Il criterio linguistico un po’ sommario secondo il quale si
è soliti distinguere
le costituzioni giustinianee posteriori al Codi-
ce in Novellae greche e Novellae latine, è una scelta di comodo,
che rischia però di confondere le idee anziché chiarirle su una si-
tuazione
testuale piuttosto complessa. In realtà, poche sono le co-
stituzioni
esclusivamente greche o latine: per la maggior parte dei
casi si tratta di testi
bilingui, più esattamente, di originali gre-
ci di cui possediamo anche una
versione latina, pervenutaci, così
come i testi originarimente redatti in questa
lingua, nella raccolta
dell’ Authenticum. Versione ‘alla
lettera’ e, com’è stato più volte
notato, ottusamente fedele agli originali di cui
ricalca con pun-
tiglioso scrupolo forme lessicali e sintattiche; al tempo stesso
qua-
si incurante dei contenuti, che ne risultano oscuri, ambigui, spesso
distorti 1
. Dal medesimo difetto di chiarezza non vanno esenti
le novelle originariamente
latine: si tratta di costituzioni dirette
all’Occidente e si capisce che latino ne fosse il testo ufficiale,
ma neppure in
questo caso sarebbe lecito escludere la possibilità
di modelli ufficiosi, fisici o
anche solo mentali, in lingua greca.
L’ipotesi, posto che possa reggere a un
vaglio più rigoroso, depor-
rebbe a favore della sincronia dei testi contenuti
nell’ Authenticum
e, in definitiva, dell’attribuzione di questa raccolta al VI secolo, se-
condo l’orientamento che oggi prevale, ma che ancora non ha
trovato il conforto di
argomenti adeguati.
Se fraintendimenti e sviste che abbondano nelle versioni del-
l’ Authenticum, ma hanno pur sempre un carattere occasionale,
si possono accettare con maggiore o minore indulgenza, ma si
spiegano, meno
evidente è apparsa la ragione di quell’aderenza
puramente formale agli originali
greci, che è costante, sistematica,
dà luogo a uno ‘stile’ che alla stregua d’una
patina uniforme ma-
schera altri eventuali caratteri che potrebbero essere indizi
d’un’
epoca o d’un ambiente particolare. Di questo ‘stile’ non v’è stu-
dioso che non abbia cercato una spiegazione, e chi ha creduto
di trovarla
ipotizzando traduttori di lingua greca non abbastanza
esperti di latino, chi
viceversa traduttori di lingua latina inesperti
di greco, chi infine, traduttori
egualmente estranei all’una e all’al-
tra lingua, per esempio d’ambiente illirico.
La questione s’inserisce
nell’altra, più vasta e di viva attualità nell’interesse
degli studiosi,
che riguarda la cultura nel mondo tardo-antico, la conoscenza e la
diffusione del latino in Oriente. Questione affascinante, ma insi-
stervi
significherebbe allontanarsi dal tema che è stato proposto,
in funzione del quale
è sufficiente qui aver chiarito due punti:
1) la natura complessa del rapporto latino-greco nei testi
delle Novellae, dove il greco è d’immediata utilità nell’interpreta-
zione del latino, ma a sua volta risente dell’uso giuridico di questa
lingua, dalla quale traslittera, adatta, prende in prestito le espres-
sioni più
tecniche; la stessa voce res offre chiari esempi: αί in rem
missiones (nov. gr. 39, Praef.), της in rem missionos (
ibid .); l’e-
spressione ή in rem
ricorre quattro volte nei testi greci per signi-
ficare l’ act
io in rem (nov. gr. 61, 1, 1; 91, 1; 108, 2, due volte):
nei corrispondenti luoghi latini la stessa azione viene designata
con
l’espressione ellittica in rem, conforme all’originale greco;
2) l’esame dell ’Authenticum nel suo complesso o in una
sua parte che può essere ridotta a una sola voce come in questo
caso, non può
avvalersi d’un contesto storico definito, ma a que-
sta definizione può se mai
recare qualche contributo.
Se il primo punto giustifica l’estensione della presente inda-
gine alle novelle
anche greche, il secondo legittima qualche dub-
bio sull’utilità d’esaminare un
singolo termine in un ambito così
particolare, per giunta mal definito sotto vari
aspetti: cronologico,
giuridico (ancora ignoriamo se l’ Authenticum fosse una raccolta
ufficiale o privata), linguistico,
ambientale. Evidentemente, l’es-
sere io impegnata nella compilazione d’un
vocabolario delle co-
stituzioni giustinianee non è argomento sufficiente a
rendere signi-
ficativo il taglio che intendo dare a questo contributo, anche se
ciò
è stato determinante per me; il fatto che del vocabolario sono stati
pubblicati finora solo 7 volumi nei quali non rientra la voce res,
può al più aggiungere l’interesse, del tutto effimero, d’una brevis-
sima
anticipazione. Ma mi soccorrono qui due argomenti. L’uno
è connesso alla voce res che qui interessa, voce che abbraccia un
ambito
semantico eccezionalmente vasto, ma alla quale viene con-
cordemente attribuito
come valore originario quello di ‘proprietà’,
‘bene’ (Ernout-Meillet e altri), che
ha una chiara connotazione
giuridica, e non è un caso che, come si vedrà, questo
sia il valore
preminente nelle Novellae, così come ritengo
in altri testi giu-
ridici anche di diversa natura.
L’altro argomento riguarda le stesse Novellae e il prestigio
che esse hanno goduto almeno a partire dall’XI secolo proprio
nella raccolta
dell ’Authenticum che per ciò stesso acquista un va-
lore
anche linguistico più generale, per negativi che possano ap-
parire i suoi
particolari caratteri.
La voce res ricorre 641 volte, variamente flessa, nelle No-
vellae latine, 7 volte nelle Novellae greche (6 volte all’accusativo
nelle espressioni in rem missio, ή in rem
; una volta all’ablativo
in una formula testamentaria); respublica e revera sono gli unici
composti della
voce presenti nei testi latini; nessun composto nei
testi greci. Ricavo queste
informazioni dagl’Indici del Legum
Iustiniani Imperatoris
Vocabularium dell’Istituto di diritto roma-
no dell’Università di Firenze
(L.I.I.V., ma M.V.L.I.E.R. — Ma-
gnum Vocabularium Legum
Iustiniani electronice recollectum —
per gli amici che intendono così
accostarlo al V.I.R. — Vocabula-
rium Iurisprudentiae
Romanae — forse non senza un’allusione
bonariamente scherzosa alla sua
curatrice). Nello stesso vocabola-
rio ( Novellae, Pars
latina, t. VIII, d’imminente pubblicazione),
la voce figura con tutti i suoi
contesti ordinati secondo le forme
di cui sono state distinte le omografie di caso
e sono stati segna-
lati gli usi strani e gli abusi che venivano in rilievo
nell’attuare
tale distinzione.
L’essere ora svincolata dai criteri d’elaborazione del vocabola-
rio, che era pur
necessario adeguare all’economia generale d’un’ope-
ra tanto vasta, mi consente di
delineare, nell’ambito della voce res,
una casistica più ampia di usi aberranti o per qualche motivo no-
tevoli,
che si riscontrano nei testi tradotti e che trovano in ge-
nere una più o meno
vicina origine comune nell’evidente sugge-
stione della lingua greca 2
1. Presenza della voce in una perifrasi (res quae nuptias sol-
vunt) che traduce in modo maldestramente generico un termine
molto
preciso διαζύγια che troverebbe un preciso corrispondente
nel latino repudia : 703,5 = 140,1, pr.: « Si enim in alterutrum
adfectus nuptias solidat, merito contraria voluntas istas cum con-
sensu
dissolvit, adsignificantibus rebus quae nuptias solvunt»
(«... των ταύτην δηλούντων στελλομένων δ ι αζυ-
γ ί ω ν »).
2. Inesattezza nel contesto: non muta il valore del termine
in sé, ma muta il
senso dell’espressione di cui fa parte.
133,31 = 18,17: « licet tamen descriptiones facere rerum
quas partire voluerit» (« άλλ’έξεστι νεμήσεις ποιήσασθαι
των πραγμάτων, άπερ άν
διανεμηθήναι βουληθείη»); lo scam-
bio descriptiones per
divisiones o, più probabilmente, distribu-
tiones, sembra dovuto a errore di trascrizione più che di tra-
duzione;
401,20 = 82,1, pr.: «eligere [iudices] vero perspeximus
in rebus utilibus habentes adtestationem» («... δικαστάς τούς
τήν πανταχόθεν επί χρηστο ι ς έχοντας μαρτυρίαν»);
680, 10 = 134, 3, pr .: « huiusmodi odibilem >rem » (« τοιου-
το μ υ σ ο ς ») ; μ υ σ ο ς per μ ύ σ ο ς confuso con μ ι σ ο ς ?
- Omessa traduzione di una parte del contesto:
= 22,44,5: «secundum quod dictum est, suarum
rerum accipiat quidem quod relictum
est» (« κατά τό είρημένον
των όντων αύτω πραγμάτων μέτρον λαμβανέτω μέν τό
καταλελειμμένον»);
703,5 = 140,1, pr. (citato anche al precedente punto 1):
«adsignificantibus rebus
quae nuptias solvunt» (« των ταύ -
την δηλούντων στελλομένων δ ι αζυ-
γ ί ω ν ») .
a) Genitivo in luogo d’ablativo:
19,4 = 3; Praef.: «quatenus rerum omnium creditoribus
cedere» (« τό των όντων απάντων τοις δανεισταις
έκστηναι»);
768, 11 = Ed. 8, Praef.: « Sed mox ut ab ipsis cognovi-
mus rerum» («άλλ’έπείπερ έξ’ αύτων έγνωμεν των
πραγμάτων» ;
non inesatto, ma notevole il genitivo di paragone in:
208, 2 = 26, 4, 2: «...ut in quibus inferiores rerum sunt, in
his augeantur et adimpleantur nostrae voluntatis ac iussionis adiec-
tione »(«... έφ ’ οις καταδεέστεροι των πραγμά-
των είσίν ...»).
b) Genitivo in luogo di dativo:
221,40 = 29,4: «et si rerum praesunt potentibus compe-
tentium hominibus» (« κάν εί πραγμάτων προισταντο
δυνατοις προσηκόντων άνθρώποις»);
674, 19 = 133,5,1: « melioribus et sanctioribus studiis in-
troductis et
decentibus rerum » (« των καλλιάνων τε καί όσιω-
τέρων
έπιτηδευμάτων άντεισαγομένων τε καί έμπρεπόντων
τοις πράγμασιν»).
c) Nominativo in luogo di genitivo:
488, 9 = 101, Praef.: «Scientes enim quia haec res erit in
praesenti correctio» (« έπιστάμενοι γάρ ώς του πράγμα-
τος έσται του παρόντος
έπανόρθωσις»).
3. Scambio di numero: singolare in luogo di plurale:
472, 27 = 97,3: «credi tores, quorum pecuniis empta aut
renovata res est » (« δανεισταί, ών τοις χρήμασι έκτηθη ή άνε-
νεώθη
τά πράγματα»);
590, 27 = 120, 11: « res quae contra virtutem earum [scil.
legum ] data est» (« τά πράγματα τά παρά
τήν δύ-
ναμιν αυτων δεδομένα») .
Nell’esaminare la voce all'interno dei suoi contesti, m’atten-
go a un criterio
descrittivo più che definitorio e in particolare
evito di separare accezioni
comuni e accezioni giuridiche. Qua-
lunque sia stato il suo valore originario, è
certo che ben prima
di Giustiniano la voce era tanto banalizzata da potersi
considerare
estremamente generica e tale da far apparire ozioso quanto arduo
ogni tentativo di definirla. Come i suoi corrispondenti nelle lin-
gua antiche e
moderne, res è il nome con il quale si designa tutto
ciò
che non si vuol definire, e questo vale per il parlar comune
come per il discorso giuridico. La res giuridica non è che
un aspet-
to della res comune, considerata nella sua
attitudine a essere
posseduta o in dominio e come tale riceve non direi una de-
finizione giuridica, ma delle specificazioni che la scienza del di-
ritto ha
escogitato al fine di meglio adeguarne la disciplina alla
varietà dei casi ( res sua, aliena, privata, publica, venalis, extra
commercium,
mobilis, immobilis e simili). Parimenti, non mi sen-
tirei d’attribuire un
carattere giuridico a normali estensioni della
voce res,
che pur trovano largo uso in vari ambiti del diritto;
tanto meno mi sentirei di
stabilire senz’altro equivalenze del tipo
res = causa , res = lis. Di fatto, una
questione che si dibatta in
tribunale è una lis, non
diviene necessariamente tale quando si
dibatta per esempio tra studiosi o tra
uomini qualsiasi della
strada, ma in quanto questione è sempre la stessa: in ogni
caso
c’è un ‘argomento’ una ‘causa’, su cui si discute e una ‘discussio-
ne’
in merito, che ambedue sono compresi nel termine res. Di ciò
è consapevole Varrone quando spiega «quibus res erat in contro-
versia, ea
vocabatur lis; ideo in actionibus videmus dici: Quam
rem si ve mi litem dicere
oportet» 3 . Mentre Cicerone dichiara:
«Illud mihi mirum videri solet, tot homines, tam ingeniosos, per
tot annos
etiam nunc statuere non potuisse, utrum [...] rem, an
litem dici oporteret» 4 .
E la questione che non sia contenziosa (non importa se giu-
ridicamente o no) è
semplicemente un argomento, una causa, e
da
causa a motivo il passo è breve, tanto che
spesso le due nozioni
si confondono, e così di seguito si vede come i passaggi
semantici
siano piani e poco nettamente distinguibili, al contrario, come
più accezioni possano cumularsi in un medesimo uso del termine
res.
Ma confesso una mia naturale inclinazione a ricomporre
nell’unità d’una voce le
sue più disparate accezioni piuttosto che
insistere sui suoi elementi distintivi,
inclinazione che ha trovato
nella voce res un terreno
pericolosamente congeniale, dove po-
trebbe spingersi tanto oltre da incappare
nell’accusa di logicismo
linguistico. E ciò basta a risospingermi senz’altri indugi ad
rem,
anzi, in medium rem.
Come già ho accennato, nelle Novellae giustinianee il termine
res (πράγμα di norma nei testi greci) designa in prevalenza la
cosa concreta considerata come bonum e tanto vale a
indicare
il genere indeterminato, quanto vari gradi e tipi di specificazione
che spesso si delineano nel contesto implicitamente anche in pre-
senza di
particolari attributi, secondo gli usi che vedremo di se-
guito 5
Res non altrimenti specificato, al singolare designa il genere
dei bona :
588, 25 = 120, 9, pr.: «dolus in re »;
330, 24 = 61, 1; 455, 13 = 91, 1; 516, 8 e 12 = 108, 2:
«(actio) in rem » («ή in rem »);
al plurale designa ‘beni’ generici, ‘dovizie’:
124, 36 =17, 12: «non enim sunt res quae delinquunt,
sed
qui res possident»;
247, 24 = 38, Praef., 1: «Si quis denumerat nostrae rei-
publicae curias,
attenuatas inveniat, alias quidem neque virorum
neque rerum
copias habentes, alias autem paucorum forsan ho-
minum, rerum autem nihil penitus» (« τά μέν ούτε άνθρών εύ-
πορουντα ούτε χρημάτων,
τά δέ όλίγων μέν ίσως άνθρώ-
πων, χρημάτων δέ ουδαμως »).
Con specificazioni d’appartenenza, sia al singolare collettivo,
sia al plurale,
indica ‘le sostanze’ di qualcuno, l’universalità dei
suoi beni, senz’altre
distinzioni di categoria:
27, 5 =4, 3, pr.: «subtili aestimatione facta rerum debito-
ris, dari secundum quantitatem debiti possessionem immobilem
creditoribus
cum tali cautela cum qua debitor dare possit»;
19, 40 = 3, Praef.: « quatenus rerum omnium [scil. omni-
bus suis rebus ] creditoribus cederei»;
95, 9 = 12, Praef.: « sobolem quidem inculpabilem existen-
tem privant rebus patris » (« των του πατρός »);
149, 2 = 22, 2, pr.: « Uti legasset quisque de sua re, ita
ius esto» (la formula è latina anche nel testo greco);
176, 1 =22, 40: «dimidiam portionem dent filiis suarum
rerum
» (« των οικείων »);
352, 18 = 69, 2, 1: « de absentis rebus compleatur victori
damnum »;
543, 9 — 115, 3, 14: «sine aliqua distinctione substantias
eorum ad res privatas nostras similiter pervenire sancimus»;
Con diverse qualificazioni denota una somma di beni o beni
singoli:
546, 14 = 115, 5, pr.: «etiamsi certis rebus iussi fuerint
esse content »;
53, 21 = 7, 2, 1: «donatarum rerum immensitas» («των
δωρουμένων άμετρία »);
167,15 = 22,26, pr.: «ex lucratis rebus » (« έκ των
κερδανθέντων»);
524,10 = 112,1: « Lite de re litigiosa pendente» (« δίκης
περί litigiosου ήρτημένης »).
Per i singoli modi in cui la voce res si specifica giuridica-
mente nei testi delle Novellae, rinvio alla lista di nessi
lessicali e
sintattici che aggiungo in appendice a questo contributo; qui mi
limito invece a considerare più in generale il valore di tali spe-
cificazioni che
non sono mai perfettamente definite e definitorie,
ma ritengono virtuali
pregnanze, oscillazioni, ridondanze, che si
precisano nelle fattispecie.
Nella sua articolata classificazione delle cose, il diritto ro-
mano individua
tante categorie logiche diverse quanti sono gli
aspetti secondo i quali le cose
possono acquistare rilevanza
giuridica. Poiché requisiti logicamente diversi
talvolta si cu-
mulano o si escludono necessariamente in una stessa res, tal-
altra hanno una virtuale compatibilità reciproca, accade che
qualsiasi
attributo o specificazione valga a definire la res non
solo
per quanto esplicitamente dichiara riferendosi a una partico-
lare categoria, ma
anche per tutto ciò che implica o tacitamente
esclude. La res
immobilis è sempre ‘corporale’, di norma non è
‘consumabile’, mentre può
essere ‘alienabile’ o ‘inalienabile’,
‘commerciabile’ o 'extra
commercium', ‘divisibile’ o ‘indivisibile’.
D’altro canto, non sempre le categorie giuridiche di res si
circoscrivono entro netti confini, né tutte le cose consentono d’es-
sere
rigidamente classificate: avviene così che le specificazioni di
categoria possono
essere oscillanti e definirsi di volta in volta
in un contesto più ampio.
Per esempio, nei due passi seguenti, l’oro sembra essere
compreso tra le res mobiles, ma non allo stesso titolo di altre,
poiché si
sente il bisogno di nominarlo singolarmente:
425, 28 e 426, 2 = 88, 1: «si quis ab aliquo accipiat aurum
aut res aliquas depositi causa... » (solo le cose mobili,
com’è
noto, possono costituire oggetto di deposito);
27, 16 = 4, 3, pr.: «si aurum non recepii aut aliud rerum
quae portari possunt ».
Altrove invece l’oro, così come il danaro in genere, è evi-
denziato rispetto ad
altre cose che sembrano da intendersi come
mobili o immobili indifferentemente:
38, 14 =6, 1, 9: «[episcopatus ordinationem] non pecuniis
emere neque per rerum aliquarum dationem suscipere, sed
puram
percipere et sine mercede, tamquam a deo datam»;
38, 31 = 6, 1, 9: «qui aurum aut rem propter patroci-
nium
ordinationem accepit»;
596, 18 = 123, 2, 1: «Prae omnibus illud servari volumus,
ut nullus per
suffragium auri aut aliarum rerum episcopus ordi-
netur».
Infine può ancora darsi che nomi diversi designino una
stessa categoria di cose.
Ciò accade quando il processo evolutivo
della realtà ha precorso il processo linguistico e un nuovo nome
più aderente
alla realtà mutata coesiste con l’antico senza riu-
scire a soppiantarlo.
È il caso delle res ecclesiasticae, che nelle Novellae giu-
stinianee s’identificano ormai con le res
sacrae:
48, 6 = 7, Rubr.: «De non alienandis aut permutandis
ecclesiasticis rebus immobilibus »;
Ibidem, Praef., pr.: «Quod etiam in omni legislatione fa-
cientes credimus oportere et in alienationibus, quae fiunt super
sacris rebus, una complecti lege »;
280, 3 = 46, Rubr.: «De ecclesiasticarum immobilium re-
rum
alienatione et solutione»;
Ibidem, Epil.: «Tua igitur celsitudo quae placuerunt nobis
cognoscens secundum hoc procedere super sacris rebus aliena-
tiones custodiat»;
578, 6 = 120, Rubr.: «Die alienatione et emphyteosi et lo-
catione et hypothecis
et aliis diversis contractibus in universis
locis rerum
sacrarum »;
Ibidem, Praef.: « Multis et diversis legibus super alienatio-
nibus et emphyteosibus et locationibus et reliqua administra-
tione ecclesiasticarum rerum plantantibus praevidimus omnes prae-
senti comprehendere lege ».
Le res sacrae, che nella summa divisio
gaiana occupavano
il primo posto delle res divini iuris,
perduta l’antica dignità come
categoria di beni reali, tendono a trasformarsi in
categoria di
beni dello spirito:
666, 14 = 133, Praef., 2: «Singularis vita eiusque contem-
platio res est sacra et ex hoc evehens animas ad deum» 6 .
Un cenno esemplificativo ad altri valori che la voce res assu-
me nelle Novellae giustinianee, dove è suscettibile di
tutte le
sue normali estensioni 7 :
- come ‘sostanza’ che si contrappone a forma:
109, 13 = 15, Praef.: «Aliis siquidem alia data sunt ab
antiquitate nomina significativa aperte rerum»;
469, 35 = 97, Praef.: «aliis quidem permisit in mille for-
san aut in duobus
milibus aureis facere dationem aut in quan-
tumcumque voluerint, aliis autem non
tantum sed et minus, ut
aequalitas in verbis
solis et litteris puris, sed non in rebus ipsis
quaereretur»;
717, 8 = 146, 3: «Oramus vero in eos aut per istam aut
per illam linguam sacros
libros audientes servare quidem interpre-
tantium malignitatem, non solas vero considerare litteras, sed
rebus
effici et divinum veraciter intellectum accipere»;
- come ‘realtà sperimentabile’, ‘fatto’:
212, 9 =28, Praef.: « non enim in nominum
multitudine
fortitudo ponenda est, sed in vero rerum
effectu»;
171, 1 = 22, 29, pr.: « Ex rerum vero consequentia hoc
ipsum et in patribus sit secundo nuptias facientibus»;
187, 31 = 23, Praef.: « Ex rerum autem experientia inve-
nimus hoc satis esse damnosum» (lat.) ;
406, 29 = 82, 11, 1: «Et quia cognovimus ex rerum
ex-
perimento incautum hoc esse...»;
290, 8 = 49, 1, pr.: «volumus eum qui vicit causam, si
voluerit pro veritate
firmari sententiam, non ex circumventione
nec ex tempore quodam, sed ex ipsa rerum veritate »;
223, 7 = 29, 5, pr.: «Nihil enim in parvo consistere magnum
et a praecedentibus
nos dictum est et apud nos ipsos in ipsis valet
et
approbatum est rebus » («... έπ’ αυτων τώ v έρ-
γων»);
370, 24 = 74, Praef. pr.: «ex his autem quae a natura re-
rum per singula moliuntur... » (« έκ δέ των καθ’έκάστην ύπό
της φύσεως
τεχναζομένων...»);
250, 11 = 38, 3; « Quodsi legitimorum filiorum fuerit pa-
ter, tunc res
decernenda est, utrum tantummodo masculi an tan-
tummodo feminae an certe permixti
sexus sint, quatinus lex undi-
que perfectionem habeat et curiae utilitatem »;
378, 16 = 75, 2: « oportet res civiles, cum aliquam habue-
rint dubitationem,
nostri quaestoris iudicio dirimi » (lat.);
- ‘ragione’, ‘motivo’, ‘causa’:
369, 16 = 73, 8, 2: «ut non de rebus exiguis maximas
homines attritiones sustineant»;
683, 23 = 134, 9, pr.: «nulla mulier de qualibet re inclu-
datur aut custodiatur»;
255, 16 = 39,1, pr.: « quam ob rem» («διά τοι του-
το);
486, 15 = 100, 2, pr.: « qua de re » («ώστε »);
271,39 = 43,1,1: «huius rei gratia» (« ταύτης ένεκα
αιτίας
»);
799, 17 = Α pp . 7, 1: « nulla cuicumque danda licentia contra
ea venire, quae a
praedictis personis pro
quibuscumque rebus
vel titulis data vel concessa esse noscuntur» (lat.).
Infine, con valore molto affievolito, la voce res ricorre nei
seguenti tipi di uso.
- In espressioni con funzione indicativa, per richiamare
o riassumere ciò che è
stato detto precedentemente:
haec res = hoc, illa res = illud:
255, 35 = 39, 1, pr.: «liceat etiam ei nuncupatam antenup-
tialem seu propter
nuptias donationem offerre, nihil quantum
in illis rebus restitutione valente»;
51, 26 = 7, Praef., 1: « huius rei » ( «τούτου »);
— 60 — 373,25 = 74,2,1: « huius rei damus licentiam» (« έ ν
τ ο ύ
τ ω δίδομεν παρρησίαν »);
624, 27 = 123, 44: « Providentibus huic rei locorum epi-
scopis» (« προνοούντων του τοιούτου των κατά τόπον
όσιωτάτων επισκόπων »);
702, 21 = Praef.: « pro hac re» («περί ταυτα»);
803, 15 = App., 8, 10: « Si quae autem pignora pro debito
per clades Italiae perierunt, rei communem eventum tam debitor
quam creditor sentiat» (lat.).
In espressioni con funzione appositiva:
334, 13 = 63, Praef.: «sequitur autem in hac regia urbe non
posse aliquem intra centum pedes prohibere maris aspectum, rem
gratissimam» (diversa la concordanza nel testo greco: «... κω-
λύειν θαλάττης άποψιν, πράγματος χαριεστάτου» ),
- in espressioni con valore indefinito:
omnes res = omnia, nulla res = nihil, alia res = aliud:
147, 3 = 22, Praef.: «lex quaedam est communis, omnibus
propria rebus competentem ordinem ponens»;
101,12 = 13,1,2: «paulatim ita res abiecta visa est et
nullae rei digna» (« άξιον ούδε ν ó ς »);
339, 12 = 65, Praef., 2: «animae redemptio aliis omnibus
rebus
pretiosior est» (lat.);
241, 5 = 34: « Rem duram atque inhumanam et quae ultra
omnem impietatem et avaritiam fit perspeximus lege saluber-
rima sanare » (lat.).
Nessi lessicali e sintattici della voce res nella Novellae giu-
stinianee. (Per i luoghi si fa rinvio al Legum Iustiniani Impera-
toris Vocabularium dell’Università di
Firenze).