hi> ι 1,<lb/>51 6<hi rend="smcap"> Τ). K. Deichgräber,</hi><hi rend="it"> Die
                  griechische Empirikerschule</hi> (1930), Berlin-Zürich 1965,<lb/>pp. 285 sgg.,
               riconduce tale modo di procedere alla tradizione empirica; questo giudi-<lb/>zio
               richiede ulteriori verifiche.</note> τῶν δογματικῶν τετυφωμένων<note xml:id="ftn61"
               place="foot" n="61">Cfr.<hi rend="it"> Μ</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 55, su cui v.<hi rend="it"> infra.</hi></note> καὶ
               περιαυτο-<lb/>λογούντων<note xml:id="ftn62" place="foot" n="62">II termine è un<hi
                  rend="it"> hapax</hi> in Sesto.</note> οὐκ ἀποδοκιμάζομεν μετὰ τοὺς πρακτικοὺς τῶν
            λόγων.</p>
         <p rend="start">Inoltre, non è stato notato che esso viene presentato come una con-<lb/>troreplica alla
            replica che i dogmatici rivolgono contro gli argomenti con-<lb/>tenuti nel primo tropo e
            dunque viene elaborato in una fase abbastanza<lb/>tarda (§ 63):</p>
         <p rend="start">ἐπεί δὲ εὑρεσιλογοῦντες οἱ δογματικοὶ ἄνισον εἶναί φασι τὴν σύγκρισιν,<lb/>ἡμεῖς ἐκ
            πολλοῦ τοῦ περιόντος ἐπὶ πλέον παίζοντες ἐπὶ ἑνὸς ζῴου<lb/>στήσομεν τὸν λόγον, οἷον ἐπὶ
            κυνός, εἰ δοκεῖ, τοῦ εὐτελεστάτου<lb/>δοκοῦντος εἶναι.</p>
<p rend="pb"><pb n="304" facs="Ele92_304.jpg"/></p>
<p rend="start">L’uso della prima persona plurale non deve trarre in inganno; che<lb/>essa stia al posto
            della prima singolare risulta chiaro dalla conclusione<lb/>(§ 78):</p>
         <p rend="start">τὴν δὲ σύγκρισιν ἐποιησάμην, ὡς καὶ ἔμπροσθεν ἐπεσημηνάμην, ἐκ<lb/>περιόντος, ἱκανώς, ὡς
            οἶμαι, δείξας [ἔμπροσθεν] ὅτι κτλ.</p>
         <p rend="start">Ma anche l’uso del tempo futuro è significativo, perché conferma<lb/>che Sesto scende
            personalmente nell’agone.</p>
         <p rend="start">Infine, il brano contiene un interessante riferimento agli Stoici<lb/>(§ 65):</p>
         <p rend="start">οὗτος τοίνυν κατὰ τοὺς μάλιστα ἡμῖν ἀντιδοξοῦντας νῦν δογματικούς,<lb/>τοὺς ἀπὸ τῆς
            Στοᾶς, ἐν τούτοις ἔοικε σαλεύειν κτλ.</p>
         <p rend="start">che potrebbe offrire, qualora risultasse che l’avverbio νῦν indica contempo-<lb/>raneità
            rispetto allo scrivente, preziosi indizi sulla cronologia di Sesto<note xml:id="ftn63"
               place="foot" n="63">Per rispondere a questa domanda è necessaria un’analisi
               dettagliata dello<lb/>stile e del contenuto del brano. Sulla cronologia di Sesto si
               veda il saggio recente,<lb/>forse eccessivamente scettico, di<hi rend="smcap"> D. K.
                  House,</hi><hi rend="it"> The Life of Sextus Empiricus,</hi> «The<lb/>Classical
               Quarterly», xxx (1980) pp. 227-38.</note>.</p>
         <p rend="start">(III) <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 189.</p>
         <p rend="start">Non sappiamo chi siano gli Scettici che interpretano l’espressione<lb/>“non più” come
            equivalente ad una forma interrogativa:</p>
         <p rend="start">τινὲς μέντοι τῶν σκεπτικῶν παραλαμβάνουσι ἀντὶ πύσματος τὸ "οὐ" τοῦ<lb/>"τί μᾶλλον τόδε
            ἢ τόδε", τὸ "τί" παραλαμβάνοντες νῦν ἀντί αἰτίας,<lb/>ἵν’ ᾖ τὸ λεγόμενον "διὰ τί μᾶλλον
            τόδε ἢ τόδε;" κτλ.<note xml:id="ftn64" place="foot" n="64">Per il testo, cfr. <hi
                  rend="smcap">W. Heintz,</hi><hi rend="it"> Studien zu Sextus Empiricus,</hi> Halle
               1932, p. 22<lb/>e nota 1.</note></p>
         <p rend="start">Tuttavia, ciò che si legge in <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 315<note xml:id="ftn65" place="foot" n="65">[...] ἢ ποῦ
               συνήσουσι τίνα δύναμιν ἔχει παρὰ σκεπτικοῖς ἡ "οὐδὲν μᾶλλον"<lb/>φωνή, πότερον
               πυσματική ἐστιν ἢ ἀξιωματική, καὶ ἐπί τινος τάσσεται, ἆρα γε τοῦ ἐκτὸς<lb/>ὑποκειμένου ἢ
               τοῦ περὶ ἡμᾶς πάθους;</note> conferma che si trattava di<lb/>un problema topico
               all’interno dell’indirizzo.</p>
<p rend="pb"><pb n="305" facs="Ele92_305.jpg"/></p>
<p rend="start">Sesto inizia il capitolo di <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi> ribadendo, contro
            alcuni non meglio<lb/>specificati, ma non appartenenti alla scepsi (§ 189: ὥς τινες
            ὑπολαμ-<lb/>βάνουσι), l’equivalenza delle varianti οὐ μᾶλλον e οὐδέν μᾶλλον, e
            lo<lb/>conclude sottolineando, col suffragio di testimonianze letterarie<note
               xml:id="ftn66" place="foot" n="66">II procedimento ricorda la polemica contro i
               grammatici, che non possono<lb/>pretendere di sostituirsi al filosofo nell’esegesi
               dei testi filosofici. Questo è un punto<lb/>che sembra stare particolarmente a cuore
               a Sesto.</note>, l’e-<lb/>quivalenza dell’uso positivo e dell’uso interrogativo,
            cioè, in sostanza, ri-<lb/>fiutando di scorgere differenziazioni tra gli Scettici quanto
            a questo pro-<lb/>blema, una volta ribadita la corretta interpretazione da dare
            all’espres-<lb/>sione nelle sue varie formulazioni. Il suggerimento che οὐ μᾶλλον
            debba<lb/>ο possa essere interpretato come equivalente ad un interrogativo
            poteva<lb/>richiamarsi all’autorità di Timone, se è attendibile Aristocle<hi rend="it">
            </hi>(<hi rend="it">ap.</hi> Eus.<lb/><hi rend="it">praep. evang.</hi>
            <hi rend="smcap">xiv</hi> 18, 7)<note xml:id="ftn67" place="foot" n="67">Cfr.<hi
                  rend="smcap"> F. Decleva Caizzi,</hi><hi rend="it"> Pirrone.
                  Testimonianze</hi>,<hi rend="it">
               </hi>cit., pp. 233 sg.</note>.</p>
         <p rend="start">Interessante è anche il fatto che la forma interrogativa esplicita sia<lb/>attribuita a
            degli empirici nel proemio del<hi rend="it"> De medicina</hi> di Celso, come<lb/>ha
            notato Mudry<note xml:id="ftn68" place="foot" n="68"><hi rend="smcap">Ph. Mudry</hi>,
                  <hi rend="it"> Le scepticisme des médecins empirìques dans le traité ‘De la
                  mède-<lb/>cine’ de Celse: modèles et modalités,</hi> in<hi rend="it"> Le
                  Scepticisme antique</hi>, cit., pp. 85-96, v. p.<lb/>89: a proposito della
                  διαφωνία:<hi rend="it"> cur enim potius aliquis Hippocrati credat quam
                  Hero-<lb/>philo? cur buie potius quam Asclepiadi? </hi>(<hi rend="it">Praef.</hi>
               8).</note> e nel quarto tropo nella versione di Diog. Laert.<hi rend="smcap">
            ix<lb/></hi>82: τί γὰρ μᾶλλον ἐκεῖνοι ἢ ἡμεῖς;</p>
         <p rend="start">(IV) <hi rend="it">ΡΗ</hi>
            <hi rend="smcap">i </hi>204-205:</p>
         <p rend="start">προφέρονται δέ τινες καὶ οὕτω τὴν φωνὴν "παντὶ λόγῳ λόγον ἴσον ἀν-<lb/>τικεῖσθαι",
            ἀξιοῦντες παραγγελματικῶς τοῦτο "παντὶ λόγῳ δογματικῶς<lb/>τι κατασκευάζοντι λόγον δογματικῶς
            ζητοῦντα, ἴσον κατὰ πίστιν καὶ<lb/>ἀπιστίαν, μαχόμενον αὐτῷ ἀντιτιθώμεν", ἵνα ὁ μὲν λόγος
            αὐτοῖς ᾖ πρὸς<lb/>τὸν σκεπτικόν, χρῶνται δὲ ἀπαρεμφάτῳ ἀντὶ προστακτικού, τῷ
            "ἀντι-<lb/>κεῖσθαι" ἀντὶ τοῦ "ἀντιτιθώμεν". παραγγέλλουσι δὲ τοῦτο τῷ σκεπτικῷ,<lb/>μή
            πως ὑπό τοῦ δογματικοῦ παρακρουσθείς ἀπείπῃ τὴν περὶ αὐτοῦ<lb/>ζήτησιν, καὶ τῆς φαινομένης
            αὐτοῖς ἀταραξίας, ἣν νομίζουσι παρυφίστασ-<lb/>θαι τῇ περὶ πάντων ἐποχῇ, καθὼς ἔμπροσθεν
            ὑπεμνήσαμεν, σφαλῇ προ-<lb/>πετευσάμενος.</p>
         <p rend="start">Si menziona una formulazione della frase παντὶ λόγῳ λόγος ἴσος<lb/>ἀντίκειται,
            commentata subito sopra, la cui differenza viene chiarita
</p>
<p rend="pb"><pb n="306" facs="Ele92_306.jpg"/></p>
<p>
            tramite la successiva
            spiegazione: in essa, tramite la forma all’infinito ius-<lb/>sivo<note xml:id="ftn69"
               place="foot" n="69">Cfr.<hi rend="smcap"> R. Kühner-B. Gerth,</hi><hi rend="it">
                  Ausführliche Grammatik der griechischen Sprache</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>II 2, pp. 19 sgg., § 474.</note>, si pone l’accento su ciò che lo scettico fa,
            piuttosto che su ciò<lb/>che gli appare, sullo scetticismo come capacità, come δύναμις
               ἀντιθετική<lb/>(<hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 8). Da notare l’avverbio grammaticale παραγγελματικῶς, che
            ri-<lb/>corre solo qui; a differenza di ἀπαγγέλλειν<note xml:id="ftn70" place="foot"
               n="70">Sul significato di ἀπαγγέλλειν in<hi rend="it"> PH</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 4, cfr. <hi rend="smcap">B. Cassin,</hi><hi rend="it">
                  L’histoire chez Sex-<lb/>tus Empiricus</hi>, in<hi rend="it"> Le Scepticisme
                  antique,</hi> cit., pp. 123-38.</note>, παραγγέλλειν indica pre-<lb/>valentemente
            la trasmissione di un messaggio sotto forma di ordine. Si<lb/>tratta dunque di
            un’esortazione a ricercare l’isostenia in ogni circostanza<lb/>per sfuggire al
            dogmatismo ed ottenere l’imperturbabilità (cfr. <hi rend="it"><hi rend="it"
               >PH</hi></hi><hi rend="smcap"> i</hi> 12).<lb/>Anche questa versione può trovare un
            precedente nel modo in cui Timone<lb/>riportava la dottrina del maestro<note
               xml:id="ftn71" place="foot" n="71">Test. 53 Caizzi: δεῖν, χρή, ecc. e il commento,
               specialmente p. 233.</note>. Essa sottolinea l’aspetto etico (ma<lb/>forse anche
            prescrittivo-terapeutico) del pirronismo, il suo presentarsi co-<lb/>me un cammino verso
            l’atarassia, quel cammino che, secondo Timone,<lb/>solo Pirrone aveva saputo percorrere
            fino in fondo<note xml:id="ftn72" place="foot" n="72">Cfr. anche Test. 60 e commento, p.
               250; Test. 61.</note>; tracce di analogo<lb/>modo di concepire il ruolo
            dell’insegnamento scettico si scorgono nell’epi-<lb/>grafe di Menecles<note
               xml:id="ftn73" place="foot" n="73"><hi rend="it"> Inschriften Griechischer Städten
                  aus Kleinasien</hi>,<hi rend="smcap"> v 48: </hi>ὁ τᾶς ἀοιδ[ᾶ]ς ἀγεμὼν<lb/>ἀν’
               Ἑλλάδα ὁ παντάπασιν (Barnes: πάντα πᾶσιν) ἐξισώσας τἀν λόγῳ καὶ τὰν ἀτάραχον<lb/>ἐν
               βροτοῖς θεύσας ὁδόν Πυρρωνιαστὰς [Με]νεκλέης ὅδ’ εἰμὶ ἐγώ. Cfr.<hi rend="smcap"> F.
                  Decleva<lb/>Caizzi,</hi><hi rend="it"> Aenesidemus cit.</hi>,<hi rend="smcap">
               </hi>p.<hi rend="smcap"> 181.</hi></note>.</p>
         <p rend="titlep">6.<hi rend="it"> Gli Efettici</hi></p>
         <p rend="start">Al singolare ο al plurale, l’aggettivo non è affatto frequente, ma è<lb/>sempre riferito
            ai Pirroniani<note xml:id="ftn74" place="foot" n="74"><hi rend="it">PH</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 7, definizione del termine: ἀπὸ τοῦ μετὰ τὴν ζήτησιν περὶ τὸν
               σκεπτό-<lb/>μενον γινομένου πάθους; <hi rend="it">ΡΗ</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 209: τὴν ἐφεκτικὴν ἀγωγήν; <hi rend="smcap">ii</hi> 9: τὴν
               ἐφεκτικὴν δὲ<lb/>εἰσάγειν φιλοσοφίαν; in <hi rend="it">ΡΗ</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 10 ὁ ἐφεκτικός è utilizzato, si direbbe, soltanto per
               evi-<lb/>tare la ripetizione dell’aggettivo σκεπτικός; <hi rend="it"><hi rend="it"
                  >M</hi></hi>
               <hi rend="smcap">xi</hi> 152: οἱ ἐφεκτικοί (riprende ὁ περὶπάντων ἐπέχων al §
            150).</note>. Forse lo scarso uso che Sesto ne fa deve<lb/>essere spiegato alla luce del
            fatto che questo termine, derivato da ἐπέχειν,<lb/>ἐποχή<note xml:id="ftn75"
               place="foot" n="75">Cfr. i commenti al proemio delle<hi rend="it"> Categorie</hi> di
                  Aristotele:<hi rend="smcap"> Simpl</hi>. p.<hi rend="smcap"> 8, 4;<lb/>Ioann.
                  Philop</hi>. p.<hi rend="smcap"> 13, 1, 2</hi> sgg.;<hi rend="smcap"> Ammon</hi>.
                  p.<hi rend="smcap"> 2, 9; Olymp</hi>. pp.<hi rend="smcap"> 3, 32; 6, 1;
                  Elias<lb/></hi>p.<hi rend="smcap"> 109, 24</hi> sgg.; cfr. anche<hi rend="smcap">
                  Eustath.</hi><hi rend="it"> in Od.</hi> n<hi rend="smcap"> 2,</hi> p.<hi
                  rend="smcap"> 191, 34</hi> sgg.;<hi rend="smcap"> 250, 24; 256, 27,<lb/></hi>ecc.
               La storia della confusione tra Accademici e Pirroniani in età tarda è ancora<lb/>da
               scrivere, così come lo è la storia della permanenza della dottrina dell’ ἐποχή.
               Cfr.,<lb/>ad esempio, Socrate Scolastico, che parla di efettici riferendosi ai
               Platonici che si<lb/>servono dell’ ἐποχή contro la dottrina delle categorie di
                  Aristotele<hi rend="it"> (hist. eccl.</hi>II<hi rend="smcap"> 35):<lb/></hi>οἱ
                  ἐφεκτικοὶ τῶν φιλοσόφων, τὰ Πλάτωνος καὶ Πλωτίνου ἐκτιθέμενοι κτλ.</note> 
           
            </p>
<p rend="pb"><pb n="307" facs="Ele92_307.jpg"/></p>
<p>
            veniva al
            tempo suo attribuito sia a Pirroniani, sia agli Accade-<lb/>mici, come sembra risultare
            dalla testimonianza di Aulo Gellio <hi rend="smcap">xi</hi> 5, 6<lb/>e indirettamente da
            Diog. Laert. <hi rend="smcap">i</hi> 16, dove gli efettici sono contrapposti<lb/>ai
            dogmatici senza ulteriore precisazione. Da notare però che neppure<lb/>Galeno se ne
            serve mai per indicare gli Scettici: forse perché il termine<lb/>aveva un ben definito
            significato medico? Non si può escludere che que-<lb/>sto motivo sia importante anche
            per Sesto e dunque valga a spiegare la<lb/>parsimonia con cui egli fa uso del vocabolo.</p>
         <p rend="titlep">7.<hi rend="it"> Gli Aporetici</hi></p>
         <p rend="start">Questa denominazione suscita maggiori problemi rispetto alla que-<lb/>stione che ci
            interessa, cioè di capire a chi Sesto si riferisca quando usa<lb/>il termine<note
               xml:id="ftn76" place="foot" n="76">II recente studio di <hi rend="smcap">Ρ.
                  Woodruff,</hi><hi rend="it"> Aporetic Pyrrhonism</hi>, «Oxford Studies
               in<lb/>Ancient Philosophy», <hi rend="smcap">vi (1988)</hi> pp.<hi rend="smcap">
                  139-68,</hi> richiederebbe una discussione a sé stante.<lb/>In linea generale, mi
               pare che la tesi dell’adozione da parte di Enesidemo di una<lb/>metodologia platonica
               (uso dell’ οὐ μᾶλλον e del relativismo), atta ad evitare di incor-<lb/>rere nelle
               critiche di dogmatismo negativo che egli stesso rivolge all’Accademia, e<lb/>della
               forte differenza tra lo scetticismo di Sesto e quello “aporetico”, lo spinga
               a<lb/>trascurare eccessivamente il significato filosofico del messaggio principale
               che emerge<lb/>dalla testimonianza di Fozio, e cioè il richiamo alla tradizione
               pirroniana (l’articolo<lb/>non cita la testimonianza di Aristocle-Timone su Pirrone e
               tende ad offrire un quadro<lb/>del pirronismo di Sesto e di quello a lui precedente
               non altrettanto sofisticato di<lb/>quello che offre dello scetticismo “aporetico”,
               ritenuto alternativo ο addirittura in-<lb/>compatibile con esso). Rispetto
               all’analisi sottile e dettagliata di Woodruff, quella<lb/>offerta in queste pagine
               può sembrare semplificata e parziale, ma è soprattutto rivolta<lb/>a verificare se
               effettivamente Sesto sentisse, rispetto agli “aporetici”, il disagio che<lb/>Woodruff
               sembra attribuirgli.</note>.</p>
<p rend="pb"><pb n="308" facs="Ele92_308.jpg"/></p>
<p rend="start">La situazione particolare legata all’uso del vocabolo si presenta del<lb/>resto anche
            nella spiegazione della denominazione in <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 7 che, sola<lb/>tra tutte, si presenta duplice:</p>
         <p rend="start">ἀπορητικὴ ἤτοι ἀπὸ τοῦ περὶ παντὸς ἀπορεῖν καὶ ζητεῖν, ὡς ἔνιοί φασιν,<lb/>ἢ ἀπὸ τοῦ
            ἀμηχανεῖν πρὸς συγκατάθεσιν ἢ ἄρνησιν.</p>
         <p rend="start">Un’indicazione sulla provenienza della prima spiegazione deriva dal-<lb/>l’inciso ὡς
            ἔνιοί φασιν.</p>
         <p rend="start">Tutte le volte in cui ricorre in Sesto, il pronome ἔνιοι allude a per-<lb/>sone estranee
            allo scetticismo<note xml:id="ftn77" place="foot" n="77">Su 32 casi, l’unico incerto è
               costituito da <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi><hi rend="smcap"> iii</hi> 112,
               ἔνιοι δὲ καὶ οὕτω<lb/>συνερωτῶσιν κτλ., a cui corrisponde per il contenuto <hi rend="it"
               >Μ</hi>
               <hi rend="smcap">x</hi> 326: πάρεστι δὲ καὶ<lb/>προηγουμένως ἀποροῦντας κτλ.; ma cfr. <hi
                  rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">viii</hi> 466, dove ritorna, sicuramente riferita<lb/>a dogmatici,
               la stessa frase.</note>; questo fatto rende altamente improba-<lb/>bile che la fonte
            diretta sia da ricercarsi all’interno della tradizione scet-<lb/>tica. A ciò si aggiunga
            il fatto che, non disponendo di fonti parallele<lb/>che ci soccorrano, è difficile
            rispondere alla domanda su chi siano questi<lb/>ἔνιοι.</p>
         <p rend="start">Ciò che invece si può osservare è che l’espressione ὡς ἔνιοί φασιν<lb/>appare normalmente
            usata in modo neutro, per alludere alle fonti di una<lb/>particolare informazione che
            viene riportata senza elementi valutativi spe-<lb/>cifici, né positivi né negativi. In
            altre parole, la duplice spiegazione qui<lb/>menzionata attesta l’esistenza di una
            tradizione duplice, ma il modo in<lb/>cui è presentata non implica di per sé una
            preferenza da parte di Sesto,<lb/>in altre parole non ci aiuta a comprendere che cosa
            egli pensasse in pro-<lb/>posito.</p>
         <p rend="start">E certo possibile, in linea teorica, che la seconda spiegazione sia<lb/>quella che
            rientra più naturalmente nel quadro dello scetticismo di Sesto,<lb/>ma non è escluso che
            anch’essa dipenda da altra fonte, posto che il verbo<lb/>ἀμηχανεῖν (a differenza
            dell’aggettivo, si veda<hi rend="it"> infra)</hi> ricorre solo qui. E<lb/>dunque
            necessario cercar di capire come mai Sesto senta il bisogno di<lb/>riportare entrambe le
            versioni.</p>
         <p rend="start">La prima delle due spiegazioni riguarda il metodo adottato dagli<lb/>Scettici; in questo
            senso ἀπορεῖν è equivalente a ζητεῖν; ma il fatto di
</p>
<p rend="pb"><pb n="309" facs="Ele92_309.jpg"/></p>
<p>
            ἀπορεῖν non è esclusivo dei
               Pirroniani<note xml:id="ftn78" place="foot" n="78"><hi rend="smcap">A</hi> questo
               sembra alludere<hi rend="smcap"> Diog. Laert. ix 70,</hi> anche se la definizione è
               con-<lb/>servata in forma irrimediabilmente corrotta: ἀπορητικοὶ δ’ ἀπὸ τοῦ τοὺς
               δογματικοὺς<lb/>ἀπορεῖν καὶ αὐτούς.</note> anche se la precisazione περὶ<lb/>παντός indica
            che si tratta di un’attività generalizzata; la seconda spiega-<lb/>zione invece non
            riguarda il metodo, ma piuttosto la situazione in cui<lb/>lo scettico viene a trovarsi:
            l’ ἀπορεῖν generalizzato ha come esito l’impos-<lb/>sibilità di affermare ο negare.</p>
         <p rend="start">A ben guardare, le due definizioni non sono incompatibili<note xml:id="ftn79"
               place="foot" n="79">Come sembra ritenere Ρ. W<hi rend="smcap">oodruff,</hi><hi
                  rend="it"> Aporetic Pyrrhonism</hi>, cit., p. 142.</note>, ma<lb/>complementari;
            esse riguardano i due diversi significati di ἀπορία,<lb/>ἀπορεῖν, ἄπορος, e dunque due
            diverse prospettive. Nel primo caso “apo-<lb/>retico” deriva dal metodo, dal
            procedimento che lo scettico adotta verso<lb/>le tesi avversarie; nel secondo caso esso
            esprime lo stato in cui lo scettico<lb/>si trova. Entrambe le prospettive concernono,<hi
               rend="it"> in certa misura</hi>, anche i<lb/>filosofi dogmatici: allorché la tesi
            sostenuta da uno di essi viene confu-<lb/>tata, questi viene a trovarsi in uno stato di
            difficoltà, di impasse.</p>
         <p rend="start">Raccogliendo e registrando le due spiegazioni di “aporetico”, Sesto<lb/>non intende
            tanto esprimere disagio nei confronti della prima, quanto,<lb/>con ogni probabilità,
            illustrare il significato del termine nella sua comple-<lb/>tezza e in tutti i suoi
            aspetti. Quest’ipotesi trova conferma nella sua opera.</p>
         <p rend="start">Sesto usa regolarmente e con enorme frequenza<note xml:id="ftn80" place="foot" n="80">Le
               parole del gruppo compaiono in Sesto più di 270 volte.</note> il termine
            ἀ-<lb/>πορητικός come equivalente di “scettico”, riprendendo in questo l’uso<lb/>di
            Enesidemo (<hi rend="it">ap.</hi> Phot.).</p>
         <p rend="start">Limiterò per necessità di cose l’esame al solo aggettivo ο aggettivo<lb/>sostantivato, ο
            all’avverbio, con l’avvertenza che si tratta solo del primo<lb/>passo: lo studio del
            ruolo dell’ ἀπορεῖν in Sesto richiede ben altro impe-<lb/>gno e riserverà,
            probabilmente, delle sorprese.</p>
         <p rend="start">“Aporetico” viene usato in<hi rend="it"> PH </hi><hi rend="smcap">i</hi> 221, più volte,
            a proposito di Pla-<lb/>tone, in contrapposizione a “dogmatico”, ma, proprio qui, il
            fatto che<lb/>aporetico e scettico siano equivalenti agli occhi di Sesto risulta dalla
            frase<lb/>seguente (§ 222):</p>
         <p rend="start">περὶ μὲν οὖν τῶν δογματικὸν αὐτὸν εἶναι λεγόντων, ἢ κατὰ μέν τι<lb/>δογματικόν, κατὰ δέ τι
            ἀπορητικόν, περισσὸν ἂν εἴη λέγειν νῦν· αὐτοὶ
</p>
<p rend="pb"><pb n="310" facs="Ele92_310.jpg"/></p>
<p>
            γὰρ ὁμολογοῦσι τὴν πρὸς ἡμᾶς διαφοράν.
            περὶ δὲ τοῦ εἰ ἔστιν εἰλικρινῶς<note xml:id="ftn81" place="foot" n="81">II termine
               εἰλικρινῶς compare, oltre che qui, nei tropi e potrebbe dunque<lb/>risalire ad
               Enesidemo. Non vedo, in ogni caso, come si possa affermare con sicurezza<lb/>che esso
               riprende la terminologia platonica (<hi rend="smcap"> P.Woodruff,</hi><hi rend="it">
                  Aporetic Pyrrhonism</hi>, cit.,<lb/>p. 168), ignorando il fatto che esso è
               frequentissimo, né la cosa deve stupire, nella<lb/>tradizione medica.</note><lb/>σκεπτικὸς
            πλατύτερον μὲν ἐν τοῖς ὑπομνήμασι διαλαμβάνομεν, νῦν δὲ κτλ.</p>
         <p rend="start">In <hi rend="smcap">i</hi> 234, l’espressione (διὰ τῆς ἀπορητικῆς) usata a proposito di
            Ar-<lb/>cesilao sottolinea in modo esplicito la coincidenza di metodo tra il
            filosofo<lb/>accademico e lo scettico.</p>
         <p rend="start">L’aspetto metodico emerge anche dall’uso dell’avverbio<note xml:id="ftn82" place="foot"
               n="82">
               <hi rend="it">M</hi>
               <hi rend="smcap"> vii</hi> 28: ὁτὲ μὲν ἐξηγητικῶς ὑποδεικνύντες [...] ὁτὲ δὲ καὶ
                  ἀπορητικώτερον<lb/>σκεπτόμενοι,<hi rend="smcap"> vii</hi> 30 τὸν ἀπορητικῶς
               φιλοσοφοῦντα. <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap"> viii 1:</hi> ὅσα μὲν ἀπορητικῶς εἴωθε<lb/>λέγεσθαι παρὰ τοῖς
                  σκεπτικοῖς.<hi rend="it"> Μ</hi>
               <hi rend="smcap">ix</hi> 12: σκεπτόμενοι ὁτὲ μὲν οἷον δογματικῶς περὶ<lb/>θεοῦ, ὁτὲ δὲ
               ἀπορητικώτερον περὶ τοῦ μηδὲν εἶναι τὸ ποιοῦν ἢ πάσχον.<hi rend="it"> Μ</hi>
               <hi rend="smcap">iv</hi> 34:<lb/>ἀπορητικῶς διεξελθόντες. <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vi</hi> 5: οἱ δὲ ἀπορητικώτερον πάσης ἀποστάντες τῆς
               τοιαύτης<lb/>ἀντιρρήσεως.</note>; anche in<lb/>questi casi, se si esaminano i contesti,
            non appare nessuna riserva da parte<lb/>di Sesto<note xml:id="ftn83" place="foot" n="83"
               >Particolarmente significativo è<hi rend="smcap"> vii</hi> 30, dove si richiama il
               tema dell’ ἀνενερ-<lb/>γησία, con la citazione di Timone; qui con ogni probabilità
               Sesto dipende stretta-<lb/>mente da Enesidemo.</note>; l’ ἀπορεῖν è il metodo di cui
            gli Scettici si servono; a con-<lb/>ferma, benché eccezionale, non manca neppure l’uso,
            con lo stesso signifi-<lb/>cato, di σκεπτικῶς (<hi rend="smcap">viii</hi> 295; <hi
               rend="smcap">xi</hi> 19; <hi rend="smcap">ix</hi> 194, dove σκεπτικώτερον è
            equiva-<lb/>lente a <hi rend="smcap">ix</hi> 12 ἀπορητικώτερον).</p>
         <p rend="start">In <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">viii</hi> 76; 78; 80 οἱ ἀπορητικοί sono contrapposti ai
            dogmatici,<lb/>nella fattispecie gli Stoici; anche in questo caso, però, l’uso
            dell’espressio-<lb/>ne non deve trarre in inganno: Sesto non pensa agli aporetici come
            a<lb/>degli Scettici “diversi” da coloro in cui si riconosce, come risulta dal<lb/>fatto
            che poco sopra (<hi rend="smcap">viii</hi> 75) usa οἱ ἀπὸ τῆς σκέψεως, e scrive
            anche<lb/>ἡμῖν ἐξέσται λέγειν (<hi rend="smcap">viii</hi> 76).</p>
         <p rend="start">In <hi rend="smcap">viii</hi> 160, gli “aporetici” sono contrapposti ai “dogmatici”, in
            un<lb/>contesto dove ci si sofferma sul significato del metodo (τοῦ σκεπτικοῦ<lb/>ἔθους
            παρασταθέντος), quello di ottenere un equilibrio tra argomenti dog-<lb/>matici e
            argomenti “aporetici” così da sospendere, e non aderire all’uno<lb/>ο all’altro partito;
            ma che questi “aporetici” non siano dei “dogmatici
</p>
<p rend="pb"><pb n="311" facs="Ele92_311.jpg"/></p>
<p>
            negativi”, ma solo degli Scettici
            che elaborano controargomenti per con-<lb/>trobilanciare i dogmatici, risulta dal fatto
            che subito dopo si parla di οἱ<lb/>ἀπὸ τῆς σκέψεως.</p>
         <p rend="start">In <hi rend="smcap">ix</hi> 12, a proposito degli dei, Sesto scrive:</p>
         <p rend="start">σκεπτόμενοι ὁτὲ μὲν οἷον δογματικῶς περὶ θεοῦ, ὁτὲ δὲ ἀπορητικώτερον<lb/>περὶ τοῦ μηδὲν εἶναι
            τὸ ποιοῦν ἢ πάσχον.</p>
         <p rend="start">Il significato della contrapposizione risulta da quanto segue, dove,<lb/>a proposito
            degli dei, egli contrappone tesi dogmatiche positive a tesi<lb/>dogmatiche negative<note
               xml:id="ftn84" place="foot" n="84">Questo è certo dovuto all’estrema cautela con cui
               Sesto tratta la questione<lb/>della divinità al fine di evitare che l’atteggiamento
               scettico sia confuso dai profani<lb/>con un atteggiamento ateo.</note>; si vedano <hi
               rend="smcap">ix</hi> 66; 191 e specialmente la conclu-<lb/>sione di quest’ultimo
            brano (§ 194);</p>
         <p rend="start">πλὴν ἐκ τούτων παραστήσαντες ὅτι ἀκολουθεῖ τοῖς περὶ τῶν δραστηρίων<lb/>ἀρχῶν δογματικῶς
            εἰρημένοις ἡ ἐποχή, μετὰ τοῦτ’ ἤδη καὶ σκεπτι-<lb/>κώτερον διδάσκωμεν, ὅτι κοινῶς ἄπορός
            εστι τῷ περὶ τοῦ ποιοῦντος<lb/>αἰτίου καὶ ὁ περὶ τῆς πασχούσης ὕλης λόγος.</p>
         <p rend="start">Oltre all’equivalenza tra aporetico e scettico che risulta dallo scambio<lb/>dei due
            avverbi, un passo come questo consente di scorgere la differenza<lb/>tra l’argomentare
            in favore di una tesi negativa che caratterizza l' ἀπορεῖν<lb/>scettico e analogo argomentare
            dei dogmatici e, di conseguenza, aiuta a<lb/>capire in che senso Sesto ritenga che l’
            ἀπορεῖν svolga un ruolo essenziale<lb/>per lo scetticismo.</p>
         <p rend="start">Il primo ha una funzione “confutatoria” nel senso che è pensato<lb/>dallo scettico in
            funzione dell’argomento a cui è rivolto, ma il suo<lb/>scopo non è principalmente di
            annientare l’avversario, mostrando l’in-<lb/>sostenibilità della tesi, quanto piuttosto
            di far vedere che alla sua tesi<lb/>si può contrapporre una tesi altrettanto persuasiva,
            altrettanto forte sul<lb/>piano argomentativo, che si presenta come opposta alla tesi
            dogmatica;<lb/>questo non comporta però che colui che la propone vi aderisca
            nello<lb/>stesso modo in cui il dogmatico aderisce alla propria. Si veda, oltre<lb/>al
            passo sopra citato (<hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 79, cfr.<hi rend="it"> supra</hi>, § 2) sulla persuasività
            degli
</p>
<p rend="pb"><pb n="312" facs="Ele92_312.jpg"/></p>
<p>
            argomenti scettici, per esempio <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">ix</hi> 207 (cfr. anche <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">vii</hi> 443):</p>
         <p rend="start">σκοπώμεν δὲ ἀκολούθως καὶ τοὺς τῶν ἀπορητικῶν λόγους· φανήσονται<lb/>γὰρ καὶ οὗτοι τοῖς
            ἐκκειμένοις ἰσοσθενεῖς καὶ ἕνεκα πειθοῦς μὴ<lb/>διαφέροντες αὐτῶν.</p>
         <p rend="start">A seguito di questa situazione lo scettico si troverà nell’impossibilità<lb/>di
            scegliere tra le due tesi; all’ ἐποχή seguirà l’imperturbabilità. E questo<lb/>è
            certamente, per Sesto, il risultato a cui si deve mirare.</p>
         <p rend="start">La duplice definizione di aporetico da cui abbiamo preso le mosse<lb/>rispecchia questa
            situazione e il duplice ruolo che lo scettico è chiamato<lb/>a svolgere: per ottenere il
            proprio scopo, egli deve mostrare che ad ogni<lb/><hi rend="it">logos</hi> se ne oppone
            uno equivalente<hi rend="it"> (PH</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 12; Diog. Laert. <hi rend="smcap">ix</hi> 74):
            questo<lb/>comporta sottoporre alla ζήτησις ο all’aporia ogni argomento, cioè
            elabo-<lb/>rare argomenti a favore della tesi contraria oppure argomenti
            “confuta-<lb/>tori” della tesi in oggetto, così da far nascere una situazione nella
            quale<lb/>la scelta tra affermazione e negazione risulti impossibile. In alcuni
            casi<lb/>la stessa διαφωνία dei dogmatici permette di ottenere questo
            risultato<lb/>contrapponendone le tesi; ma spesso la funzione di antilogico
            compete<lb/>allo scettico, che risulta così per certi versi “simile al dogmatico”
            nella<lb/>fase di antilogia<note xml:id="ftn85" place="foot" n="85">Cfr.<hi rend="it">
                  PH </hi><hi rend="smcap">i</hi> 202-205, dove si insiste sul fatto che ad un<hi
                  rend="it"> logos</hi> che afferma<lb/>“dogmaticamente” (περὶ ἀδήλου) se ne deve
               contrapporre uno che nega altrettanto<lb/>“dogmaticamente”.</note>, ma profondamente
            differente per il fine che lo muove.<lb/>D’altra parte, ἀπορεῖν e ζητεῖν sono due
            elementi che accomunano, al-<lb/>meno all’inizio del percorso, il dogmatico allo
            scettico: entrambi sono<lb/>mossi dal desiderio di conoscere il vero (<hi rend="it"><hi
                  rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 12; <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 6): entrambi cer-<lb/>cano, ma gli Scettici non nascondono
            l’esito della ricerca (<hi rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 7: τὰς<lb/>δὲ ἴσας εὑρόντες ἀπορίας οὐκ ἀπεκρύψαντο<note
               xml:id="ftn86" place="foot" n="86">La parte proemiale di<hi rend="it"> Μ</hi>
               <hi rend="smcap">i-v</hi> contiene materiale antico (cfr.<hi rend="it"> infra</hi>, §
               11).</note>). Le due tesi opposte ven-<lb/>gono dette “aporie” proprio in quanto il
            loro equilibrio porta all’impossi-<lb/>bilità di affermare ο negare.</p>
         <p rend="start">Questo insieme concettuale, che Sesto ritiene peculiare del pirroni-<lb/>smo, sembra
            corrispondere, in entrambi i suoi aspetti, a ciò che si propo-<lb/>neva Enesidemo: non
            solo nel riassunto di Fozio è chiaramente attestato<lb/>l’uso del termine “aporetico” ad
            indicare i Pirroniani (170 a 26-27: οἱ
</p>
<p rend="pb"><pb n="313" facs="Ele92_313.jpg"/></p>
<p>
            μὲν περὶ παντὸς τοῦ προτεθέντος
            διαποροῦντες), come abbiamo visto; ma<lb/>lo stesso Fozio indica nell’indecidibilità
            l’obiettivo proprio del filosofo<lb/>pirroniano secondo Enesidemo: ἃ δὲ καὶ εἰδείη,
            οὐδέν μᾶλλον αὐτῶν<lb/>τῇ καταφάσει ἢ τῇ ἀποφάσει γενναῖός ἐστι συγκατατίθεσθαι: al di là
            del-<lb/>l’ironia con cui il concetto è espresso da Fozio<note xml:id="ftn87"
               place="foot" n="87">L’aggettivo γενναῖος con l’infinito è molto raro (in Fozio
               soltanto, per<lb/>quanto mi consta, in cod.<hi rend="smcap"> 233, 292</hi> a<hi
                  rend="smcap"> 27,</hi> ma il significato positivo consueto riferito<lb/>anche a
               teorie filosofiche (anche in Pirrone,<hi rend="it"> ap.</hi><hi rend="smcap"> Diog.
                  Laert. ix 61</hi> = Test.<hi rend="smcap"> 1</hi> Caizzi)<lb/>rivela l’intento del
               patriarca; cfr. il giudizio sul neoplatonico Ermia (cod.<hi rend="smcap"> 242,
                  341<lb/></hi>a<hi rend="smcap"> 13:</hi> Φιλοπονίᾳ μὲν οὗτος οὐδενὸς ἦν δεύτερος,
               ἀγχίνους δὲ οὔτι σφόδρα ἦν οὐδὲ λόγων<lb/>εὑρετὴς ἀποδεικτικών, οὐδὲ γενναῖος ἄρα ζητητὴς
               ἀληθείας· οὔκουν οὐδ’ οἷός τε ἐγε-<lb/>γόνει πρὸς ἀποροῦντας κατὰ τὸ καρτερὸν
               ἀνταγωνίζεσθαι.</note> il contenuto corrisponde<lb/>puntualmente alla seconda
            definizione che Sesto offre di “aporetico”<note xml:id="ftn88" place="foot" n="88"
               >Questo punto non viene discusso nel citato saggio di Ρ.
            Woodruff.</note>;<lb/>abbiamo già visto che il termine ἀμηχανεῖν che vi ricorre è un<hi
               rend="it"> hapax</hi> in<lb/>Sesto, e dunque possibile indizio di citazione; ma il
            concetto è basilare e<lb/>ricorrente: si veda <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 10 (ἀπόφασις-κατάφασις) e soprattutto <hi rend="smcap">i</hi>
            192-193<lb/>(definizione dell’ ἀφασία come πάθος ἡμέτερον δι’ ὃ οὔτε τιθέναι τι
            οὔτε<lb/>ἀναιρεῖν φαμεν), ma anche, per l’idea che<hi rend="it"> non si può</hi>
               decidere,<hi rend="it"> PH</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 26:<lb/>ἐνέπεσεν εἰς τὴν ἰσοσθενῆ διαφωνίαν, ἣν ἐπικρῖναι μὴ
            δυνάμενος ἐπέσχεν.</p>
         <p rend="start">Inoltre, se il verbo ἀμηχανεῖν ricorre solo in <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 7, l’aggettivo è<lb/>frequente, ed è usato in parallelo ad
            ἄπορος, in analoghi ο negli stessi<lb/>contesti. Tutto questo sembra indicare che le due
            spiegazioni di “apore-<lb/>tico” non sono in contrasto, agli occhi di Sesto; sono, anzi,
            complemen-<lb/>tari l’una all’altra.</p>
         <p rend="titlep">8.<hi rend="it"> Le citazioni di filosofi scettici indicati per nome</hi></p>
         <p rend="start">Un compito solo apparentemente semplice consiste nella ricognizione<lb/>delle citazioni
            esplicite di personaggi appartenenti alla tradizione scettica<lb/>pirroniana.</p>
         <p rend="start">I nomi che compaiono in Sesto non sono certo numerosi, se si consi-<lb/>dera anche la
            lista, molto più ricca, che ci fornisce la parte del libro <hi rend="smcap"
            >ix</hi><lb/>di Diogene Laerzio dedicata alla biografia di Pirrone. Si tratta di
            Pirrone,<lb/>Timone, Enesidemo, forse Menodoto<note xml:id="ftn89" place="foot" n="89"
                  ><hi rend="it">PH</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 222, dove potrebbe comparire il nome di Menodoto, è di
               incerta let-<lb/>tura; cfr., per l’analisi del passo,<hi rend="smcap"> F. Decleva
                  Caizzi,</hi><hi rend="it"> Aenesidemus cit.</hi>, pp.<hi rend="smcap">
                  186-7.</hi></note>. Come già si è accennato, le ci-
</p>
<p rend="pb"><pb n="314" facs="Ele92_314.jpg"/></p>
<p>
            tazioni non sembrano
            proporzionate, dal punto di vista quantitativo, né<lb/>alla natura, né alle dimensioni
            dell’opera di Sesto<note xml:id="ftn90" place="foot" n="90">Come gli studiosi hanno
               notato: cfr. <hi rend="smcap">V. Brochard,</hi><hi rend="it"> Les Sceptiques
                  Grecs</hi>, cit.,<lb/>pp. 90 sg.; <hi rend="smcap">L. Credaro,</hi><hi rend="it"> Lo 
                  Scetticismo degli Accademici</hi> (1893), rist. Milano 1985, <lb/><hi
                  rend="smcap">ii</hi>, pp. 226 sg. Nel caso di Timone il giudizio non sembra
               giustificato (cfr.<hi rend="it"> infra</hi>, §<hi rend="it">
               </hi>10).</note>. Un quadro più ar-<lb/>ticolato e maggiori informazioni potranno
            forse emergere da ulteriori<lb/>ricerche, in particolare per quanto riguarda la figura
            di Enesidemo che<lb/>non è mai stata oggetto di una monografia veramente esauriente e
            per<lb/>il quale, significativamente, non disponiamo ancora di una raccolta
               dei<lb/>frammenti<note xml:id="ftn91" place="foot" n="91">Per una primissima
               ricognizione dei dati su Enesidemo, cfr.<hi rend="smcap"> F.
                  Decleva<lb/>Caizzi,</hi><hi rend="it"> Aenesidemus cit.</hi></note>.</p>
         <p rend="titlep">9.<hi rend="it"> Pirrone</hi></p>
         <p rend="start">Il nome di Pirrone compare tredici volte nell’intero<hi rend="it"> corpus: PH</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 7;<lb/>234; <hi rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 1; 2; 5; 53; 272 (bis); 281; 305-306 (quater).</p>
         <p rend="start">Benché il numero delle citazioni possa di primo acchito sembrare<lb/>abbastanza elevato,
            esso viene notevolmente ridimensionato se si tiene<lb/>presente
             <list type="simple">
            <item> — che le occorrenze si ripartiscono in due soli libri (<hi rend="it">PH</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> e <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi>);</item>
            <item> — che in <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 234 il nome di Pirrone compare in un verso di<lb/>Aristone;</item>
            <item> — che in due casi (<hi rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 1; 5) si tratta dell’espressione οἱ ἀπὸ (τοῦ)<lb/>Πύρρωνος;</item>
            <item> — che le citazioni in <hi rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 2; 272; 281 hanno carattere biografico<lb/>e riguardano un
               unico argomento: l’atteggiamento di Pirrone verso la<lb/>grammatica e la poesia; in
               entrambi i contesti Pirrone è accostato ad Epi-<lb/>curo (si veda l’analisi<hi
                  rend="it"> infra</hi>, § 11);</item>
            <item> — che in <hi rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 305-306 il tema principale è l’interpretazione
               ortodossa<lb/>da dare dei versi di Timone;</item>
            <item> — che solo in <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 7, passo peraltro assai peculiare, si parla di Pir-<lb/>rone
               come di un “caposcuola”<note xml:id="ftn92" place="foot" n="92">Per <hi rend="it"
                  >Μ</hi>
                  <hi rend="smcap">i</hi> 53, dove si dice di Timone che fu προφήτης τῶν Πύρρωνος
                     λόγων,<lb/>(cfr.<hi rend="it"> infra</hi>, § 11).</note>.</item>
         </list>
         </p>
<p rend="pb"><pb n="315" facs="Ele92_315.jpg"/></p>
<p rend="titlep">10.<hi rend="it"> Timone in </hi>PH<hi rend="it">
               <hi rend="smcap">i</hi></hi></p>
         <p rend="start">A differenza di Pirrone, Timone è tutt’altro che assente dagli scritti<lb/>di Sesto<note
               xml:id="ftn93" place="foot" n="93">In<hi rend="it"> Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vii</hi> 8 e 10 sembra che i versi di Timone su Socrate siano giunti
               a Se-<lb/>sto attraverso Sozione (citato in <hi rend="smcap">i</hi> 15) ο attraverso
               la fonte che a sua volta citava<lb/>Sozione; in ogni caso, si tratta di materiale non
               originariamente scettico. In<hi rend="it"> Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vii</hi><lb/><hi rend="smcap">30,</hi> viceversa, la citazione del
               verso degli<hi rend="it"> Indalmi</hi> corrispondente al fr.<lb/>69 Diels = Pirrone
                  Test.<hi rend="smcap"> 63</hi> Β è inserita in un contesto specificamente
               scettico, la<lb/>distinzione tra criterio logico e criterio pratico, che consente
               allo scettico di non<lb/>cadere nell’ ἀπραξία ο ἀνενεργησία, cfr.<hi rend="it">
               PH</hi>
               <hi rend="smcap">i 23;</hi>
               <hi rend="smcap">i 24; 226;</hi><hi rend="it"> Μ</hi>
               <hi rend="smcap">xi 162; 165.</hi> L’argo-<lb/>mento ritorna con più ampiezza in <hi
                  rend="smcap">xi 141</hi> sgg.; quest’utilizzazione di Timone doveva<lb/>risalire
               almeno a Enesidemo (cfr.<hi rend="smcap"> Diog. Laert. ix 62</hi> e spec. <hi
                  rend="smcap">ix 106);</hi> essa risultava<lb/>consolidata nell’esegesi degli
               empirici (cfr.<hi rend="smcap"> Gal.</hi><hi rend="it"> subfig. emp.</hi> p.<hi
                  rend="smcap"> 62, 20</hi> sgg. Bon-<lb/>net = Pirrone Test.<hi rend="smcap">
                  67).</hi><hi rend="it"> Μ</hi>
               <hi rend="smcap">ix 57</hi> contiene il fr.<hi rend="smcap"> 5</hi> Diels su
               Protagora. Anch’esso<lb/>sembra pervenuto a Sesto tramite fonti non pirroniane ma
               piuttosto biografiche,<lb/>come mostra l’agganciamento del fr. 4 al processo (Diog.
               Laert. <hi rend="smcap">ix</hi> 51<hi rend="smcap">-52);</hi> cfr. <lb/><hi
                  rend="smcap">F. Decleva Caizzi,</hi><hi rend="it"> Timone e i filosofi: Protagora
                  (fr. 5 Diels)</hi>, in<hi rend="it"> Le scepticisme antique</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>cit., pp. 41<hi rend="smcap">-53</hi> e il commento di<hi rend="smcap"> <hi rend="smcap">M.</hi>
                  Di Marco,</hi><hi rend="it"> Timone di Fliunte. Silli</hi>,
                  Roma<hi rend="smcap"> 1989,<lb/></hi><hi rend="it">ad loc.</hi> Per <hi
                  rend="smcap">x 197</hi> ( = <hi rend="smcap">vi 66),</hi> cfr.<hi rend="it">
               PH</hi>
               <hi rend="smcap">iii 145;</hi> qui abbiamo tre testimonianze sullo<lb/>stesso
               argomento in tre opere diverse; propenderei a ritenere più antica quella in<lb/><hi
                  rend="it">Μ </hi><hi rend="smcap">x 197,</hi> mentre<hi rend="it"> PH</hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> 144 si presenta senza il nome e con un esempio
               differente.<lb/>Forte e significativa è la presenza di Timone nel libro <hi
                  rend="smcap">xi</hi>:<hi rend="smcap"> 1; 20; 140;</hi> 141;<hi rend="smcap">
                  164;<lb/></hi>171<hi rend="smcap">-172.</hi> Per<hi rend="it"> Μ</hi><hi
                  rend="smcap"> ι</hi> 53; 305 si veda<hi rend="it"> infra;</hi> per<hi rend="it">
                  Μ</hi><hi rend="smcap"> iii 2;</hi>
               <hi rend="smcap">vi 66 ( = χ 197)</hi> cfr. <hi rend="smcap">F.
                  Decleva<lb/>Caizzi,</hi><hi rend="it"> Timone di Fliunte: i frr. 74, 73, 76
               Diels</hi>, in<hi rend="it"> La storia della filosofia come<lb/>sapere critico</hi>,
               Milano 1984, pp.<hi rend="smcap"> 92</hi>-105. Non sono attualmente in grado di
               rispondere<lb/>alla domanda se Sesto leggesse direttamente l’opera di Timone ο lo
               conoscesse solo<lb/>attraverso la tradizione indiretta (biografica, grammaticale,
               scettica in senso proprio).<lb/>Occorre tener presente, in ogni caso, che una cosa
               non esclude l’altra.</note>.</p>
         <p rend="start">In <hi rend="it">PH</hi> il suo nome compare solo una volta, in un passo
               significativo<lb/>(<hi rend="smcap">i</hi> 223-224), ma la sua presenza in questo
            libro può essere ritenuta mag-<lb/>giore di quanto non risulti dalla sola menzione del
               nome<note xml:id="ftn94" place="foot" n="94">Oltre a <hi rend="it"><hi rend="it"
                  >PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 30, già commentato, va segnalato <hi rend="smcap">iii</hi>
               144, che riprende, con va-<lb/>rianti, <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vi</hi> 66; <hi rend="smcap">x</hi> 197 sgg.</note>.</p>
         <p rend="start">Uno dei passi dove è forse possibile ritrovare tracce non del tutto<lb/>evanescenti
            della sua presenza è <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 19-20 il cui argomento è εἰ ἀναι-<lb/>ροῦσι<note xml:id="ftn95"
               place="foot" n="95">Per il significato di ἀναιρεῖν, cfr. <hi rend="smcap"
                  >K. Janáček,</hi><hi rend="it"> Sextus Empiricus’ Sceptical<lb/>Methods</hi>, Praha
               1972, pp. 47-60.</note> τὰ φαινόμενα οἱ σκεπτικοί.</p>
<p rend="pb"><pb n="316" facs="Ele92_316.jpg"/></p>
<p rend="start">Dopo aver osservato che coloro i quali accusano gli Scettici di soppri-<lb/>mere i
            fenomeni non tengono conto della distinzione tra i fenomeni e<lb/>l’oggetto della
            ζήτησις scettica, Sesto aggiunge l’esempio del miele:</p>
         <p rend="start">οἷον &lt;ὅτι μὲν&gt; φαίνεται ἡμῖν γλυκάζειν τὸ μέλι (τοῦτο συγχωροῦμεν·<lb/>γλυκαζόμεθα γὰρ
            αἰσθητικῶς), εἰ δὲ καὶ γλυκὺ ἔστιν ὅσον ἐπὶ τῷ λόγῳ,<lb/>ζητοῦμεν<note xml:id="ftn96"
               place="foot" n="96">Non mi addentro nei numerosi problemi esegetici sollevati da
               questi para-<lb/>grafi; cfr. da ultimo <hi rend="smcap">J. Brunschwig,</hi><hi
                  rend="it"> La formule ὅσον ἐπί τῷ λόγῷ chez Sextus Empiri-<lb/>cus</hi>, in<hi
                  rend="it"> Le Scepticisme antique,</hi> cit., pp. 107-21, con ampia
            bibliografia.</note>.</p>
         <p rend="start">La frase richiama il fr. 74 Diels di Timone<hi rend="it">
            </hi>(<hi rend="it">ap.</hi> Diog. Laert. <hi rend="smcap">ix</hi> 105)<note
               xml:id="ftn97" place="foot" n="97">Cfr. <hi rend="smcap">F. Decleva</hi> C<hi
                  rend="smcap">aizzi,</hi><hi rend="it"> Timone di Fliunte cit.</hi>, p. 93.</note>:</p>
         <p rend="start">καὶ ἐν τοῖς Περὶ αἰσθήσεών φησι, "τὸ μέλι ὅτι ἐστὶ γλυκὺ οὐ τίθημι,<lb/>τὸ δ’ ὅτι
            φαίνεται ὁμολογῶ".</p>
         <p rend="start">Il verbo ὁμολογεῖν viene sostituito da συγχωρεῖν, mentre al posto<lb/>di οὐ τίθημι
            compare il tipico verbo scettico ζητεῖν. Questo scarto ter-<lb/>minologico mostra che le
            parole di Timone, così come le abbiamo in<lb/>Diogene Laerzio, erano fedeli
            all’originale. Una parafrasi della stessa<lb/>idea, dove l’esempio specifico del miele è
            scomparso, appare in Sesto<lb/>subito dopo nel contesto del capitolo sul criterio per
            l’agire (§ 22):</p>
         <p rend="start">διὸ περὶ μὲν τοῦ φαίνεσθαι τοῖον ἢ τοῖον τὸ ὑποκείμενον οὐδεὶς ἴσως<lb/>ἀμφισβητήσει,
            περὶ δὲ τοῦ εἰ τοιοῦτον ἔστιν ὁποῖον φαίνεται ζητεῖται.</p>
         <p rend="start">Nel passo di Diogene Laerzio che riporta il fr. di Timone, il contesto<lb/>generale in
            cui la citazione è inserita rivela che la probabile fonte di tutto<lb/>il materiale
            antico era Enesidemo. Nel caso di Sesto, nulla ci permette<lb/>di precisare quali siano
            le mediazioni; ma la seconda parte del capitolo<lb/>mi sembra degna di qualche
            attenzione, sia dal punto di vista del con-<lb/>tenuto, sia dal punto di vista
            linguistico (§ 20):</p>
         <p rend="start">ἐὰν δὲ καὶ ἄντικρυς κατὰ τῶν φαινομένων ἐρωτῶμεν λόγους, οὐκ<lb/>ἀναιρεῖν βουλόμενοι τὰ
            φαινόμενα τούτους ἐκτιθέμεθα, ἀλλ’ ἐπιδεικνύν-<lb/>τες τὴν τῶν δογματικῶν προπέτειαν· εἰ
            γὰρ τοιοῦτος ἀπατεών ἐστιν
</p>
<p rend="pb"><pb n="317" facs="Ele92_317.jpg"/></p>
<p>
            ὁ λόγος ὥστε καὶ τὰ φαινόμενα μόνον οὐχὶ τῶν ὀφθαλμῶν
            ἡμῶν ὑφαρ-<lb/>πάζειν, πῶς οὐ χρὴ ὑφορᾶσθαι αὐτὸν ἐν τοῖς ἀδήλοις, ὥστε μὴ
            κατα-<lb/>κολουθοῦντας αὐτώ προπετευέσθαι;</p>
         <p rend="start">Qui Sesto fa riferimento al fatto che talora gli Scettici argomentano<lb/><hi rend="it"
               >contro</hi> i fenomeni e precisa che questo avviene non per negarli ma
            per<lb/>mostrare la precipitazione dei dogmatici. Se la ragione è così
            ingannatrice<lb/>da sottrarci anche i fenomeni, tanto più infida sarà nel giudicare
            ciò<lb/>che è oscuro, e dunque non si dovrà darle credito precipitosamente. Di<lb/>quali
            dogmatici si tratta, e dunque di quali Scettici? I termini ὑφοράσθαι,<lb/>ἀπατεών e
            ὑφαρπάζειν sono<hi rend="it"> hapax</hi> in Sesto<note xml:id="ftn98" place="foot"
               n="98">Sesto usa invece con frequenza altri composti di ἁρπάζω: συναρπάζω (<hi
                  rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi><lb/>36, 57 ecc.), ἀναρπάζω <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 273.</note>, ma non rari né limitati<lb/>ad una determinata
            epoca; dunque di per sé contengono forse solo l’indi-<lb/>cazione che il brano ripete da
            vicino una fonte e non viene rielaborato<lb/>da Sesto. Per quanto riguarda il contenuto,
            viceversa, esso richiama<lb/>quanto Diog. Laert. <hi rend="smcap">ix</hi> 144 ci
            racconta di Timone:</p>
         <p rend="start">συνεχές τε ἐπιλέγειν εἰώθει πρὸς τοὺς τὰς αἰσθήσεις μετ’ ἐπιμαρτυροῦν-<lb/>τος τοῦ νοῦ
            ἐγκρίνοντας<lb/>"συνήλθεν ἀτταγᾶς τε καὶ νουμήνιος".<lb/>εἰώθει δὲ καὶ παίζειν τοιαῦτα.</p>
         <p rend="start">La più probabile interpretazione del verso, «un ladro dà una mano<lb/>a un altro ladro»
            presenta proprio l’idea, vagamente comica, di complicità<lb/>nel furto, ο nella
            “sottrazione sotto il naso” che ὑφαρπάζειν vuole convo-<lb/>gliare nel passo di Sesto. A
            stare alla terminologia usata, Timone sem-<lb/>brava aver di mira primariamente gli
            Epicurei; ma significativo è il fatto<lb/>che la sua polemica coinvolgeva non solo la
            ragione, ma anche le sensa-<lb/>zioni (entrambe “ladri”); dunque egli rientrava tra
            quegli Scettici di cui<lb/>si poteva dire che le mettevano in discussione, e rispetto ai
            quali Sesto<lb/>(o la sua fonte) sente il bisogno di precisare quale fosse il loro
            intento<lb/>per evitare equivoci e incomprensioni.</p>
         <p rend="start">
            </p>
<p rend="pb"><pb n="318" facs="Ele92_318.jpg"/></p>
<p rend="titlep"><hi rend="it">11. Pirrone, Timone e la grammatica (</hi>Μ<hi rend="it">
               <hi rend="smcap">i</hi>)</hi></p>
         <p rend="start">I §§ 1-8 di <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">ι</hi> hanno carattere introduttivo all’intero gruppo di
            libri<lb/>contro i cultori delle scienze (i §§ 1-40 riguardano la critica ai μαθήματα<lb/>in
            generale) e sono di particolare interesse in quanto contengono materiale<lb/>pirroniano
            antico, rispetto a cui Sesto dichiara la propria adesione (<hi rend="it"><hi rend="it"
               >M</hi></hi>
            <lb/><hi rend="smcap">i</hi> 7); vi è una tangibile differenza tra la parte espositiva —
            che può essere<lb/>accostata ad altre parti espositive contenute in Sesto — e quella
            argomen-<lb/>tativa, dove il tono diviene più impersonale e astratto.
            L’impostazione<lb/>del brano, il fatto che <hi rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
            <hi rend="smcap">ι</hi> (con <hi rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
            <hi rend="smcap">xi</hi>) contenga il maggior numero di<lb/>riferimenti nominativi ai
            primi Pirroniani, nonché alcuni cenni dello stes-<lb/>so Sesto, inducono a ritenere che
            il tema trattato appartenesse al nucleo<lb/>originario della tradizione ed avesse agli
            occhi dello scettico una notevole<lb/>importanza.</p>
         <p rend="start">Come all’inizio di <hi rend="it">PH</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi>, Sesto apre il discorso caratterizzando la posi-<lb/>zione dei
            Pirroniani rispetto ad una posizione superficialmente simile, ma<lb/>nella sostanza
            differente. In <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi> si introduce la distinzione tra
            Accademici<lb/>e Scettici, nei quali Sesto include anche se stesso, qui quella tra
            Epicurei<lb/>(οἱ περὶ Ἐπίκουρον) e Pirroniani (οἱ ἀπὸ τοῦ Πύρρωνος<note xml:id="ftn99"
               place="foot" n="99">È interessante il fatto che solo in <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> (§§ 1 e 5) Sesto usi l’espressione οἱ<lb/>ἀπὸ (τοῦ) Πύρρωνος.
               Abbiamo già visto che essa appare nel resoconto foziano di Ene-<lb/>sidemo. L’analisi
               che segue mostrerà che si tratta di materiale attinto a fonti abba-<lb/>stanza
               antiche, solo in parte pirroniane. Può darsi che questa locuzione conservi
               l’uso<lb/>della fonte (il riferimento a Epicuro rivela la presenza di fonti di tipo
                  biografico,<lb/>cfr.<hi rend="smcap"> Diog. Laert. χ</hi> 8). <hi rend="smcap">A.
                  Goedeckemeyer,</hi><hi rend="it"> Die Geschichte des griechischen
                  Skep-<lb/>tizismus</hi>, Leipzig 1906, p. 7 nota 6, osserva: «Wohl schon auf
               Pyrrho dürfen wir<lb/>des Sextus Bemerkung math. I 5 beziehen». L’analisi i cui
               risultati sono presentati<lb/>in questo paragrafo mi ha portato a correggere alcuni
               giudizi che avevo espresso a<lb/>suo tempo (<hi rend="it">Prolegomeni ad una raccolta
                  delle fonti relative a Pirrone di Elide</hi>, in<hi rend="it"> Lo<lb/>scetticismo
                  antico</hi>, Atti del Convegno organizzato dal Centro di Studio del
               pensiero<lb/>antico del C.N.R., Roma 5-8 nov. 1980, a cura di<hi rend="smcap"> G.
                  Giannantoni</hi> (“Elenchos”,<lb/><hi rend="smcap">vi</hi>), Napoli 1981, pp.
               93-128, e<hi rend="it"> Pirrone. Testimonianze,</hi> cit.).</note>) nei
            quali<lb/>Sesto non include, per il momento, se stesso. Essi hanno in comune
            la<lb/>polemica (ἀντίρρησιν) contro i “professori” (οἱ ἀπὸ τῶν μαθημάτων), ma<lb/>tale
            polemica non muove dalla stessa disposizione mentale (διάθεσις).</p>
         <p rend="start">Si adducono quattro ragioni per la posizione epicurea: [1] le scienze<lb/>non servono
            alla perfetta sapienza; [2] si tratta, secondo l’ipotesi di alcuni
</p>
<p rend="pb"><pb n="319" facs="Ele92_319.jpg"/></p>
<p>
            (ὥς τινες
            εἰκάζουσι), di un modo per nascondere la propria incultura; [3]<lb/>forse (τάχα δέ)
            causa è l’ostilità verso filosofi colti come Platone e Aristo-<lb/>tele; [4] non è
            escluso (οὐκ ἀπέοικε) che abbia pesato anche l’inimicizia<lb/>verso Nausifane, discepolo
            di Pirrone, abile retore di cui Epicuro fu disce-<lb/>polo, ma rispetto al quale volle
            dirsi autodidatta, denigrando le arti in<lb/>cui questi era esperto (segue la citazione
            della lettera ai filosofi di Mitilene<lb/>con gli attacchi a Nausifane).</p>
         <p rend="start">Delle ragioni addotte, solo la prima non è accompagnata da espres-<lb/>sioni di cautela:
            evidentemente essa si fondava su affermazioni esplicite<lb/>contenute in scritti di
            Epicuro.</p>
         <p rend="start">Da notare in questo brano (e nel libro <hi rend="smcap">i</hi> in genere) l’ampia
            raccolta<lb/>di materiale su Epicuro, e, per quanto riguarda la menzione di
            Pirrone,<lb/>il fatto che essa è inserita in un contesto che sembra stridere con la
            pre-<lb/>messa, cioè la polemica pirroniana contro le scienze: Pirrone viene
            infatti<lb/>detto maestro di Nausifane, il quale si distinse proprio nelle stesse
            scienze<lb/>contro cui i Pirroniani rivolgono i loro attacchi.</p>
         <p rend="start">Questo può essere spiegato in due modi (forse non incompatibili tra<lb/>loro): primo,
            Sesto trova la menzione di Pirrone nella fonte da cui trae<lb/>le informazioni su
            Epicuro, e la riporta senza porsi problemi. Secondo,<lb/>il fatto che un uditore di
            Pirrone coltivasse le scienze, e specialmente<lb/>la retorica, costituisce un’indiretta
            riprova dell’atteggiamento pirroniano<lb/>e della profonda differenza rispetto ad
            Epicuro: non si tratta di un rifiuto<lb/>per incultura (cfr. [2]) né di ostilità
            preconcetta (cfr. [3]).</p>
         <p rend="start">A partire dal § 5, Sesto contrappone punto per punto alla posizione<lb/>epicurea quella
            pirroniana: [1] sostenere che le scienze non giovano alla<lb/>sapienza sarebbe
            dogmatico; [2] l’incultura non c’entra: i Pirroniani sono<lb/>educati e più esperti
            degli altri filosofi; inoltre non si curano dell’opinione<lb/>altrui; [3] non provano
            ostilità verso nessuno (questo vizio è incompatibile<lb/>con la loro πραότης)<note
               xml:id="ftn100" place="foot" n="100">Si deve notare che non viene ripreso
               specificamente il tema di Nausifane<lb/>(forse riassorbito sotto la rubrica
               “ostilità”).</note>.</p>
         <p rend="start">Segue l’esperienza provata nei confronti delle scienze, analoga a<lb/>quella verso tutta
            la filosofia (πόθος τοῦ τυχεῖν τῆς ἀληθείας<note xml:id="ftn101" place="foot" n="101"
               >Cfr. <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap"> ι</hi> 42-43 per la grammatica;<hi rend="smcap"> ii</hi> 97 per la
               retorica, nonché<hi rend="smcap"> Timon</hi>. fr.<lb/>54, 1 su Platone, con il
               commento di <hi rend="smcap">M. Di</hi>
               <hi rend="smcap">Marco,</hi><hi rend="it"> Timone cit</hi>., p. 236.</note>).
            Il<lb/>passo costituisce un significativo parallelo a <hi rend="it"><hi rend="it"
               >PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 12.</p>
<p rend="pb"><pb n="320" facs="Ele92_320.jpg"/></p>
<p rend="start">Dopo aver parlato dell’esperienza dei Pirroniani, Sesto dichiara espli-<lb/>citamente la
            propria adesione all’indirizzo con parole che mostrano come<lb/>quanto precede sia la
            descrizione di filosofi lontani nel tempo, storica-<lb/>mente determinati<note
               xml:id="ftn102" place="foot" n="102">Analogamente a M <hi rend="smcap">ix</hi> 1
               sgg., sugli Accademici.</note> (§ 7):</p>
         <p rend="start">διόπερ καὶ ἡμεῖς τὴν αὐτὴν τούτοις ἀγωγὴν μεταδιώκοντες πειρασώμεθα<lb/>χωρὶς φιλονεικίας τὰ
            πραγματικῶς λεγόμενα πρὸς αὐτὰ ἐπιλεξάμενοι θεῖναι.</p>
         <p rend="start">Vi sono poi alcuni aspetti stilistici degni di rilievo:
             <list type="simple">
            <item> — il rarissimo verbo εἰκοβολέω, usato per sottolineare l’aspetto con-<lb/>getturale
               delle ipotesi sull’atteggiamento epicureo contro le scienze<note xml:id="ftn103"
                  place="foot" n="103">Cfr. <hi rend="it">Μ </hi><hi rend="smcap">vii</hi> 323:
               εὐεπηβολωτέρους.</note>;</item>
            <item> — il termine πολυπειρότατοι, usato per caratterizzare i Pirroniani,<lb/>torna
                  solo<note xml:id="ftn104" place="foot" n="104">A parte le citazioni del proemio di
                  Parmenide e il commento relativo, in<lb/><hi rend="it">Μ</hi>
                  <hi rend="smcap">vii</hi> 111 sgg.</note> in <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vii</hi> 323 (da Asclepiade);</item>
            <item> — οὐκ ἀπέοικεν ritorna in <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 282, dove Sesto rinvia, a proposito<lb/>di Pirrone, a ragioni
               esposte in un’altra sua opera; in <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">viii</hi> 481, epilogo<lb/>del libro, con il paragone della scala;
               in <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vii</hi> 322 subito prima di intro-<lb/>durre la citazione da
                  Asclepiade<note xml:id="ftn105" place="foot" n="105">Si noti che οἱ περὶ τὸν
                  Ἀσκληπιάδην sono citati anche in <hi rend="it">Μ</hi>
                  <hi rend="smcap">i</hi> 47. Non so<lb/>ancora dire se questo possa essere
                  significativo quanto alla fonte di Sesto.</note>; e in <hi rend="smcap">vii</hi>
               329, passi dal cui insieme<lb/>risulta che l’espressione sembra in genere indicare
               l’inserzione di un pa-<lb/>rere di Sesto;</item>
            <item> — πραότης è<hi rend="it"> hapax</hi> in Sesto<note xml:id="ftn106" place="foot"
                  n="106">Cfr. solo <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
                  <hi rend="smcap">i</hi> 70, πράως, del cane, nella digressione alla fine del
                  primo<lb/>tropo (cfr.<hi rend="it"> supra</hi>,<hi rend="it">
                  </hi>nota 59).</note>, ma si tratta di un termine legato<lb/>allo scetticismo,
               come risulta da Diog. Laert. <hi rend="smcap">ix</hi> 108 dove si dice che
               alcuni<lb/>Scettici pongono come fine l’impassibilità, altri la mitezza
                  (πραότης)<note xml:id="ftn107" place="foot" n="107">Cfr.<hi rend="smcap">
                     Gal.</hi><hi rend="it"> subfig. emp.</hi> p. 64,<hi rend="smcap"> 13</hi>
                  Bonnet = Pirrone Test. 68:<hi rend="it"> Sed Piron quem<lb/>laudai (scil.
                     Minodotus) non erat talli sed quietus quidam et mansuetus videlicet
               etc.</hi></note>.<lb/>Sesto ne riprende il concetto nell’espressione χωρὶς
               φιλονεικίας in <hi rend="smcap">i</hi> 7,<lb/>che si contrappone a δυσμένεια, che
               compare in Sesto solo in questo<lb/>passo.</item>
         </list>
         </p>
<p rend="pb"><pb n="321" facs="Ele92_321.jpg"/></p>
<p rend="start">Il brano è dunque stilisticamente interessante per l’uso di termini<lb/>rari, presenta,
            sul piano concettuale, dei paralleli con <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> e sembra impli-<lb/>care la mescolanza tra fonti epicuree e
            tradizione pirroniana antica non-<lb/>ché un intervento personale di Sesto nel
            rielaborare il materiale.</p>
         <p rend="start">Qualcosa di più preciso è possibile dire analizzando le parti succes-<lb/>sive dove
            ritorna l’accostamento tra Pirrone ed Epicuro (<hi rend="smcap">i </hi>272 sgg.).</p>
         <p rend="start">Per valutare la testimonianza su Pirrone è necessario riassumere bre-<lb/>vemente le
            linee generali di questa parte del trattato.</p>
         <p rend="start">I grammatici sostengono che senza l’arte non si può comprendere<lb/>ciò che i poeti
            dicono; posto che la poesia è utile per la vita e la felicità,<lb/>tale è anche la
            grammatica. I filosofi adducono a suffragio delle proprie<lb/>tesi versi poetici; che
            altri filosofi lo facciano non stupisce; ma, tra i filo-<lb/>sofi, anche coloro che
            attaccarono la grammatica, Pirrone ed Epicuro,<lb/>riconobbero la necessità della
            poesia; Pirrone leggeva Omero, Epicuro ha<lb/>rubato (§ 273: φωρᾶται [...] ἀνηρπακώς) il
            meglio delle sue teorie ai<lb/>poeti; seguono versi omerici contenenti teorie riprese da
            Epicuro (§§ 273-<lb/>274). Nei §§ 275-276, a riprova dell’utilità della grammatica, si
            cita<lb/>l’episodio dei Lebedi che litigavano coi vicini per Camandoto e
            l’amba-<lb/>sceria di Sostrato da Tolemeo (cfr. § 293).</p>
         <p rend="start">Segue la replica di Sesto che consta di vari gruppi di argomenti:
             <list type="simple">
            <item>(1) §§ 276-280: ammettiamo che i poeti siano utili alla vita: non<lb/>hanno bisogno
               dei grammatici come interpreti<note xml:id="ftn108" place="foot" n="108">A conferma
                  Sesto scrive: (a) le cose utili scritte dai poeti (γνῶμαι, esorta-<lb/>zioni,
                  ecc.) sono chiare; (b) per essere dimostrata vera, un’asserzione gnomica
                  richiede<lb/>non il grammatico, ma il filosofo; (c) se anche i grammatici sono
                  utili allorché i poeti<lb/>esprimono concetti utili, non lo saranno allorché
                  esprimono sentimenti, ο cose nocive<lb/>alla vita; (d) in questo caso la
                  distinzione tra utile e non utile spetta al filosofo,<lb/>non al
               grammatico.</note>.</item>
            <item>(2) §§ 280-281: in realtà, i veri filosofi non si servono dei poeti<lb/>che dicono
               cose contrarie tra loro — come spesso fanno, del resto, anche<lb/>i filosofi.</item>
            <item>(3) Degli accusatori della grammatica, Pirrone (§ 281) leggeva Omero<lb/>non per la
               ragione addotta ma<hi rend="it"> forse</hi> (τάχα) per diletto come se
               ascoltasse<lb/>dei comici;<hi rend="it"> forse</hi> per interesse per le forme e i
               modi poetici perché era<lb/>egli stesso poeta;<hi rend="it"> forse</hi> per altre
               ragioni περὶ ὧν ἐν τοῖς Πυρρωνείοις<lb/>διεξήλθομεν.</item>
            <item>(4) Quanto a Epicuro ecc. (§ 283).</item>
         </list>
         </p>
<p rend="pb"><pb n="322" facs="Ele92_322.jpg"/></p>
<p rend="start">Interessante è il fatto che agli argomenti addotti dai grammatici in<lb/>favore della
            propria arte (fra cui quello che persino detrattori della gram-<lb/>matica come Pirrone
            ed Epicuro utilizzavano i poeti), probabilmente rea-<lb/>gendo contro attacchi scettici
            ed epicurei, si contrappongono controargo-<lb/>menti in buona parte di fonte epicurea
            (questo risulta dal § 299: τὰ μὲν<lb/>οὖν ὑπό τῶν ἄλλων λεγόμενα κατὰ τὸν τόπον, καὶ μάλιστα
            τῶν<lb/>Ἐπικουρείων, ἐστί τοιαῦτα); seguono poi argomentazioni
            propriamente<lb/>scettiche (ἡμεῖς δὲ μηδὲν κατειπόντες τῆς ποιητικῆς ἄλλως ποιώμεθα<lb/>τὰς
            ἀντιρρήσεις). L’esplicita dichiarazione di Sesto di dipendere dagli<lb/>Epicurei spiega
            il carattere degli argomenti, e non indica adesione di<lb/>Sesto a ciò che dice, né, a
            maggior ragione, simpatia per Epicuro.</p>
         <p rend="start">Il discorso su Pirrone mostra invece l’intervento di Sesto in prima<lb/>persona (cfr. le
            sue predilette formule di cautela: “forse” ecc.), che di-<lb/>chiara di essersi occupato
            altrove più ampiamente del problema. È eviden-<lb/>te che l’interesse di Pirrone per i
            poeti, certamente attestato dalle fonti<lb/>biografiche (cfr. Diog. Laert. <hi
               rend="smcap">ix</hi> 67 = Test. 20) aveva suscitato problemi<lb/>ed era indizio di
            una relazione particolare tra pirronismo antico e poe-<lb/>sia<note xml:id="ftn109"
               place="foot" n="109">La relazione tra pirronismo e poesia è attestata anche
               dall’epigrafe già ci-<lb/>tata<hi rend="it">
               </hi>(<hi rend="it">supra</hi>, nota 73) sul Πυρρωνιαστής Menecles.</note>, che
            meritava ai suoi occhi una discussione particolare. A questo<lb/>si deve aggiungere il
            fatto che almeno due opere importanti su Pirrone<lb/>ο a lui ispirate,<hi rend="it">
               Silli</hi> e<hi rend="it"> Indalmi,</hi> erano scritte in poesia.</p>
         <p rend="start">Questo può spiegare anche come mai per ben due volte Sesto ribadisca<lb/>di non
            coinvolgere nella sua ἀντίρρησις la poesia come tale (cfr. § 278:<lb/>ἵνα συνδράμωμεν
            αὐτοῖς μηδὲν ποιητικῆς κατειπόντες, § 299: ἡμεῖς δὲ,<lb/>μηδὲν κατειπόντες τῆς
            ποιητικῆς). Ε probabile che il problema della poesia<lb/>fosse trattato più ampiamente
            ἐν τοῖς Πυρρωνείοις citati al § 282<note xml:id="ftn110" place="foot" n="110">Secondo
                  <hi rend="smcap">J. Blomqvist,</hi><hi rend="it"> Die Skeptika des Sextus
                  Empiricus</hi>, cit., pp.<hi rend="smcap"> 12-3,</hi> si<lb/>deve pensare alla
               parte perduta degli Σκεπτικά di cui abbiamo i libri <hi rend="smcap">vii-xi</hi>.
               Questo<lb/>sembra confermato dal rinvio, in <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vi </hi>66, ad opera con lo stesso titolo, che
               sembra<lb/>corrispondere a <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">x</hi> 197.</note>.</p>
         <p rend="start">Torniamo ora indietro, a <hi rend="it"><hi rend="it">M</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 44, dove, iniziando la critica contro<lb/>i grammatici, Sesto
            distingue preliminarmente i significati di grammatica:<lb/>quello generale, comunemente
            detto grammatistica, che riguarda la cono-<lb/>scenza delle lettere alfabetiche
            (grammatica elementare) e quello speciale,<lb/>che si riferisce all’arte di Cratete, di
            Aristofane e di Aristarco.</p>
<p rend="pb"><pb n="323" facs="Ele92_323.jpg"/></p>
<p rend="start">A riprova che tutti sono d’accordo sull’utilità della grammatistica,<lb/>che non sarà
            dunque oggetto di ἀντιλογία, Sesto cita l’affermazione di<lb/>Epicuro (§ 49: ἐν [...] τῷ
            Περὶ δώρων καὶ χάριτος), che i sapienti devono<lb/>apprendere le lettere. Al § 50,
            introdotto dalla tipica locuzione ἄλλως,<lb/>εἴπαμεν ἂν ἡμεῖς (cfr. § 299), Sesto
            introduce un passo in cui si mostra<lb/>che la grammatistica è utile non solo ai
            sapienti ma a tutti gli uomini.</p>
         <p rend="start">fine di ogni arte è di essere utile (εὔχρηστον) alla vita: esse furono<lb/>trovate
            principalmente ο per allontanare le cose spiacevoli (ad esempio<lb/>la medicina), ο per
            procurare cose utili (ad esempio la navigazione). La<lb/>grammatica cura l’oblio e
            contiene la memoria, senza la quale non è possi-<lb/>bile né insegnare né imparare. E in
            ogni caso, neppure se lo volessimo<lb/>potremmo eliminarla senza incorrere nella
            περιτροπή (οὐδὲ θελήσαντες<lb/>ταύτην δυνησόμεθα ἀπεριτρέπτως ἀνελεῖν); perché anche
            l’insegnamento<lb/>che la grammatica è inutile dovrebbe servirsi di questa, e dunque
            essa<lb/>sarebbe nello stesso tempo anche utile.</p>
         <p rend="start">Segue la citazione del fr. 61 Diels di Timone, definito ὁ προφήτης<lb/>τῶν Πύρρωνος λόγων,
            accompagnato dall’osservazione che qualcuno po-<lb/>trebbe interpretare questi versi in
            senso opposto, cioè come una critica<lb/>ad ogni tipo di grammatica; quindi, Sesto
            espone l’interpretazione che<lb/>ritiene corretta. Ciò che Timone dice è che chi abbia
            imparato a leggere<lb/>e scrivere non ha bisogno della grammatica, cioè di un’arte
            πέρπερον καὶ<lb/>περιεργοτέραν<note xml:id="ftn111" place="foot" n="111">II primo aggettivo è
                  un<hi rend="it"> hapax</hi> in Sesto; il secondo ha un significato ben<lb/>preciso
               e costante: cfr.<hi rend="it"> supra</hi>, nota 1.</note>.</p>
         <p rend="start">La spiegazione successiva richiama <hi rend="it">ΡΗ</hi> <hi rend="smcap">i</hi> 23, mentre la
            qualificazione<lb/>dei grammatici gonfi di vanità (τετυφωμένοι) richiama <hi rend="it"
                  ><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 62, passo<lb/>che ho già brevemente esaminato sopra (§ 5, (II)).
            Il vocabolo appare<lb/>solo in questi due passi<note xml:id="ftn112" place="foot"
               n="112"><hi rend="it">PH</hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> 193 non è significativo.</note>.</p>
         <p rend="start">Dunque, Sesto presenta la posizione pirroniana sulla grammatica<lb/>in modo
            sostanzialmente difensivo (come avviene per altri aspetti dello<lb/>scetticismo
            pirroniano in <hi rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi>), cioè precisando, contro presumibili at-<lb/>tacchi avversari,
            che lo scettico si guarda bene dal contestare l’utilità<lb/>della grammatica e che chi
            adduce i versi di Timone non li interpreta<lb/>correttamente.</p>
<p rend="pb"><pb n="324" facs="Ele92_324.jpg"/></p>
<p rend="start">È altamente probabile che gli avversari avessero attaccato la posi-<lb/>zione scettica
            come autocontradittoria e avessero addotto la citazione di<lb/>Timone a conferma del
            fatto che Pirrone attaccava la grammatica.</p>
         <p rend="start">Il problema del ruolo di Timone nei confronti del maestro è partico-<lb/>larmente
            delicato per la ricostruzione delle prime fasi del pirronismo e<lb/>non intendo
            risollevarlo in questa sede; in particolare, non sappiamo come<lb/>Timone presentò se
            stesso in relazione al maestro, ma credo si possa affer-<lb/>mare con certezza, alla
            luce dell’analisi complessiva del passo, che l’e-<lb/>spressione ὁ προφήτης τῶν Πύρρωνος
            λόγων (sia che fosse stata usata<lb/>da Timone per se stesso oppure, più probabilmente,
            che non lo fosse<lb/>stata) era contenuta nella fonte ostile<note xml:id="ftn113"
               place="foot" n="113">Dunque il vocabolo non è tardo, né deve essere spiegato alla
               luce del tardo<lb/>significato, come avevo a torto sostenuto in<hi rend="it">
                  Pirrone. Testimonianze</hi>, cit., comm. a<lb/>Test. 45 e<hi rend="it">
                  Prolegomeni cit.</hi>, p. 111; si veda anche<hi rend="smcap"> M. Di Marco,</hi><hi rend="it"> Timone cit.</hi>, p. 12<lb/>nota
            53.</note>, che si serviva di questo con-<lb/>cetto per mostrare che la tesi di Timone
            poteva dirsi rappresentativa<lb/>dell’indirizzo come tale.</p>
         <p rend="start">L’argomento che mi pare decisivo a favore dell’ipotesi che la defini-<lb/>zione fosse
            citata dall’avversario è il fatto che essa serviva proprio a fon-<lb/>dare la περιτροπή:
            colui che polemizza contro la grammatica è “interprete<lb/>dei discorsi di Pirrone”,
            cioè fa esattamente quello che condanna nel mo-<lb/>mento in cui attacca la grammatica.</p>
         <p rend="start">Il vocabolo προφήτης ha dunque il significato che doveva essere<lb/>quello grammaticale
            corrente in età alessandrina, cfr. § 279: ἡ προφῆτις<lb/>γραμματικὴ αὐτῶν (cioè: la
            grammatica “interprete” dei poeti). Se si<lb/>attribuisce a Sesto, ο comunque a un
            pirroniano tardo, l’epiteto di Ti-<lb/>mone va perduta la<hi rend="it"> pointe</hi>
            dell’argomento.</p>
         <p rend="start">È plausibile che gli avversari siano dei grammatici (III/II a.C.; si<lb/>noti che gli
            esempi addotti risalgono alla prima età ellenistica) e che Sesto<lb/>tenga conto, nella
            replica, anche di materiale epicureo (quello stesso che<lb/>utilizzerà ampiamente più
            avanti). A questo però egli aggiunge materiale<lb/>schiettamente “pirroniano”, come
            risulta dallo stacco netto con cui inseri-<lb/>sce, dopo la citazione di Epicuro, gli
            argomenti scettici<note xml:id="ftn114" place="foot" n="114">Diversamente<hi
                  rend="smcap"> M. Gigante,</hi><hi rend="it"> Scetticismo e Epicureismo</hi>,
               (“Elenchos”, <hi rend="smcap">iv</hi>), Na-<lb/>poli 1981, pp. 187 sgg.</note>, anche
            se non
</p>
<p rend="pb"><pb n="325" facs="Ele92_325.jpg"/></p>
<p>
            appare agevole stabilire a chi precisamente esso risalga. Si tratta in
            ogni<lb/>caso di un pirronismo che ha elaborato la distinzione tra arti utili e
            non,<lb/>influenzato dalla medicina, e pronto a difendersi da attacchi avversari.</p>
         <p rend="start">Se, come ha osservato giustamente Di Marco<note xml:id="ftn115" place="foot" n="115"><hi
                  rend="it"> Timone cit.</hi>,<hi rend="it">
               </hi>p. 259.</note>, l’affermazione<lb/>contenuta nei versi di Timone «si lascia
            facilmente interpretare in chiave<lb/>di frecciata polemica contro le eccessive
            sottigliezze cui erano giunti gli<lb/>studi grammaticali al suo tempo»<note
               xml:id="ftn116" place="foot" n="116">Cfr. l’attività grammaticale degli Stoici; la
               polemica di Timone contro i<lb/>correttori di Omero,<hi rend="smcap"> Diog. Laert. ix
                  113;</hi> l’ironica descrizione degli eruditi del Mu-<lb/>seo di Alessandria,
                  fr.<hi rend="smcap"> 12</hi> Diels e<hi rend="it">
               </hi>l’<hi rend="it">Introduzione</hi> di Di Marco all’edizione dei<hi rend="it">
                  Silli.</hi></note>, non risulta però da nessuna parte<lb/>che la distinzione fra
            grammatica elementare e grammatica erudita risa-<lb/>lisse già a Pirrone. A lui viene
            attribuita solo l’ostilità alla grammatica<lb/>in generale — sulla base, probabilmente,
            dei versi di Timone sopra ci-<lb/>tati — e l’interesse per la poesia. L’insieme delle
            due cose poteva prestar<lb/>fianco all’accusa di incoerenza.</p>
         <p rend="start">Alla luce delle varie testimonianze offerte da <hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi>, si può a questo<lb/>punto ricostruire almeno nelle linee
            generalissime il quadro d’insieme.</p>
         <p rend="start">Timone prese posizione sull’attività erudita e troppo sottile dei gram-<lb/>matici,
            polemizzando con gli Alessandrini e accennando a questo anche<lb/>nei<hi rend="it">
               Silli.</hi> Gli avversari (grammatici?) presero spunto da questa polemica<lb/>per
            considerare il pirronismo (Timone “interprete di Pirrone”) fra gli av-<lb/>versari della
            grammatica e accomunarlo all’altra corrente ostile contempo-<lb/>ranea, l’epicureismo.
            Essi per un verso accusarono la posizione scettica<lb/>di autocontraddizione, per altro
            verso sottolinearono il fatto che Pirrone,<lb/>pur avverso alla grammatica (come risulta
            da Timone) si interessava di<lb/>poesia e dunque la riteneva utile.</p>
         <p rend="start">Più tardi (non sono attualmente in grado di dire quando) i Pirroniani<lb/>chiarirono la
            posizione scettica accogliendo la distinzione tra grammatica<lb/>e grammatistica e
            teorizzando la funzione di quest’ultima in parallelo a<lb/>quella delle arti utili per
            la vita. Su questa distinzione si fonda la corretta<lb/>esegesi di ciò che Timone aveva
            detto (a chiunque essa risalga).</p>
         <p rend="start">Si potrebbe pensare che questo materiale fosse raccolto da autori<lb/>che si occuparono
            di Timone (per esempio i commentatori della sua opera,<lb/>come Sozione ο Apollonide,
            se, come è probabile, si trattava di commenti
</p>
<p rend="pb"><pb n="326" facs="Ele92_326.jpg"/></p>
<p>
            di stampo prevalentemente erudito);
            Sesto cercò di chiarire il perché del-<lb/>l’interesse di Pirrone per la poesia e
            probabilmente la sua compatibilità<lb/>con la posizione scettica. Il riferimento ad una
            trattazione più ampia del<lb/>problema mostra che si trattava di argomenti che lo
            interessavano partico-<lb/>larmente.</p>
         <p rend="start">È naturale anche in questo caso presupporre un’esegesi contraria e<lb/>polemica verso
            l’indirizzo. Non si deve trascurare il fatto già accennato<lb/>che l’opera di Timone era
            stata commentata (Sozione, Apollonide di Nicea,<lb/>fonte di Diogene Laerzio, del I
            d.C.), e dunque era oggetto di attenzione<lb/>da parte di eruditi e grammatici ancora
            agli inizi dell’età imperiale. Ciò<lb/>poteva essere sufficiente per giustificare una
            trattazione elaborata sul pirro-<lb/>nismo nell’ambito del dibattito pro ο contro la
            grammatica.</p>
         <p rend="start">Che i testi della tradizione pirroniana più antica passassero, proprio<lb/>in quanto
            scritti in versi, attraverso l’esegesi dei grammatici, è confermato<lb/>da <hi rend="it"
                  ><hi rend="it">M</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 305, dove Sesto riporta alcuni versi con i quali Timone
               descriveva<lb/>Pirrone<note xml:id="ftn117" place="foot" n="117">Test. 61 Caizzi<hi
                  rend="it">
               </hi>(<hi rend="it">partim</hi>).</note>; il taglio della citazione e il contesto
            mostra che egli è spinto<lb/>da una duplice esigenza: quella di mostrare che i
            grammatici non sono<lb/>in grado di interpretare correttamente le parole dei filosofi, e
            di offrire<lb/>nel contempo un’interpretazione di ciò che Timone aveva detto,
            nel-<lb/>l’alveo dell’ortodossia pirroniana.</p>
         <p rend="start">A partire dal § 299, iniziano gli attacchi propriamente scettici contro<lb/>la capacità
            diagnostica della grammatica<note xml:id="ftn118" place="foot" n="118">[...] τὰ μὲν οὖν
               ὑπὸ τῶν ἄλλων λεγόμενα κατὰ τὸν τόπον, καὶ μάλιστα τῶν<lb/>Ἐπικουρείων, ἐστὶ τοιαῦτα·
               ἡμεῖς δὲ μηδὲν κατειπόντες τῆς ποιητικῆς ἄλλως ποιώμεθα<lb/>τὰς ἀντιρρήσεις πρὸς τοὺς
               ἀξιοῦντας γραμματικὴν ἔχειν τέχνην τῶν παρὰ ποιηταῖς καὶ<lb/>συγγραφεῦσι λεγομένων
               διαγνωστικήν.</note>. Sesto mostrerà che il gram-<lb/>matico non comprende né ciò di
            cui si parla, né le parole, né entrambe<lb/>le cose<note xml:id="ftn119" place="foot"
               n="119">Basti notare brevemente, su questa parte, che: gli autori di cui sono
               citati<lb/>dei versi sono tutti di età ellenistica (il più recente, Archimede, è solo
               menzionato<lb/>con Eudosso come esempio di matematico); Diodoro Crono è citato in <hi
                  rend="it"><hi rend="it">PH</hi></hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 234;<lb/><hi rend="smcap">ii</hi> 110; 242; <hi rend="it"
               >Μ</hi>
               <hi rend="smcap">x</hi> 48; la discussione sul significato di οὐδέν μᾶλλον è
               esplicitata in<lb/><hi rend="it">PH</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 191; il passo su Empedocle richiama <hi rend="it">Μ</hi>
               <hi rend="smcap">vii</hi> 92, 101 ecc.; il testo contiene nume-<lb/>rosi<hi rend="it"
                  > hapax</hi> (per Sesto): § 303: ἀλαζονείαν (cfr. soltanto <hi rend="smcap"
               >ii</hi> 20, τοὺς ἐν λόγοις ἀλαζονευ-<lb/>σαμένους); ὑπεροψίαν; ἀνεπιθώλητον.</note>.</p>
<p rend="pb"><pb n="327" facs="Ele92_327.jpg"/></p>
<p rend="start">Per quanto riguarda Timone, l’esegesi banale e superficiale dei gram-<lb/>matici (per i
            quali la similitudine tra Pirrone e il sole sarebbe istituita<lb/>κατὰ τιμὴν [...] καὶ
            διὰ τὴν περὶ τὸν φιλόσοφον ἐπιφάνειαν) dovrà essere<lb/>sostituita da una più profonda
            non appena ci si renderà conto che il para-<lb/>gone così inteso porrebbe ciò che Timone
            dice di Pirrone in contrasto<lb/>con la dottrina scettica; il sole verrebbe infatti a
            simboleggiare ciò che<lb/>illumina cose non viste in precedenza, mentre Pirrone fa
            discendere nel-<lb/>l’oscurità anche le cose prima ritenute chiare. Ma chi consideri la
            cosa<lb/>in modo più filosofico, continua Sesto, comprenderà il vero messaggio<lb/>di
            Timone: Pirrone “sospende” (ἐπέχειν; ο forse meglio, “fa sospendere”,<lb/>con valore
            causativo); allo stesso modo che il sole oscura la vista di chi<lb/>lo fissa
            direttamente, il<hi rend="it"> logos</hi> scettico confonde (συγχεῖ) l’occhio di
            chi<lb/>lo guarda attentamente così da indurlo a ἀκαταληπτεῖν (cfr. <hi rend="it"><hi
                  rend="it">PH</hi></hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 201;<lb/><hi rend="it">Μ</hi>
            <hi rend="smcap">v</hi> 51) su ciò che l’audacia dei dogmatici pone. Pirrone diventa
            così<lb/>il puro simbolo dello σκεπτικὸς λόγος<note xml:id="ftn120" place="foot" n="120"
               >Sulla forzatura dell’interpretazione offerta da Sesto rispetto
               all’originario<lb/>significato dei versi di Timone, cfr.<hi rend="it"> Pirrone.
                  Testimonianze</hi>, cit., p. 255 e il commento<lb/>a Test. 61.</note>.</p>
         <p rend="start">Interessante è il fatto che anche qui l’esegesi che Sesto presenta dei<lb/>versi di
            Timone ha un’intonazione difensiva: lo scopo generale è di far<lb/>rientrare il passo
            nella tradizione pirroniana così come Sesto la accoglie<lb/>e presenta e di sottrarre
            armi alle accuse di incoerenza ο a critiche del<lb/>tipo di quella che leggiamo in
               Aristocle<note xml:id="ftn121" place="foot" n="121">Eus.<hi rend="it"> praep.
               evang.</hi>
               <hi rend="smcap">xiv</hi> 18, 6: «e perché Timone attacca tutti gli altri, e
               loda<lb/>solo Pirrone?»; § 15: «Quello stesso straordinario Pirrone», «divenne
               ammiratore<lb/>di Pirrone»; § 17: «non vi sarebbe ragione di ammirare Pirrone»; cfr.
               anche § 12,<lb/>su Enesidemo.</note> e Galeno<note xml:id="ftn122" place="foot"
               n="122"><hi rend="it"> De optimo generi docendi</hi>, p. 107: Barigazzi (<hi
                  rend="it">C.M.G.</hi> V. I, 1) ὁ θαυμαστὸς Φα-<lb/>βωρῖνος κτλ.</note>, secondo
            cui lo<lb/>scetticismo è incompatibile con figure di saggi ο di maestri.</p>
      </body>
   </text>
</TEI>
