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La biografia di Socrate scritta da Diogene Laerzio non ha goduto
di
grande fortuna presso gli studiosi di Socrate: per quanti sforzi si
siano fatti,
soprattutto dopo il fondamentale libro di Olof Gigon
1, per
liberarsi dalle angustie della classica
impostazione del “problema so-
cratico”, che vedeva nel confronto, nella
composizione o nella scelta,
tra le fonti cosiddette canoniche (Platone, Senofonte e
Aristotele)
l’unico criterio metodico possibile per attingere il “vero” Socrate,
si
è ancora lontani da un’utilizzazione esauriente di tutto il
materiale
disponibile, che solo da una quindicina d’anni si è cominciato a
racco-
gliere e a studiare direttamente
2. In sostanza si può dire che ci si è
ormai abbastanza convinti
a guardare con maggiore attenzione alle
Nuvole di Aristofane
(e agli altri accenni contenuti nelle sue com-
medie) e che, soprattutto, si è
abbastanza convinti dell’opportunità di
prendere in considerazione anche gli altri
esiti del socratismo (Eschine,
Euclide, Antistene, Aristippo, ecc.), pur se si è
ancora a un livello
di pura esigenza metodica. Ma ciò che, a tutt’oggi, manca è uno
studio
approfondito e sistematico della storia della fortuna di Socrate
nell’an-
tichità e quindi una ricostruzione esauriente dei vari filoni
dell’inter-
pretazione filosofica e delle tradizioni biografiche, aneddotiche,
apofteg-
matiche ed erudite
3, che poi, almeno parzialmente,
confluiscono nel-
l’opera di Diogene Laerzio.
— 186 —
C’è, innanzi tutto, una circostanza storica precisa che, se ben
com-
presa nel suo significato, deve indurci a riflettere attentamente.
Intendo
riferirmi alla circostanza dell’ “accusa” di Policrate. È ormai
accertato
4
che Policrate, esponente degli ambienti sofistici e retorici
politicamente
orientati in senso democratico e ostili all’attività degli immediati
disce-
poli di Socrate, compose un’Accusa contro Socrate,
difendendo le ra-
gioni di chi aveva intentato il processo e in realtà estendendo le
imputa-
zioni con argomenti di più schietto sapore politico e, nello
stesso
tempo, cercando di colpire, accusando il maestro, i suoi
discepoli:
sembra assai verosimile, infatti, che tale accusa volesse rispondere
non
solo all' Apologia di Platone e alle “difese” composte in
ambiente so-
cratico subito dopo la morte del maestro, ma anche all’appello ai
gio-
vani e alla polemica antisofistica contenuti nelle opere dei
Socratici
(basti pensare al Protagora di Platone).
Lo scritto di Policrate fu composto, molto probabilmente, subito
dopo
il 393 a.C. (per il cenno che in esso si faceva alla ricostruzione
delle lunghe mura
ad opera di Conone) e oggi è possibile ricostruire,
nelle grandi linee, il suo
contenuto sulla base del confronto di Seno-
fonte (mem. I
2,9-61, in cui si fa riferimento non all’accusa pubblica,
ma all’ “accusatore”) e di
Libanio (IV secolo d.C.), autore di un'Apo-
logia di Socrate.
Intanto già la data è importante per chiarire il clima
politico: dopo la vittoria di
Conone a Cnido e la ricostruzione delle
lunghe mura, simbolo della potenza ateniese,
la classe dirigente demo-
cratica doveva sentirsi assai più sicura e libera da
quelle ragioni di op-
portunità che, anni prima, le avevano consigliato l’emanazione
di una
amnistia politica. Non a caso nello scritto di Policrate cadono del
tutto
le accuse di carattere religioso e vengono in primo piano quelle
politiche:
innanzi tutto i rapporti di Socrate con Alcibiade e Crizia, cioè i
due
— 187 —
esponenti politici che, per ragioni diverse, i democratici ateniesi rite-
nevano i
responsabili delle maggiori sciagure per la città. Far risalire
al magistero
socratico la causa degli spergiuri, delle empietà, dei tradi-
menti, e dei delitti
di questi due personaggi esecrati significava dare
ad esso una precisa collocazione
e un preciso significato politico. E si
spiegano allora le altre accuse che
Policrate muoveva a Socrate, a
questo «parassita», che non era mai voluto «salire
sulla tribuna»:
le accuse, cioè, di spingere i suoi familiari a disprezzare le leggi
costi-
tuite e la costituzione dei padri, di incitare i giovani alla violenza e
al
rifiuto delle procedure politiche e costituzionali della democrazia
(per
esempio il sorteggio delle cariche pubbliche), di suscitare nei
giovani
l’ostilità verso i genitori e la patria, di citare i versi dei poeti
più
venerati (come Omero ed Esiodo) distorcendone completamente il
senso: di
essere, insomma, l’educatore della gioventù oligarchica,
maestro di pigrizia, di
spergiuro, di disprezzo per ogni forma di lavoro
manuale e di commercio.
Queste accuse, messe da Policrate in bocca ad Anito, che già era
stato
accusatore di Socrate al processo, attingevano in prevalenza alla
raffigurazione
antistenica, ma suscitarono immediate reazioni in tutti
gli ambienti socratici e
anche al di fuori di essi. Prescindendo ancora
una volta da Platone e da come
debbano essere interpretati l'Alcibiade
primo, il celebre
discorso di Alcibiade nel Simposio e lo stesso Gorgia,
che con tutta verisimiglianza è anche una risposta a Policrate (pur
non
dovendo essere ricondotto soltanto a questa circostanza), è certo che
il
secondo capitolo del primo libro dei Memorabili di Senofonte
(oltre
che qualche parte della sua Apologia), l’Alcibiade di Antistene e quello di
Eschine (oltre che l’Assioco e il Callia) sono tentativi di
risposta e di
confutazione, soprattutto per ciò che riguarda i rapporti, non
solo
politici, di Socrate con Alcibiade e Crizia: e la linea della difesa
è
duplice, mostrando, da un lato, che Alcibiade e Crizia non possono
essere
annoverati tra i veri e propri discepoli di Socrate e, dall’altro,
che in ogni caso
le loro malefatte cominciarono solo dopo che si erano
sottratti all’influenza di
Socrate. Nello stesso tempo i Socratici si dedi-
carono ad un’opera sistematica di
denigrazione di Anito e degli altri
accusatori di Socrate.
— 188 —
Ma le polemiche suscitate dal libello di Policrate non si esau-
rirono
con le prese di posizione dei discepoli: anche fuori della loro
cerchia esse furono
assai vivaci. Sappiamo che il celebre oratore Lisia
compose un discorso in difesa di
Socrate, che è da intendere come
risposta a Policrate
5, e, che in un passo del Busiride (5-6), composto nei
primi anni del secondo decennio
del IV secolo a.C., Isocrate entra
esplicitamente in polemica con Policrate sul tema
dei rapporti di
Socrate con Alcibiade.
Gran parte di questa letteratura, così come dei cosiddetti
λόγοι
Σωκρατικοί, è andata perduta; ed è lacuna gravissima per la
nostra
conoscenza di Socrate. Di certo possiamo affermare che in questo
scam-
bio di “accuse” e di “difese” e nelle conseguenti discussioni tra
i
Socratici sull’interpretazione “autentica” della figura del comune mae-
stro
deve essere individuata la genesi di molte delle successive tradi-
zioni su
Socrate
6; tra le quali un posto di primo piano spetta a
quelle
fiorite nel Peripato: la ricostruzione della filosofia di Socrate era
già
un problema storico per Aristotele e questo problema è alla base
delle
ricerche che, con impostazioni diverse, furono condotte da vari
Peripa-
tetici: dall’opera Sulle vite di Dicearco alla Vita di Socrate di Ari-
stosseno, da il Socrate o l’Apologia di Socrate (entrambi i titoli
in
Diogene Laerzio: cfr. V 81 e IX 15, 37, 57) di Demetrio Falereo allo
— 189 —
scritto Sui Socratici di Fania o Fenia di Ereso; e di Socrate
dovevano
certamente trattare anche i Commentari sparsi di
Ieronimo di Rodi.
Di qui e dall’erudizione alessandrina presero le mosse le ricerche
più
propriamente biografiche e dossografiche. Per tacere delle interpreta-
zioni
più specificamente filosofiche che si intrecciarono alle dispute
tra le scuole.
Su molte di queste fonti dovremo tornare più avanti: ciò che
va notato
qui è che da queste tradizioni prendono il via interpretazioni
molteplici che, senza
soluzioni di continuità, proseguono fino al tra-
monto della civiltà e della cultura
antiche. E la Vita di Socrate di
Diogene Laerzio è un momento
importante di questa storia
7.
La vita di Socrate, nel secondo libro dell’opera di Diogene Laerzio
(II
18-47), è preceduta da quelle di Anassimandro (II 1-2), di Anassi-
mene (II 3-5), di
Anassagora (II 6-15) e di Archelao (II 16-17),
secondo il criterio della
“successione” fissata nel Proemio (I 14),
ribadita nello
stesso libro (II 19) e sulla quale dovremo tornare più
avanti.
Essa è agevolmente scomponibile in varie sezioni: una prima
sezione (II
18-26) è quella che potremmo definire biografica in senso
stretto (genitori, patria,
maestri, fatti vari, imprese militari, ecc.); una
seconda sezione (II 27-37) è
quella che, nello schema pressoché co-
stante delle vite laerziane, tiene il posto
della sezione dossografica e
che è dedicata ad illustrare, mediante detti e aneddoti
vari, il carat-
tere e il comportamento di Socrate; una terza sezione (II 38-44) è
quella
che è dedicata al processo e alla condanna a morte di Socrate, alle
rea-
zioni che suscitarono e agli effetti che produssero; concludono la vita
(II
45-47) i dati cronologici, l’epigramma di Diogene Laerzio e, oltre
— 190 —
alcune precisazioni e un passo sui suoi discepoli di cui dovremo tornare
a parlare,
la lista degli omonimi.
Delle tre sezioni ora elencate, la seconda si distingue dalla prima
e
dalla terza per l’esiguità delle fonti in essa menzionate: a parte la
citazione di
versi di Aristofane e di Amipsia (su cui ritorneremo) le
uniche fonti nominate nei
paragrafi 29-31 sono Platone (4 volte) e
Senofonte (5 volte)
8. Comunque
nessuna fonte è citata dalla metà del
paragrafo 32 a tutto il paragrafo 37. Nelle
altre sezioni, invece, le
citazioni delle fonti sono frequenti, anche se proprio
Platone e Seno-
fonte passano in secondo piano
9.
Ciò sembrerebbe confermare la tesi fondamentale sostenuta da
Jørgen
Mejer, e cioè che l’intento principale dell’opera di Diogene
Laerzio è diretto
soprattutto alle personalità dei filosofi e alle loro
vite, più che alla
presentazione della loro filosofia: le sezioni
biografiche (inclusi apoftegmi e
aneddoti) occupano, secondo Mejer,
uno spazio molto maggiore di quello dedicato alla
dossografia e molte
biografie non hanno alcuna sezione dossografica. Non solo, ma
quando
— 191 —
discute della vita e delle opere di un filosofo Diogene Laerzio abbonda
nel citare
le sue fonti, mentre quando parla della sua filosofia nessuna
ο pochissime fonti
sono di solito menzionate (unica eccezione: la dos-
sografia stoica). Non posso
evidentemente discutere qui in modo esau-
riente e completo questi problemi; mi
limito a dire che, in generale,
mi sembrano sensate le riserve e le obiezioni
avanzate nella sua recen-
sione da Marcello Gigante, anche se non riesco a
condividere del tutto
la sua gioia per il fatto che nella Vita di Socrate manchi un sommario
dossografico.
Ma veniamo alle fonti citate da Diogene Laerzio. Di
particolare
interesse sono, innanzi tutto, le citazioni dei poeti comici: i
fram-
menti 39 e 40 Kock di Teleclide
10, il frammento 12 Kock dei Pri-
gionieri
di Callia e il frammento 376 Kock delle Nuvole prime di
Ari-
stofane (tutti citati in II 18), alludono ai rapporti tra Socrate ed
Eu-
ripide e raccolgono la diceria che Socrate fosse l’autore o,
almeno,
l’ispiratore dei versi euripidei; d’altro lato i versi 362-3 e i versi
412-7
delle Nuvole di Aristofane e il frammento 9 Kock di
Amipsia (citati
in II 27-8) sono addotti per dimostrare che i poeti comici, pur
volendo
mettere in berlina Socrate, non si avvedevano di lodarne la capacità
di
contentarsi di pochissimo e il comportamento altero. Ma a prescin-
dere dal fatto
che il frammento di Amipsia riprende l’immagine del
“Socrate mendicante”, i versi
412-7 delle Nuvole di Aristofane si
riferiscono a Strepsiade
e non a Socrate, e Diogene Laerzio, per di più,
offre un testo che in vari punti è
diverso da quello tràdito dai codici
aristofanei
11 : soprattutto
al verso 414 la variante è tale da modificare
— 192 —
il senso di tutto il passo: εἶ γὰρ μνημών καὶ φροντιστής, dice Dio-
gene Laerzio,
dando così il valore di un’asserzione all’elenco di tutte
quelle doti che servono a
spiegare l’affermazione dei primi due versi;
nel testo dei codici di Aristofane,
invece, si dice εἰ μνήμων εἶ καὶ
φροντιστής e così l’elenco delle doti diventa
l’elenco delle condizioni
che rendono possibile ciò che è detto nei primi due versi.
La raffigura-
zione aristofanesca di Socrate è fin troppo nota perché si debba
par-
larne ancora una volta in questa sede; può essere utile ricordare,
tutta-
via, che anche gli altri poeti comici non dipinsero Socrate in modo
più
benevolo: basti qui ricordare che anche Eupoli (frr. 352, 353, 361
Kock) lo
raffigurava come un “mendicante chiacchierone”, come un
“sofista” e come un “ladro”
12. Si può dunque pensare che
Diogene
Laerzio (o le sue fonti), tralasciando, forse non a caso, di citare
Eupoli,
documenti il tentativo di riscattare la figura di Socrate, non già
con-
dannando (come leggiamo in Eliano, var. hist. II 13, o
in Eunapio,
vit. sophist. VI 2,4-6), bensì correggendo
l’interpretazione dei poeti
comici.
Interessanti sono anche le notizie che Diogene Laerzio ci dà sulla
base
dell’autorità di Aristotele e dei Peripatetici: Aristotele (fr. 2 Rose3
[II 23]) è
citato come testimone di un viaggio di Socrate a Delfi
(forse in connessione con il
responso dell’oracolo su di lui) e soprat-
tutto come fonte della notizia dei due
matrimoni di Socrate, prima con
Santippe e poi con Mirto (fr. 93 Rose3 [II 26])
13. Quanto al primo
punto, tale viaggio è da escludere e si può
dubitare che Diogene
Laerzio (o le sue fonti) abbia riferito esattamente ciò che
Aristotele
aveva detto. Questo dubbio non sussiste invece per la seconda
notizia,
che fu ripresa anche da Aristosseno (frr. 54 a, 54 b e 58 Wehrli),
da
Demetrio Falereo (fr. 96 Wehrli), da Ieronimo di Rodi (fr. 43 Wehrli),
da
Satiro peripatetico (fr. 15 F.H.G. III 163), da Callistene e da
Por-
firio (frr. X e XII Nauck), secondo quanto ci documentano Plutarco
— 193 —
(vit. Aristid. 27), Ateneo (XIII 556 a), Cirillo (contr. Julian. VI 186)
e Teodoreto (graec.
aff. curat. XII 174, 37). Tuttavia in questa tradi-
zione esistevano delle
varianti, che Diogene Laerzio ricorda (II 26):
una, secondo la quale Socrate avrebbe
sposato prima Santippe e poi
Mirto; un’altra, secondo la quale Socrate avrebbe
sposato prima Mirto
e poi Santippe; e infine una terza, secondo la quale Socrate
avrebbe
sposato le due donne contemporaneamente, sulla base di un decreto
di cui
ci parla anche Ateneo. Ma né Platone né Senofonte sanno nulla
di Mirto
14 e della tradizione del doppio matrimonio di
Socrate fece
giustizia già Panezio (fr. 132 van Straaten)
15.
Diogene Laerzio non fa menzione, a proposito del doppio matri-
monio di
Socrate, di Aristosseno, che pure doveva dare ad esso uno
spazio notevole nella sua
Vita di Socrate (frr. 51-60 Wehrli); in com-
penso lo cita
come fonte in altre due occasioni: quando parla di Socrate
come discepolo e come
amasio di Archelao (fr. 52 a Wehrli [II 19])
e quando parla dell’attività di usuraio
che Socrate avrebbe esercitato
per un certo periodo della sua vita (fr. 59 Wehrli
[II 20]). Ciò significa
che Diogene Laerzio, tramite le fonti cui attingeva,
raccolse vari ele-
menti di quella tradizione malevola e pettegola su Socrate, che
trovò
nel Peripato non pochi seguaci e che ebbe proprio nella Vita
di So-
crate di Aristosseno la sua massima espressione: il tratto
caratteristico
della raffigurazione di Aristosseno era, come è noto, quello di
un
Socrate che quando era preda dell’ira «diventava intollerabile e inde-
cente,
e non c’era parola o azione di cui avesse ritegno» (fr. 54 a e 56
Wehrli), di un
Socrate che «per tutto ciò che concerne le necessità
della vita, aveva bisogno di
poco per contentarsi e di modesti mezzi
per la vita quotidiana. Del tutto smodato
era invece nel godimento
dei piaceri venerei, anche se si tenne lontano sempre da
ogni oltraggio:
— 194 —
non cercò infatti altre donne che non fossero le sue mogli o pro-
stitute» (fr. 54 a
Wehrli); di un Socrate rozzo, ignorante e intempe-
rante, anche se senza ingiustizia
(fr. 55 Wehrli)
16.
A questa raffigurazione di un Socrate privo di autodominio e
di
autocontrollo si contrapponeva quella, certamente più diffusa e di
origine
cinicizzante, di un Socrate “adiaforo”, al di sopra e indiffe-
rente a qualunque
passione. Anche di questa seconda immagine tro-
viamo tracce nell’esposizione di
Diogene Laerzio: per esempio, in II 21,
dove si dice che sopportava con animo
rassegnato (φέρειν ἀνεξικάκως)
le reazioni e persino le percosse che il suo continuo
interrogare e di-
scutere suscitava; in II 25, dove si dice che, osservando la
grande
quantità di merce esposta alla vendita, diceva tra sé: «Di quante
cose
non sento il bisogno!» e che ebbe un regime di vita così ordinato
e
temperato che fu l’unico a non contagiarsi durante le frequenti pesti-
lenze
che colpirono Atene; in II 27, dove si legge che egli «era solito
dire che nel modo
più dolce mangiava quando non sentiva il bisogno di
companatico e nel modo più dolce
beveva quando non era in attesa di
altra bevanda: bisognoso di pochissime cose, era
vicinissimo agli dei»
17;
in II 32, dove si dice che, richiesto quale
fosse la virtù di un giovane,
rispose: «Non eccedere»; in II 34, in cui si racconta
che una volta
invitò a pranzo degli uomini ricchi e a Santippe, che era
preoccupata,
disse: «Stà di buon animo; se saranno moderati si adatteranno,
se
intemperanti non ce ne prenderemo cura» e aggiungeva che gli altri
uomini
vivono per mangiare, mentre lui mangiava per vivere
18. E
certo un banco di prova rilevante della patientia e della adiaforia di
Socrate è costituito, in una
tradizione molto ricca, dai suoi rapporti con
la moglie Santippe, di cui anche
Diogene Laerzio si fa portavoce
(II 34 e 36-7)
19.
— 195 —
Sembra certo, comunque, che Socrate dovette dimostrare alte doti
di
autodominio e di autocontrollo, di serenità e di imperturbabilità e
di una
straordinaria capacità di estraniarsi da ciò che lo circondava
per concentrarsi in
se stesso (cfr. il suo comportamento durante la
campagna di Potidea, in II 23)
20; ma queste doti, più che essere
sponta-
nee, dovettero essere il risultato di un lungo tirocinio: che
Socrate
dovesse avere una vita d’istinto molto impulsiva, seppure
fortemente
dominata e controllata, risulta chiaramente, oltre che dalla
tradizione
fisiognomonica in senso stretto
21 e dalla testimonianza di Seneca,
dallo
stesso discorso di Alcibiade nel Simposio
platonico.
Se non proprio da ambienti cinici, certo da ambienti socratici
hanno
avuto la loro origine le notizie sulla sorte infausta che sarebbe
toccata agli
accusatori di Socrate dopo l’esecuzione della sentenza e
che anche Diogene Laerzio
riprende, non senza palesi assurdità e
anacronismi (II 43-4 e VI 9-10)
22. Ma tutto ciò manca di
qualsiasi
— 196 —
fondamento storico. E se anche Meleto e Licone tornarono
subito nel-
l’ombra, è quasi certamente lo stesso Anito che accusò Socrate
quello
che l’oratore Andocide, accusato di empietà nel 399 a.C., invoca
come
testimone della sua innocenza, indicandolo come uno di coloro che
avevano
dato prove sufficienti delle proprie virtù politiche alla rico-
stituita democrazia
(Andocyd. I 150); ed e quasi certamente lo stesso
Anito che nel 388 a.C. ricoprì la
carica importante di «sovrainten-
dente al grano» (sitophylakos: cfr. Lysias XXII 8-10).
È noto il giudizio negativo che Epicuro e gli Epicurei dettero
di
Socrate
23: di questo giudizio in Diogene Laerzio è riferito solo quello
di
Idomeneo (frr. 24 e 25 Angeli = fr. 1 Mueller [II 19 e 20]),
secondo il quale
Socrate sarebbe stato ἐν τοῖς ῥητορικοῖς δεινός, anzi
sarebbe stato il primo,
insieme al suo discepolo Eschine, a insegnare
retorica: ora è del tutto evidente che
nel contesto dell’epicureo il ter-
mine “retorica” doveva alludere alle
conversazioni socratiche
24, e
il
ricordo, insieme a Socrate, anche di Eschine è da spiegare non solo
con la
particolare fedeltà di quest’ultimo all’insegnamento del maestro,
ma soprattutto con
il ruolo del tutto particolare che l’epicureo asse-
gnava a questo socratico, quando
sosteneva che era stato proprio
Eschine, e non Critone, a consigliare a Socrate in
prigione la fuga e
che invece Platone aveva attribuito quei discorsi a Critone
perché
Eschine era amico di Aristippo e in buoni rapporti con Dionigi
di
Siracusa (frr. 26 e 27 Angeli = fr. 2 Mueller [II 60 e III 36]). E
alla
stessa fonte deve probabilmente risalire anche ciò che è detto in
— 197 —
II 35, e cioè che Socrate, dopo aver sognato che uno gli diceva: «Al
terzo giorno
verrai a Ftia dalla fertile zolla» (Hom. I 363), avrebbe
detto ad Eschine: «Fra tre
giorni morirò»
25. Della attendibilità
sto-
rica di questa informazione non è il caso di parlare; il suo interesse
sta
piuttosto nel fatto che essa riflette discussioni all'interno dei circo-
li
socratici, come vedremo meglio più avanti, quando torneremo anche
sul giudizio di
Idomeneo circa l’autenticità degli scritti di Eschine.
Giudizio negativo su Socrate è anche quello di Timone (fr. 25 Diels
[II 19]), nel quale si fa riferimento non solo al fatto che Socrate
ab-
bandonò la speculazione fisica per dedicarsi completamente alle ciarle
sulle
leggi, alle sottigliezze dialettiche e all’ironia, ma anche al fatto
che Socrate fu
«lapicida»: con ciò Timone raccoglieva la tradizione
che voleva Socrate esercitare
la stessa arte del padre nel primo pe-
riodo della sua vita; una tradizione ripresa
anche dal peripatetico De-
metrio di Bisanzio (II 21) e, con intonazione
spregiativa, da Duride
(fr. 78 Jacoby [II 19]), che parlò anche di una sua servitù,
e da altri,
che gli attribuirono la realizzazione delle Cariti vestite che erano
sul-
l’Acropoli
26.
Possiamo qui trascurare le altre fonti citate da Diogene Laerzio:
se si
fa eccezione per la testimonianza di Apollodoro a proposito della
cronologia (fr. 34
Jacoby [II 44]) e per la testimonianza di Favorino
(particolarmente rilevante in
merito alle circostanze del processo, come
vedremo), le altre fonti
27 non
offrono indicazioni particolarmente
significative.
In conclusione si può osservare, dunque, che le parti storicamente
più
adeguate della biografia laerziana sono quelle che riguardano le
— 198 —
campagne militari di Socrate e il processo. Delle campagne militari
Diogene Laerzio
parla in II 22-3 e rispetto al racconto platonico (cfr.
symp.
219 E-221 B) la discrepanza più macroscopica è nel
racconto
laerziano di come Socrate aiutasse Senofonte caduto da cavallo e
lo
ponesse in salvo durante la battaglia di Deio del 424 a.C. Tale
racconto è
cronologicamente assurdo (Senofonte a quell’epoca doveva
avere due o tre anni) e, se
non deriva da uno scambio di Senofonte
con Lachete (cfr. Plat. symp. 221 A-B e Lach. 181 B), deve essere
certa-
mente un’invenzione sul modello del salvataggio di Alcibiade a
Potidea.
Invenzione comunque interessante se posta in relazione con la
conte-
stazione radicale di una qualsiasi partecipazione di Socrate a cam-
pagne
militari che leggiamo in Ateneo (V 215 C-216 C), giacché docu-
menta una tendenza a
coinvolgere i fatti in una contesa filosofica: sap-
piamo infatti che la fonte di
Ateneo è quell’Erodico di Babilonia (II
sec. a.C.) di cui è noto l’atteggiamento di
violenta polemica contro
Platone: contrapporre il filosofo Platone allo storico
Tucidide e negare
la partecipazione di Socrate alle campagne militari doveva servire
uni-
camente ad accusare Platone di mendacio.
Quanto, al processo di Socrate, le notizie che leggiamo in
Diogene
Laerzio (II 38-43), soprattutto sulla base di Platone e di Favorino,
sono
per lo più esatte e qualcuna anche molto importante. In particolare,
la
testimonianza di Favorino (fr. 5 Mueller = fr. 3 Mensching = fr.
63 Barigazzi [II
39]), che negava l’autenticità dell'Accusa contro
Socrate di
Policrate, dal momento che in essa si faceva cenno alla
ricostruzione delle mura ad
opera di Conone (ricostruzione che invece
ebbe luogo sei anni dopo la morte di
Socrate), è stata uno dei fattori
determinanti per dissipare l’equivoco, diffuso
nell’antichità, per cui si
attribuiva a Policrate la redazione dell’accusa
pronunciata in tribunale
da Anito e per collocare l' Accusa
policratea nel 393 a.C., gettando
così molta luce sulle discussioni avvenute dopo la
morte di Socrate
e sulle “apologie” composte da quasi tutti i Socratici
28.
Di fronte alla relativa ricchezza delle parti biografiche sta
l’estre-
ma scarsità e l’estrema genericità delle indicazioni date da Diogene
— 199 —
Laerzio a proposito della filosofia di Socrate: in II 21 leggiamo,
sul-
l’autorità di Demetrio di Bisanzio, che Socrate, «convinto che la
spe-
culazione naturalistica non ci riguarda affatto, discuteva di
questioni
morali nelle officine e nel mercato. Era solito dire che l’oggetto
della
sua ricerca era “ciò che nella casa si fa di bene e di male” [Hom.
δ
392]»
29.
Lo scambio di battute con Euclide in II 30 potrebbe essere deri-
vato
dalla tradizione di un Socrate che, insieme alla fisica, rifiuta anche
la logica. E
sullo stesso piano è da collocare il giudizio sulla geometria
che si legge in II 32:
«Era solito dire che bisognava studiare la geo-
metria, fino al punto che uno
sapesse misurare la terra che acquistava
o che vendeva [cfr. Xenoph. mem. IV 7, 2]».
In II 22 si dice che Socrate «dispiegava il suo
ardore di ricerca
conversando con tutti e tutti conversando con lui: scopo delle
sue
conversazioni fu la conquista del vero, non che gli altri rinunziassero
alla
loro opinione».
In II 31 si legge che Socrate diceva «che uno solo è
il bene, la
scienza, e uno solo il male, l’ignoranza; ricchezza e nobiltà di
natali
non conferiscono dignità, piuttosto arrecano male».
In II 32 si legge che «un demone gli prediceva il
futuro; il saper
obbedire non è poca cosa, ma si conquista poco a poco; nulla
sapeva
eccetto che nulla sapeva».
In II 37 è ricordato il responso dell’oracolo e in II 24 il suo
at-
teggiamento favorevole alla democrazia.
Ma di notevole interesse è soprattutto ciò che si legge in II 45:
«A me
pare che Socrate abbia discorso anche della natura, dal mo-
mento che talvolta
discorse della provvidenza, come dice Senofonte
[mem. I
4,6], il quale però afferma che le sue conversazioni verte-
vano unicamente
sull’etica [mem. I 1, 16]. Inoltre, Platone nell’Apo-
logia [26 D-E], dove menziona
Anassagora e alcuni altri naturalisti,
parla di argomenti che Socrate nega di
conoscere e attribuisce, tuttavia,
ogni discorso a Socrate». Qui ci troviamo di
fronte a uno di quei
— 200 —
rarissimi casi in cui Diogene Laerzio si contrappone apertamente, con
un proprio
giudizio, ad una tradizione o ad una delle fonti da lui
utilizzate
30. E ciò è molto
significativo. Non sono in grado di sta-
bilire con certezza se Diogene Laerzio
attingesse direttamente o indi-
rettamente a Senofonte e a Platone: la frequenza
delle loro citazioni
nella Vita di Socrate, ciò che è detto
sui loro scritti in III 34 e le
osservazioni sui dialoghi platonici in III 48-52
sembrerebbero far pro-
pendere per la prima ipotesi; contro mi pare che deponga il
fatto
che la stessa apoftegmatica di Socrate sarebbe stata certamente più
ricca
ed abbondante. Quello che, comunque, mi pare certo è che
Platone e soprattutto
Senofonte sono autori che costituiscono pur
sempre, per Diogene Laerzio, delle vere
e proprie fonti e dei sicuri
punti di riferimento e ciò spiega perché Diogene
Laerzio sia in grado,
almeno in qualche caso, di criticarli dall’ “interno” e non
contrappo-
nendo loro altre fonti e altre tradizioni.
In ogni caso, è facile vedere dietro gli scarni accenni dati da
Diogene
Laerzio l’eco impallidita di alcune importanti dottrine so-
cratiche:
l’inadeguatezza delle indagini scientifiche sulla natura (sug-
gerita non da
disinteresse o da una loro concezione meramente uti-
litaristica — come Diogene
Laerzio vorrebbe far credere — ma da
una loro valutazione in vista della
determinazione del “massimo bene”,
come chiaramente risulta dalla celebre pagina del
Fedone platonico
a proposito di Anassagora), l’esaltazione
del “dialogare” come stru-
mento non di persuasione e di psicagogia ma di ricerca
del vero, la
dottrina dell’unità della virtù e della sua identificazione con la
scienza,
il sapere di non sapere e via dicendo. Ma si tratta, appunto, di
accenni
scarni, nei quali la ricchezza e la profondità del pensiero
socratico,
quale è possibile ricostruire soprattutto sulla base dei primi
dialoghi
di Platone, è andata irrimediabilmente perduta o ridotta a
semplice
banalità. Così come semplicemente “apologetica” (rispetto alle accuse
— 201 —
circa i suoi rapporti con Alcibiade e soprattutto con Crizia) è l’osser-
vazione
circa i suoi sentimenti democratici
31.
Tuttavia questa immagine sbiadita, impoverita e
sostanzialmente
fraintesa della filosofia di Socrate pone un problema, giacché
essa,
a rigore, non giustifica neppure l’asserzione, che si legge nello
stesso
Diogene Laerzio (I 14), che fu Socrate a «introdurre» (εἰσάγειν)
l’etica
in filosofia. È ben vero che Diogene Laerzio riceve questa as-
serzione da una
tradizione che egli mostra di non condividere piena-
mente (essa è ripetuta in II
16, ma con l’osservazione che, a quel
che sembra, neppure ad Archelao erano estranei
interessi per i pro-
blemi etici, e in II 45, dove, come abbiamo visto, egli, con
piena
indipendenza di giudizio, ritiene di dover criticare le affermazioni
di
Senofonte e Platone che Socrate si interessasse solo di etica), ciò non
di
meno si pone la domanda: come si è formata quella immagine?
Per rispondere a questa domanda dovremmo saperne molto di più
sulle
fonti cui Diogene Laerzio attingeva e sulla loro collocazione cro-
nologica
32: la storia della fortuna di Socrate è
infatti un capitolo
molto complesso della storia del pensiero antico e per di più
compli-
cato dalle relazioni con la storia della fortuna di Platone (e non
solo
di Platone: si pensi a Diogene cinico). Sta di fatto che la
tradizione
dossografica non sa nulla del suo pensiero, tranne il fatto che
«in-
trodusse l’etica» in filosofia
33. Ciò può significare soltanto che a
un
determinato momento, al di fuori e forse in polemica con la tradi-
— 202 —
zione cinico-stoica, che continuava a proporre una determinata immagine
di Socrate,
ebbe corso un’altra immagine di Socrate, totalmente iden-
tificata con quella del
personaggio dei dialoghi di Platone e la cui
fisionomia filosofica, quindi, non era
più distinguibile e separabile da
quella di Platone stesso. Questa immagine di
Socrate era destinata a
impallidire mano a mano che perdevano considerazione i
cosiddetti
‘dialoghi giovanili” e acquistavano un ruolo preponderante,
nell’espo-
sizione corrente della filosofia di Platone, il Timeo e trattazioni siste-
matiche di scuola, risalenti alla fase del
platonismo medio. Che poi
tutto questo sia stato, per così dire, preparato già da
Posidonio, da
un lato, e da Antioco, dall’altro, è congetturabile ma non
dimostrabile
con sicurezza. Certo è, comunque, che a conclusioni analoghe
sembra
condurre anche l’esposizione del pensiero di Platone in III 67-80.
È dunque del tutto spenta l’eco di quel problema di ricostruzione
del
Socrate storico che sta alla base delle informazioni che ci dà Ari-
stotele.
Cosicché invano si cercherebbero nella vita scritta da Diogene
Laerzio sia lo sforzo
di riguadagnare il Socrate storico sia le tracce
dell’eredità socratica nella
filosofia ellenistica. Ma non per questo
l’opera di Diogene Laerzio può essere
ritenuta inutile o poco impor-
tante per noi moderni, per i quali, invece, la
ricostruzione del So-
crate “storico” è tuttora un problema molto impegnativo e per
i quali
questa ricostruzione appare sempre più come una chiave di
lettura
essenziale per comprendere il dibattito filosofico nell’età
ellenistica.
Innanzi tutto perché, come vedremo più avanti, Diogene Laerzio,
se
letto attentamente, ci conserva testimonianze preziose per ricostruire
le
vivacissime discussioni che, come si è già detto, si accesero nei
circoli
socratici soprattutto dopo la morte del maestro. In secondo luogo
perché,
a guardar bene, è possibile scorgere in Diogene Laerzio qualche
indizio
del fatto che Socrate e i Socratici dovettero costituire un vero e
proprio
problema per gli schemi della storiografia filosofica antica.
Vediamo subito questo secondo punto. Il Proemio
delle Vite di
Diogene Laerzio presenta due diversi criteri di
ordinamento dei filo-
sofi: il primo, basato sulla distinzione tra “filosofia
ionica” e “filosofia
italica”, il secondo sulla tripartizione della filosofia in
“fisica”, “etica”
e “dialettica” o “logica” (I 13-21): la “filosofia ionica”
comincia con
Anassimandro, discepolo di Talete (annoverato tra i Sette
Sapienti)
— 203 —
e per “successione” arriva a Socrate, che introdusse l’etica; con Socrate
essa si
bipartisce, perché da un lato, tramite Antistene, dà luogo alla
“successione”
cinico-stoica e, dall’altro, tramite Platone, dà luogo alla
“successione” accademica
e a quella peripatetica. La “filosofia italica”
comincia con Pitagora, discepolo di
Ferecide (un altro dei Sette Sa-
pienti) e, attraverso eleati e atomisti, giunge ad
Epicuro.
Del tutto diverso è il secondo criterio, perché raggruppa tutti
i
filosofi anteriori a Socrate sotto la denominazione di “fisici” e fa
di
Socrate il capostipite di dieci “scuole”: l’accademica, la
cirenaica,
l’eliaca, la megarica, la cinica, l’eretriaca, la dialettica, la
peripatetica,
la stoica e l’epicurea (e con ciò anche quest’ultima grande scuola
elleni-
stica viene ricondotta ad un’ascendenza socratica, dalla quale, invece,
la
sottraeva il primo criterio di classificazione).
Ma al di là della diversità dei due criteri, dei quali l’uno
sembra
ispirato dalla tradizione delle “successioni” e l’altro da quella
“dosso-
grafica”
34, ciò che mi pare
rilevante osservare in questa sede è il
ruolo centrale che, all’origine di queste
due tradizioni, doveva essere
riconosciuto a Socrate: Socrate è, per così dire,
l’autore di una svolta
profonda nelle indagini filosofiche e diventa, per usare
l’espressione
di Cicerone, colui qui parens philosophiae iure dici
potest (de fin. II
1,2), giacché egli per primo la
filosofia devocavit e coelo et in urbibus
collocavit, et in domus
etiam introduxit et coëgit de vita et moribus
rebusque bonis et malis
quaerere (tusc. disp. V 4, 10). Il che conferma
ciò
che da tanti altri indizi emerge con chiarezza, e cioè che Socrate,
e non Talete o
Pitagora (o Anassimandro o Parmenide) deve essere
considerato il primo pensatore al
quale venne intenzionalmente e con-
sapevolmente attribuito il nome di “filosofo”,
la cui attività e il cui
modo di vita furono designati come “filosofia”, in
contrapposizione ad
altre forme di sophia e ad altre figure
di sophoi e di sophistai (cfr.,
del
resto, Diog. Laert. I 12: «i sapienti si chiamavano anche sofisti
— 204 —
e non solo i sapienti, ma anche i poeti»). Socrate è veramente il primo
filosofo
della nostra tradizione culturale, perché è il primo pensatore
al quale è
apertamente attribuita, dai suoi seguaci e dai suoi “apologeti”,
la consapevolezza
di non sapere: di fronte alla presunzione di sapere
propria dei sophoi e dei sophistai, Socrate è presentato come colui
che
sa solo di non sapere e proprio per questo desidera e ama sapere, come
colui
che di questo desiderio e di questo amore fa non solo la motiva-
zione più profonda
del suo continuo “dialogare”, “ricercare”, “esami-
nare” e “confutare”, ma anche lo
scopo supremo e la ragione ultima
(μέγιστοv ἀγαθόν) di tutta la sua vita: in altri
termini, come colui
che è autenticamente “filosofo”.
Ritorna così in primo piano la “testimonianza” platonica dei dia-
loghi
giovanili. Può anche darsi che la filosofia delineata in questi
scritti non
appartenga al Socrate “storico”, ma solo al Socrate “plato-
nico” o, meglio, al
Platone “socratico”. Sta di fatto però che in questi
scritti è delineata con un
rilievo, un’efficacia e una consapevolezza teorica
incomparabilmente superiori
l’immagine di Socrate come vivente anti-
tesi dei sofisti. Innanzi tutto nel modo di
vivere: Socrate non fa
viaggi, non cerca la protezione dei ricchi e dei potenti, non
pretende di
essere maestro e non si fa pagare per il suo insegnamento, vive in
po-
vertà in mezzo alla gente comune e discute con tutti. Anche se, vo-
lendolo,
potrebbe fare tutto quello che fanno i “sapienti” e persino
meglio di loro. Il suo
modo di vivere, in apparenza così poco appeti-
bile, è in realtà il più desiderabile
e il più felice, perché « una vita
che non sia dedita alla ricerca non è degna di
essere vissuta ». E come
le statue dei Sileni, Socrate cela nel suo intimo il suo
tesoro, cioè la
sua sapienza. Ma qual’è il tratto più caratteristico di questa
sapienza?
È, come si è detto, il “sapere di non sapere”.
Con “questo” Socrate nasce dunque la filosofia e la filosofia
nasce
come “domanda” (τί έστι) e come “interrogazione”: la
sapienza pre-
sunta si limita ad esibire se stessa e a contrapporsi ad altre
sapienze,
crede di possedere già la verità e cerca solo la persuasione. La
filosofia
nasce invece quando la sapienza presunta è revocata in dubbio,
quando
le si chiede di dare ragione di ciò che asserisce, quando è sottoposta
ad
esame e confutazione. Questo elemento della critica, del libero e
indipendente uso
della ragione, questa concezione che oggi definiremmo
— 205 —
‘laica” del sapere è, da Socrate in poi, una caratteristica fondamentale
della
filosofia. Essa tuttavia si intreccia e si scontra con l’altra caratte-
ristica, che
emerge in Platone e giunge a piena maturazione con Ari-
stotele, e cioè quella per
cui la critica e l’uso della ragione non possono
non tendere, a loro volta, alla
conoscenza e al possesso totale della
'‘verità”, cioè a fornire le “risposte” ultime
e fondamentali. E non
è un caso se già con Aristotele e poi soprattutto con le
grandi scuole
ellenistiche lo scopo della filosofia viene identificato con il
tratteggiare
la figura ideale del “saggio” e del “sapiente”. Questo intreccio
conosce,
del resto, ancora oggi fasi e forme profondamente diverse e nuove,
ma è
ben lungi dall’essere risolto e forse proprio per questo il modo
in cui la
“filosofia” è nata può insegnarci ancora qualcosa.
Ma anche sul piano più propriamente storiografico le conseguenze
sono
vistose, giacché solo dopo che con Socrate nasce la filosofia come
disciplina
autonoma, diversa e “superiore” rispetto alla scienza e alla
poesia, e come genere
di vita con una sua inconfondibile peculiarità,
dobbiamo ritenere che inizi
quell’opera di recupero della precedente
tradizione culturale e di reinterpretazione
del passato dal nuovo punto
di vista acquisito, che portò Platone e soprattutto
Aristotele a ricer-
care gli “antecedenti” del proprio pensiero: ed è appunto questa
opera
di recupero e di reinterpretazione che fissa in Talete l’ “inizio”
della
filosofia.
Ciò non può essere più ampiamente argomentato qui
35,
ma un
ulteriore indizio della nuova via aperta da Socrate può essere
ritrovato
nel fatto che delle dieci “scuole” sopra menzionate le prime
cinque
sono quelle che sarebbero state fondate da discepoli di Socrate
(Platone,
Aristippo, Fedone, Euclide e Antistene), mentre le seconde cinque
sono
quelle derivate da queste.
Di questo ruolo centrale di Socrate, tuttavia, si perdono le tracce
nel
seguito delle Vite laerziane e nella stessa biografia di Socrate:
il
— 206 —
fatto è che nel seguito delle Vite prende nettamente il
sopravvento lo
schema delle “successioni”. È però significativo che il secondo
libro,
quello dedicato appunto a Socrate e ai Socratici, sia quello che
con-
tiene il maggior numero di indicazioni che aprono spiragli sulla
reda-
zione dell’opera laerziana: l’ordine con cui sono redatte le Vite presenta,
infatti, per quanto riguarda i Socratici, evidenti
rimaneggiamenti, per-
ché non concorda né con ciò che è detto nel Proemio né con ciò che è
detto nello stesso secondo libro.
In II 47, infatti si legge: «Dei suoi [cioè di Socrate] successori
che
furono detti Socratici i più rappresentativi (οἱ κορυφαιότατοι)
sono Platone,
Senofonte, Antistene: dei dieci noti dalla tradizione
(τῶν δὲ φερομένων δέκα)
quattro sono i più illustri (οἱ διασημότατοι),
Eschine, Fedone, Euclide, Aristippo.
Bisognerà parlare prima di Seno-
fonte, poi di Antistene tra i Cinici, poi dei
Socratici, poi, infine, di
Platone, con cui cominciano le dieci scuole: egli è anche
il fondatore
della prima Academia. Questo è l’ordine di successione che io
se-
guirò». L’interpretazione di questo passo pone innanzi tutto nume-
rose
domande: qual’è il senso preciso dei termini κορυφαιότατοι e
διασημότατοι? Chi sono
οἱ φερόμενοι δέκα? Perché viene menzionato
per primo Platone e poi invece si dice
che si deve cominciare da Seno-
fonte? Come è avvenuto che di Antistene e dei Cinici
non si parli più
dopo Senofonte, ma nel sesto libro? C’è qualche relazione tra
οἱ
φερόμενοι δέκα e le dieci scuole di cui si parla nel Proemio? In ogni
caso è evidente la differenza tra i propositi espressi in
questo brano e
l’esecuzione effettiva del programma, che vede, subito dopo la
vita
di Socrate, la vita di Senofonte, seguita poi, sempre nel secondo libro,
da
quelle di Aristippo, di Fedone, di Euclide, di Stilpone, di Critone,
di
Simone, di Glaucone, di Simmia, di Cebete e di Menedemo; poi, nel
terzo
libro, la vita di Platone, seguita, nei due libri successivi, dalle
vite degli
Accademici e da quelle di Aristotele e dei suoi discepoli, e
infine le vite di
Antistene e degli altri Cinici nel sesto libro
36.
— 207 —
Ancora: in II 65 ha fatto molto discutere l’espressione ὡς ἐν
ἄλλοις
εἰρήκαμεν, giacché non nella parte precedente dell’opera, ma
in quella successiva
(III 36), si trova ciò a cui è fatto il rinvio: onde si
è immediatamente pensato che
il rinvio fosse ad un’altra opera, diversa
dalle Vite e dal
Pammetro, e oggi perduta
37; altri invece ne
hanno de-
dotto che in una precedente stesura la vita di Platone precedesse
quella
di Aristippo
38. Secondo Mannebach, infine, si tratta di una
trascrizione
«stoltissima» che Diogene Laerzio fece dalla sua fonte, in questo
caso
diversa da quella principale
39.
Del resto Gigante
40 ha richiamato
l’atten-
zione su ciò che leggiamo in II 57, dove l’espressione «come
diremo
nella Vita di Platone» correttamente rinvia a III
34
41.
Ancora: un altro caso di mancata corrispondenza tra programma
ed
esecuzione troviamo in II 85, dove, dopo i Cirenaici, si dice che
si parlerà dei
seguaci di Fedone, dei quali i più rappresentativi
(κορυφαιοτάτους) furono quelli
della scuola di Eretria; in realtà, poi,
dopo la vita di Fedone troviamo quelle di
Euclide, di Stilpone e di
altri Socratici, prima di arrivare a Menedemo
42.
Infine, traccia di questo disordine redazionale troviamo ancora
a
conclusione della vita di Antistene, dove si legge (VI 19): «Poiché
— 208 —
abbiamo passato in rassegna i seguaci di Aristippo e Fedone, volgia-
moci ora ai
Cinici e agli Stoici che derivarono da Antistene. Seguiamo
dunque quest’ordine
».
Tutto ciò induce a concludere non solo e non tanto che le Vite
di Diogene Laerzio non ebbero una revisione finale da parte del
loro
autore, ma anche e soprattutto che Diogene Laerzio dovette essere a
lungo
incerto nella scelta delle fonti da seguire. Noi sappiamo infatti
che Sozione
collocava la trattazione di Antistene e dei Cinici nel set-
timo libro della sua
opera (cioè in un posto analogo a quello in cui
la colloca Diogene Laerzio), mentre
Eraclide Lembo e Sosicrate la col-
locavano subito dopo Socrate e i Cirenaici
43. Il che significa che
la
collocazione di Socrate e dei Socratici negli schemi delle
“successioni”
costituiva un problema già per la storiografia filosofica antica. Il
pre-
valere del criterio adottato da Sozione non ha però cancellato
comple-
tamente le tracce dell’altro, anche se ad esso dobbiamo imputare
pro-
babilmente la sostanziale perdita della peculiarità storica e
dell’originale
fisionomia di Socrate.
Passando ora alle altre vite contenute nel secondo libro,
possiamo
trascurare la biografia di Senofonte (II 48-59), nella quale l’unico
tratto
filosofico è l’aneddoto che illustra la sua «vocazione alla filosofia» e
il
modo — alquanto casuale e improvviso — in cui divenne discepolo di So-
crate
(II 48), e passare immediatamente alla biografia di Eschine (II 60-
64). Le notizie
che ci dà Diogene Laerzio sono frammentarie e, in ogni
caso, nulla ci dicono né
della cronologia né della filosofia di questo socra-
tico, pur conservando echi
della tradizione che lo vuole particolarmente
fedele al maestro (il che è confermato
innanzi tutto da Platone negli
unici due luoghi in cui lo ricorda, e cioè apol. 33 E e Phaed. 59 B).
A
prescindere dalla duplice informazione sulla paternità di Eschine
44,
— 209 —
le notizie più importanti che Diogene Laerzio ci fornisce riguardano
la collocazione
di Eschine all'interno della cerchia dei Socratici e il
problema dell’autenticità
dei suoi scritti. Sulla collocazione di Eschine
all’interno della cerchia dei
Socratici tornerò subito, parlando di Ari-
stippo; sull’autenticità dei suoi scritti
Diogene Laerzio scrive (II 60-1):
«Soprattutto da Menedemo di Eretria Eschine era
accusato di lasciar
passare per suoi i dialoghi che in massima parte erano di
Socrate e
che riceveva da Santippe. Fra questi, i dialoghi chiamati acefali
(privi
di esordio) sono fortemente snervati e non mostrano il vigore
socratico;
anche Pisistrato di Efeso negava che fossero di Eschine. Perseo
afferma
che la maggior parte dei sette sono di Pasifonte della scuola di
Eretria,
il quale li dispose fra quelli di Eschine. Non solo, ma Pasifonte
45
saccheggiò fra i dialoghi di Antistene il Piccolo Ciro e
l’Eracle minore
e l’Alcibiade e
dialoghi di altri. I dialoghi di Eschine che sono impron-
tati al carattere
socratico sono sette: in primo luogo Milziade (e ap-
punto
per questo è piuttosto debole), poi Callia, Assioco,
Aspasia,
Alcibiade, Telauge, Rinone». E poco più
avanti (II 62) aggiunge:
«Anche Aristippo sospettava dell’autenticità dei suoi
dialoghi. Si rac-
conta che mentre Eschine teneva a Megara una lettura dei
dialoghi
Aristippo l’abbia schernito con queste parole: “Onde a te questi,
o
ladro?”».
L’accusa mossa da Menedemo di Eretria fu ripresa anche da Ido-
meneo
epicureo (fr. 28 Angeli, apud Athen. XIII 611 D-E) e
dovette
circolare a lungo se un’eco di essa troviamo nella Biblioteca di Fozio
(cod. 158) e se Aristide (Περὶ τῆς ῥητορικῆς II p. 24
Dind.) si sfor-
zava di razionalizzarla e di spiegarla con la perfetta
corrispondenza di
questi scritti al carattere di Socrate. In conclusione l’accusa di
Mene-
demo nasce dalle polemiche tra i circoli che si richiamavano
all’insegna-
mento socratico e l’affiliazione ad essa di Aristippo deriva da un
ar-
ricchimento di questa versione fatta da qualcuno che, fondandosi
sulla
tradizione dei buoni rapporti tra Eschine e Aristippo, pensò in tal
modo
di accreditarla. L’accusa di Perseo contro Pasifonte, invece, ha più
— 210 —
probabilmente ragioni politiche
46. In
ogni caso si tratta di invenzioni
non certo stravaganti nelle polemiche del
tempo.
L’autenticità degli scritti di Eschine è infatti bene attestata,
tra
gli altri, da Panezio (fr. 126 van Straaten [II 64]): «Di tutti i dia-
loghi
socratici Panezio ritiene che siano genuini quelli di Platone, Se-
nofonte,
Antistene, Eschine; dubita dei dialoghi di Fedone e di Euclide,
respinge tutti gli
altri». Un passo, questo, che ha sorpreso i critici
per l’implicita atetesi degli
scritti di Aristippo e che sarebbe perciò
in contraddizione con il catalogo degli
scritti di Aristippo stesso che,
sull’autorità di Sozione e, appunto, di Panezio,
Diogene Laerzio ci tra-
manda in II 85. Ma la contraddizione viene meno se si
interpreta
l’ἀληθεῖς del primo brano come tale che significhi non già
“genuini”,
“autentici”, ma “attendibili”, “veritieri”
47.
Delle altre vite contenute nel secondo libro dell’opera di
Diogene
Laerzio due si distinguono per la loro complessità: quella di
Aristippo
e quella di Menedemo di Eretria. La prima per l’ampiezza della
sezione
dossografica (sulla cui struttura e genesi molta luce hanno fatto
le
ricerche di Mannebach e di Giusta
48); la seconda per la ricchezza
dei
dati biografici ed aneddotici, derivati in gran parte da Antigono
di
Caristo, come ha dimostrato il Wilamowitz
49. Delle biografie di Ari-
stippo, del
resto, di Fedone, di Euclide, di Stilpone e di Menedemo
(così come di quelle di
Antistene, di Diogene e di Cratete, contenute
nel sesto libro) ho già ampiamente
discusso nelle note alle Socraticorum
Reliquiae e non intendo
ripetere qui quella discussione. Le restanti vite
contenute nel secondo libro
(Critone, Simone, Glaucone, Simmia e
Cebete) sono molto brevi, non molto
interessanti e quasi per intero
occupate dai cataloghi dei loro scritti, veri o
presunti.
Più opportuno può essere, in questa sede, delineare il quadro dei
— 211 —
rapporti dei vari Socratici con il comune maestro e soprattutto tra di
loro, offerto
da Diogene Laerzio, dal momento che l’importanza di
questo quadro si è venuta sempre
più manifestando alla critica storica
contemporanea.
La biografia in senso stretto di Aristippo è molto breve. Essa oc-
cupa
il solo paragrafo 65 del secondo libro
50 e rivela molto bene
il
metodo compilatorio con cui Diogene Laerzio ha redatto le sue Vite·.
«Aristippo nacque a Cirene, ma venne ad Atene, come dice
Eschine,
attratto dalla fama di Socrate. Sofista di professione, come dice
Fania
di Ereso, il Peripatetico, fu il primo dei Socratici ad esigere onorari
ed
a mandar denaro al maestro. Una volta gli mandò venti mine, ma
Socrate gliele
restituì, dicendo che il demone non glielo consentiva;
in realtà non tollerò il
gesto. Senofonte aveva antipatia per lui, perciò
il discorso che egli pose sulla
bocca di Socrate contro il piacere è ri-
volto contro Aristippo. Anche Teodoro
nell’opera Sulle scuole filoso-
fiche lo trattò male e
Platone nel dialogo Dell’anima, come abbiamo
detto altrove».
Come ha mostrato Mannebach, è facile riconoscere ciò
che Diogene Laerzio deve alla
sua fonte principale e ciò che egli ricava
da altre fonti (Eschine, Fania, ecc.) e
del resto sull’espressione «come
abbiamo detto altrove» ci siamo già soffermati. Ma
dal punto di vista
del contenuto questo paragrafo è di grande interesse. Innanzi
tutto
per ciò che riguarda i rapporti di Aristippo con Socrate, qui
presentati
in una luce sfavorevole, così come in II 80, per il rilievo dato al
fatto
che Aristippo pretendeva un μισθός
51, distaccandosi così nel modo più
— 212 —
vistoso dal comportamento di Socrate e degli altri Socratici. Tuttavia
in Diogene
Laerzio troviamo numerose tracce di un’altra tradizione,
che mette in luce
favorevole i rapporti tra Aristippo e Socrate
52. E
analoga osservazione può essere fatta per ciò che riguarda i
rapporti
tra Socrate e Antistene
53 e tra
Socrate e altri Socratici.
In secondo luogo per la citazione di Eschine, il quale affermava
che
Aristippo sarebbe venuto da Cirene ad Atene κατὰ κλέος Σωκρά-
τους
54. Su questa «Berufung zur Philosophie» O. Gigon
55 ha
soste-
nuto che le vocazioni filosofiche dei Socratici si riducono ad uno
sche-
ma tipico: il giovane incontra Socrate, il quale in vari modi e con
varie
parole lo induce ad abbandonare la vita precedente e a dedicarsi
alla filosofia.
Questo schema conosce due varanti: a) il giovane è al
più basso livello di vita e
capisce che solo la filosofia può innalzarlo
alla vera εὐγένεια, che dipende
dall’anima e non da fattori esterni;
b) il giovane, prima sicuro di sé, prende poi
coscienza della propria
intima nullità e si volge alla filosofia. Di questo secondo
tipo sono
le vocazioni filosofiche di Alcibiade (nella raffigurazione che ne
fa
Eschine nell’omonimo dialogo), di Aristippo e di Senofonte; del primo
tipo
sono quelle di Eschine e di Fedone. Di Antistene e di Euclide
sappiamo meno, mentre
Platone ha avuto una vocazione del tutto par-
ticolare, non riconducibile ad alcuno
schema.
— 213 —
Ma la citazione di Eschine è importante anche dal punto di vista
dei
rapporti dei Socratici tra di loro: l’ostilità di Senofonte e Platone
verso
Aristippo è ben documentata
56 e altrettanto bene
documentata
è l’amicizia tra Eschine e Aristippo
57: in
ogni caso, si tratta di una
serie di aneddoti e di scambi di battute, sulla cui
storicità è lecito du-
bitare, ma in cui è da cogliere l’eco delle dispute che
certamente
dovettero aprirsi tra i Socratici per rivendicare la legittimità e in
certo
modo la superiorità del rapporto di ciascuno di loro con il
comune
maestro. In questo senso è da interpretare ciò che è detto in II 60 e
III
36, sulla base dell’autorità dell’epicureo Idomeneo, e cioè che sa-
rebbe stato
Eschine, e non Critone, a dare consigli a Socrate nei giorni
della sua prigionia, ma
che invece poi Platone, per ostilità verso Ari-
stippo, di cui Eschine era amico,
fece di Critone il protagonista del-
l’omonimo dialogo. È probabile che in tutto ciò
si debbano vedere le
tracce di un perduto λόγος Σωκρατικός (forse l’Eschine di Euclide).
La tradizione antica è invece del tutto silenziosa su eventuali
rap-
porti tra Aristippo e Antistene
58, mentre tramanda aneddoti che met-
tono insieme — anche al di là di
ogni verosimiglianza cronologica —
Aristippo e Diogene cinico: qui il tramite è
molto probabilmente Bione
di Boristene e l’interesse di questi aneddoti sta nella
possibilità che
essi schiudono di articolare meglio la storia del cinismo
59.
Silenzio, nella tradizione antica, anche a proposito di
eventuali
rapporti di Aristippo e di Antistene con Euclide: certo è che né
l’uno
né l’altro si recarono, dopo la morte di Socrate, a Megara, dove invece
si
recò Platone insieme ad altri Socratici (II 106 e III 36). Ben nota,
infine, è la
ostilità tra Antistene e Platone
60.
Le ricerche avviate da Dudley per i Cinici, da Sedley per i Me-
garici
e da me per i Cirenaici convergono nel negare che Antistene,
— 214 —
Euclide e Aristippo abbiano fondato delle vere e proprie scuole filo-
sofiche
61 e quindi nello smontare il castello di “successioni” costruito
dagli
antichi e il conseguente schema dossografico, tendente a riportare
— in un unico corpus dottrinale — al presunto fondatore anche dot-
trine
appartenenti a esponenti successivi e a porre queste dottrine in
relazione
soprattutto con le grandi correnti della filosofia ellenistica.
Ciò ha consentito
l’avvio di un recupero pieno della specificità delle
filosofie di Antistene, Euclide
e Aristippo e della loro fisionomia ge-
nuinamente socratica.
Per ciò che riguarda la filosofia di Antistene ho condotto, da que-
sta
prospettiva, un rinnovato esame delle fonti antiche nelle quattro
note (le note
37-40) dedicate a questo argomento nel terzo volume
delle mie Socraticorum Reliquiae, nelle quali ho tentato di
sottrarre
l’interpretazione del pensiero di Antistene alle due ipotesi, a mio
av-
viso deformanti, con cui è stata fin qui prevalentemente considerata,
e cioè
come esito del pensiero sofistico, e gorgiano in particolare, o
come precorrimento
dello stoicismo, e di riportarla entro l’orizzonte
delle “discussioni socratiche”.
Così, per fare solo un esempio, ma si-
gnificativo, la definizione antistenica di
λόγος che si legge in Diogene
Laerzio (VI 3): λόγος ἐστὶν ὁ τὸ τί ἦν ἢ ἔστι δηλῶν è
stata già nel-
l’antichità accostata alla celeberrima formula aristotelica τὸ τί ἦν
εἶναι;
ma non si è individuata la genesi di entrambe nel concreto διαλέγεσθαι
di
Socrate (ricostruibile attraverso i dialoghi platonici) e nel suo con-
tinuo porre
la domanda τί έστι, alla luce dei quali soltanto entrambe
si chiariscono e si
spiegano
62. Le cosiddette dottrine logiche di Anti-
stene, dunque, altro
non sono che una ripresa — certamente da un
punto di vista particolare — di temi e
motivi caratteristici del διαλέ-
γεσθαι socratico, così come le sue dottrine etiche
e i suoi pensieri
sulla politica richiamano direttamente problemi e soluzioni che
sono
tipici del pensiero socratico e che ritroviamo un po’ in tutta la
lette-
ratura socratica. Antistene è dunque a pieno titolo un “socratico” e
si
deve alle polemiche interne tra i Socratici e al ruolo preponderante
— 215 —
via via assunto dalla interpretazione platonica del messaggio e della
figura di
Socrate se la fisionomia socratica di Antistene andò smarrita
e se le sue dottrine
furono assimilate a quelle dei Sofisti, che, nella
raffigurazione platonica, erano
sotto ogni punto di vista gli antagonisti
di Socrate e ai quali quindi potevano ben
essere ricondotti anche coloro
che da Socrate si erano allontanati o che ne avevano
ripreso le dot-
trine in modo difforme da quello che Platone riteneva l’unico
legittimo
e fedele. Il che rese poi più agevole, d’altro lato, anche
l’utilizzazione
di questa figura di Antistene nella costruzione delle “successioni”
el-
lenistiche.
Del tutto analogo è il caso di Aristippo, una volta che sia
stato
correttamente distinto, rispetto alla posteriore tradizione
dossografica,
ciò che storicamente può essergli attribuito e che sicuramente può
es-
sere ricondotto alla matrice socratica. E il riconoscimento di
questa
matrice consente di dissipare ogni “stravaganza” che, già fin
dall’an-
tichità, si è voluta vedere nel socratismo di Aristippo e che ha
indotto
quasi tutta la storiografia moderna a cercare inesistenti ascendenze
sofi-
stiche. Il suo stesso edonismo può risultare assai più socratico di
quanto
possa apparire a prima vista, qualora lo si intenda corretta-
mente e si interpreti
giustamente lo stesso pensiero di Socrate. Se
Socrate infatti riteneva (come il Protagora platonico mostra con tutta
evidenza) che il bene,
quando sia conosciuto, non può non apparire
a chi lo conosce come massimamente
attraente (ἡδύ), Aristippo poteva
ben ritenere di restare nel suo insegnamento
asserendo che tutto ciò
che sentiamo come ἡδύ sia da ritenere un bene.
E del tutto analogo, infine, è anche il caso di Euclide, a
proposito
del quale, nell’esposizione di Diogene Laerzio, ritroviamo un
accenno
a quello schema dossografico che ne ricollega le dottrine
all’eleatismo
(II 106). Ma oltre alla dimostrazione, fatta da von Fritz e accolta
da
Doering
63, del carattere
seriore di quello schema dossografico, anche
in questo caso il confronto con il Protagora platonico (e specialmente
— 216 —
con 309 C) ci mostra chiaramente la matrice di questa dottrina di
Euclide nella
dottrina socratica dell'unificazione nella “virtù in generale”
di tutte le “virtù
particolari” (e i cui nomi diventano designazioni del-
l’unica virtù). Ma c’è di
più: quanto leggiamo in II 106 fa pensare
che l’affermazione euclidea dell’unità del
bene in opposizione alla mol-
teplicità dei suoi nomi avesse anche il valore di una
presa di posizione
nei confronti di teorie precedenti e soprattutto contemporanee e
quindi
di un intervento diretto nel dibattito apertosi tra i Socratici
sull’inse-
gnamento del maestro dopo la sua condanna a morte. E sempre
nel-
l’ambito del socratismo si collocano — a prescindere dalla
terminologia,
che è chiaramente di derivazione stoica — anche le procedure
dialo-
giche ricordate in II 107: socratico è l’ἔλεγχος che parte dalla
con-
clusione dell’interlocutore; socratica è la discussione intorno alla
παρα-
βολή, per cui non è il caso di pensare né ad una ripresa del
metodo
zenoniano né ad altre spiegazioni. Si può aggiungere ancora che con
la
recuperata fisionomia socratica di Euclide non contrasta neppure
quell’accostamento
dei Megarici agli Scettici che leggiamo in Seneca
(ad Lucil.
epist. XIII 43-5): il rapporto tra l’aporia socratica e la
scepsi antica è
venuto infatti sempre meglio emergendo negli studi
più recenti.
Non posso qui neppure accennare alle conseguenze che tutto ciò
può
avere anche nella ricostruzione del pensiero di Socrate. Ne esce
ribadito però —
questo mi pare di poter concludere — il carattere
decisivo, nella storia del
pensiero antico, del ruolo svolto da Socrate
e dagli stessi Socratici.