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Parte Seconda
Strutture portanti dei ΒΙΟΙ ΚΑΙ ΔΟΓΜΑΤΑ
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Alla cara memoria di
Mario Unlersteiner
1. Diogene Laerzio fra critica idealistica e tradizione manoscritta.
Sono grato a Gabriele Giannantoni che mi ha offerto l’occasione
di
ritornare per la quarta volta su Diogene Laerzio, affidandomi una
relazione per così
dire preliminare a questo Convegno: sono τέταρται
φροντίδες e spero anche σοφώτεραι.
Né potevo sottrarmi all’invito
per la mia lunga consuetudine con l’autore delle Vite dei filosofi antichi,
iniziata da quando Benedetto Croce,
alla soglia degli Anni Cinquanta,
auspice Giovanni Pugliese Carratelli, mi impegnò a
prepararne una tra-
duzione. Non era la prima volta che Croce esprimeva l’esigenza
di
accogliere una versione italiana di Diogene Laerzio nella serie
laterziana
dei “Filosofi Antichi e Medievali”, se negli Anni Trenta ne
aveva
accennato a Vittorio E. Alfieri, che or ora ha ricordato nel volume
Cento anni Laterza di aver scelto Democrito dopo che Croce
l’aveva
«giustamente dissuaso dal tentare Diogene Laerzio»
1: le ragioni
della
dissuasione vanno ricercate, suppongo, nelle difficoltà del compito,
dal
momento che Diels-Kranz avevano dato un solido fondamento testuale
alla
ricerca democritea, che nessun filologo aveva assicurato, dopo il
Cobet, all’opera
diogeniana: difficoltà non superata del tutto neppure
oggi, perché, pur dopo
l’Oxoniense di Herbert Long del 1964
2, il
problema di un’attendibile edizione critica di Diogene Laerzio
deve
essere ancora risolto.
Ma l’attenzione del Croce rimane notevole. Egli ben conosceva
i limiti
della storiografia filosofica di Diogene Laerzio. Potremmo em-
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blematicamente ricordare la sua diffidenza sul criterio delle
successioni,
uno dei pilastri della biografia filosofica, che d’altra parte
suscitava e
suscita perplessità anche nei filologi a partire dall’ultimo
Wilamowitz.
Il Croce ammoniva perentoriamente nel Carattere della
filosofia mo-
derna
3: «Nella vera e propria
filosofia bisogna abbandonare l’ordina-
mento consueto per scuole, per sètte
filosofiche [...] La storia della
filosofia dev’essere storia viva di ciò che fu ed
è eternamente vivo».
Ora tutti sappiamo che nella teoria e nella pratica aveva
attuato la sua
concezione storicistica della storia della filosofia come filosofia,
aveva
criticato le forme della storiografia filosofica tradizionale prive di
“virtù
speculativa” e aderito alle prospettive e ai moniti delle Lezioni hege-
liane sulla storia della filosofia. Certamente Croce aveva
presente il
severo giudizio hegeliano sull’opera di Diogene, «cumulo di opinioni
»,
«galleria di opinioni», «filastrocca di opinioni differenti» «superflua
e
noiosa»
4. Se come storico del pensiero, vale a dire storico di
problemi,
aveva concepito la ricerca storiografica quale verifica del sistema di
pen-
siero, Croce aveva però osservato già nel 1922: «Del resto, i vera-
mente
grandi filosofi del passato sono stati tutti così: uomini anzi-
tutto, e pieni di
interessi e passioni, dalle quali assursero alla filosofia
e alle quali seppero
ridiscendere: e, quando si allentò in loro questo
nesso vivente, essi decaddero o si
sviarono o tacquero »
5. Croce non
disprezzava l’erudizione, pensava che l’erudizione né
vana né simulata
potesse giovare al recupero della esperienza umana del filosofo,
della
concreta figura del pensatore
6. Il suggerimento di Croce di dare alla
cultura italiana una versione delle
Vite dei filosofi è un indizio del
suo riformato
hegelismo, della coscienza che l’equazione storia e filo-
sofia, filosofia e
metodologia della storia non poteva esaurire il pro-
cesso storiografico, ma anche
la conferma dell’amore che egli ebbe per
l’erudizione e gli eruditi e del gusto per
l’aneddoto. Nella Storia come
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pensiero e come azione
7 Croce ha scritto: «L’aneddotica nasce e si
nutre anch’essa di un
bisogno, del bisogno di tener viva e di accre-
scere l’esperienza delle più varie e
diverse manifestazioni dell’anima
umana». Vorrei dire insomma che all’interesse
storiografico e critico
di Croce non rimase estraneo Diogene Laerzio, che, pur non
produ-
cendo storia come sintesi di filologia e filosofia, ha munito la via
bio-
grafica alla storia del pensiero antico. D’altra parte, anche nel
dibattito
attuale la biografia è considerata un genere di storia e illustrare la
ten-
sione fra biografia e dossografia in Diogene Laerzio equivale a
chiarirne
la posizione nella storiografia filosofica antica.
Ma vale la pena di ricordare che in un «Quaderno della Critica»
del
1949 Croce aveva svolto alcune considerazioni sulle biografie a
proposito di
Svetonio che, come tutti sappiamo, impersona, almeno a
partire dall’opera
fondamentale di Friedrich Leo
8, un tipo di
biografia
contrapposto a quello plutarcheo. Il Croce ritiene che Svetonio non
è
un «erudito-critico», bensì un cronista «che adotta non il
criterio
cronologico», ma «un certo ordine per species, per
materie, genea-
logie, amministrazioni e governi, guerre, costume privato, prodigi
e
via discorrendo», un biografo che «non sale mai alla biografia sto-
rica», ma
pratica una biografia quale storia «dell’individuo privato»,
un modello letterario,
non storiografico. Il Croce considera forme pseu-
dostoriche di biografia le
biografie panegiristiche o detrattorie, gli elogi
e le invettive, le biografie
psicologiche o morali o romanzate o varia-
mente passionali e giunge alla
definizione della biografia «quale forma
storiografica genuina». Scriveva
chiaramente il Croce
9: «Intesa come
storia, la biografia non si differenzia nell’intrinseco
dalla restante sto-
riografia tutta, perché il suo problema è il medesimo di questa:
de-
terminare e qualificare ciò che di nuovo è stato creato nel mondo
spi-
rituale e che è sempre tutt’insieme opera personale e superiore
alle
persone, in essa operanti».
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Le considerazioni del Croce ci inducono a porre la domanda:
pos-
siamo riconoscere nella biografia filosofica di Diogene Laerzio una for-
ma
storiografica? Oltre che all’individuale Diogene Laerzio fu sensibile
al generale?
Riuscì a percepire il ritmo della storia filosofica, il senso
del progresso del
pensiero attraverso e oltre l’individuo? Non è questo
l’unico problema, ma è un
problema di fondo: alcuni anni fa cercai
di rispondere con la formula «Diogene
Laerzio storico e cronista dei
filosofi antichi, non della filosofia antica»
10, mostrando
concretamente
l’insufficienza di una definizione dell’opera laerziana quale “rozza
com-
pilazione”, più o meno codificata anche presso il Gigon
11: intendevo
e intendo per “storia” non ciò che è filosofico — nel
senso di una
propria o particolare filosofia —, ma ciò che appartiene al
pensiero
umano nel suo plurisecolare sviluppo, e intendevo e intendo per
“cro-
naca” gli accidenti sulle individualità dei filosofi relativi alla vita e
al
tempo. La cronaca in Diogene Laerzio non è diventata mai storia, pur
partendo
dalla storia: ma egli si è sforzato di coonestare, come ve-
dremo, la vicenda
biografica al pensiero e di produrre una forma di
biografia filosofica quando fosse
possibile, in relazione sia all’epoca sia
alla documentazione, come una forma
storiografica: i limiti della rea-
lizzazione di Diogene Laerzio risulteranno,
spero, dall’analisi delle strut-
ture dell’opera che mi propongo di fare.
Ma ora vorrei dire che la scelta di Napoli per il mio discorso
è
giustificata dal fatto che nella nostra Biblioteca Nazionale sono custo-
diti
due testimoni della storia della trasmissione del testo laerziano.
Tralasciando il
cod. iii B 28, apografo per lo più improduttivo del
sec. XV,
vorrei segnalare in tutta la sua importanza il iii B 29
del
sec. XII, il codice più vicino all’archetipo e il più antico, qui
esposto,
che insieme con il Laurentianus 69,13 e il Parisinus gr. 1759, en-
trambi del sec. XIII, costituisce la
pietra miliare della tradizione me-
dievale del testo di Diogene Laerzio. L’amico
Jean Bollack, forse con
un zinzino di inconsapevole sciovinismo, ha dato la palma al
Pari-
— 13 —
sinus
12, ma credo sia più corretto additare nella triade intera il
pre-
zioso possesso dello stadio più antico del nostro testo. Il IIII B 29,
se-
condo una recente dimostrazione di G. Cavallo
13, fu scritto «da un
notarios della cancelleria regia normanna» a Palermo e passò tra
le
mani di Enrico Aristippo, traduttore in latino delle Vite
fra il 1156
e il 1160, un cui profilo dobbiamo ora all’ultimo libro del
compianto
M. Untersteiner, Problemi di Filologia
filosofica
14. La Calabria, patria
di Enrico Aristippo, si unisce alla
Sicilia e a Napoli nel legare l’eredità
di Diogene Laerzio al Mezzogiorno d’Italia.
Nel 1964 il compianto
Vittorio Bartoletti pubblicò un frustulo di papiro fiorentino
e pose
l’interrogativo di fondo: Diogene Laerzio o una sua fonte? E, pur
fra
giustificate incertezze suscitate dall’epoca della scrittura, più del II
che del III
secolo, scriveva che «non proveremmo eccessiva meraviglia
nel constatare che Diogene
Laerzio era letto in Egitto intorno al 250
d.C.»
15. Si sa che i papiri
egizi spesso ci danno il segnale o la cer-
tezza della fortuna di un testo. I fati
di Diogene Laerzio non furono
larghi, il suo Fortleben fu
piuttosto limitato, anche se il fatto che la
sua Raccolta sia
sopravvissuta al naufragio di tanti libri di storiografia
filosofica antica è il
migliore riconoscimento della funzione che essa
esercitò nella cultura medievale. In
ogni modo, il frustulo fiorentino
non può appartenere a Diogene Laerzio, ma, a mio
parere, è di
Antigono di Caristo, il brillante biografo seguito e utilizzato da
Dio-
gene e a noi rivelato nelle sue notevoli dimensioni dal giovane
Wila-
mowitz
16.
Il primato cronologico nella trasmissione del testo resta per-
ciò al cod.
Napoletano III B 29, al quale ricorriamo con fiducia ogni
qualvolta una congettura
moderna rende indispensabile una verifica
della lezione manoscritta o un testo nuovo
pone il quesito della vali-
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dità della lezione manoscritta. E qui bisogna dire che alcuni
difetti
dell’archetipo medievale restano insanabili e sono certo che
anche
quando avremo un’edizione critica del testo affidabile non avremo
risolto
alcuni ardui problemi di interpretazione. Già nel 1881, nel-
l’Antigonos von Karystos, a cui or ora ho accennato, il
Wilamowitz
affermava
17 che una
ricerca sul metodo di lavoro e il modo di scri-
vere poteva essere compiutamente
eseguita quando si disponesse di
una edizione critica. È un’affermazione corretta,
ma forse ottimistica.
Il contributo decisivo al testo laerziano è venuto dalle varie
edizioni
moderne di settori dell’opera di Diogene, ma alcuni errori o
alcune
lacune risalgono compattamente all’archetipo e sono un’insidia che
solo
la scoperta di un papiro può debellare: è il caso, come vedremo,
di Ieronimo di
Rodi, uno degli auctores ellenistici mediatamente
uti-
lizzati da Diogene Laerzio. Ma nessuna considerazione può
attenuare
l’enorme valore del codice che oggi qui rifulge in mezzo a noi.
Quando
il Momigliano, in una notte ateniese degli Anni Cinquanta, mi chiese
con
un cachinno come mai si potesse tradurre un autore di cui non
si aveva un’edizione
critica, risposi che, a parte il numero già cospicuo
di edizioni speciali, a Napoli
potevo consultare il teste più antico e
che Carlo Diano suggeriva addirittura di
identificare l’edizione di Dio-
gene con una trascrizione del codice di Napoli.
Quando due anni fa
il bravissimo e arguto filologo anglico Martin West propose
18 di
sup-
porre in αἰακόν di I 114 una corruzione di σεληνιακόν e di trasfor-
mare
Epimenide da Eaco (« si dice che fu il primo a chiamarsi Eaco »)
in un uomo che
sarebbe disceso dalla luna (« si dice che fu il primo
a chiamarsi lunatico »), il
ricorso al cod. B mi fece escludere che prima
di αἰακόν potesse esserci stato un
simbolo sigmatico di Selene e
consente perciò di respingere la proposta del West
quale fantasia
lunare e lucianesca.
— 15 —
2. Biografia filosofica: ieri e oggi. Caratteristiche del βίος
dioge-
niano. Dallo Schwartz al Mejer.
Il problema della biografia oggi è particolarmente attuale ed è
fuori
del dubbio l’opportunità del Convegno laerziano. Il momento
è propizio per due
ragioni fondamentali: la prima è la coscienza
sempre più chiara di ciò che fu la
biografia nell’antichità, e special-
mente la biografia filosofica, e di ciò che
oggi essa è; la seconda è
che la critica laerziana attraversa quella che, dopo la
fase ermeneu-
tica e la fase cronologica, o della Quellenforschung, a me piace defi-
nire la fase del processo di
disasinizzazione, splendidamente inaugurato
da Eduard Schwartz poco più di
ottant’anni or sono, nel 1903
19,
che ormai autorizza a vincere
remore di falsa prudenza e pregiudizi
classicistici e invita ad affrontare l’opera
laerziana, se non come un
classico stabilmente infitto nella coscienza dei posteri,
come un’opera
aperta le cui strutture sono da individuare, collegare,
interpretare.
Questo compito oggi è singolarmente avvertito, perché l’erudi-
zione —
che tendenziosamente il Nietzsche
20 volle negare a Diogene —
viene riconosciuta necessario
presupposto di ogni interpretazione, la
biografìa in quanto opera “circoscritta” non
suscita più diffidenza
e una sorta di gusto antiwinckelmanniano percorre non
inopportuna-
mente la ricerca antichistica.
Per quanto riguarda la prima ragione, possiamo dire che la bio-
grafia
per gli antichi non è l’opera d’arte che si trasforma in storia
dell’epoca, l’opera
in cui si apre l’orizzonte della storia universale
come vuole il Dilthey
21, ma è perspicuamente distinta dalla storia,
come ci ha
insegnato il Momigliano
22, che ha anche chiarito
numerosi
problemi particolari dopo il Leo e indicato, dopo il Dihle
23, prece-
— 16 —
denti socratici alla biografia ellenistica. A sua volta,
l’Untersteiner
24
ha posto in rilievo, da una parte, i presupposti aristotelici
della bio-
grafia peripatetica nei concetti di praxis, pathos e ethos, l’impulso dato
da
Aristotele alla ricerca sistematica quale fu poi praticata da Aristos-
seno, Clearco
e Dicearco — ognuno con proprie caratteristiche —, dal-
l’altra, ha rilevato la
funzione di Callimaco nella formazione della
biografia alessandrina di origine
grammaticale e pinacografica e il
ruolo specificamente morale delle vite dei
filosofi di Antigono di
Caristo. L’Untersteiner, dopo aver indicato in Diogene
Laerzio «un
ricco residuo» della tradizione peripatetica e non, ha denunciato
le
distorsioni che possono derivare da un’impostazione teoretica della
biografia
e dalla «trasposizione nel bios di una affinità
dottrinale»,
e con il Dal Pra
25 ha individuato la funzione mediatrice
del criterio
delle successioni e la sua prospettiva piuttosto meccanica del
prima
e del poi, la buona qualità del fondamento cronologico
d’ascendenza
apollodorea, il modulo sincronico.
La tematica odierna sulla nozione di biografia può essere
così
riassunta: la biografia è un contributo a intendere la creatività
del-
l’uomo, a conoscere l’uomo e anche se stesso attraverso il ritratto
di
altri uomini; si distinguono diversi tipi, la biografia romantica o
storica,
la biografia-elogio, la biografia pedagogica, la biografia aned-
dotica, la
biografia ideologizzata, riconducibili a due tipi fondamen-
tali, la biografia
critica e la biografia agiografica; attraverso la bio-
grafia si recupera un
personaggio con i tratti individuali e topici; la
biografia è un’operazione storica
e psicologica tendente all’esempla-
rità; ci sono rapporti fra metodo biografico e
metodo storico, fra
biografia e autobiografia
26.
Alla luce delle discussioni sulla biografia di ieri e oggi
possiamo
fissare già alcune caratteristiche della biografia laerziana. La
prima:
emerge nettamente l’interazione di biografia e filosofia, sì che pos-
— 17 —
siamo parlare di una biodossografia che variamente si realizza.
In
ogni βίος laerziano si riscontrano tratti invarianti — poniamo la
nascita,
l’acme, la morte — e tratti variabili — poniamo apoftegmi,
sentenze, massime,
opinioni —. La griglia delle rubriche o una serie di
topoi
può non essere sufficiente a collocare, inquadrare, capire una
personalità. Viene
tentato in molti casi il ritratto morale, delineato il
comportamento, il carattere,
sì che si possano estrarre qualità tipiche
e in generale esemplari del personaggio.
La seconda caratteristica: la
funzione del βίος è informativa e anche formativa, ma
in nessun caso
eulogetica o panegiristica. Il βίος di un filosofo non è un encomio,
un
ἔπαινος (è naturalmente escluso lo ψόγος, non il motteggio, che è,
tuttavia,
raro). Né l’Evagora di Isocrate né l’Agesilao di Senofonte
furono modelli, ma il βίος di Senofonte ci autorizza
forse a vedere
nelle Memorie socratiche di Senofonte uno dei
modelli remoti di
Diogene Laerzio. Se questo è vero, può essere confermata
un’interpreta-
zione biografica della letteratura socratica quale è stata sostenuta
dal
Dihle e dal Momigliano. Dei due primati riconosciuti a Senofonte
— l’aver annotato le conversazioni di Socrate e l’aver composto opere
storiche —
il primo fu esemplare per l’organizzazione delle strutture
narrative di alcuni
βίοι. Un prestigioso antecedente del filone apomne-
matico o memorialistico è
costituito dalle Vite dei poeti di Ione di
Chio, di cui
non erriamo a indicare la modernità pur nella scarsezza
del sopravvissuto. La
terza caratteristica: si intravede uno statuto
del βίος filosofico come genere
letterario. A me pare che Friedrich Leo
abbia rettamente giudicato l’opera
laerziana «il più importante monu-
mento della biografia letteraria» e mostrato
che l’interesse erudito e,
quando vi sia, quello filosofico è dominato dal punto
di vista lette-
rario
27. La coscienza del genere letterario in Diogene
Laerzio non è
morta, ma custodisce e alimenta la curiosità che raramente
diventa
partecipazione. La quarta caratteristica: un βίος laerziano si
configura
come cooperazione di événementiel e interiorità,
notizia e pensiero,
topoi e individualità, la costruzione
di un microcosmo che aspira alla
compiutezza senza la vastità di un orizzonte
autenticamente storiogra-
— 18 —
fico. La quinta caratteristica: un βίος laerziano è concepito come
un
profilo sufficiente e, nei casi migliori, globale, senza essere
completo,
del filosofo. La ricchezza del materiale, di cui talvolta è possibile
sor-
prendere la giustapposizione, la non avvenuta coesione, non deve
lasciar
perdere di vista la selezione preliminare operata da Diogene
di chi è degno di un
βίος sia per la vita sia per la dottrina. A illu-
strare l’esemplarità del
personaggio, sia l’ethos — che è nozione ari-
stotelica —
sia i dogmata — che è eredità contenutistica o
metodolo-
gica di Teofrasto —, Diogene porta, non sempre selezionati,
fatti
o comportamenti o detti: egli tende a indicare anche in un fatto,
in
una circostanza, in un motto o in uno scherzo non solo un valore
biografico, ma un
emblema dottrinario: il quotidiano e l’effimero
collaborano con il perenne e
l’eterno. La sesta caratteristica: pur nella
diversità della tecnica composizionale,
subordinata all’utilizzazione del-
l’opera del sapiente o filosofo o della
tradizione di provenienza peri-
patetica o alessandrina, un βίος laerziano non è
filosofia, ma può ser-
vire alla filosofia a un di presso come un βίος plutarcheo
non è storia
(cfr. Alex., Galb.), ma
può servire alla storia.
Veniamo ora alla seconda ragione fondamentale che giustifica
una
riconsiderazione delle biografie laerziane: viviamo un intenso e
molte-
plice recupero della personalità di Diogene Laerzio, siamo nel pieno
del
processo disasinizzatore che or ora menzionavo. Oggi nessuno po-
trebbe definire,
con Hermann Usener, Diogene un asino
28 e quanto
più
progrediscono i risultati di analisi parziali dell’opera tanto più
chiaro diviene il
giudizio: l’assodamento di alcuni dati strutturali
— la posizione di un βίος in un libro piuttosto che in un altro
—,
l’accertamento della genuinità terminologica con cui viene riferita
una
dottrina — poniamo la scettica —, il riconoscimento di una identità
di
scrittore più che di compilatore sono elementi decisivi del nuovo
processo
critico. Non so se quando battezzò asino Diogene l’Usener
avesse presenti due
luoghi laerziani: uno scherzo poetico su Diodoro
Cronos-onos, che morì per disperazione non avendo risolto gli enigmi
— 19 —
di Stilpone (II 112), e un’annotazione su Cleante (VII 170), che
sop-
portava il dileggio dei condiscepoli e quando lo chiamavano asino
non se
la prendeva, καὶ ὄνος ἀκούων προσεδέχετο, anzi aggiungeva
che egli solo era
capace di sostenere la soma, il φορτίον di Zenone.
In ogni caso, l’era nuova della critica laerziana comincia con
lo Schwartz, il grande filologo, degno del grandissimo maestro
Wila-
mowitz. Lo Schwartz mostra l’insufficienza e l’impotenza della Quel-
lenriecherei o della Quellenforschung e, attaccando allo stesso tempo
l’Usener e il Nietzsche,
dichiara energicamente la sua insofferenza per
la terminologia fino allora
applicata: Biograph, Kompilator, Vorlage,
Unterlage, mostrando che
l’indisciplina e il disordine dell’esposizione
laerziana non possono risalire alla
fonte unica prediletta dalla critica
allora imperante, ma a più raccolte di
apoftegmi, citazioni, di κεφάλαια
e simili. L’opera di Diogene, scrive giustamente
lo Schwartz, è un
esemplare di quel genere che è esistito in un’infinità di
esemplari
attraverso i secoli, un anello della tradizione di cui bisogna
indivi-
duare i nessi storicisticamente per capire l’inserzione di motivi e
di
relazioni nel tessuto espositivo. Varianti, citazioni, excerpta sono propri
della biografia ellenistica, ma anche della
paradossografia e della mito-
grafia già vive nell’età di Callimaco e di Zenodoto.
Il monito di
Schwartz è di non impiegar tempo alla ricostruzione degli
immediati
Vorlagen, ma piuttosto di indagare gli indizi
che consentano di rico-
struire la personalità di Diogene, che egli associa allo
Scetticismo,
chiamandolo «scettico pedante» — questa è la parte caduca
della
critica di Schwartz, perché credo Diogene né scettico né pedante —,
e alla
filologia ellenistica — e questa è un’eccellente intuizione —,
rilevando
l’ascendenza teofrastea di molto materiale dossografico e
dando una valutazione
appropriata del contributo di Diogene alla
storia della filosofia antica. Schwartz
ha il grande merito di aver
sostenuto l’incompiutezza dell’opera diogeniana così
come ci è giunta
e di aver attribuito a Diogene nel modo in cui raccolse e scelse
il
materiale ein persönliches Wollen und Können, una volontà
e capa-
cità personali
29.
«Individuale è la diligenza di raccogliere; indivi-
— 20 —
duale è l’interesse dotto per i documenti e la bibliografia;
individuale
per quanto possa sembrare paradossale è una certa vena critica
nella
scelta del materiale. Egli avrebbe facilmente potuto, —
concludeva
Schwartz — con il materiale che aveva letto, fabbricare un Sammelbuch
à la mode, come avevano fatto Panfilo, Favorino,
Mironiano, Eliano
e altri; pare che egli non abbia desiderato questi allori a buon
mer-
cato, ma abbia posseduto l’ambizione di un grosso materiale. Tutto
questo
non gli ha per niente giovato. Nella sorte di essere proclamato
asino si deve
trovare come tutti i pedanti, ma non meritava che
neppure una volta si volesse
credere alla sua pedanteria».
Devo ora rinunciare a una storia della critica laerziana dopo
Schwartz
e limitarmi a richiamare alcune conclusioni raggiunte da
J. Mejer nell’«Hermes»
Einzelschrift del 1978
30, la monografia da me
recensita nel «Gnomon» del 1983
31. Il Mejer ha riproposto il pro-
blema della personalità di Diogene
tentando però di staccarlo dalla
tradizione biodossografica del Peripato e della
filologia ellenistica, di
cui, a mio parere, egli rappresenta l’unico esito a noi
completamente
pervenuto, e di farne addirittura l’autore di un nuovo genere
storio-
grafico. Ma il Mejer, pur applicando un metodo analitico
spregiudi-
cato, non può non ammettere che Diogene «continua una
vecchia
tradizione» e «ha interesse per le fonti vecchie e atipiche». Merito
del
Mejer è aver cercato di determinare le “intenzioni” dell’onesto
Diogene, non tanto
riprendendo la Quellenforschung quanto mostrando
la tecnica
excerptoria applicata da Diogene alle fonti. Il Mejer ritiene
prevalente in Diogene
l’interesse per il carattere del filosofo, ma
credo che l’intento di dare un
sommario di filosofia caratterizzi meglio
Diogene, che attua una concezione del bios implicante la dottrina del
filosofo con una libertà di
impostazione che è condizionata dalle fonti.
Credo che non si possano accettare le
seguenti conclusioni del Mejer:
1) che Diogene teoricamente poté conoscere tutte le fonti che cita;
2) che l’opera laerziana non è tipica della prima tradizione ellenistica;
— 21 —
3) che essa ci è giunta completa; 4) che esiste una differenziazione
fra opere
dossografiche e biografie filosofiche e che l’opera laerziana
segni una netta
separazione dalla tradizione ellenistica. I risultati che
del Mejer a me sembrano
accettabili sono relativi al metodo di lavoro
di Diogene. Il Mejer ha rilevato la
difficoltà di consultare e utiliz-
zare le fonti scritte su rotoli di papiro e
non su codici e ha mostrato
che le confusioni nel testo non sono imputabili al
metodo di lavoro.
Come il Mejer ha illustrato il modo in cui Diogene ricavava e
usava
excerpta sulla scorta di analoghe ricerche del
Münzer per Plinio il
Vecchio e dello Skydsgaard per Varrone, così cercherò di
approfondire
il meccanismo del lavoro di Diogene attraverso Filodemo, una
fonte
direttamente conosciuta da Diogene. Il Mejer, che ha cercato di
sco-
vare la personalità di Diogene nel piano dell’opera proseguendo
nel-
l’orma schwartziana e riproponendo l’opportunità di un’analisi
interna,
ha con successo ribadito l’esclusione della fonte unica (Diocle,
Favorino
o Nicia di Nicea): questo è un risultato ormai acquisito.
3. Diogene Laerzio, Plinio il Naturalista, Filostrato l’Apolloniano.
A mio parere qualche passo avanti possiamo fare nella inter-
pretazione
dell’opera laerziana. Talvolta la Synagoghe laerziana
può
apparire come una serie scoordinata di dossiers, di
appunti non sem-
pre definiti, talvolta chiaramente provvisori: l’autore apriva un
βίος
e poteva rimandarne la conclusione: può essere un metodo criticabile,
ma
forse è segno non tanto di mancanza di una disciplina severa di
lavoro, quanto della
concezione della propria opera come opera aperta
nel senso che un βίος poteva
ricevere aggiunte, modifiche, revisioni
quando altri βίοι erano stati portati a
compimento. D’altra parte l’eru-
dito — e Diogene fu una tempra di erudito di prima
grandezza come
ben vide Giuseppe Scaligero e non ostanti le rimostranze
falsamente
moralistiche di Nietzsche
32 — per gusto e gioia del proprio lavoro
— 22 —
excerptorio pensa che ogni particolare sia non solo utile, ma
indispen-
sabile: l’ansia della sistemazione di una notizia prevaleva
sull’oppor-
tunità di un inserimento e di una verifica, la soddisfazione della
curio-
sità sull’organizzazione rigorosa o pedissequa. La filologia e
l’antiqua-
ria di Diogene non sono pedanti, vale a dire non si lasciano
dirigere
da un’idea onnipresente. Non è, non voleva essere Eduard Zeller.
La
contrapposizione del Nietzsche può essere pertinente se intendiamo
la
asistematicità di Diogene come una scelta deliberata di un modo
storiografico.
Anche se talvolta Diogene ha selezionato, in generale egli
ama
accumulare e non discernere, inglobare e non selezionare. Saremmo
tentati di
parlare della sua Synagoghe come dell’esito di una
conce-
zione enciclopedica del sapere filosofico. Il pensiero antico gli
doveva
apparire sul solido impianto della cronologia, delle scuole e delle
suc-
cessioni soprattutto un thesaurus e forse non erriamo se
diamo una
funzione a tale atteggiamento di ricerca e a tale attitudine di
inventa-
riare, una funzione paideutica e, in termini più semplici e più
ade-
renti, una funzione sociale di educazione o di volgarizzazione del
sapere,
del pensiero greco nelle sue manifestazioni teoretiche e pratiche.
Diogene non è un epicureo, ma ama nascondersi. Perché della
signora
amante di Platone dedicataria del βίος del filosofo non ci
dica il nome non
sappiamo: riteneva il nome della signora non una
curiosità erudita, ma un segreto
fatto privato? O era la donna dello
schermo per indicare un destinatario molto più
interessante, un pub-
blico al di là dell’élite che bon gré mal gré viene alluso dalla philoplaton.
Filostrato contemporaneo di Diogene si comportò diversamente.
Sul
limitare dell’opera sulle res gestae di Apollonio di Tiana (I 3)
egli
racconta che gli fu ordinata dall’imperatrice Giulia Domna, moglie
di
Settimio Severo, con cui taluno ha voluto identificare la nostra signora.
A
Giulia Domna erano state portate le tavolette delle memorie,
δέλτοι
τῶν ὑπομνημάτων, curate dal confidente di Apollonio, Damis. Giulia
Domna
era un’appassionata cultrice e ammiratrice di ogni forma di
retorica, possiamo forse
dire oggi, donna di vasti interessi letterari
καὶ γὰρ τοὺς ῥητορικοὺς πάντας λόγους ἐπῄνει καὶ ἠσπάζετο —
e Filostrato
faceva parte del suo circolo, del κύκλος περὶ τὴν βασιλίδα.
L’imperatrice ordina
a Filostrato di trascrivere tali saggi e di dar loro
— 23 —
un’accurata e adeguata forma letteraria — μεταγράψαi τε
προσέταξε
τὰς διατριβὰς ταύτας καὶ τάς ἀπαγγελίας αὐτῶν ἐπιμεληθῆναι —
perché
lo stile di Damis era chiaro, ma non elegante, σαφώς μέν, οὐ
μὴν δεξιῶς γε
ἀπηγγέλλετο. E Filostrato dà un ordine al materiale
sparso e gli conferisce un
timbro stilistico ξυνήγαγον ταῦτα διε-
σpασμένα, ἐπεμελήθην τοῦ ξυνεῖναι αὐτά,
vale a dire fa una
συναγωγή e le dà una σύνθεσις. E, quando le διατριβαί sono
dive-
nute un logos, Filostrato lo
intende un onore al suo eroe, ma anche
un’utilità per quelli che hanno voglia di
sapere, di apprendere quel
che non sanno ancora: ἐχέτω ὁ λόγος τῷ ἀνδρὶ, τιμὴν
τοῖς τε
φιλομαθεστέροις ὠφέλειαν.
Diogene faceva parte del κύκλος περὶ τὴν φιλοπλάτωνα e
dedicandole il
βίος del filosofo pensava non solo di onorare Platone,
ma anche di giovare a un
vasto ambito di lettori? L’ἀνήρ di Filo-
strato — il santone, esemplare di sapiente
esotico e anche mistico —
ha poco a che vedere con gli ἄνδρες di Diogene: ma è
chiaro che i
due scrittori agiscono nella stessa società esaurita e carente e
ripro-
pongono il primato della Grecia, per l’uno paradigma storico di
li-
bertà, come bene scrive il Del Corno
33, per l’altro paradigma
storico
di sapienza. Nell’uno e nell’altro rivive la tradizione offuscata
in
tanti secoli, nell’uno e nell’altro la Lust zu fabulieren
è adeguata alla
Lust des Lesens, nell’uno e nell’altro vi è
un’impronta divulgativa sì
che essi si rivolgono «a un ampio pubblico di lettori
medi, in pos-
sesso di una buona cultura», pur se profondamente diversi nella
scrit-
tura e nella caratura stilistica.
Se questo è verisimile, l’accumulo di dati biografici non è un
semplice
gioco d’incastro di notizie, ma un contributo paideutico, un
aiuto all’educazione,
un rimedio razionale all’ignoranza, un invito alla
cultura. E, comunque, Diogene
punta sulla ricchezza della sua colle-
zione di notizie e aneddoti, massime e
sentenze, più che sullo stile,
che rimane impigliato nella koine; il virtuosismo stilistico che Dio-
— 24 —
gene aveva esperito nella poesia, talvolta esperiva ancora
nella poesia
e nella prosa che è tuttavia σαφής, ma non δεξιά.
Diogene fu anche più pudico di Plinio il Naturalista, non meno
modesto.
La Naturalis Historia è un’opera nuova (i
1), ma (dice l’au-
tore) di scarso rilievo (i 12); egli la
dedica a Tito Vespasiano, ma,
poiché, quando si era accinto a scriverla,
l’imperatore non era nella lista
dei destinatari egli può pensare di averla scritta
«per gente umile, per
la massa dei contadini e degli artigiani e per chi studia solo
a tempo
perso» (i 6) e di anteporre «il merito di scrivere
un’opera utile al
vantaggio di piacere ai lettori». Plinio è anche consapevole che i
suoi
sono più magazzini, thesauri, che libri (i 17), che hanno dei limiti
di scienza, homines enim sumus (i 18), prepone i nomi delle fonti
e
confessa chi sono gli autori dai quali si è tratto profitto oltre che
il
contenuto dei singoli libri. Questa confessione esplicita non troviamo
in
Diogene che, tuttavia, non è il ladro fabbricato da Nietzsche, perché
in generale
Diogene cita le fonti sia pure non sempre scrupolosamente
e chiaramente, ma spesso
in modo approssimato e problematico. Ma
due aspetti dello scrittore Plinio mi piace
di indicare in Diogene.
Plinio paragona la sua opera alla pittura o alla scultura
firmata pen-
denti titulo, con una formula provvisoria, vale
a dire con il verbo al-
l’imperfetto, ut Apelles faciebat aut
Polyclitus (i 26 sg.) «come se la
loro arte fosse
qualcosa di perennemente iniziato e non finito, in
modo che, dinanzi alla disparità
dei giudizi, rimanesse all’autore la
possibilità di tornare indietro, e quasi di
farsi perdonare, correggendo
le imperfezioni dell’opera [...]». L’opera di Diogene è
di un’incompiu-
tezza perenne, anche se solo effettiva qua e là. Il secondo aspetto
è
la presenza dei rimandi interni comune in diversa misura alla Naturalis
Historia e alla Synagoghe. Il valore di
tali rinvii in Plinio è stato ben
colto da G. B. Conte. Egli scrive
34:
«Né può stupire che la Naturalis
Historia sia l’opera antica
in assoluto più ricca di rimandi interni: è
prevista una lettura a segmenti
specializzati, o a percorsi omogenei,
e anche una consultazione episodica e
puntuale. E l’autore ci guida
molto spesso a riconoscere le affinità e differenze
tra i vari settori
— 25 —
della sua dottrina — forse nel terrore che l’enorme costruzione
si
disgreghi improvvisamente tornando al magma primigenio delle schede
disperse
e irrelate». Ma i rimandi hanno un valore anche per Dio-
gene Laerzio.
Siamo nel secolo della crisi generale dell’impero e del
contrasto
ancora violento tra la vecchia e la nuova religione, tra il
permanere
stanco dell’antica cultura e l’insorgere di meno impegnative arti
nuove:
al tramonto, all’inarrestabile autunno dell’antica cultura greca. La
sete
del passato non è solo nostalgia, è anche un bisogno reale di supplire
al
quotidiano. La sapienza e la filosofia greca sono come racchiuse in un
archivio, nel
sonno d’un arsenale silenzioso o, semplicemente, in una
biblioteca pubblica o
privata.
Diogene entra e ricerca i grandi veri precettori di ogni epoca,
i maestri dell’universo: un tentativo di restaurazione, un
incentivo
umanistico, un ripristino del sapere filosofico, un ritorno alle
fonti
della sapienza, ma anche un moltiplicarsi di modelli contro il fana-
tismo
o il privilegio monopolistico delle verità — mi riferisco al du-
plice silenzio sul
neopitagorismo platonizzante e sul cristianesimo —,
un’immagine la più lata e
completa possibile dei tramiti percorsi
dall’antico pensiero che potessero
rifecondare la meditazione sul destino
dell’uomo e indirizzarlo alla salvezza di una
solida cultura liberamente
eletta e storicamente documentata, a superare la
divaricazione fra indi-
viduo e civiltà, fra empiria e cultura. È un’ambizione che
forse riesce
a cementare tante nozioni disperse e tante notizie frammentate,
a
unificare la varietà sterminata e incontrollata: è un polo unitario,
una forza
segreta che sottende discretamente una cultura ritrovata.
4. Filodemo e Diogene Laerzio.
Credo che possiamo conseguire un progresso nell’intendere il
modo di
lavorare di Diogene Laerzio. A mio parere, Diogene ci ha
lasciato un’opera
incompiuta e chiarisco il mio punto di vista. Ai βίοι
mancò il passaggio se non
totale almeno parziale da stesura provvi-
soria a stesura definitiva: tale passaggio
supposto verisimilmente per
il De Stoicis di Filodemo (dal
PHerc. 339 al PHerc. 155) è stato
ac-
— 26 —
certato per l’Academicorum Index, dal
PHerc. 1021 al PHerc. 164
(la
stesura provvisoria ci è giunta più estesa dell’edizione voluta dal-
l’autore).
Anche alcuni papiri della Retorica di Filodemo sono
abbozzi,
ipomnematici (PHerc. 1674 e 1506) che hanno le
corrispondenti edi-
zioni compiute e rivedute nei PHerc. 1672
e 1426
35.
Nella Raccolta delle Vite
laerziane io vedo — non per tutti i libri
o almeno per tutti i capitoli — più un hypomnematicon che un
hypomnema; una raccolta di
βίοι che non sempre è riuscita a divenire
syggramma. La
diversa estensione dei singoli libri — dal IV che è il
meno esteso al vii che, pur giuntoci decurtato, è il più esteso —
pone
problemi di esecuzione pratica: un solo rotolo non era sempre suffi-
ciente
per un intero libro né un solo scriba. Un’analogia anche qui
possiamo rinvenire nei
papiri ercolanesi: un libro della Retorica fu
diviso in due
tomi, cioè, scritto su due rotoli.
Al rapporto tra la Σύνταξις τῶν φιλοσόφων di Filodemo, che
Diogene cita
nel βίος di Epicuro, e la Συναγωγὴ τῶν βίων καὶ
δογμάτων di Diogene si cominciò ad
accennare già da parte dello
Spengel, editore dell’Academicorum
Index
36.
Il rapporto fu anche intraveduto e, in modo arbitrario e fanta-
stico,
stabilito dal fervido ingegno giovanile del Nietzsche. Al Wila-
mowitz
37 non sfuggì che
fonte comune per i βίοι degli Accademici, di
Diogene e di Filodemo è Antigono di
Caristo. Si può dire che Filodemo
mediava non solo Antigono, ma anche altri auctores come Ippoboto
alla sete inesauribile di Diogene. Il
rapporto non sfuggiva al Leo
38.
Lo Schwartz da qualche confronto deduceva la diversità
dell’atteggia-
mento excerptorio in Filodemo e Diogene
39. Il Mejer ha considerato
i due libri superstiti della Syntaxis — gli Stoici e
gli Accademici —
come specimina della storiografia
diadochista e ha indicato le fonti
comuni ai due autori
40.
— 27 —
Ma oggi possiamo dire di più. L’epicureo Filodemo costruì
la
sua Storia dei filosofi in modo più completo e organico:
questa prima
constatazione è suffragata dal fatto che la storia dell’Accademia
arri-
vava fino ai suoi giorni, a Antioco di Ascalona e Filone di
Larissa,
rappresentanti dell’Accademia del I secolo a.C. ben noti a Cicerone
e
portatori di una determinata concezione unitaria dello sviluppo della
filosofia dopo
Platone e Aristotele, mentre la storia dell’Accademia
in Diogene si ferma a
Clitomaco.
Il Nietzsche elucubrava sulla sacralità del numero dieci e finanche
di
cento — tanti sono i κεφάλαια di Diogene — per giustificare
la divisione
laerziana
41. Non vi è
dubbio per me che Filodemo forniva
non solo materiali, ma anche una misura, un
limite: dieci libri e
l’autore finale della storia, Epicuro: Epicuro e l’Epicureismo
sono
argomento comune al x libro della Syntaxis e al x della
Synagoghe.
Quel che è sopravvissuto della Syntaxis di Filodemo
è così sin-
tetizzato da G. Cavallo
42
:
« a) il brogliaccio ed una trascrizione tarda della Scuola
accademica
(rispettivamente PHerc. 1021 e PHerc. 164);
b) l’edizione ‘filodemea’ definitiva delle sezioni relative alla scuola
eleatica
e abderita (PHerc. 327), alla scuola pitagorica (PHerc.
1508), alla scuola epicurea (PHerc. 1780), e ad altre diadochai
di incerto
contenuto (PHerc. 495 e PHerc.
558);
c) una trascrizione tarda della parte concernente la scuola stoica
(PHerc. 1018) ».
L’Academicorum Index — da Platone a Antioco — e lo
Stoi-
corum Index sono fondati sui criteri storiografici
delle αἱρέσεις e delle
διαδοχαί. Alla fine degli Accademici compare il termine
diogeniano
συναγωγή: καί [τ]ῶν ἀ[πὸ Πλά]τ̣ων̣ος ... ἔτι [δ]ὲ τῶν
[τοὐντεῦθ]εν
[ἐπὶ] | γεγο̣[ν]υ̣ιῶν α[ἱρέ]σεῶ̣ν τ[ε] | κα[ὶ δια]δοχ[ῶ]ν
συ̣ν̣α[γω-
γὴ] | [τόνδ ᾿ ἐχέ]τ̣[ω μοι τὸν] ὅρ[ον].
— 28 —
Già secondo il Bücheler
43, Filodemo appare
qui «philologus po-
tius quam philosophus», più interessato alla vita e ai caratteri
di un
filosofo che alla dottrina.
Il Gomperz
44 indicò la materia del libro filodemeo sugli Acca-
demici non
solo nella caratterizzazione dei filosofi, ma anche nello svi-
luppo delle dottrine
filosofiche e scientifiche e segnalava le divergenze
fra Filodemo e Diogene nelle
versioni sulla morte di Eraclide Pontico
e forse nel racconto dell’ultimo incontro
di Platone con un caldeo.
Il Mekler, benemerito editore non ancora del tutto
sostituito
45, non
ostanti gli innegabili disordini
interni del papiro, individuava le rubri-
che applicate da Filodemo: stirpe,
giovinezza, educazione, carattere,
dottrina, discepoli, cronologia, e riconosceva il
valore storiografico del
libro nella varietà dei dati forniti e nella ricchezza
delle fonti.
Per quanto riguarda l’intenzione dell’autore, l’assenza di un pre-
ciso
colorito epicureo e di polemica antiplatonica, da una parte, con-
ferisce validità
di contenuti, dall’altra, non può lasciar dubitare che
Filodemo ne sia l’autore:
Filodemo voleva fornire non solo agli Epi-
curei di Roma, ma a un pubblico al di
fuori delle mura della scuola
un’opera di informazione storica e formazione
culturale. Il Gomperz
parlò di una farblose Objektivität der
Darstellung
46 e il Mekler
47
soggiunge: «Ci si potrebbe meravigliare che un seguace della scuola
epicurea
che di solito lotta con l’ardore di un pugile si sia imposto un
freno fino al punto
che (sono parole del Bücheler) pubblicò libri in
cui, tamquam in
annalibus, si narrano con curiosità le vite dei filosofi,
le vicende, le
età, i maestri, i discepoli, insomma gli eventi esteriori
e son quasi trascurate le
ragioni interne della filosofia». Un libro fuori
della tradizione antiplatonica di
Epicuro e dei suoi discepoli, che nel
— 29 —
centro del II secolo a.C. aveva avuto nel crateteo Erodico un
grande
rappresentante, interpretato dal Düring nel 1941
48, privo dei
veleni
antiaccademici di un Aristosseno o di Ieronimo di Rodi, che sul
fon-
damento apollodoreo della cronologia innestava principalmente
motivi
antigonei sulla vita spirituale degli Accademici, si pone come un
ante-
cedente — non solo cronologico — dei libri iii e iv di Diogene Laerzio,
anche se la storia accademica di Diogene
si ferma a Clitomaco — sco-
larca dal 128 al 100 — e può sembrare immune dal
pensiero di Antioco
e Filone. D’altra parte, la fine della storia con Clitomaco è
coerente
col sistema “eretico” e successorio esposto da Diogene nel i
libro,
secondo cui la filosofia ionica si ramifica in tre direzioni che
terminano
con Clitomaco, Crisippo e Teofrasto. Il termine di Clitomaco può
es-
sere considerato meno paradossale della visione neoplatonica di Por-
firio
che faceva terminare tutta la filosofia con Platone e la sua epoca.
Se male non interpretiamo l’inizio piuttosto lacunoso dell’Acade-
micorum Index, Filodemo era stato esortato ad
agganciare la storia
delle altre scuole filosofiche con un’esposizione della scuola
accademica.
Platone appare a Filodemo rinnovatore di tutta la filosofia,
introdut-
tore di un’euritmia che mancava, come colui che per primo portò
la
filosofia allo sviluppo e al suo compimento esortando i giovani a
penetrare i
misteri della filosofia. E prima di esporre le vicende bio-
grafiche di Platone,
Filodemo scriveva di volere fare un’epitome, un
sommario della tradizione su Platone
delineando tutto quel che è ri-
conosciuto valido
49: οὐ]κ ἀπει[κότως ἐπι]|τεμ̣[ὼν οἷ]ς ἄλλοι συν[-
ῆιδο]ν ἐ[πι] | τρέ[χω]
τὰ γεγρα[μ]μέν[α περ]ὶ Π̣[λά]|τωνος
[ἅ]π̣[α]νθ᾿ ὑπογρά[ψ]ας ἔχο̣ν[τ᾿ oὕτως. Questa
dichiarazione filo-
demea non può non richiamare l’inizio del iv libro di Diogene: τὰ
μὲν περὶ Πλάτωνος τοσαῦτα ἦν ἐς τὸ δυνατὸν ἡμῖν
συναγαγεῖν,
φιλοπόνως διειλήσασι τὰ λεγόμενα περὶ τἀνδρός: «tutto
questo
materiale ci fu possibile raccogliere intorno a Platone, dopo aver
ac-
curatamente scrutinato la tradizione relativa al filosofo».
Un discrimine fra le due Vite di Platone è da
vedere, a mio pa-
rere, nel silenzio diogeniano dell’ultima notte di Platone con
l’incontro
— 30 —
con un caldeo mentre una tracia eseguiva una musica la cui
aritmia
non sfuggì a Platone morente. È una pagina filodemea
meravigliosa
recentemente riproposta dal Gaiser
50 dopo che aveva incantato
forse
il Wilamowitz
51, certamente lo
Stenzel
52. Diogene, che pur
registra
un incontro di fonte aristotelica fra Socrate e un mago giunto
dalla
Siria, che, fra altri mali, gli avrebbe predetto una morte violenta
(II
45) — Aristosseno parlava di un incontro fra Socrate e un saggio
indiano — ignora
sia l’incontro di Platone col Caldeo — che in forma
aneddotica riproponeva la
tradizione del fondo orientale della filosofia
platonica o almeno il rapporto fra
Platone e l’astronomia caldea che
gli poteva essere stata mediata da Eudosso — sia
quello di Aristotele
con un giudeo trasmessoci da Clearco (fr. 6 W.). Mi pare che
questa
negligenza non sia casuale. Diogene nel Proemio della sua opera si
mostra
fuori della tradizione orientalizzante della filosofia greca cara
ai neoplatonici,
fuori di quell’ellenismo imbastardito di cui parla F.
Daumas
53 nella postfazione a un suggestivo libro del Godel,
non tocco
dall’aura e dagli aromi della saggezza orientale. Nella Vita Platonis
registra la notizia del platonico Ermodoro di Siracusa (iii 6) secondo
il quale Platone, dopo Cirene e l’Italia, visitò
l’Egitto e i profeti e
vi aggiunge la sciocchezza che «Euripide gli sarebbe stato
compagno»
(Euripide era morto nel 406 e il viaggio in Egitto non può
essere
collocato prima del 396).
Qualunque possa essere la storicità dei viaggi di Platone in Egitto
o,
in termini generali, il rapporto tra Platone e l’Oriente, un tema
molto caro alla
storiografia francese
54, a me pare di poter affermare
— 31 —
che Diogene Laerzio fu meno sensibile di Filodemo alla
tradizione
orientalizzante coerentemente alla sua posizione non porfiriana, se
non
antiporfiriana: a Filodemo non è estranea una visione di Platone
pita-
gorico, cultore della scienza dei numeri, studioso eminente di
mate-
matica.
Recentemente il Dorandi
55 ha cercato di delineare la
fisionomia
della filodemea Syntaxis, basandosi soprattutto
sui due Indices, che
devono essere collocati nella tradizione
diadochista, iniziata da Sozione
(i due Indices ne hanno
tutti gli elementi: discepoli, scolarchi, omoni-
mi), e nella tradizione
pinacografica; ha confermato col Mekler che
«gli interessi di tipo dossografico»
sono «alquanto riduttivi» e riba-
dito con me l’adeguamento di Filodemo alle
esigenze della società
romana, ma vedrei nella Syntaxis
un’opera più essoterica che esoterica,
che raggiunse nel III secolo anche Diogene
Laerzio a cui è legato da
un’affinità elettiva di “raccoglitore”. Su questo aspetto
unificante cre-
diamo di aver conseguito un progresso.
Gli interessi dossografici, o almeno la preoccupazione dossogra-
fica
di Diogene è senza dubbio maggiore. E infatti di interesse rilevante
è
l’osservazione del paleografo: i papiri che ci conservano parti della
Syntaxis mostrano scritture analoghe, «segno che tali rotoli
potevano
essere libri diversi concepiti e trascritti come momenti di
un’unica
impresa editoriale della Rassegna dei filosofi della
quale ad Ercolano
non poteva mancare un’edizione definitiva e completa,
tecnicamente
programmata come tale»
56
Ma le deduzioni più interessanti il Cavallo ha potuto or ora
trarre
dall’acquisizione fondamentale della natura dei due papiri
“accademici”
di Filodemo. Il Cavallo scrive
57:
« Nell’elaborazione dei testi dello stesso Filodemo i rotoli
erco-
lanesi sembrano documentare tre fasi:
a) un primo stadio di vero e proprio brogliaccio;
— 32 —
b) un secondo di stesura non definitiva, ma per così dire, semi-
pubblica;
c) un terzo di prodotto finito ».
Giustamente però il Cavallo fa un’ammissione per me molto valida:
che
«non è da escludere [...] che talora vi siano state solo due fasi».
Inoltre il brogliaccio fìlodemeo dell’Academicorum
Index è carat-
terizzato «da tecniche librarie irregolari, scrittura
disordinata, aggiunte,
correzioni, espunzioni, segni di trasposizione e rimandi
fatti ora dalla
medesima mano che ha vergato il testo, ora da altra mano» e
anche
da incoerenze logiche la cui responsabilità può risalire al copista che
ha
confuso, a monte, le schede, cioè le tavolette talora riunite in
polittici
(cfr. Diog. Laert. iii 37). Dunque, l’Academicorum Index è una rac-
colta di materiali ancora
provvisoria, disorganica, su cui l’autore si pro-
poneva di tornare: mostrano lo
stato provvisorio i segni sulla traslo-
cazione di parti del testo, sulla espunzione
di passi ripetuti, su aggiunte
e correzioni volute dallo stesso Filodemo. La
strutturazione organica
degli excerpta sarebbe venuta dopo:
si sarebbe districata la giustap-
posizione delle fonti — della morte di Filone sono
date due o più
redazioni con date diverse, nella Vita di
Platone si susseguono excerpta
di Apollodoro e di un autore
che il Gaiser
58 individua in Dicearco e
Lasserre in
Ermodoro, ecc.
59 —.
Credo che il meccanismo di produzione testuale e libraria indivi-
duato
dal Cavallo per l’opera storiografica di Filodemo nota a Diogene
Laerzio possa
essere presupposto generalmente per Diogene Laerzio e
tenuto presente per capire le
difficoltà della tecnica excerptoria illu-
strate dal Mejer.
Anche la Raccolta diogeniana ci può apparire
talvolta «una
scrittura suscettibile di immediata, continua e
desultoria elaborazione».
La collocazione degli epigrammi sarebbe rimasta così com’è
nelle Vite
di Solone e di Biante? Sarebbero rimaste alla fine
d’un βίος alcune
— 33 —
evidenti aggiunte frutto di una successiva ricerca come nella
Vita di
Senofonte? I riferimenti contraddittori nel II
libro al III — una volta
da scrivere, un’altra già scritti (ii
58 e 65) — certamente non sareb-
bero rimasti.
Ma dall’analisi interna a me pare che possa risultare che:
(1) il iii libro, la Vita Platonis, come
è attestato da un rinvio
interno del II libro (II 65) che finora è stato
giudicato « stoltissimo »
60
o inspiegabile
61 o
un’aggiunta a opera completa finita (Mejer!)
62 o
comunque sbagliato, e dalla dedica alla dama filoplatonica
(un’altra
dedica non fu mai composta), fu scritto prima del ii, anzi è il primo
libro scritto da Diogene Laerzio. Al iii seguì la stesura del iv e del v;
(2) il libro x fu effettivamente scritto per ultimo: ci è
giunto
in forma definitiva, sapientemente arricchita e costruita abilmente,
e
seguiva alla stesura dei libri viii-ix.
Tra i due blocchi — il blocco dei libri iii-iv-v
imperniato su
Platone e i postplatonici dell’Accademia e del Peripato e il
blocco
viii-ix-x con la trattazione della filosofia
italica, con qualche divergenza
rispetto al Proemio e con qualche propria nuance linguistica nei rac-
cordi — vengono a situarsi il i, il ii sicuramente non rivisto, il vi
e il vii forse non riveduto.
A me pare di poter dire a conclusione del raffronto con Filodemo
che la
Synagoghe diogeniana non è un’opera compiuta, bensì
incom-
piuta nel senso nuovo, che alcuni libri dell’opera sono rimasti
non
rifiniti, non rivisti, non hanno ricevuto la diorthosis
di Diogene.
Almeno due luoghi delle Vite possono suggerire che
Diogene co-
nosceva il problema della revisione anche attraverso i suoi auctores.
Nella Vita di Eraclito
leggiamo (ix 6): « Teofrasto attribuisce alla sua
melancolia
l’incompiutezza e le contraddizioni che mostrano alcune
parti della sua opera (τὰ
μὲν ἡμιτελῆ, τὰ δ᾿ ἄλλοτε ἄλλως ἔχοντα
— 34 —
γράψαι)». Nella Vita di Epicuro leggiamo
(X 26): «Crisippo tentò di
emulare Epicuro nello scrivere
molti libri e Carneade lo chiama parassita
dei libri di Epicuro: Crisippo tenta di
emulare Epicuro (scriveva Car-
neade) affiancando a ogni opera scritta da lui su un
determinato argo-
mento un’altra opera della medesima lunghezza. E per questa
ragione
incorre in frequenti ripetizioni e scrive tutto ciò che gli capita
in
mente e per la fretta nulla sottopone a revisione, e le citazioni sono
tante
che da sole riempiono i libri: e questo invero è possibile ri-
scontrare anche in
Zenone e in Aristotele ([...] καὶ πολλάκις ταὐτὰ
γέγραφε καὶ τὸ ἐπελθόν, καὶ
ἀδιόρθωτα εἴακε τῷ ἐπείγεσθαι: καὶ
τὰ μαρτύρια τοσαῦτά ἐστιν ὡς ἐκείνων μόνων γέμειν
τὰ βιβλία,
καθάπερ καὶ παρὰ Ζήνωνι ἔστιν εὑρεῖν καὶ παρὰ Ἀριστοτέλει)».
5. Gli ‘Epigrammi’ quale contributo biodossografico.
Preliminare all’interpretazione dei βίοι laerziani è il problema
de-
gli Epigrammi, che lentamente si sono sottratti
all’incomprensione e
alla condanna pregiudizievole dei critici. Presuppongo in
questa trat-
tazione i risultati favorevoli conseguiti dal Kolàr in un articolo
del
1955
63, ma a me preme soprattutto il
problema del rapporto tra
Epigrammi e Vite, quale è stato posto specialmente dal Nietzsche al
Mejer, il quale da
ultimo ha riconosciuto l’abilità della scelta e della
composizione polimetrica, ma
in verità non riesce a portare un con-
tributo analitico importante per la
determinazione del valore poetico
degli Epigrammi.
Dal modo come lo stesso Diogene cita la sua raccolta poetica a
me pare
che si debba inferire che il titolo Πάμμετρος è stato dato
successivamente e
preferito all’altro più comune, ma unilaterale, di
Ἐπιγράμματα; che esso designa,
non come fu creduto dal Nietzsche
seguito dal Mejer
64, il primo libro, ma la raccolta che
comprendeva
almeno due libri (in I 39 Παμμέτρῳ è lezione errata per Παμμέτρου).
— 35 —
Da I 63 risulta che Diogene concepì la sua Πάμμετρος βίβλος
(ο
συναγωγή?) non solo di epigrammi — che risultano in numero di 31,
tutti di
una coppia di distici elegiaci — ma anche di canti (μέλη) di
metro e ritmo diverso.
Nelle Vite Diogene rimanda ai suoi componi-
menti con
διείλεγμαι, εἴπομεν, φαμέν — termini che usa corrente-
mente per la prosa — ma anche
con ἐπαίξαμεν, προσεπαίξαμεν —
cfr. παίγνια, πεπαιγμένα —, ἐπεγράψαμεν — riferito a
un μέλος,
così come παίζειν viene riferito sia a μέλος sia a ἐπιγράμματα.
Rara-
mente, ma non senza ragione, Diogene introduce un suo carme con
altri
verbi esprimenti critica (ᾐτιασάμεθα) o motteggio (σκωπτικόν).
È stato posto il problema se Diogene abbia immesso nella sua
Raccolta epigrammi di altri poeti
65, ma la Πάμμετρος è diversa dalle
altre
Antologie — Stratone, Rufino, Diogeniano — e specialmente
dallo Stephanos di Meleagro e di Filippo.
Per definirne la struttura parto da un dato di fatto: agli
ἄνδρες
ritenuti degni di canti normalmente Diogene dedica un solo
epigramma
sull’ultimo giorno della loro vita, ma a Senofonte, Platone e
Empe-
docle ne dedica due, a Pitagora quattro. Questi quattro casi sono degni
di
attenzione perché tre volte al motivo della morte si unisce quello
della dottrina o
del carattere e una volta, nel caso di Empedocle, il
motivo della morte è cantato
eccezionalmente in maniera duplice. Nella
Vita di Senofonte —
una delle meglio riuscite, delle più vivaci e più
tumultuarie — leggiamo un primo
epigramma (II 58) del seguente
tenore (ἔστι δὲ καὶ εἰς τοῦτον ἡμῶν ἐπιγράμματα
τοῦτον ἔχοντα
τὸν τρόπον), Anth. Pal. VII 97:
«Senofonte s’inoltrò fra i Persiani, non solo perché chiamato da
Ciro,
ma anche perché cercava di salire per la via che conduce a Zeus.
Poiché mostrò che
le imprese dei Greci erano il risultato della sua
educazione, egli rese omaggio alla
bellezza della sapienza di Socrate».
La mia interpretazione, che diverge sia dagli interpreti laerziani
sia
dagli esegeti senofontei come il Masqueray
66, ribadisce il punto
di
— 36 —
vista laerziano che Senofonte fu un socratico fedele, un
perfetto emulo
di Socrate. Anche nella spedizione in Persia e quindi nell’Anabasi
Senofonte non venne meno a tale fedeltà: aderì
all’invito di Ciro solo
dopo essersi consultato con Socrate e con l’oracolo di
Delfi, perciò
salì non solo in Persia, ma anche nella via che conduce a Zeus,
nella
via della pietà; Senofonte mostrando che i fatti dei Greci, vale a
dire
dei Diecimila, erano dovuti alla sua educazione socratica volle ricor-
dare
quanto bella cosa fosse la σοφίη di Socrate.
Il secondo epigramma è sulla morte, ὡς ἐτελεύτα (Anth. Pal.
VII 98) ed è un tributo alla serenità quasi gioiosa del trapasso:
«Se, o Senofonte, i cittadini di Cranao e di Cecrope ti condan-
narono
all’esilio per la tua amicizia con Ciro, Corinto ospitale t’accolse,
delle cui
delizie tu godesti contento; là tu avevi deciso di riposare per
sempre».
I due epigrammi per Platone pur legati fra loro da Asclepio sono
ben
distinti. Il primo (Anth. Pal. VII 108) introdotto da ἔστi
καὶ
ἡμέτερον οὕτως ἔχον è la lode di Platone medico dell’anima:
«Se Febo non avesse dato la vita a Platone nell’Ellade, come
avrebbe
potuto curare con le lettere le anime degli uomini? Suo figlio
Asclepio è il medico
del corpo: dell’anima immortale è Platone».
Il secondo, ὡς ἐτελεύτα (Anth. Pal. VII 109), non è
solo la con-
sueta variazione in versi della prosaica narrazione di Ermippo (III
2),
ma il canto dell’ascesa di Platone alla città celeste, quasi un’apoteosi:
«Febo generò agli umani Asclepio e Platone: l’uno per la cura
del
corpo, l’altro dell’anima. Da un banchetto nuziale venne alla città, che
un
giorno per sé fondò e costruì sul suolo di Zeus».
Dal modo in cui canta la controversa morte di Empedocle è
espres-
samente dichiarato lo scherno di Diogene. Nel primo epigramma (VIII
74
φέρεται δὲ καὶ ἡμῶν εἰς αὐτὸν ἐν τῇ Παμμέτρῳ σκωπτικὸν μέν,
τοῦτον δ’ ἔχον τὸν
τρόπον, Anth. Pal. VII 123) Diogene contraddice
alla versione
d’Ippoboto, recisamente, οὐκ ἐρέω:
— 37 —
«Anche tu un giorno, Empedocle, purificando il corpo nella
vi-
vida fiamma, fuoco bevesti dai crateri immortali; non dirò che di
tua
volontà ti lanciasti nella corrente dell’Etna, ma, volendo rimanere
na-
scosto, vi precipitasti non volendo».
Nel secondo, καὶ ἄλλο (Anth. Pal. VII 124), riprende
il λόγος
(VIII 73) sulla caduta di Empedocle da un carro, ma si chiede se poi
la
caduta nell’Etna non sia contraddetta dalla tomba in Megara:
«Sì, si tramanda che Empedocle sia morto caduto da un cocchio
per
frattura della coscia destra; ma se si lanciò nei crateri di fuoco
e bevve la vita,
come mai ancora a Megara si mostrava il suo sepolcro?».
La novità assoluta è nella Vita di Pitagora (VIII
44-45): i primi
tre epigrammi riguardano la dottrina di Pitagora, solo il quarto,
ὡς
ἐτελεύτα. Il primo (Anth. Pal. VII 121) irride il
precetto pitagorico
(VIII 13) di non mangiare gli animali che hanno in comune con
noi il
privilegio dell’anima, in quanto insinua Diogene che non occorre
essere
pitagorici per mangiare animali dopo che sono stati allessati, arrostiti
o salati, vale a dire privati dell’anima:
«Non tu solo tenesti le mani lontane dagli esseri animati, ma
anche
noi: chi saggiò mai esseri animati, o Pitagora? Ma quando essi
siano allessati, o
arrostiti o salati, allora non hanno più anima e li
mangiamo».
L’ironia nel secondo esplode più manifestamente (Anth.
Pal. V 34),
il tono è ancora più personale. Riferendosi ad Aristosseno (VIII
20)
che attesterebbe che Pitagora consentiva di cibarsi di tanti animali
senza
mangiarne egli stesso, Diogene domanda in che cosa consista
la decantata sapienza di
Pitagora che si guarda dal commettere un’ ἀδι-
κία, ma permette che gli altri la
compiano. Questo sapiente col suo
detto (αὐτὸς ἔφα, cfr. VIII 46) è proprio degno di
ammirazione, ἄγα-
μαι σοφόν:
«Era Pitagora un saggio tale che egli le carni non toccava, di-
cendo
che era cosa empia, ma agli altri consentiva di cibarsene. Am-
— 38 —
miro il saggio: egli diceva di non voler essere empio, ma
ammetteva
che gli altri fossero empi».
Il terzo (Anth. Pal. V 35) irride con una
squisitezza dialettica
alla teoria della metempsicosi simboleggiata da Euforbo di
cui aveva
esposto le vicende all’inizio del libro VIII. Ma Diogene è ancora
più
perfido perché chiama la mente di Pitagora φρένες, che nella
divisione
pitagorica della ψυχή occupano il posto centrale tra νοῦς e θυμός
e
pertengono, a differenza delle altre due parti, esclusivamente all’uomo
(VIII
30):
«Se tu vuoi intendere la mente di Pitagora, guarda all’umbone
dello
scudo di Euforbo. Egli dice: “Io prima vissi” (ἐγὼν ἦν πρόβροτος)
[hapax!]. Ma se dice che era quando non era, nessuno egli era quando
era!
».
Il quarto è sulla morte (Anth. Pal. VII 122) com’era
narrata da
Ermippo, in un trivio forse come Laio, ma coinvolge la
venerazione
pitagorica delle fave. Diogene che pure ha esposto la dottrina
aristo-
telica sull’astensione dalle fave (VIII 34 dopo 24) commisera
Pitagora,
veneratore credulone delle fave:
«Ahi, ahi! Perché tanto Pitagora venerò (ἐσεβάσθη) le fave?
E morì
insieme con i suoi discepoli. V’era un campo di fave: per non
calpestarle morì a
causa degli Agrigentini, in un trivio».
Secondo me, possiamo con sicurezza trarre due deduzioni: 1) il
primo
libro della Pammetros comprendeva solo epigrammi epitimbi,
un
requiem per i filosofi antichi. Gli altri come il primo per
Senofonte,
il primo per Platone, i primi tre per Pitagora erano compresi nel
se-
condo libro che probabilmente componeva contemporaneamente ai βίοι.
Quando
aveva già impostato l’opera maggiore su βίος e δόξα, Diogene
concepì un secondo
libro di epigrammi sulla dottrina dei filosofi. 2) Gli
epigrammi su Pitagora e
Empedocle ci mostrano un Diogene settario;
non nel senso che ebbe una setta, ma che
almeno aveva dei convinci-
menti, degli atteggiamenti concettuali e morali che
potevano meno im-
— 39 —
pertinentemente, a suo parere, trovar posto nella poesia.
L’ironia su
alcune credenze del sistema pitagorico o su alcuni atteggiamenti
che
mostrano l’incoerenza e arroganza del presunto σοφός Pitagora mi
pare
indizio sicuro di una posizione, non dirò di ostilità, ma di
distanza.
Diogene è immune dal fanatismo neopitagorico della sua epoca,
dall’ido-
leggiamento porfiriano, dall’ondata orientaleggiante del III secolo;
co-
me vedremo, non rimane isolata questa testimonianza. Ἄγαμαι σοφόν
è una
battuta saporosa se pensiamo alla σεμνοπρέπεια di Pitagora, alla
sua σεμνότης.
Queste due deduzioni a me paiono importanti; vediamo, credo,
con
sufficiente sicurezza, da un lato la struttura libraria della Pammetros
e la divaricazione biodossografica, dall’altro il loro autore
che, a parte
la valutazione estetica, manifesta punti di vista che possono
trovare
conferma nell’opera maggiore.
Ma la Raccolta dei carmi non esaurisce qui la sua
portata chiari-
ficatrice. Un’acquisizione rilevante è che Diogene già col i libro
della
Pammetros aveva canonizzato il concetto di
ἐλλόγιμοι, potremmo dire,
dei pensatori classici, degli ἐλλόγιμοι ἐπὶ σοφία: (Plat. conv. 197,
Prot. 327): di costoro egli canta la morte. ’Ελλόγιμοι ha un valore
tecnico
come ἐγκριθέντες, classici: ἐν [...] Παμμέτρῳ, ἔνθα καὶ περὶ
πάντων τῶν
τελευτησάντων ἐλλογίμων διείλεγμαι (I 63). È possi-
bile che sia di derivazione
sozionea (IX 109: Sozione cataloga come
ἐλλόγιμος il figlio di Timone Santo,
διάδοχος τοῦ βίου); nelle Vite
ricorre insieme con
ἐλλογιμώτατοι (IV 58, 66; VI 85 ἐλλόγιμοι) ed
è più frequente di διαφέροντες (IV 36)
ο ἀξιόλογοι (V 83) ο ἔνδοξοι.
Il termine ἐλλόγιμος indica una selezione. Degli eroi
delle Vite non
pone in versi la morte di Pittaco, Cleobulo,
Misone, Epimenide (I);
Anassimandro, Anassimene, Archelao, Eschine, Aristippo,
Fedone, Eu-
clide (né Eubulide, né Eufanto, ma Alessino e Diodoro Crono),
Cri-
tone, Simone, Glaucone, Simmia, Cebete (II); Cratete, Clitomaco
(IV);
Monimo, Onesicrate, Cratete, Metrocle, Ipparchia, Menedemo (VI);
Erillo,
Dionisio l’Apostata, Sfero (VII); Epicarmo, Archita, Alcmeone,
Ippaso (VIII);
Senofane, Parmenide, Melisso, Leucippo, Diogene di
Apollonia, Pirrone, Timone
(IX).
Si è ripetuto che Diogene negli epigrammi in mortem
altro non
fa che porre in versi una tradizione sulla morte, ma si è trascurato
di
— 40 —
osservare che Diogene fra le possibili vicende della vita di un
filosofo
scelse il compimento supremo di tutti gli eventi interiori, il
supera-
mento, la fine: questo assicura a Diogene un posto nella
letteratura
antica περὶ θανάτου. Dalla τελευτή ο καταστροφή Diogene passò
al
βίος e ai δόγματα e trattò la vita anche di non ἐλλόγιμοι,
allargò
l’orizzonte poetico alla storia completando la trattazione. Questo
pas-
saggio dalla Musa della morte alla prosa, che si traduce nella
fusione
della Pammetros nei βίοι, è certamente originale.
Alla varietà metrica
— Diogene, come osservò il Kolàr, adoperò i metri che Orazio usò
negli Epodi eccetto il XIII — fa corrispondere una varietà di
formule
introduttive: εἰς αὐτόν, πρὸς αὐτόν, αὐτῷ, αὐτόν, εἰς τοῦτον
(tal-
volta non è menzionato il destinatario). Tale polyeideia, tale tecnica
variazionistica non è senza conseguenza per il
prosatore, che, se non
della disciplina, cui pure il dominio delle forme metriche
avrebbe do-
vuto educarlo, poteva giovarsi di una conseguita duttilità stilistica
(ὥς
φησιν, φησίν, καθά φησι, καθάπερ ..., ὡς ἱστορεί, καθὸ καὶ παρα-
τίθεται
ecc.). E la stessa varietà delle tradizioni sulla morte dei filosofi
lo educava allo scandaglio del βίος e della dottrina. L’aver saputo
impo-
stare in versi un logos sulla morte — la punta c’è,
anche se non sempre
felice ed egli l’ha cercata secondo la legge del genere
letterario — costituì
per il prosatore un’esperienza notevole. Possiamo perciò
considerare
la Pammetros una Vorstufe
dei βίοι e credo che Diogene si sia rico-
nosciuto in un’affermazione di uno dei
suoi auctores più cari, Demetrio
di Magnesia —
un’affermazione a torto tolta dal Mejer nella sua edi-
zione dei frammenti — secondo
il quale (IV 15) : «È caratteristico che
i poeti se scrivono in prosa hanno successo, i prosatori invece
che
tentano la poesia fanno fiasco. È dunque chiaro che la poesia è
opera
dell’ingegno naturale, la prosa è opera dell’arte». Non mi pare di
es-
sere eccessivamente audace se suppongo che Diogene nel giudizio di
Demetrio
poteva trovare, a differenza di Cicerone, una certa misura
di consenso alla sua
evoluzione da poeta a prosatore
67.
— 41 —
Non ostante la condanna, gli Epigrammi
hanno fornito ai critici
qualche tratto della personalità etica dell’autore —
condanna del sui-
cidio, sentimenti di pietas — ma non
materia di riflessione su ciò che
dello stile poetico sia rimasto nel suo stile di
prosatore — intendo
stilemi, modismi, giuoco delle particelle e altri sistemi
formali, a parte
termini rari o isolati — e sulla connessione che talvolta possiamo
sta-
bilire tra i giudizi espressi in poesia e il profilo biodossografico
scritto
dopo.
Il Mejer ha voluto analizzare il lungo epigramma in tetrametri
giambici
catalettici sulla conversione di Bione quale esempio « piuttosto
prosaico » di
scarsa creatività poetica, con una punta « non molto pro-
fonda », anche se la linea
del pensiero e la struttura del carme siano
chiari e dimostrino i sentimenti
religiosi di Diogene
68. Mi limito
ad
osservare che al Mejer è sfuggita la felicità del gioco diogeniano sul
dogma di Bione nei versi 3-4 — « credeva che gli dèi non
esistono,
poteva credere come gli pareva, ma ebbe torto a non credere
costan-
temente nella sua credenza » —, ma soprattutto la punta nascosta
nella
formula introduttiva: καὶ ἡμεῖς αὐτὸν οὕτως ᾐτιασάμεθα, «anche
noi
l’abbiamo così incolpato, criticato»: il verbo αἰτιᾶσθαι qui ha un
valore evocativo
specifico. Diogene accusava Bione di essersi conver-
tito all’ultimo istante
rinnegando se stesso e rifugiandosi fra gli amu-
leti come un povero superstizioso
mortale, così come i suoi avversari
l’avevano incolpato di essere di bassa origine o
di insegnare filosofia
anzi che retorica a Rodi.
Insomma, non è lo sciocco poetastro di cui ancora si favoleggia.
Non
trovo di cattivo gusto la lode a Zeus che ha avvicinato agli astri
il σοφὸς ἀνήρ,
Talete (I 39: «Il sapiente Talete rapisti dallo stadio,
o Elio Zeus, mentre ad un
ginnico agone assisteva. Ti lodo per averlo
condotto vicino; che il vecchio ormai
più non poteva vedere dalla
terra gli astri»); il gioco su ἄξονες, gli assi della
ruota del carro che
portano rapidi al cielo l’anima di Solone e gli assi delle
tavole giranti
su cui aveva posto le leggi (I 63: « In terra straniera il fuoco di
Cipro
tolse il corpo di Solone: Salamina ha le ossa, la cui polvere sono spighe.
— 42 —
Gli assi su cui bene aveva posto le leggi lievissimo peso
condussero
diritto l’anima al cielo »). Nell’epitafio per Chilone si augura di
morire
come il sapiente di Sparta per un eccesso di gioia dopo lunghi anni
di
vita (I 73: «A te, Polluce lucifero, rendo grazie che il figlio di
Chilone nel
pugilato il verde oleastro conquise. Se il padre vide il
figlio incoronato e per la
gioia piegò la testa, non è cosa riprovevole:
venga a me una tale morte!»).
L’epigramma per la morte dello Scita
Anacarsi — la ricostruzione della leggenda e
un’ordinata valutazione
della sua figura dobbiamo al Kindstrand (1981) — ha nel βίος
una
posizione inconsuetamente centrale e vi traspare la simpatia verso
il
barbaro che aveva introdotto nelle patrie istituzioni l’indirizzo
ellenico.
Non possiamo non vedere nei versi per Anacarsi un’espressione
del
nostalgico desiderio di Diogene della tramontata grecità che sorpren-
diamo
nel Proemio (I 103: «Anacarsi alla Scizia tornato, dopo molto er-
rare, induceva
tutti a vivere secondo i costumi della Grecia (ἤθεσιν
Ἐλλαδικοῖς). Ancora incompiuta
aveva la parola sulla bocca che un’
alata saetta, veloce, lo rapì tra gli
immortali»). La morte di Arcesilao
è interpretata finemente come una violenza alle
Muse (IV 45: «O Ar-
cesilao perché mai, perché mi tracannasti senza risparmio vino
puro
da scivolare cadendo, con la mente stravolta? Non tanto per la tua
morte ti
compiango, quanto perché, alzando la coppa senza misura,
facesti violenza alle
Muse»)
69.
Nell’epigramma per l’ammirato Aristo-
tele inserito nel pienissimo ritmo narrativo
del βίος c’è una tensione
graziosa fra la difesa del filosofo dall’accusa di empietà
e il lusus
verbale di ἀκόνιτον/ἀκονιτί (V 8: «Eurimedonte
sacerdote di De-
metra mistica dea era sul punto di accusare Aristotele di
empietà.
Ma egli bevve l’aconito e sfuggì all’accusa. Così senza lotta vinse
le
ingiuste denunce»). Nell’epitafio per Teofrasto ἀνὴρ συνετώτατος
καὶ
φιλοπονώτατος (V 36) Diogene, che ha particolare propensione
e ammirazione per la
φιλοπονία come fu rilevato dal Janáĉek
70, gioca
sulla virtù
fondamentale dell’eroe fondatore della dossografia filoso-
fica quale disciplina
storiografica e inventa un aggettivo πηρομελής
— 43 —
“rilasciato nelle membra” per stabilire un’antitesi con ἄπηρος,
corpo
qualificato “intatto” finché durò la fatica (V 40: «Non vano fu dunque
il
detto che fluì dalla bocca di un mortale: “l’arco della sapienza ral-
lentato si
spezza”. Ché Teofrasto, fino a quando fu dedito alla fatica,
conservò intatto il
corpo, ma appena si rilasciò, le sue membra ven-
nero meno e morì»). L’epigramma per
il cinico Diogene è secco, ra-
pido, dialogato in metro proceleusmatico e aderisce
con estrema tra-
sparenza alla natura dell’originale filosofo (VI 79: «“O Diogene,
dimmi
quale destino ti portò all’Ade?”. “Il dente rabbioso d’un cane”»).
Il paignion per lo stoico Aristone introduce un
elemento di celia
graziosa che disperde l’orrore della morte (VII 164: «Perché,
vecchio
e calvo, o Aristone, ti lasciasti arrostire il corpo dal sole?
Cercando
il caldo più del necessario, contro la tua volontà rinvenisti l’Ade,
real-
mente freddo»). L’abbandono della vita nell’epigramma per Crisippo
è,
soprattutto, l’abbandono della Stoà (VII 184: «Crisippo bevve d’un
sol fiato vino
puro e fu preso da vertigine. Né si ebbe cura del Portico
né della patria né della
vita, ma se ne andò nel regno dell’Ade»). Fine
e sereno è l’epigramma per Eudosso.
Il bue Api non può parlare, ma
lambendo la sua veste l’ammonisce sulla morte
imminente: la bale-
nante menzione delle Pleiadi è l’omaggio all’astronomo (VIII 91:
« In
Menfi è fama che un giorno abbia appreso il proprio destino Eudosso
da un
bue dalle belle corna. Nulla disse: come, infatti, un bue potrebbe
parlare? Al bue
Api natura non concesse bocca loquace. Ma standogli
a fianco gli lambì la veste col
monito evidente: “Tra poco finirai la
vita”. Perciò a lui venne fato di morte:
cinquantatré anni aveva
contemplato le Pleiadi»). Una simpatia sottile percorre
l’epigramma
grazioso per il grande Democrito (IX 43: «E chi fu mai così
sapiente?
Chi portò a compimento un’opera così grande, come quella che
compì
Democrito onnisciente? La Morte per tre giorni fu presente a casa sua
ed
egli la trattò ospite amica col caldo odore di pani fumanti»).
L’epigramma per
Anassarco è originale perché non è apostrofato il
filosofo, ma il tiranno — e vai la
pena di ricordare che il βίος è
imperniato sul rapporto del filosofo col re
Alessandro e col tiranno
Nicocreonte — e consiste in una riuscita variazione della
celebre battuta
sul sacco di Anassarco (IX 59: «Pesta, Nicocreonte, e sempre
ancora
di più, ma è un sacco. Pesta: Anassarco già da tempo è presso Zeus.
— 44 —
E Persefone dopo averti lacerato e scardassato fra poco ti dirà
le
parole: “Va’ alla malora, canaglia d’un mugnaio”»). L’estremo mes-
saggio di
Epicuro è una fulminea evocazione della amicizia epicurea
che dura oltre la morte (X
16: « “Addio, e siate memori della mia
dottrina”. Queste furono le ultime parole di
Epicuro morente agli
amici. Ché entrato nella calda tinozza bevve, in un sorso, vino
puris-
simo e il freddo Ade»).
— 45 —
PARTE SECONDA
Strutture portanti dei ΒΙΟΙ ΚΑΙ ΔΟΓΜΑΤΑ
6. Il Proemio. Dove operò Diogene Laerzio? Qualche ipotesi.
Αἵρεσις
e δόγματα. Il libro della sapienza.
Ed ora dalla poesia alla storia, dagli Epigrammi ai
βίοι. All’opera
in prosa Diogene è pervenuto dopo aver individuato i classici del
pen-
siero, gli ἄνδρες ἐλλόγιμοι, ed aver valutato la morte di un filosofo
quale
momento fondamentale del βίος. Percorreremo le strutture por-
tanti dell’opera di
Diogene col duplice intento di rintracciarne la per-
sonalità e di mostrare
attraverso i raccordi fra le parti dell’opera come
si sviluppi il nesso βίος~δόξα nella trattazione storico-erudita del
pensiero antico,
imperniata fondamentalmente sulle diadochai e sulle
aireseis.
Nel Proemio Diogene pone i fondamenti del suo discorso storio-
grafico.
Già nella trattazione della questione della εὕρεσις della filosofia
possiamo
rintracciare una coscienza storica fondamentalmente aristo-
telica nel divario fra
Grecia e barbari e un atteggiamento storiografico
che pertiene alla Scuola di
Aristotele. I barbari continuano ad essere
un’ossessione da esorcizzare; i Magi, i
Profeti, i Caldei e gli Egizi, le
cui dottrine il Peripato aveva indagate, non
possono costituire un mo-
dello di vita e di pensiero e tuttavia non possono essere
emarginati
dalla storia. La filosofia è creazione dei Greci, il nome stesso nulla
ha
di barbarico. Nel respingere il ruolo attribuito al tracio Orfeo, Diogene
ci
si rivela come un uomo pio (Ι 5): «Io, se bisogna chiamare filosofo
chi si espresse
in modo così sacrilego intorno agli dèi, non so chi si
debba designare con tal nome:
quelli infatti chiamano filosofo un uomo
— 46 —
che non ebbe remore ad attribuire agli dèi ogni umana passione
ed
anche le turpitudini che solo raramente alcuni uomini commettono
(e, per
giunta, solo con l’organo della voce)». L’esposizione enucleata
della filosofia
barbarica — condotta su materiale ascendente a quella
che il Dirlmeier chiamò
l’Orientalistica peripatetica
71 — termina con gli
Egizi: un’esposizione pacata e documentata che
nell’epoca in cui il
fascino dell’Oriente è programmaticamente fatto rivivere dalla
scuola
neoplatonica mostra Diogene estraneo all’indirizzo perseguito
pressoché
contemporaneamente nella Φιλόσοφος ἱστορία di Porfirio, dominata
da
Pitagora, maestro di sapienza e autore di miracoli. Porfirio, anche
se è stato
recentemente affermato, non ha conosciuto i βίοι di Dio-
gene: la sua Ἱστορία, la
cui impostazione conosciamo attraverso testi-
monianze del IV secolo, come vedremo
nel caso di Pitagora, utilizzava
fonti comuni ai βίοι laerziani, ma rappresenta una
biografia di tendenza
che la critica moderna ha pregiudizievolmente esaltata. Poco
dopo che
Diogene aveva narrato la filosofia degli Egizi, Porfirio partiva
per
l’Egitto.
Ci si può chiedere in quale ambiente, in quale città, in
quale
biblioteca Diogene abbia potuto operare; se nella convinta liberazione
del
pensiero dei Greci da qualsiasi ipoteca orientalistica ci sia un at-
teggiamento di
sottile contrapposizione ad un indirizzo storiografico
che insisteva sul nesso delle
matrici orientali della sapienza greca. Ma
il Proemio dà quasi un senso
indeterminato: non conoscendo il luogo
in cui è stato scritto, lo possiamo
immaginare in qualsiasi punto del
mondo. Diogene ci appare fuori del tempo,
superstite di un mondo
passato in cui né il cristianesimo né il neoplatonismo sono
presenti.
E quando Diogene riconosce a Pitagora il primato della filosofia
non
v’è nulla che possa metterci sulle tracce della speculazione contempo-
ranea
o della visione di Pitagora come mago e della filosofia come
enigma (Porph. Pyth. 53). Per Diogene, Pitagora inizia la filosofia
italica
perché filosofò in Italia.
L’accenno ad un filosofo che è fuori delle serie diadochiste dopo
che
Diogene ha esposto le successioni e le scuole e le parti della filo-
— 47 —
sofia può forse richiamarci al mondo occidentale. Si sa che il
§ 21
che chiude il Proemio è una scheda provvisoria, aggiunta e non coor-
dinata
col resto, dove appare Potamone Alessandrino, fondatore di una
ἐκλεκτικὴ αἵρεσις, di
una scuola eclettica, il quale scelse da ognuna
delle αἱρέσεις la dottrina: è in
questa scheda che compare per la
prima volta il termine ἀρέσκοντα, i placita di aeziana memoria, che
Diogene adottò successivamente
nell’organizzazione narrativa di un
βίος. Questa su Potamone è una scheda di
filosofia moderna, se non
contemporanea che, a mio parere, è equivalente al ricordo
della dedica
all’imperatore Tiberio dei Commentari ai Silli
timoniani di Apollonide
di Nicea che, comunque s’interpreti ὁ παρ’ἡμῶν (IX 109),
Diogene
conosceva da vicino.
Potamone e Apollonide ci riportano bruscamente nel mondo vivo
in cui
potremmo collocare Diogene, vale a dire a Roma che viveva
la terribile crisi
generale di cui parlano i nostri studiosi e, in parti-
colare, M. Mazza nel
ricchissimo volume Lotte sociali e restaurazione
autoritaria nel
3° secolo d.C. (Catania 1970). A Roma, prima di Plotino
e Porfirio: né a lui
il mondo romano è più estraneo che a Plotino, favo-
rito e protetto da Gallieno e
Salonina. Visse allora Diogene ai margini
della corte imperiale? Aveva un circolo di
amici di lingua greca? Dove
trovò i suoi testi, le così dette fonti primarie o
immediate? In una biblio-
teca pubblica? O aveva portato a Roma da un’indeterminata
regione
greca — Atene o Alessandria — una sua biblioteca? Abbiamo accen-
nato al
silenzio sul nome e sulla posizione della donna philoplaton
né
sarebbe l’unico silenzio di Diogene sul mondo romano, che compare
nelle Vite attraverso le fonti che utilizza (Vita di
Empedocle, VIII 72:
i Romani trasferiscono a Roma una statua di Empedocle;
nella Vita
di Stratone, v 61, è menzionato un omonimo autore
di una storia delle
guerre macedoniche contro i Romani; nel quinto tropo scettico,
IX 84,
c’è l’esempio dei Romani che cremano i morti). Diogene non ricorda
nel
brevissimo βίος (IV 67) che Clitomaco rivolse ai suoi concittadini
uno scritto
consolatorio dopo la distruzione di Cartagine nel 146 né
che dedicò libri in greco
al poeta Lucilio e a L. Censorino console nel
149. Così pure nel menzionare
Atenodoro di Tarso (VII 34) trascura
di riferire che scrisse un’opera consolatoria a
Ottavia per la morte del
figlio Marcello e — silenzio forse più rilevante — tace che
i Πυρρώνειοι
— 48 —
Λόγοι (IX 106 e 116) di Enesidemo erano dedicati a Lucio
Tuberone,
padre di Q. Elio Tuberone al quale Dionisio di Alicarnasso
dedicò
l’opuscolo su Tucidide
72.
Se immaginiamo Diogene a Roma possiamo forse meglio
capire
l’idealizzazione della pura grecità, il senso dell’irrecuperabilità dei
mo-
delli di vita, di cultura, di pensiero che Diogene rappresenta. Nella
vita
culturale del III secolo a Roma tormentata e ansiosa, nella società
che si
dibatteva fra misticismo e razionalismo, nel dibattito politico
sul ruolo del
monarca, Diogene poteva inserire la sua storia del pen-
siero greco ordinata in
categorie, distinta in scuole, collocate in suc-
cessioni, portatrici comunque di
salvezza spirituale («Più anticamente»
scrive Diogene I 12 «la filosofia si chiamava
sapienza, e sapiente chi
la professasse, ed eccellesse nell’estrema cura dell’anima
(κατ’ ἀκρό-
τητα ψυχῆς ἀπηκριβωμένος)».
L’impianto della sua storia Diogene espone nei §§ 13-20 in fun-
zione
soprattutto dell’assestamento dossografico delle vite dei filosofi.
È chiara la
coscienza dossografica del biografo dei filosofi, che diventa
più profonda e netta
quando abbandona col il libro l’universo sapien-
ziale per il cosmo del pensiero.
Agli inizi e alle successioni della filo-
sofia ionica egli resta fedele nel corso
dell’opera, non così alle succes-
sioni della filosofia italica, come mostra il caso
di Senofane. Questo
conferma la cesura fra i due blocchi I-VII e VIII-X e mostra
concreta-
mente che l’opera laerziana è un’opera aperta che l’autore non
consi-
derò mai veramente conclusa. Per quanto riguarda la distinzione
dei
filosofi, Diogene conserva quella fondamentale in Dogmatici e
Scettici
(Efettici), arricchendo di ulteriori specificazioni questi ultimi nel libro
IX
— anche in questo caso la storia è in movimento — e lascia cadere
distinzioni
posticce come gli Amanti della Verità o della Confutazione
o dell’Analogia (I 17). Circa l’invenzione delle tre parti canoniche
della
filosofia — fisica, etica e dialettica — Diogene nel corso
dell’opera
lascia aperto il dibattito sul ruolo di Socrate etico. Nelle scuole
socra-
— 49 —
tiche inserirà ulteriori chiarimenti, mentre alla visione
tripartita della
storia dell’Accademia platonica che si chiude col cartaginese
Clitomaco
scolarca dal 128 al 109 e all’unitario sviluppo della dottrina
platonica
nell’Accademia e nel Liceo rimane fedele. Non è un problema
secon-
dario la fine del racconto laerziano della storia dell’Accademia con
Cli-
tomaco: pur storicamente incompleta, la storia dell’Accademia è
meno
partigiana di quella dei neoplatonici come Porfirio che
consideravano
chiusa la filosofia con Platone. Né si risolve il problema se
postuliamo
che anche per la donna philoplaton l’Accademia
finiva con Clitomaco.
Diogene non conosce, comunque non menziona, la divisione
scettica
quale troviamo in Sesto Empirico della storia dell’Accademia in
cinque
fasi.
Prigioniero degli schemi successorii, Diogene avverte la
capitale
importanza del concetto di αἵρεσις “scuola”, “setta” e la
posizione
ch’egli stabilisce è un segno del suo cammino dal chaos delle varie
tradizioni al cosmo di concetti chiari, elementari,
fondamentali. E nella
disputa non nominalistica delle αἱρέσεις καὶ ἀγωγαί e sulla
definizione
di αἵρεσις Diogene si misura con Ippoboto: che un frustulo di
un
papiro di Ossirinco ci abbia restituito quest’anno un frammento della sua
Anagrafe dei filosofi mostra il ruolo di questo storico la cui
grandezza
Diogene aveva percepita. Il suo libro Περὶ αἱρέσεων, non ignoto
a
Filodemo che lo cita nel De Stoicis e di cui ci è giunto
poco, occupa
un posto di rilievo nell’ambito “eretico” della storiografia
filosofica:
Ippoboto, fiorito a mio parere nella prima metà del II secolo
a.C.,
ci consente di affermare che: 1) l’indagine “eretica” non contrasta
con
l’indagine diadochista, ma entrambe possono cooperare a verificare un
dato
in cui biografia e dossografia non contrastino; 2) che il sistema
di una scuola è
fondato sui dogmata. Sul fondamento dogmatico Ip-
poboto
sostiene che l’Epicureismo non è di ascendenza cirenaica, lo
Stoicismo non è di
ascendenza cinica, cioè non può dirsi socratico, a
Aristippo sono affini Anniceride
e Teodoro; Ippoboto non riconobbe
che fossero αἱρέσεις l’Eliaca e la Dialettica, ma
riconobbe Menedemo
fondatore di un’ αἵρεσις, l’Eretrica, i cui seguaci furono i più
rap-
presentativi dei successori di Fedone. Ma soprattutto, per quanto
con-
cerne Diogene Laerzio, possiamo dire che non segue Ippoboto
nel-
l’emarginare il Cinismo dalle αἱρέσεις e nel considerarlo un semplice
— 50 —
modo di vivere, una ἔνστασις βίου; non segue Ippoboto
nell’isolare
il Cinismo dallo Stoicismo né lo segue nell’escludere dalle αἱρέσεις
la
filosofia pirroniana. Diogene è per una tradizione che rivendica
allo
Scetticismo la qualifica e il ruolo di αἵρεσις, come mostrano le Vite
di Pirrone e Timone. E appunto alla fine del Proemio
Diogene pro-
pone una definizione di αἵρεσις diversa se non opposta a quella
di
Ippoboto, per il quale la pirroniana non è una αἵρεσις per mancanza
di
chiarezza, διὰ τήν ἀσάφειαν. Diogene segue una fonte scettica che
confutava Ippoboto
e per questa via recuperiamo la concezione ippo-
botea di αἵρεσις: αἵρεσις è
adesione a dottrine che hanno coerenza,
δόγματα ἀπολουθίαν ἔχοντα, la pirroniana non
può essere inclusa
fra le αἵρέσεις perché non ha δόγματα. Per Diogene, il
Pirronismo
— cioè lo Scetticismo — è una scuola perché: «Chiamiamo αἵρεσις
quella che tien
dietro o sembra tener dietro a un determinato sistema
dottrinario (λόγῳ τινί)
secondo l’apparenza, in modo conforme al
fenomeno (κατὰ τὸ φαινόμενον)».
Su questa concezione chiara, ma non radicale, del concetto di
αιρεσις
Diogene fonda un sistema espositivo che è libero da un’ipoteca
settaria e può godere
di una sua propria articolazione sotto l’egida
di una visione larga, e non rigida,
del concetto di filosofia come mae-
stra di vita, educatrice del costume,
dispensatrice di tranquillità inte-
riore e forse di felicità. Vorrei prospettare
qualche ipotesi: se dovessi
indicare il segmento dossografico in cui Diogene gioca
con maggior
diletto e partecipazione, indicherei la tenzone dei Dogmatici e
Scettici
nel libro ix, che egli riporta sulla scorta delle sue fonti con
lealtà,
senza intervenire. Se dovessi indicare il pubblico che Diogene
voleva
raggiungere attraverso il velo della dedica, indicherei filosofi,
strateghi
e uomini politici (V 89) così come il cinico Diogene si rivolgeva
a
Focione l’Onesto, Stilpone di Megara e «molti altri uomini politici»
(VI 76);
se dovessi indicare lo stile della sua κοινή biografica e dottri-
nale, insomma
della sua κοινή culturale, lo indicherei nello stile medio
di Eraclide Pontico (V
89) e ne indicherei uno specimen nella Vita
di Monimo (VI 82):
«Monimo, discepolo di Diogene, nacque a Siracusa; secondo So-
sicrate,
fu al servizio di un banchiere di Corinto. Presso costui veniva
— 51 —
frequentemente Seniade, quello che aveva comprato Diogene, e
rac-
contando la virtù dell’uomo nei fatti e nelle parole, suscitò in Monimo
un
sentimento d’amore per Diogene. Allora Monimo si finse pazzo e
gettava via le monete
e tutto il denaro che era sulla tavola del ban-
chiere, finché il padrone lo
licenziò; così egli immediatamente si dedicò
a Diogene. Seguì molto da vicino anche
il cinico Cratete ed ebbe i suoi
stessi propositi: a tanto maggior diritto il
padrone credeva che fosse
pazzo».
La paratassi espositiva è la logica di Diogene Laerzio: come nel
βίος,
così nelle doxai.
Al Proemio — che resta il punto di relazione interna — segue
l’annuncio
del discorso sugli ἄνδρες (λεκτέον è tipica formula del di-
scorso immediato), il
primo dei quali è Talete, capostipite dei σοφοί
e dei filosofi, iniziatore della
filosofia ionica e maestro di Anassimandro,
come viene ribadito alla fine del libro
I (122), dove si riprende una
notizia di I 13 su Pisistrato tiranno, da taluni
aggiunto ai σοφοί. E
questo raccordo è tipico e possiamo notare una sollecitudine
alla per-
spicuità del meccanismo espositivo.
Si sa che il i libro è dei Sapienti, e tale contenuto potrebbe
forse
giustificare la definizione dell’opera diogeniana come «una
rappresen-
tazione ideale di una mitica società di saggi e di grandi a
colloquio»
da parte di A. Pasquinelli (I presocratici, I,
Torino 1958, p. XXXI).
Un βίος è narrato in tutta la ricchezza possibile, dalla
nascita, dal
γένος, dall’acme alla morte, in una costante tensione fra accumulo
e
scelta, fra chaos e ordine. I Sapienti sono fuori di ogni
αἵρεσις: la
loro eredità è affidata agli aneddoti, agli apoftegmi, alle storielle —
co-
me quella del tripode che va da un sapiente all’altro finché viene dato
al
dio —, ai detti, ai primati, ai consigli, alle invenzioni, al compor-
tamento. Ma
motivi biografici coinvolgono temi più ampi (cultura/
ignoranza, polis e filosofi,
il raccoglimento solitario del sapiente): Dio-
gene coglie anche i motivi di
disaccordo nella tradizione sui Sette
Sapienti e introduce così qualche criterio che
è destinato a perfezionare.
Così in I 40 annuncia le opinioni e le notizie di
Damone, Anassimene,
Dicearco, Archetimo e Eforo sui Sapienti: ἄξιον γὰρ ἐνταῦθα
καθο-
λικώς κἀκείνων ἐπιμνησθῆναι, «vale la pena che qui ne faccia men-
zione in
modo generale»: con ἄξιον abbiamo una valutazione, con
— 52 —
καθολικῶς un metodo. È consapevole delle discordie
sull’attribuzione
delle sentenze e del numero dei Sapienti (I 41 διαφωνοῦνται, δὲ
καὶ
αἱ ἀποφάσεις αὐτῶν [...] στασιάζεται περὶ ἀριθμοῦ). Il I libro è
un vero
tripudio di sapienza in cui spiccano nomi di prima grandezza
come Dicearco, ma non
privo di sensibilità filologica (e ai filologi rende
omaggio in I 118 per
l’interpretazione estensiva del motto di Ferecide,
Χροΐ δῆλα «si vede dalla pelle»:
i filologi hanno ragione a riferire
l’espressione a ciò che va peggio, non a ciò che
va meglio, come fanno
altri).
Ma già in questo libro affiora una caratteristica valutativa
della
biografia laerziana. In Ι 35 il detto di Talete che in nulla la
morte
differisce dalla vita è illustrato dall’aneddoto: — Perché non muori? —.
— Perché non c’è differenza —; nel βίος di Solone, spumeggiante di
versi
soloniani e di aneddoti, la liberazione di Salamina è giudicata το
μέ-
γιστον (Ι 46), bellissima la sua legislazione (Ι 55 δοκεῖ δὲ καὶ
κάλ-
λιστα νομοθετῆσαι), κάλλιστον il provvedimento che il tutore non
conviva
con la madre degli orfani (Ι 56). Diogene sembra un entusiasta
del bello e loda
Solone che non si lascia affascinare dal vigore degli
atleti e soprattutto indica
il culmine del βίος nell’aneddoto di Solone
e un figlio morto ὃν ἡμεῖς οὐ
παρειλήφαμεν «di cui nulla ci è stato
tramandato» (Ι 63 : «Dioscuride nei Commentari riferisce che pian-
gendo Solone il figlio
morto, a chi gli disse “Ma nulla ottieni” rispose
“Appunto per questo io piango,
perché nulla ottengo”»). La gioia
della scoperta di qualche documento come di
un’epistola di Epimenide
(Ι 112 ἐγὼ δὲ καὶ ἄλλην εὗρον ἐπιστολήν) dà la misura,
che coglie-
remo anche altrove, della sua inesauribile ricerca, eredità
callimachea.
7. Il II libro: sulle tracce dei βίοι come
opera aperta. Raccordi
interni.
Il secondo libro che si snoda da Anassimandro attraverso Socrate
ai
Socratici fino alla scuola eretrica di Menedemo mostra una perso-
nalità ancora più
sollecita di dare uno stampo omogeneo alla sua opera
e il biografo che estendendo la
qualità e la consistenza mira all’ ἦθος
del personaggio e utilizzando sommari
dossografici fa riemergere me-
— 53 —
dliatamente il fondo teofrasteo. Il
linguaggio per la dossografia non è
rigorosamente tecnico: di Anassimandro, che pure
fu autore di una
esposizione sommaria della sua dottrina (II 2 τῶν δὲ
ἀρεσκόντων
αὐτῷ πεποίηται κεφαλαιώδη τὴν ἔκθεσιν), utilizzata dal
cronografo
ateniese Apollodoro, Diogene introduce subito le doxai con un οὗτος
ἔφασκεν: il Kahn nel libro uscito or ora su Anassimandro
e le origini
della cosmologia greca ha rilevato che Diogene ha mal riferito
l’opi-
nione sulla forma della terra — non σφαιροειδής, ma στρογγύλη —
e sulla
luce della luna
73. Nel profilo di Anassagora di cui viene fuori
una
μεγαλοφροσύνη pratica e anche stilistica — l’interesse per lo stile
dei
filosofi a partire da Anassimene è caratteristico del poeta
divenuto
prosatore — ricerche biografiche come il processo d’empietà (II 14
καὶ
τὰ μὲν περὶ τῆς δίκης αὐτοῦ τοσαῦτα) si alternano a profezie,
a detti, primati,
aneddoti, al rapporto con Euripide e Pericle e soprat-
tutto alle doxai (οὗτος ἔλεγε), di cui quella sul sole, massa incande-
scente, si
insinua nell’epitafio.
Le biografie di Archelao e di Socrate ripropongono il collega-
mento
col Proemio: Diogene ritorna sullo schema di Archelao natu-
ralista e Socrate etico
(I 18 e 14). In II 16 leggiamo: «Archelao per
primo trasferì dalla Ionia in Atene la
filosofia naturalistica e fu chia-
mato φυσικός, in quanto in lui terminò la
filosofia naturalistica, men-
tre Socrate introdusse l’etica». Ma poi soggiunge:
ἔοικεν δὲ καὶ οὗτος
ἅψασθαι τῆς ἠθικῆς: ad Archelao sembra non sia stata estranea
l’etica:
Socrate attinse a lui, ampliò, sviluppò e fu considerato inventore
del-
l’etica, τῷ αὐξῆσαι εἰς τὸ (ἄκρον) εὑρεΐν ὑπελήφθη. È il problema
non
esteriore del πρῶτος εὑρετής. Nella Vita di Socrate, Diogene
al-
l’inizio (II 21) conferma e esplicita la posizione del Proemio: «Socrate
era
consapevole che la speculazione naturalistica non ci riguarda (μηδὲν
εἶναι πρὸς ἡμᾶς
[come non pensare all’epicureo μηθὲν πρὸς ἡμᾶς εἶναι
τὸν θάνατον, X 124] e
filosofava di questioni etiche nelle officine e
al mercato». Ma verso la fine del
βίος (li 45) leggiamo un denso pa-
ragrafo in cui viene approfondito il rapporto di
Socrate con la filosofia
— 54 —
naturalistica e Diogene con un sonante Δοκεῖ δέ μοι dà torto a
Seno-
fonte e ragione a Platone: «A me pare che Socrate abbia discorso
anche
della natura (περὶ τῶν φυσικῶν), dal momento che talvolta di-
scorre della
provvidenza, come dice anche Senofonte [mem. I 4,6], il
quale
però afferma che le sue conversazioni vertevano solo sull’etica
(περὶ μόνων τῶν
ἠθικῶν) [cfr. mem. I 1,16], ma anche Platone nel-
l’Apologia [26d-e] — là dove menziona Anassagora e altri
natura-
listi — parla di argomenti che Socrate nega di conoscere e
tuttavia
attribuisce ogni discorso a Socrate».
Per la struttura interna dell’opera è rilevante la dichiarazione
di
raccordo che Diogene appone alla Vita di Socrate (II 47).
Il passo fu
sistemato dallo Schwartz in modo per me non persuasivo
74. Ritengo
che pur essendo un
testo non definitivo, una scheda provvisoria come
dice lo Schwartz, abbiamo il
dovere di capirla, non il diritto di emen-
darla. Diogene espone il τρόπος della sua
ἀκολουθία, l’ordine di espo-
sizione della materia nell’ambito dell’eredità
socratica. Nel Proemio
Diogene (I 14) nella serie terminante con Clitomaco inseriva
dopo
Socrate «altri socratici e Platone», nella serie terminante con
Crisippo
inseriva Antistene (I 15) e quella terminante con Teofrasto faceva
ini-
ziare con Platone. Qui egli precisa così: «Dei successori detti Socratici
i corifei (οἱ κορυφαιότατοι) sono Platone, Senofonte, Antistene, e
dei
dieci della tradizione [in realtà undici, ma insomma qui non c’entrano
le
dieci sette di cui è capostipite Platone in I 18!] i più insigni (οἱ
διασημότατοι)
sono quattro: Eschine, Fedone, Euclide, Aristippo».
Specificata la successione,
Diogene espone l’ordine della esposizione:
«Prima parlerò di Senofonte (λεκτέον δὴ
πρῶτον) [è un modulo tecni-
cissimo studiato da Janáĉek], poi di Antistene nei
Cinici [libro VI 1-19],
poi ancora dei Socratici [cioè Eschine, Aristippo, Fedone,
Euclide, Stil-
pone, Critone, Simone, Glaucone, Simmia, Cebete, Menedemo:
sono
undici ma originariamente potevano essere dieci se pensiamo che nel
libro
VII non era previsto un βίος per Sfero che invece poi fu scritto],
poi così di
Platone, poiché egli dà inizio alle dieci αἱρέσεις [cioè l’Ac-
cademica, la
Cirenaica, l’Eliaca, la Megarica, la Cinica, l’Eretrica, la
— 55 —
Dialettica, la Peripatetica, la Stoica, l’Epicurea] e fondò la
prima Ac-
cademia ».
Quando al § 55 del βίος di Senofonte, che è dei meglio riusciti
anche
se manifestamente non ha ricevuto la διόρθωσις di Diogene, leg-
giamo καὶ ὁ μὲν βίος
τοιόσδε saremmo autorizzati a credere che il rac-
conto biografico è finito, ma così
non è: dopo questa clausola, Diogene
ci dà il floruit, la
morte, un ritratto dedotto dai suoi scritti in cui è accen-
tuato lo ζῆλος socratico
(II 56: «Senofonte fu in generale una per-
sona perbene e specialmente amò i
cavalli, la caccia, l’arte tattica, co-
me è evidente dai suoi syggrammata. E fu pio, sacrificava agli dèi, era
capace di trarre auspici
dalle vittime ed emulò Socrate esattamente»),
l’elenco dei suoi libri, il
discussissimo inciso per me non scandaloso
né thrilling
λέγεται δ’ ὅτι καὶ τὰ Θουκυδίδου βιβλία λανθάνοντα
ὑφελέσθαι
δυνάμενος αὐτός εἰς δόξαν ἤγαγεν e, alla fine, come se
nulla fosse, dopo gli
epigrammi e prima degli omonimi, lo strabiliante
annuncio di una diversa acme
rinvenuta dallo stesso Diogene insieme
con altri Socratici (II 59: εὗρον δ’ ἀλλαχόθι
ἀκμάσαι αὐτὸν περὶ τὴν
ἐνάτην καὶ ὀγδοηκοστὴν Ὀλυμπιάδα σὺν τοῖς ἄλλοις
Σωκρατικοῖς).
Anche alla fine del βίος di Eschine (II 60-64) rinveniamo
un’aggiunta
da Panezio sui dialoghi socratici.
Questi pochi esempi ci danno il senso delle Vite non
rifinite, di
un materiale non sedimentato né rassodato ed è un senso di
effimero
che è rimasto, quale segno di vita spirituale in fermento.
Il βίος aristippeo (II 65-104) non è solo uno scintillio di aneddoti
e
una riserva enorme della dottrina dell’intera costellazione cirenaica,
ma consente
uno sguardo ulteriore nel metodo dossografico e nell’arte
composizionale, nel
meccanismo produttivo di Diogene. All’improvviso,
alla fine del profilo
biografico-aneddotico Diogene ci dà l’unica afferma-
zione a lui nota sotto il nome
di Aristippo (non discuto se l’attribuzione
sia vera) che è una vera e propria doxa sul telos: «dimostrava che il
fine
supremo è il movimento calmo che sfocia nella sensazione». Meno
inatteso è il
raccordo espositivo, su cui lo Schwartz che non seguo è
intervenuto
pesantemente
75. Diogene si rifà anche qui al
Proemio
— 56 —
precisando: «Noi, poiché descrivemmo (ἀνεγράψαμεν) la sua
vita,
ecco ora percorriamo [φέρε νῦν διέλθωμεν è uno stilema diogeniano]
i
Cirenaici che da lui discendono. Di questi alcuni si denominarono
Egesiaci, altri
Annicerii, altri Teodorei. E passiamo in rassegna anche
i discendenti da Fedone di
cui i corifei sono gli Eretrici. Così sia ».
Ora qui non c’è proprio nulla da
espungere, perché il seguito del βίος
giustifica l’accenno oltre che ai seguaci di
Aristippo a quelli di Egesia,
Anniceride e Teodoro e nel βίος di Fedone troveremo
sia Plisteno suc-
cessore di Fedone sia i seguaci di Menedemo (οἱ περὶ
Μενέδημον):
inoltre, al principio del βίος di Menedemo (II 125) leggiamo οὗτος
τῶν
ἀπὸ Φαίδωνος.
È evidente lo sforzo di Diogene di dare un tono compatto alla
sua
esposizione e così al § 86 segue la διαδοχία degli Aristippei e
la dossologia di
quelli che rimasero fedeli all’ἀγωγή: Diogene distingue
nettamente ἀγωγή da αἵρεσις
e parla senz’altro di doxai: oἱ μὲν οὖν
τῆς ἀγωγῆς τῆς
Ἀριστίππου μείναντες καὶ Κυρηναϊκοὶ προσαγο-
ρευθέντες δόξαις ἐχρῶντο τοιαύταις (e
qui il Classen
76 giustamente
vi vede dottrina di scuola, non di Aristippo). Seguono le sezioni
degli
Egesiaci (93-96), degli Annicerii (96-97) e dei Teodorei (97-104) per
i
quali Diogene usa il termine δόγματα. E se dobbiamo credergli Dio-
gene ebbe fra le
mani il libro di Teodoro l’Ateo, Περὶ θεών, «non
spregevole», che sarebbe stato
tenuto presente da Epicuro (97). Di
Teodoro abbiamo la successio, una serie di doxai e aneddoti, alcuni
di
contestata attribuzione. Alla conclusione del profilo dossografico-
aneddotico (§
103 τοιοῦτος μὲν ὁ Θεόδωρος κἀν τούτοις) Diogene
aggiunge qualche notizia biografica
e un Witz (χάριέν τι); Diogene pio
sembra soggiogato
dall’empio Teodoro e più dai suoi δόγματα che dal
suo βίος.
Soggiungo che alla fine del βίος di Menedemo eretriese, che con-
clude
il II libro, Diogene fornisce un altro prezioso e accorto raccordo
fra i Socratici e
i loro successori e Platone e i suoi successori, ὁπόσοι
γεγόνασιν ἐλλόγιμοι (ιι
144).
II βίος di Fedone (II 105) sarebbe passato in silenzio nella mia
— 57 —
relazione se qualche mese fa non avesse interloquito un
frustulo di
papiro di Ossirinco esemplarmente edito da Peter Parsons nel vol.
LII
degli Oxyrhynchus Papyri congedato nell’aprile 1984 e
dedicato alla
memoria di Eric Turner. È il medesimo che ci ha restituito un
nuovo
frammento della Anagraphe di Ippoboto cui mi è occorso
di accennare.
È di queste scoperte che abbiamo bisogno; sì, abbiamo bisogno di
una
meglio fondata edizione di Diogene, abbiamo bisogno di edizioni
par-
ticolari di filosofi e storiografi tramandatici da Diogene, abbiamo
bi-
sogno di una Historia Laertii che riproponga in modo
completo la sua
presenza nella cultura europea e nella storia del sapere umano,
ma
come vedremo, un povero resto di una colonnina di papiro egiziano
scritto tra
il II e il III secolo insignito del n. 3656 e pubblicato come
Philosophical Biography può contribuire a sciogliere aporie e arricchire
il
quadro dei motivi su cui gli uomini del Peripato Eraclide Pontico,
Demetrio Falereo,
Aristosseno di Taranto, Dicearco di Messina, Fania
di Ereso, Cameleonte di Eraclea
Pontica, Prassifane di Rodi o Mitilene,
Ieronimo di Rodi costruirono le vite degli
ἐλλόγιμοι ἄνδρες.
8. Ieronimo di Rodi e una nuova rubrica biografica: POxy. 3656.
Il βίος di Fedone (II 105), del discepolo di Socrate immortalato
da
Platone, è brevissimo come i βίοι di altri socratici egualmente rac-
colti ora nel I
volume delle attesissime Socraticorum Reliquiae di
G.
Giannantoni. È imperniato sull’episodio della sua liberazione da un
bordello
e della susseguente dedizione alla filosofia. L’episodio potrebbe
rientrare nella
casistica del modo in cui si potesse giungere alla filosofia
analizzata dal
Gigon
77, ma forse, come dissi, i biografi disponevano di
una
categoria a sé. Seguono i titoli dei dialoghi della cui autenticità
si discuteva; la
successio; il legame fra gli oἱ ἀπὸ Φαίδωνος di II 85
e
gli οἱ περὶ Μενέδημον, gli Ἐρετριακοί, del cui capo viene preannun-
ciato il βίος
che leggeremo più avanti a conclusione del II libro, molto
più consistente e
articolato (II 125-144).
— 58 —
Val la pena di leggere l’intero βίος:
«Fedone di Elide, degli Eupatridi, fu catturato insieme con la
caduta
della sua patria (συνεάλω τῇ πατρίδι) e fu costretto a stare
in una casa di
malaffare (ἐπ’ οἰκήματος). Ma chiudendo la porta riu-
sciva a prender contatto con
Socrate e alla fine, per esortazione di
Socrate, Alcibiade e Critone con i loro
amici lo riscattarono. E da
allora divenne libero e si dedicava alla filosofia.
Ieronimo nella sua
opera Περὶ ἐποχῆς con una punta di dileggio (καθαπτόμενος) l’ha
chia-
mato servo (δοῦλον).
Dei dialoghi che vanno sotto il suo nome lo Zopiro e
il Simone
sono genuini, il Nicia è
dubbio, il Medio da alcuni è attribuito ad
Eschine, da altri
a Plisteno. Anche dell’Antimaco ο I vecchi
si dubita.
Scrisse anche Colloqui di ciabattini, che alcuni
attribuiscono a Eschine.
Suo διάδοχος fu Plisteno di Elide, a cui successero — terzi da
lui —
Menedemo di Eretria e Asclepiade di Fliunte, provenienti da
Stilpone. E fino a
costoro si chiamavano Eliaci; ma poi da Menedemo
si chiamavano Eretrici. Di Menedemo
diremo dopo [λέξομεν ὕστερον,
stilema tipico per riferimenti non immediati], perché
anch’egli diede
inizio a una αἵρεσις».
La successio qui data è coerente con quanto Diogene
ha già scritto
in I 19, II 47 — dove Fedone è detto socratico διασημότατος (II 85)
—
e scriverà in II 125. L’episodio centrale della vita di Fedone, con una
nuance diversa, era stato già ricordato da Diogene nel βίος di
Socrate
così (II 31): «Ordinò (προσέταξε) a Critone di riscattare
(λυτρώ-
σασθαι) Fedone che caduto prigioniero stava in una casa di malaffare
e
lo fece filosofo (καὶ φιλόσοφον ἀπειργάσατο) ».
A chi attingeva Diogene? A un’opera di Ieronimo di Rodi, il cui
titolo
nella tradizione manoscritta diogeniana è Περὶ ἐποχῆς. L’inter-
pretazione
prevalente di Περὶ ἐποχῆς è stata, a partire dal Traversari,
Sulla
sospensione del giudizio: De assensu retinendo (Traversari, Ste-
phanus
1594, Longolius 1739), De assensu sustinendo
(Aldobrandino
1594), Del tener sospeso il giudizio (Lechi
1842), Über das Ansicht-
halten des Urteils (Apelt 1921), On Suspense of Judgement (Hicks
1925). L’altra interpretazione
fu De retener las épocas (Ortiz y Sanz),
Du
Souvenir des époques (Anonimo 1840), De l’Époque
(Genaille).
— 59 —
Il Wehrli
78 nell’edizione di Ieronimo cercava di avallare
l’inter-
pretazione scettica del termine, diversamente da Hiller, Hirzel e
Suse-
mihl, così: «La forma del titolo e le buone relazioni che
Ieronimo
trattenne con Arcesilao fondatore della scepsi accademica parlano
con-
tro una trattazione del tema esclusivamente polemica
79. Dal momento
che gli Scettici esercitano la ἐποχή per conseguire la
ataraxia (Diog.
Laert. IX 107), questa porta anche vicino
al fine della vita negativo,
al telos negativo di Ieronimo
(frr. 8-18). L’annotazione su Fedone al-
lude ad una trattazione storico-biografica
del tema: al socratico e fon-
datore della scuola eliaco-eretriaca spetta un posto
nella storia della
scepsi».
Ora il Papiro di Ossirinco 3656 manda in aria il titolo Περὶ ἐποχῆς
e
le deduzioni del Wehrli, qualunque ne potesse essere la validità.
L’autore del
frammento biografico riferisce di una donna giunta alla
filosofìa da una diversa
condizione di vita. Il testo è questo:
διήκουσε δὲ με|τὰ τὴν Πλάτωνος | τελευτὴν καὶ Σπευ|σίππου καθὰ
λέγει |
5 ὁ Ἱππόβοτος, αὖθις δὲ | καὶ Μενεδήμου τοῦ | Ἐρετρικοῦ.
ἀφηγήσατο δὲ | περὶ αὐτῆς
καὶ Ἱερώ|νυμος ὁ Ῥόδιος ἐν |10 τῷ Περὶ
συνοχῆς | συνγράμματι. ἱστο|ρεῖ δ’
’Αριστοφάνης | ὁ περιπατητικός |
ὁμοίως ἐν τῷ Περὶ I 15 ἀλυπίας τὴν μίρα|κα ὡραίαν
χαρίτων | τε
ἀνεπιτηδεύτων | πλήρη οὖσαν νεα |
«Dopo la morte di Platone, essa udì anche Speusippo, come
dice
Ippoboto, e allora anche Menedemo eretrico. Ma riferì di lei anche
Ieronimo
di Rodi nello scritto Περὶ συνοχῆς. Il peripatetico Aristofane
egualmente racconta
nello scritto Libertà dalla pena (Assenza di
affli-
zione) che la giovinetta era nel fiore degli anni e piena di grazie
intatte
(di fascino genuino) ... ».
Come avverte il segno χῖ, ripetuto ben cinque volte nel margine
del
breve testo, abbiamo una concentrazione di nomi: Platone, Speu-
— 60 —
sippo, Ippoboto, Menedemo, Ieronimo, Aristofane peripatetico il
cui
inizio di racconto è segnalato da una diple.
Il Parsons ha bene individuato le novità: abbiamo un pezzo, da
una
ἀναγραφὴ φιλοσόφων o simile, «di un pettegolezzo elevato, libe-
ralmente guarnito di
fonti secondarie»: una ragazza il cui nome è
perduto studiò filosofia prima con
Platone, poi con Speusippo e Me-
nedemo di Eretria: abbiamo un nuovo frammento di
Ippoboto, un
nuovo titolo di Ieronimo e un peripatetico finora inattestato.
Il Parsons richiama a buon diritto due donne che furono allieve
di
Platone e di Speusippo, ma non di Menedemo, Lastenia di Mantinea
e Assiotea di
Fliunte. Due volte ne parla Diogene Laerzio. Nella Vita
di
Platone (III 46) leggiamo: «Anche parecchi altri furono alunni
(μαθηταί) di
Platone e con questi anche due donne, Lastenia di Man-
tinea e Assiotea di Fliunte
che — attesta Dicearco [fr. 44 W.] —
indossava abiti maschili ».
Nella Vita di Speusippo (IV 2) leggiamo:
«Si diceva che furono sue uditrici (αὐτοῦ ἀκούειν) Lastenia di
Mantinea
e Assiotea di Fliunte, che erano state discepole di Platone.
Fu allora che Dionisio
gli scrisse una lettera con questa mordace bat-
tuta:
“Quale sia la tua sapienza possiamo apprendere dalla tua disce-
pola di
Arcadia [vale a dire da Lastenia arcade di Mantinea]. E invero
Platone non esigeva
tributi da quelli che lo frequentavano mentre tu
imponi tributi e li esigi da tutti,
volenti o nolenti”».
La storia della donna — a mio parere, potrebbe trattarsi di Laste-
nia
(cfr. Athen. 279 e, 546 d) — era narrata da
Ippoboto Ana-
grafe dei filosofi. Ma in quale opera ne
parlava Ieronimo? Il Parsons
non escluderebbe che Ieronimo potè avere scritto due
opere diverse
Περὶ ἐποχῆς e Περὶ συνοχῆς, ma, a mio avviso, non c’è dubbio
che
ἐποχῆς è lezione falsa risalente all’archetipo medievale di Diogene
Laer-
zio: una corruzione facilmente spiegabile. Un caso analogo potrebbe
essere
IX 79 dove i codici laerziani hanno ἐπιπλοκῆς e il Menagius,
indotto da Sesto
Empirico hyp. pyrrh. I 41, preferirebbe συμπλοκῆς,
ma nella
tradizione laerziana abbiamo scambi frequenti di preposizioni
συν/εν (VI 77, VII
184, X 32, 66, 68), επ/εν (III 32, VII 33 e 61) o
— 61 —
di forme di verbi — non solo επ-/αν- iv 51, ma anche συν- —
con-
trapposte a una forma semplice (συνέγραφε, ἔγραφε I 23). E vale la
pena di
ricordare che in x 48 συνοχῆς è una variante falsa di συνεχῆς,
cioè συνεχής.
Resta il problema del significato di συνοχή. Il Parsons ha tra-
dotto
dubbiosamente On Coherence, vedendo nel termine un’accezione
— “coesione” — che è in Crisippo fr. 550 (SVF II 173:
συνοχὴ
ἑαυτοῦ) o di “continuità di luogo o forma” in un altro stoico,
Apol-
lodoro di Seleucia fr. 7 (SVF III 260: σχέσιν δὲ
συνοχὴν κατὰ τόπον)
ο di “impedimento di movimento nel sonno” in Aristotele plant. 816 b
39. Ha ricordato un placitum aeziano il 4. 2: προνοίᾳ καὶ συνοχῇ
θεοῦ e un frammento di
Epicuro fr. 361: συνοχὴ τῆς ἰδίας εὐδαιμονίας.
Ha escluso insomma un significato
di “afflizione” o “imprigionamento”
attestato dopo il I secolo a.C., si è però
domandato: in qual modo
la donna veniva ad essere menzionata in un trattato di
fisica? A mio
parere, invece, Περὶ συνοχῆς non può non designare una
condizione
di impedimento alla filosofia, di prigionia o di schiavitù. In due
testi
documentari del Ia συνοχή vale “detenzione”, “prigione”: il PLond.
II 354 conserva una petizione al prefetto Gaio
Turranio di liberazione
dalla prigione (l. 24 τῆς συνοχῆς = l. 14 τῆς εἰρκτῆς);
il BGU 1821
conserva il ricorso allo stratego Panisco per
esser tolto dalla prigione
in cui era stato portato (l. 21 φερομένου μου ἐν τῇ
συνοχῇ). Il termine
συνοχή indica uno stato di coartazione materiale, ma non si
può esclu-
dere l’implicazione di una prigionia delle passioni, di uno stato
immo-
rale che impedisca il libero sviluppo della persona.
Quello di Fedone è appunto un caso di συνοχή, come un caso di
συνοχή
potè essere quello di Socrate che secondo Demetrio di Bisanzio
fu liberato
dall’officina da Critone che, innamorato della sua grazia,
lo educò (Diog. Laert. II 20). Anche Mironiano aveva raccolto casi
di
vendite e liberazioni di filosofi (IV 14) o di schiavi divenuti filosofi
(V
36). È evidente che anche il caso di una donna che diventava filo-
sofa partendo da
una condizione di schiavitù (fisica o morale) si situa
perfettamente in un’opera
sulla συνοχή, che così ci si rivela una nuova
categoria biografica. Non so chi sia
il misterioso peripatetico di cui
abbiamo appena l’inizio della storiella, stavo per
dire di una novella
(«Era una giovane nel fior degli anni piena di grazia
immacolata»),
— 62 —
ma il colorito stilistico — contrapposto a quello delle righe
precedenti
che appartiene alla κοινή terminologica della biografia quale ben
co-
nosciamo da Diogene Laerzio — potrebbe essere di Aristosseno che tal-
volta
fu utilizzato da Ippoboto, se potessimo supporre che lo scriba ha
confuso
’Αριστόξενος con ’Αριστοφάνης e che Aristosseno scrisse un’
opera Περὶ ἀλυπίας, vale
a dire sulla liberazione da uno stato di affli-
zione, di pena fisica.
Il riscatto di Fedone dal suo stato schiavile — irriso da Ieronimo
non
meno che da Epicuro (Cic. de nat. deor. I = III A 15
Giannantoni:
cum Epicurus [...] Phaedoni
Socratico turpissime maledixerit) — di-
venne esemplare: Fedone venne
diffamato non perché prigioniero, ma
perché servo, multorum
libidini serviens, come dice S. Girolamo (= in
A 3 G.), o male serviens, come dice Lattanzio ( = in a 3 G.).
Recuperata la critica di Ieronimo nello scritto Dell’impedimento
a Fedone quale schiavo — καθαπτόμενος δοῦλον —, siamo in
grado
di riferire a tale opera alcuni frammenti di Ieronimo che
nell’edizione
del Wehrli non si trovano attribuiti a un’opera, ma sono inseriti
nel
Leben, come frr. 3-4-5-6. Qui la citazione è
introdotta da Ἱερώνυμος
ὁ περιπατητικός, mentre quando Diogene cita i Commentari Sparsi,
gli Σποράδην Ὑπομνήματα, usa Ἱερώνυμος ο
Ἱερώνυμος ὁ Ῥόδιος.
Da Diogene apprendiamo che Ieronimo criticava aspramente la
condotta di
Arcesilao amante di ragazzi e adulatore di principi, il com-
portamento di Licone
cortigiano, la caccia ai discepoli da parte dei filo-
sofi sia che li inseguissero
sia che li fuggissero.
Dalla Vita di Arcesilao (IV 40-42):
«Arcesilao godeva dell’amore dei giovani (φιλομειράκιος τε ἦν)
ed era
corrivo alla voluttà, perciò gli Stoici intorno ad Aristone di Chio
lo accusavano, chiamandolo corruttore di giovani e impudente maestro
di
sconcezze.
Tra l’altro si racconta che fu particolarmente innamorato di
quel
Demetrio che fece un viaggio per mare a Cirene, e di Cleocare di
Mirlea.
Allorquando i compagni di baldoria bussarono Arcesilao disse che
vo-
leva aprire, ma Cleocare glielo impediva (ἐκεῖνον δὲ διακωλύειν). Lo
stesso
giovane fu amato anche da Democare figlio di Lachete e da Pi-
tocle figlio di
Bugelo. Una volta Arcesilao li sorprese in amore e disse
che li lasciava fare perché
era tollerante (ὑπ’ ἀνεξικακίας). Per questo
— 63 —
dunque i critici predetti lo mordevano e irridevano come amico
del
volgo e del favore popolare. Ma soprattutto lo aggrediva Ieronimo
il
Peripatetico e i suoi seguaci (μάλιστα δὲ ἐπετίθεντο αὐτῷ οἱ περὶ
Ἱερώνυμον
τὸν Περιπατητικόν) ogni volta che egli riuniva gli amici per
il genetliaco di
Alcioneo, figlio di Antigono Gonata: per la festa Anti-
gono mandava una buona somma
di danaro [...] Ma d’altra parte non
aveva albagia e così esortava i discepoli ad
andare a sentire anche altri.
E poiché un giovinetto di Chio era contento non del
suo insegnamento,
ma di quello del predetto Ieronimo, egli stesso lo accompagnò e lo
rac-
comandò al filosofo, ammonendolo a comportarsi bene».
M. Schmidt aveva bene intuito che il passo doveva risalire a un
libro
di Ieronimo, ma fu contraddetto da Hirzel seguito dal Wehrli,
secondo i quali
Diogene qui riporta la tematica chiusa di una più an-
tica biografia di
Arcesilao
80.
Nella Vita di Licone Diogene si rifà a questo luogo
della Vita di
Arcesilao scrivendo (V 68):
«Licone era così ostile al peripatetico Ieronimo che era l’unico
che
per non incontrarsi con lui non partecipava alla festa cui abbiamo
accennato nella
Vita di Arcesilao».
E infine nella Vita di Timone (IX 112) leggiamo:
«Si dice che Ieronimo il peripatetico abbia detto su di lui:
“Come
presso gli Sciti sia chi fugge sia chi insegue colpisce con l’arco, così
i
filosofi vanno a caccia degli alunni (θηρῶσι τοὺς μαθητάς) alcuni
in-
seguendoli, altri fuggendoli come Timone”».
Il POxy. 3656 il cui autore è da collocarsi dopo la
prima metà
del IIa ci ha disvelato il titolo esatto di un’opera di Ieronimo e
una
rubrica biografica fino ad ora rimasta nascosta nella tradizione laerziana.
— 64 —
9. Il III libro: la dedica e l’impianto dossografico.
Nel III libro, che, a mio parere, fu scritto per primo,
possiamo
sorprendere con sufficiente chiarezza il nesso tra biografia e
dossografia
oltre a una serie non indifferente di annotazioni personali. La
struttura
del libro è dominata dalla signora φιλοπλάτων che occupa una
posi-
zione centrale. L’unità di un βίος non è ambizione di Diogene, ma
piut-
tosto la cattura del lettore e il tener desto il suo interesse: questo
pro-
cedimento egli attua con maggior successo nel X libro ove pure ritro-
viamo
l’apostrofe alla signora che diviene così dedicataria dell’intera
opera. È vero: in
III 47 non c’è la logica desiderata dal venerato mae-
stro di Basilea, Peter von der
Mühll
81, ma c’è un
impegno personale di
curata stilizzazione rilevato dallo Schwartz
82,
che debellava definitiva-
mente il pregiudizio di chi aveva sostenuto che Diogene
avesse tra-
scritto dalla sua fonte isagogica anche la dedica. Ma in fondo un
re-
siduo di tale atteggiamento c’è ancora nel von der Mühll che, suppo-
nendo
in Diogene la natura di chi abitualmente inseriva nel testo glosse
marginali — qui
ha giocato la sua parte la conoscenza perfetta che
egli aveva del X libro —,
vorrebbe dare alla dedica una strutturazione
semplificata e razionale che non
corrisponde alla mentalità di Diogene.
Il profilo biografico (III 1-46) esente dagli aromi della
santifica-
zione neoplatonica, ma non puro di una tenace volontà
documentari-
stica, si stende dalla genealogia al testamento, alla lista degli
allievi in
un percorso vario e libero — affiora per esempio la rubrica
iconistica
rilevata dal Notopoulos
83 — francamente disincantato, ma
non puro
di suggestioni specie nel sogno di Socrate (III 5). L’incontro con i
pro-
feti d’Egitto e l’intenzione di un incontro con i Magi non vanno al
di là
di un rapidissimo cenno (III 6-7). Ma poi è difficile per me im-
maginare la
reazione della signora philoplaton quando leggeva (III 8):
«Platone contaminò le teorie di Eraclito, Pitagora e Socrate. Seguiva
— 65 —
Eraclito per la teoria del sensibile, Pitagora per la teoria
dell’intelligi-
bile, Socrate per la filosofia politica». Non posso ripercorrere
l’itine-
rario delle esperienze politiche, degli aneddoti, dei primati, ma mi
li-
mito a osservare che anche nel profilo di Platone l’interesse letterario
di
Diogene emerge prepotentemente: da una parte Epicarmo e i co-
mici attici,
dall’altra i giudizi sullo stile platonico. Per la struttura ge-
nerale, Diogene non
trascura di ricordare che la sua αἵρεσις fu chia-
mata Accademica, perché
nell’Accademia dove fu sepolto aveva filoso-
fato per la maggior parte del tempo
(III 41) e conclude con una chiosa
καὶ εἰκός ἐστι (così pure in V 57 per Erasistrato
allievo di Teofrasto,
καὶ εἰκός) la notizia di Demostene allievo di Platone
riportata da Sa-
tiro sull’autorità di Mnesistrato di Taso.
A questo punto il proemio a mezzo: «Per te che sei giustamente
dedita
allo studio di Platone e di quel filosofo con amoroso zelo ri-
cerchi il pensiero
(δόγματα), ritenni necessario schizzare la natura dei
suoi discorsi, l’ordine dei
dialoghi, il metodo del ragionamento indut-
tivo, per quanto mi fu possibile in modo
elementare e sommario (στοι-
χειωδῶς καὶ ἐπὶ κεφαλαίων), in modo che la raccolta
delle notizie
biografiche (τὴν περὶ τοῦ βίου συναγωγήν) risultasse completata
dalla
sua dottrina (τῶν δογμάτων), perché sarebbe portar nottole ad Atene,
se ti
dovessi esporre estesamente ogni particolare (τὰ κατ’ εἶδος διη-
γεῖσθαι)».
Una biografia di Platone limitata al βίος senza δόγματα
sarebbe
insufficiente, ma d’altra parte un’esposizione particolareggiata
sarebbe
assurda. L’esposizione dei δόγματα anzi degli ἀρέσκοντα comincia
al §
67: essa è preceduta dalla sezione sulla φύσις τῶν λόγων §§ 48-51
e, in ordine
inverso a quello annunciato, dalla ἔφοδος τῆς ἐπαγωγῆς
§§ 53-55 e dalla τάξις τῶν
διαλόγων §§ 57-61. Ma c’è ancora di
più e di meglio: tra le tre sezioni Diogene ha
inserito altro materiale
di gran pregio contenutistico e suoi punti di vista. Così
per l’invenzione
del dialogo dà torto ad Aristotele ed afferma (48): «A mio avviso e
a
pieno diritto (δοκεῖ δέ μοι ... δικαίως) il vero inventore del dialogo
è
Platone, che per il magistero dello stile rivendica a sé il primato così
della
bellezza come dell’invenzione stessa ». Per la φύσις τῶν διαλόγων
nel bel mezzo
dell’esposizione delle διαφοραί dei dialoghi osserva (50):
«Non ci sfugge (οὐ λανθάνει δ’ ἡμᾶς) che altri distinguono e classi-
— 66 —
ficano diversamente i dialoghi perché distinguono i dialoghi in
dram-
matici, narrativi e misti, ma questa distinzione parte dal punto di
vista
scenico più che filosofico (ἀλλ’ ἐκεῖνοι μὲν τραγικῶς μᾶλλον ἢ φιλο-
σόφῶς
τὴν διαφορὰν τῶν διαλόγων προσωνόμασαν)».
Prima d’introdurre l’esposizione dei due τρόποι τῆς
ἐπαγωγῆς
dell’annunciata ἔφοδος τῆς ἐπαγωγῆς, Diogene interviene con un
zinzino
di passionalità nella disputa se Platone sia un filosofo provvisto
di una sua
propria dottrina, di suoi δόγματα, se insomma i δόγματα
che esprimono i personaggi
dei dialoghi siano da considerarsi sua per-
sonale filosofia. E così scrive Diogene
(51 sg.): «Poiché c’è gran dis-
senso (πολλή στάσις) se Platone dogmatizzi oppure
no, ecco proce-
diamo anche a questo chiarimento [φέρε καὶ περὶ τούτου
διαλάβωμεν:
questo è stile diogeniano secondo Janáĉek]. L’insegnare
dogmatica-
mente è porre dogmi, come legiferare è porre leggi. Dogma ha
due
valenze: la cosa che si opina (τὸ δοξαζόμενον) e l’opinione stessa
(δόξα)
[...] Le sue personali opinioni (καὶ περὶ μὲν τῶν αὐτῷ δοκούντων)
Platone
manifesta attraverso quattro personaggi, Socrate, Timeo, l’Ospite
Ateniese (nelle
Leggi), l’Ospite Eleate (nel Sofista e
nel Politico). Que-
sti ospiti a torto furono identificati
con Platone e Parmenide: essi sono
ideali figure senza nome (ἀλλὰ πλάσματά ἐστιν
ἀνώνυμα). Che anche
quando parla Socrate o Timeo, è pur sempre Platone che espone
la
sua dottrina (Πλάτων δογματίζει ...)».
Tra lo schizzo della ἔφοδος τῆς ἐπαγωγῆς (53-56) e quello della
τάξις
τῶν διαλόγων (57-61) Diogene inserisce una similitudine soste-
nuta da un empito
evoluzionistico (56):
«Come nelle più antiche rappresentazioni tragiche solo il coro
sostenne
tutta l’azione drammatica, poi Tespi introdusse un primo at-
tore determinando le
pause del coro, ed Eschilo un secondo e Sofocle
un terzo portando a completa
perfezione la tragedia, così pure la filo-
sofia prima si rivolse unicamente alla
natura, poi con Socrate all’etica
ed infine con Platone alla dialettica e compì così
la sua perfetta evo-
luzione».
Esposta la classificazione dei dialoghi per tetralogie, Diogene
lascia
intendere di non preferire la divisione aristofanea, fatta con
criterio
pinacografico, in trilogie: ἔνιοι δὲ [...] εἰς τριλογίας ἕλκουσι τοὺς
— 67 —
διαλόγους, «è forzata la divisione in trilogie sostenuta da
alcuni» (61).
E poco dopo spuntano gli ignoranti, i profani, gli ἀμαθεῖς (63) per i
quali
Diogene spiega l’accezione speciale (ἰδίᾳ) e generale (κοινῶς) di alcuni
termini platonici.
10. Il papiro fiorentino : l’autore è Antigono di Caristo?
Saremmo arrivati ai δόγματα, ma Diogene è un uomo scrupoloso
se non
ordinato. Vi sono delle edizioni platoniche fornite di segni dia-
critici, in cui
può imbattersi la signora philoplaton, non il lettore
co-
mune: sono pochi esemplari, recenti almeno quanto Antigono di Caristo
che ne
parla nella Vita di Zenone di Cizio, la cui consultazione
presso
chi la possiede è a pagamento. La notizia antigonica (ΙΙΙ 66) sui
βιβλία
forniti di σημεῖα, νεωστὶ ἐκδοθέντα è stata variamente interpretata,
ma
direi che νεωστὶ ἐκδοθέντα non può valere: «i libri che ora cir-
colano liberamente»
sono «da poco disponibili» come interpreta or
ora il Cavallo
84 seguendo van Groningen
85,
ma «recenti edizioni»
donate alla scuola, all’Accademia, già nel tempo di
Arcesilao
86. Che
non si
possa separare la spiegazione dei segni diacritici dalla notizia
delle edizioni
consultabili a pagamento, che insomma non si possa
negare, come negò Günter
Jachmann
87, l’esistenza di un’edizione (o di
edizioni) dei
dialoghi a cura dell’Accademia, diversa da quella dei gram-
matici alessandrini a me
pare possa risultare da un’attenta e spregiudi-
cata lettura del passo laerziano che
è tornato alla ribalta nel 1964
quando un frustolo di papiro fiorentino fu edito dal
Bartoletti
88.
— 68 —
Diogene scrive (III 65 sg.), nella mia interpretazione:
« Poiché appongono segni particolari (σημεῖά τινα) ai suoi libri,
ecco
anche intorno a questo diciamo qualcosa (φέρε καὶ περὶ τούτων
τι εἴπωμεν). La
lettera chi è assunta ad indicare espressioni
particolari,
figure retoriche e in generale (ὅλως) l’idioma consueto di
Platone;
il segno della diple la dottrina e le opinioni di
Platone (πρὸς τὰ δόγ-
ματα καὶ τὰ ἀρέσκοντα Πλάτωνι); la lettera chi con due punti è
adottata per sentenze scelte e espressioni eleganti; la
diple con due
punti indica gli emendamenti testuali di
alcuni (πρὸς τὰς ἐνίων διορθώ-
σεις); Vobelos con due punti
la atetesi arbitraria; Vantisigma con due
punti ripetizioni e
trasposizioni di parole; il ceraunio l’indirizzo
filoso-
fico; l’asterisco l’accordo delle opinioni (πρὸς τὴν
συμφωνίαν τῶν
δογμάτων); l’obelos l’atetesi. Questi dunque i
segni e tali i libri che,
dice Antigono di Caristo nella Vita di
Zenone, furono recentemente
editi (nuper edita)·, chi
voleva consultarli (διαναγνώναι), pagava un
onorario ai possessori».
Il papiro fiorentino potè essere ricostruito dal Bartoletti. Oggi
ne
possiamo dare questo testo:
... τὸ μὲν χεῖ λαμβάνεται πρὸς
89
τὴν Πλατωνικὴν
συν]ήθεια[ν· δὲ διπλῆ >
πρὸς τὰ δόγματ]α λαμβάνε[ται καὶ τὰ
ἀρέσκοντα
Πλ]άτωνι· ὁ δέ όβελ[ὸ]ς [— πρὸς
τὴν ἀθέτησιν]
90 λαμβάνεται· τὸ δὲ ἀ[ντίσιγ- 5
μα ɔ πρὸς τὰς] δισσογραφίας καὶ τ[ρισσάς·
91
τὸ δέ περιεστιγ]μένον χεῖ
·χ· [πρὸς τὰς ἐκ-
λογάς καὶ καλλιγ]ραφίας· ἡ [δὲ περιε-
στιγμένη διπ]λῆ >˙̣
πρὸς τὰς ἐ[νίων διορ-
θώσεις· ὁ δὲ πε]ριεστιγμέν[ος ὀβελός ÷ 10
πρὸς τὰς εἰκαί]ας ἀθετήσει[ς· τὸ δὲ περι-
εστιγμένον ἀ]ντίσιγμα ·ɔ·
[πρὸς τὰς δισσὰς
χρήσεις καὶ μ]εταθέσ[εις τῶν γραφῶν
τὸ δὲ κεραύνιον Τ σ]ημ[εῖον
πρὸς
92 τὴν
ἀγωγὴν τῆς φιλοσο]φίας· ὁ δ[ὲ ἀστερί- 15
σκος ※ πρὸς τὴν συμ]φ[ωνίαν τῶν δογμάτων.
— 69 —
Nel papiro abbiamo le seguenti successioni di σημεῖα: (diple), obelos,
(antisigma),
chi con due punti, diple con due punti, antisigma con
due
punti, ceraunio, asterisco.
È una successione organica, stilisticamente più accurata, in cui
ogni
σημεῖον era disegnato. Essa non può essere defluita in Diogene
dalla fonte da cui
derivò gli ἀρέσκοντα, l’isagoge di Albino — come
si ritiene
comunemente —, ma è un’aggiunta chiarificatrice a un deter-
minato tipo di edizioni
platoniche. Nella lista di Diogene manca l’anti-
sigma
semplice e l’obelos semplice viene menzionato all’ultimo
posto
a una certa distanza dall’obelos con due punti. Il
benemerito editor
princeps Bartoletti attribuiva il disordine
laerziano a difetto della tra-
dizione manoscritta — egli immaginava nell’archetipo
l’omissione del-
l’obelos e dell’antisigma, l’origine di una lacuna che sarebbe poi stata
colmata da un
copista o un correttore che accortosi della mancanza
dell’obelos l’inserì in fondo alla serie.
Stabilito che il papiro non può appartenere a Diogene — sia per
le
ragioni paleografiche individuate dal Bartoletti sia perché la dispo-
sizione delle
parole nell’indicazione dei σημεία non coincide (il papiro
ha περιεστιγμένον
ἀντίσιγμα, Diogene ἀντίσιγμα περιεστιγμένον) —
ne recuperiamo la fonte che ci
consente di constatare l’evidenza mate-
riale della libertà di comportamento di
Diogene di fronte ai modelli.
Penso che la diversa disposizione dell’obelos sia dovuta allo stesso
Diogene che soddisfaceva alla
curiosità erudita senza l’acribia neces-
saria: il suo obbiettivo era spiegare i
σημεῖα, non fornire un elenco
ordinato dei segni e, d’altra parte, la materia dei
due obeloi era affine:
atetesi arbitrarie e atetesi
giustificate. È stato notato da tutti che tra
i segni critico-esegetici delle
edizioni platoniche a cui si riferisce Dio-
gene e il sistema alessandrino a noi
noto vi sono differenze essenziali
93:
a questa consapevolezza dobbiamo la spiegazione di
Diogene, che, co-
me qui suggerisco, egli trovava nella stessa fonte da cui
attingeva la
notizia dell’edizione dei dialoghi e non direttamente dai βιβλία
pla-
tonici, vale a dire in Antigono di Caristo. Che la fonte nel contesto
— 70 —
laerziano spunti insieme con i βιβλία e non già prima con i
σημεῖα
non contraddice all’ipotesi, anzi può confermarla. Il comportamento
verso
Antigono da parte di Diogene non è lo stesso di Filodemo: porto
un solo esempio. A
proposito della dissipazione e dell’intemperanza
giovanile dell’accademico Polemone
Filodemo scrive (p. 47 sg. M.):
«Si racconta anche che fu giovenilmente intemperante nella prima
età,
così da far baldoria durante il giorno ubbriaco attraverso il Cera-
mico: subì un
vergognoso processo per maltrattamento da parte della
moglie: infatti fu amante di
fanciulli e giovinetti e portava in giro
con sé una moneta di qualsiasi specie per
poterne disporre pronta-
mente con chi incontrasse».
In Diogene il materiale antigoneo riceve questo stampo (IV 16 sg.):
«Nella sua giovinezza fu così intemperante e dissipato che por-
tava
sempre con sé del danaro per potere soddisfare prontamente i suoi
desideri, ma anche
lo nascondeva nelle viuzze [...]. Dice Antigono di
Caristo nelle Vite [...] che Polemone subì un processo per maltratta-
mento da parte
della moglie che l’accusava di avere rapporti sessuali
con giovinetti, ecc.».
La notizia del processo intentatogli dalla moglie che è al giusto
posto
nell’excerptum filodemeo, in Diogene, come rilevò lo
Schwartz
94,
è un’aggiunta supplementare, un
nachträgliches Zitat·. «si vede — con-
tinua lo Schwartz —
come Antigono e ampliamenti di Antigono gli
stettero dinanzi in formulazioni
molteplici, che spingeva l’una accanto
all’altra nella sua provvisoria raccolta di
materiale». Ancora una volta
il sorprendere Diogene nel suo lavoro, afferrarne
l’atteggiamento men-
tale nell’esposizione dei risultati della sua ricerca si rivela
redditizio:
la mia proposta di attribuire il papiro fiorentino a Antigono
rimane,
certo, congetturale, ma mi pare sufficientemente fondata: forse
questa
ipotesi avrebbe rallegrato il Wilamowitz.
Comunque, è solo dopo questa spiegazione che Diogene soddisfa
la
richiesta della donna philoplaton di conoscere τὰ τοῦ
φιλοσόφου
— 71 —
δόγματα (III 47): è la sezione degli ἀρέσκοντα (III 67-80)
assoluta-
mente immune da tracce neoplatoniche come già rilevava lo Schwartz
95,
non so quanto omogenea alla fonte, ma certamente non del tutto
im-
personale (78 περὶ δὲ ἀγαθῶν ἢ κακῶν τοιαῦτα ἔλεγε, 79 πρῶτος
ἀπεφήνατο, 80
καὶ ταῦτα μὲν ἦν αὐτῷ τὰ ἀρέσκοντα). Prima che
il Bios si
chiuda con gli omonimi, agli άρέσκοντα seguono le διαιρέσεις
che, giudicate dal
Gigon «un manuale peripatetico con qualche mate-
riale pieno di valore», secondo la
Rossitto
96, che ne ha dato or ora
un adeguato commento, derivano «da uno
scritto dello Stagirita com-
posto nel periodo da lui trascorso nell’Accademia di
Platone, nel quale
sono mescolate insieme dottrine platoniche, accademiche e
aristoteliche
[...] e destinato ad essere usato dallo stesso Aristotele e dai suoi
di-
scepoli nei corsi di dialettica e di retorica che egli tenne [...]
nell’Ac-
cademia». Secondo la studiosa, Diogene «non a torto» presenta le
diaireseis «come ciò che Aristotele dice delle classificazioni
plato-
niche»
97.
Ma possiamo chiederci: è davvero “sorprendente” e “inaspettato”
il
discorso di Diogene sui segni diacritici come ritiene il Bartoletti
98?
Credo di
no: Diogene ha discusso di questioni di attribuzione di dia-
loghi, di autenticità e
disposizione dei dialoghi, ci ha informato di un
esemplare della Repubblica con l’inizio fitto di correzioni e mutamenti
(III 37), di un
esemplare delle Leggi scritto su tavolette di cera e
tra-
scritto da Filippo di Opunte: insomma la concezione del Bios è di
un’opera veramente aperta e dei dialoghi di Platone nessun
aspetto era
estraneo al curioso biografo che, come dice all’inizio del IV libro
degli
Accademici, ha raccolto e con amorosa fatica, φιλοπόνως, ha
scrutinato
tutto quanto si tramandava del filosofo, τὰ λεγόμενα περὶ
τἀνδρός.
Sappiamo che non basta la φιλοπονία né la πολυμάθεια a fare un
genio di
chi genio non è, ma anch’essa esige, come cerchiamo di mo-
strare, una comprensione
storica che ne riveli la funzione e il valore.
— 72 —
11. I libri IV e V: accentuazione dell’ethos.
I libri IV-V hanno una loro cornice unitaria. Speusippo il
διάδοχος
rimasto fedele ai δόγματα di Platone, Aristotele il γνησιώτατος
τῶν
Πλάτωνος μαθητῶν, lo stesso Arcesilao che nel Proemio è semplicemen-
te
l’iniziatore dell’Accademia di mezzo (I 14 e 19) e che qui fra i primati
ha anche
quello di avere scosso il sistema tramandato da Platone (IV 28),
Stratone ἀνὴρ
ἐλλογιμώτατος, detto il Naturalista (V 58), che riporta
all’antico primato,
accennato nel Proemio, la gravissima scienza della na-
tura (V 64) e tutti gli altri
dell’Accademia e del Peripato, sono visti
e passati in rassegna quali discendenti di
Platone, come leggiamo alla
fine del Bios molto sommario
dell’ ἀνὴρ έλλογιμώτατος Clitomaco che
è anche la fine del IV libro (IV 67): ἡμεῖς
δὲ τοὺς ’Ακαδημαϊκοὺς
τοὺς ἀπὸ Πλάτωνος διεληλυθότες ἔλθωμεν ἐπὶ τοὺς ἀπὸ
Πλάτωνος
περιπατητικούς, ὧν ἦρξεν ’Αριστοτέλης.
Alcune rubriche — come la bibliografia che si arricchisce di
dati
sticometrici, l’omonimica che supera il mero catalogo — diventano
più
consistenti e la tendenza di ascendenza aristotelica a delineare l’ethos,
l’ ἀνθρώπινον del personaggio diventa più marcata.
Gli aneddoti e gli
apoftegmi rivelano indizi validi di una selezione. Nella Vita di Arce-
silao (IV 43) e di Lacide (IV 60) l’aneddoto è
definito χαρίεν, grazioso,
nella Vita di Bione gli apoftegmi
sono χρειώδη, πραγματείαν περιέ-
χοντα, portatori di un’esperienza pratica e
educativa. Il buon umore
del biografo Diogene trabocca nel Bios di Bione Boristenita per la cui
conoscenza molto dobbiamo al
Kindstrand (1979). La storia che Bione
racconta di sé al re Antigono è un pezzo
autobiografico (IV 46-47) che,
al pari della lettera di Teofrasto a Fania (V 37),
mostra il buon fiuto
del narratore che scova il valore dieghematico di certi
documenti. I
detti e gli aneddoti caratterizzano il personaggio, non certo le doxai
e, d’altra parte, dall’Accademia si era volto al Cinismo
e, in particolare,
a Teodoro e, infine, al peripatetico Teofrasto sì che, secondo
Eratostene
(o Teofrasto), gli veniva elargito il primato singolare di aver
coperto
la filosofia d’una veste fiorita (V 52), d’averne fatta una specie di
etera.
Eppure sull’aneddoto bioneo, conservato a IV 48 «Una volta gli
fu
domandato chi è maggiormente tormentato da angustie ed egli rispose
“Colui
che cerca la suprema felicità”», il Leopardi ritornò almeno tre
— 73 —
volte, nello Zibaldone, nelle Operette morali, nei Detti
memorabili
di Filippo Ottonieri.
Il Bios di un pensatore come Aristotele non pone in
soggezione
Diogene né gli fa spostare la bilancia a favore della dottrina, che
è
esposta nei §§ 28-34. Gli ἀρέσκοντα sono introdotti da un insolito βού-
λεται,
δὲ ἐν αὐτοῖς (βιβλίοις) τάδε all’inizio e esposti in maniera asi-
stematica anche se
vivace: ὑποθέμενος, διεσάφησε, ἐχρήσατο, οὐδὲν
ὑπολειπόμενος, παρέδωκε, ἀπεφήνατο,
ἐξέθετο, ἔφη, ὡρίζετο, ἀπέφαινε,
λέγει.
La struttura del Bios è esemplare per gli altri
Peripatetici. Al § 10
Diogene conclude con la morte, la vicenda biografica: καὶ
οὗτος μὲν
ὁ βίος τοῦ φιλοσόφου. Ma soggiunge subito di essersi imbattuto
nel
testamento (ἡμεῖς δὲ καὶ διαθήκαις αὐτοῦ περιετύχομεν) che natural-
mente
riporta fino al § 16 ove con insolita ricchezza verbale appone
la clausola: τοῦτον
ἴσχουσιν αὐτῷ αἱ διαθήκαι τὸν τρόπον (è docu-
mentabile che τοῦτον τὸν τρόπον è un
nesso tipico di Diogene) e ci
dà molto altro: aneddoti (notevole è quello della
sveglia mattutina
di Aristotele) e apoftegmi che giudica bellissimi annunciandoli
al
§ 17 (ἀναφέρεται δ’ εἰς αὐτὸν καὶ ἀποφθέγματα κάλλιστα ταυτί)
e chiudendoli
al § 21 (καὶ ταῦτα μὲν εἰς αὐτόν ἀναφέρεται). Non è
fortuito che di un apoftegma che
rivela l’ethos di Aristotele Diogene
fornisca due redazioni:
al § 17 «Una volta fu rimproverato perché
diede l’elemosina ad un uomo malvagio, ed
egli ribattè: “Non del ca-
rattere, ma dell’uomo ebbi compassione”» e al § 21: «A
chi gli rim-
proverò di aver soccorso un uomo malvagio — l’aneddoto è
infatti
narrato anche in questa forma —, “Non l’uomo soccorsi — replicò —
ma
l’umanità” (οὐ τῷ ἀνθρώπω ἔδωκα ἀλλὰ τῷ ἀνθρωπίνῳ)». Un
criterio valutativo Diogene
applica anche alle liste dei libri di Aristo-
tele e di Teofrasto e di Eraclide:
«Aristotele scrisse moltissimi libri,
il cui catalogo ritenni di trascrivere qui di
seguito per l’eccellenza del-
l’uomo in ogni campo (διὰ τὴν περὶ πάντας λόγους
τἀνδρὸς ἀρετήν)»
(§ 21); una formulazione analoga per Teofrasto (§ 42): «Anche
Teo-
frasto ha lasciato un numero sterminato di libri, che ritenni conve-
niente
(ἄξιον ἡγησάμην) trascrivere perché sono doviziosi di ogni
virtù (διὰ τὸ πάσης
ἀρετῆς πεπληρῶσθαι)». Gli scritti di Eraclide
sono κάλλιστά τε καὶ ἄριστα (V
86).
— 74 —
Dicevo che le vite dei Peripatetici sono strutturate in
maniera
analoga; è un’analogia che può risalire alle fonti. L’elemento più
inci-
dente che caratterizza le loro biografie è il giudizio che sigilla ogni bios,
una sorta di coronide etica che è particolarmente
rispondente alla cul-
tura del Peripato. Nel giudizio conclusivo su Aristotele è
forse lecito,
almeno per quanto riguarda la filoponia,
cogliere una simpatia auto-
biografica: «Insomma, Aristotele fu instancabile nello
studio (φιλο-
πονώτατος) e fecondo d’invenzioni, come risulta chiaro dal
catalogo
delle opere che abbiamo innanzi trascritto, che sono circa
quattrocento,
a voler considerare solo quelle d’indiscussa autenticità, perché gli
ven-
gono attribuiti molti altri scritti e apophthegmata che,
non scritti, per
la loro felice formulazione continueranno a vivere nella
tradizione
orale». Licone viene addirittura proposto come un modello
(ζηλωτέος,
V 74): «Così Licone che dispiegò la sua intelligenza nel campo
del-
l’educazione e di tutte le altre discipline, anche nella stesura
delle
disposizioni testamentarie, si può dire, fu particolarmente accurato e
si
rivelò competente nell’amministrazione domestica: anche per questo
riguardo è un
modello da emulare». Per la qualità dei βίοι dei Peri-
patetici non ricorderò né
l’impegno nella scoperta dei testamenti (51, 69)
né la confermata sensibilità allo
stile delle scritture né lo zelo della
completezza informativa (V 77) e la gioia
della buona nozione (V 79
μανθάνων γὰρ καὶ τοῦτο), ma le ultime parole di Teofrasto
ai disce-
poli che Diogene ha il merito di aver offerto quale materia
pregevole
per l’estro filologico di Leopardi che le tradusse due volte:
«Nessuna particolare volontà ho da affidarvi, se non che la
vita
svilisce molte gioie a causa della gloria. Ché noi quando cominciamo
a
vivere, allora moriamo. Nulla pertanto è più nocivo dell’amor di gloria.
Vi
auguro buona sorte e o rinunziate alla scienza — ché costa grande
fatica — oppure
dedicatevi ad essa con impegno, ché grande è la gloria.
La vanità della vita è
maggiore dell’utilità. Ora non posso più consi-
gliarvi ciò che dovete fare, ma
scegliete voi stessi la linea della vostra
condotta».
Il Leopardi annotava fra l’altro che «le tristi verità» di Teo-
frasto
non erano mai «uscite dalle scritture degli eruditi non ostante
che siano degnissime
di considerazione»
99.
— 75 —
12. Il libro VI: aneddotismo e comunanza cinicostoica.
«Con l’aiuto di tre aneddoti si può fornire — scriveva il
Nietzsche
nella Filosofia dell’epoca tragica dei Greci (1873)
— l’immagine di
un uomo: in ogni sistema io cerco di mettere in luce tre aneddoti,
e
getto via il resto». Ma quanti sono gli aneddoti del cinico Diogene
di Sinòpe?
Senza numero, non pertengono solo all’uomo, ma anche al
sistema della filosofia
cinica: il Bios del cinico Diogene non è tutto il
VI libro, ma ne è più che il cuore. E in tutto il Bios l’aneddoto ci si
rivela una categoria in bilico fra biografia e
dossografia: le battute di
Diogene sono l’esplosione d’un sentimento popolare della
filosofia, ma
anche l’esito di un ragionamento: il suo non è solo un λέγειν,
un
εἰπεῖν, ma un συλλογίζεσθαι (VI 37), un ἐρωτᾶν λόγους (VI 69):
non è solo un
διαλέγεσθαι (VI 71), ma anche un διαπαίζειν: una
volta ci imbattiamo anche in uno
stoicheggiante καὶ τῷ ὀρθῷ λόγῷ [...]
λέγων. Fascinatore della povera gente, ma
anche della borghesia colta,
militare e politica (VI 76), ha continuato a educare il
libertinaggio, ma
anche la libertà del Secolo dei Lumi e il sentimento, se non la
con-
cezione del cosmopolitismo. Il Diogene che ha come modello Eracle
e non
Alessandro Magno, che gioca con Demostene o con Platone, che
vince l’uomo perché lo
cerca con l’immortale lanterna senza trovarlo
mai (può capitare oggi anche a noi), è
non meno cane che filosofo,
morde ma educa. Le sue chreiai e
le sue massime in certa misura sono
doxai. Il nostro biografo
sembra andare anche lui in solluchero: «fu
straordinariamente pronto a rispondere
alle domande che gli venivano
poste (εὐστοχώτατος δ’ ἐγένετο ἐν τοῖς ἀπαντήσεσιν τῶν
λόγων) »
(VI 74), «possedeva una meravigliosa persuasione sì da conquistare
facil-
mente chiunque con le sue argomentazioni (θαυμαστὴ δέ τις ἦν περὶ
τὸν
ἄνδρα πειθώ, ὥστε πάνθ’ ὁντινοῦν ραδίως αἱρεῖν τοῖς λόγοις)»
(VI 75), un
fascino (VI 76 ἴυγξ) della conversazione irresistibile.
E infatti il nostro Diogene
aveva concluso il Bios con la morte e gli
omonimi quando
aggiungeva un codicillo (VI 81): «Del nostro filo-
sofo Atenodoro nell’VIII libro
delle sue Passeggiate filosofiche dice che
aveva sempre la
pelle nitida, perché era solito ungersi».
— 76 —
Arnaldo Momigliano introducendo la Civiltà
greca di Burckhardt
100
ha osservato che nelle pagine del pessimismo greco «la figura più
attentamente
delineata, quasi un autoritratto, è l’asceta pagano Dio-
gene il Cinico, der heitere Pessimist». E il Valgimigli
101: «Leggete
quell’umile libro
che narra le vite dei filosofi di D.L.: usate pure di
tutto il vostro discernimento
a secernere fantasia e realtà; e la stessa
realtà si prende come una mirabile opera
di poesia. Diogene nella sua
botte o presso il fiume, o per le vie di Sinòpe o di
Atene, con la sua
claina stracciata e il bastone sicuro, e dattorno i ragazzi che
gli buttano
ciottoli e ossi». Temperiamo subito l’entusiasmo poetizzante e
dicia-
mo pure con Lévi-Strauss
102: «La storia biografica e aneddotica che
sta al
fondo della scala [...] è la meno esplicativa, ma è la più ricca
sul piano
dell’informazione».
Ma il VI non è solo il libro di Diogene, ma anche di Antistene
che lo
apre e del contestato Menippo. È un libro dominato dall’idea-
egemone che il Cinismo
è una αἵρεσις con i suoi ἀρέσκοντα e la dot-
trina cinica ha una κοινωνία con lo
Stoicismo. È un impianto coerente
col Proemio. Antistene è il socratico iniziatore
del Cinismo (VI 2 e
I 19), ma anche δοκεῖ δὲ καὶ τῆς ἀνδρωδεστάτης Στωικῆς
κατάρξαι
e anticipò l’ἀπάθεια di Diogene, l’ἐγκράτεια di Cratete, la καρτερία
di
Zenone (VI 15). Ed era solito conversare nel ginnasio del Cino-
sarge — da cui
alcuni fanno derivare il nome della scuola cinica (VI 13,
opinione diversa da quella
accolta nel Proemio I 17: καὶ ἀπὸ σκωμ-
μάτων [...] οἱ Κυνικοί) — non diversamente
da Aristone di Chio (VII
161 καὶ ἐν Κυνοσάργει διαλεγόμενος ἴσχυσεν αἱρητιστὴς
ἀκοῦσαι).
Alla fine del Bios di Antistene si stabilisce il
raccordo tra gli Ari-
stippei e i Fedoniani lasciati nel II libro da una parte e i
Cinici e Stoici
derivanti da Antistene (VI 19): ἐπειδὴ δὲ τοὺς ἀπ’ ’Αριστίππου
διελη-
λύθαμεν (II 65-104) καὶ Φαίδωνος (II 106 e II 125-144 Menedemo),
νῦν
ἐλκύσωμεν τοὺς ἀπ’ Ἀντισθένους Κυνικούς τε καὶ Στωικούς.
Tale unità è ribadita alla
fine del Bios di Menedemo, che è la fine
— 77 —
del libro. In VI 103-105 con caparbia e compatta coerenza
Diogene
subordinando al biografico l’interesse dossografico mostra il
fondamento
diadochista — Zenone discepolo di Cratete — e anche dossografico
del
legame tra le αἱρέσεις cinica e stoica, polemizzando, come già nel
Proemio, con
Ippoboto che vedeva nel Cinismo una ἔνστασις βίου. Così
alla fine dei βίοι τῶν
Κυνικῶν Diogene aggiunge uno schizzo — προσ-
υττογράψομεν VI 103 — della dottrina,
dei κοινῇ ἀρέσκοντα αὐτοῖς
perché egli giudica la filosofia cinica una scuola e non
un indirizzo di
vita: αἵρεσιν καὶ ταύτην εἶναι ἐγκρίνοντες τὴν φιλοσοφίαν οὐ,
καθά
φασί τινες, ἔνστασιν βίου. Ed espone gli ἀρέσκοντα intrecciando Cinici
e
Stoici, Antistene e Diogene con Zenone e Aristone. Non in modo
rigoroso, ma anche
intercalando una battuta di Diogene sulla meridiana
e su una rappresentazione
musicale. Ma comunque gli areskonta riguar-
dano il bando
della logica e della fisica, della istruzione enciclopedica
e l’esercizio
dell’etica; la dottrina del τέλος — vivere secondo virtù —
comune a Antistene e agli
Stoici, perché κοινωνία τις ταῖς δύο ταύταις
αἱρέσεσίν ἐστιν, ὅθεν καὶ τὸν κυνισμὸν
εἰρήκασι σύντομον ἐπ’ ἀρετὴν
ὁδόν.
E per l’ ἀρέσκον sul λιτῶς βιοῦν ritorna Diogene col lacero man-
tello,
gli erbaggi, l’acqua fresca e la botte e il suo detto (ἔφασκε): «è
proprio degli dei
non aver bisogno di nulla, di chi è simile agli dei
aver bisogno di poco». Gli
ἀρέσκοντα finali sulla insegnabilità della
virtù, sul sapiente degno di amore
ἀξιέραστος che nulla affida al caso,
e sulla adiaforia di ciò
che sta in mezzo tra virtù e vizio mescolano
Antistene e Aristone nella collaudata
alleanza. Ora Diogene può pas-
sare agli Stoici, con la coscienza che il loro
capostipite fu alunno del
cinico Cratete. E di questa coscienza unitaria troviamo
traccia nei ri-
ferimenti taciti o espliciti al VI libro nel corso del VII.
13. Il libro VII: i due criteri
dell’esposizione dossografica. Il pro-
blema della symmetria.
L’interazione fra bios e filosofia assume un
caratteristico sviluppo
nel VII libro, dove il filosofo si mostra consapevole in
modo equanime
del valore di un documento, di una lista di libri, di un’epidrome
dos-
— 78 —
sografica: e il criterio excerptorio è praticato, almeno in un
settore
della dottrina stoica, nella duplice forma generale/particolare,
somma-
ria/specifica. Si sa che è per la massiccia presenza di Diocle di
Ma-
gnesia che il Nietzsche propose un’interpretazione dell’intera
opera
diogeniana come epitome di Diocle con aggiunte di Favorino. Ma è nel
VII libro che Diogene dà conto del suo atteggiamento e mostra una
certa
preoccupazione di giustificare la disposizione e la trattazione della
materia.
L’esposizione della dottrina, anche se è predominante, è, tut-
tavia, pur sempre
subordinata al bios. E il Bios di Zenone
non omette
alcuna rubrica fondamentale, non meno del Bios di
Crisippo giuntoci
incompleto nel libro incompleto. In questi due bioi Diogene introduce
allo stesso modo, con ἔδοξε (δέ) μοι, nel Bios di Zenone il decreto
degli Ateniesi in suo onore (VII 9
ἔδοξε δέ μοι καὶ τὸ ψήφισμα τὸ
περὶ αὐτοῦ τῶν Ἀθηναίων ὑπογράψαι. Καὶ ἔχει δὲ ὧδε;
VII 12 καὶ
τὸ ψήφισμα μὲν ὧδε ἔχει e nel Bios di Crisippo il
catalogo analitico
dei suoi scritti (VII 189 ἐπεί δ’ ἐνδοξότατα τὰ βιβλία ἐστὶν
αὐτῷ,
ἔδοξέ μοι καὶ τὴν πρὸς εἶδος ἀναγραφὴν αὐτῶν ἐνταῦθα καταχωρί-
σαι). Tale
πρὸς εἶδος ἀναγραφή, “anagrafe per specie”, che è una ru-
brica specifica della
categoria bibliografica, si colloca nel libro VII accanto
al criterio dossografico
κατ’ εἶδος (la formula è in III 47) praticato per
una parte della dottrina e
conferma l’amore diogeniano per tale tipo di
discussione, come nel Bios di Zenone a proposito degli scritti ritenuti
spurii, περὶ τῶν
ἀθετουμένων. Di Zenone — di cui viene sottolineata
la passione della ricerca precisa
(VII 15) e il dignitoso comportamento
etico — naturalmente non mancano aneddoti: una
volta anzi Diogene
chiede a un aneddoto la conferma del suo giudizio (VII 16 «Era
con-
ciso nel motteggio e adduco come esempio la battuta dedicata a un
bel-
limbusto»).
Ma di più incidente rilievo è quanto leggiamo alla fine del
profilo
biografico di Zenone, cui subentra la dossografia. In VII 38 Diogene
riaf-
ferma la fedeltà al criterio dell’esposizione generale, praticato e
dichia-
rato nel III e nel VI, e per la prima e unica volta giustifica
l’inserzione
del sommario della dottrina di tutta la scuola stoica nel Bios di Zenone.
Scrive Diogene (VII 38): «Mi parve opportuno
(ἔδοξέ μοι) di esporre
in questa Vita di Zenone, in termini
generali (κοινῇ, VI 103 τὰ κοινῇ
ἀρέσκοντα) tutta la dottrina stoica (περὶ πάντων
τῶν στωικῶν δογμά-
— 79 —
των) per il fatto che Zenone fu il fondatore della scuola
(κτίστης τῆς
αἱρέσεως). E, d’altra parte, egli ha scritto molti libri di cui ho dato
un
elenco [VII 4] in cui parlò tanto quanto nessun altro degli Stoici.
Questi
sono i suoi δόγματα in generale (κοινῶς) ed io li esporrò ἐπὶ
κεφαλαίων
[cfr. III 47] come siamo soliti fare anche per altri filosofi (ὥσπερ
καὶ
ἐπὶ τῶν ἄλλων ποιεῖν εἰώθαμεν)». Nell’ambito dell’esposizione della
logica
(38-83) abbiamo novità strutturali, la più importante delle quali
è che
all’esposizione sommaria della logica (38-48) Diogene fa seguire
un’esposizione
particolareggiata dei principi quale trovava egualmente
nella fonte dioclea (VII
48), or ora riedita dopo Arnim da Urs Egli
103.
«Trattati sommariamente (κεφαλαιωδῶς) i
dogmata della logica stoica,
trattiamo ora κατὰ μέρος
[vale a dire κατ’εἶδος III 47], specifica-
mente, anche questi principi che
ricorrono nel manuale isagogico, così
come sono letteralmente citati da Diocle di
Magnesia nella sua Epi-
drome dei filosofi». Nel corso di
questa particolare esposizione Dio-
gene rileva l’accordo della maggior parte degli
Stoici nel cominciare
per la teoria dialettica dal τόπος περὶ φωνής, dal capitolo
sul linguag-
gio (VII 55 e 62) e, alla fine, il ruolo della dialettica, della logica
nel
sistema dottrinario degli Stoici, i quali sottolineano che l’unico
vero
sapiente è lo stoico (questo è oggi ribadito dall’impegno di
Karlheinz
Hülser che ha rifondato la raccolta arnimiana dei frammenti della
dia-
lettica stoica
104).
La preoccupazione giustificatoria di Diogene è innegabile (VII 83)
καὶ
τοιοῦτοι μὲν ἐν τοῖς λογικοῖς οἱ Στωικοί, ἵνα μάλιστα κρατύνωσι
διαλεκτικὸν ἀεὶ
εἶναι τὸν σοφόν [...] καὶ ὧδε μὲν αὐτοῖς ἔχει τὸ λογι-
κόν. E infatti per l’etica
(84-131) e la fisica (132-160) Diogene applica
solo il criterio dell’esposizione
generale. Per l’etica egli scrive: «Questa
è la loro dottrina etica (καὶ ἐν μὲν τοῖς
ἠθικοῖς δόγμασι τοιαῦτα λέ-
γουσι). Gli Stoici dicono anche più di questo con
proprie dimostrazioni
(μετὰ τῶν οἰκείων ἀποδείξεων). Ma basti questo che abbiamo
detto ἐν
κεφαλαίοις [...] καὶ στοιχειωδῶς» (VII 131: cfr. in 47 ὡς οἷόν τε
στοι-
— 80 —
χειωδῶς καὶ ἐπὶ κεφαλαίων). Alla conclusione della parte
fisica
(132-160) Diogene giustifica la sola esposizione generale della
dottrina
con ragioni di equilibrio compositivo dell’intera opera (160: ταῦτα
μὲν
καὶ τὰ φυσικὰ τὸ ὅσον ἡμῖν ἀποχρώντως ἔχειν δοκεῖ στοχαζομέ-
νοις τῆς συμμετρίας τοῦ
συγγράμματος). Su questo concetto della
symmetria val la pena
che indugi, non senza ricordare che nei capitoli
su Aristone, Erillo e Dionisio in
quanto διενεχθέντες (VII 160 ἃ δέ
τινες ἐξ αὐτῶν διηνέχθησαν ἔστι τάδε, 167 καὶ
οὗτοι μὲν οἱ διεν-
εχθέντες) “dissidenti” — il problema dell’eterodossia stoica è
stato or
ora riproposto dalla Ioppolo
105 — riprende la via diadochista
con
Cleante, successore di Zenone, con Sfero, uditore di Cleante — un
Bios (177-178) distinto solo successivamente dal Bios di Cleante (cfr.
VII 37) — e con Crisippo uditore di Zenone e Cleante:
tali bioi non
contengono, come non dovevano contenere,
δόγματα e sono però or-
ganizzati in materiale biografico, aneddotico, bibliografico
di buona
qualità.
Ma, come accennavo, val la pena che mi occupi del problema della
symmetria dell’opera laerziana e della validità che possono avere
gli
accenni al problema in altri bioi. La domanda è: possiamo
interpretarli
in relazione allo stesso Diogene e non alle fonti? Il problema è
topico,
ma questo non vuol dire che sia impersonale.
Quando leggiamo nelle Avventure di Apollonio del
contemporaneo
Filostrato che si potrebbero portare molti altri esempi di lotta di
filo-
sofi ai tiranni, pur inferiori tutti all’esempio del santone di Tiana,
ma
che il piano dell’opera non consente di dilungarsi oltre (VII 2 καὶ
λέγοιτο
μὲν ἂν πολλὰ τοιαῦτα, è λόγος δὲ οὐ ξυγχωρεῖ μῆκος), non
abbiamo motivo di dubbio,
anche se siano stati già addotti esempi in
numero sufficiente
106.
Nel I, nel V e nel VI abbiamo testimonianze sul problema. Nella
Vita di Solone c’è un duplice accenno alla misura espositiva: il
primo è
alle altre leggi di Solone, dopo la seisachtheia,
λοιποὺς νόμους [...] οὓς
μακρὸν ἂν εἴη διεξιέναι (I 45), il secondo è all’incontro
di Solone con
— 81 —
Creso, che Diogene si limita solo a menzionare, perché sa che è
am-
piamente divulgata la materia educativa di quel dialogo fra il ricco
sovrano
orientale e il pessimista sapiente occidentale (I 50 καὶ τὰ
θρυλούμενα). Nel V, alla
fine del sommario dossografico e quasi a con-
clusione del bios, Diogene scrive che sarebbe lungo enumerare le altre
tesi che
Aristotele sviluppò su molte questioni (V 34 πολλὰ δὲ καὶ
ἄλλα περὶ πολλῶν
ἀπεφήνατο, ἅπερ μακρὸν ἂν εἴη καταριθμεῖσθαι).
La dichiarazione sembra non
inopportuna né incoerente. Nel VI, in
piena valanga di aneddoti del cinico Diogene
dopo la seconda reda-
zione d’uno stesso aneddoto — «Era solito masturbarsi in
pubblico
e considerare: Magari potessi placare la fame, stropicciandomi il
ven-
tre» —, leggiamo (VI 69): «Gli vengono attribuiti anche molti altri
detti
che sarebbe lungo passare in rassegna (ἀναφέρεται δὲ καὶ ἄλλα
εἰς αὐτόν, ἃ μακρὸν
εἴη καταλέγειν πολλὰ ὄντα)». Ancora nel VI,
nella vita di Ipparchia, a proposito
dell’incontro della donna con Teo-
doro l’Ateo e delle battute che si scambiano,
Diogene assicura che sono
di numero sterminato gli aneddoti che si potrebbero
narrare della filo-
sofa (VI 98 καὶ ταῦτα μὲν καὶ ἄλλα μυρία τῆς φιλοσόφου).
Ma la migliore formulazione dell’esigenza di una misura
espositiva
dell’intera opera è quella che abbiamo letto alla fine del sommario
dio-
cleo. Il sommario è lungo e la dichiarazione potrebbe apparire
poco
credibile, se la medesima sollecitudine non apparisse anche nella Vita
di Pitagora. Alla fine della spiegazione dei symbola Diogene afferma
che resterebbero ancora da scegliere e
interpretare altri symbola, ma
questo lo trarrebbe troppo
lontano (VIII 18 καὶ τὰ ἄλλα πρὸς ταῦτα
λοιπόν ἐστιν ἐκλαμβάνειν ἵνα μὴ
παρέλκωμεν).
In ognuno di questi luoghi Diogene usa stilemi diversi. È
certo
legittimo chiedersi se ciò dipenda dalla diversità delle fonti o
dalla
tecnica variazionistica che anche altrove, a partire dagli Epigrammi,
rinveniamo praticata da Diogene. Credo che sia Diogene a
preoccuparsi
di comporre l’opera in un numero determinato di libri (e capitoli)
e
di conservare ai singoli libri una plausibile economia. Che egli
abbia
realizzato l’intenzione è problema diverso. Interessa molto
sorprendere
l’autore consapevole delle difficoltà di dare all’opera una struttura
omo-
genea, di condurla dal chaos delle tradizioni al cosmo
di un syggramma
proporzionato.
— 82 —
14. Pitagora: Diogene Laerzio e Porfirio.
Secondo la concezione storiografica neoplatonica, un’eclisse
del
pensiero si sarebbe verificata da Platone a Plotino: dice Eunapio nelle
Vite dei Sofisti (II 1): Porfirio ha scritto la Φιλόσοφος Ἱστορία,
So-
zione le Vite dei filosofi, ma Porfirio (così ha voluto
la sorte) si è
fermato a Platone e alla sua epoca, mentre Sozione è disceso fin
più
giù, benché Porfirio sia più recente. Plutarco e Aezio — scrive Teo-
doreto
(therap. II 95) — insegnano le doxai
dei filosofi, Porfirio si
sobbarcò alla stessa fatica, ma ha aggiunto alle doxai la vita di ogni
filosofo.
Di solito il metro di sottovalutazione di Diogene Laerzio è
la
storiografia filosofica sistematica di Aristotele, ma Porfirio, venuto
da
Atene a Roma a raggiungere Plotino nel 264, ci dà con la sua Φιλό-
σοφος
Ἱστορία un’occasione di confronto con la pressoché contempo-
ranea Φιλοσόφων βίων
καὶ δογμάτων Συναγωγή di Diogene Laerzio.
L’uno ignora l’altro; non è affatto
dimostrato che «Porfirio trovava
un modello in Diogene»
107.
Diogene corredò il bios di doxai,
Porfirio
le doxai di un bios, ma
soprattutto Diogene scrisse la sua opera senza
un’ideologia, Porfirio scrisse la
Φιλόσοφος Ἱστορία — titolo comune
a Galeno, ma non a Diogene, anche se Stefano
Bizantino lo cita come
autore di una Φιλόσοφος Ἱστορία — orientata in senso
neopitagorico
e neoplatonico, che, per quel che possiamo giudicare, era
tendenziosa,
«angustamente dogmatica»
108, nei riguardi di Socrate, presentato
come
ignorante, anche se fornito di disposizioni naturali (t. 11 b Se-
gonds
109), follemente attratto dalle
donne anche senza pervenire all’in-
giustizia (t. 12 a), stizzoso, grossolano,
ignorante, amasio di Archelao,
che passava il suo tempo fra le tavole dei
cambiavalute e le statue di
Eracle (t. 12 b): alla fine, è vero, Porfirio ammetteva
(t. 12 d) che
Socrate dall’incontinenza della giovinezza a furia di studiare
riusciva
— 83 —
a diventare filosofo (t. 12 d.). Naturalmente Porfirio non
inventava
del tutto, ma accentuava motivi ostili a Socrate presenti in
Aristosseno,
così come al contrario forzava la teologia platonica in senso
plotiniano:
Dio è Uno e Bene, la sostanza della divinità ha formato tre
ipostasi
(t. 15 e 16).
Che questa storiografia chiaramente tendenziosa e parziale sia
un
modello di acribia ho motivi di dubitare, specie se pensiamo alla Vita
di Pitagora che è l’unica Vita
superstite della Φιλόσοφος Ἱστορία.
A parte gli accavallamenti, le ripetizioni, le
inesattezze
110, il
rilievo dato
da Porfirio ai suoi viaggi in Egitto, ai suoi ammonimenti agli
animali,
ai miracoli e alla dottrina dei numeri, fa di Pitagora un santone
più
che un θεῖος ἀνήρ, un nuovo Apollonio di Tiana. È una biografia «in
senso
ascetico-mistico», «in direzione propagandistica e di proselitismo
culturale», come
dice il Romano
111, che ha posto in evidenza
«la
“compiacenza” di Porfirio nell’accentuare il carattere
mistico-ascetico
della biografia pitagorica, la natura divina di Pitagora, la sua
impareg-
giabile capacità contemplativa, il suo straordinario fascino morale,
l’ir-
resistibile efficacia della sua parola». Porfirio ha alcune fonti comuni
a
Diogene Laerzio, ma egli è in balia di fonti comuni a Giamblico,
cioè Moderato e
Nicomaco di Gerasa, e specialmente Antonio Diogene,
parodiato da Luciano, ma
preferito da Porfirio a Aristotele. Così applica
il suo giudizio critico Porfirio:
«Poiché Antonio Diogene nelle Meravi-
glie incredibili al di là di
Thule percorse con esattezza (ἀκριβῶς) le
gesta del filosofo, giudicai
(ἔκρινα) di non poter affatto trascurare il
suo racconto».
Ma è il modo in cui Porfirio utilizza le fonti comuni a Diogene
Laerzio
che depone nettamente a danno della sua reputazione di sto-
riografo, anche se già
nel IV secolo ad opera degli autori cristiani egli
ha acquistato un credito che al
povero Diogene riservava solo il sofista
Sopatro di Apamea, che nelle sue Ecloghe varie inseriva excerpta
dai
libri I-V-IX-X. Porfirio cita Aristosseno al § 9 per la notizia su
Pi-
tagora che lascia Samo tiranneggiata da Policrate per l’Italia (ripete
la
notizia al § 16): la notizia è anche in Diog. Laert. VIII 3, ma senza
— 84 —
il colore agiografìco) di Porfirio: «vedendo che la tirannide di
Poli-
crate diveniva troppo dura perché un uomo libero potesse bene soste-
nere
un’autorità così dispotica». Al § 53 a proposito della dottrina
dei numeri
Aristosseno è inserito tra Platone, Aristotele, Speusippo e
Senocrate «che secondo i
Pitagorici si erano appropriati dei δόγματα
più fecondi rimaneggiandoli un po’ e
hanno raccolto e classificato come
proprie della αἵρεσις le superficialità e le
leggerezze che i malevoli diffa-
matori della scuola allegarono per rovinarla e
ridicolizzarla». Da Aristos-
seno Porfirio riporta il racconto del tiranno Dionisio
sui pitagorici Fin-
zia e Damone (§§ 59-61). Diogene ricava da Aristosseno notizie
sul
ghenos (VIII 1), sul contatto con la sacerdotessa
delfica Temistoclea
(§8) — che in Porfirio § 41 a torto è Aristoclea —, sul primato
di aver
introdotto pesi e misure (§ 14), sull’educazione politica e, in
particolare,
su Pitagora educatore di Zaleuco e Caronda che egli fece cittadini
onesti
e buoni (§ 16) — questa notizia, senza citazione della fonte, diventa
in
Porfirio (§21): «Pitagora libera le città d’Italia e di Sicilia da tempo
o da poco
asservite facendo ispirare pensieri di libertà dai discepoli che
aveva in ciascuna
[...] diede leggi ad altre città per mezzo di Caronda di
Catania e Zaleuco di Locri»
—. Da Aristosseno Diogene attinge notizie
sull’astensione dalla carne di animali
(VIII 20) e su pitagorici (VIII 46)
che Porfirio ignora. Antifonte (non il sofista)
autore di un libro su coloro
che primeggiarono in virtù è citato una sola volta da
entrambi a proposito
della visita in Egitto: Diogene assume i dati e il succo
dottrinario del
soggiorno, ha conoscenza dei misteri della teologia egiziana (VIII
3),
Porfirio attribuisce alla fonte un διήγημα romanzesco sull’austerità e
sulle
sofferenze patite da Pitagora prima di diventare oggetto di am-
mirazione e di
essere ammesso, unico fra gli stranieri, al culto dei loro
dei. Anche Timeo è male e
poco utilizzato da Porfirio (§4: cfr. Diog.
Laert. VIII 15). Porfirio fa risalire al
suo Antonio Diogene (§ 33) il
primato che gli è attribuito da Timeo (VIII 10) di
dire comuni i pos-
sessi degli amici! Aristotele, oltre ad essere intruppato al § 53
con
Platone, Speusippo, Aristosseno e Senocrate, è citato da solo un’unica
volta
(§41) per «gli insegnamenti misteriosi sotto forma di simboli».
Al contrario,
Diogene cita Aristotele per la notizia della venerazione
dell’altare di Apollo a
Delio (§ 13), per l’astensione dalla triglia (§ 19):
la prima notizia manca in
Porfirio, la seconda è data senza l’autorità
— 85 —
di Aristotele. Ma la prova più grave della cattiva coscienza
storiografica
di Porfirio è che per i motivi che venivano addotti per
l’astensione
dalle fave (§§ 43-44) si rifà al solito Antonio Diogene, mentre
Diogene
Laerzio cita espressamente il libro Sui Pitagorici di
Aristotele (VIII 34).
E infine Dicearco: Diogene lo cita per la morte a Metaponto
(VIII 40).
Porfirio fa bene a citare Dicearco con gli autori ἀκριβέστεροι, (§
56)
per la presenza di Pitagora al complotto di Cilone, ma chi può credere
che
Dicearco abbia precorso Porfirio nel ritratto di Pitagora θείος
άνήρ? Secondo
Porfirio (§ 18), Dicearco avrebbe detto: «Quando
sbarcò in Italia e raggiunse
Crotone, quest’uomo che aveva tanto va-
gabondato, ricco, ben dotato dalla τύχη
nella sua ἰδία φύσις, nobile
nella persona, grande, affascinante, eloquente e
maestoso, in possesso
di tutte le altre qualità, tanto colpì la città dei Crotoniati
che dopo
aver soggiogato il Consiglio degli anziani con molti e bei
discorsi
rivolge ai giovani appropriate esortazioni su ordine dei magistrati
e
poi ai fanciulli affluiti dalle scuole e poi alle donne [...] e
un’associa-
zione di donne si costituì per lui ...», ecc. ecc. (perché secondo il
Bur-
kert anche il § 19 apparterrebbe a Dicearco).
Nulla di queste e simili meraviglie, magie, miracoli nel sobrio
Bios di Diogene, in cui lo scrupolo della documentazione
biodosso-
grafica non esclude gli accenni alla σεμνοπρέπεια (VIII 11) che
finanche
Timone gli riconosceva o all’ammirazione (VIII 15) che Diogene
regi-
stra anche per Empedocle (VIII 60), Archita (VIII 79), Eudosso. E,
d’altra
parte, Diogene di Ferecide, variamente collegato con Pitagora,
aveva ricordato nel I
libro (116) πολλὰ θαυμάσια e la taumasiografia
non è estranea alla biografia
peripatetica. Acutamente lo Schwartz
112
aveva osservato che la dossografia che Diogene attingeva alle Memorie
di Alessandro Poliistore (VIII 25-35) è del tutto libera dalla
mistica
numerica e dalla morale teologica e che per Diogene sarebbe stato
molto
più facile rappresentare il Pitagorismo moderno che ricostruire,
come fece, il
sincretismo ellenistico da lungo tempo dimenticato.
Il libro VIII è anche l’inizio della filosofia italica e possiamo
af-
fermare che gli ultimi tre libri dell’opera costituiscono un blocco di
— 86 —
cui si sorprendono lineamenti unitari. Ma già in questo libro —
in
cui l’equilibrio fra bios e doxa si
fa precario nel senso che la doxa
cede sempre più ai bioi nei Pitagorici — Diogene preannuncia una
modifica
importante al quadro storico della filosofia italica che ci con-
sente di additare
un’evoluzione rispetto alla visione del Proemio fer-
reamente organizzata nella
diadochia. Ma il nesso delle due grandi fasi
— ionica e italica — è riconfermato alla soglia dell’VIII: gli ἄνδρες
ἐλλόγιμοι
divengono ἀξιόλογοι e il movimento stilistico con cui Dio-
gene accompagna il
passaggio è un tratto d’unione omogeneo (VIII 1):
«Poiché abbiamo esaurito la
trattazione della filosofia ionica iniziata
da Talete e abbiamo passato in
rassegna gli uomini che la rappresen-
tarono in modo degno di menzione (ἄνδρας
ἀξιολόγους), ecco che
ora ci accingiamo ad esporre la filosofia italica, di cui
fu iniziatore
Pitagora».
E la dottrina di Pitagora viene non solo dai symbola
pur su fon-
damento aristotelico, ma anche dai precetti di carattere generale
tra-
smessi da tre opere di Pitagora, Dell’educazione, Dello
stato, Della
natura·, qui ritorna l’avverbio καθολικῶς che è in I 40:
φέρεται Πυθα-
γόρου τάδε καθολικῶς (VIII 9). La registrazione della dossografia
pita-
gorica trasmessa da Alessandro Poliistore è un segno del buon talento
di
Diogene storico del pensiero: egli non condivideva la riproposizione
nella sua opera
di un Pitagora sciamano e taumaturgo, ma ci ha tra-
smesso con equanimità il
patrimonio della dottrina pitagorica: «In
qualche sua opera Pitagora chiama gli
occhi porte del sole» (VIII 29)
e, dopo la divisione dell’anima in tre parti,
Diogene ci tramanda que-
sto passaggio (VIII 31): «I legami dell’anima sono le vene,
le arterie
e i nervi: ma quando essa abbia acquistato il suo vigore e la sua
in-
tima quiete, i suoi legami sono le parole e le opere».
Il libro IX: novità strutturali. Il βίος di Eraclito è “una caricatura”?
Alla fine del Bios di Pitagora Diogene annuncia gli
ἐλλόγιμοι Πυ-
θαγορικοί — Empedocle, Epicarmo, Archita, Alcmeone, Ippaso,
Filolao,
Eudosso (§§ 51-91) — che sono bioi variamente estesi
e stilisticamente
abbastanza disciplinati fra i quali spicca Empedocle, le cui
opinioni sulla
— 87 —
base dei suoi versi sono concentrate in due paragrafi su un
totale di
venticinque (§§ 76-77 ἐδόκει δ’ αὐτῷ τάδε). Ma soprattutto
ristabilisce
il raccordo fra Pitagora e Epicuro rifacendosi esplicitamente al
Proemio
con la novità dei filosofi “isolati” di cui nel Proemio è assoluto
silenzio.
Secondo il Kienle
113, l’esclusione di Eraclito e Senofane — questi sono
gli
σποράδην φερόμενοι — era già in Sozione, ma credo che, poiché qui
diverge dal
Proemio — dove Eraclito non è menzionato, ma Senofane è
strettamente connesso con
Telauge maestro e Parmenide successore —,
Diogene diverge anche da Sozione. Credo
che Diogene abbia modificato
la sua visione dopo la trattazione della filosofia
ionica: anche su questo
direi che la sua opera è aperta, suscettibile di aggiunte e
aggiornamenti.
E vedremo subito che di questa nuova collocazione di Senofane
negli
σποράδην, menzionati altre due volte in VIII 91 e IX 20 (καὶ οὗτοι μὲν
οἱ
σποράδην), Diogene dà una giustificazione precisa.
Che questi sporaden abbiano turbato o rinnovato lo
schema espo-
sitivo che Diogene si era fatto all’inizio può risultare già dal testo
di
raccordo che ho or ora menzionato (VIII 50):
«Poiché abbiamo discorso di Pitagora, bisogna ora dire dei Pita-
gorici
insigni [ῥητέον indica la trattazione immediata come λεκτέον],
e, dopo di loro, di
quelli che secondo alcuni (κατά τινας) vengono
tramandati come sporadici. Poi così
tratteremo la successione di quelli
che sono degni di menzione (ἐξάψομεν τὴν
διαδοχὴν τῶν ἀξίων λόγου)
[da Parmenide a Pirrone] fino a Epicuro, come abbiamo già
detto
[I 19]. E poiché di Teano e Telauge abbiamo discusso [nella Vita
di Pitagora VIII 42 sg.], ora bisogna dire di Empedocle in primo
luogo
perché secondo alcuni fu uditore di Pitagora».
È un racconto la cui accuratezza è dovuta alla novità degli σπο-
ράδην,
ripresa alla fine del libro (VIII 91): «Poiché abbiamo passato
in rassegna i
Pitagorici ἐλλόγιμοι, veniamo a parlare ormai di quelli
che dicono sporadici e in
primo luogo dobbiamo dire di Eraclito (νῦν
ἤδη περὶ τῶν σποράδην, ὥς φασι,
διαλεχθῶμεν. Λεκτέον δὲ πρῶτον
περὶ Ἡρακλείτου)». E Diogene mi pare abbia attuato la
modificazione
— 88 —
con coerenza perché all’inizio del Bios
di Senofane scrive (IX 18): «Non
fu discepolo di alcuno secondo alcuni (διήκουσε δὲ
κατ’ ἐνίους μὲν
οὐδενός)» e soggiunge che altri lo fanno discepolo di Botone, altri
di
Archelao e, secondo Sozione, fu contemporaneo di Anassimandro
(Jacoby
corregge Anassimene) e soprattutto registra — per accentuare
l’isola-
mento di Senofane — l’opposizione dottrinaria a Talete, iniziatore
della
filosofia ionica, e a Pitagora, iniziatore della filosofia italica, nonché
la
critica ad uno dei più prestigiosi sapienti, Epimenide: ἀντιδοξάσαι
τε
λέγεται Θαλῇ καὶ Πυθαγόρᾳ, καθάψασθαι δὲ καὶ Ἐπιμενίδου. Ε
ancora, se avesse
seguito Sozione, come crede il Kienle, Diogene non
avrebbe denunziato il suo errore
di credere che Senofane abbia per
primo affermato l’inconoscibilità delle cose (IX
20 φησὶ δὲ Σωτίων
πρῶτον αὐτὸν εἰπεῖν ἀκατάληπτα εἶναι τὰ πάντα, πλανώμενος).
E
infine, all’inizio del Bios di Parmenide (IX 21) si preoccupa di
chia-
rire dal nuovo punto di vista il rapporto con Senofane: «Parmenide
fu
uditore di Senofane [...] tuttavia se pure udì Senofane non fu suo
seguace (οὐκ
ἠκολούθησεν αὐτῷ) [...]. Fu avviato alla tranquillità
della vita teoretica (εἰς
ἡσυχίαν) da Aminia, ma non da Senofane».
Che i Bioi diogeniani possano essere considerati
un’opera aperta
è confermato anche dall’atteggiamento verso il sistema scettico.
Abbia-
mo visto nel Proemio che Diogene contro Ippoboto identifica Scetti-
cismo
con Pirronismo e soprattutto riconosce alla setta pirroniana il
carattere di
αἵρεσις, analogamente al Cinismo. È una posizione scet-
tica, ma piuttosto duttile e
forse non organica, se ancora nel Proemio,
in modo distinto dai Pirroniani registra
gli Efettici contrapposti ai
Dogmatici (I 16). Il Bios di
Pirrone dal punto di vista dossografico
è particolarmente ricco di Πυρρώνειος λόγος
(IX 78), ornato dei dieci
tropi (79-88) da Sesto Empirico cui aggiunge i cinque di
Agrippa (88-90)
che fanno da intermezzo all’agone Dogmatici-Scettici, ma anche
come
ritratto umano del filosofo è pregevole: l’akoloutheia
di vita e dottrina
(§ 62) caratterizza il fondatore della αἵρεσις, le cui ascendenze
sono ad-
dirittura omeriche. Dopo aver menzionato gli uditori di Pirrone,
Dio-
gene precisa nomenclatura e caratteristiche dei Pirroniani così (IX
69-
70): «Tutti costoro venivano denominati Pirroniani dal loro διδάσκα-
λος, ma
dal δόγμα, se si può parlare di δόγμα (ἀπὸ τοῦ οἷον δόγματος)
venivano chiamati
Aporetici, Scettici, e ancora Efettici e Zetetici».
— 89 —
Cominciando dall’ultima denominazione, Diogene ci dà il
seguente rag-
guaglio: «La filosofia si chiama zetetica dal ricercare (ζητεῖν)
sempre
e dovunque la verità; scettica dall’indagare sempre (σκέπτεσθαι) e
non
trovare mai; efettica dallo stato mentale che segue alla ricerca, dico
la
ἐποχή (la sospensione del giudizio); aporetica dal fatto che gli
stessi
Dogmatici si trovano nella difficoltà del dubbio (ἀπορεῖν). I
Pirroniani
da Pirrone». E infine Diogene non ha remore a riportare la
testimo-
nianza di Teodosio scettico che non avalla la sua identificazione
di
Pirronismo e Scetticismo: «Teodosio nei suoi Capitoli
scettici nega
che la filosofia scettica debba chiamarsi pirroniana. Perché
se il movi-
mento del pensiero nell’una e nell’altra direzione sfugge a una
sicura
determinazione e ci riesce inafferrabile, non sapremo la disposizione,
il
modo di vita di Pirrone: non sapendola neppure potremo chiamarci
Pirroniani. E
aggiunge: Pirrone non è il primo ad aver inventato la
filosofia scettica e non ha un
δόγμα. Perciò si potrebbe chiamare Pirro-
niano solo chi ha un modo di vita simile a
quello di Pirrone».
È evidente la maturazione della visione critica, articolata
dello
Scetticismo, cui corrisponde uno spiccato impegno dossografico.
Ma in generale si può dire che in tutti i bioi del
IX libro Diogene
ha conseguito un maggiore equilibrio fra bios e doxa e soprattutto ha
fornito una dossografia
esatta di ascendenza teofrastea. La dossografia
di Eraclito è distribuita come
quella leucippea nelle due direttrici fon-
damentali: principi generali (καθολικῶς
IX 7, κεφαλαιωδῶς IX 30) e
principi particolari (ἐπὶ μέρους IX 8 e 31) con una
coscienza di scru-
polo e una responsabilità di critica che certo risalgono a
Teofrasto,
ma è merito di Diogene non aver negletto. Così Diogene che conosce
la
topica oscurità dell’Efesio, dopo aver inserito nella parte generale
della sua
dottrina il detto sui confini dell’anima che non si possono
trovare neppure se si
percorre ogni via per la profondità della ragione
ch’essa possiede, afferma che il
suo stile, incomparabilmente conciso
e grave, è così splendido e perspicuo che anche
il più tardo di mente
può facilmente intendere e sentirsi elevare l’animo. Ma ciò
non impe-
disce allo storico di rilevare che Eraclito non dà una chiara
spiegazione
(σαφῶς δ’ οὐδὲν ἐκτίθεται) della trasformazione delle cose ad
opera
del fuoco, non spiega (οὐ δηλοῖ) la natura del περιέχον, nulla
rivela
(οὐδὲν ἀποφαίνεται) della natura della terra né delle scafe. Insomma
— 90 —
il suo αἰτιολογεῖv non è sempre rigoroso; analoga carenza di
σαφένεια
Diogene scova nella dossografia di Leucippo (IX 33 οὐ διασαφεῖ).
Il
Kahn
114
ha osservato che la migliore versione del fondo teofrasteo su
Eraclito è stata
conservata da Diogene. Al ritratto di Eraclito tracciato
da Diogene si ispirò anche
il Nietzsche in uno dei suoi più riusciti
saggi della Filosofia
nell’epoca tragica dei Greci (1873): Eraclito μεγα-
λόφρων, ὑπερόπτης che
gioca agli astragali con i fanciulli, misantropo
e solitario dei monti, che muore
d’idropisia, seppellito in una stalla
di buoi, nel caldo sterco dei buoi, è una
rappresentazione potente:
temperamento straordinariamente mirabile, θαυμάσιος, è uno
dei pochi
filosofi che Diogene abbia potuto rappresentare nel ritmo biologico
della
fanciullezza, della gioventù e della maturità. «Discepolo di
nessuno,
investigava se stesso e apprendeva tutto da se stesso». E anche per
il
suo libro, il cui συνέχον è περὶ φύσεως, Diogene segue lo schema
ternario di tre logoi: περὶ τοῦ παντός, πολιτικός, θεολογικός, e non
segue il
grammatico Diodoto, il quale affermava che il libro di Eraclito
era περὶ πολιτείας e
che la parte sulla natura aveva solo valore di
esempio, pur riconoscendo
l’incompletezza e la contraddittorietà del-
l’opera, bisognosa del socratico
palombaro di Delo, che offrì molto
travaglio esegetico ai commentatori antichi. Il
falso carteggio con Dario
dona anche un tratto antimonarchico al filosofo
consapevolmente fiero
di sé e contento del poco.
Sufficientemente maturo, il Bios di Eraclito a me
pare esemplar-
mente misurato e partecipato d’una sottile vena di simpatia: che
questo
bios sia una “caricatura” è affermazione
pregiudizievole, scandalosa-
mente falsa del Mejer
115, a meno che non l’abbia
confuso col Bios di
Parmenide, eccessivamente breve (IX
21-23). Ma vai la pena di ricor-
dare che del brevissimo Bios
di Melisso (IX 24) Giovanni Reale ha
lodato la precisione, certezza, credibilità
delle notizie e l’appropriatezza
del sunto dossografico
116.
Anche il Bios di Diogene Apolloniate è stato
giudicato dal Mejer
— 91 —
fuori posto secondo un incancrenito pregiudizio (Rohde, Hicks,
Kienle):
«La vita di Diogene di Apollonia non ha nulla a che vedere col
con-
testo del IX libro»
117. Ma uno
dei più sicuri risultati conseguiti dal
Laks nella ricca edizione dei frammenti di
Diogene del 1983
118 è pro-
prio la dimostrazione che Diogene Laerzio non confuse Diogene
di
Apollonia con Diogene di Smirne, maestro di Anassarco (IX 58); la
sequenza
Protagora-Democrito-Diogene di Apollonia è attestata nel I
secolo a.C. (Diogene
Laerzio inverte solo l’ordine ponendo Democrito
prima di Protagora), Anassarco e i
Pirroniani sono collegati a Demo-
crito al di sopra di Protagora e Diogene che
formano un gruppo mar-
ginale che illustra un altro tipo di dipendenza, Diogene
Apolloniate
infine è considerato più vicino a Leucippo che a Anassagora:
tutto
questo giustifica la posizione del Bios di Diogene di
Apollonia nel
IX anzi che nel II libro e mostra Diogene Laerzio infisso
nell’opera
teofrastea più di quanto finora si sia pensato. E a mio parere
Diogene
prima di lasciare il resto del libro IX ai filosofi della scepsi ha
collocato
un filosofo sostenitore di un principio indiscutibile, di una ἀρχὴ
ἀναμ-
φισβήτητος, di una certezza preliminare, assoluta, universale,
senza
l’ipoteca del dubbio più o meno metodico. Anche nel breve Bios di
Diogene Apolloniate (IX 57) c’è un esemplare equilibrio fra
biografia
— nome del padre, etnico, professione di filosofo “fisico”, ἀνὴρ φυσικός
καὶ
ἄγαν ἐλλόγιμος, allievo di Anassimene e contemporaneo di Anas-
sagora — e
dossografia: l’aria è elemento fondamentale, i mondi sono
infiniti, infinito è lo
spazio, la terra è rotonda infissa nel centro e la
sua forma è determinata dalla
rivoluzione proveniente dal caldo e dal
congelamento derivato dal freddo. Come
conclusione, Diogene ci dà il
testo dell’inizio del syggramma che aveva già citato nel Bios del
Cinico
Diogene fra gli omonimi di derivazione demetriaca. Della
ripetizione
di un testo — ogni logos deve fondarsi su un’
ἀρχή non suscettiva
di dubbi e essere sviluppato in uno stile semplice e severo —
nessuno
può far biasimo a Diogene, sensibile all’immediatezza del contatto
con
le opere dei filosofi.
— 92 —
Tale immediatezza del contatto con alcune parole eterne degli
an-
tichi precettori del mondo percepiamo negli incipit «Di
tutte le cose
misura è l’uomo, delle cose che sono in quanto sono, delle cose
che
non sono in quanto non sono» e «Intorno agli dei non ho alcuna
possibilità
di sapere né che sono né che non sono. Molti sono gli osta-
coli che impediscono di
sapere, sia l’oscurità dell’argomento sia la bre-
vità dell’umana vita» (IX 51), che
appartengono a due scritti di quel
Protagora che innovò per primo il metodo
socratico di discussione
(IX 53). E se il Bios di Anassarco è
imperniato su un motivo del Bios
zenoniano della lotta del
filosofo al tiranno, il Bios di Timone, rivisi-
tato con
intelligenza storica da Decleva-Caizzi
119, è scintillante non
di doxai, ma di
vita: un ritratto fortemente antigoneo, di filosofo
ulisside prima di essere
pirroniano, poeta parodista, i cui Silloi sono
una punta più
o meno acuminata di molti bioi diogeniani, amante di
giardini
e della solitudine, φιλοκῆπος e ἰδιοπράγμων, ὀξὺς νοῆσαι καὶ
διαμυκτηρίσαι,
schernitore emunctae naris, φιλογράμματος, amico
e
collaboratore di Alessandro Etolo e Omero di Bisanzio, lettore distratto
delle
sue poesie che giacevano per metà corrose dalle tarme nella sua
abitazione, immerso
nello studio fino a trascurare il pranzo, un gra-
zioso Ciclope — Diogene dice (IX
112): τοῦτον ἐγὼ καὶ ἑτερόφθαλμον
ἤκουσα — che esercitava il suo giocoso scetticismo
sul dogmatismo
di Arcesilao. Ebbe o non ebbe successori Timone? Terminò o
non
terminò con lui la scepsi pirroniana? Aveva ragione Menodoto di Nico-
media
medico empirico a non ammettere la continuità della Scepsi da
Timone a Saturnino,
discepolo di Sesto Empirico? Certo, a un cor-
religionario piaceva di più un Timone,
senza διάδοχοι, che pure aveva
avuto nel figlio Santo un διάδοχος τοῦ βίου, un
Timone la cui scom-
parsa apriva una crisi fino a Tolomeo di Cirene nel I secolo?
Più che
allievi veri e propri, un circolo senza il legame della visione
organica
del mondo? Ha ragione il Brochard a scrivere che esistiti o non
esistiti
i discepoli nulla hanno aggiunto all’eredità di Timone e Pirrone
120?
È un problema alla cui insolubilità ha contribuito Diogene con un
— 93 —
bios che effettivamente sembra porre un
sigillo alla Scepsi, anche se
è un sigillo più di vita che di morte; un bios in cui nessuno schema
diadochista riesce a domare
l’eterodossia di un personaggio, pieno di
umori e di stravaganze, che poteva
irridere il paziente lavoro di Zeno-
doto indicando ad un poeta del calibro di Arato
che il testo genuino
di Omero si trovava non nelle celebri edizioni che avevano
ricevuto
la διόρθωσις di Zenodoto, ma negli esemplari antichi, τοῖς
ἀρχαίοις
ἀντιγράφοις.
Il libro Χ: catarsi del metodo espositivo.
L’esito più fortunato e completo dell’unione di bios
e doxa si
verifica nell’ultimo libro dei βίοι dedicato, come
il ΙΙΙ, ad un unico
filosofo, anche se nella sezione sui discepoli sono inseriti
rapidissimi
profili dei καθηγεμόνες. Nel Bios di Epicuro il
rapporto che talvolta
abbiamo sorpreso tra tradizione biografica e dossografia
esposta sul
fondamento di citazioni testuali dei libri dei filosofi, e non su
sommari,
si concretizza in maniera eccezionalmente articolata. Diogene è
consa-
pevole di essersi posto sulle tracce di opere di Epicuro o poco note
o
difficilmente accessibili: le ha scovate egli stesso forse in un archivio
della
scuola e certamente fuori della tradizione excerptoria a cui comu-
nemente
attingeva. La Vita di Epicuro segna il punto più alto di
fu-
sione di βίος, δόγματα e ῥητά: nell’esposizione della vita e anche delle
summae dossografiche il punto di vista seguito da Diogene è dalla
parte
della αἵρεσις di Epicuro, termine della filosofia italica. La preda
cattu-
rata questa volta dall’insaziabile ricercatore è di gran pregio ed
egli
se l’amministra e se la gode con una tecnica narrativa ritardante
che
dissolve l’artificio nell’orizzonte conoscitivo, che non può essere
solo
rappresentato dalla signora philoplaton a cui di nuovo
si rivolge. Dio-
gene non è solo alla fine del suo syggramma,
ma anche alla conclusione
catartica di un metodo espositivo in cui tensione
stilistica e rilevanza
del materiale dottrinario si sostengono vicendevolmente. In
nessun
altro βίος emerge nitida la consapevolezza metodica che
l’individualità
del filosofo che si manifesta nella vita è, soprattutto, espressione
della
sua dottrina e della sua opera. Diogene contrappone all’Epicuro non
— 94 —
vero di detrattori e calunniatori tacciati di follia l’
εὐγνωμοσύνη
testimoniata dalla patria e dagli amici, la διαδοχή ininterrotta
della
scuola, l’ εὐχαριστία verso i genitori, l’ εὐποιία verso i fratelli, la
ἡμε-
ρότης verso i servi e, culmine e somma di tutte queste virtù, la
φιλαν-
θρωπία verso tutti.
Diogene sa che non tutti possono accettare tale profilo e
perciò
afferma che la figura del teorico del piacere, inneggiato in un
epigramma
di Ateneo (Anth. Pal. IV 43) quale maestro del
limite naturale della
ricchezza e denunziatore della sconfinata e rissosa avidità
degli uomini,
risulterà anche più perspicua se si procede dalla dottrina di
Epicuro
(X 11 sg.): τοιοῦτος ἦν ὁ τὴν ἡδονὴν εἶναι τέλος δογματίζων
[...]
εἰσόμεθα δὲ καὶ μᾶλλον προϊόντες ἔκ τε τῶν δογμάτων ἔκ τε τῶν
ῥητῶν αὐτοῦ.
È il primo annuncio della dottrina, ma Diogene con-
tinua il Bios con le notizie più varie e fonti allegate, con la nota-
zione del suo
stile personalissimo, con le tappe dell’iter filosofico e
la
morte. Ma neppure con la τελευτή termina la Vita: Diogene
aggiunge
il testamento, la bellissima lettera a Idomeneo sull’ultimo giorno
della
sua vita tra i violenti dolori cui l’anima oppone i colloqui del
passato,
gli allievi σφόδρα ἐλλόγιμοι (X 22), una bibliografia selezionata
delle
opere di Epicuro (X 27 καὶ τὰ συγγράμματα μὲν ἵπικούρου τοσαῦτα
καὶ
τηλικαῦτα, ὧν τὰ βέλτιστά ἐστι τάδε).
È a questo punto che Diogene annuncia più precisamente il
piano
espositivo dei δόγματα e dei ρητά di Epicuro: «La dottrina (ἃ δὲ
αὐτῷ
δοκεῖ), che in questi scritti tenterò di esporre (ἐκθέσθαι πειρά-
σομαι) proponendo
le sue Tre Lettere, in cui ha epitomato tutta la sua
filosofia. Ma addurremo anche
le sue Massime Capitali e una scelta
di quanto ha proclamato
(καὶ εἴ τι ἒδοξεν ἐκλογῆς ἀξίως ἀνεφθέγχθαι)
sì che tu sappia apprendere tutti gli
aspetti della personalità dell’uomo
(πανταχόθεν καταμαθεῖν τὸν ἄνδρα) e insieme
giudicarlo». Annuncia il
contenuto delle Tre Lettere περὶ τῶν φυσικών ... περὶ
μεταρσίων ... περὶ
βίων e pur scrivendo ἀρκτέον δὴ ἀπὸ τῆς πρώτης ne ritarda il
testo dal
§ 30 al § 34, inserendo una sezione, una stoicheiosis, un vero e proprio
sommario elementare di carattere isagogico
sulla divisione della filosofia
e sul criterio (X 34 περὶ τῆς διαιρέσεως καὶ τοῦ
κριτηρίου στοιχειωδῶς):
è una premessa (X 29: ὀλίγα προειπόντα) in cui si fa
riferimento oltre
che alle Epistole, particolarmente quella A
Erodoto, al Canone o Del
— 95 —
criterio, alle
opere Della natura, Dei modi di vita, Del fine. Ai
testi
della Lettera a Erodoto περὶ τῶν φυσικῶν (35-83) e
della Lettera a
Pitocle περὶ τῶν μετεώρων ο μεταρσΐων
(84-115) non segue subito il
testo della Terza. Come la Prima è stata preceduta dal
sommario sul
criterio, la Terza è preceduta dalla complessa e forse turbata
ἐκλογή
preannunciata al § 29: si tratta di un sommario di filosofia morale
sulla
base dell’ Epitome di ἠθικὰ δόγματα di Diogene di
Tarso, τὰ περὶ βίων
di x 29, strettamente congiunto al testo capitale dell’Epistola a Me-
neceo: l’Epitome di
Diogene di Tarso è fondata sulle citate opere di
Epicuro, Problemi, Della natura e Dei modi di vita. La ἐκλογή è
perciò
contestuale alla Epistola III e si precisa anche come
dottrina di Epicuro
e degli Epicurei sul sapiente (X 117): περὶ δὲ τῶν βιωτικῶν καὶ
ὅπως
χρὴ τὰ μὲν ἡμᾶς αἱρεῖσθαι, τὰ δ’ ἐκφεύγειν, οὑτωσὶ γράφει [X 122-
135].
Πρότερον δὲ διέλθωμεν [questo è stilema laerziano] ἅ τε αὐτῷ
δοκεῖ περὶ τοῦ σοφοῦ
καὶ τοῖς ἀπ’ αὐτοῦ (X 117-121). A questa ἐκλογή
segue non solo la III Epistola, ma anche una citazione testuale di Epi-
curo sulla
mantica (X 135 τοσαῦτα καὶ περὶ τῶν βιωτικῶν καὶ ἐπὶ
πλείω διείλεκται ἀλλαχόθι). Qui
ci aspetteremmo le Massime Capitali,
ma prima (X 136-137)
ancora una sezione sulla differenza della con-
cezione edonistica nei Cirenaici,
sulla scelta delle virtù e sull’insepara-
bilità della virtù dal piacere.
Si sa che all’Usener il dossier sul sapiente epicureo appariva
una
epitome doctissima «ex optimo fonte petita»
121, anche se nel modo in
cui ci è stata trasmessa vedeva la
conferma degli indizi della supina
neglegentia dello stesso
Diogene Laerzio, non di Diocle come aveva
supposto il Nietzsche. Il turbamento nel
testo è innegabile, e i rimedi
proposti dall’Usener sono abbastanza complessi, il
Bignone
122 propose
una trasposizione seguito da Hicks
123,
dal Bailey
124, da
Diano
125, dal-
l’Arrighetti
126,
da me e da Michelangelo Giusta, il quale in una ac-
— 96 —
curata memoria del 1963 dimostrò che Diogene Laerzio si servì
di
«una fonte originaria comune che trattasse non solo della morale epi-
curea,
ma simultaneamente della dottrina delle varie scuole» special-
mente della stoica e
che perciò il testo di Diogene Laerzio «viene a cor-
rispondere per il suo contenuto
ai testi dossografici di morale di Ario
Didimo», ha corrispondenze e divergenze con
la dottrina stoica, la
fonte è unica per la sezione de
sapiente (§§ 117-120 a-121 b) e de
officiis (§§ 120
b-121 a) e il passo sulla mantica troverebbe una col-
locazione più logica non dopo,
ma prima dell'Epistola a Meneceo
127.
Comunque sia, il materiale dossografico è di prim’ordine, anche
se lo
scarso rigore con cui ci è trasmesso risalga a Diogene Laerzio,
che pure curò il Bios di Epicuro con un impegno straordinario: come
ben vide lo
Schwartz, esso attesta la retta intelligenza dell’ortodossia
che cementava la
comunità epicurea
128.
Fiuto eccellente Diogene mostrò nel trascrivere le Massime Capi-
tali che alla fine egli dona non solo alla donna philoplaton, al colto
milieu cui si
rivolgeva, ma a tutta l’umanità: non è un mero lusus,
il telos della sua opera quale τής ευδαιμονίας άρχή. Il crescendo
sti-
listico del racconto tocca la vetta quando l’autore concepisce le Massime
Capitali come il colofone non solo del βίος del
filosofo, del singolo
volume, ma di tutta l’opera: all’immagine segnica Diogene
unisce la
nozione del valore di ciò che tramanda, una condensazione di
pensieri
per conseguire la felicità. E così, alla fine, il dottissimo
instancabile
frugatore della sapienza plurisecolare dei Greci diventa araldo di
felicità
in un afflato stilistico che lo riscatta da ogni possibile disordine
com-
pilatorio:
παὶ φέρε οὖν δὴ νῦν τὸν κολοφῶνα — ὡς ἂν εἴποι τις — ἐπι-
θῶμεν καὶ τοῦ
παντὸς συγγράμματος καὶ τοῦ βίου τοῦ φιλοσόφου,
τὰς Κυρίας αὐτοῦ Δόξας παραθέμενοι
καὶ ταύταις τὸ πᾶν σύγγραμμα
κατακλείσαντες, τέλει χρησάμενοι τῇ τῆς εὐδαιμονίας
ἀρχῇ.
— 97 —
17. Alcune conclusioni e problemi.
Come l’intera opera, così ogni βίος è stato concepito da Diogene
quale
contributo alla conoscenza di un passato ormai classico, che ha
chiuso il suo ciclo
di vita, ma non ha esaurito la sua vitalità: da tempo
la polis era morta, sopravvivevano le individualità. La biografia
laerziana
non è in questo dissimile da altre biografìe politiche o letterarie:
è
il regno dell’individuo. E tuttavia l’individuo è creatore di storia dentro
la
storia, portatore di pensieri o idee e anche di fatti che non sono
per lo più meri
eventi privati, ma segnali di una cultura e di un’epoca.
Così la filosofia nei βίοι
che permangono, se sono storia, una storia
“esterna” e non “concettuale”
129, appartiene ad un patrimonio di
sa-
pienza anche popolare o al sistema di una scuola, ma non cessa mai
di essere
espressione di libertà interiore. E la doxa che
accompagna
quando è possibile il bios e gli è subordinata —
almeno nell’imposta-
zione fondamentale — assume anche la forma di una chreia, di una
massima, di un apophthegma e Diogene non esercita generalmente un
criterio di valutazione:
nella leale registrazione del βίος e della doxa
Diogene
espone, non giudica. La doxa si configura non solo come
filo-
sofia, ma come cultura, letteratura, poesia, arte, politica, in una
varietà
di forme di espressione dello spirito che si colloca nella forma di
un
βίος, in un kefalaion, o in una serie di kefalaia: l’interazione fra
biografia e filosofia è perciò mutevole e
duttile. Una biografia fondata
sulle testimonianze di pensiero o di vita tratte
dall’opera scritta di
colui di cui viene scritta la vita è necessariamente diversa
dalla bio-
grafia di un filosofo che nulla ha scritto o la cui opera sia rimasta
inac-
cessibile. L’alterità della tradizione scritta o orale contaminata
attra-
verso i secoli non può essere uno specchio di verità, anche se può
avere
il fascino di ciò che non ha bisogno di essere vero per essere
traman-
dato. Finanche il fondamento cronologico di un βίος può esser
giunto
turbato da un motivo sincronistico. Ma, in generale, il fondamento
cro-
nologico per Olimpiade — nascita o acme —, il ghenos o
l’etnico, sono
— 98 —
strutture portanti sufficientemente affidabili, così come la
diadochia
— maestro, allievi, allievi di allievi — o l’appartenenza ad una hairesis
sono criteri abbastanza validamente documentati,
anche se la succes-
sione è uno schema che può chiarire, ma anche imprigionare e
talvolta
è anche bifronte o controversa. Quando la tradizione biografica è
do-
viziosa o almeno significante, Diogene traccia un ritratto che trova
nel-
l’aneddoto uno strumento efficace e popolare per delineare il carattere,
il
comportamento o la dottrina: c’è un rapporto dialettico fra l’entità
del personaggio
e la documentazione, i materiali ipo-apomnematici —
gli aneddoti sulla vita e gli
scritti di Platone hanno fornito materia
a un libro importante di Alice Swift
Riginos
130. Quanto meno
deter-
minabile o determinata è la dottrina, tanto più vario e essenziale
è
l’aneddoto, che può essere evasione o trattenimento, ma anche refe-
rente di
pensiero, l’ombra o l’emblema di un δόγμα. La corrività al-
l’aneddoto è
probabilmente una tendenza del gusto dell’ambiente in
cui operava, ma Diogene
seleziona l’aneddoto — sulla vita, sull’opi-
nione o sul sistema di pensiero — e lo
colloca nel segmento espositivo
ritenuto più adatto, talvolta ne discute
l’attribuzione come se si trat-
tasse di un’opera scritta. Diogene non rinunzia alla
letteratura pseudo-
epigrafa, ma le epistole false sono invenzione con un’anima di
verità
e soprattutto un’occasione dieghematica. D’altra parte, al piacere
di
esporre corrisponde il piacere di leggere e di scoprire e il sapore
filo-
logico di una scoperta diventa esposizione, racconto, comunicazione.
La
carenza di un criterio discriminante il vero dal falso potrebbe es-
sere anche una
caratteristica della mentalità dell’erudito che vuol dare
una impronta corale, non
iniziatica alla sua opera che, come non è
soggetta a un’ipoteca di scuola, così non
tollera una disciplina rigorosa.
D’altra parte, vorrei solo sottolineare il ruolo di una rubrica come
il catalogo degli omonimi che può dare lo stesso piacere che dava
ad
Anatole France un catalogo di manoscritti
131: il Catalogo degli
Omo-
nimi è un forziere di dottrina e poesia. Qualche esempio: «Teodoro
— 99 —
di Samo. Questo è colui che consigliò di porre carboni spenti
sotto
le fondamenta del tempio di Efeso: sosteneva infatti che, data l’umi-
dità
del luogo, i carboni, perduta la fibra lignea, avrebbero ottenuto
una solidità
impenetrabile all’acqua» (II 103); «Senocrate filosofo e
infelice scrittore di
elegie. È caratteristico che i poeti se scrivono in
prosa hanno successo, i
prosatori che tentano la poesia fanno fiasco.
È dunque chiaro che la poesia è opera
dell’ingegno naturale, la prosa
è opera d’arte» (IV 15); «Arcesilao scultore al
quale Simonide dedicò
questo epigramma: “Questa è la statua di Artemide, costa
duecento
dracme di Paro, che hanno per impronta un capro. È opera di
Arce-
silao, degno figlio di Aristodico, esperto nelle arti di Atena”» (IV
45);
«Bione democriteo e matematico di Abdera, autore di opere in attico
e in
ionico. Fu il primo a sostenere l’esistenza di regioni in cui sia la
notte sia il
giorno avevano la durata di sei mesi» (IV 58); «Demetrio
poeta epico di cui si
conservano solo questi versi contro gli invidiosi:
“Vivo fu disonorato, morto è
rimpianto. E per la sua tomba e la sua
immagine senza respiro, vennero a gara città
e il popolo suscitò con-
tesa”» (V 85); «Diogene di Apollonia filosofo naturalista.
Il suo
libro comincia così: “All'inizio di qualsiasi discorso a me pare
neces-
sario che si stabilisca un principio inconfutabile” » (VI 81); «
Archita
architetto, a cui si attribuisce un libro Della
meccanica, che comincia
così: “Queste cose da Teucro cartaginese udii”»
(VIII 82); «Eraclito
poeta elegiaco di Alicarnasso, per il quale Callimaco compose
questi
versi: “O Eraclito, la notizia della tua morte mi indusse al pianto:
mi
ricordai quante volte conversando entrambi avevamo tratto giù dal
cielo il sole. Ora
tu, ospite di Alicarnasso, già da tempo sei cenere.
Ma vivono i tuoi canti
d’usignolo su cui non tenderà la mano Ade, che
tutto rapisce”» (IX 17).
E verisimilmente anche a una fonte omonimica dobbiamo se Dio-
gene ci
ha conservato gli incipit di molte opere: del poema di
Lino
(I 4), del libro di Ferecide di Siro (I 119), del libro di Anassagora
(II
6), del peana di Socrate (II 42), di una favola esopica di Socrate
(II 42), del Hieros logos di Pitagora (VIII 7), dei Raggiri di Pitagora
(VIII 8), d’una elegia di Senofane (VIII 36), delle Purificazioni di Em-
pedocle (VIII 54), del libro di Alcmeone
(VIII 83), dei libri pitagorici
— 100 —
Della natura pubblicati da Filolao
(VIII 85), di due libri di Protagora
(IX 51), dei Silli di
Timone.
Insomma, neppure una rubrica all’apparenza così arida come un
catalogo
di omonimi è sterile o inutile.
Allora: Diogene storico? biografo? dossografo? Forse potremmo
dire,
parafrasando una definizione di Le Goff, che Diogene è un vol-
garizzatore del
sapere filosofico o meglio del sapere umano, che recu-
però i pensatori greci
creatori di civiltà attraverso il racconto biografico
e li propose modelli di paideia, non di una setta, non solo per la sua
epoca, stanca,
inquieta e forse malata, ma anche per l’umanità di tutte
le epoche, non esclusa la
nostra.
Mi pare che F. Adorno abbia, con equo e acuto giudizio, rilevato
in
Diogene — quale indice di un atteggiamento culturale «scientifi-
camente valido, e
rispecchiante un ampio pubblico» — la compresenza
della «presentazione oggettiva di
più correnti di pensiero» e «di una
discussione dialettica, basata sull’analisi
delle possibilità logiche del-
l’assunzione dell’una o dell’altra ipotesi, senza
privilegiarne una o
altra»
132.
Per intenderne la personalità ho seguito la via, a mio parere,
più
proficua: il ritorno al testo, praticando una lettura delle strutture
fon-
damentali dell’opera e cercando di capire il metodo di lavoro,
insomma
trattando il testo di Diogene come un classico sui
generis o un anti-
classico produttore di una cultura non indifferente né
insignificante.
Ho prospettato qualche ipotesi, convinto che il filologo che voglia
ca-
pire il più possibile non può rifugiarsi nella cappa asettica di
una
prudenza evasiva: il rischio di una ipotesi ritengo più efficiente di
una
ubriacatura ideologica.
Né mi illudo di aver squarciato l’enigma di Diogene Laerzio: di
enigma
diogeniano parlano lo Schwartz, l’Hope, il Moraux e il povero
Genaille, ma per la
via dell’esplorazione del metodo di lavoro l’enigma
comincia a ricevere qualche
squarcio. La via è leggere Diogene Laerzio:
capire l’autore da ogni angolo
possibile. La straordinaria esuberanza
erudita e l’enorme capacità di convogliare
notizie ponevano problemi
— 101 —
di ordine, di sistemazione pratica. Egli era consapevole
dell’importanza
di ciò che tramandava e certamente sentì che il peso dei suoi
pensieri
e delle sue preoccupazioni strutturali non doveva soffocare la
ricerca,
qualunque ne fosse l’oggetto particolare.
Biografo di filosofi senza essere filosofo — nel senso settario
—,
assecondava le tendenze del suo spirito o, se si preferisce, la sua
men-
talità che vuol tutto registrare con immediatezza — più che con
pedan-
teria —: il rischio di ripetizioni e confusioni era inevitabile, non
per-
ché fosse aprioristicamente privo del senso di discriminare, ma perché
gli
mancò il tempo del controllo, della verifica e la pacatezza riflessiva.
Ma quando
potè applicarsi come per il X libro, sul piano strutturale
e anche formale egli ci
dà un segno prestigioso di impegno spirituale
— di ricercatore, non di epicureo — e
d’intelligenza del peso specifico
di un documento. Non so se Diogene nell’applicare
il livello di cono-
scenza di cui era dotato sia riuscito talvolta a diventare parte
del per-
sonaggio di cui si occupava, non so se sia veramente plausibile
sor-
prendere qualche impennata stilistica — perché di una sua arte pos-
siamo e
dobbiamo parlare —, qualche urto della personalità, ma certo
la ricchezza del
materiale e la varietà degli interessi che persegue pos-
sono essere l’alibi della
sua dissipazione e della disuguaglianza. Non
so veramente se egli si ritrovasse
nella sua dispersione, ma è certo che
essa è autentica e non può essere il frutto
soltanto della ribellione
ad una forma rigorosa di pensiero coerente, ma della
natura stessa del
suo lavoro che implicava difficoltà pratiche, per così dire
oggettive.
La sua curiosità superò le difficoltà della ricerca, non si pose
barriere
ideologiche o condizionamenti di scuola, ma non riuscì sempre a
pre-
valere nell’ordinamento del materiale diligentemente e appassionata-
mente
raccolto. Va perciò ribadito che la sua opera non denuncia tanto
la carenza di un
cogente orientamento di pensiero quanto la non
avvenuta soluzione di difficoltà
materiali di esecuzione.
Il lavoro è ancora lungo e vorrei augurare che questo Congresso
segni
l’inizio della quarta epoca di studi laerziani contrassegnata da uno
studio
sistematico del testo e da un approfondimento senza pregiudizi
della tecnica
compositiva e dello stile dello scrittore. Janáĉek ha avuto
il coraggio di proporre
una indagine smaliziata su questo uomo «pro-
fondamente ingenuo» a cui per il
silenzio platonico su Democrito ha
— 102 —
attribuito un Feingefühl, un esprit de finesse
133, e di avviare uno studio
produttivo dello
stile dello scrittore, fonte di prim’ordine per la storia
della filosofia
antica
134.
A mio parere, bisogna cercare di assodare ancora più profonda-
mente
dove si celi la mentalità di Diogene, se l’efficacia del suo rac-
conto sia
l’effetto della sua distaccata lealtà, se la sua opera abbia po-
tuto avere una
funzione, non solo nella corte, ma anche nella società
e nella scuola, se la sua
discrezione sia dovuta al disegno di rappre-
sentare i suoi eroi senza
condizionamenti, modelli per un ambiente
che ne aveva bisogno, se gli si possa
attribuire, come talora mi è parso,
un’intenzione demistificante, una ripulsa di
tendenze panegiristiche o
idoleggianti, se l’esame della koine dottrinale e terminologica del-
l’epoca che è palpabile nella sua
opera possa approdare all’individua-
lizzazione di tratti della sua personalità. E,
in fondo, anche una meno
incerta collocazione a Roma all’ombra di una biblioteca di
corte o del-
l’archivio filosofico di una scuola, in mezzo ai suoi libri o in un
circolo
di amici, ci renderebbe Diogene Laerzio meno estraneo, meno
lontano,
appunto, meno enigmatico.