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            <title>SESTO, PLATONE, L’ACCADEMIA ANTICA E I PITAGORICI</title>
            <author>
               <name>Margherita</name>
               <surname>Isnardi Parente</surname>
            </author>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>ILIESI-CNR</authority>
            <availability>
               <p>Biblioteca digitale Progetto Agora</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
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            <bibl>
               <title level="m">SESTO, PLATONE, L’ACCADEMIA ANTICA E I PITAGORICI</title>
               <author>Margherita Isnardi Parente</author>
               <title level="a">Elenchos. Rivista di studi sul pensiero antico</title>
               <publisher>Bibliopolis</publisher>
               <editor/>
               <pubPlace>Napoli</pubPlace>
               <idno type="isbn"/>
               <biblScope>Anno XIII - 1992, Fasc. 1-2, pp. 119-167</biblScope>
               <date/>
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         <titlePage>
            <docAuthor>Margherita Isnardi Parente</docAuthor>
            <docTitle>
               <titlePart>SESTO, PLATONE, L’ACCADEMIA ANTICA E I PITAGORICI</titlePart>
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      </front>
      <body>
<p rend="pb"><pb n="121" facs="Ele92_121.jpg"/></p>

         <p rend="start">Questo contributo non si ripromette di esaurire il problema del riferi-<lb/>mento e
            della polemica di Sesto Empirico a proposito di Platone ο dei<lb/>Pitagorici. Suo scopo
            è esaminare una serie di passi importanti in ordine<lb/>a questo problema, sperando di
            portare qualche certezza ulteriore, ο alme-<lb/>no qualche ipotesi plausibile, in una
            materia che è della più grande proble-<lb/>maticità, e che ci pare vada riesaminata
            prescindendo da qualsiasi presup-<lb/>posto dogmatico, ο da qualsiasi interpretazione
            acquisita e data per scon-<lb/>tata. Nulla di scontato esiste nella ricerca storica in
            generale, e in<lb/>particolare nella storia e nell’esegesi della filosofia antica.</p>
          <p rend="titlep"><hi rend="it">PH</hi>
            <hi rend="smcap">ι</hi> 220-225</p>
         <p rend="start">Non si può parlare di Platone in Sesto Empirico se non partendo<lb/>dalla domanda
            fondamentale: a quale categoria di filosofi Platone appar-<lb/>tiene? La questione è
            naturalmente inquadrata in una cornice più ampia:<lb/>l’Accademia “scetticizzante” può
            definirsi portatrice di una filosofia scet-<lb/>tica ο se ne distingue<note
               xml:id="ftn1" place="foot" n="1">Tema ben noto in Sesto, e trattato da lui più volte.
               Cfr. fin dall’inizio delle<lb/><hi rend="it">Hypotyposeis</hi> la distinzione netta
               di tre filosofie (dogmatica, accademica, scettica,<lb/><hi rend="it">PH</hi>
               <hi rend="smcap">ι</hi> 3-4), tema poi sviluppato in <hi rend="it">PH</hi>
               <hi rend="smcap">ι</hi> 220, 226 e altrove. La teoria accademica (della<lb/>Accademia
               scetticizzante) relativa al conoscere viene poi sviluppata in<hi rend="it"> adv.
               log.</hi>
               <hi rend="smcap">ι</hi><lb/>166 sgg.</note>? Perciò, nel passo (220-225) troviamo
            schizzato
</p>
<p rend="pb"><pb n="122" facs="Ele92_122.jpg"/></p>
<p>

            un rapido schema della successione delle varie Accademie, che
            furono<lb/>anche portatrici di diverse immagini di Platone. Egli è stato definito
            apo-<lb/>retico da alcuni, dogmatico da altri; altri ancora poi ritengono che
            fosse<lb/>entrambe le cose, dogmatico sotto un aspetto, aporetico sotto un
            altro.<lb/>Platone è dogmatico quando, parlando per bocca di Socrate ο di Timeo<lb/>ο di
            altri, σπουδάζων ἀποφαίνεται (221); ma aporetico là dove introduce<lb/>Socrate nell’atto
            di far uso della sua ironia ο della sua dialettica distrutti-<lb/>va. Sesto intende
            quindi (o segue la sua fonte nell’intendere) aporia e<lb/>aporeticità alla maniera
            dell’Accademia di Arcesilao ο di Carneade, come<lb/>riduzione controversistica
            all’assurdo delle tesi avversarie; lo dice il fatto<lb/>che qui il<hi rend="it">
            Timeo</hi> sia citato a proposito della σπουδή e non della παιδιά,<lb/>cioè come opera
            in cui Platone espone allegoricamente, ma pur sempre<lb/>dogmaticamente, contenuto
            dottrinale. Né l’Accademia antica, che al<lb/><hi rend="it">Timeo</hi> aveva dato
            significato allegorico-matematizzante, e tanto meno il<lb/>platonismo dei tempi di
            Sesto, quel medioplatonismo che aveva fatto del<lb/><hi rend="it">Timeo</hi> il cardine
            della ricostruzione di Platone, pensavano del resto diver-<lb/>samente<note
               xml:id="ftn2" place="foot" n="2">L’interpretazione deduzionistica del<hi rend="it">
                  Timeo</hi> ha le sue radici nell’Accademia<lb/>antica; cfr. l’interpretazione che
               Speusippo e Senocrate, contro Aristotele, davano<lb/>del dialogo (<hi rend="smcap"
                  >Aristot.</hi><hi rend="it"> de cael.</hi><hi rend="smcap"> A</hi> 10. 279 b =<hi
                  rend="smcap"> Speusippo</hi>, fr. 54 a Lang, 94 Isnardi<lb/>Parente, 61 a
                  Taràn;<hi rend="smcap"> Xenocr</hi>. fr. 54 Heinze, 153 I.P.).<hi rend="smcap">
               È</hi> il primo dialogo a propo-<lb/>sito del quale si faccia esegesi di Platone e
               quello di cui si continua a farne con<lb/>assoluta continuità (per le prime esegesi
               matematizzanti, di Teodoro di Soli, di Cran-<lb/>tore, sulle quali ci informa più
               tardi Plutarco, cfr.<hi rend="smcap"> H. Dörrie,</hi><hi rend="it"> Der Platonismus
                  in<lb/>der Antike</hi>, <hi rend="smcap">i</hi>:<hi rend="it"> Die geschichtlichen
                  Würzeln des Platonismus</hi>, Stuttgart-Bad Cannstatt<lb/>1987, pp. 344-9; e<hi
                  rend="it"> infra,</hi> nota 42). Quando Sesto polemizza contro il<hi rend="it">
                  Timeo (PH<lb/></hi><hi rend="smcap">iii</hi> 189) parla di ἀνειδωλοποίησις,
               “costruzione di immagini” ο “rappresentazione per<lb/>immagini”, non certo di aporia
               ο di probabilità (il verbo ἀνειδωλοποιεi͂ν è usato<lb/>anche per i Pitagorici e la
               loro cosmologia a base numerica, <hi rend="it">PH</hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> 155).</note>. L’aporia di Platone, per Sesto, non ha nulla
            a che vedere<lb/>con l’εἰκὼς λόγος.</p>
         <p rend="start">Ma, ancora una volta: anche l’aporeticità intesa in questo senso può<lb/>veramente dirsi
            scetticismo? Sesto cita a questo proposito fonti scettiche,<lb/>come Enesidemo e,
            probabilmente (il nome è frutto di ricostruzione filo-<lb/>logica, avanzata dal
            Fabricius e confermata dal Natorp), Menodoto, il<lb/>medico empirico Menodoto di
            Nicomedia, maestro del maestro di Sesto<lb/>stesso, Erodoto, affermando di attenersi
            alle opinioni di questi<note xml:id="ftn3" place="foot" n="3">Non è che il passo non sia
               controverso: accetto l’ipotesi del Natorp, κατὰ<lb/>τούς, perché mi sembra
               improbabile una polemica di Sesto in questo luogo contro<lb/>Enesidemo e Menodoto
               come richiederebbe l’accettazione di κατὰ τῶν. Anche l’indi-<lb/>viduazione di
               Menodoto peraltro non è sicurissima, pur essendo la più probabile (cfr.<lb/>lo
               Ἡρόδοτον del Pappenheim). Sesto sembra voler dire che, contro coloro che
               hanno<lb/>ritenuto Platone totalmente e puramente (ἐἰλικρινῶς) scettico, egli si
               attiene all’opi-<lb/>nione più<hi rend="it"> nuancée</hi> di chi sa bene che cosa sia
               fare autentica professione di scetticismo.<lb/>Difficile l’individuazione del
               bersaglio polemico: chi ha ritenuto Platone un puro scet-<lb/>tico potrebbe essere
               Arcesilao, come potrebbe essere, nella sua volontà di afferma-<lb/>zione dell’unità
               dell’Accademia, Filone di Larissa (cfr.<hi rend="it"> infra</hi>, nota 24).</note>.
            La sua
</p>
<p rend="pb"><pb n="123" facs="Ele92_123.jpg"/></p>
<p>

            conclusione è che, in ambito scettico, si preferisce ritenere Platone
            un<lb/>dogmatico, non solo quando parla delle idee, ο della provvidenza, ο del<lb/>tipo
            di vita da scegliersi: anche quando si aggira nel campo del verosimile,<lb/>non può
            esser considerato uno scettico, per la semplice ragione che di-<lb/>chiara qualcosa
            preferibile nel giudizio (223, προκρίνει), mostrando così<lb/>di valersi di criteri di
            credibilità maggiore ο minore, πίστις, ἀπιστία. Ma<lb/>così è anche quando γυμνάζεται,
            compie un puro esercizio dialettico: non<lb/>è questo che caratterizza lo scettico vero;
            e sta qui la presa di distanza<lb/>decisa da quel tipo di aporeticità controversistica
            che aveva dominato<lb/>l’Accademia da Arcesilao a Clitomaco e Carmada, e che altro è dal
            feno-<lb/>menismo puro predicato dai Neopirroniani.</p>
         <p rend="start">È citato subito dopo lo scettico antico Timone, per un giudizio dato<lb/>nei<hi
               rend="it"> Silli</hi> su Senofane (224); forse citazione che Sesto attinge dalle
            sue<lb/>fonti. Le conclusioni che egli raggiunge (225) sono del tutto coerenti
            alle<lb/>opinioni sopra espresse: Platone non è mai uno scettico, perché si
            pro-<lb/>nuncia sull’esistenza (ὕπαρξις) di realtà oscure ο le dichiara pur
            sempre<lb/>preferibili nel giudizio in base a πίστις. Ciò lo divide da quel vero
            scetti-<lb/>cismo che ha anch’esso i suoi dogmi, rovesciati rispetto a quelli
            delle<lb/>altre filosofie: non esprimersi mai su ciò che è ἄδηλον, attenersi ai
            puri<lb/>φαινόμενα.</p>
          <p rend="start">La discussione sul carattere della filosofia di Platone affonda le sue<lb/>radici ben
            più lontano. Sesto conosceva certo sia l’immagine di Platone<lb/>presentata
            dall’Accademia di mezzo, il Platone socratico, aporetico-dia-<lb/>lettico, di
               Arcesilao<note xml:id="ftn4" place="foot" n="4">Cic.<hi rend="it"> de orat.</hi><hi
                  rend="smcap"> iii</hi> 18, 67;<hi rend="it"> de fin.</hi><hi rend="smcap"> v</hi>
                  4,<hi rend="smcap"> 10;</hi><hi rend="it"> acad. post. </hi><hi rend="smcap">i
               </hi>12, 45 (<hi rend="smcap"> = Arcesil</hi>. T. 5 a,<lb/>fr. 12, fr. 9
            Mette).</note>, sia — almeno per tramiti — quella metafisico-<lb/>dogmatica
            dell’Accademia antica, ripresa del resto più di recente, a suo<lb/>modo, da Eudoro
            Alessandrino e dal platonismo medio. Non stupisce<lb/>tuttavia che, in questa materia,
            egli non voglia ricorrere al giudizio dei
</p>
<p rend="pb"><pb n="124" facs="Ele92_124.jpg"/></p>
<p>

            Platonici su Platone, se non per rapidi
            accenni, e che si soffermi invece,<lb/>e in forma conclusiva, sulle opinioni degli
            Scettici suoi predecessori.<lb/>L’Accademia aporetica ha compiuto troppe confusioni fra
            scetticismo e<lb/>ambigue forme ad esso semplicemente affini per potersi affidare ad
            un<lb/>suo giudizio.</p>
          <p rend="titlep"><hi rend="it">adv. log.</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 8-16</p>
          <p rend="start">È un luogo in certo senso parallelo a quello già visto, ma con un<lb/>certo spostamento
            di piano. Quale tipo di filosofia era quella che Platone<lb/>professava? Viene
            nuovamente citato Timone scettico: giustamente egli<lb/>rimproverava a Platone di aver
            alterato la figura di Socrate<note xml:id="ftn5" place="foot" n="5"><hi rend="smcap"
                  >Timon</hi> frr. 25 e 62 Diels.</note>. Questi, il<lb/>λαοχόος ἐννομολέσχης
            («l’artigiano ciarliero di legalità») aborriva in real-<lb/>tà dalla fisica, ed è stato
            il suo discepolo Platone ad “ornarlo” della cono-<lb/>scenza delle più varie discipline,
            facendone (nei dialoghi) un cultore di<lb/>logica, fisica, etica, cioè della filosofia
            nella sua totalità. In verità, chiosa<lb/>Sesto, Socrate non fu mai altro che un
            ἠθολόγος, e la tripartizione della<lb/>filosofia non può essergli attribuita. La
            tripartizione della filosofia è co-<lb/>minciata veramente con Senocrate (13-16);
            tuttavia Platone può esserne<lb/>considerato, δυνάμει, virtualmente, ἀρχηγός.</p>
          <p rend="start">Sembra probabile che il discorso secondo cui Platone stesso sarebbe<lb/>in realtà
            l’autore della tripartizione sia da farsi risalire autenticamente<lb/>a Senocrate. Esso
            corrisponde alla impostazione costante che Senocrate<lb/>dava al suo discorso: ritrovare
            in Platone il modello primo di ogni posizio-<lb/>ne da lui sostenuta, porre sempre
            Platone quale origine e antecedente<lb/>immediato delle sue tesi<note xml:id="ftn6"
               place="foot" n="6">Rimando per questo a<hi rend="it"> Senocrate-Ermodoro.
               Frammenti,</hi> ediz., trad. e comm.<lb/>a c. di<hi rend="smcap"> M. Isnardi
               Parente</hi> (“La Scuola di Platone” <hi rend="smcap">iii</hi>, collana di testi
               diretta da<lb/>M. Gigante) Napoli 1982, e alla mia nota di commento al fr. 1 H., 82
               Ι.Ρ.</note>. Più tardi, questa tesi doveva prevalere, e<lb/>Platone stesso sarebbe
            stato considerato autore del τριμερὴς λόγος, ο<hi rend="it"><lb/>ratio triplex</hi><note
               xml:id="ftn7" place="foot" n="7">Non credo che la citazione dei<hi rend="it">
               Topici</hi> di Aristotele ci autorizzi a pensare ad una<lb/>origine prima
               peripatetica (o aristotelica addirittura) della teoria; la forma con cui la<lb/>
               teoria è presentata (con attribuzione a Platone) favorisce la tesi dell’attendibilità
               del-<lb/>l’attribuzione di Sesto a Senocrate. E da notarsi che più tardi Cicerone,
               probabilmente<lb/>su base dossografica, farà meno sottili distinzioni, attribuendo
                  la<hi rend="it"> ratio triplex</hi> diret-<lb/>tamente a Platone stesso<hi
                  rend="it"> (acad. pr.</hi> 2, 19). Alquanto diversamente, nell’esaminare la
               ri-<lb/>presa della teoria in Zenone di Cizio, <hi rend="smcap">A. Graeser,</hi><hi
                  rend="it"> Zenon von Kitium. Positionen und<lb/>Probleme,</hi> Berlin-New York<hi
                  rend="smcap"> 1975,</hi> p.<hi rend="smcap"> 8,</hi> propende per questa seconda
               interpretazione.</note><hi rend="it">.</hi> Ma l’indicazione di Senocrate è per noi
            preziosa: Senocrate
</p>
<p rend="pb"><pb n="125" facs="Ele92_125.jpg"/></p>
<p>

            probabilmente aveva già compiuto una prima rozza divisione dei
            dialoghi<lb/>platonici secondo il loro contenuto λογικόν — di esercitazione
            dialettica,<lb/>φυσικόν (ove φύσις ha il significato platonico di “ordine razionale”,
            “or-<lb/>dine intellegibile”, e abbraccia solo di riflesso il mondo del
            sensibile),<lb/>ἠθικόν — di carattere prevalentemente morale ο politico. Che questo
            tipo<lb/>di divisione corresse già nell’Accademia antica lo dice il fatto che
               Aristo-<lb/>tele (<hi rend="it">top.</hi> A 14.105 b 19) accenna a προτάσεις che
            possono essere λογικαί,<lb/>φυσικαί, ἠθικαί: che la tripartizione sia applicata al campo
            della logica<lb/>ci dice che essa è già presupposta in generale. Dall’Accademia
            doveva<lb/>poco più tardi mutuarla Zenone di Cizio e renderla fondamentale per<lb/>tutta
            la filosofia posteriore.</p>
          <p rend="titlep"><hi rend="it">adv. log.</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 141-149 </p>
          <p rend="start">La testimonianza contenuta in questo brano riguarda Platone (141-<lb/>144), Speusippo
            (145-147), Senocrate (147-149). Le è stata data impor-<lb/>tanza fino ad oggi
            soprattutto come testimonianza sui primi Accademici,<lb/>della cui opera nulla ο quasi
            ci rimane; e assai scarsamente per ciò che<lb/>si riferisce a Platone<note xml:id="ftn8"
               place="foot" n="8">Per le interpretazioni relative a Speusippo e Senocrate rimando a
               quanto<lb/>detto e citato in<hi rend="it"> Speusippo. Frammenti,</hi> ediz., trad. e
               comm. a c. di<hi rend="smcap"> M. Isnardi Pa-<lb/>rente</hi> (“La Scuola di Platone”
                  <hi rend="smcap">i</hi>) Napoli<hi rend="smcap"> 1980,</hi> pp. 240<hi
                  rend="smcap">-6;</hi><hi rend="it"> Senocrate-Ermodoro. Fram-<lb/>menti,</hi>
               cit., pp.<hi rend="smcap"> 311-3.</hi> Ma cfr. anche, per il commento al fr.<hi
                  rend="smcap"> 75,</hi> <hi rend="smcap"> L. Tarán,</hi><hi rend="it">
                  Speusippus<lb/>of Athens. A critical Study with a collection of the related Texts
                  and Commentary</hi>, Lei-<lb/>den<hi rend="smcap"> 1981,</hi> pp.<hi rend="smcap">
                  431-5.</hi> Una lettura unitaria di tutto<hi rend="smcap"> 141-9,</hi> con
               attenzione al problema<lb/>delle fonti, fu già tentata a suo tempo da<hi rend="smcap"
                  > R. Hirzel,</hi><hi rend="it"> Untersuchungen zu Ciceros philo-<lb/>sophischen
                  Dialogen</hi>, <hi rend="smcap">iii</hi>, Leipzig<hi rend="smcap"> 1883</hi>
               (rist. anast.<hi rend="smcap"> 1964),</hi><hi rend="it"> Excurs</hi> I, pp.<hi
                  rend="smcap"> 493</hi> sgg.; di<lb/>cui si dirà anche più oltre, cfr.<hi rend="it"
                  > infra,</hi> nota 12.</note>. Occorre invece qui considerarla nella sua
            unità,<lb/>perché essa è concepita in un’ottica, unitaria, di rivalutazione della
            cono-<lb/>scenza sensibile, con trapasso di continuità e non di opposizione da
            Pla-<lb/>tone ai discepoli; e il modo come essa ci presenta Platone, con il
            cui
</p>
<p rend="pb"><pb n="126" facs="Ele92_126.jpg"/></p>
<p>

            dialogo scritto possiamo confrontarla, può essere illuminante anche
            per<lb/>l’interpretazione di Speusippo e Senocrate, là dove non abbiamo
            alcuna<lb/>possibilità di confronto.</p>
          <p rend="start">Sesto descrive la teoria di Platone in un linguaggio scopertamente<lb/>ellenistico,
            affermando anzitutto che Platone ha posto il λόγος come<lb/>κριτήριον τῶν πραγμάτων
            γνώσεως (141). Il termine di κριτήριον in Pla-<lb/>tone non manca, ma il suo uso tecnico
            e la sua centralità nella gnoseologia<lb/>appartengono a un ambito filosofico
               ulteriore<note xml:id="ftn9" place="foot" n="9">La parola assumerà significato di<hi
                  rend="it"> terminus technicus,</hi> e diventerà concetto cen-<lb/>trale della
               gnoseologia, con la Stoa (<hi rend="smcap">Diog. Laert. vii</hi> 54 =<hi rend="it">
                  S.V.F.</hi><hi rend="smcap"> ii</hi> 105) e parallela-<lb/>mente con il<hi
                  rend="it"> Kanon</hi> di Epicuro (<hi rend="smcap">Diog. Laert. χ</hi> 31 = fr. 35
               Us., <hi rend="smcap">i</hi> 31 Arr.<hi rend="sup">2</hi>). Sesto<lb/>ne fa
               larghissimo impiego ogni volta che si tratta di valutare una posizione
               gnoseolo-<lb/>gica, anche di tipo presocratico ο preplatonico (cfr. per Parmenide,<hi
                  rend="it"> adv. log.</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 120;<lb/>per Anassagora,<hi rend="it"> ibid.</hi> 105, 110;
               per Eraclito,<hi rend="it"> ibid.</hi> 134, 139-140; in generale cfr. <hi
                  rend="smcap">K. <lb/>Janáček</hi>,<hi rend="it"> Index verborum</hi> (in calce
                  a<hi rend="it"> Sexti Empirici Opera</hi>,<hi rend="smcap"> iii</hi>, Leipzig
                  1954),<hi rend="it"> s.v.<lb/></hi>κριτήριον. Si tratta di uno schema fisso di
               riferimento, dal quale ovviamente non<lb/>si può trarre alcuna indicazione relativa a
               singoli autori.</note>. In Platone, lo troviamo,<lb/>ad esempio, a proposito di
               Protagora<hi rend="it"> (Theaet.</hi> 178<hi rend="smcap"> b</hi>), là ove questi è
            pre-<lb/>sentato come certo di possedere, nella conoscenza soggettiva, la regola<lb/>e
            norma del giudizio sulle cose; ma certo Platone non ne ha ancora fatto<lb/>un<hi
               rend="it"> terminus technicus</hi> della sua gnoseologia né tanto meno si è posto
            il<lb/>problema di un “criterio” della conoscenza sensibile. La fonte dalla
            quale<lb/>Sesto attinge, al contrario, si preoccupa di dimostrare che Platone non<lb/>ha
            rifiutato, nell’atto di stabilire il criterio ο i criteri, la sensazione, ma<lb/>ha
            usato di un concetto come quello di λόγος capace di comprendere<lb/>(συμπεριλαβών) la
            stessa sensazione; ciò per riguardo alla ἐνάργεια ο chia-<lb/>rezza, evidenza, che c’è
            nella sensazione. Ecco quindi che si fa uso, per<lb/>l’esegesi di Platone, di un’altra
            parola non ignota a Platone stesso, ma da<lb/>lui non tecnicizzata; una parola che
            Platone usa in senso generico, e non<lb/>riserva all’esperienza sensibile (si pensi a
            passi quali<hi rend="it"> Soph.</hi> 234 <hi rend="smcap">d</hi>, ove la<lb/>forma
            avverbiale ἐναργώς è strettamente allacciata a quella ἐφάπτεσθαι<lb/>τῶν ὄντων, che
            indica l’intuizione dell’essere e del vero; ο a<hi rend="it"> Phil.</hi> 34 c,<lb/>ove
            ἵνα [...] ἐναργέστατα λάβοιμεν si riferisce all’anima libera dai sensi<lb/>e capace di
            piacere puro). La parola ἐνάργεια assumerà grande impor-<lb/>tanza, in riferimento
            all’esperienza sensibile, con Epicuro; ma non è certo<lb/>da Epicuro che Sesto e la sua
            fonte la mutuano. Lo stesso Sesto, poco
</p>
<p rend="pb"><pb n="127" facs="Ele92_127.jpg"/></p>
<p>

            prima, ci dice<hi rend="it"> (adv. log.</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 218) che Teofrasto considerava la ἐνάργεια ο<lb/>evidenza una
            specie di<hi rend="it"> trait d’union,</hi> il criterio per eccellenza
            dell’intellegi-<lb/>bile e del sensibile, una sorta di tratto unificante fra i due tipi
            del cono-<lb/>scere. Ma, andando ancora più oltre, si può notare come ἐνάργεια
            fosse<lb/>diventata, con Filone di Larissa, parola importante del vocabolario
            acca-<lb/>demico: non opponeva forse Filone la<hi rend="it"> perspicuitas,</hi> di cui
            Cicerone ci par-<lb/>lerà più tardi, alla<hi rend="it"> comprehensio</hi> ο κατάληψις
            degli Stoici<note xml:id="ftn10" place="foot" n="10">R.<hi rend="smcap"> Hirzel,</hi><hi
                  rend="it"> Untersuchungen cit.</hi>, <hi rend="smcap">iii</hi>, p. 510, notava già
               questa relazione con<lb/>la terminologia e la teoria peripatetica. Ma la relazione
               con l’Accademia è certo ancor<lb/>più stretta e vicina. Cfr., anche per la citazione
               di numerosa letteratura critica, a<lb/>proposito della ἐνάργεια in Filone, J.<hi
                  rend="smcap"> Glucker,</hi><hi rend="it"> Antiochus and the Late
               Academy,<lb/></hi>Göttingen 1978, pp. 71 sgg.</note>?</p>
          <p rend="start">La fonte di queste notizie su Platone è indicata da Sesto col nome,<lb/>in lui peraltro
            insolito, di πλατωνικοί. “Platonici” non vuol dire necessa-<lb/>riamente “Accademici”, e
            Sesto potrebbe con questa espressione aver vo-<lb/>luto indicare Platonici più tardivi.
            Ma difficilmente per l’individuazione<lb/>si può andare oltre i limiti della filosofia
            ellenistica. E d’altronde con<lb/>ἀκαδημαiκοί Sesto si riferisce ai filosofi
            dell’Accademia di mezzo e<lb/>nuova, a posizioni cioè aporetiche ο probabilistiche<note
               xml:id="ftn11" place="foot" n="11">Anche in questo caso cfr. <hi rend="smcap">K.
                  Janáček,</hi><hi rend="it"> Index nominum</hi>,<hi rend="it"> s.v.</hi>
               ἀκαδημαiκός e<lb/>affini; del resto la citazione dell’Accademia antica è, in genere,
               precisa in Sesto<hi rend="it"> (adv.<lb/>eth.</hi><hi rend="smcap"> 3,</hi> οἱ ἀπὸ
               τῆς ἀρχαίας Ἀκαδημίας).<hi rend="smcap"> Α. Grilli,</hi><hi rend="it"> Sesto
                  Empirico, ‘Adversus mathema-<lb/>ticos’ VII, 142-146</hi>, «La Parola del
               Passato», <hi rend="smcap">xxv</hi> (1970) pp. 407-16, in part. 409,<lb/>ha notato
               come l’espressione οἱ πλατωνικοί sia usata da Sesto solo in questo caso.</note>.
            Tutto ci porta, e<lb/>un’analisi più approfondita del passo non può che confermare
            questa tesi,<lb/>all’Accademia tardiva e stoicheggiante di Antioco di Ascalona<note
               xml:id="ftn12" place="foot" n="12">Che si tratti di “Platonici” risolve il dubbio
               sollevato da Hirzel<hi rend="it"> (Untersu-<lb/>chungen cit.</hi>, <hi rend="smcap"
                  >iii</hi>, pp. 493 sgg.) circa la possibile presenza di Posidonio; va notato
               che,<lb/>quando Hirzel scriveva, la tendenza all’attribuzione a Posidonio di larga
               parte della<lb/>letteratura tardo-ellenistica di provenienza ignota si trovava per
               l’appunto al suo ini-<lb/>zio. Il nostro brano proviene certo da un autore che guarda
               all’Accademia antica<lb/>come a modello e intende “riappropriarsene”; per questa
               tendenza in Antioco di<lb/>Ascalona cfr. ancora J.<hi rend="smcap"> Glucker,</hi><hi
                  rend="it"> Antiochus and Late Academy</hi>, cit., pp. 98 sgg.; H.<lb/><hi
                  rend="smcap">Tarrant,</hi><hi rend="it"> Scepticism or Platonism? The Philosophy
                  of the Fourth Academy</hi>, Cambridge<lb/>1985, p. 136. Per l’analisi di altri
               termini tardo-ellenistici cfr. ancora A.<hi rend="smcap"> Grilli,</hi><hi rend="it">
                  art.<lb/>cit.</hi>, pp. 409 sgg. (si può rilevare in particolare il caso di
               ἀντίληψις, che in<hi rend="smcap"> Plat.<lb/></hi><hi rend="it">Phaed.</hi> 87<hi
                  rend="smcap"> a,</hi><hi rend="it"> Hipp. M.</hi> 287<hi rend="smcap"> a,</hi><hi
                  rend="it"> Soph.</hi> 241<hi rend="smcap"> b</hi>, appare nel senso di “obiezione”
               e si trova<lb/>congiunto ad “aporia”, mentre assume poi il suo significato
               gnoseologico ellenistico<lb/>nella letteratura pseudo-platonica, cfr.<hi rend="smcap"
                  > Tim. Locr</hi>. 100<hi rend="smcap"> c).</hi></note>.</p>
<p rend="pb"><pb n="128" facs="Ele92_128.jpg"/></p>

          <p rend="start">I Platonici di cui Sesto parla ragionano tenendo sott’occhio un testo<lb/>di Platone,<hi
               rend="it"> Tim.</hi> 28<hi rend="smcap"> a</hi>-29<hi rend="smcap"> a</hi>: e dal
            verbo περιλαμβάνειν che vi è contenuto<lb/>ricavano un<hi rend="it"> terminus
            technicus</hi> non di Platone, λόγος περιληπτικός, inten-<lb/>dendo per questo un
            discorso razionale che abbraccia insieme la sensazio-<lb/>ne e la noèsi. In effetti
            λόγος è usato qui da Platone (con richiamo in<lb/><hi rend="it">Tim.</hi> 52<hi
               rend="smcap"> a</hi>) in un senso assai largo, come ciò che comprende e
            afferra<lb/>sia le realtà oggetto di νόησις sia quelle oggetto di δόξα; realtà che
            però<lb/>vengono poi nello stesso<hi rend="it"> Timeo</hi> rigidamente contrapposte,
            così come con-<lb/>trapposte sono le facoltà che le conoscono. Per la scuola da cui è
            scaturita<lb/>la fonte di Sesto, probabilmente l’Accademia stoicheggiante, λόγος è
            ciò<lb/>che sopravviene a giudicare quella ἐνάργεια sensibile che, se non è di<lb/>per
            sé autosufficiente, è pur sempre lo ἀφητήριον, il punto di partenza<lb/>di ogni
            conoscere (143-144). Da essa è necessario prendere le mosse per<lb/>giungere alla κρίσις
            τῆς ἀληθείας, al giudizio circa la verità: la ragione<lb/>(λόγος) è il criterio della
            veridicità dell’evidenza sensibile. Ma in tal modo<lb/>la sensazione si pone come
            συνεργός rispetto al λόγος, e la sua evidenza<lb/>è considerata un valore: è accogliendo
            e criticando, sottoponendo a giudi-<lb/>zio, la rappresentazione dei sensi (φαντασία,
            nel linguaggio ellenistico)<lb/>che si arriva alla νόησις e alla scienza (ἐπιστήμη) del
            vero.</p>
          <p rend="start">È evidente che ci troviamo di fronte ad una precisa esegesi di Plato-<lb/>ne, che innova
            non poco rispetto alla teoria platonica in sé considerata.<lb/>Non è platonico, e già lo
            abbiamo visto, l’uso di ἐνάργεια, che alla fine<lb/>di 141 viene chiarito dal genitivo
            τῆς αἰσθήσεως e in 143 è contrapposta<lb/>ad ἀλήθεια come un tipo di conoscenza chiara
            ed evidente sul piano doxa-<lb/>stico, come una conoscenza sensibile accertata e che
            deve la sua certezza<lb/>alla sua intrinseca evidenza; motivo proprio della gnoseologia
            ellenistica. </p>
         <p>È probabile che gli autori ο l’autore di cui Sesto parla avessero l’occhio<lb/>volto non
            solo al<hi rend="it"> Timeo,</hi> ma al<hi rend="it"> Teeteto,</hi> là ove si parla
            della sensazione<lb/>usando il paragone (che sarà poi così fecondo nella filosofia
            ulteriore) della<lb/>impressione fisica, ἀποτυποῦσθαι, ἐνσημαίνεσθαι, come avviene per
            la ce-<lb/>ra sotto le dita (<hi rend="it">Theaet.</hi> 191<hi rend="smcap"> d</hi>
            sgg.); ο ancora al<hi rend="it"> Teeteto</hi> là ove si afferma<lb/>che esiste una
            ἀληθής, ο ὀρθή δόξα, una conoscenza doxastica “certa”,<lb/>e quindi “vera” nel suo
            ambito (194<hi rend="smcap"> b</hi>, 202<hi rend="smcap"> c-d</hi>)<note xml:id="ftn13"
               place="foot" n="13">La sopravvivenza e l’importanza del<hi rend="it"> Teeteto</hi>
               nella tradizione del platonismo<lb/>ellenistico è un dato accertato; è probabilmente
               da anticipare la datazione assegnata<lb/>dagli editori (H. Diels e W. Schubart,
               Berlin 1905) all’anonimo<hi rend="it"> Commentario al Tee-<lb/>teto,</hi> da essi
               considerato opera di avanzata età imperiale. Si attende la nuova edizione<lb/>nel<hi
                  rend="it"> Corpus dei papiri filosofici greci e latini</hi> di Firenze.</note>.
            Ma, nonostante
</p>
<p rend="pb"><pb n="129" facs="Ele92_129.jpg"/></p>
<p>

            tutti i possibili riscontri, altro è il modo di Platone nel tracciare
            i rapporti<lb/>fra conoscenza sensibile e conoscenza intellegibile. Il modo di
            raggiungere<lb/>la verità intellegibile, la conoscenza noetica, non è certo per Platone
            la<lb/>διάκρισις τῆς ἐναργείας, intendendosi per quest’ultima l’evidenza
            del<lb/>sensibile. Se la sensazione è occasione di “ricordo” e di “stimolo” (e<lb/>ciò
            per il Platone socratico-pitagorico, fedele alla teoria della anamnesi),<lb/>la pura
            noèsi, l’intuizione intellettuale, si attinge ο attraverso le forme,<lb/>purificate dal
            sensibile, della conoscenza matematica<hi rend="it"> (resp.</hi>
            <hi rend="smcap">vi</hi> 506 <hi rend="smcap">c</hi> sgg.),<lb/>ο attraverso l’esercizio
            dialettico della prova e riprova dei concetti<hi rend="it"> (epist.<lb/><hi rend="smcap"
                  >vii</hi></hi> 344<hi rend="smcap"> b</hi>). Lo schema gnoseologico del “giudizio
            della validità dei sensi”<lb/>è ellenistico e non platonico.</p>
          <p rend="start">Ancora meno platonica è la conclusione del nostro brano, ove Sesto,<lb/>ο la sua fonte,
            traggono la deduzione che il λόγος περιληπτικός può esser<lb/>detto, di fatto,
            καταληπτικός (144, ὅπερ ἴσον ἐστὶ τῷ καταληπτικὸν<lb/>ὑπάρχειν). Non a caso si è detto
            “Sesto ο la sua fonte”: perché a propo-<lb/>sito di questa conclusione, che ricupera
            scopertamente il concetto stoico<lb/>di κατάληψις, ci si può ben a ragione chiedere se
            si tratti di una sorta<lb/>di brusco salto dovuto a deduzione di Sesto (il quale
            noterebbe che, a<lb/>questo punto, nulla più separa il discorso accademico dal discorso
            stoico)<lb/>ο se si tratti di una deduzione propria della fonte, che accetta
            l’identifica-<lb/>zione col concetto stoico di κατάληψις e la fa propria. Ora, è vero
            che<lb/>il ciceroniano<hi rend="it"> quam illi κατάληψιν vocant (acad. pr.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 6, 17) sembra ancora<lb/>porre una distanza fra la terminologia
            di Antioco e quella stoica; pur<hi rend="it"> ger-<lb/>manissimus Stoicus,</hi> Antioco
            avrebbe ancora mantenuto una distanza nei<lb/>termini. Ma la frase degli<hi rend="it">
               Academici</hi> non è poi così probante come indica-<lb/>zione di una differenziazione
            netta. E la frase che troviamo in Sesto è<lb/>abbastanza ambigua, e sembra denotare un
            certo passaggio: lo si chiami<lb/>come si vuole, questo ragionamento razionale fondato
            sul sensibile, e che<lb/>lo comprende e lo abbraccia, è poi quello che gli Stoici
            (mutuando in<lb/>realtà la loro dottrina alla scuola di Platone) hanno chiamato
            καταληπ-<lb/>τικός ο κατάληψις<note xml:id="ftn14" place="foot" n="14"><hi rend="smcap"
                  >A. Grilli,</hi><hi rend="it"> art. cit.,</hi> p.<hi rend="smcap"> 409,</hi>
               propende in favore di una conclusione di Sesto,<lb/>intesa a forzare la lettera e lo
               spirito della fonte accademica. E tuttavia, anche se<lb/>questa ipotesi può sembrare
               plausibile, il passo, nell’altra chiave di lettura, denota più<lb/>chiaramente la sua
               appartenenza ad Antioco nella contrapposizione alle oscillazioni<lb/>filoniane; i
               tratti stoicizzanti del pensiero di Antioco sono certo assai marcati; cfr.
               in<lb/>proposito <hi rend="smcap">W. Görler,</hi><hi rend="it"> Antiochos von Askalon
                  über die “Alten” und über die Stoa, Beo-<lb/>bachtungen zu Cicero, ‘Academici
                  post.‘ 1, 24-42,</hi> in<hi rend="it"> Beiträge zur hellenistischen
                  Literatur<lb/>und ihre Reception in Rom,</hi> hrsg. von <hi rend="smcap">Ρ.
                  Steinmetz</hi>, Stuttgart 1990, pp. 123-39.</note>. Intendere il brano in questo
            modo risolverebbe
</p>
<p rend="pb"><pb n="130" facs="Ele92_130.jpg"/></p>
<p>

            ogni nostro dubbio in favore di Antioco, e di un Antioco forse in
            pole-<lb/>mica con Filone, che non aveva compiuto il passo decisivo: riconoscere<lb/>la
            validità della ἐνάργεια, è in definitiva accettare non solo la περίληψις,<lb/>ma anche
            la κατάληψις.</p>
          <p rend="start">Dopo questo Platone passato al bagno della filosofia ellenistica, ci<lb/>si può chiedere
            se le cose, per ciò che concerne Speusippo e Senocrate,<lb/>vadano altrimenti: e qui la
            difficoltà si complica per l’impossibilità del<lb/>confronto con testi a noi ignoti. Il
            senso unitario del brano è: se Platone<lb/>ha considerato criterio della verità il λόγος
            περιληπτικός, il quale esercita<lb/>la sua διάκρισις sulla evidenza dei sensi
            comprendendo in sé sensazione<lb/>e superiore ragione giudicatrice, Speusippo per suo
            conto ha conferito<lb/>dignità scientifica a un certo tipo di sensazioni, e Senocrate ha
            esaltato<lb/>il ruolo della δόξα separandola dalla pura sensazione e assegnandole
            come<lb/>suo campo conoscitivo una sfera intermedia dell’essere. Saggiare la
            plausi-<lb/>bilità di queste attribuzioni comporta anzitutto, anche in questo
            caso,<lb/>un esame del linguaggio in cui le teorie dei due discepoli di Platone
            ven-<lb/>gono presentate.</p>
          <p rend="start">Per Speusippo, più chiaramente che non per Platone, esiste un crite-<lb/>rio che si
            applica alla conoscenza sensibile, e che è la ἐπιστημονικὴ αίσθη-<lb/>σις ο “sensazione
            scientifica” (145). Egli avrebbe fatto distinzione fra<lb/>un tipo di sensazione
            αὐτοφυής (elementare, immediata, congenita) ed una<lb/>sensazione di tipo “tecnico”:
            questa seconda si caratterizza per la sua<lb/>partecipazione (μεταλαμβάνουσα) alla
            verità intellegibile: il paragone che<lb/>serve meglio a descriverla è quello
            dell’abilità tecnica delle dita del flauti-<lb/>sta, precisata (ἀπαρτιζoμένη) in base al
            coesercizio con la ragione ο deri-<lb/>vante da calcolo razionale. Qui, rispetto al
            discorso di Platone su riporta-<lb/>to, i piani sembrano spostarsi: non è più il λόγος
            che raccoglie in sé anche<lb/>la sensazione in quanto questa gli è premessa necessaria
            su cui esercitare<lb/>il suo giudizio, ma è la sensazione che può racchiudere in sé
            elementi<lb/>dell’esercizio razionale e connaturarseli: una sensazione così educata
            e
</p>
<p rend="pb"><pb n="131" facs="Ele92_131.jpg"/></p>
<p>

            disciplinata può essere considerata di per sé “criterio della
            conoscenza<lb/>sensibile” (145-146).</p>
          <p rend="start">Anche in questa testimonianza le riserve sull’attribuibilità di tutto<lb/>questo a
            Speusippo sono sensibili; ma certo si parte da un nucleo auten-<lb/>tico. E improbabile
            che Speusippo parlasse di un “criterio della verità”,<lb/>così come non ne aveva parlato
            Platone, e verosimile che questo schema<lb/>sia una forzatura operata dalla fonte
            ellenistica. Ma anche a parte questo<lb/><hi rend="it">cliché</hi> tipico, e che sa
            sensibilmente di stoicismo, parecchi altri elementi del<lb/>linguaggio che Sesto usa ci
            portano a questa fonte ulteriore. Sesto attri-<lb/>buisce a Speusippo il discorso
            secondo cui la sensazione scientifica si com-<lb/>misura con l’esperienza tecnica,
            poniamo, delle dita del flautista, le quali<lb/>non hanno la loro abilità ἐν αὐτοῖς
               προηγουμένως τελειουμένη (in sé<lb/>perfettamente compiuta, non
            pertinente di sua natura alle dita stesse): ma<lb/>essa richiede di essere “delimitata”,
            tenuta nei suoi termini corretti (ἀπαρτι-<lb/>ζομένη) dal coesercizio della ragione. Usa
            alcune espressioni che apparten-<lb/>gono al linguaggio sia peripatetizzante sia
            stoicheggiante dell’ellenismo<lb/>maturo: di προηγουμένως abbiamo il primo esempio
            diretto in Teofra-<lb/>sto,<hi rend="it"> De igne</hi>, 14<note xml:id="ftn15"
               place="foot" n="15">In proposito<hi rend="smcap"> F. Dirlmeier,</hi><hi rend="it">
                  Die Oikeiosislehre des Theophrastos</hi>, «Philolo-<lb/>gus», Suppl. <hi
                  rend="smcap">xxx</hi> (1931) pp. 15 sgg.; incline ad attribuire la priorità del
               termine a<lb/>Speusippo invece<hi rend="smcap"> A. Grilli,</hi><hi rend="it">
                  Contributo alla storia di ΠΡΟΗΓΟΥΜΕΝΩΣ</hi>, in<hi rend="it">
                  Studi<lb/>linguistici in onore di Vittore Pisani</hi>, Brescia 1969, pp. 409-99,
               in part. pp. 481 sgg.<lb/>Chi scrive propende a credere che il προηγουμένως di questo
               testo appartenga al lin-<lb/>guaggio più tardivo della fonte, una terminologia in
               questo caso peripatetico-<lb/>stoicheggiante, che del resto Sesto usa anche altrove;
               per la delimitazione del signifi-<lb/>cato cfr.<hi rend="smcap"> M. Isnardi
                  Parente,</hi><hi rend="it"> Speusippo in S. E. math. <hi rend="smcap">vii</hi>,
                  145-146,</hi> «La Parola del<lb/>Passato»,<hi rend="smcap"> xxiv</hi> (1969) pp.
               203-14, e<hi rend="it"> Speusippo. Frammenti</hi>, cit., pp. 242-3.</note>, e la
            parola è poi destinata a diffondersi. La usa, qui,<lb/>nel senso di una proprietà che
            non interessa l’organo dei sensi (le dita,<lb/>in questo caso) essenzialmente e
            primariamente in se stesse, ma attraverso<lb/>la mediazione di un esercizio razionale.
            L’espressione era stata cara alla<lb/>Stoa nella sua fase, per così dire, di
            transizione, la fase postcrisippea.<lb/>La troviamo, per esempio, nella definizione del
            τέλος data da Antipatro<lb/>di Tarso (Stob.<hi rend="it"> ecl.</hi> n 7, p. 76 W. =<hi
               rend="it"> S.V.F.</hi>
            <hi rend="smcap">iii</hi> Antip. 57), ove il più<lb/>tradizionale πρώτα κατὰ φύσιν viene
            sostituito da προηγούμενα κατὰ<lb/>φύσιν. E nell’elenco delle cause resoci dallo
            Pseudo-Galeno delle<hi rend="it"> Definitio-<lb/>nes medicae</hi> (154 sgg. =<hi
               rend="it"> S.V.F,</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 354) troviamo, accanto alle stoiche αἰτία
</p>
<p rend="pb"><pb n="132" facs="Ele92_132.jpg"/></p>
<p>

            προκαταρκτική e
            αἰτία συνεκτική, ben note da altre fonti, anche la peripate-<lb/>tizzante αἰτία
            προηγουμένη; potremmo forse pensare ad una aggiunta fatta<lb/>da Antipatro stesso, che
            già abbiamo visto valersi del termine. Quanto ad<lb/>ἀπαρτίζειν, esso è analogamente
            termine usato da Antipatro: la “definizione<lb/>della definizione” propria di questo
            sottile logico, innovatore rispetto a Cri-<lb/>sippo, è quella di λόγος [...]
            ἀπηρτισμένως ἐκφερόμενος (Diog. Laert. <hi rend="smcap">vii</hi><lb/>60 =<hi rend="it">
               S.V.F.</hi>
            <hi rend="smcap">iii</hi> Antip. 23). Il termine avrebbe più tardi interessato i
            com-<lb/>mentatori peripatetici; Alessandro d’Afrodisia darà una spiegazione
            del-<lb/>l’esatto significato di ἀπαρτίζειν (“non oltrepassare la misura né in
            eccesso<lb/>né in difetto”)<note xml:id="ftn16" place="foot" n="16"><hi rend="smcap"
                  >Alex.</hi>
               <hi rend="it"> in Aristot. top.</hi>, p. 42, 27 sgg. Wallies =<hi rend="it">
               S.V.F.</hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi> Antip. T. 24; ri-<lb/>mando a<hi rend="it"> Stoici
               antichi</hi>, a c. di<hi rend="smcap"> M. Isnardi Parente</hi>, Torino 1989, p. 647
               nota 165,<lb/>e p. 819 nota 244, per le osservazioni relative a questo uso in
               Antipatro di Tarso.</note>; Simplicio ci darà altre testimonianze sugli “Stoici”
            che,<lb/>anche senza la citazione espressa di Antipatro, riportano una
            terminologia<lb/>a lui molto vicina, in cui ἀπαρτίζειν non manca di comparire<note
               xml:id="ftn17" place="foot" n="17"><hi rend="smcap">Simpl.</hi>
               <hi rend="it"> in Aristot. categ.,</hi> p. 212, 7 sgg. Kalbfleisch = <hi rend="it"
                  >S.V.F.</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 390; passo<lb/>sulla categoria stoica della qualità
               probabilmente da riportarsi anch’esso ad Antipatro,<lb/>come già aveva supposto con
               verosimiglianza A.<hi rend="smcap"> Schmekel,</hi><hi rend="it"> Die positive
                  Philosophie<lb/>in ihrer geschichtlichen Entwicklung</hi>, <hi rend="smcap"
               >i</hi>, Berlin 1938, pp. 625 sgg.</note>.</p>
          <p rend="start">Infine, la teoria di una doppia sensazione, una innata e immediata,<lb/>αὐτοφυής,
            l’altra ἐπιστημονική ο scientifica, è recuperata da Diogene Ba-<lb/>bilonie, come ci
            dice Filodemo<hi rend="it"> (de mus.</hi>
            <hi rend="smcap">ι</hi>, p. 11 Kemke =<hi rend="it"> S.V.F. </hi><hi rend="smcap"
            >iii</hi> Diog.<lb/>Bab. 61). Non conosciamo il contesto; non potremmo stabilire se la
            fonte<lb/>accademica che rivendica qui la dottrina a Speusippo si serva di
            linguaggio<lb/>diogeniano. Quanto a Diogene, egli è famoso, com’è noto, per la
            rivaluta-<lb/>zione della musica e la rivendicazione del suo ruolo, ed è probabile
            che<lb/>anche la sua “sensazione scientifica” si valesse di paragoni musicali<note
               xml:id="ftn18" place="foot" n="18">Nel passo di Diogene Babilonio sembra di cogliere
               un’allusione esplicita a<lb/>qualcuno con cui Diogene, secondo Filodemo,
               concorderebbe; questi è con ogni pro-<lb/>babilità Speusippo. Rimando ancora per
               ulteriori notizie a<hi rend="it"> Stoici antichi,</hi> cit., p. 614<lb/>nota 41; cfr.
               di recente <hi rend="smcap">G. M. Rispoli,</hi><hi rend="it"> La “sensazione
                  scientifica”</hi>, «Cronache Ercola-<lb/>nesi», <hi rend="smcap">xiii</hi> (1983)
               pp. 91-101.</note>.<lb/>C’è dunque qualcosa, nel brano di Sesto, che ancora possa
            essere attribui-<lb/>to a Speusippo?</p>
          <p rend="start">In realtà nulla vieta che a Speusippo risalga la forma ἐπιστημονικὴ<lb/>αἴσθησις, e che
            suo sia anche il paragone con l’abilità tecnica del musico.</p>

<p rend="pb"><pb n="133" facs="Ele92_133.jpg"/></p>
         <p>Certo, possiamo ancora notare che l’espressione di essa come di un atto<lb/>(ἐνέργεια)
            capace di cogliere (ἀντιληπτική) l’armonico e il disarmonico<lb/>porta in sé qualcosa di
            sospetto per la presenza del concetto di ἀντί-<lb/>ληψις, ellenistico anch’esso (per non
            parlare dell’uso epicureo, Sesto<lb/>Io riporta qui più oltre, in<hi rend="it"> adv.
               log.</hi>
            <hi rend="smcap">ι</hi> 242, in un contesto stoico, in cui<lb/>si parla della teoria
            della κατάληψις; mentre non è conosciuto in senso<lb/>gnoseologico in Platone),
            Tuttavia, la formula ἐπιστημονική non è aliena<lb/>dall’uso platonico-accademico. Se in
            Platone troviamo έπιστημόνως, fog-<lb/>giato sull’aggettivo ἐπιστήμων<hi rend="it">
            </hi>(<hi rend="it">resp.</hi>
            <hi rend="smcap">vii</hi> 534<hi rend="smcap"> d;</hi><hi rend="it"> Theaet.</hi> 207<hi
               rend="smcap"> β</hi> e altrove),<lb/>è ancor più interessante che in Aristotele<hi
               rend="it">
            </hi>(<hi rend="it">eth. eud.</hi> Β 3.1220 b 25)<lb/>si trovi l’espressione
            ἐπιστημονικὴ πρᾶξις, la cui formulazione può ricor-<lb/>dare quella qui attribuita a
            Speusippo. Neanche il termine contrapposto,<lb/>αὐτοφυής, è estraneo a Platone; anzi è
            presente nei dialoghi nelle due<lb/>accezioni di “connaturato” (<hi rend="it">Prot</hi>.
               321<hi rend="smcap"> b</hi>;<hi rend="it"> resp.</hi>
            <hi rend="smcap">vi</hi> 486 <hi rend="smcap">d</hi>;<hi rend="it"> leg.</hi>
            <hi rend="smcap">vii</hi> 794<hi rend="smcap"> a)<lb/></hi>e “spontaneo”<hi rend="it">
            </hi>(<hi rend="it">resp.</hi>
            <hi rend="smcap">vii</hi> 520<hi rend="smcap"> b;</hi><hi rend="it"> Soph.</hi> 266<hi
               rend="smcap"> b).</hi></p>
          <p rend="start">Se l’attribuzione di ἐπιστημονική αἴσθησις a Speusippo è giustificata<lb/>sotto
            l’aspetto terminologico, lo è anche, cosa che è più importante, sotto<lb/>l’aspetto
            sostanziale. La διάγνωσις τῶν ὑποκειμένων di cui si parla alla<lb/>fine del riferimento
            non è estranea al pensiero di Speusippo, se si pensa<lb/>che questi era ideatore di
            tutta una vasta enciclopedia dei<hi rend="it"> realia</hi> (gli<lb/>Ὅμοια) distinti fra
            di loro dai due principi della ὁμοιότης e della δια-<lb/>φορά, i principi che Speusippo
            considerava validi a ordinare il mondo<lb/>dei sensibili<note xml:id="ftn19"
               place="foot" n="19">Rimando per questa interpretazione a<hi rend="it"> Speusippo.
                  Frammenti</hi>, cit., pp. 378-84;<lb/>e a<hi rend="it"> L’Accademia antica.
                  Interpretazioni recenti e problemi di metodo</hi>, «Rivista di Filolo-<lb/>gia e
               di Istruzione Classica», <hi rend="smcap">cxiv</hi> (1986) pp. 350-78, in part. p.
               360 e nota 1;<lb/>non concordo infatti con l’interpretazione di <hi rend="smcap">C.
                  A. Viano,</hi><hi rend="it"> La selva delle somiglianze</hi>,<lb/>Torino 1985, pp.
               177, 191-2, secondo il quale nel campo del sensibile Speusippo<lb/>avrebbe ritenuto
               di non poter far altro che “andare a caccia” di esempi empirici.<lb/>Lo vieta
               anzitutto l’uso di θήρα (che ha un significato oggettivistico nel linguag-<lb/>gio
               platonico, cfr.<hi rend="it"> Phaed.</hi> 66<hi rend="smcap"> c</hi> 2,<hi rend="it">
                  Gorg.</hi> 500<hi rend="smcap"> d</hi> 1, ove si parla di θήρα τοῦ ὄντος e<lb/>di
               θήρα τοῦ ἀγαθοῦ) e inoltre l’esame stesso del testo degli Ὅμοια, ove compaiono<lb/>i
               due precisi termini di διαφορά e ὁμοιότης, viste, queste, come i due principi
               che<lb/>regolano la ricerca nel campo dei sensibili. Lo vieta anche la stessa
               dottrina della<lb/>ἐπιστημονικὴ αἴσθησις, facoltà che probabilmente Speusippo
               applicava proprio a que-<lb/>sto campo, relativo alla raccolta dei dati empirici,
               fatta secondo criteri di ordine<lb/>e scientificità.</note>; a fissare il numero e i
            caratteri e le proprietà di questi,
</p>
<p rend="pb"><pb n="134" facs="Ele92_134.jpg"/></p>
<p>

            non è strano che si considerasse valida una
            collaborazione fra il senso<lb/>che percepisce e la ragione che opera l’atto della
            διαίρεσις. Non è pere-<lb/>grino nemmeno il ricorso al parallelo dell’armonia, e della
            distinzione del-<lb/>l’armonico dal disarmonico: in cui dobbiamo vedere qualcosa di più
            che<lb/>un semplice accostamento, ma piuttosto un’analogia che ha radici pro-<lb/>fonde.
            È noto come Speusippo avesse sostituito, nella gerarchia dell’es-<lb/>sere, le idee con
            i numeri, enti primi e modelli di razionalità: e l’armonia<lb/>è numero; collaborare con
            la ragione, significa educare la sensazione al<lb/>ritmo numerico. Filolao aveva già
            detto che il λογισμός che disciplina<lb/>la conoscenza ha le sue radici nel numero
               (Stob.<hi rend="it"> ecl.</hi>
            <hi rend="smcap">ι</hi>, p. 16 W. = 44<lb/>Β 11 D.-K.); e si sa che Speusippo amava
            rifarsi a Filolao nella sua tratta-<lb/>tistica sui numeri, sì che il brano del Περί τῶν
            πυθαγορικῶν ἀριθμῶν<lb/>speusippeo, resoci dallo Ps. Giamblico, si trova talvolta
            inserito, per i<lb/>richiami a Filolao, fra i frammenti di questo autore<note
               xml:id="ftn20" place="foot" n="20">Cfr. l’inserimento del passo nelle due raccolte
                  di<hi rend="smcap"> H. Diels-W. Kranz,</hi><hi rend="it">
               Vorso-<lb/>kratiker,</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi>, 44<hi rend="smcap"> a</hi> 13, pp.<hi rend="smcap">
               400-2,</hi> e M.<hi rend="smcap"> Timpanaro Cardini,</hi><hi rend="it"> I
               Pitagorici,</hi> Firenze 1962,<lb/><hi rend="smcap">ii</hi>, pp. 126-37. Che il passo
               sia speusippeo è opinione anche di<hi rend="smcap"> L. Tarán,</hi><hi rend="it">
                  Speusippus<lb/>of Athens cit.</hi>, pp. 297-8. Ciò pur essendo poi la sua
               interpretazione del passo assai<lb/>diversa da quella data da chi scrive in<hi
                  rend="it"> Speusippo. Frammenti</hi>, cit., pp. 368-77.</note>. A un
            platonico<lb/>pitagorizzante di questa fatta la τέχνη del musico poteva a buon
            diritto<lb/>offrire un esempio di disciplina della conoscenza sensibile.</p>
          <p rend="start">Un buon nucleo di autenticità, nel rivestimento in linguaggio ulte-<lb/>riore, è dunque
            riconoscibile nello Speusippo di Sesto. Per quanto poi<lb/>riguarda Senocrate, il
            discorso si fa più problematico. Si prendono le<lb/>mosse di lontano per arrivare alla
            dottrina senocratea della δόξα: e cioè<lb/>dalla distinzione metafisico-cosmologica che
            Senocrate avrebbe fatto del<lb/>reale, in tre zone di realtà, una noetica, al di sopra e
            al di fuori del<lb/>cielo (è, ancora, lo ὑπερουράνιος τόπος del<hi rend="it">
            Fedro),</hi> una intermedia, che<lb/>si identifica col cielo stesso, una sensibile,
            quella degli elementi in cui<lb/>viviamo. Si tratta di τρεῖς οὐσίαι (147), tre forme
            distinte dell’essere,<lb/>a proposito delle quali si pongono tre κριτήρια: ἐπιστήμη,
            δόξα, αἴσθησις.<lb/>Lo schema del κριτήριον è dunque anche qui osservato: regola e
            norma<lb/>di giudizio per stabilire la verità sarebbe di volta in volta la
            conoscenza<lb/>intellettiva, quella doxastica, la pura sensazione. Anche in questo
            rife-<lb/>rimento, quindi, vediamo la teoria del discepolo platonico costretta
               nel
                  </p>
<p rend="pb"><pb n="135" facs="Ele92_135.jpg"/></p>
<p>

                  <hi rend="it">cliché</hi> ellenistico. Ma anche qui è da cercarsi il nucleo
            originario senocrateo,<lb/>che certo non manca.</p>
          <p rend="start">Sembra che Senocrate non considerasse da identificarsi δόξα e αἴσθη-<lb/>σις. Per
            Platone il concetto di conoscenza doxastica abbracciava, come sap-<lb/>piamo, i due
            livelli della pura rappresentazione (εἰκασία) e della conoscenza<lb/>sensibile
            accertata, relativamente vera (πίστις, ὀρθὴ δόξα). Non così per<lb/>Senocrate; il quale,
            riprendendo pur sempre un discorso platonico circa la<lb/>δόξα come tipo di conoscenza
            intermedia e mista, fatta di verità e di non<lb/>verità<note xml:id="ftn21" place="foot"
               n="21"><hi rend="it">Resp.</hi><hi rend="smcap"> v</hi> 477<hi rend="smcap"> a</hi>
                  sgg.,<hi rend="it"> Theaet.</hi> 170<hi rend="smcap"> a-b,</hi><hi rend="it">
                  Phil.</hi> 37<hi rend="smcap"> b</hi>, e altrove; la teoria è troppo<lb/>nota per
               dovervi insistere. Per un tentativo di spiegazione del processo logico che<lb/>può
               aver portato Senocrate a questa concezione della δόξα cfr.<hi rend="it">
                  Senocrate-Ermodoro.<lb/>Frammenti</hi>, cit., pp. 312-3 (a commento del fr. 83 = 5
               H.). Si può aggiungere che<lb/>forse proprio nel<hi rend="it"> Timeo</hi> Senocrate
               poteva trovare uno spunto per la distinzione di<lb/>δόξα da αἴσθησις, là ove Platone
               scrive δόξα μετ' αiσθήσεως ἀλόγου<hi rend="it"> (Tim.</hi> 28<hi rend="smcap">
               a</hi>); ma<lb/>in Platone si trattava di una sorta di perifrasi, che comunque può
               aver dato adito<lb/>nella scuola a sviluppi e forzature. Quanto al passo di Sesto e
               alla sua fonte diretta,<lb/>una cosa è certa: che l’influenza stoica non può qui
               esser chiamata in causa per spie-<lb/>gare la distorsione. La δόξα è del tutto
               esclusa dall’ambito dei criteri nella Stoa;<lb/>cfr.<hi rend="smcap"> Diog.
               Laert</hi>. <hi rend="smcap">vii 54 =</hi><hi rend="it"> S.V.F.</hi><hi rend="smcap">
                  ii</hi> 105; lo stesso Sesto poco più oltre<hi rend="it"> (adv. log.<lb/></hi><hi
                  rend="smcap">i</hi> 151 =<hi rend="it"> S.V.F.</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 90) dice che essi pongono la δόξα ἐν μόνοις<hi rend="it">
               </hi>τοῖς φαύλοις.</note>, sembra intendesse assegnare ai due tipi di conoscenza,
            l’opinione<lb/>e la sensazione pura, due diverse sfere: all’opinione, che è mista, una
            οὐσία<lb/>μικτή come quella del cielo visibile, sede del divino ma pur sempre
            attingi-<lb/>bile ai sensi, mentre la οὐσια inferiore, quella della pura realtà
            sensibile,<lb/>inautentica, spuria, perché rimanda a un modello ideale, sarebbe stato
            il<lb/>campo di esplicazione della sensazione e l’oggetto del conoscere
            sensibile<lb/>(148-149). In tal caso, lasciando da parte lo schema estraneo del
            “criterio”,<lb/>Senocrate avrebbe pur sempre segnato una distinzione dell’opinare
            dal<lb/>semplice conoscere con i sensi, isolato un ambito preciso; e conferito
            all’o-<lb/>pinione la natura superiore di una semi-verità e di una semi-intellegibilità.</p>
          <p rend="start">La testimonianza va presa con segno dubitativo; e pure non è da re-<lb/>spingersi. E
            interessante, anzitutto, come essa ci ricordi che nell’orizzonte<lb/>filosofico di
            Senocrate esisteva pur sempre un “luogo” metafisico superiore<lb/>al cosmo, contro la
            tendenziosa testimonianza di Teofrasto (<hi rend="it">metaph.<lb/></hi>6 a 23 = fr. 26
            Heinze, 100 Isnardi Parente), secondo la quale Senocrate<lb/>πάντα περιτίθησι περὶ τὸν
            κόσμον; al contrario principi e numeri (o idee-
</p>
<p rend="pb"><pb n="136" facs="Ele92_136.jpg"/></p>
<p>

            numero) dovevano essere considerati
            da Senocrate, come del resto è lo-<lb/>gico che sia, entità trascendenti rispetto al
               cosmo<note xml:id="ftn22" place="foot" n="22">La cosmologizzazione che Teofrasto
               sembra fare del pensiero di Senocrate<lb/>è stata seguita con eccessiva fiducia da
               alcuni interpreti (cfr. ad es.<hi rend="smcap"> H. Dörrie</hi>,<hi rend="it"> s.v.
                  <lb/> Xenokrates</hi>, in<hi rend="smcap"><hi rend="it"> RE</hi> ix</hi> A 2
               (1967) coll. 1511-1528, in part. 1520). La testimonianza<lb/>di Sesto riequilibra la
               questione ed è sostenuta dalla testimonianza di Aristotele nella<lb/><hi rend="it"
                  >Metafisica.</hi></note>. Sotto questo aspet-<lb/>to, c’è da ritenere la
            testimonianza relativa a Senocrate perfettamente<lb/>legittimata. Tuttavia rimane
            singolare, e non può essere esente da margini<lb/>di dubbio, il fatto che una realtà
            come quella celeste possa essere stata<lb/>considerata da Senocrate oggetto della
            conoscenza doxastica. Non sotto<lb/>l’aspetto “formale” (per usare termini
            aristotelici), certo: perché la retta<lb/>astronomia è conoscenza delle perfette leggi
            matematiche che governano<lb/>il cielo. Ma difficilmente anche sotto l’aspetto
            materiale. Se Platone aveva<lb/>parlato, nella<hi rend="it"> Repubblica,</hi> dei
            ποικίλματα del cielo, dei suoi aspetti ester-<lb/>ni, come di una realtà soggetta, come
            ogni altra, alla conoscenza dei sensi,<lb/>l’Accademia aveva fatto dei passi avanti su
            una diversa strada. Una fonte<lb/>tarda, ma fededegna per la ricca tradizione che per
            tramiti confluisce ad<lb/>essa, Simplicio, ci avverte che il cielo fisico aveva per
            Senocrate la dignità<lb/>di un essere composto sulla base di un elemento privilegiato:
            al cielo egli<lb/>avrebbe assegnato quella forma ultima, il dodecaedro, che Platone
            non<lb/>aveva posto a base di alcun corpo elementare nel<hi rend="it"> Timeo,</hi>
            facendo del quin-<lb/>to corpo regolare il presupposto della quinta natura, lo αἰθήρ (<hi
               rend="it">in Aristot.<lb/>de cael.</hi>, p. 12 Heiberg = fr. 53 H., 265 I.P.)<note
                  xml:id="ftn23" place="foot" n="23"> È il più esplicito, fra i passi della<hi rend="it"
                  > Vita Platonis</hi> senocratea (opera certamente<lb/>bio-dossografica) che
               Simplicio riporta, circa una teoria del quinto elemento-etere,<lb/>identificato col
               cielo, in Senocrate; teoria che sarebbe stata, secondo lo schema con-<lb/>sueto,
               attribuita a Platone, “ritrovandola”, per così dire, nella sua opera secondo<lb/>una
               certa lettura esegetica. Cfr.<hi rend="it"> Senocrate-Ermodoro. Frammenti</hi>, cit.,
               pp. 433-5.</note>. Supporre che un simi-<lb/>le elemento possa esser oggetto di δόξα
            significa perlomeno rivedere pro-<lb/>fondamente la teoria della δόξα, modificandone la
            natura, distaccandola<lb/>dalla sensazione comune con i suoi aspetti illusori.</p>
          <p rend="start">Qualunque sia stata storicamente la posizione di Senocrate in merito,<lb/>ed è tema su
            cui non possiamo che avanzare illazioni, c’è qualcosa che,<lb/>independentemente da ciò,
            emerge chiaramente dal nostro passo: ed è<lb/>la volontà da un lato di affermare l’unità
            di Speusippo e Senocrate con
</p>
<p rend="pb"><pb n="137" facs="Ele92_137.jpg"/></p>
<p>

            la teoria di Platone, nel crescere e nell’affermarsi di
            una valutazione di<lb/>αἴσθησις e δόξα di cui si ravvisa in Platone la matrice;
            dall’altro la propria<lb/>volontà di riallacciarsi all’Accademia antica e di ritrovare,
            in essa, anche<lb/>forzando i toni, la radice dei propri atteggiamenti. Si tratta di un
            recu-<lb/>pero e di un ritorno; qualcosa di diverso dal tema dell’unità della vita<lb/>e
            della storia dell’Accademia, già affacciatosi con Filone di Larissa e desti-<lb/>nato a
            riproporsi nella storia ulteriore del platonismo. Per affermare l’uni-<lb/>tà
            dell’Accademia, anche nella sua fase aporetico-scetticizzante, bisognava<lb/>sostenere
            la tesi dell’aporeticità di Platone. Questa era però la tesi di<lb/>Filone, non di
               Antioco<note xml:id="ftn24" place="foot" n="24">È questo, com’è noto, un tormentato
               tema nella storia dell’Accademia e, più<lb/>tardi, del platonismo. Per le posizioni
               di Filone e Antioco cfr. ancora<hi rend="smcap"> J. Glucker,<lb/></hi><hi rend="it"
                  >Antiochus cit.</hi>, pp. 69 sgg., 82 sgg. Plutarco può esser citato purtroppo
               solo per il<lb/>titolo di un’opera perduta del catalogo di Lamprias,<hi rend="it">
                  Che una è l’Accademia</hi>, mentre<lb/>ci resta per<hi rend="it"> excerpta,</hi>
               tramite Eusebio, parte dell’opera numeniana<hi rend="it"> Della secessione<lb/>degli
                  Accademici da Platone</hi> (frr. 25 e sgg. Des Places).</note>. Ad Antioco ci
            porta invece il nostro brano,<lb/>per l’espressa volontà di ricupero (in una certa
            chiave) dei temi dell’Acca-<lb/>demia antica, al di là della fase scetticizzante
            intermedia.</p>
          <p rend="titlep"><hi rend="it">PH</hi>
            <hi rend="smcap">iii</hi> 54 e 115;<hi rend="it"> adv. log.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 7 e 258-259</p>
          <p rend="start">È appena ovvio osservare come la Stoa abbia attribuito la maggior<lb/>importanza alla
            contrapposizione σώματα-ἀσώματα, e come ἀσώματον<lb/>sia diventato nel suo ambito un<hi
               rend="it"> terminus technicus</hi> ben preciso. Né questo<lb/>termine né quello di
            σωματοειδής mancano nel vocabolario platonico; e<lb/>Aristotele dal canto suo conosce
            bene la contrapposizione fra quanti pro-<lb/>fessano la teoria di ἀρχαὶ ἀσώματοι e
            quanti invece pongono ἀρχαὶ<lb/>σωματικαί<hi rend="it"> (de an.</hi> A 2. 404 b 31 sg.).
            Ma sono gli Stoici ad aver collegato<lb/>la contrapposizione a quella più generale tra
            ὄντα e οὐκ ὄντα; con sfuma-<lb/>ture peraltro, e distinguendo (la testimonianza riguarda
            soprattutto Cri-<lb/>sippo<note xml:id="ftn25" place="foot" n="25"><hi rend="smcap"
                  >Stob.</hi><hi rend="it"> ecl.</hi><hi rend="smcap"> ι 42 a</hi>, p.<hi
                  rend="smcap"> 106</hi> Wachsmuth (= Ario Didimo,<hi rend="it"> Dox. Gr.</hi>,
                  p.<hi rend="smcap"> 461;<lb/></hi><hi rend="it">S.V.F.</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 509). Il problema è posto a proposito del tempo, che esiste
               come presente<lb/>solo in quanto legato ad avvenimenti che sono concreti, fisici,
               corporei, mentre “sus-<lb/>siste” ο “è” (ὑφίσταται) come passato ο futuro. Ma, al di
               là del tempo, investe tutta<lb/>la complessa questione del rapporto
               corporeità-incorporei. In proposito<hi rend="smcap"> P. Hadot,<lb/></hi><hi rend="it"
                  >Zur Vorgeschichte des Begriffs Existenz: ὑπάρχειν bei den Stoikern,</hi> «Archiv
               f. Begriffs-<lb/>geschichte», <hi rend="smcap">xiii</hi> (1969) pp. 115-27; <hi
                  rend="smcap">V. Goldschmidt,</hi><hi rend="it"> Ὑπάρχειν et ὑφιστάναι dans<lb/>la
                  philosophie stoïcienne,</hi> «Revue des Etudes Grecques»,<hi rend="smcap">
               lxxxv</hi> (1972) pp. 331-44<lb/>(anche in<hi rend="smcap"> Id.,</hi><hi rend="it">
                  Ecrits de philosophie ancienne et moderne,</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi>, Paris 1984, pp. 187-200);<lb/><hi rend="smcap">A.
                  Graeser,</hi><hi rend="it"> A propos ὑπάρχειν bei den Stoikern</hi>, «Archiv f.
               Begriffsgeschichte», <hi rend="smcap">xv</hi><lb/>(1971) pp. 299-305.</note>) il
            semplice ὑφίστασθαι, “essere” ο “sussistere”, dall’essere nel
</p>
<p rend="pb"><pb n="138" facs="Ele92_138.jpg"/></p>
<p>

            senso di “esistere”,
            ὑπάρχειν, che si addice solo a ciò che è corporeo.<lb/>Conseguenza di ciò era stato,
            nella stessa Stoa, la necessità di porre, come<lb/>genere supremo ο punto focale di
            tutti i generi, non lo ὄν stesso, che<lb/>si riferisce solo alla parte realmente
            esistente dell’essere, ma un più gene-<lb/>rico τί, capace di abbracciare insieme corpi
            e realtà incorporee ο semi-<lb/>realtà<note xml:id="ftn26" place="foot" n="26">Per le
               testimonianze su questa singolare teoria cfr.<hi rend="smcap"> Alex.</hi><hi
                  rend="it"> in Aristot. top.</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>p. 301, p. 359 Wallies;<hi rend="smcap"> Sext.</hi><hi rend="it"> adv.
               math.</hi>
               <hi rend="smcap">ι</hi> 17 e<hi rend="it"> PH</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 86; soprattutto Plotino con<lb/>la sua critica
                  stringente,<hi rend="it"> enn.</hi>
               <hi rend="smcap">vi</hi> 1, 25, 1 sgg.<hi rend="it"> (S.V.F. </hi><hi rend="smcap"
               >ii</hi> 329, 330, 371, 373; <hi rend="smcap">K. Hül-<lb/>ser,</hi><hi rend="it">
                  F.D.S.,</hi> fr. 718). Cfr. quanto citato in<hi rend="it"> Stoici antichi</hi>,
               cit., p. 798 nota 221, cui<lb/>è da aggiungersi ora il penetrante articolo di <hi
                  rend="smcap">J. Brunschwig,</hi><hi rend="it"> La théorie stoïcienne<lb/>du genre
                  suprème et l’ontologie platonicienne</hi>, in<hi rend="it"> Matter and
                  Metaphysics. Fourth Sympo-<lb/>sium Hellenisticum,</hi> ed. by <hi rend="smcap">
J.                  Barnes</hi> and <hi rend="smcap">M. Mignucci</hi> (“Elenchos” <hi rend="smcap"
               >xiv</hi>) Napoli<lb/>1988.</note>. Tutto questo appartiene alla storia della scuola
            stoica; se se ne<lb/>fa qui richiamo, è per mostrare come il linguaggio platonico venga
            talvolta<lb/>semplificato ο travisato da Sesto negli schemi di un linguaggio
            divenuto<lb/>diffuso, ma che ha nella Stoa il suo luogo di origine.</p>
          <p rend="start">Uno dei passi più significativi in proposito è <hi rend="it">PH</hi>
            <hi rend="smcap">iii</hi> 54. Il discorso<lb/>che ivi si fa su Platone è non a caso
            inserito in una polemica che riguarda<lb/>il concetto stoico di λεκτόν. Come anche
               altrove<hi rend="it"> (adv. log.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 409 sgg.)<lb/>Sesto denuncia certe conseguenze illogiche
            presenti nella logica stoica:<lb/>quei filosofi hanno affermato che incorporeo è, per
            definizione, ciò ch’è<lb/>incapace di agire e di subire; ma hanno poi identificato un
            certo tipo<lb/>di incorporeo con forme logiche, il λεκτόν ο significato, l’ἀξίωμα
            (lo<lb/>stesso λεκτόν è, nella sua espressione più ridotta, un ἀξίωμα ἐλλιπές),<lb/>l’
            ἀπόδειξις; ora, queste forme logiche esercitano un’azione sulla nostra<lb/>mente; per
            esempio l’ ἀπόδειξις è fatta proprio per produrre in noi un<lb/>certo convincimento. Non
            ci interessano qui le risposte più ο meno abili<lb/>che già gli Stoici hanno dato a tali
            argomentazioni ben anteriori a Sesto<lb/>(forse carneadee?)<note xml:id="ftn27"
               place="foot" n="27"><hi rend="smcap">Il</hi> passo,<hi rend="smcap"> Sext.</hi><hi
                  rend="it"> adv. log.</hi><hi rend="smcap"> ii 404-409,</hi> che è riprodotto solo
               parzialmente dal-<lb/>l’Arnim in<hi rend="it"> S.V.F.</hi>, e che non aveva
               sufficientemente attirato la mia attenzione, com-<lb/>parirà ora in<hi rend="it">
                  Appendix Stoicorum,</hi> di prossima pubblicazione in «Studi Classici
               e<lb/>Orientali» (1991). Sesto conosceva già non solo la critica fatta agli Stoici,
               ma anche<lb/>la risposta data da questi ai loro avversari: che cioè, mentre la
               conoscenza delle realtà<lb/>incorporee può dirsi una forma di conoscenza ἀπό, che
                  viene<hi rend="it"> da</hi> ciò che è esterno<lb/>e che produce su di noi
               un’azione causa/effetto, il convincimento, che deriva da una<lb/>dimostrazione,
               appartiene alla conoscenza ἐπί, “su”, “circa”, “in ordine a”, che non<lb/>implica
               causalità di tipo fisico. Ch’è una sorta di<hi rend="it"> escamotage,</hi> senza
               valore probante,<lb/>ma di notevole interesse per la storia delle polemiche di cui si
               è intessuto il rapporto<lb/>fra Stoa e altre scuole, in particolare Accademia di
               mezzo e nuova.</note>; ci interessa il discorso che Sesto introduce quasi
</p>
<p rend="pb"><pb n="139" facs="Ele92_139.jpg"/></p>
<p>

            per
            inciso su Platone, chiamato in causa come quello che γιγνόμενα μέν,<lb/>ὄντα δὲ οὐδέποτε
            καλεῖ τὰ σώματα: non può conferir loro il nome di ὄντα<lb/>in quanto non può indicarli
            come un τόδε, un “questo” definito. Per non<lb/>dire della più nota contrapposizione
            οὐσία-γένεσις, il riferimento immediato<lb/>di quest’ultimo passo è al<hi rend="it">
               Timeo</hi> (49<hi rend="smcap"> d-ε</hi>), ove si dice che le forme del
            sensi-<lb/>bile, aventi il loro luogo nella χώρα, non si caratterizzano mai come
            un<lb/>τοῦτο, ma sempre e solo come un τοιοῦτο (in termini aristotelici, forzando<lb/>il
            concetto, si direbbe non mai come sostanze, ma come qualità, ο
            accidenti<lb/>qualitativi). Ricalcando la contrapposizione stoica ὄντα-οὐκ ὄντα,
            Sesto<lb/>introduce qui Platone per attribuirgli una teoria che sta, ovviamente,
            al-<lb/>l’opposto di quella stoica, presupposta tuttavia nella formulazione linguistica.</p>
          <p rend="start">Ancor più significativo è <hi rend="it">PH</hi>
            <hi rend="smcap">iii</hi> 115, ove è ripreso il tema aristotelico<lb/>della discepolanza
            e derivazione (pur mediata) di Platone da Eraclito. I<lb/>termini iniziali della
            contrapposizione ricalcano quelli del passo preceden-<lb/>temente visto: i corpi sono
            μηδὲ ὄντα [...] γιγνόμενα μᾶλλον. Ma subito<lb/>dopo è attribuita a Platone la teoria
            della ὕλη ῥευστή; se gli occhi dell’ese-<lb/>geta sono volti al<hi rend="it">
            Timeo,</hi> nel<hi rend="it"> Timeo</hi> è ovviamente introvabile tale teoria<lb/>per il
            semplice fatto che il concetto filosofico di ὕλη è postplatonico<note xml:id="ftn28"
               place="foot" n="28">Rimando a quanto notato in<hi rend="it"> Ὕλη ῥευστή</hi>,
               «Parola del Passato»,<hi rend="smcap"> xlv</hi> (1990)<lb/>pp. 277-84, riguardo al
               saggio di <hi rend="smcap">F. Decleva Caizzi,</hi><hi rend="it"> La “materia
                  scorrevole”. Sulle<lb/>tracce di un dibattito perduto</hi>, in<hi rend="it">
                  Matter and Metaphysics cit.</hi>, pp. 425-70. Contra-<lb/>riamente alla Decleva,
               ritengo che l’Accademia antica non potesse “appropriarsi”<lb/>del concetto
               aristotelico di ὕλη, il che avrebbe comportato il rinnegamento della dot-<lb/>trina
               platonica del trascendente, in qualsiasi modo considerato (modelli ideali ο
               prin-<lb/>cipi); e che la formula, contaminazione di platonismo e aristotelismo, sia
               frutto di<lb/>una fase più tardiva.</note>.<lb/>In un primo momento si parla della
            materia, in Platone, come οὐσία<lb/>ῥευστή (tale che nel suo scorrere subisce continue
            differenziazioni, ag-<lb/>giunte, diminuzioni, variazioni), per passare poi ad
            attribuire a Eraclito,
</p>
<p rend="pb"><pb n="140" facs="Ele92_140.jpg"/></p>
<p>

            dal quale Platone la avrebbe desunta, la teorìa della
            εὐκινησία τῆς<lb/>ἡμετέρας ὕλης.</p>
          <p rend="start">Ciò che è corporeo è in un processo di continua ῥύσις, nessun corpo<lb/>è stabile; la
            materia è simile a un fiume in perpetuo scorrere (116). È,<lb/>questa, un’immagine che
            non verrà mai abbandonata nel corso del medio-<lb/>platonismo, e Numenio di lì a poco la
            rappresenterà con particolare forza,<lb/>parlando di fluire, ma di un fluire
            disordinato, scomposto e ribelle, in<lb/>base alla sua concezione negativa della
               materia<note xml:id="ftn29" place="foot" n="29"><hi rend="smcap">Numen</hi>. fr. 3
               Des Places (da Eus.<hi rend="it"> praep. evang.</hi>
               <hi rend="smcap">xv</hi> 17,<hi rend="smcap"> 1-2).</hi></note>. La teoria della
            ὕλη<lb/>ῥευστή è già diventata, quando Sesto scrive, un τόπος: il passo delle<hi
               rend="it"> Hy-<lb/>potyposeis</hi> trova il suo esatto parallelo in un altro passo
               sestano,<hi rend="it"> adv. log.<lb/></hi><hi rend="smcap">ii</hi> 6-7: anche lì
            abbiamo un saggio di contaminazione fra il comparire<lb/>fuggevole (φαντάζεσθαι) del<hi
               rend="it"> Timeo</hi> e il concetto aristotelico di ὕλη. Ma<lb/>qui non si parla più
            di ἀσώματα e γιγνόμενα quanto, piuttosto, di<lb/>ἀσώματα e αἰσθητά; cioè il discorso
            tende a spostarsi sul piano gnoseolo-<lb/>gico, o, perlomeno, a un concetto di tipo
            oggettivistico-ontologico vedia-<lb/>mo contrapposto un concetto relativo piuttosto
            all’ordine del conoscere.</p>
          <p rend="start">Non seguiremo Sesto nei suoi paralleli con Democrito, che avrebbe,<lb/>come Platone,
            negato valore alla conoscenza sensibile, non sussistendo<lb/>alcuna sensazione che sia
               φύσει<note xml:id="ftn30" place="foot" n="30">Il linguaggio è più tardivo, passato
               attraverso gli schemi della sofistica; il<lb/>termine specifico usato da Democrito è,
                  com’è noto, quello di ἐτεῇ che troviamo<lb/>in Sesto stesso altrove,<hi rend="it">
                  adv. log.</hi><hi rend="smcap"> i 135 (68 Β 9</hi> D<hi rend="smcap">.-K.), ο</hi>
                  in<hi rend="smcap"> Gal.</hi><hi rend="it"> de medic. empir.</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>ed.<hi rend="smcap"> H.</hi> Schöne, Berlin<hi rend="smcap"> 1901 (68 β 125</hi>
               D.-K.). Sulla pretesa “negazione delle sensa-<lb/>zioni” da parte di Democrito si era
               formata assai presto nella sua scuola la posizione<lb/>scetticizzante e
               l’interpretazione scetticizzante della dottrina del maestro, che comun-<lb/>que
               anch’essa, come l’atteggiamento di Platone, non ha le caratteristiche dello
               scetti-<lb/>cismo agli occhi di Sesto.</note>, ο con Asclepiade, figura che
            presenta<lb/>di per sé un grosso e forse insolubile problema, sempre nota come è
            attra-<lb/>verso accostamenti, e del tipo più diverso, se si pensa che, mentre
            qui<lb/>viene associata con Platone, l’accostamento più frequente è quello
               con<lb/>Epicuro<note xml:id="ftn31" place="foot" n="31">Per l’accostamento a Platone
               cfr. recentemente<hi rend="smcap"> F. Decleva Caizzi,</hi><hi rend="it"> La
                  “ma-<lb/>teria scorrevole” cit.</hi>, pp.<hi rend="smcap"> 461-6;</hi> la nota 37
               a p.<hi rend="smcap"> 462</hi> offre una sintetica ma esauriente<lb/>bibliografia, a
               cominciare dallo studio che a questa enigmatica figura di medico de-<lb/>dicò M. W<hi
                  rend="smcap">ellmann,</hi><hi rend="it"> Asklepiades aus Bythinien voti einem
                  beherrschenden Vorurteil<lb/>befreit</hi>, «Neue Jahr. der klass. Alt.»,<hi
                  rend="smcap"> xl</hi> (1908) pp.<hi rend="smcap"> 684</hi>-703. Per gli
               accostamenti<lb/>ad Epicuro, probabilmente fuorvianti (cfr., sempre da Galeno, i frr.
               285, 293, 382,<lb/>373 Us.), mi sono espressa negativamente in <hi rend="it">Le
                  obiezioni al ‘Fedone’ di Stratone di<lb/>Lampsaco e l’epistemologia del primo
                  ellenismo</hi>, «Rivista di Filologia e di Istruzione<lb/>Classica»,<hi
                  rend="smcap"> cv</hi> (1977) pp. 277-305, in part. 303 sgg. Forse ci portano più
               vicini alle<lb/>reali fonti di Asclepiade passi quale Eus.<hi rend="it"> praep.
                  evang.</hi>
               <hi rend="smcap">xiv</hi> 23, 4, ove vien compiuto<lb/>un accostamento con Eraclide
               Pontico, che avvicina Asclepiade, piuttosto, alla tradi-<lb/>zione
               platonico-peripatetica.</note>. Ciò che interessa è la diversità fra l’immagine di
            Platone
</p>
<p rend="pb"><pb n="141" facs="Ele92_141.jpg"/></p>
<p>

            suggerita dal sopra esaminato brano di<hi rend="it"> adv. log.</hi>
            <hi rend="smcap">ι</hi> 141-144 e quella che<lb/>emerge dal brano che stiamo esaminando.
            Là — per il tramite dei “Plato-<lb/>nici” cui Sesto si riferiva esplicitamente —
            sembrava venisse accordata<lb/>da Platone non solo una certa validità e “verità” al
            mondo sensibile,<lb/>ma la conoscenza di esso venisse considerata anche un “criterio”,
            cioè<lb/>un giudizio di verità. Ecco che qui invece Platone (come, per altre
            ra-<lb/>gioni, Democrito) viene considerato un filosofo che ἀναιρεῖ τὴν
               αἴσθησιν<lb/>(<hi rend="it">adv. log.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 56). Sesto si riferisce qui ad una fonte che, dati i
            confronti,<lb/>potremmo ragionevolmente ritenere dossografica, probabilmente
            influen-<lb/>zata (abbiamo visto in passi paralleli il concetto di ὕλη ῥευστή) dal
            plato-<lb/>nismo della prima età imperiale. Si delinea, attraverso il suo
            riferimento,<lb/>un’immagine di Platone come il filosofo che avrebbe considerato i
            sensi-<lb/>bili in divenire “non essenti” in virtù della loro perenne instabilità
            e<lb/>avrebbe coerentemente negato ogni validità conoscitiva agli oggetti
            della<lb/>conoscenza sensibile (αἰσθητά); un Platone sostenitore di una teoria
            della<lb/>ὕλη come perennemente instabile e quindi non suscettibile della
            stessa<lb/>predicazione di essere. Siamo, come si vede, ben lontani dal Platone
            stoi-<lb/>cheggiante della testimonianza che risale all’ellenismo e,
            probabilmente,<lb/>ad Antioco di Ascalona, da noi sopra esaminata.</p>
          <p rend="start">A rincalzo, già fin da ora, si può tentare un primo esame del passo<lb/><hi rend="it"
               >adv. phys.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 258-259, sul quale meglio ci soffermeremo più oltre.
            Citando<lb/>(e vedremo meglio come) Platone, Sesto afferma che le idee sono<lb/>ἀσώματα
            primi per eccellenza rispetto a tutta la realtà ulteriore; esse<lb/>προϋφίστανται ai
            corpi; è da notarsi come sia preferita qui l’espressione<lb/>προϋφιστάναι, valida nel
            linguaggio stoico, per gli incorporei, e non il<lb/>προϋπάρχειν più adatto a indicare
            l’esistenza (o, qui, pre-esistenza) dei<lb/>corpi. In questa prospettiva, rovesciando la
            prospettiva stoica, incorporeo<lb/>deve essere ciò che fonda l’essenza della corporeità:
            l’incorporeo è ἀρχή<lb/>rispetto a ciò che è materia e corpo. Non diversamente ragionava
               Plutarco
</p>
<p rend="pb"><pb n="142" facs="Ele92_142.jpg"/></p>
<p>

            (<hi rend="it">quaest. plat.</hi><hi rend="smcap"> iii</hi> 1001<hi
               rend="smcap"> ε-f</hi>) parlando della καταβίβασις dalle idee fino ai<lb/>sensibili
            per mezzo di successivi atti di “aggiunta”, πρόσθεσις: quella<lb/>della quantità che dà
            luogo ai numeri, dell’estensione (μέγεθος)<note xml:id="ftn32" place="foot" n="32">Così
               va interpretata la parola e non come “grandezza”; cfr. <hi rend="smcap">H.
                  Cherniss,<lb/></hi><hi rend="it">Plutarch’s Moralia</hi>, <hi rend="smcap"
               >xiii</hi> 1, Cambridge-London 1976, p. 38 nota c, con esempi dallo<lb/>stesso
                  Sesto<hi rend="it">
               </hi>(<hi rend="it">adv. log.</hi>
               <hi rend="smcap">i</hi> 73).</note> per le<lb/>grandezze, della profondità per i
            solidi. Anche qui le idee sono concepite<lb/>come ἀρχαί in quanto assolutamente semplici
            nella loro incorporeità, giac-<lb/>ché la corporeità richiede tutto un complesso sistema
            di aggiunte poste-<lb/>riori che vanno via via sommandosi. Ma Sesto, vedremo, non si
            limita<lb/>a questo, e la sua citazione di Platone in questo luogo offre
            difficoltà<lb/>che l’interpretazione di Plutarco non presentava.</p>
          <p rend="start">E l’anima? Non è anche l’anima, in Platone, un ἀσώματον? Sesto<lb/>sa questo, e la
            giustificazione che ne dà in un altro passo<hi rend="it">
            </hi>(<hi rend="it">adv. log.</hi>
            <hi rend="smcap">i</hi> 119)<lb/>ha un sapore senocrateo: l’anima non può non essere un
            ἀσώματον in<lb/>quanto accoglie e recepisce in sé altri άσώματα (le idee, i numeri,
            i<lb/>πέρατα τῶν σωμάτων ο limiti incorporei delle figure geometriche).
            Di<lb/>Senocrate, Nemesio ci dice che una delle prove da questi addotte
            per<lb/>l’incorporeità assoluta dell’anima era che essa si “nutre” di realtà
            incor-<lb/>poree, per esempio la scienza; e possiamo discutere su quel
            “nutrirsi”,<lb/>che ha riscontri vari e problematici; ma è certo che i due argomenti
            hanno<lb/>una certa somiglianza ed è probabile che la prova (comunque essa fosse<lb/>poi
            formulata) risalga all’Accademia antica<note xml:id="ftn33" place="foot" n="33">II tema
               del “nutrimento” dell’anima può destare qualche dubbio di un pas-<lb/>saggio
               attraverso la Stoa, non però necessariamente; per il passo cfr.<hi rend="smcap">
                  Nemes.</hi><hi rend="it"> de nat.<lb/>hom.</hi> 30, P.G.<hi rend="smcap"> xl</hi>,
               col. 541 = fr. 66 H., 203 I.P. (dubbi su di esso sono stati<lb/>recentemente
               sollevati da<hi rend="smcap"> M. Morani,</hi><hi rend="it"> Nemesiana parva,</hi>
               «Orpheus», n.s. <hi rend="smcap">viii</hi> (1987)<lb/>pp. 144-8). Particolarmente
               accademico sembra lo schema della “prova” che, a<lb/>quanto evinciamo da Aristotele,
               era corrente nella scuola da Platone, a cominciare<lb/>dai λόγοι ο dalle ἀποδείξεις
               relative alle idee (cfr.<hi rend="it"> De ideis</hi>,<hi rend="it"> passim,</hi> e<hi
                  rend="it"> eth. eud. </hi>A<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>8.1218 a 14). Ma non può certo negarsi che tale schema sia stato poi adottato
               da<lb/>altre scuole. La teoria del carattere άσώματον dell’anima, in ogni caso, è
               tipica del<lb/>platonismo e ne rappresenta una costante.</note>. Era proprio
            l’Accademia<lb/>antica, soprattutto senocratea, la fucina delle “prove” a βοήθεια
            del<lb/>verbo platonico; e, attraverso tramiti, questi schemi sono arrivati al
            tardo<lb/>mondo antico.</p>
<p rend="pb"><pb n="143" facs="Ele92_143.jpg"/></p>

          <p rend="titlep"><hi rend="it">adv. phys.</hi>
            <hi rend="smcap">ι</hi> 364; <hi rend="smcap">ii</hi> 258-260, 276-277</p>
          <p rend="start">Nel primo di questi passi, <hi rend="smcap">i</hi> 364, troviamo un’affermazione
            inequivo-<lb/>cabile: per Platone le idee sono le ἀρχαί del reale. Anche qui Sesto
            non<lb/>cita, ma parla con apparenza di obiettività, derivata ο da lettura
            diretta,<lb/>ο da esposizione dossografica che si ritiene comunque riferimento
            fedele.<lb/>Sesto afferma che quanti sostengono l’esistenza di incorporei
            ritengono<lb/>ἄρχειν (trovarsi all’estremo del reale, dare inizio al reale) entità
            diverse:<lb/>Platone le idee; i Pitagorici i numeri; i matematici i “limiti dei
            corpi”,<lb/>si intende dei corpi geometrici. La forma in cui è espressa la
            convinzione<lb/>che per Platone le idee siano al livello più alto del reale e ne
            costituiscano<lb/>il vero fondamento è di carattere medioplatonico: tutti gli autori del
            me-<lb/>dioplatonismo (Plutarco, Albino, Calcidio) sono concordi nel conferire<lb/>alle
            idee questo ruolo<note xml:id="ftn34" place="foot" n="34"><hi rend="smcap"> Plut.</hi>
               <hi rend="it"> de E apud Delph.</hi> 391<hi rend="smcap"> b,</hi> chiama assai
               esplicitamente i γένη del<hi rend="it"> Sofista<lb/></hi>κυριώταται ἀρχαί; e di ἀρχή
               come definizione dell’idea fa uso assai largo (soprattutto<lb/>nel dialogo citato,
               importante saggio dello stile compendiarono del medioplatonismo).<lb/>Per l’uso di
               ἀρχή in relazione alle idee cfr. fra i molti esempi possibili<hi rend="smcap">
               Alcin</hi>. (Al-<lb/>bino?)<hi rend="it"> Didaskalikós,</hi> pp.<hi rend="smcap">
                  162,11; 163,10</hi> Hermann;<hi rend="smcap"> Calcid.</hi><hi rend="it"> in Plat.
                  Tim.,</hi> p.<hi rend="smcap"> 330, 9<lb/></hi>Waszink, ove l’idea è definita<hi
                  rend="it"> principalis species.</hi> Diverso il platonismo alessandrino,<lb/>più
               vicino alla tradizione neopitagorica, di cui si dirà più oltre; cfr.<hi rend="it">
                  infra,</hi> nota 58.<lb/>Si può obiettare che nel Περὶ ἰδεῶν lo stesso Aristotele
               sembra aver affermato che<lb/>le idee sono ἀρχαί (<hi rend="smcap">Alex,</hi><hi
                  rend="it"> metaph.,</hi> p.<hi rend="smcap"> 86, 8</hi> Hayduck = fr. 4, p.<hi
                  rend="smcap"> 127</hi> Ross); ma Ari-<lb/>stotele fa ciò solo per giungere alla
               conclusione che non a caso dottrina delle idee<lb/>e dottrina dei principi sono
               incompatibili fra loro, e che è necessario un atto di scelta<lb/>(<hi rend="it"
                  >ibid.,</hi> p.<hi rend="smcap"> 87, 20</hi> sgg. Hayduck = p.<hi rend="smcap">
                  128</hi> Ross).</note>. Il passo è in proposito assai chiaro, né è
            lecito<lb/>aggirarlo con espedienti giustificativi, anche se non è in accordo, e
            stiamo<lb/>per vederlo, con altre testimonianze sestane.</p>
          <p rend="start">In<hi rend="it"> adv. phys.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 258-260, abbiamo una testimonianza su Platone che<lb/>Sesto
            riferisce nell’ambito di un lungo brano in cui attinge ad autori neo-<lb/>pitagorici:
            una fonte a noi ignota, cui Sesto si riferisce con le espressioni<lb/>di πυθαγορικοί,
            πυθαγορικῶν παίδες, Πυθαγόρας; perfino οἱ ἀπὸ τῆς<lb/>Ἰταλίας πυθαγορικοί, ove l’accenno
            all’Italia non ci aiuta affatto all’iden-<lb/>tificazione, trattandosi di una pura nota
            tradizionale di διαδοχή. Qui Pla-<lb/>tone, come già vedemmo, è indicato come l’autore
            che ha conferito alle<lb/>idee, incorporee, dignità di priorità ontologica
            (προϋφιστάναι) rispetto ai<lb/>corpi. Non per questo esse possono dirsi principi in
            assoluto: ogni idea
</p>
<p rend="pb"><pb n="144" facs="Ele92_144.jpg"/></p>
<p>

            è infatti una, presa di per se stessa nella sua singolarità, ma
            κατὰ σύλλη-<lb/>ψιν — vista come una complessità interiormente organizzata — è
            molte-<lb/>plice, in quanto comprendente altre idee in sé, ed è quindi a sua
            volta<lb/>dipendente dal numero. Occorre perciò riconoscere che i numeri
            sono<lb/>trascendenti (ἐπαναβεβηκότες) rispetto alle idee stesse, e che sono essi<lb/>le
            vere ἀρχαί del tutto.</p>
          <p rend="start">La citazione fa parte di un contesto in cui si afferma che i “Pitagori-<lb/>ci”
            ritengono che la corporeità rimandi come a suo principio non ad una<lb/>corporeità
            ulteriore, ma a una natura ο realtà di carattere incorporeo:<lb/>tale realtà, essi la
            individuano nel numero, che ritengono superiore alle<lb/>idee (249 sgg.). Il nostro
            problema è anzitutto quello di stabilire i limiti<lb/>della citazione di Platone;
            stabilire cioè se Platone sia qui semplicemente<lb/>chiamato in causa come un filosofo
            che ha affermato, con la dottrina<lb/>delle idee, la priorità dell’ ἀσώματον sui σώματα
            (258), oppure se riguar-<lb/>di ancora Platone la successiva affermazione che le idee
            sono sì intellegibi-<lb/>li e incorporee, ma non di necessità semplici, e che la loro
            interna com-<lb/>plessità rimanda ancora, ad un più alto livello, al numero (259-260).</p>
          <p rend="start">La prima ipotesi sembrerebbe più plausibile se il nostro intento fosse<lb/>quello di
            mettere in accordo Sesto con se stesso, dal momento che altrove<lb/>lo abbiamo visto
            affermare senza riserve il carattere di ἀρχαί proprio delle<lb/>idee platoniche. Ma
            quanto abbiamo visto finora ci porta già verso la<lb/>conclusione che l’immagine di
            Platone appare di volta in volta in Sesto<lb/>assai diversa a seconda della fonte. Per
            giunta, qui ci troviamo di fronte<lb/>non ad un riferimento di Platone cui Sesto intenda
            conferire carattere<lb/>di (relativa) obiettività: ci troviamo di fronte al Platone dei
            “Pitagorici”,<lb/>ad una citazione che fa, a tutta evidenza, parte di un contesto
            specifico.<lb/>Da una simile preoccupazione dobbiamo quindi sgombrarci
            preliminar-<lb/>mente la strada.</p>
          <p rend="start">Ci si deve dunque chiedere piuttosto se esistano già nella tradizione<lb/>interpretativa
            che si riferisce a Platone i due motivi che caratterizzano<lb/>la citazione: la teoria
            del carattere composito dell’idea e quella della supe-<lb/>riorità dei numeri alle idee
            nella gerarchia ontologica. Entrambe di fatto<lb/>esistono, e rendono almeno plausibile
            l’attribuzione a Platone, da parte<lb/>dei “Pitagorici”, dell’una e dell’altra
            posizione.</p>
          <p rend="start">L’idea come realtà composita non è del dialogo platonico (ove le idee<lb/>sono
            dichiarate semplici,<hi rend="it"> Phaed.</hi> 78 c, esenti da mistione,<hi rend="it">
            Phil.</hi> 59 <hi rend="smcap">c</hi>; né
</p>
<p rend="pb"><pb n="145" facs="Ele92_145.jpg"/></p>
<p>

            a ciò è di ostacolo il<hi rend="it">
               Sofista,</hi> ove συμπλοκή e κοινωνία fra le idee indicano<lb/>compatibilità
            logico-ontologica e non composizione ο commistione<note xml:id="ftn35" place="foot"
               n="35">È puntualizzato l’uso promiscuo di μετέχειν, συμφωνεῖν, κοινωνεῖν da parte
                  di<lb/><hi rend="smcap"> S.Rosen,</hi><hi rend="it"> Plato’s ‘Sophist.’ The Drama
                  of original and image</hi>, New Haven 1983, pp. 252-<lb/>3. Ma per le aporie
               insite in questi concetti del<hi rend="it"> Sofista</hi> cfr. soprattutto di recente
                  <hi rend="smcap">G.<lb/>Sasso,</hi><hi rend="it"> L’essere e le differenze. Sul
                  ‘Sofista’ di Platone</hi>, Bologna 1991, per il concetto di<lb/>partecipazione pp.
               85 sgg., 137 sgg., 163 sgg. L’analisi teoretica di Sasso aiuta a com-<lb/>prendere
               come “partecipazione” si intenda altrove nel dialogo platonico in senso
               unidi-<lb/>rezionale (i sensibili partecipano dell’idea, ma l’idea non partecipa
               certo di essi), mentre<lb/>il<hi rend="it"> Sofista</hi> presenta un uso di μέθεξις e
               μετέχειν del tutto affine a quello di κοινωνία ο<lb/>συμπλοκή, in cui il rapporto è
               reciproco, e quindi si pone sotto un aspetto profonda-<lb/>mente diverso,
               assimilandosi a “comunanza”. Il che non vuol dire certo “mescolanza”,<lb/>nel senso
               di una intrinseca composizione, senso cui è stato poi piegato dall’esegesi
               ulte-<lb/>riore. Per<hi rend="smcap"> i</hi> passi più significativi del<hi rend="it"
                  > Sofista</hi> cfr. 251<hi rend="smcap"> d</hi>-256<hi rend="smcap"> a,</hi><hi
                  rend="it"> passim</hi>.</note>);<lb/>appartiene però a certa esegesi
            vetero-accademica che si trovava a dover<lb/>conciliare la teoria delle idee come
               ἑνάδες o μονάδες<hi rend="it"> (Phil.</hi> 15<hi rend="smcap">
               a-b</hi>) con<lb/>la teoria della διαίρεσις, che sembrava portare la divisione nel
            cuore delle<lb/>idee stesse. Espediente per ottenere ciò era vedere l’idea nella forma
            del-<lb/>l’unità composita propria del numero, e a ciò aiutava la volontà di
            conci-<lb/>liazione fra platonismo e pitagorismo che è un’altra caratteristica
            dell’Ac-<lb/>cademia antica. Rimane legata al nome di Senocrate non solo la
            teoria<lb/>delle idee-numeri, ma quella dell’idea come εἶδος συγκείμενον εἰδῶν,
            se-<lb/>condo un’espressione che troviamo in Temistio e che questi dice desunta<lb/>dal
            Περὶ φύσεως di Senocrate stesso<note xml:id="ftn36" place="foot" n="36"><hi rend="smcap"
                  >Temist.</hi><hi rend="it"> paraphr. in Aristot. de anima,</hi> p. 11, 19 sgg.
               Heinze = fr. 39 H.,<lb/>260 I.P.; analogamente<hi rend="it"> ibid.,</hi> p. 31, 1
               sgg. H. = fr. 61 H., 261 I.P. Per la discussione<lb/>se Temistio abbia potuto o no leggere il passo nell’opera di Senocrate cfr.<hi
                  rend="smcap"> H. Cher-<lb/>niss,</hi><hi rend="it"> Aristotle’s Criticism of Plato
                  and the Academy</hi>, Baltimore 1944, p. 399 nota 325,<lb/>e pp. 566 sgg.; di
                  contro<hi rend="smcap"> A.D. Saffrey,</hi><hi rend="it"> Le Περὶ φιλοσοφίας
                  d’Aristote et la théorie<lb/>platonicienne des idées-nombres</hi>, Leiden 1955, p.
               41 (replica di <hi rend="smcap"> H.Cherniss</hi>, «Gno-<lb/>mon», <hi rend="smcap"
                  >xxxi</hi> (1960) pp. 41-2, poi in<hi rend="it"> Selected Papers,</hi> ed. by
                  <hi rend="smcap"> L.Tarán</hi>, Leiden 1977,<lb/>pp. 428-9). La definizione, sia
               stata essa letta ο no — e quest’ultima ipotesi sembra a<lb/>chi scrive più probabile
               — nello stesso testo senocrateo, è importante e significativa<lb/>anche se Temistio
               parla dell’anima: egli dice che l’anima è numero per la sua stretta<lb/>somiglianza
               col numero ideale, e la definizione che segue (εἶδος συγκείμενον εἰδῶν)<lb/>si
               attaglia quindi a entrambi. Essa ha una rispondenza in<hi rend="smcap">
                  Aristot.</hi><hi rend="it"> metaph.</hi><hi rend="smcap"> Β</hi> 3.<lb/>998 b 30
               sgg. = fr. 122 Ι.Ρ.; cfr. anche<hi rend="it"> ibid.</hi> Μ 7.1082 a 36. Per le
               ragioni che porta-<lb/>vano Senocrate a concepire l’idea come realtà composita
               rimando a <hi rend="smcap">M. Isnardi Pa-<lb/>rente,</hi><hi rend="it"> Studi
                  sull’Accademia platonica antica</hi>, Firenze 1979, pp. 107 sgg.</note>. Non
            mancano quindi appigli per
</p>
<p rend="pb"><pb n="146" facs="Ele92_146.jpg"/></p>
<p>

            l’attribuzione a Platone di una simile concezione
            dell’idea, e l’origine di<lb/>questa esegesi è certamente da cercarsi nell’Accademia
            antica, e partico-<lb/>larmente in quei circoli di essa che alla dottrina delle idee si
            mantene-<lb/>vano, almeno programmaticamente, fedeli.</p>
          <p rend="start">C’è anche, nell’esegesi di Platone, la posizione di chi riteneva le idee<lb/>non
            “numeri” e aventi esse stesse la struttura una e composita del nu-<lb/>mero, ma
            subordinate ai numeri nella scala gerarchica dell’essere. Questa<lb/>posizione è in
            contrasto con il riferimento di Aristotele, sia in<hi rend="it"> metaph.<lb/></hi>A 5.
            987 a, sia nel Περὶ τἀγαθοῦ a noi noto attraverso Alessandro di<lb/>Afrodisia; anche qui
               (Alex.<hi rend="it"> metaph.,</hi> p. 56, 3 Hayduck = fr. 2 Ross) le<lb/>idee sono
            identificate con i numeri, non subordinate ad essi. Dove invece<lb/>troviamo la
            subordinazione delle idee ai numeri è nella tradizione esege-<lb/>tica raccolta da
            Teofrasto (<hi rend="it">metaph.</hi> 6 b 11): là si dice che le idee si
            “rial-<lb/>laccerebbero”, ἀνάπτοιεν, ai numeri come ad entità trascendenti
            rispetto<lb/>ad esse. Questa esegesi può essere stata particolarmente gradita alla
            fonte<lb/>neopitagorica cui Sesto attinge<note xml:id="ftn37" place="foot" n="37"><hi
                  rend="smcap">H. Cherniss,</hi><hi rend="it"> The Riddle of the Early Academy</hi>,
               Berkeley-Los Angeles<hi rend="smcap"> 1945,<lb/></hi>p.<hi rend="smcap"> 192</hi>
                  nota<hi rend="smcap"> 112,</hi> già notava che qui, anziché parlare di una
               dipendenza di Sesto ο<lb/>della fonte da Aristotele e dal Περὶ τἀγαθοῦ, si può
               osservare che Aristotele viene<lb/>respinto in favore di Teofrasto. Che a
               Neopitagorici la soluzione teofrastea dovesse<lb/>apparire la più logica, non è del
               resto strano, data la posizione gerarchica più elevata<lb/>che i numeri assumono in
               essa. Per una posizione critica circa la discendenza del<lb/>passo dal Περὶ τἀγαθοῦ
               cfr. la recensione di <hi rend="smcap">G. Vlastos,</hi> «Gnomon», <hi rend="smcap"
                  >xxxv (1963)<lb/></hi>pp.<hi rend="smcap"> 641-55,</hi> in part. pp.<hi
                  rend="smcap"> 649-50,</hi> a <hi rend="smcap">H. J. Krämer,</hi><hi rend="it">
                  Arete bei Platon und Aristoteles</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>Heidelberg<hi rend="smcap"> 1959;</hi> <hi rend="smcap">E. de Strycker,</hi><hi
                  rend="it"> L’enseignement oral et l’oeuvre écrite de Platon</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>«Rev. Belge de Littérature Philologie Histoire anc.»,<hi rend="smcap"> xlv
                  (1967)</hi> pp.<hi rend="smcap"> 116-23,</hi> in<lb/>part. 120.</note>.</p>
          <p rend="start">Possiamo dunque ritenere che la citazione di Platone giunga fino a<lb/>260, e che
            l’affermazione secondo cui le idee dipendono dai numeri ap-<lb/>partenga ancora
            all’esegesi che di Platone danno i “Pitagorici”, anziché<lb/>esser polemica di questi
            contro Platone. La citazione tuttavia non oltre-<lb/>passa questi limiti. Sesto continua
            a riferire, da 261 in poi, una tratta-<lb/>zione del rapporto fra principi, numeri e
            realtà corporea che appartiene<lb/>al pitagorismo ellenistico e che, pur portando in sé
            detriti abbondanti,<lb/>per così dire, di tradizione platonizzante ο vetero-accademica,
            si differen-<lb/>zia anche sensibilmente in più punti da quanto noi conosciamo di
            questa<lb/>attraverso i riferimenti aristotelici.</p>

<p rend="pb"><pb n="147" facs="Ele92_147.jpg"/></p>

          <p rend="start">Un tratto che distingue il riferimento di Sesto dalla testimonianza<lb/>aristotelica del
            Περὶ τἀγαθοῦ è il modo di tracciare il processo dei gradi<lb/>dell’essere. Sesto infatti
            (260-261) parla di un risalire dai corpi fisici ai<lb/>corpi geometrici solidi, poi alle
            superfici, alle linee, ai numeri; sono saltati<lb/>i punti, che invece compaiono nella
            enumerazione del Περὶ τἀγαθοῦ<lb/>(Alex.<hi rend="it"> Metaph.</hi>, p. 55, 4 sgg.
            Hayduck: quelli che i matematici, dice il<lb/>testo di Alessandro, chiamano σημεία)<note
               xml:id="ftn38" place="foot" n="38">La somiglianza fra il testo, resoci da Alessandro,
               dei Περὶ τἀγαθοῦ di Aristo-<lb/>tele e il riferimento di Sesto è stata esaltata oltre
               misura a partire da P. W<hi rend="smcap">ilpert,<lb/></hi><hi rend="it">Neue
                  Fragmente aus </hi>Περὶ τἀγαθοῦ<hi rend="it">,</hi> «Hermes»,<hi rend="smcap">
                  lxxvi (1941)</hi> pp.<hi rend="smcap"> 225-50,</hi> che ha cre-<lb/>duto di
               riconoscere nel passo<hi rend="it">
               </hi>dell’<hi rend="it">Adversus physicos,</hi> a parte alcune intrusioni
               ellenisti-<lb/>che dovute al tramite, schietto materiale platonico, di dottrina
               orale. La tesi, su cui<lb/>già si erano espressi i dubbi di<hi rend="smcap"> W.
                  Jaeger</hi>, «Gnomon»,<hi rend="smcap"> xxiii (1951)</hi> pp.<hi rend="smcap">
                  246-52,<lb/></hi>è stata poi fatta propria dagli autori della scuola di Tubinga, a
               partire dal citato<lb/><hi rend="it">Arete bei Platon und Aristoteles</hi> del
               Krämer; ma cfr. <hi rend="smcap">K. Gaiser,</hi><hi rend="it">
                  Quellenkritische<lb/>Probleme der indirekten Platonüberlieferung</hi>, in<hi
                  rend="it"> Idee und Zahl. Studien zur platonischen<lb/>Philosophie</hi>,
                  Heidelberg<hi rend="smcap"> 1968,</hi> pp.<hi rend="smcap"> 31-84,</hi> che ha una
               posizione di grande cautela in<lb/>relazione alle fonti, e il riconoscimento —
               nonostante che il Gaiser si attenga fonda-<lb/>mentalmente alla tesi della
               platonicità del passo — della presenza di una forte rimani-<lb/>polazione almeno
               terminologica da parte della fonte immediata di Sesto. Il
               carattere<lb/>ellenistico-dossografico del passo sestano è sottolineato anche da<hi
                  rend="smcap"> W. Theiler,</hi><hi rend="it"> Einheit<lb/>und unbegrenzte Zweiheit,
                  von Platon bis Plotin</hi>, in<hi rend="it"> Isonomia. Studien zur
                  Gleichheitvor-<lb/>stellung im griechischen Denken</hi>, hrsg. von <hi
                  rend="smcap"> J. Mau-E. G. Schmidt</hi>, Berlin<hi rend="smcap"> 1964,</hi>
                  pp.<lb/><hi rend="smcap">89-109.</hi> Un più preciso confronto su diversi punti
               qualificanti col Περὶ τἀγαθοῦ può<lb/>dimostrare come le somiglianze con questo
               riguardino motivi diventati di scuola nel<lb/>neopitagorismo platonizzante, e come
               permangano diversi punti di divergenza assai<lb/>netta che fanno pensare alla
               presenza di fonti diverse. Sull’attendibilità del Περὶ τἀ-<lb/>γαθοῦ come riferimento
               di Platone cfr. poi<hi rend="it"> infra</hi>, nota 40.</note>. Molto diversamente,
            Sesto —<lb/>ο i “Pitagorici” cui si riferisce — passano dalle linee ai numeri,
            usando<lb/>significativamente l’espressione προεπινοεῖσθαι anziché quella, più
            co-<lb/>mune, di προϋφιστάναi, ragionando cioè in termini di pensabilità
            prima<lb/>ancora che di esistenza. Anche questo potrebbe esser segno della
            lontana<lb/>sopravvivenza di una teoria, all’origine, senocratea: Senocrate, è
            noto,<lb/>dava origine alle dimensioni e grandezze spaziali non dal punto
            (che,<lb/>privo di estensione, è una non-grandezza) ma dalla linea
            indivisibile,<lb/>prima nell’ordine delle grandezze. Non conta molto che nello stesso
            con-<lb/>testo, poco più oltre, Sesto parli della linea come ἀγομένη ἀπὸ σημείου<lb/>ἐπὶ
            σημεῖον; con ἀγομένη egli indica chiaramente una operazione, ed è
</p>
<p rend="pb"><pb n="148" facs="Ele92_148.jpg"/></p>
<p>

            molto più
            significativo il fatto che egli non introduca i σημεία nella gerar-<lb/>chia
               ontologica<note xml:id="ftn39" place="foot" n="39">Cfr. l’obiezione fattami da<hi
                  rend="smcap"> W. Leszl</hi>, «Rivista di Filologia e di Istruzione<lb/>Classica»,
                  <hi rend="smcap">cxiii</hi> (1985) pp. 455-64, in part. 463; obiezione ragionevole
               ma che non<lb/>mi sembra probante. Di quanto sia eclettica la fonte di Sesto (o sia
               lo stesso Sesto<lb/>a contaminarla con altre fonti) ci accorgiamo quando, alla
               ripresa dell’argomento,<lb/>in<hi rend="it"> adv. phys.</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 278, vediamo affiorare nella enumerazione i punti, che
               all’inizio erano<lb/>stati messi da parte per tracciare una linea evolutiva delle
               grandezze geometrico-<lb/>spaziali dai numeri alla linea. Rimando per altre
               considerazioni a<hi rend="it"> Senocrate-Ermodoro.<lb/>Frammenti</hi>,<hi rend="it">
               </hi>cit., pp. 347-50.</note>.</p>
          <p rend="start">Passando a parlare dei numeri, Sesto afferma che ogni numero ricade<lb/>per sua natura
            sotto il principio dell’unità; e unità non è qui intesa nel<lb/>senso di idea (come,
            vedremo, lo sarà più oltre), ma nel senso di principio:<lb/>μονάς e δυάς sono i principi
            che sono fondamento dei numeri, e, attra-<lb/>verso i numeri, di tutto il reale, giacché
            i numeri a loro volta sono fonda-<lb/>mento della realtà tutta (261-262). Il discorso
            sarà ripreso più oltre, in<lb/>276-277, e là certi residui platonizzanti, più sensibili
            nella prima parte,<lb/>verranno del tutto meno.</p>
          <p rend="start">Principi, dunque, sono uno/monade e dualità indefinita. Se tutte le<lb/>realtà in sé
            considerate sono singole, in quanto partecipano in primo luogo<lb/>della μονάς, questa
            dà poi luogo col suo raddoppiamento alla δυάς; δυάς<lb/>indefinita, per partecipazione
            (μετοχή) alla quale si producono poi le diadi<lb/>ο dualità definite. E un singolare
            ragionamento, che va seguito nei suoi<lb/>risvolti specifici. La δυάς appare “principio”
            in senso alquanto improprio,<lb/>in quanto raddoppiamento della μονάς, che la produce;
            su questo dovre-<lb/>mo fra poco tornare. Ci interessa in primo luogo vedere come il
            concetto<lb/>di “partecipazione” sia recuperato da Platone in un senso
            assolutamente<lb/>improprio. La diade-principio è un processo, un fatto di ordine
            dinamico,<lb/>la sua essenza sta nel raddoppiarsi della monade. E ben altro è
            parlare,<lb/>come fa Platone nel<hi rend="it"> Fedone</hi> (96 A sgg.) della
            partecipazione del due empi-<lb/>rico ο del due numero alla dualità come idea del due:
            la μετοχή ο μέθεξις<lb/>è l’atto specifico di quel δέχεσθαι, ricevere in sé, la forma
            razionale che<lb/>è propria del sensibile in quanto imita la perfezione della forma
            stessa;<lb/>e questa, ben lungi dall’essere “indefinita”, è sommamente definita
            come<lb/>ogni forma ο idea rispetto al sensibile. Il termine e lo schema della
            “parte-<lb/>cipazione” sono dunque assai scorrettamente estrapolati dal
            linguaggio
</p>
<p rend="pb"><pb n="149" facs="Ele92_149.jpg"/></p>
<p>

            platonico. Quando più oltre Sesto torna a parlare dei principi,
            questo<lb/>residuo appare superato: non si parla più di partecipazione ma solo
            di<lb/>“derivazione”: i “Pitagorici” dicono che dalla monade deriva ο
            nasce<lb/>(γίγνεται) l’unità numerica e la singola individualità delle cose, come
            dalla<lb/>diade la dualità e la molteplicità (276).</p>
          <p rend="start">La diade dunque nasce dalla monade per raddoppiamento; il testo<lb/>ha un parallelo in
               <hi rend="it">PH</hi>
            <hi rend="smcap">iii</hi> 254, ove l’espressione è ancora più chiara,
            κατ'<lb/>ἐπισύνθεσιν. La dualità non nasce da un modello, ma da un’operazione;<lb/>e qui
            Sesto e la sua fonte usano una frase che troviamo per la prima<lb/>volta nel Περὶ
            τἀγαθοῦ di Aristotele secondo il riferimento di Alessandro,<lb/>δὶς γὰρ ἓν δύο (Alex.<hi
               rend="it"> Metaph.</hi>, ρ. 57, 10 Η.). Ma Alessandro non ne parla<lb/>solo
            riferendosi al Περὶ τἀγαθοῦ, che dovrebbe riportare dottrina plato-<lb/>nica non passata
            nel dialogo scritto: ne parla anche altrove, là ove Aristo-<lb/>tele non intende affatto
            riferirsi a Platone, ma solamente ai Pitagorici:<lb/>anche nel perduto Περὶ τῶν
            πυθαγορείων Aristotele parlava della diade<lb/>come raddoppiamento della monade: ἔλεγον
            δὲ καὶ κίνησιν αὐτὴν καὶ<lb/>ἐπίθεσιν (Alex.<hi rend="it"> metaph.</hi>, ρ. 39, 16-17 Η.
            = fr. 13, ρ. 139 Ross). E del<lb/>resto anche nel Περὶ τἀγαθοῦ, secondo Alessandro,
            Aristotele avrebbe<lb/>parlato «dei Pitagorici e di Platone»<hi rend="it">
            (metaph.</hi>, p. 55, 21 H. = fr. 2, p. 113<lb/>Ross)<note xml:id="ftn40" place="foot"
               n="40"><hi rend="smcap"> W. Burkert</hi>, <hi rend="it"> Weisheit und Wissenschaft.
                  Studien zu Pythagoras, Philolaos und<lb/>Platon</hi>, Nürnberg 1962, pp. 32 sgg.,
               sottolineava la netta distinzione posta da Aristo-<lb/>tele fra il concetto unitario
               di ἄπειρον dei Pitagorici e quello “diadico” di Platone,<lb/>sulla base soprattutto
                  di<hi rend="it"> metaph.</hi> A 6. 987 b 25. Si apre però a questo proposito
               il<lb/>problema del Περὶ τῶν πυθαγορείων, ove il concetto di diade raddoppiante è
               attri-<lb/>buito da Aristotele ai Pitagorici. Sospettare allora dell’autenticità del
               Περὶ τῶν πυθα-<lb/>γορείων, e ritenere questo una delle tante contraffazioni
               ellenistiche, corrente in que-<lb/>sto caso non sotto il nome di un filosofo del
               pitagorismo antico, ma sotto quello<lb/>di Aristotele? Ciò è stato fatto; cfr. lo
               stesso <hi rend="smcap">W. Burkert,</hi><hi rend="it"> Weisheit cit.</hi>, p. 27
               nota<lb/>77; <hi rend="smcap">G. Roccaserra,</hi><hi rend="it"> Aristote et les Sept
                  ‘Sophistes’: pour une relecture du fragment</hi>
               <hi rend="it">5</hi><lb/><hi rend="it">Rose</hi><hi rend="sup">3</hi>, «Revue
               Philosophique», <hi rend="smcap">cvii</hi> (1982) pp. 321-38, in part. p. 332,
               rimprovera<lb/>al Ross il troppo largo inserimento dei frammenti di quest’opera
               nell’edizione oxo-<lb/>niense dei<hi rend="it"> Fragmenta Selecta.</hi> Ma il fr. 13
               Ross ricompare oggi come fr. 162 in <hi rend="smcap">O.<lb/>Gigon,</hi><hi rend="it">
                  Aristotelis Opera,</hi>
               <hi rend="smcap">iii</hi>, Berlin-New York 1987, col. 413 a, per il punto
               specifico<lb/>che ci interessa. E ri si chiede poi se sia lecito risuscitare l<hi
                  rend="it">’Aristoteles pseudepigraphus<lb/></hi>di V. Rose
               per il solo Περὶ τῶν πυθαγορείων (ο Πρὸς τοὺς πυθαγορείους, come prefe-<lb/>risce
               Gigon) e non per lo stesso Περὶ τἀγαθοῦ. Se non ci attentiamo a spingerci
               così<lb/>oltre, va comunque sfatato il carattere di “riferimento fedele” della
               presunta dottrina<lb/>orale platonica che da parte di una tradizione di studi troppo
               passiva si è lungamente<lb/>attribuito a quest’opera: per il riconoscimento del suo
               carattere di contrapposizione e<lb/>presa di posizione critica, con tutto ciò che a
               questo può conseguire, cfr. di recente <hi rend="smcap">J.<lb/>Brunschwig,</hi><hi
                  rend="it"> EE I 8, 1218 a 15-32 et le ‘Perì tagathoû’</hi>, in<hi rend="it">
                  Untersuchungen zur ‘Eude-<lb/>mischen Ethik’</hi><hi rend="smcap">, “V</hi>
               Symposium Aristotelicum”, hrsg. von <hi rend="smcap">P. Moraux-D.
                  Harlfinger,<lb/></hi>Berlin<hi rend="smcap"> 1971,</hi> pp.<hi rend="smcap">
                  197-224,</hi> in part. p.<hi rend="smcap"> 220;</hi> <hi rend="smcap">G. Romeyer
                  Dherbey,</hi><hi rend="it"> Les choses mêmes.<lb/>La pensée du réel chez
               Aristote</hi>, Lausanne<hi rend="smcap"> 1983,</hi> p.<hi rend="smcap"> 93.</hi> Il
               diaframma aristotelico fra il<lb/>pensiero di Platone e la nostra interpretazione non
               è in alcun caso eliminabile. Anche<lb/>se Alessandro (cfr.<hi rend="smcap"> P.
                  Moraux,</hi><hi rend="it"> Les listes anciennes des ouvrages d’Aristote</hi>,
                  Louvain<lb/><hi rend="smcap">1951,</hi> pp.<hi rend="smcap"> 39, 325-6)</hi> ha
               avuto ancora direttamente sott’occhio il Περὶ τἀγαθοῦ, ciò dice<lb/>assai poco circa
               la fedeltà del medesimo al pensiero e alla lezione di Platone.</note>. Si tratta
            quindi di materiale pitagorico assai antico, che non
</p>
<p rend="pb"><pb n="150" facs="Ele92_150.jpg"/></p>
<p>

            potremmo certo attribuire a
            Platone come sua dottrina propria e specifica:<lb/>sul concetto di diade possiamo
            tutt’al più ipotizzare che si facessero<lb/>nell’Accademia intorno a Platone esercizi di
            analisi matematizzante, poi<lb/>divenuti schemi fissi e τόποι tramandati nella
            tradizione pitagorica più<lb/>tardiva.</p>
          <p rend="start">Di questa tradizione pitagorica di età ellenistica abbiamo qualche te-<lb/>stimonianza
            significativa, che ci mostra come il dualismo dei principi con-<lb/>tenesse in sé un più
            che tendenziale monismo. I “Pitagorici” della testi-<lb/>monianza di Alessandro
            Poliistore in Diogene Laerzio, <hi rend="smcap">viii</hi> 25, presentano<lb/>tale
            monismo in forma assai accentuata: essi dicono che la monade è causa<lb/>(αἴτιον) della
            diade; e in ciò non possiamo vedere altro che uno sviluppo<lb/>della teoria che fa la
            diade derivata da raddoppiamento (ἐπίθεσις, ἐ-<lb/>πισύνθεσις): la monade addizionandosi
            a se stessa “causa” la diade. Ancor<lb/>più singolarmente, riferendo dottrina
            pitagorica, Filone Alessandrino (in<lb/>un passo eclettizzante del<hi rend="it"> De
               opificio Dei</hi>, 49, p. 16 Cohn) parla di un<lb/>prodursi della diade indefinita
            per atto di ρύσις, scorrimento, della mo-<lb/>nade; pur con una certa confusione fra
            ontologia e geometria, giacché<lb/>l’immagine è presa dalla μονάς/punto che “scorre” a
            formare la linea,<lb/>anch’egli si riferisce comunque a Pitagorici che consideravano la
            δυάς<lb/>qualcosa di già secondario e derivato<note xml:id="ftn41" place="foot" n="41"
               >Riprendendo un’ipotesi di <hi rend="smcap">A. J. Festugière,</hi><hi rend="it"> La
                  Révélation d’Hermès Trisme-<lb/>giste</hi>, <hi rend="smcap">iv</hi>, Paris<hi
                  rend="smcap"> 1954,</hi> pp.<hi rend="smcap"> 19</hi> sgg.,<hi rend="smcap"> W.
                  Theiler,</hi><hi rend="it"> Einheit cit.</hi>, p.<hi rend="smcap"> 100</hi>
                  nota<hi rend="smcap"> 2,</hi> ha accen-<lb/>nato alla possibile presenza di Eudoro
               Alessandrino nel nostro passo. Ciò è assai<lb/>poco certo se si pensa alla diversa
               configurazione che la dottrina dei principi ha già<lb/>in Eudoro, una struttura che
               prelude a quella del neopitagorismo più avanzato; se<lb/>guardiamo, almeno, alla
               testimonianza di<hi rend="smcap"> Simpl.</hi><hi rend="it"> phys.,</hi> p.<hi
                  rend="smcap"> 181, 7</hi> sgg. Diels ( = fr.<lb/>3 Mazzarelli) Eudoro avrebbe
               posto non semplicemente la δυάς come derivata<lb/>dall’uno, ma una coppia ἔν/δυάς,
               ponendo cioè un uno superiore che è fuori dell’oppo-<lb/>sizione e un uno che è in
               posizione di ἐναντιότης nei rapporti della δυάς.</note>.</p>
<p rend="pb"><pb n="151" facs="Ele92_151.jpg"/></p>

          <p rend="start">Sesto attinge ad una fonte che conserva qualche ricordo della tradi-<lb/>zione più
            antica attestata dal Περὶ τἀγαθοῦ, ma che se ne differenzia<lb/>notevolmente. La cosa è
            particolarmente avvertibile nel modo in cui i<lb/>“Pitagorici” si figurano il problema
            della generazione dei numeri in base<lb/>all’uno e alla δυάς che ne sono principi.
            Alessandro, seguendo Aristotele,<lb/>affermava che dall’uno e dalla diade si originano i
            numeri ma solo quelli<lb/>pari, che richiedono la diade come forza raddoppiante; non a
            caso, egli<lb/>dice, Aristotele ha detto<hi rend="it">
            </hi>(<hi rend="it">metaph.</hi> A 5. 987 a), ἔξω τῶν πρώτων (interpre-<lb/>tando τῶν
            πρώτων nel senso di τῶν περιττῶν, i dispari). Nessuno dei<lb/>numeri dispari è
            considerato da Alessandro prodotto dalla δυάς, ma solo<lb/>dall’aggiunta progressiva
            dell’uno, con esclusione della diade, giacché essi<lb/>sono μονάδι μόνῃ μετρούμενοι; di
            essi si può dire μὴ γεννᾶσθαι ὑπὸ τῆς<lb/>δυάδος (Alex.<hi rend="it"> metaph.</hi>, p.
            57, 4-25 Η.). Al contrario, i “Pitagorici” di<lb/>Sesto vedono tutti i numeri prodursi
            dall’uno e dalla diade: i pari per<lb/>semplice raddoppiamento, i dispari per
            raddoppiamento più unità che si<lb/>aggiunge; la triade è formata dal raddoppiamento
            dell’uno più un uno<lb/>ulteriore, il cinque dal raddoppiamento del due più aggiunta di
            un’unità,<lb/>e così via (277), E la teoria che percorre ellenismo e
            medioplatonismo<lb/>nella sua forma più generica, e che è raccolta anche da Plutarco, la
            cui<lb/>sensibilità per la matematica non va più in là delle esigenze di
            interpreta-<lb/>zione del<hi rend="it"> Timeo</hi><note xml:id="ftn42" place="foot"
               n="42">Sull’uno e la diade come principi del numero cfr.<hi rend="smcap">
                  Plut.</hi><hi rend="it"> def. orac.</hi> 428 F sgg.:<lb/><hi rend="it">plat.
                  quaest.</hi> 1002 <hi rend="smcap">a</hi> e altrove; in genere sull’esegesi
               plutarchea del<hi rend="it"> Timeo</hi> sotto<lb/>l’aspetto matematico, che ha le sue
               radici nell’Accademia antica e nell’opera di Teo-<lb/>doro di Soli, probabilmente
               contemporaneo di Crantore (cfr. in proposito<hi rend="smcap"> H. Dörrie,<lb/></hi><hi
                  rend="it">Der Platonismus cit.</hi>, <hi rend="smcap">i</hi>, pp. 344 sgg.),
               rimando a<hi rend="it"> Plutarco e la matematica platonica</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>in<hi rend="it"> Plutarco e le scienze</hi>, Atti del IV Congresso
               Internazionale Plutarcheo, Genova<lb/>1992, pp. 121-45.</note><hi rend="it">.</hi> È
            un τόπος, e come tale in Sesto dobbiamo conside-<lb/>rarlo. La fonte di Sesto dovrebbe a
            buon diritto figurare in una raccolta<lb/>di testi del pitagorismo tardo-ellenistico, e
            solo un improprio e forzato<lb/>riconducimento di essa al Περὶ τἀγαθοῦ aristotelico e al
            suo preteso riferi-<lb/>mento di dottrina orale platonica le ha impedito di assumere il
            più mode-<lb/>sto luogo che le è dovuto.</p>
<p rend="pb"><pb n="152" facs="Ele92_152.jpg"/></p>

          <p rend="titlep"><hi rend="it">adv. phys. </hi><hi rend="smcap">ii</hi> 262-275</p>
          <p rend="start">La tematica del rapporto principi-numeri è lasciata da parte in <hi rend="smcap">ii</hi>
            262<lb/>per essere poi ripresa, con qualche variante, in 276-277. I “Pitagorici”<lb/>di
            Sesto non si interessano solo alla derivazione dei numeri, ma ambisco-<lb/>no dare un
            quadro di tutta la derivazione del reale. La loro divisione<lb/>dei generi dell’essere è
            assai complessa, la più complessa ed elaborata fra<lb/>gli esempi che ce ne sono
            tramandati.</p>
          <p rend="start">I “Pitagorici” dividono il reale in tre parti: ci sono realtà κατὰ<lb/>διαφοράν, κατ'
            ἐναντίωσιν, πρός τι. Per κατὰ διαφοράν si intende qui<lb/>tutto ciò che è in sé e per
            sé, e ha la sua identità differenziata; sono<lb/>realtà che si conoscono πολύτως, in
            forma indipendente. Le realtà κα-<lb/>τ' ἐναντίωσιν sono i contrari ο opposti; mentre
            per semplici<hi rend="it">
            </hi>πρός τι si<lb/>intendono quelle forme di realtà che derivano il loro essere solo
               dalla<lb/>σχέσις<hi rend="it">
            </hi>ο posizione reciproca, per cui, eliminandosi l’una, anche l’altra<lb/>si elimina
            (essi sono in rapporto di συνύπαρξις e συνaνaίρεσις). Mentre<lb/>gli opposti si
            escludono e si eliminano a vicenda, senza possibilità di me-<lb/>diazione, i relativi ο
            correlativi si implicano vicendevolmente (non c’è<lb/>destra senza sinistra né metà
            senza doppio). Essi hanno anche un termine<lb/>medio, che non sussiste fra gli opposti:
            non c’è un medio fra diritto e<lb/>ricurvo, fra morte e vita, ma c’è un medio — l’uguale
            — fra il più grande<lb/>e il più piccolo. Per indicare il relativo, Sesto si vale
            talvolta (268) della<lb/>formulazione stoica πρός τί πως ἔχον anziché del πρὸς τι della
            tradizione<lb/>accademico-peripatetica; segno, una volta di più, della diffusione del
            lin-<lb/>guaggio stoico nella filosofia di età imperiale<note xml:id="ftn43"
               place="foot" n="43">Come i due termini siano per Sesto interscambiabili lo si vede da
                  <hi rend="it">adv. log.<lb/></hi><hi rend="smcap">ii</hi> 453 =<hi rend="it">
                  S.V.F.</hi>
               <hi rend="smcap">ii</hi> 404, ove Sesto riferisce a suo modo la tesi stoica
               dell’incorporeità<lb/>(cioè non reale esistenza, ὕπαρξις) del relativo, usando
               indifferentemente πρός<hi rend="it">
               </hi>τι e<lb/>πρός τί πως ἔχον; mentre la tesi stoica si riferisce con evidenza a
               questa seconda<lb/>forma, il πώς ἔχον essendo invece una modificazione del
            corporeo.</note>. Allo stesso modo, c’è<lb/>una oscillazione nella sua definizione degli
            esseri che sono “per sé”: quan-<lb/>do (269) egli riprende il discorso intorno ad essi,
            sostituisce alla deno-<lb/>minazione κατὰ διαφοράν quella, più autenticamente
            accademica, di καθ'<lb/>ἑαυτά.</p>
          <p rend="start">I tre generi di cui si è parlato dipendono a loro volta da forme supe-<lb/>riori
            (ἐπάνω). I “Pitagorici” pongono come forma superiore rispetto ai
</p>
<p rend="pb"><pb n="153" facs="Ele92_153.jpg"/></p>
<p>

            καθ' ἑαυτά ο κατὰ
            διαροράν l’uno, in quanto si tratta di singole realtà<lb/>unitarie, definite, a sé
            stanti. Le opposizioni si pongono invece sotto la<lb/>coppia ἴσον-ἄνισον:
            nell’opposizione vita/morte, quiete/moto, buono/cat-<lb/>tivo uno dei membri, quello
            positivo, si pone sotto l’uguale, l’altro, il<lb/>suo contrapposto, negativo, sotto il
            disuguale. Essi possono anche dirsi<lb/>l’uno secondo natura, l’altro contro natura
            (272): non si tratta quindi<lb/>di realtà equipollenti, né il bene è in funzione del
            male, ma conserva,<lb/>a prescindere dall’opposizione, la sua autonomia positiva. Del
            tutto in<lb/>funzione l’uno dell’altro sono invece i relativi che, per questa loro
            incom-<lb/>pletezza, si pongono sotto il segno dell’indefinito. Essi sono
            indefiniti<lb/>perché il concetto e l’esserci dell’uno richiama necessariamente quello
            del-<lb/>l’altro, e anche perché vi è in essi un rapporto di più/meno,
            eccesso/di-<lb/>fetto (270-273). Il genere loro immediatamente superiore è la dualità
            in-<lb/>definita (274-275).</p>
          <p rend="start">Questo complesso schema triadico, che comporta anche la presenza,<lb/>fra le forme del
            reale e i principi, di una coppia di valori intermedi (l’u-<lb/>guale/diseguale,
            rapportantisi rispettivamente all’uno e alla diade indefi-<lb/>nita) è la forma più
            elaborata di divisione che noi conosciamo nella filoso-<lb/>fia antica, e rappresenta
            uno stadio assai avanzato nella storia del pro-<lb/>blema. Sarà opportuno richiamarne
            alcuni significativi precedenti.</p>
          <p rend="start">a) Una divisione molto elementare è quella delle cosiddette<hi rend="it">
               Divisio-<lb/>nes aristoteleae,</hi> operetta che correva ancora nel tardo mondo
            antico, sì<lb/>che Diogene Laerzio ha potuto introdurla nelle sue<hi rend="it"> Vite dei
               filosofi.</hi> Nelle<lb/><hi rend="it">Divisiones,</hi> che riportano materiale
               accademico<note xml:id="ftn44" place="foot" n="44"><hi rend="smcap">C. Rossitto</hi>,
                  in<hi rend="it"> Aristotele ed altri</hi>,<hi rend="it"> Divisioni,</hi> Padova
               1985 (come è messo in<lb/>evidenza dal titolo) propende a ritenere ipotizzabile una
               presenza di materiale aristo-<lb/>telico nell’operetta; la quale peraltro, così come
               il suo corrispettivo appartenente<lb/>al Codice Marciano, ed. Mutschmann 1906, deve
               ritenersi frutto, nell’insieme, di<lb/>esercizio di scuola interno
            all’Accademia.</note>, vengono contrapposti<lb/>i καθ' αὑτά (come quelli che non hanno
            bisogno, per la loro spiegazione,<lb/>di ricorso a ulteriori concetti) ai relativi,
               πρός<hi rend="it">
               </hi>τι, i quali invece ἐν τῇ<lb/>ἡρμενείᾳ necessitano del ricorso al concetto di
            un’altra realtà (Diog. Laert.<lb/><hi rend="smcap">iii</hi> 109). È già implicito in
            questo lo scivolamento da relativo a indefinito,<lb/>quello cui si opporrà
               Aristotele,<hi rend="it"> categ.</hi> 6 b 20 sgg., sostenendo che vi
            sono
</p>
<p rend="pb"><pb n="154" facs="Ele92_154.jpg"/></p>
<p>

            relativi che ammettono il più e il meno e che possono dirsi
            indefiniti,<lb/>mentre altri (il doppio e la metà, ad esempio) non lo ammettono.</p>
          <p rend="start">b) Altra divisione assai elementare, almeno così come ci è riferita,<lb/>sembra essere
            quella di Senocrate. Partendo dalla divisione “trasversale”<lb/>già fatta da Platone,<hi
               rend="it"> soph.</hi> 255 <hi rend="smcap">c</hi>, Senocrate obiettava ad Aristotele
            che<lb/>la moltitudine delle categorie da lui poste è inutile (Simpl.<hi rend="it"> in
               categ.</hi>, p.<lb/>63, 21 sgg. = fr. 12 H., 99 I.P.) e che la divisione in esseri
            per sé/esseri<lb/>relativi ad altro basta ad esaurire il reale. Non possiamo negare in
            assoluto<lb/>che Senocrate non compisse poi nell’ambito dei πρός τι successive
            artico-<lb/>lazioni: Simplicio abbandona qui bruscamente la teoria senocratea
            per<lb/>fare un parallelo, che forse è alquanto improprio, con la posizione
            soste-<lb/>nuta da Andronico<note xml:id="ftn45" place="foot" n="45">Circa quest’ultimo
               cfr. <hi rend="smcap">P. Moraux,</hi><hi rend="it"> Der Aristotelismus in der
               Antike</hi>, Berlin-<lb/>New York 1973, <hi rend="smcap">i</hi>, pp. 107 sgg.;<hi
                  rend="it"> ivi</hi>, n, 1984, p. 521.</note>.</p>
          <p rend="start">c) Molto simile a quella di Senocrate, ma più complessa, è la divi-<lb/>sione che va
            sotto il nome di Ermodoro. Anch’egli ponendosi sulla scia<lb/>di Platone nel<hi
               rend="it"> Sofista</hi>, proponeva una divisione “orizzontale” ο
            trasversale<lb/>della realtà in esseri per sé-esseri relativi ad altro. Ma nell’ambito
            di<lb/>questi ultimi (πρὸς ἕτερα) tracciava poi una ulteriore divisione, quella<lb/>in
            ἐναντιώσεις od opposizioni e relativi puri ο correlativi; una divi-<lb/>sione rimasta
            fondamentale per tutta la tradizione che in qualche modo<lb/>si richiama al pitagorismo
            ο al platonismo (Simpl.<hi rend="it"> in Aristot. phys.</hi>,<hi rend="it">
            </hi>p. 248,<lb/>2 sgg. Diels = fr. 7 I.P.). Tra i secondi poi, con procedimento
            tipica-<lb/>mente dicotomico alla maniera platonica<note xml:id="ftn46" place="foot"
               n="46">Che τούτων si riferisca solamente ai πρός τι (quindi, come nella
               dicotomia<lb/>platonica, al membro destro della divisione precedente) è stato
               sostenuto, a ragione,<lb/>da<hi rend="smcap"> Ph. Merlan,</hi><hi rend="it"> Beiträge
                  zur Geschichte des Antiken Platonismus</hi>, <hi rend="smcap">i</hi>,
                  «Philologus»,<lb/><hi rend="smcap">lxxxix</hi> (1934) pp. 35-53, in part. 43;
               questa interpretazione non solo riconduce esat-<lb/>tamente la divisione di Ermodoro
               allo schema platonico, ma concorda con quanto<lb/>sostenuto da Aristotele in più
               sedi<hi rend="it"> (categ.</hi> 6 b 25 sgg.; cfr. lo stesso Περὶ τἀγαθοῦ<lb/>nel
               riferimento di Alessandro, p. 56, 26 sgg. Hayduck). Per Ermodoro rimando a<lb/><hi
                  rend="it">Senocrate-Ermodoro. Frammenti</hi>, cit., pp. 440 sgg., e a quanto là
               citato circa i paragoni<lb/>con Sesto (eccessivamente accentuati soprattutto da<hi
                  rend="smcap"> H. J. Krämer,</hi><hi rend="it"> Arete cit.</hi>, pp.<lb/>283 sgg., e
                  poi<hi rend="smcap"> Id</hi>.,<hi rend="it"> Der Ursprung der
               Geistmetaphysik</hi>, Amsterdam 1964, p. 55;<hi rend="smcap"> Id.,<lb/></hi><hi
                  rend="it">Platonismus und hellenistische Philosophie</hi>, Berlin-New York 1971,
               pp. 82 sgg.). La<lb/>struttura della divisione di Sesto è stata più volte tracciata
               dagli interpreti, ed è<lb/>curioso come questo possa non aver detto nulla ad alcuni
               circa la sua evidente non<lb/>platonicità, mentre ancora fedelmente platonica è
               quella ermodorea. La tracciamo<lb/>qui nuovamente per esigenza di
                chiarezza:<figure>
                    <graphic url="Isnardi_Ele92_155_1.jpg"/></figure></note>, egli tracciava la divisione
</p>
<p rend="pb"><pb n="155" facs="Ele92_155.jpg"/></p>
<p>

            ulteriore in ὡρισμένα e
            ἀόριστα, e dobbiamo pensare che in ciò non si<lb/>discostasse da quanto sostenuto dallo
            stesso Aristotele: relativi “definiti”<lb/>ο “delimitati” sono quelli matematici,
            comportanti misura, “indefiniti”<lb/>gli altri. La divisione di Ermodoro è quella che
            più da vicino si riporta<lb/>al metodo diairetico/dicotomico di Platone e intende porlo
            in pratica.</p> 
          <p rend="start">d) Nella testimonianza di Alessandro sul Περὶ τἀγαθοῦ di Aristotele<lb/>si parla di due
            principi, monade e diade, che possono anche dirsi uguale<lb/>e diseguale, la monade per
            l’uguaglianza immobile con se stessa, la diade<lb/>perché, in quanto diade, consta di un
            meno (l’uno) e di un più (la dualità),<lb/>quindi è in se stessa diseguale (Alex.<hi
               rend="it"> metaph.</hi>, p. 56, 17 H. = fr. 2 Ross,<lb/>p. 114: ἐν δuσὶ γὰρ ἀνισότης,
            μεγάλῳ τε καὶ μικρῷ). E in<hi rend="it"> metaph.<lb/></hi>Ν 1.1087 b 4 sgg., elencando
            le varie denominazioni che i Platonici dàn-<lb/>no al secondo principio, si allude anche
            a chi identificava il secondo<lb/>principio con lo ἄνισον; il che potrebbe anche
            riferirsi a Ermodoro,<lb/>per il quale (cfr. ancora Simpl.<hi rend="it"> in phys.</hi>,
            p. 248, 8 D. = fr. 7 I.P.) il<lb/>più/meno si traduce poi in ἄνισον ἀνίσου. Va tuttavia
            notato che lo stesso<lb/>Ermodoro si spingeva oltre, fino a negare la stessa realtà di
            un secondo<lb/>principio, con la definizione di questo<hi rend="it">
            </hi>(<hi rend="it">ibid.,</hi> p. 248, 14) in termini<lb/>di οὐκ ὄn, il che equivale a
            togliergli funzione vera e propria di principio.<lb/>Aristotele, inoltre, sempre nel
            Περὶ τἀγαθοῦ (Alex.<hi rend="it"> metaph.</hi>, p. 56, 14<lb/>H.) avrebbe parlato di una
            dipendenza dai principi, uno e diade, delle<lb/>realtà che sono “per sé” e degli
            ἀντικείμενα; parola singolare, perché<lb/>è da Aristotele altrove sempre usata nel senso
            di “opposti”; qui essa forse<lb/>ha una valenza più larga, e tende a indicare ogni
            coppia di πρὸς ἕτερα,<lb/>alla maniera di Ermodoro: cioè ἐναντιώσεις e πρός τι. Cogliamo
            quindi<lb/>un nucleo di indubbia provenienza accademica che trova un riscontro
            par-<lb/>ziale nel passo di Sesto; ma certamente solo parziale, perché Sesto
            attri-<lb/>buisce ai suoi “Pitagorici” una struttura triadica (uno/coppia
            ἴσον-ἄνισον/
</p>
<p rend="pb"><pb n="156" facs="Ele92_156.jpg"/></p>
<p>

            diade) assai più complessa e che porta le tracce di tutta una
            elaborazione<lb/>ulteriore. In questa gerarchia la coppia ἴσον-ἄνισον costituisce un
            momen-<lb/>to intermedio: ἴσον e ἄνισον non equivalgono ai principi, ma
            dipendono<lb/>dai principi, ai quali rimandano. Del resto anche a questo proposito
            la<lb/>testimonianza di Aristotele attraverso Alessandro è tutt’altro che esente<lb/>da
            contraddizioni e ambiguità: basti vedere come in un’opera parallela,<lb/>il Περὶ ἰδεῶν
               (Alex.<hi rend="it"> metaph.</hi>, p. 83, 25 sgg. H. = fr. 3 Ross, p.
            124),<lb/>relativo sia considerato non il diseguale, ma lo stesso uguale, sì che
            si<lb/>rimprovera ai “sostenitori delle idee” di aver posto, parlando di
            αὐτόισον,<lb/>“uguale in sé”, una idea di relativo, contro lo stesso assunto che
            nega<lb/>l’esistenza di idee di relazioni<note xml:id="ftn47" place="foot" n="47">Per lo
               stesso Aristotele lo ἴσον non è sempre da porsi sotto la categoria del<lb/>relativo:
                  cfr.<hi rend="it"> categ.</hi> 6 a 26 sgg., ove ἴσον e ἄνισον sono classificati
               sotto la categoria<lb/>della quantità. Quando Aristotele parla dello ἄνισον come<hi
                  rend="it">
               </hi>πρός τι riferendosi agli<lb/>Accademici (<hi rend="it">metaph.</hi> Ν 2.1089 b
               5), non si tratta dell’idea del relativo, ma del “se-<lb/>condo principio” come
               disuguaglianza e relatività assoluta (cfr. anche 1087 b 5, per<lb/>l’accenno a
               Platonici che ritenevano di poter dare al secondo principio tale
               denomina-<lb/>zione). L’argomento che poggia sull’idea dell’uguale non è certo valido
               a dimostrare<lb/>che con ciò, implicitamente almeno, gli Accademici ammettessero idee
               dei relativi;<lb/>è questo un punto scottante nella tradizione platonica, perché
               ammettere che esistano<lb/>non solo le idee di due realtà in relazione, ma anche
               l’idea della loro relazione poteva<lb/>prestare facilmente il fianco ad argomenti
               tipo quello del “terzo uomo”, comportanti<lb/>il problema di una indefinita
               moltiplicazione delle idee. Tutto questo è rivelato molto<lb/>chiaramente, nonostante
               il carattere tardivo del passo, da Plotino,<hi rend="it"> enn.</hi>
               <hi rend="smcap">vi</hi> 1, 7-9.</note>.</p>
          <p rend="start">e) Non possiamo trascurare una interessante prosecuzione di questa<lb/>divisione in
            esseri per sé/esseri relativi in ambito stoico: Stoici ignoti,<lb/>che abbiamo qualche
            ragione di identificare con la cerchia di Antipatro<lb/>di Tarso<note xml:id="ftn48"
               place="foot" n="48">Rimando per l’esame del passo a<hi rend="it"> Simplicio, gli
                  Stoici e le categorie,</hi> «Riv. St.<lb/>Filos. »,<hi rend="smcap"> xli</hi>
               (1986) pp. 3-18; e, in risposta a<hi rend="smcap"> M. Mignucci,</hi><hi rend="it">
                  The Stoic notìon of relatives</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>in<hi rend="it"> Matter and Metaphysics cit.</hi>, pp. 129-217, a<hi rend="it">
                  Ancora su Simplicio e le categorie</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>«Riv. St. Filos.»,<hi rend="smcap"> xlv</hi> (1990) pp. 725-32.</note>,
            lasciavano da parte la divisione quadripartita (crisippea) dei<lb/>generi dell’essere
            per tornare ad una divisione più vicina a quella accade-<lb/>mica (Simpl.<hi rend="it">
               in Aristot. categ.</hi>, p. 165, 32 sgg. Kalbfleisch =<hi rend="it"> S.V.F.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 403).<lb/>Essi dividevano la realtà in καθ' αὑτά e<hi rend="it"
               >
            </hi>πρός<hi rend="it">
            </hi>τι, identificando poi fra<lb/>i relativi forme di relativi differenziati (κατὰ
            διαφοράν) e forme di relativi<lb/>puri ο correlativi, cui non inerisce differenziazione,
            e che vengono all’es-<lb/>sere solo in virtù della reciproca σχέσις. Con ciò davano
            evidentemente
</p>
<p rend="pb"><pb n="157" facs="Ele92_157.jpg"/></p>
<p>

            al termine πρός τι un significato larghissimo, abbracciante
            opposizioni<lb/>qualificate e correlativi puri, non qualificati (πρός τί πως ἔχοντα):
            un<lb/>uso di relativo contro il quale avrebbe più tardi polemizzato Plotino (<hi
               rend="it">enn.</hi><lb/><hi rend="smcap">vi</hi> 3, 3, 32 e 3, 21, 1, 5 sgg.),
            ricordando che contro quest’uso eccessiva-<lb/>mente “comprensivo”, περιεκτικόν, vale la
            più sobria e corretta conce-<lb/>zione del relativo come ciò che esiste solo in virtù
            del rapporto di<lb/>relazione, e non, più ampiamente, tutto ciò che in qualche modo
            si<lb/>riferisce ad altro. Va notato che nella divisione di questi Stoici tardivi<lb/>si
            è peraltro perduta la primitiva connessione posta dagli Accademici<lb/>fra forme
            dell’essere e principi, in quanto per gli Stoici i principi sono<lb/>immanenti al reale.</p>
          <p rend="start">f) I “Pitagorici” di Sesto continuano a dipendere dall’antico si-<lb/>stema delle
            συστοιχίαι, anche se il termine non compare più nel nostro<lb/>brano. Cosi, come per gli
            antichi sostenitori della divisione in due serie<lb/>di opposti, ch’è tipica del
            pitagorismo preplatonico (Aristot.<hi rend="it"> metaph.</hi> A<lb/>5. 986 a), le realtà
            si dividono pur sempre, anche per questi Pitagorici<lb/>tardivi, in due serie, l’una
            positiva, l’altra negativa: la prima serie si<lb/>richiama all’uno e all’uguale, la
            seconda alla diade e al diseguale<note xml:id="ftn49" place="foot" n="49">Anche questo
               tema doveva, ai tempi in cui Sesto scrive, esser divenuto un<lb/>τόπος della
               letteratura pitagorica di età ellenistica: cfr. per un esempio assai chiaro,<lb/>ps.
                  Archita,<hi rend="it"> Περὶ ἀρχῶν,</hi> ρ. 19 Thesleff, ove compaiono le due
               συστοιχίαι dei<lb/>τεταγμένα kaὶ ὡριστά e degli ἄταkτα καὶ ἀόριστα dipendenti dai due
               principi. Le<lb/>radici, certamente, sono da cercarsi più a monte; non certo nel
               pensiero di Platone,<lb/>ma in quell’amalgama di platonismo e pitagorismo di cui
               Aristotele ci riporta gli echi<lb/>(cfr. nel riferimento di<hi rend="smcap">
                  Simpl.</hi><hi rend="it"> in Aristot. de cael,</hi> p. 386, 9-23 Heiberg = fr.
               10,<lb/>p. 137 Ross).</note>.<lb/>Certo, la fonte di Sesto è andata assai oltre
            rispetto alla più semplice,<lb/>e al confronto alquanto rozza, divisione delle
            opposizioni che ha il suo<lb/>inizio con la coppia πέρας-ἄπειρον, principi fondamentali
            del numero;<lb/>ed è ricca di sopravvenuti elementi vetero-accademici, in base ai
            quali<lb/>è stato creato un sistema gerarchico complesso, ignoto al
            pitagorismo<lb/>preplatonico. E se l’autore di questa divisione lavora su elementi
            anti-<lb/>chi, non potremmo certo far risalire la struttura di tutto questo
            com-<lb/>plesso edificio a origini remote senza grave arbitrio e senza alcun
            fon-<lb/>damento di prova.</p>
<p rend="pb"><pb n="158" facs="Ele92_158.jpg"/></p>

          <p rend="titlep"><hi rend="it">adv. phys. </hi><hi rend="smcap">ii</hi> 280-283;<hi rend="it"> adv. geom.
            </hi>18-28</p>
          <p rend="start">Il riferimento dalla fonte pitagorica ha termine con 279; nei paragrafi<lb/>seguenti il
            discorso di Sesto si sposta sul piano delle teorie geometriche,<lb/>e Sesto avanza
            considerazioni sue proprie circa i personaggi di cui finora<lb/>ha parlato, ponendoli a
            confronto con altri Pitagorici di diversa forma-<lb/>zione. Gli uni, quelli di cui si è
            parlato finora (il τῶν προτέρων di 282<lb/>allude a questo e non certo ad una priorità
            cronologica) sono Pitagorici<lb/>“dualisti”, che fanno discendere la realtà da due
            principi. Ma vi sono<lb/>altri Pitagorici “monisti”, che deducono tutto da un solo
            principio; prin-<lb/>cipio che poi viene a coincidere con una forma ο realtà geometrica
            quale<lb/>il punto. Monisti sono infatti considerati da Sesto quei matematici
            pitago-<lb/>rici che sostengono la teoria della ῥύσις, della derivazione cioè di
            ogni<lb/>forma geometrico-spaziale, quindi secondariamente anche delle forme
            fisi-<lb/>che, dal punto, per via di scorrimento ο flusso (282). Questa posizione<lb/>è
            stata altrove<hi rend="it">
            </hi>(<hi rend="it">adv. geom.</hi> 18-21) descritta e analizzata da Sesto con
            puro<lb/>riferimento alla scienza geometrica; mentre qui essa assume una
            rilevanza<lb/>di tipo ontologico.</p>
          <p rend="start">I Pitagorici “dualisti” sono anche quelli che ritengono che il punto<lb/>abbia in sé il
            λόγος, la “ragione”, dell’unità, come la linea quello della<lb/>dualità, la superficie
            quello della triade, il solido quello della tetrade. Me-<lb/>rita di essere notato che
            (280) il concetto di corpo solido riceve quasi<lb/>una immediata traduzione in quello di
            πυραμοειδές; e noi sappiamo che,<lb/>se il<hi rend="it"> Timeo</hi> considerava il
            tetraedro, ο piramide, come il primo e il più<lb/>semplice dei solidi regolari, v’era
            nella tradizione pitagorico-platonica, ο<lb/>platonico-pitagorizzante, chi andava anche
            più in là, sostenendo essere<lb/>il cosmo formato di corpi piramidali (Aristot.<hi
               rend="it"> de cael.</hi> Γ 5-6. 304 a-b);<lb/>sì che ci si potrebbe chiedere se i
            “Pitagorici” di Sesto non portino una<lb/>traccia della presenza di questa speciale
            geometria cosmica<note xml:id="ftn50" place="foot" n="50">Rimando a<hi rend="it">
                  Addenda Speusippea</hi>, «Elenchos», in<hi rend="smcap"> (1982)</hi> pp.<hi
                  rend="smcap"> 355-9,</hi> in part.<lb/><hi rend="smcap">357-8;</hi> costituirebbe
               il fr.<hi rend="smcap"> 122</hi> a di una futura possibile seconda edizione dei
               fram-<lb/>menti di Speusippo.<hi rend="smcap"> H. Cherniss,</hi><hi rend="it">
                  Aristotle’s Criticism cit.</hi>, p.<hi rend="smcap"> 143,</hi> preferiva
               vedere<lb/>un accenno a Senocrate, la cui cosmologia tuttavia non appare fondata su
               alcun princi-<lb/>pio tetradico.<hi rend="smcap"> H. Dörrie,</hi><hi rend="it"> Der
                  Platonismus cit.</hi>, <hi rend="smcap">i</hi>, p.<hi rend="smcap"> 346,</hi>
               pensa ad una possibile attri-<lb/>buzione della teoria a Teodoro di Soli, esegeta del
               quale peraltro troppo poco cono-<lb/>sciamo per aver possibilità di
               confronti.</note>. Ma, al di
</p>
<p rend="pb"><pb n="159" facs="Ele92_159.jpg"/></p>
<p>

            là di questa supposizione, interessa soprattutto notare
            che i Pitagorici<lb/>di cui qui si parla (come anche in<hi rend="it"> adv. arithm.</hi>
            4-5, sotto un altro<lb/>profilo, e come in <hi rend="it">PH</hi>
            <hi rend="smcap">iii</hi> 115 sgg.) assegnano alle grandezze un determi-<lb/>nato λόγος
            che costituisce per ciascuna di esse la sua ragion d’essere;<lb/>discorso che, con
            mutato vocabolario, ci porta comunque assai vicino<lb/>alla teoria del<hi rend="it">
               Fedone</hi> circa l’idea del numero come ragione e causa<lb/>di ogni numero e di ogni
            realtà numerabile. Vedremo del resto come,<lb/>più oltre, Sesto passi a usare
            espressioni platoniche, non parlando più<lb/>di λόγος ma di ἰδέα, e come il<hi rend="it"
               > Fedone</hi> si riveli poi l’aperto bersaglio<lb/>della polemica.</p>
          <p rend="start">Contrapposti ai Platonici pitagorizzanti, che parlano di λόγοι delle<lb/>grandezze e
            fanno derivare la realtà spaziale dai due principi dell’uno<lb/>e della diade, vi sono
            altri rappresentanti di scuola pitagorica, secondo<lb/>i quali il punto (σημεῖον) è
            sufficiente a generare tutta la realtà, spa-<lb/>ziale e fisica, di per sé, senza
            necessità delia diade come secondo princi-<lb/>pio: il punto è da questi concepito come
            un principio dinamico che<lb/>nel suo scorrimento (σημεῖον ῥυέν) forma la linea; per il
            successivo scor-<lb/>rimento ο scivolamento di questa si forma il piano ο superficie;
            quando<lb/>la superficie compie anch’essa la sua ῥύσις in profondità, si forma
            il<lb/>solido geometrico, fondamento di tutti i corpi fisici. Tutto ciò avviene<lb/>ἀπὸ
            σημείου ἑνός: i numeri come tali sono quindi esclusi dalla genera-<lb/>zione del tutto,
            e la realtà ha una genesi puramente geometrico-cinetica.</p>
          <p rend="start">Sesto non fa in proposito attribuzioni precise; il suo intento in questa<lb/>sede è
            annotare la presenza di una diversa teoria pitagorica rispetto a<lb/>quella finora
            descritta. In<hi rend="it"> adv. geom.</hi> 28 troviamo però una citazione,<lb/>quella
            di Eratostene, presentato come uno dei sostenitori della teoria.<lb/>Ma Eratostene non è
            un pitagorico, e la teoria è molto più antica; la<lb/>conosceva già Aristotele, che ne
            fa citazione nel<hi rend="it"> De anima</hi> (A 4. 409 a 3,<lb/>κινηθεῖσα στιγμὴ γραμμὴν
            ποιεῖ). E quindi una teoria matematica ante-<lb/>riore ad Aristotele stesso, ed
            Eratostene può tutt’al più esserne conside-<lb/>rato un continuatore; possiamo pensare
            che il Πλατωνικός di Eratostene<lb/>sia la fonte diretta del passo dell’<hi rend="it"
               >Adversus geometras</hi><note xml:id="ftn51" place="foot" n="51">Dopo la certo
               invecchiata, ma ancora interessante, edizione di <hi rend="smcap">G.
                  Bern-<lb/>hardy,</hi><hi rend="it"> Eratosthenica,</hi> Berlin 1822, cfr. oggi
                  <hi rend="smcap">H. Dörrie,</hi><hi rend="it"> Der Platonismus cit.</hi>,<hi
                  rend="it">
               </hi><hi rend="smcap">i</hi>, pp.<lb/>350-61; ad esso si rimanda per la raccolta dei
               frammenti e la letteratura critica segna-<lb/>lata. Incertezze intorno al titolo, che
               potrebbe anche esser dovuto all’aneddotica ri-<lb/>portata presumibilmente
               all’inizio, su Platone, e non a ragioni più teoriche e di fondo;<lb/>cfr. già <hi
                  rend="smcap">G. Bernhardy,</hi><hi rend="it"> op. cit.</hi>,<hi rend="it">
                  </hi>p. 169. </note>.</p>
<p rend="pb"><pb n="160" facs="Ele92_160.jpg"/></p>

          <p rend="start">C’è tuttavia un punto di contatto fra Eratostene e una cerchia pita-<lb/>gorica, almeno
            se ammettiamo l’autenticità dell’epigramma che conclude<lb/>la (spuria) lettera a
            Tolomeo III resaci da Eutocio<note xml:id="ftn52" place="foot" n="52"><hi rend="smcap"
                  >I</hi>l Wilamowitz («Götting. Nachrichten»<hi rend="smcap"> 1894,</hi> cfr.<hi
                  rend="smcap"> I. Thomas,</hi><hi rend="it"> Greek Mathe-<lb/>matics</hi>, I,
               London-Cambridge Μ.<hi rend="smcap"> 1951<hi rend="sup">2</hi>,</hi> p.<hi
                  rend="smcap"> 296)</hi> riteneva che l’epigramma fosse<lb/>stato desunto da un
               monumento votivo, e posto in calce alla lettera.</note>: Eratostene direb-<lb/>be di
            avere riveduto e corretto i δυσμήχανα ἔργα architei, perfezionando-<lb/>li e
            adattandoli ai loro usi. E in realtà Archita continua a rimanere l’auto-<lb/>re cui più
            verosimilmente la teoria della ῥύσις può essere attribuita<note xml:id="ftn53"
               place="foot" n="53">Cfr.<hi rend="smcap"> E. Frank,</hi><hi rend="it"> Plato und die
                  sogenannten Pythagoreer</hi>, Halle 1923, pp.<lb/>125 sgg., 176 sgg. e nota pp.
               369-70; il quale però riteneva che la teoria fosse poi<lb/>stata accettata da
               Platone, cosa di cui non solo non abbiamo prova, ma, stando<lb/>ad<hi rend="smcap">
                  Aristot.</hi><hi rend="it"> metaph.</hi><hi rend="smcap"> A</hi> 9. 992 a 20 sgg.,
               avremmo ragione di supporre il contrario.<lb/>Non concordo con le successive
               attribuzioni della teoria a Speusippo fatte da<hi rend="smcap"
                  > H.<lb/>Cherniss,</hi><hi rend="it"> Aristotle’s Criticism </hi>cit., pp. 396 sgg. e,
               sulle sue orme, da <hi rend="smcap">L. Tarán,</hi><hi rend="it"> Speu-<lb/>sippus of
                  Athens </hi>cit., pp. 362-3.</note>.<lb/>Essa non può appartenere all’ambiente
            dell’Accademia antica. Si può<lb/>escludere subito l’attribuzione a Senocrate, il quale
            riteneva il punto non<lb/>una dimensione ο una grandezza reale, ma una astrazione dei
            geometri:<lb/>la geometria spaziale comincia, per Senocrate, dalla linea indivisibile,
            pri-<lb/>ma grandezza, come già sopra si è avuto occasione di ricordare. Ma si<lb/>può
            anche, credo, escludere l’attribuzione della teoria a Speusippo. Proclo<lb/>ci dice che
            per Speusippo ogni movimento è escluso dalla vera essenza<lb/>degli enti matematici, e
            interessa solo la loro costruzione empirica<hi rend="it">
            </hi>(<hi rend="it">in<lb/>Eucl. elem.</hi>
            <hi rend="smcap">ι</hi>, p. 77, 7 sgg. Friedlein = fr. 46 L., 36 I.P., 72 Tarán):
            è<lb/>per questo che i θεωρήματα sono da considerarsi superiori ai προβλήματα,<lb/>che
            implicano κίνησις, mentre i numeri, nella loro vera essenza, sono da<lb/>concepirsi come
            modelli immobili. Per di più Speusippo si mostra altrove<lb/>(nel brano del Περὶ
            πυθαγορικῶν ἀριθμῶν resoci dallo pseudo-Giamblico,<lb/>fr. 4 L., 122 I.P., 28 T.)
            sostenitore di una teoria della genesi delle gran-<lb/>dezze che nulla ha a che fare con
            quella dinamica della ῥύσις: è la teoria<lb/>(statica) dei πέρατα, secondo la quale ogni
            dimensione ο grandezza è limi-<lb/>te (πέρας) della successiva, e ne è al tempo stesso
            anche inizio (ἀρχή)<note xml:id="ftn54" place="foot" n="54">Rimando a<hi rend="smcap">
                  M. Isnardi Parente,</hi><hi rend="it"> L’eredità di Platone nell’Accademia
                  Antica</hi>,<hi rend="it">
                  <lb/>
               </hi>Napoli 1989, pp. 54-6, per la discussione di questo punto; cfr. anche la rec. a
                  <hi rend="smcap">L.<lb/>Tarán,</hi><hi rend="it"> Speusippus of Athens </hi>cit.,
               in «Archiv f. Geschichte d. Philosophie», <hi rend="smcap">lxvii</hi><lb/>(1985) pp.
               102-8.</note>.</p>
<p rend="pb"><pb n="161" facs="Ele92_161.jpg"/></p>

         <p>Il modo poi in cui nello stesso brano, seguitando, Speusippo indica in<lb/>quattro tipi
            di tetraedro ο piramide il fondamento geometrico del reale<lb/>ci porta vicino non ai
            Pitagorici “monisti” di Sesto, ma ai dualisti e plato-<lb/>nizzanti, cui questi
            attribuisce per l’appunto la teoria del λόγος delle<lb/>grandezze, dell’entità numerica
            che sta loro a fondamento e che confe-<lb/>risce loro razionalità.</p>
          <p rend="start">Se in qualche autore anteriore ad Aristotele possiamo cogliere, pur<lb/>nella povertà
            delle testimonianze, qualche traccia di teoria della genesi<lb/>dinamica delle figure
            geometriche, è esattamente in Archita. In questo<lb/>autore l’attenzione ai processi
            fisici si accompagnava strettamente allo<lb/>studio delle forme geometriche: contro la
            stereometria dei poliedri, quella<lb/>di Teeteto cui ancora si attenne strettamente
            Platone, Archita privilegiava<lb/>nella sua ricerca non le figure angolari, ma quelle a
            superficie circolare<lb/>e curva; e sembra aver posto una relazione fra questo tipo di
            figure e<lb/>la natura fisica dei corpi dicendo (ps. Aristot.<hi rend="it">
            problem.</hi> 915 a 25 sgg. = 47 A<lb/>23 a D.-K.) che le forme naturali sono circolari:
            così i rami di una pianta,<lb/>così gli arti di un uomo e di un animale<note
               xml:id="ftn55" place="foot" n="55"><hi rend="smcap">H. Flashar,</hi><hi rend="it">
                  Problemata Physica</hi>, Berlin 1962, p. 587, fa, a parere di chi<lb/>scrive,
               riserve non giustificate sull’attribuibilità del passo ad Archita; già a suo
                  tempo<lb/><hi rend="smcap"> E. Frank,</hi><hi rend="it"> Plato cit.</hi>,<hi
                  rend="it">
               </hi>pp. 378-9, pur mettendo il passo in evidenza, aveva ipotizzato<lb/>un suo
               passaggio attraverso una problematica platonizzante, il che non mi
               sembra<lb/>giustificarsi, a meno che non si voglia tentare una non impossibile
               ipotesi di contrap-<lb/>posizione di Archita alla teoria cosmologica su base
               poliedrica del<hi rend="it"> Timeo</hi> (non ci è<lb/>nota la data della morte di
                  Archita;<hi rend="smcap"> H. Thesleff,</hi><hi rend="it">
                  An Introduction to the Pythagorean<lb/>Writings of Hellenistic Period,<hi
                     rend="smcap"/></hi> «Acta Academiae Aboensis», <hi rend="smcap">xxiv</hi>
               (1961) p. 97 nota<lb/>1, si chiede se essa non possa esser posteriore alla morte di
               Platone).</note>. Le figure che egli predili-<lb/>geva, coni e cilindri, si formano
            per rotazione, un altro processo dinamico<lb/>non certo identificantesi con quello della
            ῥύσις, ma che può considerarsi<lb/>una prosecuzione e uno sviluppo di questa. Se Archita
            fu anche insigne<lb/>matematico, elaboratore dell’armonica, non dimenticava di porre a
            base<lb/>della complessità di rapporti numerici che questa comporta un fatto<lb/>di
            ordine fisico e dinamico, l’impulso che viene dalla percossa (πληγή),<lb/>origine e
            quasi στοιχεῖον del suono, che poi secondariamente si articola<lb/>in numeri. L’armonia,
            per Filolao già prima e poi per Archita, faceva
</p>
<p rend="pb"><pb n="162" facs="Ele92_162.jpg"/></p>
<p>

            anche parte del mondo fisico,
            applicandosi a realtà come l’anima ο come<lb/>l’universo<note xml:id="ftn56"
               place="foot" n="56">47<hi rend="smcap"> β</hi> 19 a D.-K. = 18 b <hi rend="smcap">M.
                  Timpanaro Cardini,</hi><hi rend="it"> Pitagorici,</hi> cit., <hi rend="smcap"
               >ii</hi>, pp.<hi rend="smcap"> 331-<lb/></hi>5; e cfr. l’ampio commento della
                  Timpanaro<hi rend="it"> ad loc</hi>.</note>.</p>
          <p rend="start">La relazione che Sesto dà della teoria delia ῥύσις nell’<hi rend="it">Adversus
               phy-<lb/>sicos</hi> tende, come già si è notato, a spostare la teorìa sul piano
            ontologico.<lb/>Elementi più interessanti per la sua storia in ambito matematico può
            però<lb/>ancora offrirci il testo dell’<hi rend="it">Adversus geometras.</hi> Qui
            (20-21) ci possiamo<lb/>fare un’idea dello stadio avanzato di questa teoria, ove non
            mancavano<lb/>tentativi di conciliazione e di superamento della contrapposizione
            origina-<lb/>ria. Quegli stessi matematici, avverte Sesto, che fanno derivare le
            gran-<lb/>dezze da un processo dinamico di flussione, poi, ὑπογράφοντες
            (“trascri-<lb/>vendo”, “traducendo in altre espressioni”) fanno il punto πέρας
            della<lb/>linea, la linea πέρας delle superfici e così via. Dobbiamo leggere in
            ciò<lb/>pura polemica, e dare a ὑπογράφοντες un significato negativo, di
            accusa,<lb/>come di chi rimproveri i matematici di usare espressioni diverse e
            poten-<lb/>zialmente contrastanti? Se guardiano poco più oltre a quanto Sesto
            dice<lb/>di Eratostene, saremmo piuttosto da ciò indotti a pensare che egli alluda<lb/>a
            una volontà, da parte dei “matematici”, di sanare l’opposizione fra<lb/>teoria statica e
            teoria dinamica della genesi delle figure. Che Sesto poi<lb/>trovi esaurienti le
            giustificazioni dai matematici offerte, è altro discorso;<lb/>l’importante per noi è, in
            questa sede, ciò che può trasparire attraverso<lb/>la sua testimonianza.</p>
          <p rend="start">Ora, a proposito di Eratostene, Sesto afferma che questi non accet-<lb/>tava la
            definizione del punto data dal pitagorismo più antico ed accolta<lb/>da Aristotele in
            termini spaziali, e nemmeno la teoria del punto come<lb/>misura ο unità di misura della
            linea, come elemento ο στοιχεῖον di questa:<lb/>il che sembrerebbe avvicinarlo a
            posizioni senocratee. Tuttavia, dopo aver<lb/>affermato questo, Sesto lo fa sostenitore
            della teoria che fa del punto<lb/>l’elemento generatore della linea: una teoria cioè che
            comporta realismo<lb/>nell’interpretazione del punto e dinamismo geometrico (28). Come
            sanare<lb/>la contraddizione? È probabile, è anzi del tutto plausibile che Sesto,
            dal<lb/>suo punto di vista, non la considerasse sanabile. Ma da quanto egli ci<lb/>dice
            possiamo pensare che Eratostene intendesse accettare alcuni mo-<lb/>menti della teoria
            senocratea — il rifiuto del punto come grandezza spa-
</p>
<p rend="pb"><pb n="163" facs="Ele92_163.jpg"/></p>
<p>

            ziale ο come misura — senza
            per questo accettare le conseguenze che<lb/>da ciò Senocrate aveva tratte; al rifiuto
            del punto come “grandezza<lb/>avente una posizione spaziale” egli opponeva la teoria del
            punto quale<lb/>elemento dinamico generatore ο “punto di forza”; alla teoria statica
            del<lb/>para-atomismo lineare che era stata propria di Senocrate egli opponeva<lb/>la
            teoria del processo dinamico a partire da un primo elemento geometrico<lb/>unico. Sono
            congetture, destinate a restare tali. Certo è che quando Era-<lb/>tostene intervenne nel
            dibattito la teoria della ῥύσις aveva già tutta una<lb/>storia dietro di sé e le
            posizioni erano già mature e avanzate, tanto da<lb/>prestarsi anche a qualche
            eclettismo.</p>
          <p rend="start">Ma, per tornare a Sesto, è importante vedere come egli, descritta<lb/>la posizione dei
            Pitagorici platonizzanti, sapesse anche lucidamente con-<lb/>trapporre a questi altri
            Pitagorici, di una scuola più antica, estranei ai<lb/>problemi della μετοχή e a quelli
            della diade indefinita, e ancora riuscisse<lb/>a coglierne le caratteristiche
            specifiche. Anche se il pitagorismo preplato-<lb/>nico costituiva ormai, nella
            diffusione larghissima di motivi topici propri<lb/>di quello platonizzante, una
            posizione arcaica, la sua fortuna almeno sul<lb/>piano della scienza geometrica non
            doveva essere del tutto spenta ed<lb/>esaurita.</p>
          <p rend="titlep"><hi rend="it">adv. phys.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 284-301; 301-304</p>
          <p rend="start">Dopo aver parlato dei matematici pitagorici e delle loro contrapposi-<lb/>zioni, Sesto
            abborda la questione in proprio, polemizzando. Ma contro<lb/>chi è diretta questa
            polemica? Non si direbbe che egli mostri interesse<lb/>a confutare la teoria dei
            principi né quella della διαίρεσις, forse troppo<lb/>lontane dalle sue tematiche più
            consuete. In un primo luogo egli si incen-<lb/>tra sul tema della partecipazione avendo
            a riferimento un bersaglio in-<lb/>certo: potrebbero essere ancora i Pitagorici
            platonizzanti, quelli che pon-<lb/>gono λόγοι delle grandezze, ο potrebbe essere già
            Platone. A partire da<lb/>301, le cose si fanno chiarissime: lasciando da parte principi
            e diade inde-<lb/>finita, Sesto polemizza contro il<hi rend="it"> Fedone</hi> e la
            teoria della dualità come<lb/>idea del due. E in questa polemica, capziosa come ogni
            polemica filosofica<lb/>antica, egli finisce con lo scivolare dal concetto di dualità
            come idea ο<lb/>forma a quello di dualità empirica. Vediamo più da vicino come
            tutto<lb/>questo si svolga.</p>
<p rend="pb"><pb n="164" facs="Ele92_164.jpg"/></p>

          <p rend="start">Ancora (<hi rend="smcap">ii</hi> 285) Sesto parla della μονάς come principio,
            definendola<lb/>πρώτον καὶ στοιχεῖον, con tutta l’ambiguità che στοιχεῖον ha
            nell’Accade-<lb/>mia antica e, di riflesso, nella<hi rend="it"> Metafisica</hi> di
            Aristotele; sì che potremmo<lb/>quasi credere Sesto ignaro, ο noncurante, delle
            precisazioni portate circa<lb/>la distinzione dei due termini dalla speculazione
               stoica<note xml:id="ftn57" place="foot" n="57">Significativi in proposito frammenti
                  come<hi rend="it"> S.V.F.</hi><hi rend="smcap"> ii</hi> 409 ( =<hi rend="smcap">
                  Gal.</hi><hi rend="it"> in Hippocr.<lb/>de nat. hom.</hi>
               <hi rend="smcap">ι</hi> 2, <hi rend="smcap">xv</hi> p. 30 Kühn); per la storia di
               questa distinzione nella Stoa cfr.<lb/><hi rend="smcap">M. Lapidge,</hi><hi rend="it"
                  > Ἀρχαί and στοιχεῖα. A problem in Stoic cosmology</hi>, «Phronesis»,<hi
                  rend="smcap"> xviii<lb/></hi>(1973) pp. 240-78.</note> o, in ambito<lb/>platonico,
            da un Eudoro Alessandrino<note xml:id="ftn58" place="foot" n="58">Cfr. il già citato fr.
               3 Mazzarelli<hi rend="it"> (supra</hi>, nota 41): Eudoro appare aver
               fatto<lb/>distinzione fra l’Uno che è ὑπεράνω e che è ἀρχή, e i due principi uno e
               dualità<lb/>posti come opposizione, che sono semplicemente στοιχεῖα. La distinzione
               si imponeva<lb/>evidentemente a Eudoro dopo la speculazione ellenistica. Ma anche in
               questo caso<lb/>i “Pitagorici” di Sesto sembrano differenziarsi dal platonismo
               pitagorizzante alessan-<lb/>drino del I secolo.</note>. Ad una simile unità,
            principio<lb/>piuttosto che elemento, ogni unità numerica ο ogni singola unità
            empirica<lb/>deve richiamarsi per potersi dire veramente tale. In stretti termini,
            siamo<lb/>ancora nell’ambito della teoria del λόγος come ragione del numero e
            del<lb/>reale numerabile. Solo più oltre (293) compare un termine platonico
            senza<lb/>ambiguità (ἰδέα τoῦ ἑνός). Un parallelo di questo passo è reperibile in<lb/> <hi rend="it">PH</hi>
            <hi rend="smcap">iii</hi> 158-162, ove troviamo di nuovo questa singolare espressione; ana-<lb/>logo, nei due
            passi, è tutto lo sviluppo della controversia.</p>
          <p rend="start">Sia in<hi rend="it"> adv. phys.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 285 sgg., sia in<hi rend="it"> PH</hi>
            <hi rend="smcap">iii</hi> 158 sgg., Sesto sostiene<lb/>una argomentazione fortemente
            controversistica contro questa derivazio-<lb/>ne del due dalla diade, del numero
            dall’idea del numero. In tal modo,<lb/>egli dice, noi abbiamo le due unità che
            convergono a formare il due,<lb/>più la δυάς sopravveniente: ed ecco che non è il due a
            prodursi, ma il<lb/>quattro (304). Con ciò egli mostra di voler intendere la dualità di
            cui<lb/>parla Platone (di cui peraltro egli ha ben chiara la realtà ideale che
            Platone<lb/>intende conferirle) alla stregua di una qualsiasi dualità empirica,
            som-<lb/>mabile agli altri numeri: interpretazione volutamente capziosa, che
            di<lb/>proposito ignora il pur altrove riconosciuto carattere trascendente
            del-<lb/>l’idea del due.</p>
          <p rend="start">II<hi rend="it"> Fedone</hi> è un dialogo contro cui Sesto, d’altronde, ha già
            polemizza-<lb/>to altrove. In<hi rend="it"> adv. log.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 91-92, troviamo presa di mira la teoria
            della
</p>
<p rend="pb"><pb n="165" facs="Ele92_165.jpg"/></p>
<p>

            partecipazione, ο μετουσία, come qui la chiama Sesto usando un’altro
            dei<lb/>numerosi appellativi platonici; e il riferimento è chiaramente a<hi rend="it">
               Phaed.<lb/></hi>103 <hi rend="smcap">c</hi>. Non ci interessa tanto la conclusione
            capziosa del suo discorso<lb/>e il suo tentativo di dimostrare che, se la piccolezza non
            è altro che parte-<lb/>cipazione al piccolo, il nove cui si aggiunga una unità numerica
            non di-<lb/>verrà con ciò un numero più grande, venendo a partecipare di una
            realtà<lb/>più piccola di quella del nove. Ci interessa la singolare confusione
            che<lb/>notiamo in lui a proposito del concetto di partecipazione: questa, da
            acco-<lb/>glimento in sé del riflesso della forma ideale, è qui scivolata al
            significato<lb/>di πρόσθεσις ο πρόσληψις, come Sesto stesso si esprime: viene a
            signifi-<lb/>care l’unirsi e l’aggiungersi di una unità alle altre che vengono così
            a<lb/>“parteciparne”. Si tratta di due usi imparagonabili di “partecipare”, in<lb/>cui
            la sottile logica di Sesto si invischia.</p>
          <p rend="start">Per tornare a<hi rend="it"> adv. phys.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 292, è interessante ancora notare come Se-<lb/>sto colga, di
            scorcio e a suo modo, un altro problema platonico, che egli<lb/>attinge ancora al<hi
               rend="it"> Fedone</hi> (104<hi rend="smcap"> d</hi>-105<hi rend="smcap"> a</hi>), ma
            che, nel<hi rend="it"> Fedone</hi>, è una sorta<lb/>di anticipo della συμπλοκή del<hi
               rend="it"> Sofista</hi>: se si afferma che il tre è tale perché<lb/>partecipa della
            τριάς, non lo si dovrà far partecipare anche della πε-<lb/>ριττότης, il tre essendo un
            περιττός, dispari? E dove finisce allora la “sem-<lb/>plicità” delle idee? Ora, noi
            abbiamo visto sopra, per bocca dei Pitagorici,<lb/>attribuita a Platone una concezione
            dell’idea come realtà composita (il<lb/>κατὰ σύλληψιν di<hi rend="it"> adv. phys.</hi>
            <hi rend="smcap">ii</hi> 259). Come può Sesto scandalizzarsi della<lb/>contraddizione?
            La realtà è che qui Sesto polemizza con la teoria del dia-<lb/>logo, e si trova davanti
            ad un Platone diverso da quello della citazione<lb/>di poc’anzi. Nel<hi rend="it">
               Fedone</hi> egli trova affermato che le idee sono nature sem-<lb/>plici, e appunto
            per questo indissolubili ed eterne, sottratte (insieme con<lb/>l’anima, che loro
            somiglia) a quella trasformazione che proviene ale realtà<lb/>composte dal loro
            disgregarsi. E ha buon gioco nel contestare a Platone<lb/>che nello stesso<hi rend="it">
               Fedone</hi> l’idea della triade si rivela poi duplice in se stessa,<lb/>formata dal
            tre e dal dispari. Il problema della duplice partecipazione, che<lb/>Sesto non afferra
            perché fraintende profondamente il concetto stesso di<lb/>partecipazione, si trasforma
            per lui nella contraddittoria affermazione di<lb/>una complessità interna dell’idea,
            contro le premesse poste dallo stesso<lb/>Platone, che le idee siano ἀρχαί assolutamente
               semplici<note xml:id="ftn59" place="foot" n="59">Non è del resto il solo<hi rend="it"
                  > Fedone</hi> il dialogo di cui cogliamo in Sesto l’eco; le<lb/>aporie circa
               l’unità dell’idea stessa di uno, che, “partecipata” da più realtà,
               dovrebbe<lb/>divenire divisibile contro la stessa essenza dell’unità, portano l’eco
                  di<hi rend="it"> Parm.</hi> 129<hi rend="smcap"> d-e.</hi></note>.</p>
<p rend="pb"><pb n="166" facs="Ele92_166.jpg"/></p>

          <p rend="start">Sesto, dunque, paria di Platone in più modi. Ha talvolta sott’occhio<lb/>il dialogo
            scritto e ad esso fa chiaro riferimento. Ma altre volte ha sott’oc-<lb/>chio fonti
            secondarie, che possono essere ο dossografiche (di puro e sche-<lb/>matico riferimento,
            e di per di più portanti a confronto, com’è nell’uso<lb/>della dossografia, parallele
            citazioni di altri filosofi) ο risalire ad una tradi-<lb/>zione esegetica. In
            quest’ultimo caso rientrano le due citazioni di Platone,<lb/>diversissime, di<hi
               rend="it"> adv. log.</hi>
            <hi rend="smcap">ι</hi> 141-144 e<hi rend="it"> adv. phys.</hi>
            <hi rend="smcap">ιι</hi> 258-259. L'una è di<lb/>tradizione ellenistica e stoicheggiante,
            e tende a proporre un Platone riva-<lb/>lutatore, a suo modo, della conoscenza
            sensibile, momento imprescindi-<lb/>bile per la costruzione del pensiero ulteriore,
            dotata di un suo “criterio”<lb/>consistente nella ἐνάργεια. L’altra è di tradizione
            neopitagorica in senso<lb/>lato, e conserva ricordi dell’esegesi vetero-accademica
            (particolarmente di<lb/>quella senocratea) ο antico-peripatetica (se si pensa agli echi
            teofrastei)<lb/>passati poi attraverso la speculazione sui numeri cara al pitagorismo
            tar-<lb/>divo: e tende a proporre un Platone metafisico che considera i
            numeri<lb/>trascendenti alle idee e veri principi dell’essere. Due Platoni
            incompati-<lb/>bili, ma garantiti l’uno e l’altro da due diverse tradizioni esegetiche.</p>
          <p rend="start">Va notato come Sesto indichi sempre, a suo modo, quali siano i soste-<lb/>nitori di
            queste diverse immagini di Platone, denunci sempre il suo rifarsi<lb/>a riferitori, a
            tramiti, li chiami πλατωνικοί, ο πυθαγορικῶν παίδες, ο<lb/>altro; come egli abbia cura
            di sottolineare che egli non sta parlando tanto<lb/>di Platone quanto del Platone di
            “alcuni”, τινές, che possono ricevere,<lb/>in ordine all’esigenza di identificazione,
            denominazioni differenti. E inte-<lb/>ressa anche, e ancor di più, vedere come, quando
            intende polemizzare<lb/>direttamente con ciò ch’egli ritiene essere dottrina platonica,
            sia il dialogo<lb/>— cioè quel Platone ch’egli può conoscere direttamente — il suo
               bersaglio<lb/>polemico<note xml:id="ftn60" place="foot" n="60">Da citarsi ancora
                  almeno<hi rend="it"> PH</hi>
               <hi rend="smcap">ιιι</hi> 189 (già citato<hi rend="it"> supra</hi>, nota 2) ove
               Sesto<lb/>prende direttamente di petto la teoria della composizione dell’anima nel<hi
                  rend="it"> Timeo</hi> (τὴν<lb/>κρᾶσιν τῆς ἀμέριστου καὶ μεριστῆς οὐσίας καὶ τῆς
               ταθέρου φύσεως καὶ τἀuτοῦ) defi-<lb/>nendo il tutto ληρώδες. In <hi rend="it">PH</hi>
                  <hi rend="smcap">ιιι</hi> 136 cfr. il dubitativo Ἀριστοτέλης δέ, ἢ ὥς
               τίνες<lb/>Πλάτων a proposito di una determinata definizione del tempo non resaci dai
               dialoghi;<lb/>Sesto appare prudente nelle sue attribuzioni.</note>. Non è del tutto
            indifferente, la cosa, ai fini di una caratte-<lb/>rizzazione del metodo di Sesto;
            perlomeno se lo si considera in relazione
</p>
<p rend="pb"><pb n="167" facs="Ele92_167.jpg"/></p>
<p>
            a un soggetto “enigmatico” quale è
            Platone. Egli stesso ha avvertito preli-<lb/>minarmente, in definitiva, come esistano
            più Platoni a seconda delle varie<lb/>esegesi. Queste diverse tradizioni esegetiche,
            egli le annota e le registra;<lb/>ma la sua<hi rend="it"> vis</hi> polemica si esercita
            poi specificamente contro argomenti<lb/>ben precisi, che egli attinge direttamente
            all’opera dell’autore ch’è suo<lb/>bersaglio. Platone è per Sesto un autore
            problematico, sul quale resta sem-<lb/>pre difficile pronunciarsi. Ma quando si devono
            puntualmente controbat-<lb/>tere i suoi argomenti, Sesto mostra di saper bene dove
            occorra andare<lb/>ad attingerli.</p>
      </body>
   </text>
</TEI>
