Eugenio Garin
RELAZIONE INTRODUTTIVA
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Mi è particolarmente gradito salutare ancora una volta in
questo incontro, che è ormai una cara consuetudine, colleghi e
amici convenuti da luoghi e paesi diversi per un comune lavoro.
Questo periodico appuntamento per un bilancio, e per una pausa
di riflessione, è diventato, grazie ai vostri preziosi contributi,
anche una stimolante messa a punto di difficoltà e di problemi
‒ una messa a fuoco che incide utilmente sull’opera svolta in
questo istituto romano.

Con la sua competenza Tullio Gregory esporrà come diretto
organizzatore, e impareggiabile guida, i risultati del lavoro di
questo nostro Centro.

Io non farò — non potrei né saprei — alcuna relazione.
Ogni giorno di più mi sento di un altro tempo, e del tutto pro-
fano in quelle tecniche raffinate di cui voi, qui riuniti, siete i
maestri. Approfitterò invece del privilegio — malinconico anzi-
chenò — dell’età — e del mio passaggio, che presto sarà com-
pleto, da Marta a Maria — per comunicare brevemente — in
segno di gratitudine per il molto che ho imparato da voi — qual-
che impressione di lettore attento, almeno spero, dei massicci Atti
dei due precedenti colloqui, oltreché di non poco altro materiale,
a stampa e no, per non dire delle esposizioni e discussioni che
ho ascoltato sull’argomento, e non sempre rimanendo del tutto
passivo.

Ricordo che nel primo Colloquio, a un certo punto, e non

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senza qualche mio stupore e divertimento, dopo tante relazioni
e tante dispute, un eminente collega pose, con disarmante fran-
chezza, quella che lui stesso chiamò une question fondamentale.
La domanda, che giungeva al momento delle conclusioni, era in
realtà preliminare: quel est le but de cette rencontre? In realtà
l’interrogazione, sotto il garbo squisito della forma era dirom-
pente. Diceva: qui si è discusso molto dei metodi di un lavoro
da cominciare; si è discusso di linguistica, con prevalenza di
linguisti, per un lavoro filosofico; la linguistica, anzi le tecniche
lessicografiche, hanno dato l’impressione di dettare legge, con
problemi propri, quasi ignorando che si tratta di filosofia, che
è poi quella che a noi studiosi di filosofia, e futuri utenti di
queste opere, sola importa. È giusto che la filosofia, e la sua
storia, utilizzino tutte le tecniche più raffinate, per la lettura, la
decifrazione e l’interpretazione dei testi, ma senza mai dimenti-
care che si tratta di testi di filosofia, con caratteristiche specifiche
da cui non si può prescindere.

In realtà i tecnici, e i problemi tecnici, — e non solo di lessi-
cografia, ma di filologia, di critica testuale, di codicologia — hanno
spesso preso il sopravvento, mentre la preoccupazione della com-
pletezza dei dati, il compiacimento dei calcoli, dei numeri, sono
diventati ossessivi. Ascoltando la finissima proposta di determina-
re con assoluta precisione, con la macchina, la frequenza dei per,
e il loro ammontare complessivo, negli in-folio di un sommo pen-
satore medievale, per poi esaminare tutti i contesti che articolano,
in modo da fissarne le funzioni, come non ricordare con un bri-
vido quel collega di cui parlava Anatole France — mi scuso per
i ricordi della remota giovinezza — il quale muore sommerso
dal vortice di schede da lui accumulate sulla storia, del resto
importantissima, dell’arte dei pinguini?

Sarebbe facile spigolare negli Atti dei nostri convegni — io
li ho schedati con cura — tutte le esigenze preliminari che sono
state avanzate, in forme perentorie, e a volte vagamente terro-
ristiche. Guai a chi avvia un lessico d’autore senza e di zioni cri-

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tiche definitive, senza la stratificazione datata delle varianti anche
grafiche. Come osare un lessico senza una conoscenza completa
dei manoscritti, nonché di tutti gli esemplari delle varie stampe?
È perduto chi osi fermarsi alle vecchie edizioni, quelle, tanto per
intendersi, che usarono i Kant o gli Hegel, e sulle cui pagine,
errori di stampa compresi, è cresciuta la filosofia moderna! Parole
d’ordine severe sono risuonate di continuo: completezza, obbiet-
tività, esclusione di qualsiasi scelta soggettiva. Solo espungendo
il soggetto — a volte vien fatto di pensare — potrebbe farsi un
buon lessico filosofico, che forse verrebbe anche meglio se non
esistessero né filosofi né filosofia!

Ho schedato con cura, in questi volumi, gli strali acuminati,
e intinti nel curaro, contro qualche progetto, in cui il soggetto e
le scelte, nonché la filosofia, erano troppo invadenti. Si trattava,
certo, di strumenti artigianalmente disegnati e condotti, ma che
se in questi anni si fossero realizzati sarebbero risultati preziosi,
non foss’altro perché e contrario avrebbero suscitato ad opera dei
critici indignati fiore di prodotti eccellenti. Devo aggiungere —
e ne sono mortificato, lo confesso per chiedere venia — che sono
andato spesso a fare minuti sondaggi su qualche edizione critica
indicata come modello definitivo per quel lavoro preparatorio tante
volte prescritto come preliminare al lavoro lessicale, e ne ho tratto
qualche conforto ed orgoglio per il modesto prodotto artigiano
di cui da decenni faccio uso e mi diletto.

Potrei continuare: ho steso un centinaio di cartelle di ani-
madversiones
passando al microscopio le 1233 pagine degli Atti
dei nostri convegni, e devo anche confessare che, in un primo
momento, quantificando le critiche, una sola conclusione mi è
parsa possibile — piantarla! Le questioni di metodo pregiudiziali
‒ tutti quegli esercizi di nuoto senza mai buttarsi nell’acqua —
erano così complesse! Le condizioni preliminari tali e tante — a
cominciare dalle edizioni — che solo fra qualche millennio i
lontani nipoti avrebbero potuto avviare qualcosa.

Eppure, a lettura finita, di fatto, la conclusione si è come

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rovesciata, ed è risultata affatto diversa, anche se la somma da
cui scaturisce è algebrica piuttosto che aritmetica. La spregiudi-
catezza e la vivacità delle critiche, la franchezza delle discussioni,
la chiarezza dell’argomentare, hanno indotto tutti noi a ripen-
samenti proficui, ci hanno aiutato a migliorare le tecniche, ci
hanno anche confortato nella costruzione di strumenti provvisori
e imperfetti, magari tradizionali ma utili, ricollocando fra le idee
regolative, o ideali della ragione, quelle macchine perfette pre-
sentate, in origine, come obbiettivi immediati e concreti. Ne sono
venuti motivi di conforto, e maggior chiarezza — o minore oscu-
rità — su molte questioni, su alcune delle quali vorrei ancora
soffermarmi un istante.

I lavori del nostro Centro si sono mossi tenendo ben fermi,
nei marosi delle contestazioni, due punti. Il primo è la convin-
zione che il pensiero dei filosofi è reale nei testi a cui è conse-
gnato; intendere quel pensiero, per alimentarsene, significa inten-
dere fino in fondo quei testi; per intenderli è necessario intendere
il loro linguaggio, il logos, afferrandolo nella sua genesi, nelle
sue connessioni, nel suo continuo divenire, nelle sue differen-
ziazioni e sfumature — nel moto e nelle articolazioni interne al
pensiero di ogni filosofo. Il secondo punto è la consapevolezza
del carattere decisivo del passaggio dalla sia pur variegata unità
del latino degli scolastici alle lingue nazionali, con tutto quello
che ciò significa di rapporti del latino scolastico, non solo con le
lingue nazionali, ma col latino classico, e col greco, riemersi nel
Rinascimento, e poi con lo sviluppo del nuovo latino filosofico-
scientifico dopo l’Umanesimo e a fianco delle lingue nazionali,
fin oltre il Settecento. Intendere l’unità-molteplice dell’Europa, e
della coscienza europea, ieri e oggi, senza questo studio analitico,
è impossibile. E, più specificamente, un qualsiasi studio serio del
pensiero di Ficino, Bruno, Galileo e Vico, non può prescindere
da questo continuo confronto interno fra latino e italiano. Di
proposito mi sono ristretto a italiani; ma, almeno in parte, il

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discorso è valido per Bacone e Cartesio, per Newton e Leibniz,
e perfino per Kant.

Del resto il nostro incontro su ordo-ordre, e l’attuale, tro-
vano perfettamente il loro posto, e acquistano significato proprio
in questa prospettiva, della nascita di un nuovo pensiero cbe fa
corpo con la nascita di nuovi linguaggi.

Una storiografia che risente più delle ideologie che delle
esigenze scientifiche, va oggi contestando certe antiche periodiz-
zazioni, senza dubbio esse pure fortemente ideologizzate e con-
dizionate da miti. Quello che stupisce è che si pensi di poter
mettere in forse la novità di una cultura che giunse a determinare
addirittura una serie di rivolgimenti linguistici — che ebbe biso-
gno, per esprimersi, di un’altra lingua — che fu un’altra lingua.
Dal complicato — e non mai studiato — bilinguismo di un Fici-
no, che scrive le sue opere maggiori in latino e in italiano (quel
latino e quell’italiano) alla lussureggiante inventiva, in latino e
in italiano, di Bruno e di Vico, alla sobrietà efficace di Galileo,
fra Napoli e Firenze nasce ed esplode in Italia un nuovo linguag-
gio filosofico-scientifico, perché nasce a un sol parto un nuovo
pensiero.

Più di una volta, in questi colloqui, si è messa in dubbio
l’esistenza di un linguaggio filosofico. In realtà basta confrontare
scritti letterari e testi di filosofi, scienziati, tecnici e artigiani,
per toccare con mano differenze di termini e di usi. I vocabolari
tradizionali privilegiano troppo spesso il linguaggio letterario, ta-
lora integrato col ricorso al parlare comune. Scienze e tecniche,
arti e filosofia vengono lasciate da parte, e non perché — come
è stato detto qui — il linguaggio filosofico costituisca una sorta
di metalinguaggio ma perché i testi a lungo preferiti dai linguisti
sono stati testi letterari.

Orbene, io credo che fra i meriti di questi convegni ci sia
quello di avere indotto i linguisti a rendersi conto di campi ed
usi, nonché di problemi, da loro a volte trascurati, e di avere
costretto i filosofi, quando vogliono fare un lessico, ad andare

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almeno per un poco a scuola dai lessicografi. Anche se, poi, un
lessico platonico o aristotelico o cartesiano, di filosofi e per filo-
sofi, debba avere peculiarità sue — e che solo il filosofo, esperto
della materia, possa decidere come tagliare un contesto o arti-
colare un lemma. Così solo uno storico della scienza si rende
conto che il riso di Trivia è termine astrologico, così come aspetto
di non pochi luoghi danteschi. Ma qui il discorso andrebbe troppo
lontano.

Conviene, invece, rallegrarsi di cuore che, una buona volta,
linguisti e storici della filosofia si incontrino, e non per disser-
tare di questioni teoriche generali di filosofia del linguaggio, ma
‘sul campo’, per lavorare sul tessuto concreto della lingua, affron-
tando in precise determinazioni storiche problemi che vanno da
questioni tecniche particolari a gravi problemi di fondo. D’altra
parte, e forse non è stato il minore vantaggio di questi colloqui,
è venuto affiorando, anche se non sempre con tutta la limpi-
dezza desiderabile, il carattere ‘filosofico’ — e stavo per dire
‘metafisico’ — di certe posizioni in contrasto, di certe critiche,
della diffidenza nei confronti delle scelte e della soggettività, di
certo sacro rispetto della macchina e dei suoi dati, resi quasi sacri
e purificati dalla vergogna delle scelte primarie da cui pure nasce-
vano. Si sono qui più spesso scontrate ‘filosofie’ e ‘concezioni
generali’ della cultura e della storia, che non rigore scientifico di
tecnici e genericità di filosofi.

Basterebbe soltanto por mente a certa terminologia ricor-
rente: l’indagine sul linguaggio dei testi filosofici come discesa
agl’inferi; sondaggio, scandaglio, scoperta del profondo, addirit-
tura detective story, in cui oltre l’apparenza del discorso spiegato
gli indizi aprono l’accesso alla verità nascosta dietro. Così un
hapax è spia del discorso occulto nascosto dietro il discorso pa-
lese. Frequenze, cooccorrenze, sono sintomi, segnali. Il discorso,
non tanto sul discorso quanto su tutte le operazioni rese possibili
dalle nuove combinazioni delle masse di dati linguistici, apre la
strada a quel ‘dio ascoso’ che continua a vivere e a guidare i

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suoi sacerdoti, anche se i suoi altari sono cambiati — e si incarna
nello ‘spirito’ della macchina, nelle strutture profonde, nei moti
segreti dell’anima. Mai forse come oggi la scienza e la filosofia
hanno collocato la realtà vera al di là della concreta esperienza,
in ciò che sta oltre, in formule complicatissime, in simboli e crip-
togrammi.

Certo la filosofia non si deve esaurire nella filologia; ma il
discorso del filosofo è nelle sue parole, e nel significato, o nei
significati, che queste parole assumono nella storia — e nessuno
di questi significati è mai l’ultimo, definitivo, oggettivo. Il lavoro
dello storico, e dell’interprete, è di far sì che ogni parola ritrovi
tutti i suoi valori, diversi secondo i momenti, gli interlocutori, i
livelli — i contesti; e, questo, ricostruendo i nessi, gli accosta-
menti, le successioni — gli interrogativi a cui rispondeva; e sem-
pre nella luce della esperienza, nella evidenza della parola scritta,
e nella chiarezza dei ragionamenti chiari e distinti, senza inter-
rogare le Sibille in antri o caverne, e senza rievocarle con for-
mule in apparenza matematiche, in realtà cabalistiche.

Di recente mi avveniva di cercare, sollecitato da un passo
di Malebranche, che cosa Descartes intendesse per materia sottile
(e sottilissima). I testi che ‘manualmente’ ho riunito svelano oscil-
lazioni, variazioni, e uno sforzo di condurre con rigore a termine
una serie di ragioni intrecciate a esperienze, a cose. Ho rimpianto
un lessico, sia pur manuale, non solo cartesiano ma capace di
offrire elementi di confronto in ambiti diversi di tempo e di lin-
gua: subtilitas, subtilis. Osservava lo Scaligero al Cardano: opor-
tet igitur vocis ipsius usum cognoscere.
A quel lessico io non chie-
derei sondaggi nell’animo di Cartesio e nelle sue repressioni e
complessi, e perché annotasse l’attimo del concepimento di Fran-
cine (il che, fra parentesi, sono sicuro che faceva per trarre l’oro-
scopo dalla concezione). Vorrei che offrisse — come già fanno
i preziosi indici delle Regulae e del Discours — strumenti per
una lettura che potesse distinguere il variare nei tempi degli

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usi, i nessi, le basi per una reciproca illuminazione e un mutuo
commento.

E infine le scelte, la soggettività, l’orrore della relatività.
Oggi che strumenti mirabili ci offrono terrificanti montagne di
dati inconditi — perché quella è la loro funzione, e le scelte,
necessarie, restano nostre — oggi, paradossalmente, al massimo
di sicurezza della macchina fa riscontro il massimo di rischio
del soggetto che interroga e sceglie. Ma delle scelte non si deve
avere paura: si entra nel dialogo della storia, si fa cioè lavoro
utile, nella misura in cui si sceglie, in cui la nostra soggettività
entra nel discorso, in un circolo non vizioso fra situazione obbiet-
tiva e scelta: fra coscienza della realtà esistente e intervento.

La lettura di questi Atti, la visione della massa imponente
del lavoro realizzato, una collaborazione che non conosce barriere
né di nazioni né, soprattutto, di orientamenti, fanno sperare che,
in un mondo sconvolto e frantumato, esista ancora quella res
publica della cultura che il collega ed amico Paul Dibon va tanto
sapientemente ricostruendo nei secoli.

Quanto a questa mia declamatiuncula spero che, anche nelle
sue battute polemiche, vorrete considerarla per quello che è: un
augurio affettuoso per i vostri lavori e il saluto di un amico.



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