l’infinito è per sé solo da noi incomprensibile, come
anco gl’indivisibili; or pensate quel che saranno congiun-
ti insieme: e pur se vogliamo compor la linea di punti
indivisibili, bisogna fargli infiniti; e così conviene ap-
prender nel medesimo tempo l’infinito e l’indivisibile.
Galilei
Cum vero saltu ad ultimum facto ipsum infinitum
aut infinite parvum dicimus, commoditati expressionis
seu breviloquio mentali inservimus, sed non nisi toleran-
ter vera loquimur, quae explicatione rigidantur.
Leibniz
Che l’infinito occupi un posto essenziale, per non dire preponderante,
nelle scienze matematiche è affermazione pacifica, al punto che si può affer-
mare che la nascita della matematica coincida con l’ingresso nel pensiero clas-
sico dei processi e dei metodi infiniti.
Cionondimeno, lo studio dell’infinito in quanto tale è tutto sommato
recente, e non si afferma che alla fine del secolo scorso. Nei duemila anni che
separano la nascita della geometria greca dalle profonde intuizioni di Cantor,
la trattazione matematica dell’infinitamente grande non fa registrare che pro-
gressi modesti, quasi che l’immensità dell’oggetto valga a precludere ogni sua
analisi approfondita. Così chi voglia studiare la storia dell’infinito matematico
dovrà rivolgersi piuttosto alla sua immagine speculare, ed indagare l’evoluzio-
ne dei temi e delle teorie legate all’infinitamente piccolo.
— 4—
Tra esse, un posto particolare spetta alle dottrine del continuo, soprattutto
a causa del ruolo centrale di quest’ultimo, quasi un ponte gettato tra la geome-
tria, scienza del continuo per definizione, e la filosofia naturale, che nella com-
posizione del continuo trova uno dei temi più dibattuti.
A dispetto della sua importanza, in matematica non meno che nella filo-
sofia, si cercherebbe invano negli scritti dei geometri dall’antichità al secolo
XVII una teoria soddisfacente o anche soltanto una definizione precisa del
continuo, che invece è assunto come un dato immediato le cui proprietà, lungi
dall’essere enunciate esplicitamente, sono piuttosto evocate e messe all’opera,
quando è il caso, anche nel corso di una dimostrazione.
Il rapporto tra teorie geometriche e struttura del continuo va in senso
contrario alla successione logica: la discussione delle proprietà del continuo
non precede, come sarebbe logico e lecito attendersi, la formulazione e lo svi-
luppo delle teorie geometriche delle quali esso costituisce per così dire la
materia. Al contrario, il continuo è piuttosto un risultato finale, un sottopro-
dotto, della geometria; un risultato peraltro che non è quasi mai esplicito, e
che è piuttosto suggerito che enunciato, meno che mai dimostrato.
In altre parole, quella del continuo non è una scienza, una teoria, sulla
quale si possa fondare la geometria; ma piuttosto un’immagine che si forma
nella rpente del geometra alla fine delle sue elucubrazioni; immagine co-
struita pezzo a pezzo mediante le proprietà che al continuo si sono attribuite
nel corso delle dimostrazioni, e che vengono via via a modificare immagini
precedenti.
La geometria genera immagini del continuo; e così ai cambiamenti di
punti di vista in geometria corrisponderanno analoghe revisioni della nozione
di continuità, in modo che i periodi di grande attività creatrice come il XVII
secolo, sono anche caratterizzati da una forte instabilità fondazionale; periodi
in cui nuove immagini del continuo sono create, modificate, e infine rimpiaz-
zate da altre immagini, non più fondate queste ultime, o meno arbitrarie, di
quelle che le hanno precedute.
Scopo di questa mia relazione è di portare alla luce alcune di queste teorie
sommerse, e di ripercorrerne lo sviluppo nel secolo XVII, in particolare in
relazione all’opera matematica di Leibniz. Senza peraltro dimenticare che se i
fatti e le scoperte che in questo grande secolo hanno cambiato il volto della
geometria – la geometria analitica, il calcolo – sono ben noti e sotto gli occhi
di tutti, le teorie del continuo che ad esse soggiacciono sono riposte e talora
contraddittorie; di più, esse non trovano che di rado un’enunciazione esplicita,
ma devono essere estratte non senza pena da scritti non sempre di agevole e
univoca interpretazione.
Di un tale stato di cose questo intervento, immagine di immagini, non
potrà non risentire.
— 5—
1. L’eredità classica
La nozione matematica di continuo che il XVII secolo riceve dall’antichi-
tà classica è quella risultante dalla teoria eudossiana delle proporzioni, quale è
codificata nel quinto libro degli Elementi di Euclide.
Anche se applicabile ad ogni specie di grandezze, sia cioè a quelle conti-
nue che a quelle discrete (numeri), la teoria delle proporzioni è con ogni evi-
denza modellata sulle grandezze continue, ed in particolare su quelle geometri-
che (segmenti, figure piane e solide) che le aporie pitagoriche dell’incommen-
surabilità impedivano di trattare numericamente, associando cioè ad ogni
grandezza la sua misura.
La teoria eudossiana si fonda sulla nozione di rapporto (λόγος) tra gran-
dezze omogenee, e più ancora su quella di proporzione (ἀναλογία), o ugua-
glianza di rapporti, introdotta nella quinta definizione del quinto libro degli
Elementi:
Si dice che quattro grandezze hanno lo stesso rapporto, la prima alla
seconda come la terza alla quarta, quando presi equimultipli della prima e del-
la terza secondo qualsivoglia numero, ed equimultipli della seconda e della
quarta secondo qualsivoglia numero, se il multiplo della prima è maggiore di
quello della seconda, anche il multiplo della terza sarà maggiore di quello del-
la quarta; se uguale, uguale; se minore, minore1.
Come si vede, abbiamo una definizione complessa, solo un poco chiarita
da quella successiva di rapporti disuguali2:
Se poi, degli equimultipli, il multiplo della prima supererà quello della
seconda, ma il multiplo della terza non sarà maggiore di quello della quarta,
allora si dirà che il rapporto della prima alla seconda è maggiore di quello
della terza alla quarta.
La teoria delle proporzioni non tratta esplicitamente delle grandezze in
quanto tali, se non per precisare alcuni termini come multiplo e sottomultiplo.
Essa, come è stato più volte osservato, è una teorìa dei rapporti e non delle
grandezze. Quest’ultima teoria è per così dire presupposta, e il lettore che
— 6—
voglia approfondirne le nozioni fondamentali, in particolare quella di grandez-
za continua, dovrà cercarle altrove.
Di opere relative al problema della continuità precedenti la sistemazione
eudossiana delle proporzioni non ci è pervenuta notizia; e per averne una trat-
tazione abbastanza esauriente dovremo rivolgerci alle opere di Aristotele. Lo
stagirita è perfettamente al corrente della teoria delle proporzioni, e probabil-
mente modella su di essa la sua analisi del continuo. Quanto meno, la teoria
aristotelica è compatibile con quella eudossiana, della quale costituisce il natu-
rale prerequisito.
Aristotele distingue tre tipi di grandezze, a seconda dell’accoppiamento
tra le loro parti. In primo luogo la grandezza discreta, le cui parti si susseguo-
no consecutivamente senza che tra di esse vi sia alcunché di simile, pur non
escludendo la possibilità che tra esse siano intercalati altri oggetti eterogenei.
Così ad esempio tra due linee consecutive potremo trovare uno spazio, ma non
una linea; e tra due case consecutive un prato, ma non una casa:
Il consecutivo… è ciò che non presenta alcun intermedio dello stesso suo
genere tra sé stesso e quello di cui è consecutivo (dico ad esempio, che non vi
siano una linea o più linee dopo la linea, una unità o più unità dopo l’unità,
ovvero una casa dopo una casa; nulla però impedisce che vi sia in mezzo qual-
cosa di altro genere)3.
Tra le grandezze consecutive saranno contigue quelle le cui estremità (o
meglio le estremità delle cui parti) sono in contatto; e tra queste saranno con-
tinue quelle i cui estremi coincidono:
Contiguo è ciò che, oltre ad essere consecutivo, è anche in contatto.
Il continuo è una determinazione del contiguo, ed io dico che c’è conti-
nuità quando i limiti di due cose, mediante i quali l’una e l’altra si toccano,
diventano uno solo e il medesimo e, come dice la parola stessa, si tengono
insieme. Questo però non può verificarsi quando gli estremi sono due. Tenen-
do conto di questa precisazione, risulta chiaro che il continuo è in quelle cose
da cui per natura vien fuori qualcosa di unico in virtù del contatto4.
In conclusione:
continue sono le cose le cui estremità sono una sola cosa, sono in contat-
to quelle le cui estremità sono insieme, e consecutive quelle in mezzo a cui
non c’è nulla di affine5.
Una conseguenza di questa definizione di continuità è che una grandezza
continua è sempre divisibile in parti omogenee, a loro volta ancora divisibili;
— 7—
in altre parole, un continuo non può essere composto di parti ultime indivisi-
bili. A sostegno di questa tesi Aristotele porta due argomenti. Il primo è che
un indivisibile non ha né estremità né qualche altra parte, né le estremità
sono simultanee, perché non c’è nessuna estremità di ciò che è privo di par-
ti6.
Il secondo argomento riguarda il modo in cui gli indivisibili costituenti il
continuo dovrebbero congiungersi tra loro. Infatti
poiché l’indivisibile è privo di parti, necessariamente esso dovrebbe essere
in contatto come intero con un intero: ma un intero che è in contatto con un
intero non sarà continuo7.
In sostanza, due indivisibili successivi, dovendo essere in contatto come
un tutto, dovrebbero necessariamente coincidere e dunque si ridurrebbero ad
uno solo. Al di là del suo ruolo nella teoria del continuo aristotelico, il ragio-
namento è interessante perché svela un tratto caratteristico e costante delle
idee sulla composizione del continuo, e cioè che l’insieme degli indivisibili (sia
quando questi sono considerati come componenti ultime del continuo, sia
quando essi sono evocati solo per negarne l’esistenza) sia un insieme ben ordi-
nato, nel quale ogni indivisibile segue il suo predecessore secondo l’ordine
naturale8. Un tale presupposto è evidentemente incompatibile, come mostra
Aristotele, con un continuo di indivisibili. Non resta allora che assumere la
divisibilità indefinita del continuo; una conclusione che, superando le aporie
pitagoriche degli irrazionali, rende il continuo aristotelico particolarmente
adatto a fondare la teoria delle proporzioni. Le due costruzioni risultano così
complementari l’una dell’altra, di modo che chi voglia opporsi ad una di esse
si vedrà obbligato a negare anche l’altra, o almeno a recidere i legami tra le
due. È quanto, per opposte ragioni, tenteranno di fare Galileo e Cavalieri.
2. Tensioni dello schema classico: Galileo e Cavalieri
Le pagine che, nella prima giornata dei Discorsi, Galileo dedica al proble-
ma del continuo mirano soprattutto a dimostrare la composizione atomica del-
la materia, e dunque si oppongono direttamente alle argomentazioni aristoteli-
— 8—
che che ne dimostravano l’impossibilità. E dato che quest’ultima seguiva
immediatamente dalla stessa definizione di grandezza continua, è in primo luo-
go con questa che Galileo deve confrontarsi.
Ciò non vuol dire che Galileo proponga una sua propria definizione al
posto di quella di Aristotele, men che mai che egli sostituisca la teoria aristote-
lica del continuo con una teoria galileiana; al contrario, egli assume il conti-
nuo come un dato immediato, identificandolo di fatto con la retta geometrica.
In altre parole, egli rimpiazza una teoria con un’immagine.
La linea d’attacco di Galileo si snoda lungo la distinzione aristotelica tra
atto e potenza. Alla domanda se le parti del continuo siano finite o infinite,
Simplicio risponde accettando ambedue i corni del dilemma: esse sono finite
in atto ed infinite in potenza. Galileo rifiuta questa distinzione ed argomenta
che essendo sempre divisibile, il continuo deve essere costituito di parti infini-
te. Queste non potranno essere quante, cioè avere grandezza finita, perché altri-
menti darebbero luogo ad un’estensione infinita: ne segue che il continuo è
composto di infinite parti non quante, dunque indivisibili;
chiamateli poi in atto o in potenza, come più vi piace, ché io, Sig. Simplicio, in questo particolare mi rimetto al vostro arbitrio e giudizio9.
In realtà tutta l’argomentazione si basa su uno slittamento semantico:
dove Aristotele dice semplicemente parti, Galileo intende parti ultime. Una
volta accettata questa interpretazione, è chiaro che le parti galileiane non
potranno che essere indivisibili (perché altrimenti non sarebbero ultime) ed
infinite (pena la ricaduta nei paradossi dell’incommensurabilità).
A questo punto Galileo non può esimersi dall’affrontare un altro proble-
ma: se il continuo è composto di infiniti indivisibili, come è possibile confron-
tare due continui tra di loro, ad esempio dire quando una linea è maggiore di
un’altra? Sarebbe dunque possibile paragonare due infiniti, contro quanto
afferma esplicitamente la teoria delle proporzioni?
Come è noto, la risposta di Galileo è negativa: tra gli infiniti non c’è
relazione d’ordine, non si può affermare che un infinito sia maggiore o minore
(e nemmeno uguale) di un altro. A sostegno della sua tesi, egli porta il celebre
esempio dei numeri e dei loro quadrati: da un lato ci sono più numeri che
quadrati, dato che ci sono infiniti numeri che non sono dei quadrati; dall’altro
essi sono uguali, poiché a ogni quadrato corrisponde la sua radice. Il paradosso
che ne consegue si può superare solo con la rinuncia al confronto tra infiniti:
Io non veggo che ad altra decisione si possa venire, che a dire, infiniti
— 9—
essere tutti i numeri, infinite le loro radici, né la moltitudine de’ quadrati esser
minore di quella di tutti i numeri, né questa maggior di quella, ed in ultima
conclusione, gli attributi di eguale maggiore e minore non aver luogo ne gl’in-
finiti, ma solo nelle quantità terminate10.
In conclusione, Galileo afferma da una parte che il continuo si compone
di indivisibili, una tale composizione essendo una condizione necessaria per la
divisibilità indefinita; ma per contro nega che ciò possa avere delle conseguen-
ze sulla teoria matematica dei rapporti, poiché gli indivisibili, essendo infiniti,
non sono grandezze che hanno rapporto tra loro.
E però quando il Sig. Simplicio mi propone più linee diseguali, e mi
domanda come possa essere che nelle maggiori non siano più punti che nelle
minori, io gli rispondo che non ve ne sono né più né manco né altrettanti, ma
in ciascheduna infiniti11.
Una conseguenza di questo atteggiamento è la separazione della matema-
tica dalla fisica: i continui sono sì composti di infinite parti indivisibili, ma ciò
è irrilevante per quanto riguarda le loro proprietà matematiche (in particolare
la loro misura) che traggono origine non dalla loro composizione ultima, ma
solo dall’infinita divisibilità che da questa deriva.
Una posizione simmetrica, e in un certo senso opposta, è quella di Cava-
lieri, che pure di Galileo fu uno dei discepoli più dotati, e la cui opera princi-
pale, la Geometria degli indivisibili12, mostra evidenti correlazioni e dipendenze
dal pensiero galileiano.
L’idea centrale dell’opera cavalieriana è che ci si possa servire del rappor-
to tra gli indivisibili di due figure geometriche per dedurne il rapporto tra le
figure stesse, evitando in tal modo le lungaggini del metodo classico di esau-
stione, senza peraltro rinunciare al rigore geometrico della teoria delle propor-
zioni.
Cavalieri si trova dunque ad affermare ciò che Galileo aveva negato, e
cioè la possibilità di paragonare tra loro gli indivisibili di due grandezze. Per
far ciò egli deve contestare, o quanto meno attenuare, il carattere infinito degli
indivisibili, cosa che altrimenti li avrebbe ipso facto esclusi dalla classe delle
— 10—
grandezze aventi proporzione. A questo scopo Cavalieri distingue due tipi di
infiniti: quelli assoluti, che non possono essere comparati tra loro, e altri, tra i
quali egli annovera gli indivisibili, che pur essendo infiniti in numero, sono
tuttavia finiti per altri versi, e dunque confrontabili tra loro.
Propter quod innuendum mihi videtur, dum considero omnes lineas, vel
omnia plana alicuius figurae, me non numerum ipsarum comparare, quem
ignoramus, sed tantum magnitudinem, quae adaequatur spatio ab eisdem lineis
occupato, cum illi congruat, & quoniam illud spatium terminis comprehendi-
tur, ideo & eorum magnitudo est terminis eisdem comprehensa, quapropter illi
potest fieri additio, vel subtractio, licet numerum eorundem ignoremus; quod
sufficere dico, ut illa sint ad invicem comparabilia, alioquin neque ipsa spatia
figurarum essent ad invicem comparabilia13.
In altre parole, Cavalieri non si interessa al numero, infinito, degli indivi-
sibili di una figura, ma alla loro totalità intesa come un oggetto unico, distinto
dalla figura ma in un certo senso congruente con essa, e da questo punto di
vista con quella avente in comune una proprietà di finitezza.
A questa nuova classe di grandezze – tutte le linee delle figure piane, tutti
i piani di quelle solide – egli potrà allora applicare le regole della teoria delle
proporzioni, e dedurre il rapporto tra figure da quello tra i loro indivisibili:
Figurae planae habent inter se eandem rationem, quam eorum omnes
lineae iuxta quamvis regulam assumptae; Et figurae solidae, quam eorum
omnia plana iuxta quamvis regulam assumpta14.
Si potranno allora evitare i laboriosi meccanismi propri del metodo
d’esaustione, e calcolare direttamente la misura delle figure piane e solide,
beninteso a prezzo di una certa oscurità della teoria, che esattamente nel pas-
saggio dal rapporto tra gli indivisibili e quello delle figure relative mostra le
sue debolezze. Ma non è questo che ci interessa in questa sede, quanto invece
le conseguenze che la teoria cavalieriana degli indivisibili ha sulle sue idee
relative alla composizione del continuo, per molti versi opposte a quelle gali-
leiane.
Galileo aveva proposto l’immagine di un continuo frantumato, infinita-
mente divisibile perché infinitamente diviso; un continuo atomico del quale
non si davano relazioni quantitative. Cavalieri, che esattamente tali relazioni
vuole stabilire, indietreggia davanti alle implicazioni filosofiche della sua teo-
— 11—
ria, e rinuncia a vedere nei suoi indivisibili le costituenti ultime delle figure
che egli voleva misurare15.
Nei due casi il rifiuto (meglio: l’impossibilità) di intraprendere una revi-
sione globale della teoria del continuo, sia dal punto di vista delle matemati-
che che da quello della filosofia, ha come conseguenza la separazione dei due
concetti: il continuo fisico e quello matematico si pongono su piani differenti
e non comunicanti.
3. Il continuo algebrico: Viète e Descartes
Le idee di Galileo e di Cavalieri, pur con la loro carica innovativa, si
situano ancora in un universo classico, ed hanno come referenti naturali le
teorie del continuo di Eudosso e di Aristotele ed il pensiero geometrico di
Euclide e di Archimede.
C’è d’altra parte una diversa corrente del pensiero matematico, che non
ignora certo la rigorosa lezione della geometria, ma che a questa preferisce la
generalità dell’algebra.
Contrariamente alla geometria classica, che aveva relegato il numero in
una posizione nettamente subordinata ed aveva preferito trattare direttamente
le grandezze e i loro rapporti, l’algebra è interamente fondata sui numeri.
All’affermazione del punto di vista algebrico avevano contribuito vari fattori:
una notazione posizionale che permetteva di calcolare con una velocità e una
sicurezza impensabili nelle notazioni greche o latine; il legame costante con le
esigenze della vita pratica e la conseguente necessità di esprimere i risultati in
termini numerici; e soprattutto il potere creativo di certi segni, come ad esem-
pio quello per denotare le radici (Rx), che evocavano dei nuovi numeri – i
numeri surdi – là ove la geometria greca aveva letto l’insufficienza del sistema
numerico e l’impossibilità di rappresentare con numeri le grandezze incom-
mensurabili. Al problema posto dall’incommensurabilità del lato e della diago-
nale del quadrato, problema che aveva determinato la crisi della scuola pitago-
rica o quanto meno di una concezione atomica della natura, l’algebra risponde
con dei segni, le radici (o se si vuole con la creazione di nuove entità, i numeri
surdi, peraltro più evocati che definiti) e con la possibilità, derivante in gran
— 12—
parte dall’agilità del sistema posizionale, di spingere l’approssimazione del cal-
colo fino a un grado arbitrario.
La gerarchia classica ne risulta capovolta, ed il numero prende la prece-
denza sulla grandezza: come quella degli Arabi dalla quale deriva, l’algebra
dell’Occidente resta fino alla fine del XVI secolo una disciplina totalmente
numerica. Anche quando il problema in questione rientra tra quelli geometri-
ci, alle grandezze in gioco si assegna immediatamente un valore numerico,
come pure numerica è la soluzione che si cerca: un numero nel senso più
esteso.
Si deve a Viète l’aver sostituito a questa algebra dei numeri un’algebra
delle forme; all’algebra numerosa un’algebra speciosa, nella quale gli oggetti da
manipolare non sono più dati immediatamente in numeri, ma sono denotati
con delle lettere, le consonanti per le quantità assegnate, le vocali per le inco-
gnite16.
La sostituzione delle lettere ai numeri non sarebbe di per sé un progresso
decisivo. Infatti se è vero che un risultato espresso in formule mostra chiara-
mente il ruolo delle grandezze note nella formazione dell’incognita, e talvolta
indica anche il cammino percorso per giungere alla soluzione, non è meno
vero che nella maggior parte dei casi la regola generale si può enunciare ver-
balmente, o meglio ancora si può facilmente estrapolare da un esempio nume-
rico ben scelto.
Ben più importante è invece una conseguenza meno appariscente ma più
profonda delle teorie di Viète, e precisamente la possibilità di una ricomposi-
zione su nuove basi dell’unità tra algebra e geometria.
Come abbiamo già osservato, alla base dell’algebra numerosa sta il sistema
numerico classico, esteso con l’introduzione dei numeri irrazionali. Così nei
problemi di geometria si cominciava immediatamente con l’associare un nu-
mero ad ogni grandezza in gioco (normalmente dei segmenti), così come un
numero era la soluzione, anche se talora essa veniva interpretata come lun-
ghezza di un segmento incognito. Questa geometria numerica non aveva che
deboli legami con il rigore della geometria classica, e ciò non solo né princi-
palmente perché essa era rivolta a questioni eminentemente pratiche; anche
quando i problemi affrontati avevano un carattere prevalentemente teorico,
l’universo nel quale essi si muovevano era sempre quello del calcolo numeri-
— 13—
co. In un certo senso, si può affermare che algebra e geometria pratica (o
meglio, algebra e geometria numerica) fanno parte di una stessa tradizione,
che si tratti dei problemi pratici degli abachisti o delle costruzioni evolute e
sofisticate di un Bombelli.
Questa tradizione geometrica era completamente separata dall’altra, che
prendeva origine e metodi dalla geometria classica. L’opera di Viète getta un
ponte tra queste due anime della matematica, e realizza l’unione dei procedi-
menti algebrici con i metodi geometrici. Per raggiungere questo scopo, un pas-
so obbligato è il passaggio dall’algebra numerica alla letterale; e la sostituzione
dei numeri, troppo immediatamente legati da una parte alle operazioni alge-
briche e dall’altra alle applicazioni quotidiane, con le lettere, la cui neutralità
semantica permette, a seconda dei casi, interpretazioni ora algebriche ora geo-
metriche.
La nuova geometria si fonda sull’ambiguità di questi segni. Da una parte,
è evidente, le lettere denotano dei numeri, e dunque si potrà operare su di
esse con le consuete regole dell’algebra, e con altre che Viète si preoccupa di
enumerare non senza una qualche pedanteria; in particolare sarà possibile
sommarle tra loro, sottrarle, estrarne le radici. Da questo punto di vista, comu-
nemente adottato dalla storiografia sull’argomento, l’algebra letterale non è
che una trascrizione tachigrafica della vecchia algebra numerica.
Ma le lettere non si limitano a sostituire ed a rinviare ai numeri; esse
denotano anche delle grandezze geometriche: linee, piani, solidi, ed oltre. Di
più, una tale corrispondenza tra lettere e grandezze non passa per l’intermedia-
rio dei numeri, ma vale piuttosto il contrario: si spezza il legame diretto tra
numero e grandezza, che aveva determinato la separazione tra geometria
numerica e geometria classica, ed al suo posto si istaura un legame più com-
plesso, fondato sul ruolo centrale dei simboli letterali.
Parallelamente, le formule dell’algebra letterale sono da una parte delle
tachigrafie di analoghe formule numeriche, ma dall’altra indicano delle proce-
dure di costruzione geometrica a partire dalle grandezze a cui le lettere si rife-
riscono17; costruzioni che talora (ma non sempre) sono eseguibili con riga e
compasso, come ad esempio quella relativa all’estrazione della radice quadrata,
descritta da Descartes all’inizio della sua Géométrie18 (fig. 1):
Ou, s’il faut tirer la racine quarrée de GH, ie lui adiouste en ligne droite
FG, qui est l’unité, & divisant FH en deux parties esgales au point K, du
centre K ie tire le cercle FIH; puis, en enlevant du point G une ligne droite
iusques a I a angles droits sur FH, c’est GI, la racine cherchée.19
Si instaura dunque, tramite l’intermediario della simbologia letterale,
una corrispondenza naturale tra le operazioni dell’algebra, che agiscono sui
numeri, e le costruzioni della geometria, che si fanno a partire dai segmenti.
La relazione è tale che alle costruzioni con riga e compasso corrispondono
delle formule contenenti al più delle radici quadrate, anche ripetute; mentre
formule più complesse, ad esempio quelle in cui entrano delle radici cubi-
che, rimandano a costruzioni nuove, o quanto meno al di là della geometria
degli Elementi, che Viète riconosce nei procedimenti di inserzione o nella
trisezione dell’angolo.
Le teorie di Viète e di Descartes non sono senza conseguenze sulla
struttura del continuo. A differenza dell’algebra numerica, che non conosce
altro continuo che i numeri, la nuova geometria algebrizzata accetta il con-
tinuo classico, rappresentato dalla retta euclidea, ma lo priva totalmente del-
la costruzione assiomatica rigorosa ma ingombrante della teoria delle pro-
porzioni, che sostituisce con una struttura algebrica presa a prestito dal con-
tinuo numerico.
L’immagine che ne risulta è quella di un continuo anfibio, i cui elementi
sono allo stesso tempo delle grandezze e dei numeri. Questa sostanziale ambi-
guità si conserverà per tutto il XVII secolo ed oltre, come testimonia ad esem-
pio la costante attenzione che in questo periodo è riservata al problema della
— 15—
costruzione delle equazioni, un problema nel quale la dualità numero-grandez-
za gioca un ruolo essenziale20. È solo al termine di una lunga marcia di più di
due secoli che i due concetti si confonderanno in quello di numero reale,
anche se la teminologia sarà ancora presa dalla geometria: si dirà grandezza ma
si penserà numero.
La struttura del continuo che emerge dall’opera di Viète non muterà
sostanzialmente per effetto dell’elaborazione cartesiana, salvo forse per una
accentuazione dell’aspetto numerico dovuta all’eliminazione della legge
dell’omogeneità per effetto dell’introduzione di un segmento unitario. Un tale
spostamento verso il lato numerico è d’altronde un carattere costante dell’evo-
luzione della teoria algebrica del continuo, durante la quale si vanno perdendo
i contenuti assiomatici: alle definizioni ed agli assiomi, ingombranti ma preci-
si, della teoria delle proporzioni, non si sostituiscono altre definizioni ed altri
assiomi, ma il libero gioco delle operazioni algebriche.
Nella Géométrie di Descartes non c’è posto per una sola definizione, né vi
si trova alcun assioma; al loro posto operazioni e descrizioni. Nel continuo
deassiomatizzato e fluido che ne risulta troveranno posto le grandezze infinite-
sime che erano rigorosamente ed esplicitamente bandite nella geometria classi-
ca.
4. I continui leibniziani
Con gli infinitamente piccoli siamo entrati nel dominio proprio dell’anali-
si leibniziana, il tema che qui particolarmente ci interessa.
Il plurale usato nel titolo di questo paragrafo anticipa una delle conclusio-
ni che trarremo dall’esame dei passi in cui Leibniz affronta, anche indiretta-
mente, il problema: egli non ha una teoria univoca, meno che mai una siste-
mazione formale, del continuo; al contrario, di volta in volta privilegia e sot-
tolinea questo o quell’aspetto, mettendo in luce proprietà diverse a seconda
delle proprie esigenze. Ne risulta una posizione se non oscillante almeno varie-
gata, nella quale diverse immagini del continuo si susseguono senza che l’una
prenda il sopravvento sulle altre, e senza che esse si fondano in una teoria
unica, anche se implicita.
La nostra analisi non si limiterà ai passaggi nei quali Leibniz affronta
direttamente ed esplicitamente il problema della continuità; accanto a questi
— 16—
cercheremo di rintracciare e di collegare tra loro quei testi nei quali la natura
e le proprietà del continuo entrano in maniera più riposta, essendo per così
dire diluite in argomentazioni di carattere matematico o fisico. In particolare,
cercheremo di mettere in luce la struttura che soggiace al calcolo differenzia-
le.
Da questo esame si vedono emergere con chiarezza non meno di tre
distinte immagini del continuo, che si intrecciano negli scritti leibniziani senza
che, almeno per quanto riguarda le ultime due, si possa parlare di una reale
evoluzione teorica; quasi che Leibniz si riservasse il diritto di usare l’una o
l’altra di esse a seconda delle circostanze. Vediamole in ordine.
a) Il continuo con infinitesimi
Se si eccettuano alcuni passaggi della Theoria motus abstracti, di cui parlere-
mo più oltre, il primo scritto in cui Leibniz si trova a dover affrontare sistema-
ticamente i problemi della struttura del continuo è il dialogo Pacidius Philale-
thi21, un’opera «scripta in navi qua ex Anglia in Hollandiam trajeci. 1676
Octob.» e dedicata alla «Prima de Motu Philosophia»; un tema nel quale
entrano immediatamente considerazioni concernenti la natura del continuo.
Occorrerà dire subito che Leibniz non è interessato agli aspetti quantitati-
vi della teoria del moto, ma piuttosto ai problemi filosofici connessi col cam-
biamento. Il problema è classico: in quale momento di un processo continuo si
produce una mutazione qualitativa? Leibniz fa una serie di esempi. Il primo
riguarda il passaggio dalla vita alla morte. L’ultimo istante di vita sarebbe anche
il primo istante della morte? Ma allora si sarebbe contemporaneamente vivi e
morti, una conclusione palesemente assurda. E ancora: in che momento da
lontano un punto diventa vicino a un altro?
si punctum A ad punctum B accedat, fiet aliquando ex non propinquo
propinquum22.
Anche qui una discontinuità qualitativa fa riscontro alla continuità quan-
titativa. Di carattere simile è l’esempio seguente, che ha non poche somiglian-
ze con il paradosso zenonico della dicotomia:
quod movetur, nondum est in loco in quo erit: non potest autem ad eum
venire nisi adhuc moveatur. Ergo quidquid movetur, adhuc movebitur23,
— 17—
Fig. 2.
da cui l’assurda conclusione dell’eternità di un qualsiasi moto.
La soluzione leibniziana consiste nell’introdurre di nuovo la distinzione
aristotelica tra continuo e contiguo, o per meglio dire nel dotare il continuo
delle proprietà del contiguo aristotelico:
Memini Aristotelem quoque contiguum a continuo ita discernere, ut conti-
nua sint, quorum extrema unum sunt, contigua quorum extrema simul sunt.
Eodem modo dicemus, statum vivi mortuique tantum contigua esse, nec com-
munia extrema habere24.
L’atto (mentale) della separazione (ad esempio tra il tempo della vita e
quello della morte o, come altrove, tra i punti vicini e quelli lontani) produce
uno sdoppiamento dell’istante-punto; le due estremità che ne risultano sono
una l’ultimo punto lontano, l’altra il primo punto vicino. In questo senso,
ribaltando la gerarchia aristotelica che faceva procedere il continuo dal conti-
guo, Leibniz considera quest’ultimo come una determinazione del primo, che
si produce all’atto della separazione del continuo in due parti cointegranti.
Gli estremi di queste, C e D nella figura 2, non coincidono anche se sono
insieme: la considerazione della divisione ha trasformato il continuo in conti-
guo. In corrispondenza, il cambiamento (il moto) non è qualcosa che avviene
in un istante, ma invece è uno:
statum compositum ex ultimo momento existendi in loco aliquo, et primo
momento non existendi in eodem sed in alio proximo25.
Ma se si possono trovare due punti contigui, come C e D, non si potrebbe
continuare la divisione e trovare un terzo punto immediatemente successivo a
D, e poi un quarto, e così via, fino a risolvere la retta in punti, e il continuo in
indivisibili?
A questa domanda Leibniz risponde in due modi. In primo luogo egli
mostra che l’assunzione di un continuo di indivisibili porta a conclusioni
assurde. Per questo riprende una vecchia obiezione alla teoria cavalieriana, e
precisamente il paradosso di due linee rette disuguali, i cui punti si possono
mettere in corrispondenza biunivoca. Tali sono ad esempio l’altezza e la diago-
— 18—
nale di un rettangolo, i cui punti si corrispondono mediante parallele alla base,
come si vede nella figura 3.
Cavalieri, i cui interessi erano rivolti più alle potenzialità geometriche del
nuovo metodo che alle sue implicazioni filosofiche, aveva evitato questo para-
dosso facendo distinzione tra retto e obliquo transito ed escludendo quest’ulti-
mo. Al contrario Leibniz, che ha di mira il problema della composizione del continuo, argomenta che da ciò seguirebbe l’uguaglianza
del lato e della diago-
nale, dato che ambedue sono costituiti da uno stesso numero di punti.
Perché il suo ragionamento sia concludente, Leibniz deve anche smontare
l’argomento galileiano, che escludeva la possibilità di paragonare due infiniti
tra loro. A Galileo, che sosteneva che i quadrati non erano né più né meno
dei numeri, e che in generale
gli attributi di uguale, maggiore e minore non aver luogo ne gl’infiniti,
ma solo nelle quantità terminate26,
Leibniz risponde che l’esempio addotto mostra solo che
nullum omnino esse numerum omnium numerorum, talemque notionem
implicare contradictionem27.
Fig. 3.
quia lineae AC et AD aequales similes et congruae sunt, C unius divisio-
nis et D alterius ne different quidem28,
in altre parole, gli estremi C e D che vengono prodotti dalla divisione, benché
tra loro diversi, non danno origine a due segmenti AC ed AD differenti tra
loro: essi sono distinti ma non distanti. Dai tagli del continuo si generano
punti infinitamente vicini.
Il contiguo aristotelico diventa dunque, nell’elaborazione leibniziana del
Pacidius Philalethi, un continuo con infinitesimi. Questa immagine, sufficiente per eli-
minare i paradossi del cambiamento qualitativo, si rivelerà ben presto inade-
guata per affrontare i problemi della geometria: sovrabbondante per quanto
concerne la geometria classica, troppo povera per le esigenze del calcolo diffe-
renziale.
Dal suo abbandono non sorgerà tuttavia una nuova teoria, o anche una
nuova immagine più elaborata, ed in grado di fornire le basi del calcolo come
della geometria. Al suo posto, due costruzioni distinte e incomunicanti, come
incomunicanti resteranno, nonostante le ripetute affermazioni in contrario, la
geometria sintetica classica e il calcolo infinitesimale, la cui riconciliazione
completa non avverrà che due secoli più tardi.
b) Il continuo classico formalizzato
Nello Specimen Geometriae Luciferae (c. 1695)29, così come nel testo noto
sotto il titolo In Euclidis ΠΡΩΤΑ (c. 1712)30, il continuo entra soprattutto nei
suoi aspetti geometrici, in relazione a due passi delicati del primo libro degli
Elementi di Euclide. Non c’è da meravigliarsi dunque se in queste occasioni
Leibniz si avvicina moltissimo ad una definizione assiomatica.
Il passaggio dello Specimen riguarda la costruzione di un triangolo equilate-
ro su una base assegnata. Come è noto, Euclide ne trova il vertice mediante
— 20—
l’intersezione di due circonferenze di raggio uguale alla base e di centri nei
due estremi di questa (fìg. 4). Nel far ciò, egli assume tacitamente che le due
circonferenze (ognuna delle quali ha il centro sull’altra) debbano necessaria-
mente tagliarsi in qualche punto.
Di natura simile è l’altro passo, dedicato all’esame della definizione eucli-
dea di diametro. A Euclide che aveva detto:
Il diametro del cerchio è una linea retta che passa per il centro, e dell’una
e dall’altra parte è terminata dalla circonferenza31
Leibniz obietta che in questa definizione si assume che una retta passante per
il centro di un cerchio debba necessariamente incontrare la circonferenza. In
ambedue i casi entra in gioco una proprietà che non deriva da nessun postula-
to esplicito, e che per la sua natura deve far intervenire i caratteri delle rette e
delle circonferenze in quanto continui. È appunto a queste proprietà che Leib-
niz fa riferimento nella sua dimostrazione.
La definizione leibniziana del continuo è ancora una volta assai vicina a
quella aristotelica. Dove Aristotele, pensando evidentemente ad un continuo
unidimensionale, aveva detto:
continue sono le cose le cui estremità sono una sola cosa32,
Continuum est totum, cujus partes cointegrantes (seu quae simul sumtae
toti coincidunt) habent aliquid commune, et quidem si non sint redundantes
seu nullam partem communem habeant, sive si aggregatum magnitudinis
eorum aggregato totius aequale est, tunc saltem habeant communem aliquem
terminum33.
Come le analogie, sono altresì evidenti le differenze rispetto al testo ari-
stotelico, in particolare nel significato da attribuire al termine parte. Per Aristo-
tele, una parte è il risultato di una divisione; essa può avere un’estremità in
comune con un’altra parte, ma non sovrapporsi ad essa. Al contrario, Leibniz
prevede esplicitamente la possibilità di una tale sovrapposizione, ed anzi sem-
bra insinuare che questo è il caso più usuale. In ogni caso, la nozione leibnizia-
na di parte sembra molto vicina, pur con tutte le cautele che sono necessarie
in questo tipo di traduzioni, alla moderna nozione di sottoinsieme.
Più tradizionale è invece la definizione del continuo che troviamo nei
ΠΡΩΤΑ, dove si esclude esplicitamente la possibilità di sovrapposizione:
Porro ad continuum duo requiruntur, unum ut duae quaevis ejus partes
totum aequantes habeant aliquid commune, quod adeo pars non est; alterum
ut in continuo sint partes extra partes, ut vulgo loquuntur, id est ut duae ejus
partes assumi possint (sed non aequantes), quibus nihil insit commune, ne
minimum quidem34.
In realtà più che a un cambiamento di punto di vista la differenza tra le
definizioni risponde piuttosto a ragioni di esposizione. Infatti, mentre nello
Specimen Leibniz si interessa precipuamente alla dimostrazione euclidea, nei
ΠΡΩΤΑ egli si preoccupa di sistemare logicamente le definizioni di Euclide, e
dunque dà una definizione di continuo che più si presta ad introdurre l’impor-
tante nozione di sezione, che egli definisce subito dopo come l’intersezione
delle due parti. Analogamente, la seconda proprietà del continuo (in termini
moderni che in esso esistano parti disgiunte) gli serve per escludere gli ango-
li.
Avendo così definito il continuo, Leibniz può colmare la lacuna nella
dimostrazione euclidea. Ed infatti egli prosegue (fig. 5):
Et proinde si ab uno transeundum sit in aliud continue, non vero per
saltum, necesse est ut transeatur per terminum illud communem, unde de-
monstratur, quod Euclides tacite sine demonstratione assumsit in prima primi,
duos circulos ejusdem plani, quorum unus sit partim intra partim extra alte-
rum, sese alicubi secare, ut si circulus unus describatur radio AC, alter radio
— 22—
BC, sintque AC et BC aequales inter se et ipsi AB, manifestum est aliquid B
quod in una circumferentia DCB est, cadere intra circulum alterum ACE, quia
B est ejus centrum, sed vicissim patet D, ubi recta BA producta circumferen-
tiae DCB occurrit, cadere extra circulum ACE, itaque circumferentia DCB,
cum sit continua et partim reperiatur intra circulum ACE partim extra, ejus
circumferentiam alicubi secabit35.
Una generalizzazione è immediata:
Et in genere, si linea aliqua continua sit in aliqua superfìcie, sitque par-
tim intra partim extra ejus superficiei partem, hujus partis peripheria alicubi
secabit. Et si superficies aliqua continua sit partim intra solidum aliquod par-
tim extra, necessario ambitum solidi alicubi secabit. Quodsi sit extra tantum,
vel intra tantum, et tamen peripheriae vel termino alterius occurrat, tunc eum
dicitur tangere, hoc est intersectiones inter se coincidunt36.
A questo punto, come è suo solito, Leibniz cerca di trasformare la sua
definizione in un calcolo (fig. 6):
Hoc autem aliquo calculi genere etiam exprimere possumus, ut si alicujus
extensi pars sit Y et unumquodque punctum cadens in hanc partem Y vocetur
— 23—
uno generali nomine Y, omne autem punctum ejusdem extensi cadens extra
earn partem vocetur uno generali nomine Z, adeoque totum extensum extra
illam partem Y sumtum vocetur Z, patet puncta in ambitum partis Ycadentia
esse communia ipsi Y et ipsi Z seu partim posse appellari Y et Z, hoc est dici
posse_aliqua Y esse Z et aliqua Z esse Y. Totum autem extensum utique ex
ipsis Y et Z simul componitur seu est Y ⊕ Z, ut omne ejus punctum sit vel Y
vel Z, licet aliqua sint Y et Z. Ponamur jam aliud dari extensum novum, verbi
gratia AXB existens in extenso proposito Y + Z, et extensum hoc novum
vocemus generaliter X, ita ut quodlibet ejus punctum sit X, patet ante omnia
omne X esse vel Y vel Z. Si vero ex datis constet aliquod X esse Y (verbi
gratia A quod cadit intra Y et rursus aliquod X esse Z (verbi gratia B quod
cadit extra Y adeoque in Z), sequitur aliquod X esse simul et Y et Z.... Ut
igitur consecutionem in pauca contrahamus: Si sint continua tria X, Y, Z et
omne X sit vel Y vel Z, et quoddam X sit Y, et quoddam X sit Z, tunc
quoddam X erit simul Y et Z. Unde etiam colligitur, X ⊕ Y novum aliquod
continuum componere, quia quoddam Y est Z seu quoddam Z est Y.37
Lungo le stesse linee si snoda l’argomentazione dei ΠΡΩΤΑ In primo luo-
— 24—
go Leibniz si preoccupa di completare la definizione euclidea, dimostrando che
una linea retta passante per il centro incontra la circonferenza:
sequitur hoc facile ex nostris rectae definitionibus quibuslibet. Hinc cum
circulus sit finitus, recta autem produci possit ad distantiam quantamvis, uti-
que partim intra partim extra circulum in plano cadet. Porro sequitur ex natu-
ra continuitatis, omne continuum, quod est partim intra partim extra figuram,
cadere in ejus terminum. Nam continui duae partes quaevis totum aequantes
habent aliquid commune, etsi partem communem non habeant. Sint ergo duae
partes rectae, una intra circulum, altera extra circulum. Hae habent punctum
commune. Id punctum etiam commune est tum circulo, quia est in parte intra
circulum cadente, tum parti plani rectam continentis extra circulum jacenti,
quia est in parte extra circulum jacente. Quidquid autem duobus plani hujus
partibus est commune, id in communi earum sectione est, nempe in Periphe-
ria38.
Segue quindi la generalizzazione a figure arbitrarie:
Haec conclusio generalius enuntiari potest de quavis figura plana, in
quam recta cadit, imo de omni plano vel solido terminato, seu de omni figura
intus sibi simili, nempe recta, quae est intra planum terminatum vel intra solidum termina-
tum, utrinque producta, ambitum ejus in duobus punctis secat39.
Infine la riduzione a calcolo (fig. 7):
Operae autem pretio erit, hanc demonstrationem Calculo situs nonnihil
accomodare, ut ei paulatim assuescamus. Planum per peripheriam circuli divi-
ditur in duas partes X et Y, unam X circulum, alteram Y extra circulum.
Peripheria autem erit X et Y seu locus omnium punctorum, quae simul sunt
X et Y. Rectaautem ab uno termino producta sit Z, ejus una pars, quae intra
circulum, est Z et X, quae extra circulum, est Z et Y. Punctum ergo utrique
commune (ob natura continuitatis) est Z et X et Y; ergo est X et Y; ergo est
in X et Y seu in peripheria40.
Alla luce delle dimostrazioni leibniziane possiamo riprendere in esame la
definizione di continuo, in modo da eliminare quelle che ad un lettore moder-
no possono sembrare delle evidenti incongruenze.
Prese alla lettera infatti, ambedue le definizioni di continuo sono ovvia-
mente prive di senso, almeno se si interpreta il termine leibniziano parte nel
senso di sottoinsieme arbitrario. Bisogna invece intendere qui un insieme chiu-
so, come ha anche osservato H. Breger in un suo recente scritto:
in der Terminologie der modernen Mathematik impliziert diese Defini-
— 25—
tion, daß für Aristoteles und Leibniz… ein Kontinuum stets eine abgeschlosse-
ne Menge ist41.
In realtà si può e si deve dire di più: non solo il continuo, ma ogni parte
di esso (e più in generale ogni figura geometrica) si deve considerare come
comprendente il suo contorno; in termini moderni, la geometria leibniziana è
una geometria di insiemi chiusi. Peraltro questa non è una peculiarità del pen-
siero leibniziano: una parte contiene sempre le sue estremità, ed è solo in que-
sto senso che si possono interpretare le definizioni aristoteliche del continuo e
del contiguo, come pure le discussioni che a tali definizioni si riallacciano.
Una volta precisato questo punto, possiamo tradurre la definizione leibni-
ziana in linguaggio moderno senza pericolo di operare forzature altro che ter-
minologiche :
Un insieme chiuso X è un continuo se, presi comunque due insiemi chiusi Y e Z tali
che
X ⊂ Y ⋃ Z ; X ⋂ Y ≠ Ø ; X ⋂ Z ≠ Ø
— 26—
risulta
X ⋂ Y ⋂ Z ≠ Ø
Non è allora difficile vedere che questa definizione equivale a quella
moderna di insieme connesso, di modo che il continuo classico leibniziano è
un insieme chiuso connesso.
L’identificazione della nozione aristotelica (e leibniziana) di parte con
quella moderna di insieme chiuso; o meglio: l’aver stabilito che per Leibniz
come per Aristotele ogni insieme contiene il suo bordo, può servire a far luce
su molti paradossi del continuo e del moto. Questi possono sorgere solo per-
ché la continuità del tempo implica che i periodi nei quali l’oggetto che varia
si trova nei due stati contrapposti (la vita e la morte, la vicinanza e la lonta-
nanza) abbiano in comune un estremo, un istante nel quale si sarebbe sia vivi
che morti, sia vicini che lontani.
A ben vedere, lo stesso meccanismo soggiace alle dimostrazioni geometri-
che che abbiamo appena riportato. Il punto in cui la retta incontra il cerchio
appartiene sia a questo che alla regione del piano fuori di esso. In questo caso
però Leibniz, e noi con lui, non coglie una contraddizione: quando si passa
dall’incompatibilità dei contrari ontologici vita-morte, vicino-lontano, all’op-
posizione moderata dei termini geometrici interno-esterno, l’identità degli
estremi che nel primo caso era fonte di paradosso, diventa nel secondo la solu-
zione del problema.
Di conseguenza, non è più necessario introdurre quello sdoppiamento
dell’istante-punto che aveva permesso il superamento delle aporie del moto:
nel continuo formalizzato di Leibniz non c’è posto né necessità di punti infini-
tamente vicini.
c) Il continuo iperdenso
Superfluo nella geometria classica, il continuo con infinitesimi non è
ancora sufficiente per le necessità del calcolo differenziale.
I punti consecutivi del continuo con infinitesimi non si confondevano in
uno solo, anche se si trovavano nello stesso luogo. Il segmento CD da essi
generato (fig. 2) non era di conseguenza nullo, ma più piccolo di ogni grandez-
za assegnabile; in breve: un infinitesimo, la cui grandezza non aggiungeva nul-
la a quella delle rette finite AC ed AD, che restano «aequales, similes et con-
gruae». Questa proprietà degli infinitesimi sarà una caratteristica del calcolo
leibniziano, e la troveremo enunciata più volte, come ad esempio dal marchese
de l’Hôpital, nella cui Analyse des Infiniment Petits diverrà un assioma:
— 27—
On demande qu’on puisse prendre indifféremment l’une pour l’autre
deux quantités qui ne diffèrent entr’elles que d’une quantité infiniment petite:
ou (ce qui est la même chose) qu’une quantité qui n’est augmentée ou dimi-
nuée que d’une autre quantité infiniment moindre qu’elle, puisse être considé-
rée comme demeurant la même42,
e dallo stesso Leibniz:
aequalia esse puto, non tantum quorum differentia est omnino nulla, sed
et quorum differentia est incomparabiliter parva; et licet ea Nihil omnino dici
non debeat, non tamen est quantitas comparabilis cum ipsis, quorum est diffe-
rentia. Quemadmodum si lineae punctum alterius lineae addas, vel superficiei
lineam, quantitatem non auges. Idem est si lineam quidem lineae addas, sed
incomparabiliter minorem. Nec ulla constructione tale augmentum exhiberi
potest. Scilicet eas tantum homogeneas quantitates comparabiles esse, cum
Euclide lib. 5 defin. 5 censeo, quarum una numero, sed finito, multiplicata,
alteram superare potest. Et quae tali quantitate non differant, aequalia esse
statuo, quod etiam Archimedes sumsit, aliique post ipsum omnes43.
Il richiamo ai classici, Euclide ed Archimede, è sostanzialmente retorico:
in realtà l’introduzione di quantità infinitesime non si compie sul continuo
classico, ma su quello della geometria algebrica di Viète e Descartes. È in
questo continuo numerico, che già i geometri francesi avevano ampliato con le
radici (i numeri surdi), che si vanno stipando via via le nuove grandezze. Si
procede così per successivi ampliamenti dagli interi positivi a quelli negativi,
alle frazioni, ai numeri irrazionali:
cum subtractio irrita est, numeri prodeunt negativi; cum divisio irrita est,
numeri fracti; cum extractio irrita est, numeri surdi. Idemque est de quantita-
tibus, quod de numeris. Haec succedanea vere satisfaciunt et exacte, exhiberi-
que etiam in natura actu ipso possunt44.
A queste grandezze ormai classiche, Leibniz ne aggiunge altre:
Dantur et quantitates transcendentes, ipsis ut ita dicam surdis surdiores,
quae tamen in Geometria et natura actu ipso exhibentur.
Dantur et quantitates inassignabiles, eaeque vel infinitae, vel infinite par-
vae seu infinitesimae, eaeque rursus varii gradus. Quae etsi per se non prosint,
prosunt tamen non raro ad quantitates assignabiles per inassignabilium amba-
ges inveniendas; et omnino in omni transcendentia intervenit aliqua conside-
ratio infiniti aut infinitesimi45.
— 28—
Il legame tra le nuove grandezze infinitesime e quelle algebriche della
geometria cartesiana è qui immediato: nel continuo senza fondamenti assioma-
tici di Viète e di Descartes si insinuano senza traumi le grandezze trascendenti
e quelle infinitesime. Se le prime lo rendono completo, le ultime ne fanno un
continuo iperdenso, in cui ogni punto-numero è circondato da innumerevoli
altri infinitamente vicini.
Tali sono i due estremi generati dalla sezione del continuo; e da essi pos-
siamo partire per esaminare l’immagine geometrica del terzo continuo leibni-
ziano.
La sezione è alla base dell’idea della retta tangente a una curva. Infatti il
punto per il quale si vuole tirare la tangente determina una sezione della cur-
va, e si sdoppia in due punti infinitamente vicini tra loro. La tangente non
sarà dunque che la retta che congiunge questi due punti, poiché
tangentem invenire esse rectam ducere, quae duo curvae puncta distan-
tiam infinite parvam habentia jungat46.
Questo modello non è ancora sufficiente per le esigenze del calcolo, e
verrà abbandonato quando gli sviluppi di questo richiederanno costruzioni più
complesse. In effetti, se è vero che la struttura del continuo che ne risulta
ammette la possibilità di grandezze infinitesime, è anche vero che esse entrano
in maniera troppo uniforme per essere utilizzabili. Non sono necessarie infatti
solo delle grandezze infinitamente piccole; occorre anche e soprattutto che
esse siano paragonabili tra loro in modo che, come dice Leibniz, uno zero sia
più grande di un altro. Inoltre si deve poter operare su di esse con le regole
formali delle operazioni aritmetiche: sommarle, sottrarle, moltiplicarle tra loro
e con altre grandezze finite.
Di conseguenza, ogni punto ha bisogno non di un solo altro punto che gli
sia infinitamente vicino, ma di un’infinità di tali oggetti, situati a delle distan-
ze più o meno grandi, anche se tutte infinitamente piccole: il microcosmo
deve somigliare al macrocosmo.
Si viene così a creare una struttura iperdensa del continuo, nella quale
ogni punto è circondato da una nuvola di altri punti distinti ma infinitamente
vicini l’un l’altro (una monade, per usare il termine un po’ fuorviant84e ma certa-
mente espressivo di Robinson)47, che determina la struttura differenziale della
retta. In questa nuvola si svolgono tutte le operazioni del nuovo calcolo infini-
tesimale; è solo alla fine di queste che, eliminati gli infinitesimi, essa si solidi-
— 29—
fica di nuovo in un punto euclideo, consentendo di esprimere i risultati in
termini finiti.
Il punto (o se si preferisce la monade) del calcolo infinitesimale si rivela in
tal modo un’entità complessa: ciò che è privo di grandezza non è necessaria-
mente privo di struttura48.
Tracce di questo continuo iperdenso sono presenti anche prima dell’in-
venzione del calcolo; ad esempio nella definizione di punto che Leibniz dà
nella Theoria motus abstracti (1673):
Punctum non est, cujus pars nulla est49, nec cujus partes non consideran-
tur50; sed cujus extensio nulla est, seu cujus partes sunt indistantes, cujus
magnitudo est inconsiderabilis, inassignabilis, minor quam quae ratione, nisi
infinita ad aliam sensibilem exponi possit, minor quam quae dari potest51.
E più oltre:
linea qualibet, ducta a centro ad circumferentiam, circulo commensurabi-
lis, seu circumductione sua circuli genitrix, est sector minimus perpetuo cres-
cens, sed intra inextensionem52.
In questo punto strutturato, ma al di qua dell’estensione, si trovano i dif-
ferenziali del calcolo leibniziano, o meglio i valori successivi delle variabili.
La nozione di variabile che emerge dal calcolo di Leibniz è stata descritta
da H. Bos in un suo importante lavoro53, al quale rimandiamo per i dettagli,
limitandoci a riassumerne le conclusioni che toccano più da vicino il nostro
tema. Per Leibniz e per i suoi seguaci («the practitioners of the Leibnitian
calculus», per usare un’espressione di Bos) una variabile assume una successio-
ne arbitraria ma assegnata di valori, le differenze tra i quali sono infinitesime:
— 30—
queste differenze, o differenziali, sono anch’essi una variabile della quale si
possono prendere le differenze (che così saranno le differenze seconde della
prima variabile), e così via.
The sequences of ordinates, abscissas etc. now consist of infinitely many
terms. Successive terms of these sequences have infinitely small differences…
In the practice of Leibnitian calculus, the variable is conceived as taking only
the values of the terms of the sequence. Thus the conception of a variable and
the conception of a sequence of infinitely close values of that variable, come
to coincide54.
A questa analisi aggiungeremo solo una considerazione: gli infiniti valori
della successione che finisce per coincidere con la variabile, si situano tutti
intra inextensionem. I valori della variabile, le differenze, le differenze delle diffe-
renze, e via sminuzzando, si muovono sempre all’interno del punto strutturato
ma inesteso del continuo iperdenso leibniziano. E se il linguaggio e le idee del
calcolo differenziale possono essere ricavati come un’estrapolazione dalla teo-
ria delle successioni numeriche, dunque finite, è perché il macrocosmo delle
grandezze finite e il microcosmo degli infinitesimi sono essenzialmente iso-
morfi. Ogni punto ha una nuvola di parti distinte ma non distanti, che rispec-
chiano quelle del continuo macroscopico; è questa struttura locale che contie-
ne le proprietà differenziali del continuo55.
Ma se il continuo macroscopico si ritrova in quello microscopico, allora
quest’ultimo deve avere anch’esso una struttura iperdensa, nella quale ogni
punto ha una nuvola locale di infinitesimi. Si potrebbero così introdurre delle
strutture differenziali di secondo ordine, poi di terzo e così di seguito, corri-
spondenti agli ordini di infinitesimo definiti da Leibniz.
Ma qui l’immaginazione è temperata dalla reticenza della ragione, timoro-
sa di perdersi in queste regioni ramificate. Abbandonerò dunque questa strada,
e concluderò questo intervento con alcune considerazioni sull’integrazione.
Come è noto, l’integrale (o la somma, come la chiamava Leibniz) ha ori-
gine nelle ricerche di Cavalieri sulla quadratura delle figure geometriche. Per
Leibniz, tali quadrature non sarebbero che la somma di un’infinità di quantità
infinitesime, corrispondenti alle aree elementari dei rettangoli di base dx e di
altezza y (fig. 8).
— 31—
Considerata dal punto di vista del nostro modello di continuo, tale opera-
zione è priva di senso: sommando delle quantità infinitamente piccole non si
uscirebbe mai dalla struttura locale del punto, e dunque non si arriverebbe mai
ad ottenere l’area che si voleva calcolare.
Il fatto che Leibniz e i suoi seguaci pensino all’area in termini di somma,
in apparente contraddizione con l’immagine del continuo che abbiamo deli-
neata, ci dice che non si devono prendere queste immagini per quello che non
sono e non possono essere, e cioè per delle definizioni o degli assiomi.
Ciò detto, non bisogna neanche cadere nell’eccesso opposto, e considerar-
le alla stregua di semplici figure retoriche. Infatti, se è vero che Leibniz consi-
dera l’integrale come una somma, è altrettanto vero che, contrariamente a
quanto faceva Fermat56, e implicitamente Cavalieri, tali somme non vengono
mai eseguite. Quando dalla manipolazione e dalla trasformazione degli integra-
li si passa al loro calcolo effettivo, si procede considerando questa «somma»
come già fatta e studiandone le proprietà locali. E poiché differenziando si
ritrova la funzione che si voleva sommare, l’integrale si otterrà non già tramite
un calcolo diretto sovente impossibile, ma invertendo l’operazione di deriva-
zione. Poco più avanti, esso sarà addirittura definito come l’inverso dell’opera-
— 32—
zione di differenziazione, perdendo così anche i legami formali con le somme
di infiniti termini57.
L’integrazione si riduce dunque alla differenziazione; la struttura globale
alla locale. Come Leibniz aveva detto altrove a proposito delle notazioni,
anche nella scelta delle immagini la preferenza va a quella che è più aderente
alla vera natura delle cose. Una natura che queste stesse immagini hanno
contribuito a creare.